domenica 29 gennaio 2012

PAPA PIO VI: ALLOCUZIONE AL SACRO COLLEGIO SUL MARTIRIO DI SUA MAESTÀ CRISTIANISSIMA LUIGI XVI, RE DI FRANCIA (17 giugno 1793)

Papa Pio VI, nato Giovanni Angelico o Giannangelo Braschi (Cesena, 27 dicembre 1717Valence, 29 agosto 1799),


1 - Venerabili fratelli, come la Nostra voce non può essere soffocata in questo momento dalle Nostre lacrime e dai Nostri singhiozzi? È piuttosto con i Nostri gemiti, che non con le Nostre parole, che Ci conviene esprimere questo dolore senza limiti, che Ci obbliga a confidarci con voi, ricordando lo spettacolo di crudeltà e di barbarie che si è visto a Parigi il 21 gennaio scorso.

         2 - I1 Re Cristianissimo Luigi XVI, è stato condannato al supplizio capitale da un'empia congiura e questo giudizio è stato eseguito.
         Vi ricorderemo in poche parole il dispositivo e le motivazioni di questa sentenza. La Convenzione Nazionale non aveva né diritto né autorità per pronunciarla. Infatti, dopo aver abolito la monarchia, la miglior forma di governo[1], aveva trasferito tutto il pubblico potere al popolo, che non si comporta né secondo ragione, né secondo consiglio, e che non si forma su nessun punto delle idee giuste, apprezza poche cose in base a verità e moltissime ne valuta secondo l'opinione; che è sempre incostante, facile da ingannare, attirato da tutti gli eccessi, ingrato, arrogante, crudele; che gioisce nella carneficina e nell'effusione di sangue umano, ed al quale piace contemplare le angosce che precedono l'ultimo sospiro, come in altri tempi si andava a veder spirare i gladiatori negli antichi anfiteatri.
         La parte più feroce di questo popolo, non soddisfatta di aver degradato la Maestà del suo Re e risoluta a strappargli anche la vita, ha voluto che Egli fosse giudicato dai Suoi stessi accusatori, che si erano apertamente proclamati Suoi implacabili nemici.
         Fin dall'apertura del processo erano stati immediatamente chiamati fra i giudici proprio i deputati più noti per le loro cattive disposizioni, per meglio garantirsi la possibilità di far prevalere l'opinione favorevole alla condanna con la maggioranza dei votanti. Tuttavia non se ne poté aumentare il numero in misura sufficiente a impedire che il Re fosse sacrificato sulla base di una minoranza legale di voti. Come non aspettarselo e quale giudizio nei secoli esecrabile non immaginare, di fronte al convenire di tanti giudici perversi e a tante manovre messe in opera per carpire i suffragi? Poiché tuttavia molti di loro si erano ritratti per l'orrore al momento di consumare un crimine tanto grande, si pensò di chiedere una nuova votazione; e così i congiurati votarono di nuovo e decisero che la condanna era decretata legittimamente. Taciamo, a questo punto, a proposito di una massa di altre ingiustizie, di nullità e di procedure invalide che si possono trovare leggendo le brevi perorazioni degli avvocati e i documenti pubblici. Né mettiamo in risalto quanto il Re dovette sopportare, prima di essere condotto al supplizio: la Sua lunga detenzione in diverse prigioni, dalle quali usciva solamente per essere portato alla sbarra della Convenzione, l'assassinio del Suo confessore, la Sua separazione dalla famiglia reale che amava tanto teneramente, insomma il cumulo di tribolazioni concentrate su di Lui, per moltiplicare le Sue umiliazioni e le Sue sofferenze. È impossibile non essere pervasi da orrore, se non si è completamente abbandonato ogni senso d'umanità. L'indignazione aumenta ancora, quando si pensa che, secondo l'unanime riconoscimento, questo Prìncipe aveva un carattere naturalmente dolce e benevolo; che la Sua clemenza, la Sua pazienza, il Suo amore per i Suoi popoli furono sempre inalterabili; che, incapace di qualsiasi durezza, di qualsiasi rigidezza, si mostrò costantemente di tratto semplice e indulgente verso tutti; e che questo carattere eccellente Gli ispirò la fiducia di accettare la richiesta pubblica e di convocare gli Stati Generali del Regno, malgrado tutti i pericoli che ne potevano derivare per la Sua autorità e per la Sua persona. Ma non possiamo passare sotto silenzio l'opinione che si è formata universalmente in relazione alle Sue virtù, grazie al testamento scritto di Suo pugno, uscito dal profondo della Sua anima, stampato e diffuso in tutta Europa. Che idea elevata ci si forma della Sua virtù! Che zelo per la Religione Cattolica! Che segni d'una pietà autentica verso Dio! Che dolore, che pentimento per aver apposto il Suo Nome, Suo malgrado, a decreti tanto contrari alla disciplina e alla Fede ortodossa della Chiesa! Sul punto di soccombere sotto il peso di tante avversità, che si accumulavano giorno dopo giorno sul Suo capo, poteva dire, come Giacomo I Re d'Inghilterra, che lo si calunniava nelle assemblee del popolo non per aver commesso qualche crimine, ma perché era Re, e questo fatto veniva considerato come il maggiore di tutti i crimini.

         3 - Ma, a questo punto, dimentichiamo per qualche istante Luigi per trarre dalla storia un esempio perfettamente analogo a quello di cui stiamo trattando e fondato sulle luminose testimonianze degli scrittori più veritieri. Maria Stuarda, Regina di Scozia, figlia di Giacomo V, Re di Scozia, e vedova di Francesco II, Re di Francia, assunse il titolo e si attribuì tutti gli onori dei Re della Gran Bretagna, che gl’inglesi avevano già conferito a Elisabetta. Un gran numero di storici narra i tormenti che dovette sopportare a causa delle macchinazioni e delle violenze della sua rivale e dei faziosi calvinisti. Spesso, nel corso della Sua lunga prigionia, Ella aveva rifiutato di rispondere all'interrogatorio dei giudici, dicendo che una Regina doveva rendere conto della Sua condotta soltanto a Dio. Finalmente, stanca di subire tante e così diverse vessazioni, decise di rispondere e si discolpò di tutti i crimini che Le venivano imputati e dimostrò la propria innocenza. Ciò nonostante i Suoi giudici portarono a compimento l'opera iniqua che avevano intrapreso; emisero contro di Lei una sentenza di morte, come se fosse stata colpevole e confessa; e si vide allora quella testa regale cadere su un patibolo.

         4 - Benedetto XIV, nel terzo libro del suo trattato Sulla Beatificazione dei Servi di Dio, al capitolo 13, numero 10, a proposito di questo avvenimento argomenta così: «Se la causa del martirio di questa Regina fosse introdotta, cosa che non è ancora stata fatta, si potrebbe addurre anzitutto contro il fatto del martirio un argomento semplicissimo, traendolo dalla stessa sentenza e dalle empie calunnie, che gli eretici non hanno smesso di vomitare contro questa Regina, soprattutto George Buchanan nel suo infame libello intitolato Maria smascherata. Ma se si studia la vera causa della Sua morte, che deve essere imputata all'odio verso la Religione Cattolica, la quale sarebbe stata mantenuta in Inghilterra se Maria vi avesse regnato; se si tiene conto della costanza incrollabile con cui La si vide rifiutare tutti i vantaggi che Le venivano offerti, purché abiurasse la Religione Cattolica; se si osserva l'eroismo mirabile con cui Maria seppe morire; se si esaminano in modo adeguato le dichiarazioni da Lei fatte prima della morte, e che ripetè al momento del supplizio, per testimoniare che aveva sempre vissuto nella Chiesa Cattolica e che versava volentieri il Suo sangue per questa Religione; se, insomma, non si trascurano, come non si può fare secondo giustizia, le ragioni evidentissime che non solo dimostrano la falsità dei crimini che venivano imputati alla Regina Maria, ma che provano anche, in modo inconfutabile, che questa ingiusta sentenza di morte si era appoggiata solamente su calunnie e che fu realmente emessa in odio alla Religione Cattolica e per affermare immutabilmente 1'eresia in Inghilterra, forse allora si troverà che a questa causa non manca nessuna delle condizioni necessarie per constatare un autentico martirio».

         5 - Sant'Agostino c'insegna che non la pena, ma la causa della pena fa un autentico martire. Perciò Benedetto XIV, dopo aver mostrato nei termini riferiti la Sua disponibilità a riconoscere il martirio di Maria Stuarda, esamina se basti, per ammettere l'esistenza di un martirio, che un tiranno sia deciso a mettere a morte un cristiano in odio alla Religione di Gesù Cristo, anche se trae occasione per infliggere la pena di morte da un pretesto diverso dalla Fede o che può avere con essa soltanto rapporti accidentali; e Benedetto XIV decide per l'affermativa, perché un'azione non trae il suo vero carattere dall'occasione oppure dalla causa impulsiva che la suscita, ma dalla causa finale che la produce; e quindi perché basta, per caratterizzare un autentico martirio, che un persecutore pronunci una sentenza di morte in odio alla Fede, anche se l'occasione della morte è stata determinata da un motivo diverso che, in ragione delle circostanze, non interessa assolutamente la Religione.

         6 - Ma ritorniamo ora al Re Luigi XVI. Se l'autorità di Benedetto XIV in questa materia è grande, se si deve tenere in grandissima considerazione la Sua opinione quando si mostra propenso ad ammettere il martirio di Maria Stuarda, perché non dovremmo pensare come Lui relativamente al martirio di Re Luigi? In questo caso, infatti, vi sono un pari attaccamento alla Religione, una pari intenzione e una fine parimenti tragica: di conseguenza, vi deve essere anche pari merito. Dunque, chi potrà mai dubitare che questo Monarca sia stato immolato principalmente in odio alla Fede e con uno spirito di furore contro í dogmi cattolici?
         Già da molto tempo i Calvinisti avevano cominciato a congiurare in Francia per la rovina della Religione Cattolica. Ma per arrivarci occorreva preparare gli spiriti e abbeverare í popoli di quegli empi princìpi che í novatori poi non avevano mai cessato di diffondere, in libri che trasudavano perfidia e sedizione. È in vista di questo che fecero lega con perversi filosofi. L'Assemblea generale del Clero di Francia del 1745, aveva scoperto e denunciato le abominevoli cospirazioni di tutti questi artefici di empietà.
         E anche Noi, fin dal principio del Nostro Pontificato, prevedendo le esecrabili manovre di un partito tanto perfido, annunciammo il pericolo imminente che minacciava l'Europa nella Nostra Lettera Enciclica indirizzata a tutti i Vescovi della Chiesa cattolica, ai quali Noi parlavamo in questi termini: «Sradicate il male di mezzo a voi, allontanate cioè dalla vista dei vostri greggi, con grande energia e continua vigilanza, tutti questi libri nefasti».
         Se si fossero ascoltate le Nostre rimostranze e i Nostri consigli, Noi non dovremmo ora lamentare i progressi di questa vasta cospirazione tramata contro i Re e gli Imperi.
         Quegli uomini depravati, vedendo che avanzavano rapidamente nei loro progetti, riconobbero che era finalmente venuto il momento di mandare ad effetto i loro disegni e cominciarono ad insegnare pubblicamente, in un libro stampato nel 1787, questa tesi di Hugues Rosaire, ovvero dell'autore che ha assunto questo nome, e cioè che era un'azione lodevole uccidere un sovrano, che rifiutava di abbracciare la Riforma o d’incaricarsi di difendere gli interessi dei protestanti in favore della loro religione.
         Poiché questa dottrina fu pubblicata poco tempo prima che Re Luigi cadesse nel deplorevole stato al quale fu ridotto, tutti hanno potuto vedere chiaramente qual era stata la fonte prima delle Sue sventure. Si deve dunque ritenere che sono certamente venute tutte dai cattivi libri che si stampavano in Francia, e che bisogna considerare come i frutti di questo grande albero avvelenato.

         7 - Nella biografia dell'empio Voltaire, si è anche divulgato che il genere umano gli sarebbe stato eternamente grato, in quanto primo autore della Rivoluzione francese. È lui, si dice, che, istigando il popolo ad acquistare coscienza delle proprie forze, e a servirsene, ha fatto cadere la prima barriera del dispotismo: il potere religioso e sacerdotale. Se non si fosse spezzato questo giogo, si aggiunge, non si sarebbe mai spezzato quello dei tiranni. Erano tra loro talmente congiunti che, scosso l'uno, l'altro sarebbe caduto subito dopo. Celebrando la distruzione dell'altare e del trono quale trionfo di Voltaire, si esalta la fama e la gloria di tutti gli empi scrittori, che sembrano tutti generali di un'armata vittoriosa.
         Dopo aver così trascinato, con tutti i loro artifici, gran parte del popolo nel loro partito, per attrarlo maggiormente con le loro opere e le loro promesse, o piuttosto per farne il loro giocattolo in tutte le province della Francia, i settari si sono serviti dello specioso nome di «libertà»; ne hanno inalberato í trofei e hanno invitato le masse a raccogliersi sotto le sue insegne, che hanno spiegate ovunque.
         In realtà, si tratta di quella libertà filosofica che corrompe gli animi, deprava í costumi, rovescia tutte le leggi ed ogni istituzione tramandata. Perciò l'Assemblea del Clero di Francia mostrò tanto orrore per una simile libertà, quando essa cominciò a insinuarsi nell'animo del popolo, per mezzo delle più fallaci massime. Fu ancora per lo stesso motivo che Noi ritenemmo Nostro dovere denunciarla e definirla con queste parole nella Nostra Enciclica sopra citata: «Questi sfrenati filosofi cercano di spezzare tutti i legami che tengono uniti gli uomini fra di loro e che li legano ai Sovrani e che li conservano nel loro dovere. Essi affermano e ripetono fino alla nausea che l'uomo nasce libero e che non è sottoposto ad alcuna autorità. Per conseguenza essi rappresentano la società come una massa di idioti, la cui stupidità si inchina ai Sacerdoti che li ingannano e ai Re che li opprimono, di modo che l'accordo fra il sacerdozio e l'autorità politica non è altro che una barbara congiura contro la naturale libertà dell'uomo».

         8 - Questi tanto decantati avvocati del genere umano alla falsa e ingannatrice parola di «libertà» ne hanno aggiunto un'altra non meno ingannatrice, quella di «uguaglianza»; come se fra uomini che si sono uniti in società e che sono muniti di facoltà intellettuali tanto differenti, che hanno gusti così opposti e un agire tanto sregolato, che tanto soggiace alla individuale cupidigia, non dovesse esistere nessuno che riunisse la forza e l'autorità necessarie per frenare, reprimere e condurre al dovere coloro che se ne allontanano, affinché la società sconvolta da tante diverse e disordinate passioni, non precipiti nell'anarchia e non cada nella completa dissoluzione.
         L'armonia è composta dal perfetto accordo di più suoni: se non si mantiene una perfetta corrispondenza di voci e di strumenti, diviene un insieme di rumori discordanti e non è più che una barbara dissonanza.
         Dopo essersi posti, secondo le parole di Sant'Ilario di Poitiers, come «riformatori dei pubblici poteri e àrbitri della religione, mentre principale fine della religione è, al contrario di diffondere ovunque lo spirito di sottomissione e di obbedienza», questi novatori si sono proposti di dare una costituzione alla Chiesa stessa con nuovi, fino ad oggi inauditi, decreti.
         Da questa fucina uscì la sacrilega Costituzione che Noi abbiamo confutata nella Nostra risposta del 10 marzo 1791, con l'esposizione di principi, che Ci era stata proposta da parte di trenta Vescovi. È il momento di applicare le parole di San Cipriano: «Com'è possibile che i cristiani siano giudicati dagli eretici, gli uomini sani dagli ammalati, quanti sono indenni da coloro che sono feriti, coloro che stanno ritti in piedi dai caduti, i giudici dai colpevoli, i sacerdoti dai sacrileghi? Che resta da fare ancora, se non sottomettere la Chiesa al Campidoglio?».
Tutti i francesi che, nei diversi ordini dello Stato, si dichiaravano ancora fedeli e che rifiutavano fermamente di legarsi con giuramento alla nuova Costituzione, erano da quel momento perseguitati e votati alla morte. Ci si è affrettati a massacrarli indistintamente. Nomi ecclesiastici sono stati sottoposti ai più barbari maltrattamenti. Si sono ghigliottinati dei Vescovi, laddove se si vuol sapere con quale pietà e con quale rispetto si debbono venerare, si può imparare dall'esempio di Cristo stesso, che, secondo l'affermazione di San Cipriano, «Onorò sempre, fino al giorno della sua morte, i pontefici e i sacerdoti, benché non si fossero mantenuti nel timor di Dio e non avessero riconosciuto il Messia».
         Molti francesi, di ogni condizione, sono stati immolati. I meno perseguitati si vedevano strappati dai loro focolari e relegati in Paesi stranieri, senza nessuna distinzione di età, di sesso e di condizione sociale. Si era decretato che ognuno era libero di professare la religione che voleva, come se ogni religione conducesse alla salvezza eterna[2]; e tuttavia la Religione Cattolica era la sola proibita. Essa soltanto vedeva il sangue dei Suoi discepoli colare sulle pubbliche piazze, nelle strade maestre, nelle loro stesse case. Si disse che essa era diventata per loro un crimine capitale.
I cattolici di Francia non trovarono sicurezza neppure negli Stati confinanti, dove si recavano a cercare rifugio e dove venivano molestati crudelmente, quando con invasioni si riusciva a mettere le mani su di loro o quando si riusciva a ricondurli in Francia con inganni e perfidie. Questa è la caratteristica costante delle eresie. Questo è sempre stato, fin da primi secoli della Chiesa, lo spirito proprio degli eretici, particolarmente sviluppato ai nostri tempi dai tirannici raggiri dei calvinisti, che hanno sempre cercato di moltiplicare i loro proseliti con ogni sorta di minacce e di violenze.

9 - Dopo l'ininterrotta serie di empietà che ha avuto origine in Francia, chi dubiterà ancora che le prime trame di questi complotti che turbano e sconvolgono tutta l'Europa debbono essere imputate all'odio per la Religione? Nessuno può ugualmente negare che la stessa causa ha condotto alla morte funesta di Luigi XVI.
         In verità ci si è sforzati di caricare questo Principe di molti delitti di ordine puramente politico. Ma il principale rimprovero levato contro di Lui verteva sull'inalterabile fermezza con la quale rifiutò di approvare e di sanzionare il decreto di deportazione del clero e sulla lettera che scrisse al Vescovo di Clermont, per annunziargli che era assolutamente deciso a ristabilire il Culto Cattolico in Francia, appena avesse potuto. Non basta tutto questo, perché si possa credere e sostenere non avventatamente che Re Luigi è stato un martire? Anche la sentenza di morte di Maria Stuarda era fondata su pretesi crimini di macchinazione e di congiura contro lo Stato e il nome della Religione vi era appena inframmezzato. Ciò nonostante Benedetto XIV, senza fermarsi di fronte alle imposture menzionate nel giudizio, pensò che l'odio per la Religione era stato il motivo vero e senza dubbio il più decisivo della condanna; e quindi ne inferì che questa morte apriva la possibilità di una causa di martirio.

10 - Ma da quanto abbiamo sentito, a questo punto, si frapporrà, come un ostacolo perentorio al martirio di Re Luigi, l'approvazione da Lui data alla Costituzione, che abbiamo già rifiutata nella Nostra citata risposta ai Vescovi di Francia. Molti negano il fatto e affermano che, quando questa Costituzione venne presentata alla firma del Re, Egli esitò, raccolto nei Suoi pensieri, e rifiutò di sottoscriverla, nel timore che l'apposizione del Suo nome producesse tutti gli effetti di un'approvazione formale. Uno dei Suoi Ministri, di cui si fa il nome e nel quale il Re riponeva allora una grande fiducia, Gli fece presente che la Sua firma provava soltanto la perfetta conformità della copia rispetto all'originale, sì che Noi - destinatari immediati di questa Costituzione - non avremmo potuto con nessun pretesto nutrire il minimo sospetto relativamente alla sua autenticità. Sembra che sia stata questa semplice osservazione a determinarLo immediatamente ad apporre la Sua firma. È anche quanto lascia intendere Lui stesso nel Suo testamento, quando dice che la Sua firma Gli fu strappata contro la Sua volontà. E infatti non sarebbe più stato coerente, si sarebbe messo in contraddizione con Se stesso se, dopo avere allora volontariamente approvato la Costituzione del Clero di Francia, l'avesse poi rigettata con la più inalterabile fermezza, come fece quando rifiutò di approvare il decreto di deportazione dei sacerdoti che non avevano giurato fedeltà alla Rivoluzione e quando scrisse al Vescovo di Clermont di essere deciso a ristabilire in Francia il Culto Cattolico. Ma, comunque si sia svolto questo fatto, poiché non ne assumiamo la responsabilità, e quand'anche Noi confessassimo che Re Luigi, ingannato per mancanza di riflessione oppure per errore, approvò realmente la Costituzione nel momento in cui la sottoscrisse, saremmo per questo obbligati a mutare il modo di sentire relativamente al Suo martirio? Indubbiamente no. Se avessimo una simile intenzione ne saremmo distolti dalla Sua ritrattazione seguente, tanto certa quanto solenne, e dalla Sua stessa morte, che fu votata, come abbiamo precedentemente dimostrato, in odio alla Religione Cattolica; ne deriva che sembra difficile poterGli contestare qualcosa della gloria del martirio. Anche San Cipriano, in un primo testo, aveva adottato, relativamente al battesimo degli eretici, princìpi decisamente contrari alla verità; tuttavia - secondo le parole stesse di Sant'Agostino, ripetute in più passi dei suoi scritti - Dio stesso ha separato con il ferro di un martirio glorioso quanto aveva bisogno di essere troncato da questo ramo coperto di frutti.

11 - Accade la stessa cosa, quando si doveva decidere, nella Congregazione dei Riti, se si poteva opporre al martirio di Joào de Britto, della Compagnia di Gesù, l'uso che aveva continuato a fare, nella missione di Maduré, di riti cinesi, dopo ch’erano stati proscritti, e i votanti non esitarono a decidere per la negativa. Essi dichiararono che questa considerazione non frapponeva nessun ostacolo, dal momento che, affrontando il martirio, Egli aveva ritrattato in modo sufficiente, con l'effusione del Suo sangue, l'adesione ai riti cinesi. Essi si divisero sulla questione relativa all'opportunità di pubblicare un decreto favorevole, del quale ci si sarebbe potuti valere in seguito per sostenere che revocava tacitamente la condanna precedente di queste cerimonie. Ma Benedetto XIV tolse ogni difficoltà, dichiarando che non si sarebbe mai potuto dedurre dal decreto da pubblicare l'intenzione della Santa Sede di allontanarsi dalle costituzioni con cui i Suoi Predecessori avevano proscritto la liturgia cinese. Nello stesso tempo ammise la ritrattazione sottoscritta dal Venerabile Joào de Britto non con la penna, ma con il proprio sangue. Decise così che l'ostacolo che si opponeva alla causa non impediva assolutamente di continuarne l'istruzione, di procedere immediatamente all'esame della questione del martirio e della causa del martirio stesso, e alla discussione dei miracoli che si diceva fossero stati operati per Sua intercessione. Il decreto relativo fu pubblicato il 2 luglio 1741. Fondandoci su questa decisione e notando che la ritrattazione di Luigi XVI, scritta di Sua propria mano e constatata anche attraverso l'effusione di un sangue tanto puro, era certa e incontestabile, crediamo di non doverci allontanare dal principio di Benedetto XIV non pronunziando certamente in questo momento un decreto simile a quello che abbiamo appena citato, ma persistendo nell'opinione che Ci siamo fatti relativamente al martirio di questo Principe, nonostante qualsiasi approvazione possa aver dato alla Costituzione Civile del Clero, di qualunque tipo sia stata.

12 - Ah, Francia! Ah, Francia! Tu che i Nostri predecessori chiamavano «lo specchio di tutta la cristianità e l'incrollabile sostegno della Fede: tu che per il tuo zelo per la Religione cristiana e per la tua pietà filiale verso la Sede Apostolica, non cammini al seguito delle altre Nazioni ma le precedi tutte», come Ci sei oggi avversa! Quale spirito di ostilità alla vera Religione ti anima! Quanto il furore che le manifesti, sorpassa gli eccessi di tutti coloro che fino ad oggi si sono mostrati i suoi più implacabili persecutori! Tuttavia, anche se tu lo volessi, non puoi ignorare che la Religione è la custode più sicura e la più solida base dell'ordinamento politico, poiché essa reprime ugualmente sia gli abusi di autorità dei Prìncipi che governano, sia la sfrenata licenza in chi ubbidisce. Ebbene è proprio per questo che i rivoluzionari, avversari faziosi delle prerogative regali, cercano di liquidarle, sforzandosi anzitutto di rovesciare la Fede Cattolica.

13 - Ah, Francia! Tu stessa chiedevi prima un Re Cattolico. Tu affermavi che le leggi fondamentali del Regno non permettevano assolutamente di riconoscere Re chi non fosse cattolico ed ora che l'avevi questo Re Cattolico, proprio perché cattolico lo hai assassinato!

14 - La tua rabbia contro questo Monarca si è dimostrata tale, da non poter essere né soddisfatta né placata neppure dal Suo supplizio. Hai voluto dimostrarla ancora dopo la Sua morte, infierendo sulle Sue tristi spoglie: infatti, hai ordinato che il Suo cadavere fosse trasportato e inumato senza nessuna cerimonia di onorevole sepoltura. Almeno, dopo la Sua morte, si rispettò ancora la Maestà Regale in Maria Stuarda. I1 Suo corpo fu imbalsamato, riportato alla cittadella e posto in un luogo preparato per accoglierlo. Si diede ordine ai Suoi collaboratori di rango e ai Suoi domestici di rimanere presso il feretro, con tutte le insegne delle loro dignità, finché non fosse destinata a questa Principessa una sepoltura conveniente. Cos'hai guadagnato, abbandonandoti in questo modo a un'animosità che non hai potuto soddisfare, se non attirare su di te maggior vergogna, maggiore infamia e provocare il risentimento e l'indignazione generali dei Sovrani, molto più irritati contro di te di quanto non lo furono mai contro Elisabetta d'Inghilterra?

15 - Giorno di trionfo per Luigi XVI, cui Dio ha concesso sia la pazienza nelle tribolazioni, sia la vittoria nel mezzo del suo supplizio! Abbiamo la ferma fiducia che Egli abbia felicemente scambiato una corona regale sempre fragile e gigli che sarebbero presto appassiti con l'altro diadema imperituro, che gli angeli del cielo hanno intessuto di gigli immortali.

16 - San Bernardo, nelle lettere al Suo discepolo Papa Eugenio, c'insegna cosa pretende da Noi in queste circostanze il Nostro Apostolico Ministero, quando lo esorta a moltiplicare le proprie premure, «affinché gl’increduli si convertano alla Fede, quanti sono convertiti non deviino più, e quanti hanno deviato ritornino presto sulla retta via». Abbiamo anche come modello, davanti ai Nostri occhi, la condotta di Clemente VI, Nostro Predecessore, che non cessò di perseguire la punizione dell'assassinio di Andrea, Re di Sicilia, infliggendo le pene maggiori ai suoi uccisori e ai loro complici, come si può vedere nelle Sue Lettere Apostoliche. Ma cosa possiamo fare Noi, cosa possiamo aspettarci, quando si tratta di un popolo che non solo non ha nessun riguardo per i Nostri ammonimenti, ma che si è anche permesso nei Nostri confronti le offese, le usurpazioni, gli oltraggi e le calunnie più rivoltanti, e che infine è giunto a tale eccesso di audacia e di delirio da comporre con il Nostro nome false lettere, perfettamente concordanti con i nuovi errori? Lasciamo dunque che s’indurisca nella sua deplorevole depravazione, dal momento che ne è tanto attratto. E speriamo che il sangue innocente di Re Luigi gridi in qualche modo e interceda, affinché la Francia riconosca e detesti la propria ostinazione nell'accumulare su di sé tanti crimini; e ricordi le punizioni terribili che un Dio giusto, vendicatore dei delitti, ha spesso inflitto a popoli che avevano compiuto gesti molto meno gravi.

17 - Ecco le riflessioni che abbiamo giudicato più opportune per offrirvi qualche consolazione di fronte a una tragedia così terribile. Perciò, per completare quanto Ci resta da dire, vi invitiamo alla cerimonia solenne che celebreremo con voi, come di consueto, per il riposo dell'anima di Re Luigi XVI. Benché queste preghiere funebri possano sembrare superflue, quando si tratta di un cristiano che si crede abbia meritato la palma del martirio, dal momento che Sant'Agostino dice che la Chiesa non prega per i martiri, ma piuttosto si raccomanda alle loro preghiere, tuttavia questa sentenza del Santo Dottore dev’essere intesa e va interpretata non in riferimento a chi è semplicemente reputato martire da una persuasione umana, ma a chi è formalmente riconosciuto tale da un giudizio della Santa Sede Apostolica. Quindi Noi, Venerabili Fratelli, v’indicheremo con Nostro ordine, il giorno in cui procederemo insieme, secondo l'uso, nella Nostra cappella pontificia, alle pubbliche esequie di Sua Maestà Cristianissima Luigi XVI, Re di Francia.
                                                                                              PIUS VI P.P.

Allocuzione tenuta al Concistoro del 17 giugno 1793, in Bullarii Romani Continuatio Summarum Pontificum Benedicti XIV. Clementis XIII. Clementis XIV. Pii VI. Pii VII. Leonis XII, Pii VIII. Constitutiones. Litteras in forma brevis. Epistolas ad Principes, viros, et alias, atque Allocutiones complectens, tomo VI, parte III. Tipografia Aldina, Prato 1849, pp. 2627-2637. Titolo e traduzione redazionali. La traduzione (in parte tratta da Insegnamenti Pontifici, vol. VI, La pace interna delle Nazioni, Edizioni Paoline, Roma 1959, pp. 18-24) è stata condotta sull'originale latino, contenuto in Sanctissimi Domini Nostri Divina Providentia Pii Papae VI ad Galliarum Ecclesias rescripta, a cura del Sacerdote H.L. Hulot, Reims l799.


[1] Abolita praestantioris monarchici regiminis forma".

[2] "Religionem [...] quasi per quamlibet pateret ad aeternam salutem via".