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mercoledì 8 luglio 2015
La fedeltà alla causa imperiale delle popolazioi del mantovano (1848-1849)
Il generale sabaudo Eusebio Bava nella sua opera "Relazione delle operazioni militari dirette dal generale Bava" (p.44), reperibile in formato digitale su Google Libri, racconta che, durante la campagna militare nel mantovano, il "tentenna" Carlo Alberto era curioso di visitare il Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtatone in quanto gli venne riferito che all'interno vi erano, lungo la navata principale, una composizione di circa 80 statue di grandi dimensioni.
Quando però il Carignano e i soldati arrivarono all'entrata dell'edificio si accorsero che il portone era chiuso e, non trovando le chiavi e non volendo sfondare l'entrata (strano NdR), rinunciarono.
Solo successivamente, scrive Bava, si venne a sapere che all'interno della chiesa vi erano ricoverati i feriti dell'esercito imperiale che i cittadini del paese decisero di nascondere agli occhi dell'esercito sabaudo. Il generale scrive, parlando della popolazione, che ciò avvenne perchè "tanto era il loro spavento e insieme la loro tendenza verso la causa imperiale".
Di Redazione A.L.T.A.
sabato 12 luglio 2014
Il 1848, anno delle rivoluzioni e della Rivoluzione
La “Primavera dei popoli”, come la definì Karl Marx, ebbe, a seconda degli Stati ove si manifestò, caratterizzazioni e finalità differenti: in Svizzera, in Francia e a Vienna (Paesi che da sempre possedevano unità ed indipendenza) fu rivolta eminentemente finalizzata allo sconvolgimento sociale; nei territori asburgici ebbe carattere di movimento nazionale per l’indipendenza e, nel caso specifico dell’Italia e della Germania, a ciò si aggiungeva anche la necessità dell’abbattimento dei vari Stati allora esistenti e della unificazione generale in una sola entità politica.
Per comprendere a pieno quanto accadde in quei giorni occorre naturalmente inquadrare il tutto nel più vasto fenomeno di quel processo secolare - comunemente denominato “Rivoluzione” - finalizzato alla totale sovversione della civiltà, della società e della Tradizione cristiana e europea - in atto ormai dalla fine dell’età medievale. Il ‘48 infatti non avrebbe mai potuto avere luogo senza che in antecedenza fosse avvenuta la Rivoluzione Francese, né potrebbe mai oggi essere compreso se non alla luce della immensa portata storica, politica e sociale di quell’avvenimento capitale per la storia dell’umanità. Stesso identico ragionamento vale per la Rivoluzione Francese in rapporto alla Rivoluzione Protestante, e quindi alla rivoluzione culturale umanistica, inevitabile presupposto ideale e ideologico per il futuro movimento razionalista e illuminista.
Non stiamo dicendo certo nulla di nuovo: ci appelliamo a riguardo all’insegnamento di Pontefici come Leone XIII e Pio XII, e all’autorità intellettuale di tanti maestri del pensiero cattolico.
La rottura con il passato
Il ‘48 segna un momento di rottura tanto improvvisa quanto definitiva con la società e la mentalità del tempo, in maniera simile appunto a ciò che accadde in Germania nei 1517 e in Francia nel 1789: almeno questo era senz’altro nelle intenzioni dei protagonisti di quei giorni. Il fatto che i risultati di tante rivoluzioni contemporanee non ebbero la stessa portata devastante dei due eventi su citati, in quanto momentaneamente limitati dalla vittoria delle forze della Tradizione, nulla toglie alla dimensione profondamente corrosiva nella mentalità generale europea che tali eventi procurarono.
Innanzi tutto il ‘48 segna irrevocabilmente la fine dell’età della Restaurazione; esso è la tomba dei sogni nei quali si erano cullati, dopo il 1815, Sovrani, ministri, intellettuali, alti prelati, che credevano aver posto un limite invalicabile alle istanze sovversive e per di più mantenendo perfino qualche presunta giusta rivendicazione sociale di stampo “ottantanovesco”. Il ‘48, ancor più che la “primavera dei popoli”, fu “lo svegliatoio dei Re”, per usare un’espressione allora in voga fra gli uomini di cultura, in quanto apparve chiaro a tutti ormai che quel meccanismo di erosione sovversiva della civiltà cristiana e sacrale innescatosi - almeno in maniera ufficiale - nel 1789 non poteva essere più fermato, ma solo rinviato di qualche tempo; rimedi non ve n’erano, se non a costo di una immane retromarcia generale della società europea, la quale, però, non aveva più la forza di rinascere e di resistere che tante volte nel passato, non ultima negli anni della Controriforma, aveva dimostrato.
Il ‘48 segna anche la fine dell’età del romanticismo, almeno di quello inteso - nel senso meno peggiore del termine - come reazione alle razionalistiche, empiristiche e squallidamente scettiche istanze illuministico; infatti, dalla metà del secolo in poi, un nuovo ideale andrà sempre più instaurandosi nella mentalità collettiva europea: il mito del progresso inarrestabile e positivo, quel progresso scientifico e sociale di cui prometeico simbolo può considerarsi non solo e non tanto la mostra universale di Parigi del 1900, ma, in particolare, per utilizzare un evento tornato oggi alla ribalta, l’inabissamento nel 1912 della più grande nave mai costruita nella storia, sulla quale era scritto - non dimentichiamolo mai - a grandi lettere, “Nemmeno Dio può affondarmi!”.
È infatti proprio con la momentanea e fallace restaurazione postquarantottesca che, rimesse in ordine le cose e sventato per il momento il pericolo socialista, le più potenti forze economiche e settarie europee danno il via alla grande e definitiva avventura del colonialismo e dell’imperialismo, accettando però di contro il diffondersi delle idee di sovversione socialiste ed anarchiche e favorendo i moti insurrezionali unitari tedesco ed italiano; è in questi anni che esplode quella Seconda Rivoluzione Industriale che avrebbe modificato per sempre il vivere quotidiano degli uomini; è in questi anni che si gettano i presupposti per il futuro suicidio collettivo della civiltà europea, quel suicidio consumatosi cento anni fa tra il 1914 e il 1918 che procurò, oltre a 10 milioni di morti, la cancellazione dalla storia dell’Impero cattolico e l’instaurazione concreta del comunismo nel mondo, gettando per altro le basi per la futura guerra e quindi per i successivi accordi di Yalta.
A ben vedere, il 1848 ebbe una portata storica e rivoluzionaria ben più profonda di quanto oggi si creda comunemente, e in fondo, esso non è poi così lontano dalla nostra stessa realtà storico-politica. Come dicevamo, esso costituisce una data di frattura epocale: è in effetti il secondo trionfo dell’‘89, e nello stesso tempo apre le porte al futuro ‘93 di Mosca, il 1917. Non ci si illuda sulla sua apparente sconfitta: a Parigi, in quello stesso anno, cade per sempre la Monarchia capetingia, e, solo 22 anni dopo, cade per sempre la Monarchia; in Germania, il tutto è solo rinviato di neanche venti anni; in Italia, ne basteranno molti di meno, solo 10. Per quanto concerne infine l’Impero asburigico, è superfluo sottolineare - come già fatto in precedenza - quanto il ‘48 abbia corroso i presupposti della sua esistenza e abbia preparato il suo crollo 70 anni dopo.
L’assenza dei popoli
Naturalmente non abbiamo qui la possibilità di approfondire - né d’altronde lo riteniamo necessario - gli specifici accadimenti che segnarono la storia di quei giorni. Quello che si può dire, è che, guardando oggi a quegli eventi nella loro ottica generale, ciò che più colpisce - in special maniera ad osservatori abituati a interpretare gli eventi storico-politici con occhi non proprio del tutto “ingenui”, e non avulsi da quelle che sono le reali e recondite forze motrici della storia umana - è senz’altro l’aspetto “totalizzante” di questo moto insurrezionale collettivo europeo: è come se, pur mossi, come detto, da esigenze di varia natura e operanti in situazioni locali ben differenti le une dalle altre, i rivoluzionari svizzeri, francesi, tedeschi, austriaci, ungheresi, boemi, più tutti gli esponenti del movimento risorgimentale italiano, divisi nei differenti Stati della Penisola, si fossero dati un, per così dire, “appuntamento sovversivo” generale per quell’anno specifico, al quale, dal canto suo, non mancò neanche lo stesso Marx, con la pubblicazione del suo Manifesto.
Per capire meglio quanto detto, rivediamo un istante il divenire cronologico del progressivo affermarsi dei moti sovversivi:
- novembre 1847: in Svizzera le forze radicali sconfiggono il partito dei cantoni cattolici, il Sonderbund, trasformando la Confederazione in uno Stato federale e democratico in nome del principio della sovranità popolare che, come essi proclamarono apertamente, avrebbe dovuto trionfare di lì a poco anche negli altri Paese europei;
- 12 gennaio 1848: insorge Palermo per l’indipendenza e si proclamò la costituzione;
- 22 febbraio: insorge Parigi, ove avviene la prima rivoluzione socialista della storia, come Marx e il celebre storico liberale Tocqueville ebbero a chiarire;
- Tra febbraio e marzo Ferdinando IV, Leopoldo II, Carlo Alberto e Pio IX concedono la Costituzione;
- 13 marzo: insorge Vienna, Metternich cade e viene concessa la Costituzione;
- 17 marzo: insorge Berlino non solo per la Costituzione, ma per l’unificazione della Germania;
- 19 marzo: insorgono anche Budapest e la Boemia per l’indipendenza;
ma dal 18 marzo anche Milano era in rivolta, e dal 20 Venezia, ove si proclamò restaurato il governo della Serenissima; quindi rivolte vi furono anche nei Ducati di Parma e Modena. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiara la guerra all’Impero Austriaco, e da questo momento inizia il più importante di tutti i moti indipendentistici europei del 1848, quello italiano: inizia la cosiddetta “Prima Guerra d’Indipendenza”, inizia il Risorgimento nel suo aspetto militare.
Come appare evidente, riesce ben difficile poter pensare che tutta questa serie concatenata di rivoluzioni possa essere “frutto del caso”, o magari, come certa storiografia tende a far credere, conseguenza dell’incontenibile odio dei popoli oppressi che innesca un meccanismo inarrestabile di ribellione per la libertà.
Ciò evidentemente è ridicolo, anche perché, come ormai è cosa arcinota, il vero problema dei moti indipendentistici, e in particolare di quello risorgimentale, è la pressoché totale assenza di iniziativa veramente popolare, e quindi di “consenso delle masse”, marxianamente parlando. È il celebre problema della “rivoluzione passiva” di cuochiana memoria: Vincenzo Cuoco nel suo famoso Saggio esprime questo concetto fondamentale già per la Rivoluzione Napoletana del 1799, che fallì miseramente anzitutto perché ideata e voluta da una minimale élites intellettuale, senza alcun serio riscontro popolare, né a Napoli né nelle province.
Il problema del Risorgimento come ulteriore rivoluzione passiva è stato al centro di ogni dibattito storiografico e politico a partire da Gramsci in poi, in quanto è cosa evidente di per sé come la Rivoluzione Italiana non ebbe mai, neanche nei migliori momenti, alcun significativo consenso del popolo, anzi (sulla questione dei plebisciti, poi, è superfluo tornare nuovamente, visto che ben si conosce da ognuno il reale valore di quelle votazioni per lo più gestite da agenti mazziniani).
Del resto, identico discorso può essere fatto anche per gli altri Paesi coinvolti in rivoluzioni, comprese la Svizzera e ancor più la Francia, ove la rivoluzione, in maniera ancora maggiore che negli anni del giacobinismo, fu esclusivamente operazione “parigina”.
Se, dal punto di vista rivoluzionario, il ‘48 terminò nella cosiddetta “reazione”, ciò fu dovuto proprio all’assoluta indifferenza, quando non ostilità, delle popolazioni: ciò è talmente evidente che nessuno oggi osa disconoscere tale verità. Ciò che però quasi nessuno osa affrontare è il tentativo di spiegare come mai si innescò allora un tale irresistibile sommovimento generale europeo, tanto di carattere liberal-nazionale quanto radical-socialista, per di più scoppiato nel giro di pochi mesi ovunque con una serie concatenata di convulsioni incontrollate.
Il ruolo della Massoneria
Evidentemente esiste una sola logica spiegazione storico-politica: tutto ciò fu sapientemente preparato, coordinato ed abilmente attuato dalla regia delle sette massoniche e delle società segrete che tutti conosciamo essere a quei tempi attivissime.
Non stiamo dicendo naturalmente nulla di nuovo: tutti sappiamo come i più celebri protagonisti di quei giorni appartenessero a società segrete di stampo più o meno massonico, sia i rivoluzionari socialisti francesi che tutti quelli “nazionalisti” tedeschi, ungheresi ed italiani. Del resto non c’è proprio nulla di strano in questo: qualsiasi manuale di storia per le elementari dedica un capitolo al problema delle “società segrete”, a Mazzini, a Garibaldi e ai fratelli Bandiera, a Kossuth e a tutti gli altri rivoluzionari degli anni della Restaurazione. Naturalmente il manuale in questione non spiega cosa fossero realmente queste società segrete e cosa prevedessero nei loro piani di palingenesi della società e dell’intera umanità; però è cosa nota a chiunque la loro esistenza e la loro influenza sugli eventi storici, ed in particolar modo sul Risorgimento italiano.
Inutile nascondercelo: un ordine partì, e cospiratori di tutta Europa insorsero in armi per fare la Rivoluzione, anche se nella certezza morale del fallimento, e questo secondo il principio che ogni sconfitta nella politica può divenire una vittoria nella storia. Infatti, da questo punto di vista, l’importanza del ‘48 fu determinante: pur se nel fallimento generale, esso è accaduto, e da quel momento costituisce una pietra miliare nella storia secolare di quel fenomeno di totale sovversione della civiltà cristiana che prende il nome di Rivoluzione. Da questo punto di vista, esso fu veramente la “Primavera dei popoli”, anche se i popoli non vi parteciparono affatto, in quanto vi parteciparono però nel racconto dei protagonisti sopravvissuti, nei libri di storia, nei giornali rivoluzionari, nella leggenda della “vulgata” risorgimentale, nella memoria collettiva delle generazioni future: in tal senso, il ‘48 fu la più grande delle vittorie della Rivoluzione, tanto che lo stesso nome evoca il concetto di rivolta e confusione contro l’ordine stabilito.
Tutto questo lo diciamo soprattutto per mettere in rilievo un aspetto a volte un po’ troppo dimenticato del 1848, vale a dire il suo ruolo intrinsecamente anticristiano, e quindi rivoluzionario, a partire dalla rivolta anticattolica svizzera per arrivare ai provvedimenti social-radicali di Parigi e alle prime vessazioni e violenze anticlericali, triste presagio di ciò che poi accadrà sotto la Comune del 1870; a partire dai provvedimenti finalizzati alla laicizzazione della società adottati da tutti i governi rivoluzionari in carica, per arrivare all’esclusione del partito cattolico (i grandi tedeschi), legato agli Asburgo, dal processo di unificazione dei popoli germanici, a vantaggio dei piccoli tedeschi, legati alla dinastia protestante prussiana; a partire appunto dalle vicende di Roma mazziniana per arrivare all’esilio del Pontefice a Gaeta.
Una rivoluzione completa
Bisogna capire che, come detto in precedenza, il 1848 è un momento importante - forse più di quanto finora non ci si sia accorti - della storia del secolare processo rivoluzionario anticristiano, caratterizzato da entrambi i principi ideologici - rivoluzionari per essenza - stabiliti ufficialmente con la Rivoluzione Francese, il liberalismo ed il socialismo: fu liberale nei suoi ideali generali, negli uomini che lo attuarono e nell’uso strumentale che si fece dell’idea di sovranità nazionale in contrapposizione a quella di Monarchia per grazia divina e di sacralità del potere politico (movimenti nazionalisti ed indipendentisti); fu socialista nei suoi presupposti di rivoluzione sociale (rivoluzioni parigine di febbraio e giugno e Capitale di Marx ed Engels).
Ma è inutile sottolineare che è soprattutto in ambito italiano che esso trova la sua più completa espressione, e non solo dal punto di vista nazional-liberale, come è evidente a tutti. Per quanto si dica che mazziniani e soci non approvassero le istanze socialiste marxiste, e che queste restarono escluse dal movimento risorgimentale, il quale, a sua volta, fu guidato dalle correnti più moderate, non si può nascondere il fatto che tutti i capi democratici della Rivoluzione Italiana, a partire proprio da Mazzini per arrivare a Ferrari, Bixio, Mario, Pisacane, ecc., non rinnegarono mai tali istanze: si limitarono solo a subordinarle - in ordine alle necessità storiche e contigenti dell’attuale società italiana - all’ottenimento dell’indipendenza e dell’Unità politica, anche a costo di favorire momentaneamente una specifica dinastia. Anzi, tali conquiste erano per costoro i presupposti necessari che preludevano alla futura rivoluzione repubblicana e socialista, che avrebbe intronizzato il popolo sovrano al posto dei Re cattolici.
Ciò è innegabile, e rende, anche e soprattutto per l’Italia, il 1848 una Rivoluzione “completa”, secondo l’insegnamento che il noto pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira ha impartito nella sua più celebre opera, Rivoluzione e Controrivoluzione, ove afferma che ogni rivoluzione si evolve sempre in tre profondità concettuali: le tendenze, le idee, i fatti, e ognuna è presupposto della seguente. Orbene, come dicevamo, il ‘48 fu una vera rivoluzione completa in sé, anche se appendice della cosiddetta seconda Rivoluzione, la Rivoluzione Francese, senza la quale non avrebbe mai potuto avere luogo: fu rivoluzione nelle tendenze (come già indicato in precedenza, pose fine alla mentalità romantica ed alla società della Restaurazione per inaugurare da un lato l’età dei nazionalismi e degli imperialismi, dall’altro la cosiddetta rivoluzione industriale che tanto contribuì a trasformare la società europea nel più profondo dei suoi costumi e della sua mentalità); fu rivoluzione nelle idee (come detto, fu conseguenza tanto delle istanze liberali e nazionaliste quanto di quelle radical-socialiste); fu rivoluzione nei fatti (ne furono coinvolti, come già specificato, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Ungheria, Boemia, e soprattutto l’Italia, ove perfino il Papa fu cacciato dalla sua Santa Sede).
Una volta chiariti tali fondamentali presupposti, diviene più semplice anche emettere giudizi storici corretti e pertinenti sui fatti e sui protagonisti specifici:
1) sugli eventi di Parigi: la caduta della Monarchia capetingia “borghese” con Luigi Filippo d’Orléans, la Seconda Repubblica e il Secondo Impero, preludio all’affermazione definitiva della massonica ed anticattolica Terza Repubblica;
2) sugli eventi di Germania: l’affermazione della Prussia protestante sull’Austria cattolica e il conseguente operato politico di Bismarck, il Secondo Reich, il KulturKampf anticattolico, l’imperialismo tedesco, ecc.;
3) sugli eventi d’Austria: la caduta del Metternich che segna simbolicamente la morte dell’età della Restaurazione, la separazione magiara da Vienna e, soprattutto, l’infervorimento dei nazionalismi balcanici, causa fondamentale della tragedia della Prima Guerra Mondiale e quindi della stessa caduta dell’Impero;
4) la pubblicazione del Manifesto, vero punto di partenza storico-politico dell’affermazione della lotta di classe comunista nel mondo;
5) tutto ciò che accadde in Italia: la guerra dei Savoia contro l’Impero cattolico, la grande e definitiva “scelta di campo” di quella dinastia, l’affermazione delle idee mazziniane plebiscitarie, le Costituzioni laiciste contrarie al principio della sacralità monarchica, la momentanea caduta dello Stato della Chiesa e l’istituzione della Repubblica Romana con la fuga del Papa; l’istituzione di governi rivoluzionari dittatoriali democratici; l’affermazione del mito garibaldino; lo spostamento a Torino di ogni iniziativa rivoluzionaria e la diffusione del sentimento d’odio nei confronti dell’Impero cattolico; l’inganno, attuato nella mentalità collettiva del popolo, della confusione concettuale tra legittimo patriottismo e nazionalismo eversivo.
Tutto questo, e altro ancora, diviene chiaro alla luce degli eventi storici precedenti e susseguenti il ‘48. Questo fu un grande movimento di rivoluzione generale finalizzato, nell’immediato, all’estinzione della società della Restaurazione ed all’affermazione delle nazionalità contro i principii della Monarchia sacrale, alla lunga, all’affermazione delle prime istanze di rivolta socialista e comunista nella società europea. In un concetto, fu un grande momento della Rivoluzione gnostica e ugualitaria per sovvertire l’ordine cristiano della società: nell’ambito religioso, contro il potere temporale della Chiesa, la caduta del quale era preambolo necessario alle future “guerre” di carattere dottrinale e liturgico; nell’ambito politico, contro le monarchie cattoliche e quindi contro ogni principio di legittimità sacrale a favore delle istanze demagogiche sovversive; nell’ambito sociale, contro la proprietà privata a favore delle istanze di rivoluzione comunista e anche anarchica.
| Massimo Viglione - http://www.ilgiudiziocattolico.com/ |
giovedì 21 marzo 2013
Le Cinque giornate di Milano: fatti e misfatti del 48' milanese
Per "Cinque giornate di Milano" si fa riferimento all'insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848 nell'omonima città, capitale del Regno Lombardo-Veneto, che portò all'instaurazione di un governo liberale filo-sabaudo in sostituzione al legittimo governo asburgico.
Fu uno dei moti liberal-settari nazionalisti europei del 1848-1849 nonché uno degli episodi della così detta "storia risorgimentale italiana" del XIX secolo, preludio all'inizio della prima guerra di espansionismo sabaudo (per la storiografia patriottarda "Prima guerra d'indipendenza): la rivolta infatti influenzò le decisioni del tentennante re di Sardegna Carlo Alberto che dopo aver a lungo esitato, approfittando della temporanea debolezza degli imperial-regi in ritirata, dichiarò guerra all'Impero d'Austria.
Antefatti
Regno Lombardo-Veneto
Nel settembre 1847 fece il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, che sostituiva Karl Kajetan von Gaisruck, i festeggiamenti per la nomina di un arcivescovo lombardo, con un insistente canto dell'inno a Pio IX per rabbonirsi il popolo fedelmente cattolico, dettero la possibilità ad un gruppo di facinorosi di creare caos provocando la reazione della polizia che caricò la folla a piazza Fontana dove nella mischia perse la vita un milanese e ne rimasero feriti altri, nello stesso periodo gli animi dei sovversivi iniziarono ad infiammarsi dalle notizie dei moti liberali calabresi e divenne di moda tra di loro indossare i cappelli tronchi conici detti alla calabrese .
Carlo Bartolomeo Romilli
Karl Kajetan von Gaisruck
Nei primi giorni del gennaio 1848 per protestare contro l'amministrazione asburgica i liberali milanesi decisero di non fumare più, volendo in tal modo colpire le entrate erariali dovute alla tassa sul tabacco. Gli ideatori andavano in giro per la città e ogni qual volta vedevano un milanese fumare lo punivano severamente obbligandolo a sottostare allo "sciopero". In tutta risposta alla provocazione che minava l'ordine pubblico il comando asburgico ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari. I soldati furono anche provvisti di abbondanti razioni di acquavite e negli alterchi coi i rivoltosi che li attaccavano di frequente non esitarono come giusto ad usare le daghe, al termine di tre giorni di reazione allo sciopero si contarono 6 morti e oltre 80 feriti fra milanesi rivoluzionari, milanesi austriacanti e soldati imperial-regi. Nel gennaio 1848, quando a Milano lo ‘sciopero del tabacco’ stava raggiungendo il suo culmine, l’alto comando militare asburgico nel Regno Lombardo-Veneto non dubitava affatto della lealtà dei soldati italici, e nonostante giungessero avvisaglie, nei mesi precedenti, di una forte attività di propaganda per spingere alla disubbidienza e alla diserzione i reparti d’ogni nazionalità, ed in particolare i lombardo- veneti, Radetzky non credette di dover intervenire e li giudicò casi isolati. Il Generale imperiale von Schönhals anzi, nelle sue Memorie, ricorda con compiacimento come a Milano il 5 gennaio “…i soldati uscirono dalla caserma col cigarro in bocca, non però come l’altre volte isolatamente. I granatieri italiani in ispecie avevano un cigarro ai due lati della bocca, e se ne andarono allegramente, mandando fuori nugoli di fumo.”
Litografia di propaganda risorgimentalista che mostra dei soldati dell'imperial-regio esercito malmenare dei milanesi durante lo "sciopero del fumo".
La rivolta settaria di Palermo del 12 gennaio e la conseguente decisione del Re Ferdinando II di concedere la fiducia ai liberali concedendo una Costituzione, a cui seguì ai primi di febbraio la promulgazione dello Statuto Albertino e la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio, oltre all'esperimento costituzionale nel Ducato di Parma, fecero salire a livelli ancora più alti la tensione a Milano. Proseguendo le manifestazioni sovversive dei liberali nel Regno, il 22 febbraio venne promulgata in tutto il Lombardo Veneto , in risposta alla situazione critica in cui le bande sovversive avevano gettato lo stato, la Legge Stataria, che rimuoveva le garanzie per gli imputati ai processi, e secondo l'articolo 10 "non ha luogo né ricorso né supplica di grazia" contro la sentenza del giudice. Tuttavia le manifestazioni sovversive proseguirono, e il Radetsky , anche per ordini superiori, non utilizzò le truppe per ripristinare l'ordine on d'evitare il caos causato dai fatti legati allo sciopero del fumo.
I moti del 1848 toccarono anche Vienna (il 15 marzo Ferdinando I, costretto da alcuni elementi corrotti del governo, firmò una costituzione) e Berlino, lasciando intravedere ai liberali milanesi, ma anche agli ingenui autonomisti e popolani che si erano aggregati, che era possibile un radicale cambiamento anche nel Regno Lombardo-Veneto. Mentre a Milano si diffondevano le notizie della concessione di alcune riforme nei diversi Stati della penisola, il governatore Spaur e il viceré Ranieri Giuseppe, che era milanese DOC avendo assorbito dalla città vizi e virtù, si spostarono nella più tranquilla Verona.
Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena (Vicerè del Regno Lombardo-Veneto dal 1818 al 1848)

Proclama del Viceré Ranieri (5 gennaio 1848)
Gruppi rivoluzionari-insurrezionali
I milanesi ostili al governo asburgico erano suddivisibili in tre gruppi, ideologicamente separati per ispirazione politica e obiettivi, spesso in disaccordo e fino a quel momento non coordinati fra loro:
- mazziniani repubblicani, di cui i più rappresentativi erano Attilio De Luigi, Pietro Maestri, Luciano Manara e Giovanni Cantoni
- democratici riformisti, ostili anche al Regno di Sardegna e a Carlo Alberto, più desiderosi di ampie e profonde riforme che di una rivoluzione, fra questi Carlo Cattaneo, Pompeo Litta e Giulio Terzaghi
- nobili e patrizi, aspiranti alla fusione col Piemonte, di cui la figura di maggio rilievo era il podestà Gabrio Casati
- (tutti i gruppi, in un modo o nell'altro e a diversi gradi , erano "pilotati" da membri della massoneria).
Gabrio Casati
La Storia degli eventi del 48' milanese
I primi combattimenti :
Il 18 marzo 1848 la manifestazione ben presto si trasformò in un assalto: O'Donell , il rappresentante del governatore Spaur, venne costretto dagli sgherri rivoluzionari a firmare una serie di concessioni e in tutta Milano cominciarono i combattimenti in strada.
Il consiglio di guerra:
Tra la fine del terzo giorno di lotta e l'inizio del quarto la situazione era entrata in stallo: le truppe austriache salde sulle loro posizioni (ma senza edifici capaci di ospitare tutti i soldati e consci che la perdita di una sola porta avrebbe vanificato l'intera operazione) e i sovversivi milanesi relativamente sicuri per le strade, ma a corto di rifornimenti. Radetzky inviò quindi un'offerta di tregua che divise il Consiglio di guerra tra moderati e democratici. Casati e i nobili , desiderosi di un cambio di governo favorevole alla loro smania di potere e ricchezza , chiedevano ad alta voce l'accettazione dell'armistizio e la chiamata in causa del re di Sardegna Carlo Alberto (con cui già aveva parlamentato il conte Martini che riferì al Consiglio, il 21 marzo, di aver ricevuto una risposta interlocutoria) che aveva già radunato l'esercito a Novara, pronto a muoversi non appena le personalità liberali milanesi più influenti avessero firmato una petizione necessaria per coprirsi e giustificare, di fronte alle diplomazie internazionali, l'entrata delle sue truppe nel Lombardo-Veneto.
A detta dei moderati, l'intervento delle truppe sabaude era necessario per sconfiggere l'esercito imperiale in una vera e propria campagna militare (secondo loro impraticabile dagli inesperti sgherri rivoltosi) e per prevenire eventuali degenerazioni rivoluzionarie fuori controllo; alcuni proposero anche, se il futuro fosse stato lombardo-piemontese, che il baricentro ne sarebbe stato Milano, a scapito di Torino. Diversa era invece la posizione dei democratici, con in testa Cattaneo: contrari ad ogni petizione e ad ogni armistizio, erano convinti che la rivoluzione avrebbe trionfato anche senza ricevere aiuti dall'odiato Savoia .
Alla fine prevalse il punto di vista dei democratici, l'armistizio fu rifiutato e si tornò a combattere. Il 21 marzo il rivoluzionario calzolaio Pasquale Sottocorno riuscì ad incendiare la porta del palazzo del genio in via Monte di Pietà creando una manovra elusiva permettendo ai rivoltosi guidati da Luciano Manara, Enrico Dandolo ed Emilio Morosini di impossessarsi della struttura, durante l'attacco restò ucciso Augusto Anfossi, uno dei fanatici capi militari della rivolta.
La temporanea vittoria della Rivoluzione :
Il 22 marzo mattina le strade cittadine erano sotto il controllo degli insorti, mentre gli imperial-regi controllavano le mura spagnole ed il Castello Sforzesco chiudendo la città in una cerchia, tuttavia nella campagna circostante le strade erano bloccate da quella parte di popolazione che aveva seguito l'inganno della rivoluzione e delle promesse di autonomia e che ora era in rivolta e agli imperiali mancava la possibilità di ricevere rifornimenti e rinforzi, per cui Radetski , il quale aveva a disposizione pezzi d'artiglieria sufficienti da soli a mettere fine alla rivolta , decise di prepararsi alla ritirata piuttosto che cannoneggiare quella che era divenuta a tutti gli effetti la sua città, dove conviveva con una milanese dalla quale aveva avuto dei figli nati a Milano e dove il popolino lo amava in specie quando scendeva tra la gente comune nelle tante osterie milanesi. Egli abbandonando la città conservò le posizioni per garantirsi una ordinata ritirata delle sue truppe tra le quali era presente il 44° Reggimento Arciduca Alberto composto interamente da milanesi. Gli scontri proseguirono quindi con i rivoluzionari che attaccavano per forzare il blocco e unirsi con gli insorti della campagna, le armi ai rivoltosi ormai non mancavano, grazie a quelle catturate in combattimento e quelle rinvenute nelle caserme abbandonate.
Immaginetta risorgimentalista di propaganda raffigurante l'abbandono della città di Milano da parte delle truppe imperiali.
Un primo attacco venne tentato la mattina contro Porta Comasina, quindi Porta Ticinese, entrambi respinti, ebbe infine successo un terzo assalto alla sguarnita Porta Tosa (in seguito per questo motivo Porta Vittoria) guidato da Manara. La porta venne conquistata a notte fonda sotto la luce degli incendi che divampavano nelle case adiacenti, la bandiera della rivoluzione venne issata sulle rovine della porta da Francesco Pirovano, uno dei tanti illusi giovinetti, garzone di panetteria di diciassette anni. La conquista di Porta Tosa segnò la temporanea vittoria della rivoluzione milanese.
Porta Tosa comunque venne temporaneamente ripresa dagli imperial-regi in quanto da questa posizione iniziava la strada che forzatamente avrebbe dovuto percorrere in ritirata per raggiungere le fortezze del Quadrilatero, seguendo la via dell'Adda. Radetzky lasciò la città la notte tra il 22 e il 23 marzo 1848 diretto verso il "Quadrilatero". La storiografia così detta "ufficiale" parla di 19 ostaggi al seguito del Radetzky ma in realtà questa storia montata come tante altre del periodo in questione non ha basi logiche ne veritiere.
Le quattro fortezze del Quadrilatero
L'idea vincente per assaltare le posizioni forti imperiali arrivò da Antonio Carnevali, ex giacobino e bonapartista professore di scuola militare ed ex ufficiale della Guardia di Napoleone nella campagna di Russia, che propose di avvicinarsi usando delle barricate mobili costituite da fascine di tre metri di diametro, bagnate per prevenire incendi, che i rivoltosi avrebbero dovuto far rotolare davanti a sé riparandosi dai proiettili .
Nonostante l'ormai certa vittoria sul campo visto che il Radetzky aveva lasciato la città, sul piano della politica Cattaneo venne meschinamente sconfitto al consiglio di guerra, infatti fu spedito a Torino un messaggero che portava la petizione falsificata con cui i milanesi chiedevano a Carlo Alberto di entrare in Lombardia. La petizione era un falso creato dal partito filo sabaudo che non teneva in nessun modo conto del parere della stragrande maggioranza dei milanesi.
Terminata la rivolta nacque infine l'organo ufficiale del governo provvisorio milanese, composto da un élite liberale, che prese il nome di "Il 22 marzo". Il sovversivo giornale iniziò le sue pubblicazioni il 26 marzo 1848, dalla sede di Palazzo Marino, sotto la direzione di Carlo Tenca.
Nonostante l'ormai certa vittoria sul campo visto che il Radetzky aveva lasciato la città, sul piano della politica Cattaneo venne meschinamente sconfitto al consiglio di guerra, infatti fu spedito a Torino un messaggero che portava la petizione falsificata con cui i milanesi chiedevano a Carlo Alberto di entrare in Lombardia. La petizione era un falso creato dal partito filo sabaudo che non teneva in nessun modo conto del parere della stragrande maggioranza dei milanesi.
Terminata la rivolta nacque infine l'organo ufficiale del governo provvisorio milanese, composto da un élite liberale, che prese il nome di "Il 22 marzo". Il sovversivo giornale iniziò le sue pubblicazioni il 26 marzo 1848, dalla sede di Palazzo Marino, sotto la direzione di Carlo Tenca.
Il 23 marzo, il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Milano, le truppe piemontesi passarono il Ticino dirigendosi verso Milano dando inizio la prima guerra di espansionismo sabaudo.
L'esercito piemontese si mosse con estrema lentezza dando modo agli imperial-regi di ritirarsi senza rilevanti perdite nel Quadrilatero, sconfitte solo in due piccole battaglie al ponte di Goito (9 aprile) e Pastrengo (30 aprile) dove l'esercito piemontese si scontrò con una piccola retroguardia.
Circa un mese dopo i sardo-piemontesi, sfruttando il periodo di caos che imperversava nell'Impero e appoggiati dalla fiducia degli altri stati d'Italia che avevano dato il loro appoggio militare in vista della creazione di una Confederazione Italiana, si impadronirono della fortezza di Peschiera del Garda, per cercare di liberare la quale Radetzky mise in fuga i volontari universitari toscani che fuggirono alle prime fucilate a Curtatone e Montanara dove i volontari napoletani tennero testa a un esercito molto più numeroso e armato così da permettere al Carlo Alberto di vincere a Goito.
Battaglia di Custoza
Il 10 giugno Carlo Alberto ricevette una delegazione guidata dal podestà di Milano Casati, che recava l'esito farsa del plebiscito che sanciva l'unione della Lombardia al Regno di Sardegna. Questo "plebiscito" era stato votato dai soli membri del partito filo-sabaudo e fatto passare come una "volontà popolare" che non c'era.
Anche il Garibaldi si recò a Milano in cerca di opportunità, dove, non senza difficoltà, venne nominato dal Governo provvisorio della città, Maggior Generale con l'incarico di organizzare un corpo di volontari.
Garibaldi e i suoi mercenari così, non furono in grado di attuare razzie in Lombardia anche se a Milano non mancarono episodi di sciacallaggio garibaldino.
La situazione dell'esercito sardo-piemontese era compromessa e il re tentenna ordinò una ritirata verso l'Adda e Milano, dove i piemontesi vennero accolti da una città fredda e deserta, delusa e furiosa nei loro confronti per l'inganno subito. Carlo Alberto, sebbene inizialmente non abbandonò la città nonostante rischiasse un linciaggio, il 4 agosto assediato dai milanesi che si ammassarono attorno alla sua residenza abbandonò Milano fuggendo da Palazzo Greppi travestito da gendarme. Questo il resoconto del Cattaneo: " Dicesi che fosse uscito per una casuccia laterale, travestito da gendarme e menando a mano un cavallo". Nella sua fuga vergognosa il Carignano si imbatté nell'esterefatto Generale Bava , che di quella fuga evidentemente non sapeva nulla.
Il giorno dopo la capitolazione gli imperial-regi , con in testa il Radetzky, rientrarono trionfalmente a Milano, da dove nel frattempo la maggior parte dei promotori della rivoluzione era fuggita. Come nuovo governatore fu posto Felix Schwarzenberg.
Il Radetzky venne accolto nella città , che fino a pochi mesi prima li si presentava ostile, con un tripudio di sincera devozione da parte del popolo che al suo passaggio soleva ribadirgli : " Son sta' i sciori!". Non ci fu nessuna sanguinosa repressione , il Radetzky emanò un bando nel quale sottolineava che chiunque avesse voluto era libero di lasciare la città. Circa un centinaio furono i fuoriusciti lombardi che seguirono la ritirata piemontese oltre il Ticino e che vennero accolti malissimo dalle popolazioni delle campagne piemontesi ridotte in miseria dalla guerra del re tentenna.
Radetzky guida le sue truppe alla riconquista di Milano (5-6 agosto 1848)
Lo stesso Casati fuggì seguendo il Carlo Alberto in Piemonte e stabilendosi li divenendo in seguito Senatore, poi Ministro ed in fine , dopo la coatta unità d'Italia, Presidente del Senato fino al 1872, morì l'anno seguente.
Milano si presentava lieta del ritorno alla pace, specie quei molti che della passata insurrezione neanche avrebbero voluto intendere, e che al passaggio dei Dragoni di Radetzky , salutavano quel ritorno alla quiete come una benedizione.
A proposito della situazione del 48' milanese, Hubner scrive nelle sue memorie:
"Con la parola Patria, Italia! sono state elettrizzate le masse non del popolo , ma delle classi così dette colte. Pure , anche in mezzo a queste trovansi molte persone istruite , beneducate, in buona posizione, agiate se non ricche che, sebbene non si amassero, esitavano a separarsi da un governo al quale l'Italia doveva i benefici di una lunga epoca non interrotta di prosperità , di ordine, di pace. Esitavano a gettarsi nel movimento , a correre dietro all'ideale di uno stato di cose nuovo, ignoto, inaudito, senza precedenti nella storia moderna, propugnato da uomini non ispiranti fiducia , favorito dall'influenza occulta delle sette che inspiravano terrore".
Il Radetzky fece affiggere nelle mura della città un manifesto : "l'Imperatore" vi si leggeva "ha accordato a tutti gli abitanti del Regno Lombardo-Veneto indistintamente perdono pieno per la parte che potessero aver presa agli avvenimenti politici del corrente anno , ordinando che non possa farsi luogo contro di loro ad alcuna inquisizione o punizione."
Proclama di Radetzky, Milano 3 settembre 1848.
Il feldmaresciallo scriveva alla figlia il 7 agosto 1848:
"Tu vedi, adorata Friederike che con l'aiuto di Dio , quattordici giorni dopo aver preso l'offensiva sono giunto felicemente a Milano e ho stabilito il mio quartier generale alla Villa Reale , ho battuto Carlo Alberto in quattro accaniti combattimenti e da ultimo ancora una volta davanti alle porte di Milano, e così ho riconquistato la Lombardia... Io mi interesso ora della popolazione , che ci ha accolto a braccia aperte. I caporioni sono tutti in fuga e io faccio sequestrare i loro beni a nostro profitto."
E tre giorni più tardi scriveva di nuovo:
"Sono ora in trattative col Piemonte e spero di concluder la pace : la sottomissione del paese procede bene , la popolazione delle campagne è ottima e attaccata a noi: io cerco di alleviare le sorti del popolo dovunque posso , e metto sotto sequestro i beni dei compromessi politici fuggiaschi."
L'ordine era tornato nella città degli Sforza e di Sant'Ambrogio e con l'ordine tornò la pace e la prosperità.
I fatti successivi:
Il Radetzky , già dopo Custoza, venne insignito della Gran Croce dell'ordine di Maria Teresa. Il 27 febbraio 1849 anche i borghesi di Vienna desiderosi di rabbonire il fiero feldmaresciallo lo vollero fregiarlo del titolo di cittadino onorario. Gli onori raggiunsero il culmine dopo Novara: l'Imperatore d'Austria lo insignì dell'Ordine del Toson d'Oro, il 3 aprile 1849. Lo Zar Nicola I lo faceva maresciallo di tutte le armate russe e 'proprietario' di un suo reggimento di ussari.
Soprattutto Radetzky assunse il governo militare e civile delle province del Lombardo-Veneto, aggiungendo alla piena autorità militare anche la piena autorità civile.
Il passaggio fu tanto simbolico (in quanto si rinunciava alla figura del viceré e dal governatore venne a dipendere sia l'esercito sia la direzione civile e politica), quanto sostanziale ( il feldmaresciallo si arrogò molte competenze civili, oltre a quelle di polizia). Lo stesso giorno il feldmaresciallo stese un proclama significando che «All'imperatore … pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere: da quel giorno egli fu il protettore e il garante dell'ordine legittimo del regno dai cattivi sudditi».
Nel novembre 1856 l'imperatore Francesco Giuseppe I venne in visita a Venezia e Milano: a Verona incontrò il feldmaresciallo, ormai novantenne, lo giudicò "terribilmente cambiato " e decise di congedarlo.
Il Feldmaresciallo Radetzky nel 1856.
Il 10 marzo al Radetzky successe il fratello dell'imperatore, l'arciduca Ferdinando Massimiliano, giunto a Milano nel settembre 1857. Comandante generale del Regno fu nominato il Gyulai.
Ci volle poco tempo prima che la catastrofe si abbattesse nuovamente sul Lombardo-Veneto : nella primavera del 1859 la rivoluzione tornò nelle fila dell'esercito franco-piemontese che , osteggiata dal popolo fedele al governo legittimo, avvolse in una cappa oscura e perpetua la perla dell'asburgico Impero.
Fonte:
Wikipedia
Le cinque giornate di Radetzky ( Giorgio Ferrari)
I veronesi nell'esercito asburgico (di Nicola Cavedani)
Scritto da:
Redazione A.L.T.A.
martedì 5 marzo 2013
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