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lunedì 23 marzo 2015
martedì 1 maggio 2012
Plebisciti: solo una bella parola
di Angela Pellicciari
1860: plebisciti indetti in mezza Italia per manifestare la volontà popolare di annessione al Piemonte. L’allora capo della polizia politica confessa la falsificazione dei risultati. Minaccia di morte ai tipografi che avessero stampate le schede contrarie all’annessione. Una vera truffa.
[Da "il Timone" n. 28, Novembre/Dicembre 2003]
Bisogna dire che la favola dell’unità d’Italia realizzata dai Savoia e dai liberali, in nome della costituzione e della libertà, è stata ben raccontata. E ancora meglio ripetuta. I popoli — si diceva (e si continua a ripetere) — “gemevano” sotto il giogo del malgoverno papalino e borbonico. I popoli, dunque, andavano liberati e Vittorio Emanuele era lì pronto per l’occasione. Cuore forte e magnanimo, il Re di Sardegna si sarebbe mosso solo perché intenerito dal pianto di coloro (tutti gli italiani) che giustamente aspiravano ad una vita da uomini liberi e non da schiavi. Questa leggenda, dicevo, è stata propagandata con cura. Peccato sia radicalmente falsa. Prima di invadere (senza dichiarazione di guerra, e sempre negando, come nel Meridione, la propria diretta partecipazione all’impresa) uno dopo l’altro tutti gli Stati italiani, il governo sardo-piemontese ha fatto in modo che avvenissero “sollevazioni spontanee” in favore dei Savoia. Si trattava di garantire il buon nome del re sabaudo di fronte all’opinione pubblica italiana e straniera.
Ecco cosa scrive Giuseppe La Farina, braccio destro di Cavour, in una lettera a Filippo Bartolomeo: “È necessario che l’opera sia cominciata dai popoli: il Piemonte verrà chiamato; ma non mai prima. Se ciò facesse, si griderebbe alla conquista, e si tirerebbe addosso coalizione europea”. Il re Vittorio Emanuele — continuava — dice: “io non posso stendere la mia dittatura su popoli che non m’invocano, e che collo starsi tranquilli danno pretesto alla diplomazia di dire che sono contenti del governo che hanno”.
Fatto sta che, nonostante il gran daffare che si sono dati, i liberali sono riusciti ad organizzare le “insorgenze” popolari solo a Firenze, a Perugia e nei ducati. A Napoli come a Roma non ‘è stato nulla da fare. E dove pure sono riusciti ad organizzarle, lo hanno fatto con la corruzione e la frode. A Firenze, per esempio, a “insorgere” sono stati un’ottantina di carabinieri fatti venire per l’occasione da Torino e spacciati per popolani toscani da Carlo Boncompagni, ambasciatore sardo in città. Quando si dice la fantasia! Questa di certo non difettava alla classe dirigente piemontese, desiderosa di conquistare un regno prestigioso come l’Italia.
A cose fatte, a conquista avvenuta, si trattava di mostrare urbi et orbi quanto felici fossero gli italiani del nuovo stato di cose. A questo scopo i padri della patria hanno fatto ricorso ai plebisciti. Hanno cioè chiamato tutta la popolazione a votare (cosa inaudita in un’epoca in cui aveva diritto di voto meno del 2% degli abitanti) perché tutti, ma proprio tutti, avessero modo di manifestare in modo democratico, e cioè col voto, il proprio entusiasmo unitario.
Indetti l’11 e 12 marzo 1860 in Emilia, Toscana, Modena e Reggio, Parma e Piacenza, il 21 ottobre in Italia meridionale, il 4 e 5 novembre nelle Marche e nell’Umbria, i plebisciti hanno dato un risultato strabiliante. Praticamente tutti erano per Vittorio Emanuele Re d’Italia. Non c’era nessuno, quasi nessuno, che rimpiangesse i vecchi governanti. Meno che mai il Papa.
Il fatto è strano, bisogna dirlo. Come strana fu la straordinaria affluenza alle urne, tenuto soprattutto conto che la maggioranza della popolazione era analfabeta e che a prassi del voto era una novità quasi assoluta. Tanta stranezza ha una facile spiegazione: il dato plebiscitario, tanto propagandato, è stato il risultato di una truffa gigantesca, confezionata ad arte.
Il capo della polizia politica Filippo Curletti, cosi ricorda nel suo Memorandum: “Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede per le elezioni del parlamenti locali, come più tardi pel voto dell’annessione. Un picciol numero di elettori si presentarono a prendervi parte: ma, al momento della chiusura delle urne, vi gittavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti. Non è malagevole spiegare la facilità con cui tali manovre hanno potuto riuscire in paesi del tutto nuovi all’esercizio del suffragio universale, e dove l’indifferenza e l’astensione giovavano a maraviglia alla frode, facendone sparire ogni controllo”.
Curletti ci tiene a chiarire che le cose stanno proprio come le racconta e specifica: “per quel che riguarda Modena, posso parlarne con cognizione di causa, poiché tutto si fece sotto i miei occhi e sotto la mia direzione. D’altronde le case non avvennero diversamente a Parma ed a Firenze”. Per quanta riguarda la Toscana abbiamo una divertente testimonianza raccontata dalla Civiltà Cattolica. Lì una pressante campagna di stampa aveva dichiarato “nemico della patria e reo di morte chiunque votasse per altro che per l’annessione. Le tipografie toscane furono poi tutte impegnate a stampare bollettini per l’annessione: e i tipografi avvisati che un colpo di stile sarebbe stato il premio di chi osasse prestare i suoi torchi alla stampa di bollettini pel regno separato. Le campagne furono inondate da una piena di bollettini per l’annessione. Chiedevano i campagnuoli che cosa dovessero fare di quella carta: si rispondeva che quella carta dovea subito portarsi in città ad un data luogo, e chi non l’avesse portata cadeva in multa. Subito i contadini, per non cader in multa, portarono la carta, senza neanche sapere che cosa contenesse”.
Il 9 ottobre, da Ancona, Vittorio Emanuele aveva indirizzato ai Popoli dell’Italia meridionale il seguente proclama: “Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l’ordine: io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma per fare rispettare la vostra. Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza, che protegge le cause giuste, ispirava il voto che deporrete nell’urna”. Forte del favorevolissimo risultato plebiscitario, il 7 novembre il Re aveva dichiarato: “Il suffragio universale mi dà la sovrana podestà di queste nobili province. Accetto quest’alto decreto della volontà nazionale, non per ambizione di regno, ma per coscienza d’italiano”.
“Uscite, popolo mio, da Babilonia” (Ap 18,4). Bene ha fatto Pio IX a proclamare il non expedit. I cattolici, con quel tipo di Stato, non dovevano aver nulla a che fare.
Ricorda
“In alcuni collegi, questa introduzione in massa, nelle urne, degli assenti – chiamavano ciò completare la votazione – si fece con sì poco riguardo che lo spoglio dello scrutinio dette un numero maggiore di votanti che di elettori iscritti”. (Filppo Curletti, stretto collaboratore di Cavour, nel suo Memoriale, cit. in Angela Pellicciari, I panni sporchi dei mille, liberal edizioni, Roma 2003, p. 29).
Bibliografia
Patrick Keyes O’Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Ares 2000.
Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000.
Angela Pellicciari, I panni sporchi dei mille, liberal edizioni, Roma 2003.
Massimo Viglione [a cura di], La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento, Il Minotauro, Roma 2001.
Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, Casale Mon.to 1998.
Paolo Gulisano, O Roma o morte! Pio IX e il Risorgimento, Il Cerchio. Rimini 2000.
Geraldo Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano visto dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio, Rimini 1999.
Associazione culturale Identità Europea [a cura di], Il risorgimento italiano, Itaca, Castel Bolognese 2000.
venerdì 16 marzo 2012
STATO TOSCANO ANNESSO: IL PLEBISCITO FARSA
Il 21 luglio 1858, si svolse a Plombières un convegno segreto nel corso del quale Napoleone III si impegnò ad un’alleanza militare in caso di aggressione austriaca allo Stato sabaudo. Si stabilì, in quella riunione, di aggregare i numerosi Stati italiani in tre regni soltanto: il regno dell’Alta Italia (la Padania) da assegnare al nuovo re sabaudo Vittorio Emanuele II; il regno dell’Italia centrale da conferire a Gerolamo Bonaparte detto Pon-Pon oppure ai Lorena; il regno dell’Italia meridionale, da lasciare ai Borbone, oppure da assegnare a Luciano Murat. In cambio, Vittorio Emanuele II avrebbe ceduto a Napoleone III la Savoia e, se del caso, la contea di Nizza. L’idea di una Grande Italia non fu nemmeno proposta a riprova del fatto che si trattava ancora di una illazione. I Savoia si accontentarono di buon grado di allungare le zampe su di una Piccola Italia (cioè di un più grande Piemonte). Ne scaturì una proposta ragionevole che, se realizzata, avrebbe salvato il futuro Stato italiano dalla sua contraddizione di fondo: essere uno senza riconoscersi trino.
L’anno successivo la guerra con l’Austria scoppiò davvero (i Savoia riuscirono a farsi “aggredire” mettendocela tutta). Nonostante le cocenti sconfitte di Vittorio Emanuele II la guerra fu presto vinta dal suo potente alleato francese.
Più o meno in contemporanea con la “seconda guerra d’indipendenza”, una serie fortunata di piccoli colpi di Stato, congiure di palazzo e manifestazioni di piazza, pilotata con sagacia dal governo di Torino ed eseguita da una élite di golpisti e, nel caso dei sudditi pontifici, di “secessionisti” in piena regola (secondo la terminologia attuale), cacciò i governi legittimi, anche se sicuramente reazionari, insediati nella Toscana e in quella che oggi è l’Emilia-Romagna (i “ducati” e le “legazioni”). L’élite nazionalista, salita al potere, reclamò l’annessione immediata nell’intento di avviare concretamente il processo d’unificazione nazional-naturale.
Per legittimarla, e per dotarsi di un alibi indispensabile (in assenza di precedenti, sia pure labili e ormai improponibili in quanto “scaduti”, come quello milanese), Torino decise di indire in questi territori un plebiscito aperto a tutti i cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni. Il plebiscito si tenne nel marzo del 1860 con una strepitosa quanto farsesca vittoria degli annessionisti.
Nonostante avesse ceduto, proprio nel marzo, col Trattato di Torino, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza alla Francia, il re di Sardegna indisse nell’aprile (sempre del 1860), un analogo plebiscito rivolto a quelle popolazioni: una farsa ancora più indecorosa in quanto non c’era ormai più nulla da decidere. Ad ogni modo, per la fortuna del re, savoiardi e nizzardi decisero (fu fatto in modo che decidessero) per la Francia.
L’annessione dello Stato toscano al regno sabaudo fu ottenuta con risultati stupefacenti: 366.471voti per l’annessione contro appena 19.869 per il mantenimento dell’indipendenza. Ma furono anche risultati “drogati”. Soltanto la comunità di Castiglion Fibocchi votò, sintomaticamente, a maggioranza per l’indipendenza della Toscana: e questa fu una imperdonabile trascuratezza dell’apparato che pilotava il plebiscito. Un libro di “rivelazioni” dovuto a un agente segreto del regno di Sardegna, tale J. A. (in realtà Filippo Curletti), stampato a Bruxelles (senza data) e poi ristampato, ancora senza data né indicazione del luogo di edizione, in Italia, intitolato La verità intorno agli uomini e alle cose del regno d’Italia, ci ragguaglia con dovizia di particolari su questo plebiscito.
In prossimità del referendum, il Curletti fu inviato, in Emilia e a Firenze, da Torino “con ottanta carabinieri travestiti” per prepararlo. “Noi ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori, indi preparammo tutti i polizzini [cioè le schede per la votazione]”. Constatato come soltanto “un piccolo numero di elettori si presentò” ai seggi, Curletti racconta che “noi, nel momento della chiusura delle urne, vi gettammo i polizzini (naturalmente nel senso piemontese) di quelli che s’erano astenuti”. Va detto che le schede venivano consegnate aperte e infilate nell’urna dei SÍ e in quella dei NO dagli elettori, sotto gli occhi di tutti: racconta il Curletti che “avanti l’apertura del suffragio, carabinieri e agenti di polizia travestiti riempivano le sale dello scrutinio”. Il travestimento derivava dal fatto che si trattava di “piemontesi”. Parma, Modena e Toscana disponevano infatti, ancora, di propri gendarmi, i quali non furono impiegati nell’occasione. “In alcuni collegi, l’immissione nelle urne dei polizzini degli astenutisi (chiamiamo ciò completare il voto), si fece con tanta trascuratezza e sì poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede un maggior numero dei votanti, di quello che lo fossero gli elettori iscritti. In siffatti casi si rimediò al mal fatto con una rettificazione al processo verbale”.
Così stava nascendo l’Italia.
di SERGIO SALVI
mercoledì 12 ottobre 2011
IL PLEBISCITO:La farsa per giustificare un usurpazione.
A' 21 ottobre seguì il plebiscito, a mo' di Franza, con suffragio universale, fuorché ne' luoghi tenuti dal Re. Ciò dopo decretata l'annessione, con carceri piene de' più considerati personaggi del Reame, con la potestà stretta nella setta, con dittatorio governo, con cinquantamila garibaldini, e migliaia di onnipotenti camorristi sparsi per ogni parte; ciò quando Vittorio, re da proclamarsi, stava con altri cinquantamila soldati sardi di guarnigione entro Napoli; con la guerra fervente, col terrore universale, tra il sangue e le persecuzioni. Cotante arme straniere a guarentigia delle fellonie, a sicurezza della conquista, assistevano al "libero" voto. Fu giorno di spavento. In ogni pur minimo paesello i faziosi, prese le sedi municipali ed i gradi Nazionali, sforzavano le volontà. Con essi erano contrabbandieri, speranti sempre durasse la cuccagna, proletari per mangiar senza fatica, ambiziosi per guadagnar soldi e croci, talun possidente illuso da promesse d'abolirsi le tasse fondiarie, galeotti fuor d'ergastolo, e facinorosi credendo più non fosser leggi: cotai genti, che n'ha ogni paese, davano vita al plebiscito. Dall'altra parte nessun uomo onesto metteva importanza legale a quell'abbozzo di comizii non più visti, opera di forza da durare quanto la forza; ciascun buono schifando quei brogli di piazza si serrava in casa. In tempi ch'a un girar di palpebra l'uomo era morto, e che, non che impunità, premio ne veniva all'assassino, salvar la persona era il pensiero generale. Talun minacaato andò per paura a dare la sua scheda; pensava: che guadagna Francesco col mio "No"? metto il "Si", e sto quieto. In Napoli più giorni prima affissero cartelli, dichiaranti "nemico della patria" chi s'astenesse, o desse il voto contrario. Al mattino del 21 cominciarono i camorristi con suoni e bandiere a scorrere la città; poi primo il Dittatore pose il voto; poi il Prodittatore col municipio in forma pubblica; poi Garibaldini d'ogni nazione e lingua: Sirtori, Bixio, Turr, Eber, Eberardt, Rustow, Peard, Teleky, Megiorody, Dunn, Csudafy e quanti altri di tai barbari nomi eran li. Votarono stranieri quanti ne vollero venire, domiciliati o no; votarano giovincelli imberbi, e donne, e la "Sangiovannara"! In ogni luogo di comizio due urne palesi, acciò la paura vincesse la coscienza; e chi osava stender la mano a "NO"? ne tenevan coperta l'urna Nazionali e camorristi; questi porgevano le cartelle affermative, niuno le leggeva; dove qualche imprudente osò dimandare la cartella del "NO", provò il bastone e il coltello. Con più ferite fu scacciato dal comizio di Montecalvario un vecchio, presenti gli eletti e i Nazionali. Nulla per far numero i dominatori dimenticarono; solo non piantarono l'urne nelle carceri piene di reazionarii, a sforzarli a' "SI". Eppure l'urne eran deserte: sul tardi i camorristi di quartiere in quartiere dettero il voto in tutti i dodici comizii. Non si confrontavano le tessere con le liste, né con le persone; né pure le tessere dimandavano; qualunque compariva era festeggiato. Da ultimo i sovrastanti, impazienti, riempivano l'urna a piene mani. Se ciò in Napoli, che nelle province? Il Rustow garibaldino (nel 2' vol. pag. 114 delle sue Rimembranze) narra che a Caserta lo stato maggiore della sua divisione, ch'era di 51 uffiziali, né pur tutti presenti, si trovò d'aver dato 167 voti. Ne' paeselli afferravano i passaggieri, e tiravanli a' voti; e poi scorrazzando per le comuni vicine andavan per tutto empiendo l'urna. Ingannavano anche i contadini, dicendo i "Si" accennassero al ritorno di Re Francesco; e l'ignaro villico contento si pensava col suo voto richiamare il suo Re. Quei voti, moltiplicati con le mani, fu più lieve moltiplicare con la penna, per aggiustare una bella maggioranza.
Cesare Cantù riferisce, da Napoli: "Qui il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l'identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i "si" ed i "no", lo che rendeva manifesto il voto; e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II! e fu ucciso all'istante".
" ... Moltissimi vogliono l'autonomia, ma sono sforzati a votare per l'annessione; e infatti la formula del voto ed il modo di raccoglierlo sono si disposti, che assicurano la più gran maggioranza possibile per l'annessione, ma non a constatare i desiderii del paese...
E dopo il voto:
"I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena i diciannove tra i cento votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate".
(Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).
Mentre si manipolava il Plebiscito in Napoli e in altri luoghi, parecchie province del Reame erano in completa anarchia e reazione. Il de Virgili governatore di Teramo schiccherava proclami alla turca contro i reazionarii: in uno di que' proclami conchiudeva: "I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario (cioè fucilati)". E finiva con questa bella frase liberalesca: Colpite i reazionari senza pieta. E poi si fanno scrupolo degli ordini di Peccheneda e di Maniscalco, ed osano ancora chiamarli tirannici, sol perche' que' due funzionarii arrestavano i piu' sfacciati rivoluzionari. Nel Chietino fece rumore il fatto di Cammerino, paese di seimila anime. Facendosi il Plebiscito, un villano, perchè voleva l'urna anche per Francesco II, ebbe uno schiaffo da un de Dominicis gran liberale annessionista. L'insulto fatto al villano fu la scintilla che destò grande incendio: tutti si armarono di armi rusticane. I soldati piemontesi tiravano schioppettate, la popolazione colpi di scure e pietrate. I villici afforzati da quelli di S. Eufemio, paesello vicino, diedero addosso ai liberali, li disarmarono, uccisero il de Dominicis e cantarono il Tedeum per Francesco II. Però il di seguente accorsero piemontesi, garibaldini e nazionali in maggior numero, e non avendo trovato gli autori della reazione, inveirono contro chi supposero reo, e fucilarono senza giudizio. Saccheggiarono Cammerino, poi S. Eufemio, portando il bottino a Chieti, ove lo vendettero pubblicamente. Nell'Aquilano quasi non si fece il Plebiscito; i popolani davano addosso a chi si avvicinasse alle urne. Quando s'intese che la truppa piemontese era entrata nel Regno, invece di accomodarsi alla circostanza, gridarono, Viva Francesco II. I villani si posero la borbonica coccarda rossa al cappello, e si armarono di arnesi rurali per inveire contro i piemontesi. Il celebre generale Pinelli, piemontese, credé sprezzarli, ma esso non sapeva ancora come nel Napoletano si maneggiano le pietre. Uscì da Aquila con alquanti soldati e cavalieri, e volse a Pizzoli; attorniato da quei villici, e perduto qualche soldato, voltò faccia, ed egli stesso ebbe un colpo di pietra nelle spalle. A Marano, Casaprobe, Campotosto, ed altri paesi i cittadini si levarono contro gli annessionisti, li misero in fuga, e si posero il NO al cappello. Intanto Pinelli, questo redivivo Schedoni, usci' un'altra volta da Aquila, e sapendo per prova quanto valessero i colpi di pietre, condusse seco un battaglione e due cannoni. Invase Pizzoli, fucilò a capriccio e mise taglie alla musulmana. Alloggiò in casa d'Alessandro Cicchielli; e dopo di aver mangiato alla tavola di costui, sul mattino lo fece fucilare nel giardino della casa, presente la moglie! Il 3 novembre molti garibaldini, che si titolavano cacciatori del Velino, mossero contro Avezzano, capo distretto, ed avvisarono il Sindaco a farsi loro incontro co' principali del paese, in caso contrario, dicevano, che avrebbero fatto scempio di tutti. Il Sindaco tremante tentò ubbidire, ma la popolazione suonò le campane a stormo, e mosse contro i cosi detti cacciatori del Velino, dando loro addosso a colpi di zappe, e tra gli uccisi fuvvi un tale de Cesare. Il generale Pinelli lo stesso 3 novembre dichiarò lo stato di assedio, ed alzò Corte marziale con tre articoli di una sua Proclamazione da fare invidia ai più truci tiranni. Ecco quegli articoli: "Articolo 1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie sarà fucilato immediatamente; Art. 2. Ugual pena a chiunque spingesse con parole i villani a sollevarsi; Art. 3. Ugual pena a chi insultasse il ritratto del Re, o lo stemma di Savoia, o la bandiera nazionale". Napoli dopo il Plebiscito rimase nello stato di quasi anarchia. Questo stato di cose favoriva la politica di Cavour, potendo addurre un altro pretesto per legittimare la preparata invasione piemontese nel Regno amico. Dopo il Plebiscito, le violenze de' camorristi e dei garibaldini non ebbero più limiti: la gente onesta e pacifica non era più sicura delle sue sostanze, né della vita, né dell'onore... I camorristi padroni d'ogni cosa, viaggiavano gratis sulle ferrovie, allora dello Stato, recando la corruzione e lo spavento ne' paesi circonvicini: comandavano feste con bandiere e luminarie. Menavano in carcere la gente onesta, schiaffeggiavano a libito le persone più rispettabili, ferivano, uccidevano impunemente; e tutto questo accompagnandolo col solito canto: Si schiudono le tombe ecc. dell'inno di Garibaldi, che si cantava a squarcia gola con musica in cadenza piacevolissima, divenuta noiosa, perché ripetuta ne' saloni per affettazione, e nelle vie il giorno e la notte dai monelli e manigoldi, spesso foriera di giunterie e di violenze. Ho ripetuto più volte che tra i garibaldini v'erano dei giovani distinti per nascita, per patrimonio e per educazione, e che agivano sempre da cavalieri, ma eran pochi, il resto di quella gente era un'accozzaglia di facinorosi, capaci di perpetrare qualunque nefandezza; quindi costoro si resero padroni dei conventi e di molte case private, pigliavano roba, mogli, figlie che menavano via con pochi scrupoli, e di ogni cosa sacra sparlando, dicevan effetto di libertà e rigenerazione dei popoli.
(Giuseppe Buttà: Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Napoli, 1865)
L'appello al popolo attraverso il plebiscito ebbe in Italia il suo banco di prova nei momenti più cruciali dell'unificazione nazionale. Dopo quello avvenuto nel 1848 a Milano durante la prima guerra d'indipendenza per l'annessione al Piemonte, il primo plebiscito si svolse l'11 e il 12 marzo 1860 in Toscana, negli ex ducati di Parma e Modena e nei territori pontifici di Bologna e di Romagna. La formula della domanda rivolta all'elettore era la seguente:
Annessione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II oppure regno separato?
Il secondo plebiscito avvenne il 21 ottobre 1860 nell'ex Regno delle Due Sicilie con il seguente quesito:
Il popolo vuole un'Itala una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?
Altri due plebisciti si tennero il 4 e il 5 novembre 1860 nelle Marche e nell'Umbria con la seguente domanda:
Volete far parte della monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II?
Il 21 e il 22 ottobre 1866 si ebbe quindi il plebiscito nel Veneto e a Mantova. La formula era:
Dichiariamo la nostra unione col Regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori
Infine, il 2 ottobre 1870, dopo la presa di Roma, con la stessa formula usata per il Veneto, si celebrò nel Lazio il plebiscito per l'annessione alla monarchia italiana.
venerdì 7 ottobre 2011
Risultati ambigui nel plebiscioto dell'11 e 12 Marzo 1860 nel Ducato di Parma e Piacenza , Ducato di Modena e Reggio , Legazioni Pontifice delle Romagne.
11-12 Marzo 1860
Risultato dei Plebisciti Costituzionali sull' unione alla Monarchia di Vittorio Emanuele II
Ducato di Parma e Piacenza, Ducato di Modena e Reggio , Legazioni Pontificie :
Totale popolazione Ducati e Legazioni: 2.127.105
Cittadini Elettori: 526.258
% Elettori/Abitanti: 24,7%
Votanti: 427.512
% Iscritti nei registri elettorali: 81,1%
Voti Validi: 426.762
Voti Nulli: 750*
Voti Favorevoli all' annessione: 426.006
Voti Contrari all' annessione: 756**
** Sospetta la percentuale irrisoria di voti favorevoli al regno separato (commento prof. Roberto Martucci - Universita' di Macerata da libro " L' invenzione dell' Italia Unita " pg. 254) .
Mi trovo d'accordo con le osservazioni fatte dai professori sopra citati per varie motivazioni ,e palesemente dimostrato che i Popoli dei Ducati e delle Legazioni fossero fedeli ai governi e ai sovrani legittimi sia per il loro buon governo sia per l'attaccamento dei sovrani al loro popolo,quindi il risultato del plebiscito e già solo per questo palesemente truccato,senza contare che il voto non era segreto e che i soldati unitaristi e i liberali in sieme ad altri funzionari compromessi con il governo Sabaudo votarono più volte ed in seggi differenti ovviamente per il si, questo fatto se preso sotto osservazione dai trattati internazionali dovrebbe rendere questo e gli altri plebisciti nulli.
giovedì 25 agosto 2011
Plebiscito farsa nel Granducato di Toscana
Il Granducato di Toscana ed il plebiscito del 1860
Presento la sintesi di un illuminante articolo di Marco Matteucci pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nobiltà” ed avente come argomento l’occupazione piemontese del Granducato di Toscana. L’articolo prende le mosse dalla fine della guerra tra i franco-piemontesi e l’Impero Austriaco sancita dall’armistizio di Villafranca dell’11 luglio 185...9. Tra le clausole del trattato era prevista la restaurazione del Granducato (il 27 aprile un moto organizzato e finanziato dai piemontesi aveva infatti spinto SAIR Leopoldo II a lasciare lo stato). Per agevolare il ritorno degli Asburgo-Lorena sul trono di Firenze proprio Leopoldo decise di abdicare in favore del figlio, Ferdinando IV, che venne riconosciuto come nuovo sovrano di Toscana dagli altri capi di stato. Durante la seconda metà del 1859 si impose però una situazione di empasse dovuta ai contrasti tra le grandi potenze internazionali circa il futuro della penisola. Mentre Napoleone III aspirava a sostituire la sua influenza politica a quella austriaca mediante la nascita di una federazione a sostanziale egemonia francese, l’Inghilterra avrebbe preferito la creazione di uno stato unitario, proprio per evitare un accrescersi dell’influenza francese in europa e nel mediterraneo. Per superare questa situazione si decise così di ricorrere ai plebisciti, uno strumento che in quel momento accontentava tutti: in questo modo i piemontesi avrebbero potuto giustificare le loro annessioni; i francesi, usciti a mani vuote dal sanguinoso conflitto dei mesi precedenti avrebbero a loro volta, sempre tramite plebiscito, annesso almeno la Savoia e gli inglesi sarebbero rimasti padroni dei mari.
Fin qui tutto chiaro: quello che però a scuola non è stato insegnato sono le modalità con cui sono stati svolti i plebisciti, e che li hanno ridotti, in pratica, ad una drammatica farsa. Pesantissime irregolarità si sono infatti avute sin dalla “campagna elettorale”: il nobile Ricasoli, dittatore pro-tempore e maggior responsabile della svendita dello stato toscano ai piemontesi, vietò ad esempio l’ingresso e la pubblicazione di ogni rivista che potesse spingere l’elettorato verso il rifiuto dell’annessione al Piemonte, mentre la stampa rimanente si adoperò in un incessante propaganda anti-autonomista. Insomma, per dirla con le inquietanti parole di Matteucci, “(Ricasoli) …mise in moto tutta la macchina affinché il risultato di quelle consultazioni non presentasse alcuna sorpresa al Piemonte...” Intimidazioni ai contadini, minacce ai preti erano dunque normali, in quei giorni. Come se non bastasse, i votanti il giorno stabilito per il referendum poterono scegliere tra due opzioni: “Unione alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II” o un non meglio precisato “Regno separato”. La possibilità di richiedere la restaurazione della famiglia Granducale, che tanto bene aveva governato la Toscana per quasi 130 anni, non era neanche contemplata nelle schede! Inoltre, sembra quasi grottesco raccontarlo, soprattutto se non sgombriamo la mente dai luoghi comuni della retorica risorgimentale, ma il voto non fu segreto ! Nelle urne dalle quali attingere le schede era infatti ben visibile le scritte SI o NO. Da tutto questo capiamo che quando qualche storico parla di brogli e mere pressioni fisiche e psicologiche in relazione al plebiscito toscano usa solo degli eufemismi. Ma la parte peggiore di questo storia italiota deve ancora essere narrata. Grazie al memoriale di un agente di Cavour rinvenuto dallo storico Giuseppe de Lutiis negli archivi del ministero della difesa possiamo capire come il dato sulla percentuale degli astenuti, pari ad oltre un quarto degli aventi diritto, sia del tutto simbolico, e frutto dei più squallidi brogli dei savoiardi e dei loro tirapiedi. La gente che non andò a votare fu molta di più, ma venne considerato come se avessero votato per l’unione al Piemonte. Leggiamo insieme come accadde.
“Noi ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori, indi preparammo tutti i polizzini. Nel voto dell’annessione un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, lande noi, nel momento della chiusura delle urne, vi gettammo i polizzini (naturalmente in senso piemontese) di quelli che s’erano astenuti. E’ superfluo il dire che ne lasciammo in disparte qualche centinaio o migliaio in ragione alla popolazione del collegio. Occorreva salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero. In alcuni collegi l’immissione nelle urne dei polizzini degli astenuti si fece con tanta trascuratezza e si poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede un maggiore numero di votanti di quello che lo fossero gli elettori iscritti. In siffatti casi si rimediò al fatto con una rettificazione al processo verbale” Non ci meravigliamo, a questi punti, se il ministro degli esteri inglese, Lord Russel commentò che quelle votazioni “..non hanno alcun valore” Ecco come nacque l’italia…
Presento la sintesi di un illuminante articolo di Marco Matteucci pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nobiltà” ed avente come argomento l’occupazione piemontese del Granducato di Toscana. L’articolo prende le mosse dalla fine della guerra tra i franco-piemontesi e l’Impero Austriaco sancita dall’armistizio di Villafranca dell’11 luglio 185...9. Tra le clausole del trattato era prevista la restaurazione del Granducato (il 27 aprile un moto organizzato e finanziato dai piemontesi aveva infatti spinto SAIR Leopoldo II a lasciare lo stato). Per agevolare il ritorno degli Asburgo-Lorena sul trono di Firenze proprio Leopoldo decise di abdicare in favore del figlio, Ferdinando IV, che venne riconosciuto come nuovo sovrano di Toscana dagli altri capi di stato. Durante la seconda metà del 1859 si impose però una situazione di empasse dovuta ai contrasti tra le grandi potenze internazionali circa il futuro della penisola. Mentre Napoleone III aspirava a sostituire la sua influenza politica a quella austriaca mediante la nascita di una federazione a sostanziale egemonia francese, l’Inghilterra avrebbe preferito la creazione di uno stato unitario, proprio per evitare un accrescersi dell’influenza francese in europa e nel mediterraneo. Per superare questa situazione si decise così di ricorrere ai plebisciti, uno strumento che in quel momento accontentava tutti: in questo modo i piemontesi avrebbero potuto giustificare le loro annessioni; i francesi, usciti a mani vuote dal sanguinoso conflitto dei mesi precedenti avrebbero a loro volta, sempre tramite plebiscito, annesso almeno la Savoia e gli inglesi sarebbero rimasti padroni dei mari.
Fin qui tutto chiaro: quello che però a scuola non è stato insegnato sono le modalità con cui sono stati svolti i plebisciti, e che li hanno ridotti, in pratica, ad una drammatica farsa. Pesantissime irregolarità si sono infatti avute sin dalla “campagna elettorale”: il nobile Ricasoli, dittatore pro-tempore e maggior responsabile della svendita dello stato toscano ai piemontesi, vietò ad esempio l’ingresso e la pubblicazione di ogni rivista che potesse spingere l’elettorato verso il rifiuto dell’annessione al Piemonte, mentre la stampa rimanente si adoperò in un incessante propaganda anti-autonomista. Insomma, per dirla con le inquietanti parole di Matteucci, “(Ricasoli) …mise in moto tutta la macchina affinché il risultato di quelle consultazioni non presentasse alcuna sorpresa al Piemonte...” Intimidazioni ai contadini, minacce ai preti erano dunque normali, in quei giorni. Come se non bastasse, i votanti il giorno stabilito per il referendum poterono scegliere tra due opzioni: “Unione alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II” o un non meglio precisato “Regno separato”. La possibilità di richiedere la restaurazione della famiglia Granducale, che tanto bene aveva governato la Toscana per quasi 130 anni, non era neanche contemplata nelle schede! Inoltre, sembra quasi grottesco raccontarlo, soprattutto se non sgombriamo la mente dai luoghi comuni della retorica risorgimentale, ma il voto non fu segreto ! Nelle urne dalle quali attingere le schede era infatti ben visibile le scritte SI o NO. Da tutto questo capiamo che quando qualche storico parla di brogli e mere pressioni fisiche e psicologiche in relazione al plebiscito toscano usa solo degli eufemismi. Ma la parte peggiore di questo storia italiota deve ancora essere narrata. Grazie al memoriale di un agente di Cavour rinvenuto dallo storico Giuseppe de Lutiis negli archivi del ministero della difesa possiamo capire come il dato sulla percentuale degli astenuti, pari ad oltre un quarto degli aventi diritto, sia del tutto simbolico, e frutto dei più squallidi brogli dei savoiardi e dei loro tirapiedi. La gente che non andò a votare fu molta di più, ma venne considerato come se avessero votato per l’unione al Piemonte. Leggiamo insieme come accadde.
“Noi ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori, indi preparammo tutti i polizzini. Nel voto dell’annessione un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, lande noi, nel momento della chiusura delle urne, vi gettammo i polizzini (naturalmente in senso piemontese) di quelli che s’erano astenuti. E’ superfluo il dire che ne lasciammo in disparte qualche centinaio o migliaio in ragione alla popolazione del collegio. Occorreva salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero. In alcuni collegi l’immissione nelle urne dei polizzini degli astenuti si fece con tanta trascuratezza e si poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede un maggiore numero di votanti di quello che lo fossero gli elettori iscritti. In siffatti casi si rimediò al fatto con una rettificazione al processo verbale” Non ci meravigliamo, a questi punti, se il ministro degli esteri inglese, Lord Russel commentò che quelle votazioni “..non hanno alcun valore” Ecco come nacque l’italia…
lunedì 22 agosto 2011
I plebisciti
di Maurizio-G. Ruggiero
Per legittimare l’annessione militare sabauda degli antichi Stati italiani, che si voleva sottrarre con la forza al governo dei legittimi Prìncipi [1] , amatissimi dalle rispettive popolazioni, il Gabinetto di Torino, massoni e la minoranza liberale nelle province occupate orchestrarono diversi plebisciti, ai quali per le modalità con cui avvennero le consultazioni ben s’addice la definizione di plebisciti-truffa.
Il plebis scitum (decreto della plebe) antica fonte del diritto della Roma antica, fu riportato in onore prima da Napoleone I e in seguito dal nipote Napoleone III, in entrambi i casi per legittimare i rispettivi colpi di Stato del 1799 e del 1851. In proposito giova ricordare che in età moderna “non si dà esempio di un plebiscito il quale riuscisse contrario a coloro che lo proposero” [2] .
La Lombardia fu piemontesizzata nel 1859, al tempo della seconda guerra risorgimentale, senza celebrazione di plebisciti [3] : a mano a mano che le truppe imperiali si ritiravano, i municipi lombardi, incalzati ad adeguarsi dalla fazione liberale e dai sopraggiungenti eserciti franco-piemontesi, si pronunziavano per Vittorio Emanuele, e questi, con propri decreti, iniziava a governare le nuove province.
I plebisciti risorgimentali chiamarono alle urne (dal 1860 al 1870) solo una minima percentuale della popolazione (il 19% a Napoli, fino ad un massimo del 26% in Veneto); in secondo luogo si svolsero senza la minima garanzia d’imparzialità e segretezza, senza nessuna supervisione internazionale, indetti e gestiti dall’occupante piemontese [4] , sotto il suo diretto controllo militare e poliziesco, in un clima di propaganda giornalistica asfissiante in favore dell’annessione [5] e d’intimidazione continua specie nei riguardi del clero cattolico [6] .
In Toscana, ad esempio, dal Ricasoli fu vietata la libertà di stampa e di parola a chi non era del partito piemontese fino alla sera del giorno che precedette le votazioni [7] ; impossibile naturalmente in così breve giro di ore mettere in piedi giornali o comitati per il no; a differenza dei fautori del no, che erano o esiliati o incarcerati, i liberali poterono organizzare comitati per l’annessione in ogni Comune e inviare in ognuno una trentina di uomini armati per atterrire i contadini, [8] minacciati dai padroni liberali di licenziamento dalle loro terre, se si fossero pronunziati per l’amato Granduca. Per parte sua la stampa risorgimental-massonica dichiarava reo di morte chi non avesse votato per l’annessione. I tipografi toscani furono diffidati dallo stampare scritti contrari all’annessione e “avvisati che un colpo di stile sarebbe stato il premio di chi osasse prestare i suoi torchi alla stampa di bollettini pel regno separato [9] ”.
Stesso cliché nelle Legazioni (Bologna, Ferrara e Romagne [10] ) che furono strappate al Papa dopo che i liberali vi avevano artatamente provocato rivolte per offrire al Governo piemontese un facile pretesto per ingerirsi e imporvi i suoi Commissari regi. Anche qui s’indisse il plebiscito per la loro annessione al regno sardo e anche qui “estorto contro ogni diritto un suffragio popolare a forza di pecunia, di minacce, di terrore e d’altri astuti artifici, [il Governo di Torino] non dubitò punto d’invadere le menzionate Nostre province, di occuparle e ridurle in sua potestà e signoria. Vengono meno le parole per riprovare condegnamente tanto delitto, nel quale solo si comprendono misfatti molti e gravissimi” [11] . Nell’ex Ducato estense e nella città di Ferrara in particolare, parecchi giorni prima del voto la polizia perquisì le abitazioni di molti sudditi fedeli al Santo Padre; si sprecarono le stampe empie contro il Papa; i preti venivano minacciati di morte col pugnale; le guardie civiche ebbero l’ordine di distribuire alle singole case le schede in favore dell’annessione in numero dieci volte maggiore rispetto a quelle con le quali si sarebbe optato per lo Stato della Chiesa; i poveri e i deboli furono minacciati qualora non si fossero manifestati col loro voto per il Piemonte e così pure fecero fattori e possidenti con i loro contadini e operai, minacciati di licenziamento [12] ; gli artigiani furono comprati con un po’ di denaro, vino e acquavite; furono poi “in gran numero coloro che prezzolati o comparvero più volte o in una volta deposero più schede” [13] ; il Rettore dell’Università ammonì i suoi studenti che mancare al sì era mostrarsi traditori della patria e si recò insieme con loro alle urne per suffragare i Savoia [14] .
I vari commissari o dittatori regi [15] , che nel nome di Vittorio Emanuele II reggevano le province allora definite redente, fecero a gara affinché l’esito della consultazione risultasse appunto il più plebiscitario possibile, talvolta anche a prezzo del ridicolo [16] .
L’imposizione del voto palese e le sfacciate pressioni esercitate sugli elettori acquistarono un particolare profilo di gravità, anche internazionale, in Veneto. Infatti il trattato di Vienna del 3 ottobre 1866 poneva fine alla terza guerra risorgimentale: l’Impero, pure vincitore sul nazionalismo sabaudo sui campi di Custoza e nelle acque dell’Adriatico a Lissa [17] , cedeva le terre venete (chiamate dall’Arciduca Alberto nel suo proclama alle truppe “la più bella gemma della Corona del Nostro Augusto Monarca” [18] ) non ai Savoia, ma alla Francia di Napoleone III [19] , cessione alla quale l’Impero era costretto dalla sconfitta subita dai Prussiani a Sadowa, il 3 luglio 1866. Il trattato di Vienna disponeva testualmente che la cessione del Veneto (con Mantova e Udine) dovesse aversi “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate [20] ” e per fingere di rispettare le clausole di quel trattato, il decreto sabaudo sull’organizzazione del plebiscito veneto [21] , prevedeva agli artt. 5 e 9-12 il suffragio a scrutinio segreto, la suggellatura dell’urna da parte del seggio e lo spoglio dei voti da effettuarsi dal Pretore, che avrebbe dovuto conservare gli atti nell’archivio, redigerne verbale da trasmettere alla Presidenza del Tribunale d’Appello di Venezia, la quale a sua volta doveva comunicare i risultati parziali spogliati al Ministro della Giustizia.
Come avvennero in realtà le votazioni in Veneto [22] e in tutte le altre regioni annesse? Ammessi al suffragio erano i ventunenni maschi (ma garibaldini, fuoriusciti politici e soldati risorgimentali votavano senza limiti d’età); erano invece esclusi i compromessi con la causa dell’Imperatore. Per comprarsi la complicità dei pubblici impiegati, questi furono conservati in servizio e gratificati dello stipendio con decorrenza retroattiva.
In occasione del plebiscito toscano i patrioti offrivano in mano agl’illetterati e specie a chi non sapeva leggere la sola scheda del sì; a taluni davano ad intendere che era soltanto una richiesta per avere il pane ad un prezzo più conveniente; ad altri che vi era l’obbligo di deporre la scheda del sì nell’urna, sotto pena altrimenti di uno scudo di multa e di diversi giorni di carcere [23] . Qualche analfabeta fu ingannato, assicurandolo che quel biglietto del sì voleva dire sì al ritorno del Granduca. Nei seggi, i pochi oppositori rimasti, i più recalcitranti venivano schiaffeggiati e minacciati di morte col pugnale alla gola. I teppisti dell’annessione si divertivano invece a votare in più seggi o a gettare nell’urna un bel mucchietto di schede ciascuno, [24] oppure a votare sfruttando il nome di persone che sapevano ammalate o assenti o che si volevano astenere dal votare, ben consci che, quale estrema risorsa, sarebbe rimasto in ogni caso il broglio elettorale a trarli d’impaccio [25] .
Il povero elettore veneto o di altra regione, doveva anzitutto dichiarare le proprie generalità al seggio e sotto l’occhio vigile dei nazionalisti risorgimentali, portare al Presidente del seggio una delle due schede che gli venivano offerte: o quella con il sì o quella con il no. La scheda veniva depositata in una delle due urne separate, una per il sì e l’altra per il no, in modo da rendere perfettamente palese l’espressione della volontà di chi votava sia al seggio sia a tutti i presenti, esponendo automaticamente il temerario oppositore dell’unità sabauda ad ogni genere di ritorsioni e di vendette. Il nome dell’elettore che votava no veniva segnato in un registro diverso e separato da quello su cui venivano annotati i nomi di quelli che si erano espressi per il sì. Per meglio assicurare la pubblicità del voto e il controllo dei riottosi, in talune località si giunse addirittura a colorare diversamente le schede del sì da quelle del no [26] . La sala adibita a seggio traboccava di scritte inneggianti all’unità e i nazionalisti giravano fregiandosi della scritta sì sul cappello. Per sorvegliare il ceto contadino e i sacerdoti si era provveduto a: intimidire i parroci [27] (quelli che erano rimasti, giacché alcuni, come l’arciprete di Cerea [28] , nel veronese, per sfuggire alle violenze degl’iniqui, avevano dovuto seguire l’esercito imperiale in Tirolo); imporre loro di predicare durante la messa in favore del sì; impedire che i contadini [29] votassero in sezioni troppo piccole dove potessero sentirsi di casa, cioè al sicuro e non sufficientemente condizionati dal regime. Il contadino illetterato soggiaceva poi ad un’ulteriore pressione, costretto com’era a farsi scrivere il voto dal padrone risorgimentale, sotto i cui occhi doveva esprimersi per il sì o per il no.
La piena pubblicità dei suffragi rende inutile lo spoglio finale delle schede e in alcuni centri il personale del seggio conclude le operazioni di voto e il relativo protocollo al grido di “Viva l’Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja [30] ”.
Il quesito fu più o meno il medesimo in tutte le province annesse: “Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti?” [31] Naturalmente i suffragi per il sì raggiunsero picchi (poteva essere diversamente?) mai più toccati neppure da Stalin: chi può credere che il 99,99% dei veneti coltivasse sinceri sentimenti unitari e che solo un elettore su diecimila celasse simpatie per l’Impero [32] , quando ancora il giorno innanzi la battaglia di Custoza la popolazione veronese accorreva in massa per le strade a ristorare le truppe di Francesco Giuseppe stremate dal caldo e dalla fatica? [33] A Napoli l’unanimità del voto fu garantita dai bastoni dei camorristi, chiamati dai liberali a sostenere il nuovo governo, a forza di violenze e corruzione. Garibaldi e risorgimentali si divertirono andando a votare più volte e le modalità del voto scandalizzarono i pur benevoli osservatori stranieri. [34]
A Roma [35] dopo l’ingresso delle truppe sabaude il 20 settembre [36] , il 2 ottobre 1870, giorno fissato per il plebiscito, si ripeterono le stesse scene già viste altrove. Sinistri personaggi che votavano più volte in seggi diversi; drappelli di teppisti non meno sinistri che stazionavano presso i seggi, offrendo ai votanti le due schede col sì e col no. Naturalmente la patriottica masnada applaudiva freneticamente chi prendeva la prima scheda, mentre erano fischi e ingiurie per chi osava pigliare la seconda, manifestando così il suo coraggio. Pur essendo del tutto scontato l’esito della (truccatissima) consultazione [37] , i liberali in segno di giubilo suonano a distesa la grande campana del Campidoglio e il giorno seguente violano la reggia pontificia del Quirinale e la occupano, scassinano le porte con l’aiuto di alcuni fabbri, sfrattando con mala grazia due cardinali [38] .
Gli antisabaudi e chi votava no se la vedeva brutta: a Napoli un contadino gridò Viva Francesco II! e fu ucciso all’istante. Nel trevigiano [39] un tale Angelo Tempesta osa gridare Evviva l’Austria! e subito è arrestato e incarcerato a Castelfranco. D’altra parte la stampa del regime liberal-massonico, spuntata un po’ ovunque e tutta al soldo dei nazionalisti, l’aveva scritto a chiare lettere: “Chi dice sì mostra sentirsi uomo libero, padrone in casa propria, degno figlio dell'Italia. Chi dice no fa prova d’anima di schiavo nato al bastone croato. Il sì, lo si porta all’urna a fronte alta, sotto lo sguardo del sole, con la gioja nell’anima, con la benedizione di Dio! Il no, con mano tremante, di nascosto come chi commette un delitto, colla coscienza che grida: traditore della patria!” [40]
Naturalmente i verbali dei risultati e le schede sparirono subito e già nel 1903 non si trovavano più né presso le preture né presso i municipi [41] . Vediamoli comunque questi risultati truccati, regione per regione [42] .
I. Toscana (11-12 marzo 1860): Sì 566.571. No 14.925. Annessionisti: 97,43 % Contrari: 2,56 %
II. Parma, Modena e Romagne (11-12 marzo 1860): Sì 426.006. No 756. Annessionisti: 99,82 % Contrari: 0,17 %
III. Napoli e province (21 ottobre 1860): Sì 1.302.064. No 10.512. Annessionisti: 99,19 % Contrari: 0,80 %
IV. Sicilia (21 ottobre 1860): Sì 432.053. No 667. Annessionisti: 99, 84 % Contrari: 0,15%
V. Marche (4-5 novembre 1860): Sì 133.807. No 1212. Annessionisti: 99,10 % Contrari: 0,89 %
VI. Umbria (4-5 novembre 1860): Sì 97.040. No 380. Annessionisti: 99,60 % Contrari: 0,39 %
VII. Veneto, Mantova e Udine (21-22 ottobre 1866): Sì 641.758. No 69. Annessionisti: 99,98 % Contrari: 0,01 %
VIII. Roma e Lazio [43] (2 ottobre 1870): Sì 133.681. No 1507. Annessionisti: 98,88 % Contrari: 1,11 %
Ma ammesso (senza concederlo) che i plebisciti si fossero svolti in maniera del tutto regolare, vi è un argomento giuridico contrario ancora più forte: i vari decreti di annessione furono emanati dal governo subalpino sul presupposto che le province inglobate nel regno sardo si erano offerte a Vittorio Emanuele (lasciamo stare ora quanto spontaneamente) e che questi aveva dovuto accettarle. Ma chi può offrire ciò che non gli appartiene? E se è giusto non riconoscere neppure ai popoli toscano, emiliano, romagnolo ecc. la cosiddetta autodeterminazione, la quale è dottrina liberale conseguente all’infausto principio della sovranità popolare, parto velenoso della rivoluzione francese, in forza del quale la metà più uno fa la verità e il potere proviene non già da Dio bensì dal basso, ebbene quale legittimazione ad unirsi al Piemonte e a disporre di ciò che loro non apparteneva potevano mai avere quattro settari che con l’inganno e con la violenza avevano usurpato le legittime Autorità degli antichi Stati italiani [44] ? Senza dire che sia i preliminari di Villafranca dell’11 luglio 1859, sia il trattato di Zurigo (10 novembre 1859) che poneva fine alla seconda guerra risorgimentale, conservavano interi i loro Stati ai Duchi di Parma, di Modena e al Papa [45] .
D’altra parte, ammoniva Pio IX, “è noto all’universo mondo come in questi luttuosi tempi, gl’infestissimi nemici della Chiesa e di questa Santa Sede, resi abominevoli nei loro disegni e parlanti menzogna nella loro ipocrisia, conculcando ogni diritto umano e divino, si sforzino iniquamente di spogliarla del civil Principato, di cui essa gode; e ciò procaccino di conseguire […] con moti popolari, maliziosamente eccitati […]. In queste subdole e perverse macchinazioni, che Noi lamentiamo, ha parte precipua il Governo subalpino; dal quale oggimai tutti sanno quanto gravi e quanto deplorevoli offese e danni furono recati in quel regno alla Chiesa, a’ suoi diritti ed a’ suoi ministri” [46] . E qualche anno più tardi, dopo il sacco e l’occupazione militare piemontese di Roma, aggiungeva: “quel Governo, seguendo i consigli rovinosi delle sètte, ha compiuto contro ogni diritto, con la forza delle armi, la sacrilega invasione già da gran tempo premeditata di questa Nostra alma città e delle altre città che Ci erano rimaste dopo la precedente usurpazione [47] .” “Dalla stessa enormità del delitto veniamo tratti a sperare che finalmente sorgerà Dio e giudicherà la sua causa; tanto più vedendo essere Noi privi d’ogni umano soccorso per opporci a sì gran male [48] ”.
L’augurio del Beato Pio IX, formulato in quel tempestoso 1870 lo facciamo nostro, affinché l’alba del terzo millennio, secondo le promesse della Santa Vergine a Fatima, conosca la restaurazione e il trionfo della Chiesa e della Tradizione Cattolica su tutti i nemici.
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