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mercoledì 24 maggio 2017

24 maggio, il giorno della vergogna

Fonte: Vota Franz Josef 



Almeno quella volta, consegnarono la dichiarazione di guerra. Non come nel 1848 contro di noi e nel 1860 contro il Regno delle Due Sicilie. Ma non potevano fare altrimenti: i loro nuovi alleati lo pretendevano. Per non essere troppo innovativi tuttavia, gli italiani evitarono di dichiarare guerra alla Germania fino all'agosto del 1916, indispettendo soprattutto i francesi.
I tricoloruti erano convinti di fare un solo boccone di noi, dopo i disastri bellici del 1914 e dei primi mesi del 1915. Cadorna aveva pianificato di mandare la II Armata direttamente a Vienna e la III Armata a Budapest.
Per 1 settimana dopo il Patto di Londra,, l'Italia fece parte di entrambe le alleanze: la Triplice Intesa e l'Entente Cordiale di GB, Francia e Russia. Il Patto di Londra era segreto ed il principale merito storico di Lenin, fu di averlo denunciato nel 1917, quando apparve su un giornale svedese.
In uno dei più falsi discorsi della Storia, nel mese di giugno, Salandra enunciò al Parlamento i pretesti di guerra italici. Un mucchio di falsità, smentite appena nel 1917 dall'iniziativa di Lenin. Altrimenti, non sapremmo nemmeno oggi come andarono realmente le cose. E pensare che i nazionalisti italiani, ripetono come pappagalli il discorso interventista di Salandra, per spiegare al loro popolo ed ai loro bambini, che non avrebbero tradito e che quell'aggressione proditoria, sarebbe stata onorevole.
L'infamia del tradimento peserà ancora molto a lungo sull'Italia, probabilmente per sempre, visto che alcuna personalità tricolore, sembra avere intenzione di raccontare ufficialmente al proprio popolo, come andarono realmente le cose ed ammettere il tradimento.
Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Dopo il 26 aprile data dello scellerato Patto di Londra, i nostri effettuarono una controffensiva in Galizia riprendendo tutte le posizioni ed anche di più. Saladra scrisse nel suo diario che se lo avesse saputo, non ci avrebbe dichiarato guerra.
Le nostre forze armate che sembravano distrutte con quasi 2 milioni di perdite ed oltre 800 mila morti, si riorganizzarono con i pochi ufficiali di carriera superstiti e con i riservisti. E le suonarono sode ai traditori. Già poche ore dopo la dichiarazione di guerra, tutta la nostra flotta con tutte le corazzate vecchie e nuove, aveva preso il mare per bombardare una decina di obbiettivi dalla costa veneziana a quella pugliese. Fu affondato uno Zerstörer tricolore, un altro era scappato per un pelo.
Stava per iniziare l'epopea dell'Isonzo e delle Dolomiti, in attesa del glorioso 24 ottobre del 1917. Già il 27 maggio, i volontari tirolesi della Provincia di Trento impegnarono la I Armata tricolore ad Ala, rallentandone l'avanzata. Si trattava delle Compagnie Schützen di Ala e di Borghetto, con quasi 700 uomini e 170 gendarmi. Era gente più giovane di 19 anni e più anziana di 52, tutti gli uomini di leva erano già in Galizia. Volontari "trentini" che difendevano le loro case. Della quarantina di Compagnie Schützen del 1915, oltre la metà è stata oggi rifondata, a dispetto delle falsità dell'Ana e dello Stato traditore ed invasore. Subito dopo, iniziarono gli scontri sull'Isonzo ed al confine Carinziano.

lunedì 24 aprile 2017

LUI NON TRADISCE I SUOI



Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

Questo è il Dott. Vittorio Bonapace, medico austriaco nato a Mezzolombardo (Tirolo) il 21 gennaio 1879, figlio di Antonio Bonapace e Teresa Busetti.

Medico condotto di Ravina (Trento) e Tenente del 2° Reggimento Landenschützen, caduto sul fronte orientale in Galizia il 18 marzo 1915....

Al tenente austriaco Bonapace NON vengono intitolate vie o piazze. Al cittadino Vittorio Bonapace NON vengono organizzati eventi o presentazioni teatrali. Al Dott. Bonapace NON vengono dedicati servizi televisivi o articoli di giornale.

E PERCHÉ? Perché il Dott. Bonapace non fu una spia come Cesare Battisti, non fu un deputato opportunista come Battisti, non era un traditore guerrafondaio come Battisti.

Un giorno, in una Mezzolombardo libera della retorica fascista e consapevole della propria storia, persone come Vittorio Bonapace verranno ricordate con onore e con rispetto.

mercoledì 12 aprile 2017

Briciole di memoria 1 – “Trentino”: una denominazione che non è mai esistita

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini:  aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.



Lo spunto è una vecchia cartolina risalente agli anni della Prima Guerra, che fa parte della ricchissima collezione dell’amico Manuel Adami.   Interessante la scritta a piè di pagina:    “Es gab kein “Trentino” und es wird nie eines geben!” – Il Trentino non c’è mai stato e mai ci sarà!”

La nostra Terra si è chiamata sempre e soltanto Tirolo.  Nell’uso comune la parte meridionale,    che corrisponde al  territorio dell’attuale provincia di Trento dove la lingua maggioritaria era ed è quella romanza,  veniva talvolta chiamata Südtirol.
Il termine “Trentino” usato come riferimento geografico e non con il significato di “uomo abitante nella città di Trento”, fu impiegato per la prima volta dal cartografo veneto Isaia Ascoli nel 1863 a Milano in una sua pubblicazione,  quando fu nominato rettore della locale università.

Briciole di memoria 5 – La nostra bandiera l’é gialla, l’é nera

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini: aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.

(Foto:@Enzo Cestari)
 
Castello Tesino, il mio paese, come tanti altri sulla linea di confine, nel maggio 1915 viene occupato dalle truppe italiane; gli abitanti sono già stati sfollati in luoghi più sicuri all’interno dell’Impero, gli ultimi rimasti vengono internati nel regno italico. Il 6 giugno 1916 il paese va a fuoco e brucia quasi completamente. I primi profughi rientrano in Tesino nei primi mesi del 1918, dopo la vittoria di Caporetto, e trovano solo rovine: tutto è bruciato, distrutto, saccheggiato.
Anche la bandiera imperiale è andata perduta, quella grande, gialla e nera, che veniva esposta nelle occasioni solenni, come il genetliaco dell’Imperatore: quello di Carlo è il 17 agosto, ma come festeggiarlo, senza bandiera?
Così, il 28 luglio 1918, il capocomune Giovanni Menato a nome di tutta la popolazione scrive a Vienna, direttamente all’Imperatore: “la poca popolazione rimasta da terra occupata da nemica potenza, vuole per la prima volta sotto l’auspice del nuovo monarca festeggiare con sfarzo il più possibile e passare la giornata con allegria come fosse presente l’imperatore… trovandoci tutti senza mobilia e anche senza abitazione che ci tolse il mezzo di procurarsi tale bandiera per cui tutti preghiamo questa I.R. autorità che ci regali una nuova bandiera che ne saremo riconoscenti verso l’Amato Imperatore”
Sembra un desiderio impossibile, la fame mina le radici stesse dell’Impero, tutto sta per crollare… e invece arrivano 12 metri di stoffa gialla e nera, appena in tempo per cucire la bandiera, grande e nuova, per esporla ed onorarla. E di nuovo il capocomune scrive, questa volta per ringraziare “della premura avuta nel farci avere la tanto gradita e domandata bandiera gialla e nera. La stessa popolazione con questo ringraziamento vorrebbe far pure vedere che fino a ora si sono mantenuti fedeli alla stessa e sono corsi molto numerosi per difenderla. Ora fanno voti nuovi di fedeltà alla Patria e al nostro Sire pregando l’Eterno di proteggere il valore delle nostre armi e coroni l’opera delle stesse con la vittoria onde si possa vedere ancora molti anni sventolare la bandiera gialla e nera dalla cima dei nostri campanili”.
Un auspicio che rimane sospeso nel tempo per quasi un secolo. Fino a che, nell’ottobre 2015, la bandiera imperiale torna a sventolare a Castello Tesino … ma è questa è un altra storia. Grazie a Franco Gioppi, che nelle sue ricerche ha ritrovato gli originali delle due lettere.

domenica 9 aprile 2017

Briciole di memoria 11: Il sangue dei vinti

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini: aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.



La fine di ogni guerra comporta soprusi orrendi contro gli sconfitti. E’ il tragico e disumano rito del “sangue dei vinti”.  Al termine della prima guerra mondiale questo accadde anche in quella parte dell’Austria (il Tirolo al sud del Brennero) che fu annessa al Regno d’Italia dopo la sconfitta dell’Impero, come conseguenza degli accordi di pace del settembre 1919.
Finita la guerra decine di migliaia di reduci dell’esercito austriaco tornarono alle loro case, chi dal fronte meridionale, chi direttamente dai monti del Tirolo dove aveva combattuto contro l’esercito italiano, chi dai campi di prigionia russi o italiani. Una pagina nera, tutta ancora da scrivere, riguarda  i primi mesi che caratterizzarono la nuova situazione nazionale di quel territorio che ben presto il fascismo avrebbe ribattezzato “Venezia Tridentina”. La pressione delle forze politiche nazionaliste non fece altro che acuire l’odio contro coloro che tornavano alle loro case dopo avere combattuto per la propria Patria, l’Austria, ora indifesi sudditi di uno Stato diverso da quello per il quale avevano militato.  Pensiamo alla storia, solo in minima parte analizzata, delle centinaia (migliaia?) di reduci  dell’esercito austriaco spediti in campi di prigionia come quello di Isernia, dove – a quanto riportano le scarse testimonianze – patirono le pene dell’inferno.
Il capitolo della cosiddetta “italianizzazione forzata” è abbastanza noto: mi riferisco a tutto ciò che fu fatto  per cancellare ogni segno dell’Austria, l’epurazione di molti lavoratori del pubblico impiego rei di avere collaborato con il “nemico”, la distruzione dei monumenti, il divieto del ricordo dei caduti in divisa austriaca, il tutto “per favorire la nascita di una memoria istituzionale, stabile e gerarchizzata, fondata sui grandi racconti della mitologia nazionale”, come ha ricordato lo storico roveretano Diego Leoni.
sangue 3Non è di questo che voglio trattare: oggi voglio parlare di un capitolo più delicato che riguarda espressamente i casi di violenza contro individui in qualche modo “colpevoli” di essere stati richiamati in guerra nell’esercito del loro Stato (l’Impero Austriaco) o perché “filotirolesi” o nostalgici della monarchia asburgica.   Ricordo di avere scorso qualche anno fa le pagine di un ampio volume della Polizia politica fascista, depositato presso l’Archivio di Stato di Trento, nel quale sono elencati migliaia e migliaia di nominativi di persone schedate in quanto “antinazionali”. Viene subito da chiedersi: che cosa dovettero subire? Quali pressioni psicologiche, minacce verbali e fisiche dovettero sopportare?
Una robusta ricerca storica, per quanto complessa e difficile, dovrebbe porre sotto la lente di ingrandimento un periodo che merita maggiore chiarezza, per aiutarci a capire quali furono le perverse dinamiche di quell’epoca e per consentirci di “rielaborare il conflitto”, di chiarire definitivamente in modo rigoroso le eventuali responsabilità, di quantificare il fenomeno.  Porto un paio di esempi concreti di casi accaduti nella nostra Terra,  limitandomi ad un territorio circoscritto alla zona tra la val di Fiemme e la val di Fassa.  Oltre a questi casi, esiste probabilmente un insieme più vasto di azioni criminose che con ogni probabilità fu abilmente insabbiato dal regime fascista e la cui memoria non è potuta giungere a noi.
 – vi era acquartierato presso l’Hotel Corona di Vigo anche un reparto di finanzieri… Non correva buon sangue tra la popolazione locale e i nuovi occupanti, vi furono anche degli scontri ma soprattutto i finanzieri italiani non vedevano di buon occhio i pompieri locali perché portavano ancora le divise austriache. La mattina del 21 ottobre il Rizzi con i suoi uomini si recò presso l’Hotel Corona per la colazione, all’interno vi erano già i finanzieri e l’aria era carica di tensione. I militari vedendo arrivare i pompieri estrassero le loro baionette, il Rizzi fu il primo ad entrare e si avventarono su di lui ferendolo gravemente
Conosciamo ad esempio il caso di Simone Rizzi (la sua storia è stata narrata da Ivan Pezzei ne “Il Pompiere del Trentino” del dicembre 2001, p. 54).    Simone Rizzi, detto Simon del Faure, era nato a Campitello di Fassa nel 1888. Di professione pittore e decoratore, nel 1914 fu richiamato in Galizia come sergente maggiore dei Landesschützen. Finita la guerra, tornato a casa, ricostituì il locale corpo dei vigili del fuoco volontari, di cui divenne ben presto comandante.  Un giorno di ottobre del 1921 scoppiò un furioso incendio nell’abitato di Vigo di Fassa. Anche Rizzi accorse in aiuto con i suoi uomini. “In quel periodo – scrive Pezzei”.
Il comandante Rizzi morì all’ospedale di Tesero di lì a poco, all’età di trentatrè anni (“vittima innocente d’un tumulto a Vigo”, scrissero allora gli amici sulla lapide).
sanguePochi chilometri più in là,  un altro tragico fatto si era verificato a guerra già conclusa, il 15 novembre 1918. Lo storico Candido Degiampietro ha narrato la vicenda nel suo volume “Briciole di storia, di cronaca e momenti di vita fiemmese”.  Ancora oggi, nei campi tra Cavalese e Tesero, vi è una lapide, dimenticata da molti. In quel luogo, una fredda notte di novembre, fu assassinato Alberto Paluselli di Tesero, 33 anni, caporal maggiore dell’esercito austriaco. Il Paluselli era stato decorato con la medaglia d’argento al valor militare per le azioni compiute in val di Sole (al contrario di quanto sostiene una certa vulgata storiografica,  non furono certo pochi i tirolesi di lingua romanza che parteciparono militarmente anche sul fronte italo/austriaco).  A guerra finita,  il Paluselli era rientrato in val di Fiemme. Ben presto arrivarono gli italiani che incalzavano gli austriaci in fuga, erano gli alpini del battaglione “Feltre”. Il Paluselli, dismessa la divisa militare dell’esercito imperiale, circolava portandosi addosso sui vestiti borghesi – era quasi inverno – il cappotto militare. La sera del 15 novembre il nostro si trovava presso l’Albergo all’Ancora di Tesero, insieme ad altri reduci, quando entrarono due alpini armati di tutto punto che prelevarono il Paluselli. Si avviarono verso Cavalese. Il suo corpo fu ritrovato la mattina successiva. Solo grazie alla coraggiosa testimonianza di numerose persone di Tesero, l’anno successivo un caporale del Battaglione Alpino “Feltre”, originario della provincia di Belluno, fu condannato a vent’anni di prigione per l’omicidio.
Quelli che ho raccontato sono solo degli esempi, dietro ai quali si ha la sensazione, per non dire  la certezza, che si nasconda uno scenario di vendette pesanti (omicidi compresi) che contribuirono a creare un clima di terrore nelle decine di migliaia di reduci dell’esercito austriaco e nelle loro famiglie.   Agli storici il compito di fare luce, non per riaprire ferite, beninteso, ma per accertare la verità e ricomporre il quadro di un’epoca che ha così pesantemente stravolto questa nostra Terra.

sabato 1 aprile 2017

Briciole di Memoria 10: Noi, Irredenti?

quando 3Questa vicenda viene raccontata da Luigi Sardi, in uno dei suoi interessantissimi libri, ricchi di documenti originali, di citazioni di testi, di precisi riferimenti bibliografici, che narrano “L’ALTRA STORIA”, quella che in Italia non si racconta mai, anzi, quella si tenta in tutti i modi di nascondere, anche al giorno d’oggi.
Nel suo libro “Quando l’Austria catturò Battisti”, Sardi cita una nota tratta dal diario di un soldato italiano, il sergente maggiore Artibano Romio del settantanovesimo reggimento fanteria della Brigata Roma:
quando 2“Alle ore 16 del 18 maggio 1916 fui fatto prigioniero. Dopo mezzora di sosta a Vanza, perché abbiamo dovuto raccogliere i nostri feriti, siamo partiti alla volta di Rovereto, scortati da poco simpatiche sentinelle. Ripartimmo per Villa Lagarina ove pernottammo in un prato all’aria aperta e la mattina per tempo, partenza per Trento. Quando si passava in mezzo ai paesetti la popolazione non faceva altro che imprecare contro di noi, dandoci dei vigliacchi e dei traditori: questi sono coloro che noi chiamiamo gli irredenti?
Aveva ragione, il sergente maggiore Romio. Peccato che questa storia, come tanti altri piccoli frammenti di verità, siano sconosciuti ai più. Peccato che la nostra vera Storia sia sempre stata nascosta e falsificata dall’Italia. Solo pochi autori di indiscussa onestà intellettuale,  raccontano in maniera corretta ciò che avvenne cento anni fa: uno di questi è proprio il giornalista Luigi Sardi,  autore di molti testi storici sulla nostra terra Tirolese.
Invito tutti a cercare i suoi libri e a leggerli con attenzione. Li scrive per noi, per raccontarci la nostra storia, quella che non possiamo non conoscere.

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

giovedì 23 marzo 2017

I nostri bravi Tirolesi!






Questo è Eugenio Rossaro, comandante della Standschützenkompanie Vallarsa-Trambileno.
Durante la Grande Guerra e dopo la dichiarazione di guerra (tradimento) del Regno d'Italia contro l'Impero Asburgico, lui ha combattuto assieme ai suoi Schützen per la difesa del Tirolo contro le truppe tricolorute (alpini).
...
Eugenio Rossaro fu un pluridecorato medaglia d'oro dell'esercito austriaco per la fedeltà dimostrata al Tirolo, patria dei suoi genitori, dei suoi nonni e dei suoi (nostri) avi.


Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol
 

venerdì 10 marzo 2017

Il soldato Viktoria Savs

Fonte: Vota Franz Josef



Viktoria Savs (Bad Reichenhall, 27 giugno 1899 – Salisburgo, 31 dicembre 1979) è stata una donna militare austriaca.Durante la prima guerra mondiale si arruolò nell'esercito Austro-Ungarico fingendosi uomo, allo scopo di rimanere accanto al padre soldato.A quattro anni Viktoria restò orfana di madre e fu cresciuta dal padre,Peter Savs,ad Arco (Trento).
Prima della grande guerra si trasferirono a Merano (Bolzano),ma nel 1914,all'inizio del conflitto, Peter fu chiamato alle armi sul fronte orientale,nel corpo dei Kaiserjäger.Ben presto riportò gravi ferite; ciononostante, dopo la sua guarigione, decise di ripresentarsi come volontario presso il Landsturm (traducibile in "milizia territoriale austriaca").
Viktoria, come donna, poteva partecipare al conflitto solo come ausiliaria,ma essendo molto attaccata al padre dalla morte della madre e grazie all'autorizzazione personale dell'Arciduca Eugenio d'Asburgo, il 10 giugno 1915 fu arruolata, con il nome di Viktor Savs, nel battaglione di fanteria Innsbruck II del Landsturm dove il genitore era stato assegnato con il grado di caporale. Solamente una ristretta cerchia di soldati sapeva che in realtà Viktor era una donna.
La soldatessa Viktoria, grazie alla sua abilità come portaordini, soprattutto mediante l'utilizzo degli sci, e conduttrice di muli, portò a termine numerose missioni.Il 1º dicembre del 1916 fu trasferita come ordinanza presso il comando del settore Tre Cime sotto il comando del capitano Demian, dove combatté al fronte. L'11 aprile 1917, assieme ad un gruppo di soldati fece irruzione nel Sasso di Sesto (Sextenstein) nelle Dolomiti di Sesto, dove catturarono venti soldati italiani, che lei sola scortò dietro la linea del fronte sotto il fuoco dell'artiglieria nemica.
Il 27 maggio 1917, durante una missione di portaordini, una granata nemica esplose sulla parete rocciosa al di sotto della quale la giovane soldatessa stava passando, provocando il distacco di un masso di grosse dimensioni, che le schiacciò il piede destro.
Viktoria estrasse il suo coltello e tranciò i tendini, che tenevano il piede ancora attaccato alla gamba. Prigionieri di guerra russi, che facevano la guardia, la riportarono indietro; Viktoria lottò contro la morte per tre mesi ricoverata nell'ospedale militare del campo di Sillian.Qui subì l'amputazione della gamba destra al di sotto del ginocchio, sopravvivendo alla difficile e rischiosa operazione.In quell'occasione fu palese il reale sesso del soldato.
Per il suo comportamento esemplare e coraggioso avuto in battaglia ebbe più onorificenze militari, tra cui una medaglia di bronzo al valor militare, la croce al merito dell'imperatore Carlo I d'Austria e una medaglia d'argento di I classe al valore militare.Non più idonea per il fronte, Viktoria Savs prestò servizio come crocerossina in quello stesso campo, dove ricevette un'ulteriore onorificenza: la croce d'argento al valore della Croce Rossa.
Nel dopoguerra era solita partecipare ai raduni dei reduci.La'Heeresunteroffiziersakademie (HUAk,accademia austriaca per sottufficiali) ha intitolato al suo nome il corso del 1999. Morì il 31 dicembre 1979 a Salisburgo all'età di 80 anni e venne sepolta con tutte le sue decorazioni nel cimitero di quella città.

Lo Schütze Hauler

Fonte: Vota Franz Josef

Maria Amalia Anna von Hauler
"Lo Schütze Hauler"


L'11 novembre 1917, a Longarone, nella giornata di riposo che venne concessa al Württembergisches Gebirgsbataillon il battaglione da montagna del Württemberg per la presa del paese, il maggiore Sprösser, comandante del reparto, convocò nel salone del palazzo dove aveva posto il suo comando lo Schütze Hauler.
Non appena lo vide comparire sulla porta, lo aggredì, non con una semplice domanda, ma con un'imperiosa affermazione: "Schütze Hauler, lei è una ragazza!".
Così venne smascherata Maria Amalia Anna von Hauler.
Maria nacque il 16 luglio 1893 da Otto von Hauler, ufficiale dell'imperiale e regio esercito austro-ungarico e da Vilma von Matachich-Dolanski di nobile famiglia croata.
Crocerossina volontaria a partire dai giorni della mobilitazione generale dell'impero, si era distinta per coraggio ed abnegazione.
Per i suoi meriti le venne conferita nel 1916 la medaglia d'argento e nell'ottobre del 1917 la medaglia d'oro della Croce Rossa, assieme alla croce al merito di servizio con spade.
Dopo la morte del padre, nel marzo del 1917, Maria aveva ben chiaro il disegno del suo futuro di soldatessa.
Fino al giugno del 1917 prestò servizio presso l'ospedale da campo 407 di Opicina, ma tanto fece finché non venne trasferita nella zona di Tolmino.
Prima dell'offensiva austro-ungarico tedesca, Maria venne assegnata al königlich-bayerischen Infanterie-Leib-Regiment, reggimento della guardia reale bavarese, in qualità di interprete.
Solo il due novembre Maria si presentò al Württembergisches Gebirgsbataillon e fino a Longarone aveva partecipato a tutte le fatiche, le marce e ai combattimenti affrontati dai suoi commilitoni.
Nessuno si era accorto di niente.
Fino ad allora si era fatta chiamare Wolf Hauler e prestava servizio nelle file della compagnia trasmissioni del battaglione come interprete.
I commilitoni, che ne intravedevano la debolezza fisica ed i lineamenti da bambino, l'avevano soprannominato Büble (bambinetto), ma, dopo Longarone, si resero conto di avere una Madle (ragazzina) come compagno delle loro fatiche belliche.
II maggiore Sprösser, dopo le rivelazioni di Longarone, aveva tentato in tutte le maniere di trasferire Maria al comando di Feltre.
Nulla da fare!
Immancabilmente l'interprete del battaglione si faceva trovare puntuale alle adunate della compagnia trasmissioni, anche in prima linea.
La troviamo a Quero nel periodo di preparazione alla conquista del monte Fontana Secca e sul monte Tomba alla fine di dicembre del 1917, nelle ultime battute della permanenza del battaglione sul fronte italiano, quando venne intossicata dal gas.
Per i problemi insorti ai polmoni Maria sarà costretta a passare da un ospedale da campo all'altro.
Fino al 28 gennaio rimarrà in zona di guerra, poi verrà trasferita all'ospedale n. 131 nei pressi di Udine.
Vi rimarrà fino al 18 marzo del 1918. Una ricaduta riporterà Maria all'ospedale di Leutkirch, dal 5 maggio al 9 luglio 1918.
Durante questo periodo di ricovero, la notizia che una donna faceva parte del glorioso battaglione del maggiore Sprösser scoppiò improvvisa ed incontrollata e i comandi trovarono grosse difficoltà a circoscriverla.
La lunga e penosa malattia polmonare si risolse soltanto a guerra finita, quando Maria poté lasciare il sanatorio di Überruh.
Il maggiore Sprösser l'aveva proposta per il conferimento della medaglia d'argento al valor militare, ma la pratica non avrà seguito.
Conosciuto un diplomatico giapponese, Maria lo seguirà nel paese del sol levante, a Tokio, dove diventò la signora Saka.
Dopo il 1940 di lei si perse ogni traccia.

Frauen im krieg (Donne in guerra)

 
 
 
 
Più di 200 donne servono nella legione polacca incorporata nell’esercito austro-ungarico,come anche la legione ucraina,con molte donne,e altrettanto meravigliosamente si comportano le ragazze e le donne rutene che prendono parte alle battaglie contro i Russi nei Carpazi.Una di loro, la signorina Olena Stepaniew, in tempo di pace studentessa di filosofia all’università rutena di Lemberg,serve nei corpi volontari ucraini e per il suo brillante contributo venne nominata tra gli aspiranti allievi ufficiali e insignita della medaglia al valore d’argento.

giovedì 2 marzo 2017

Guido Marizza e la pagnotta.


Fonte: Vota Franz Josef - Gentilmente inviato da Mark Pisk.



Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.
A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in rit...irata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine. A Udine quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, influenzati dalla propaganda secondo cui i Tedeschi (che il giornale “Il popolo d’Italia” descriveva come dediti al cannibalismo) avrebbero assassinato tutti indistintamente. Dappertutto scene di saccheggio, vetrine sfondate, civili uccisi, soldati italiani ubriachi fradici: il nemico in fuga ha depredato la sua stessa città, dopo che i vincoli disciplinari si sono sciolti. Nella città abbandonata molti soldati italiani vanno saccheggiando e appiccando incendi. In tutti i villaggi la popolazione friulana saluta cordialmente i soldati germanici, fiduciosa nel fatto che la loro impressionante vittoria avrebbe presto condotto alla pace. A Passons, San Marco e Mereto di Tomba i soldati vittoriosi vengono salutati e accolti assai cordialmente. Anche a Maiano la 50^ Divisione incontra tracce di saccheggi e viene accolta festosamente dalla popolazione. A San Daniele, come in molte altre località, i civili scendono in strada con ceste di burro e marmellata, cioccolata, uva e altri viveri per i soldati austro-tedeschi. A Gemona i saccheggi da parte di soldati italiani sbandati raggiungono una tale gravità che il sindaco deve chiedere protezione alla divisione Jaeger dai suoi stessi connazionali. Anche a Cimolais e Claut gli italiani hanno saccheggiato tutto.
Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Secondo il generale Cadorna è di alcuni “reparti della II Armata, vilmente arresisi o ignominiosamente passati al nemico”. La colpa, insomma, sarebbe dell’ultimo soldatino, non dei capi come il generale Pietro Badoglio, in realtà uno dei massimi responsabili della disastrosa disfatta, che dopo la guerra, grazie ai suoi appoggi politici, anziché andare dritto in galera, sarà ricompensato con ogni genere di favori, onori, prebende, promozioni e decorazioni.
Le truppe austriache, dunque, e con esse anche il soldato Guido Marizza, nell’autunno del ’17 varcano l’Isonzo, tornano a Gradisca ma non si fermano, passano anche il Torre, il Tagliamento, la Livenza e arrivano fino al Piave. E lì si fermano, perché un nemico armato si può sconfiggere, la fame no.
Quando mi raccontava la situazione di quei giorni, il nonno Guido diceva: “Se gavevimo ancora una pagnoca, rivàvimo fin a Milan!”

(dal libro "Antologia di Isunz River" di Gianni Marizza)

lunedì 27 febbraio 2017

A Reggio Emilia si ricordano Mario e Fermo, morti per la pace

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

Mario Angioletti e Fermo Baricchi, braccianti uccisi durante la manifestazione contro la guerra ed il comizio di Cesare Battisti a Reggio Emilia,  il 25 febbraio 1915.



In questi giorni Reggio Emilia,  è in programma un evento articolato, fra convegni. dibattiti, mostre e momenti musicali.    E’ un evento di ricordo e di condanna per una guerra assurda,  voluta da pochi e sofferta da tanti. E che riguarda da vicino anche noi, anche se tanti, nella nostra Terra, non lo sanno, o fanno finta di non saperlo.  Per raccontare questa storia, riportiamo l’invito all’evento “Una città per la Pace”.  Non servono altre parole.

Ci hanno colpito a morte davanti all’Ariosto. Ci hanno ucciso il 25 febbraio 1915. Ci chiamiamo Fermo Angioletti e Mario Baricchi. Di noi non si ricorda più nessuno. Eppure manifestavamo contro la guerra e contro il comizio di Battisti. Di Battisti si ricordano tutti. Ci sono strade e piazze dedicate a lui. Di Angioletti e Baricchi non ci sono più nemmeno le tombe.
Siamo spariti nel nulla e sono ferite più profonde di quelle che ci fecero le forze dell’ordine. Perché essere dimenticati è come morire per niente. E’ come morire due volte. Una beffa che sembra volere ripetere per sempre che i poveri rimangono poveri e non valgono nulla nemmeno da morti. E invece in piazza ci siamo andati, perché eravamo stanchi di vivere così. Di nascere, respirare, sudare, indossare un uniforme e morire solo perché lo diceva qualcuno più importante di noi. Eravamo davvero stanchi di stare piegati ore e ore a fare diventare ricchi i ricchi per pochi spiccioli. Una paga da fame. Una vita da fame.
E poi ci volevano pure convincere che dovevamo morire in guerra per loro. Potevamo diventare “eroi”. Hanno riempito il mondo di cimiteri pieni di eroi. Poveri Eroi. Eroi poveri.
Quindi prendete la matita e il taccuino. Strappate una pagina e scriveteci in cima: Fermo Angioletti e Mario Baricchi. Piegatelo e tenetelo nel portafoglio. Avevamo appena compiuto diciotto anni. E siamo morti per la Pace. Il 25 febbraio 1915. Davanti all’Ariosto.
 
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lunedì 28 novembre 2016

Il fiumano Sigismondo Benigni



Sigismondo Benigni, fiumano nato il 15 gennaio 1855, morto a Graz il 13 ottobre 1922

Cavaiere di Muldemberg con il titolo di "Graf", promosso tenente nel 1873 dopo aver frequentato l'accademia militare tecnica, fece parte del "Genio".

Ebbe una encomiabile carriera militare terminata con il congedo nel 1911, con il grado di Feldmarschall-Leutnant; aveva fatto parte dello Stato Maggiore....

Richiamto in servizio all'età di 60 anni nel gennaio del 1915, comandò la "Brigata Benigni" ed il "Corpo Benigni" in Galizia, del quale faceva parte anche il 97 esimo Reggimento KuK.

Per i brillanti risultati conseguiti fu più volte decorato e promosso a Feldzeugmeister, dal luglio del 1918 fu comandante militare di Cracovia. I suoi discendenti vivono ancora a Graz ed in altre parti dell'Austria.



domenica 13 novembre 2016

I Montecuccoli al servizio dell'Impero

Fonte: Vota Franz Josef

Questo era il figlio di Rodolfo Montecuccoli, nativo di Modena, espatriato con il padre nel 1859 all'età di 15 anni. Il padre combattè a Solferino nel 1866 con la Brigata Estense, poi la famiglia tornò a Vienna. Quelli della Brigata Estense che credettero al "perdono" dei Savoia, furono invece imprigionati e videro le loro proprietà confiscate. Non erano solo modenesi, un nutrito gruppo di ferraresi gli si era unito.
Rodolfo Montecuccoli combattè a Lissa all'età di 25 anni e si distinse. Fece una rapida carriera e dal 1904 al 1910, fu Comandante in Capo della KuK Kriegsmarine. Sotto la sua direzione, avvenne il più grande rinnovamento della nostra Marina. Non godeva di appoggi politici come nessuno nelle nostre forze armate, dove si faceva carriera esclusivamente per merito e la fortuna di essere la persona giusta al momento giusto.
Sotto la sua direzione avvenne il più straordinario programma di rinnovamento della Marina, eppure non era per niente amico di Franz Ferdinand, che era il "padrino" della nuova Kriegsmarine. Curiosamente, il suo "lascito" più noto fu il colore delle nostre navi che divenne una specie di verde oliva, più consono alla mimetizzazione in mare. Quella tinta particolare, fu chiamata "Montecuccolin" in tutte le lingue.
Suo figlio Alfons combattè e fu pluridecorato. Il padre morì nel 1922 nella sua casa di Baden vicino a Vienna. Alfons rimase in Austria e non si sognò mai di tornare a Modena. Il cognome Montecuccoli del ramo austriaco, si è estinto perché le eredi sono esclusivamente femmine.
Quando la propria terra natale viene conquistata da degli invasori, ci sono due scelte: restare sottomessi o fuggire. Questa famiglia con altre centinaia, decise di non sottomettersi al Regno di Sardegna ed andò esule in Austria, per poter continuare a vivere libera, in dignità e coerenza. Tutti i modenesi dovrebbero onorare questa gente, non iscriversi al Rotary ed ai Lyons per fare propaganda per gli invasori dei loro nonni. In cambio dall'Italia, ottengono solo briciole, rispetto a ciò che potrebbe avere avere la loro terra in un'amministrazione autonoma come quella austriaca.
Nel dopoguerra, Mussolini decise di onorare i "capitani di ventura" come se fossero stati dei "patrioti". Tra questi, c'era uno dei primi Montecuccoli, Duchi di Modena, espatriati nel medioevo da Ferrare dove avevano vinto i guelfi. L'Italia gli intitolò un famoso incrociatore della classe "condottieri". Ma quel Montecuccoli non era nemmeno "italiano", aveva casa in Austria, una moglie austriaca ed era plurilingue.
E quando i pescatori istriani e dalmati vedevano l'incrociatore Montecuccoli scorazzare tra le loro isole, dicevano: "Ara che cocoli i 'taliani: se i ghe dà el nome del Comandante Montecuccoli a un incrociator, el prossimo se ciamerà de novo Tegetehoff".
Si dice che una barca di pescatori andò a salutare l'incrociatore Montecuccoli, aveva issato a riva la bandiera della KuK Kriegsmarine e quella della Regia Marina. Sotto bordo salutarono, cantarono Giovinezza e poi l'Inno Imperiale.

venerdì 4 novembre 2016

Novembre 1918: gli Inglesi entrano a Trento e la "addobbano" per gli "italiani"





Gli italiani entrarono a Trento nel 5 novembre 1918, dopo l'armistizio e dopo l'entrata delle truppe britanniche, che firmarono la resa della guarnigione e hanno "decorato" alcune vie della città con bandiere tricolori per l'entrata "trionfale" dell'esercito italiano.
Alle 2 di mattina del 3 novembre il capo dello stato maggiore della 48ª divisione e il responsabile ufficiale del servizio d’informazione incontrarono a Trento i responsabili militari dell’alto comando austriaco della 10ª armata e chiesero la resa incondizionata degli austro-ungarici, essendo essi all’oscuro delle trattative per un armistizio fra Austria e Italia. Gli austriaci non avevano il potere di firmare una resa incondizionata, ma raggiunsero con gli inglesi un accordo scritto sostanzialmente equivalente: garantivano il libero accesso a Trento e non avrebbero più sparato. Questo incontro è confermato da diversi diari di ufficiali. Nel diario del tenente inglese Mitch Williamson si legge: “la divisione raggiunse la città di Trento, capitale del Tirolo."



Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

sabato 29 ottobre 2016

Gli "italiani" fuggono e fanno "terra bruciata" (1917)




Fonte: Vota Franz Josef

Che qualcuno ci spieghi la necessità di fare "terra bruciata" di Gradisca e degli altri paesi. Quando si fugge si fanno saltare i ponti ed i magazzini, ma perché incendiare i paesi, distruggere case e palazzi pubblici?
Lo spiegava Maria Cantarut a Camillo Pavan (dal minuto 5): "Tutto il cielo era un grande fuoco, facevano scoppiare le munizioni, anche verso Palmanova... Gli arditi mettevano bombe (delle perette) sulle porte ed i bambini si ammazzavano. Gli arditi erano tutti ...delle prigioni, facevano male dove andavano e facevano male ai bambini".
-Perchè lo facevano? -
"Per dispetto, per far morire i tedeschi, perchè loro scappavano e si ritiravano sul Piave... dappertutto buttavano bombe, andavano per le case a rubare, anche a casa nostra. Rubarono due prosciutti a mio papà che scese con la roncola, per fortuna scapparono pensando chissà cosa, altrimenti saremmo morti tutti:
Tutto il cielo era una fiamma, per fortuna pioveva e le strade erano gialle di gas. Se non avesse piovuto saremmo morti tutti: erano gas asfissianti".
Segue, il racconto dell'assassinio della nonna. Maria Cantarut di Brazzano, ebbe il cognome italianizzato in Cantarutti.


Gradisca 28 ottobre 1917
Nel ritirarsi gli italiani distruggevano tutto ciò che non potevano lasciare per non abbandonarlo al nemico. E non vi era stato bisogno
di ripetere la raccomandazione. Tutto bruciava.
Ora anche Gradisca ardeva tutta. Poche case non erano state incendiate. Il resto era stato dato in preda alle fiamme.
In fuga da Caporetto - L’odissea della grande ritirata nel racconto del tenente Vincenzo Acquaviva

sabato 22 ottobre 2016

Niemals vergessen: il bombardamento di Gorizia della primavera del 1916 da parte dei "liberatori".



Era contrario alla prassi ed agli accordi dell'Aja, decine di civili goriziani persero la vita. Superò il già mortale bombardamento del dicembre dell'anno precedente.
Fu bombardato l'ospedale militare del Seminario protetto dalla Croce Rossa, morirono dei ricoverati ed il Priore. Carlo Primo ne fu tanto indignato, da ordinare una rappresaglia aerea su Venezia, proprio lui che aveva fino ad allora impedito i bombardamenti sulle città italiane.
Non c'erano obbiettivi militari in città, una pista storica ragionevole, è che Cadorna o Capello, volessero dimostrare qualcosa o impressionare il comandante in capo francese, in visita per trattative sulla fornitura di cannoni e munizioni.
Altri storici dicono che gli italiani erano imbizzarriti dalla presunta "bella vita" che facevano i nostri soldati in licenza a Gorizia, dove centinaia di cittadini erano rimasti per circondarli di cure, affetto ed attenzioni... mentre gli aggressori italiani languivano nel fango delle trincee e con la certezza di morte, specie per quelli del Podgora dove era già stata sterminata, gran parte dei 180 "volontari giuliani" deceduti, il 75% del loro insieme, schierato l'anno precedente.
Ogni volta che gli italiani facevano di questi "numeri", spendevano l'equivalente di decine di milioni di euro in munizioni. Avrebbero finito di pagare i debiti alla GB, appena nel 1988. Probabilmente non hanno ancora recuperato i costi nonostante quasi un secolo di grassazioni e sarebbe per questo, che ci tengono tanto a Gorizia. L'ipotesi non ci sembra tanto assurda: tutte le potenze coloniali hanno un registro con la partita doppia dei territori conquistati.

Fonte: Vota Franz Josef 

domenica 16 ottobre 2016

Presa del colle San Marco al primo assalto



Un nostro battaglione della riserva, prese il colle San Marco contro un reggimento ben fortificato, al primo assalto.
Loro invece, dopo l'impresa iniziale della conquista del Krn, non riuscirono mai più a strapparci niente, se non a prezzo di strabilianti sacrifici e di sforzi incessanti durati anni... come ad esempio sul colle di Plava dove si estinsero molte Divisioni italiane, contro una media di un battaglione scarso di difensori.
Non ci hanno mai battuti eppure si proclamano "vincitori"... solo perché l'Impero di dissolse prematuramente. Si sono inventati le loro "battaglie" vittoriose quando metà dei nostri reparti erano già tornati a casa e gli "sfondamenti" erano stati effettuati dai britannici.
Non per nulla, l'armistizio fu firmato con le nostre truppe, decine di km dentro i loro confini del 1915. Ed imbrogliarono pure in quel momento, dicendo che ci eravamo capiti male e che loro applicavano il cessate il fuoco, 4 giorni dopo. Così presero 300 mila prigionieri che morirono in discreto numero in prigionia fino al 1920, così conquistarono più territori possibile.
Eppure non riuscirono a "conquistare" Trento dove entrarono i britannici al loro posto e dove inventarono la loro scenografia con le comparse e le bandiere alle finestre, falsificando le date.
Falsificarono anche le foto dello sbarco a Trieste, con immagini scattate mesi ed anni dopo, per far vedere una gran folla che al momento buono, era ridotta a forse 200 curiosi. Senza bandiere, senza abbracci e con le mani in tasca o dietro la schiena. Pioveva... eppure le loro foto dello sbarco, sono scattate in giornate di sole e con la gente senza i cappotti. In alcune, si vedono addirittura i gagliardetti fascisti, che non potevano essere certo presenti il 3 novembre del 1918.

Fonte: Vota Franz Josef

sabato 8 ottobre 2016

I nostri pittori di Marina, si interessavano anche dei fuochisti.


Fonte: Vota Franz Josef



E ne avevano motivo, essi si sacrificavano in modo a dir poco eroico, come in occasione di un'incursione del dicembre 1915, quando alcuni di essi erano stati feriti da colpi dell'artiglieria nemica, scatenata all'inseguimento dell'incrociatore Helgoland.
L'inseguimento fu molto avventuroso, con le nostre navi praticamente spacciate perchè tagliate fuori da Cattaro, anche da una flotta mista anglo-franco-itali...ana, che sopraggiungeva da Nord.
Il comandante Heyssler riuscì a gabbarli tutti con una finta verso le coste italiane e sgusciarli davanti alle prue mentre essi non potevano tirare perchè avrebbero pututo colpirsi tra di loro, trovandosi poco dopo nell'oscurità perchè aveva tenuto conto dei tempi del tramonto e del crepuscolo.
In quella occasione, i fuochisti riuscirono a superare la velocità massima prevista, nonostante alcuni fossero feriti ed una caldaia fosse fuori uso. Il comandante aveva mandato altri marinai a dargli una mano ma i fuochisti li respinsero e continuarono a spalare con il sangue alle mani, per una durata totale di oltre due giorni i lavoro ininterrotto.
Furono anch'essi decorati, ma Heyssler fu rimosso dall'ammiraglio Haus perchè nonostante la brillantissima fuga che aveva scatenato l'ammirazione dei britannici (figuriamoci se gli italiani ed i francesi potessero riconoscere la bravura del nemico), aveva perso due Zerstorer nella prima fase dell'azione.

martedì 27 settembre 2016

No all'adunata degli alpini a Trento nel 2018




Il 2018 per gli abitanti delle attuali Province Autonome di Trento e Bolzano è un anno particolare: ricorre infatti il centenario dall’annessione di questi territori all’Italia.
La Prima Guerra Mondiale ha coinvolto direttamente la nostra terra e la nostra gente: sono migliaia i soldati volontari ed effettivi (Schützen e Kaiserjӓger) che hanno combattuto per l’esercito d’Austria; tanti hanno anche perso la vita.
Questi soldati erano i nostri antenati, nonni e bisnonni che si sono sacrificati in un duro conflitto, spesso combattendo in condizioni disumane, a volte persino sui ghiacciai delle nostre montagne (per questo si parla anche di Guerra Bianca).
Gli alpini combattevano dall’altra parte del fronte, erano un corpo dell’esercito italiano specializzato per il combattimento in montagna.
Nel 2018 vorremmo ricordare, non per recriminazioni politiche o nostalgia, ma per il semplice buonsenso, chi combatté dalla nostra parte e si sacrificò in battaglia. Portiamo rispetto anche agli alpini, naturalmente, e siamo convinti che quegli eventi bellici non si sarebbero mai dovuti svolgere.
Chiediamo pertanto che l’adunata nazionale degli alpini non si svolga nel 2018 a Trento, ma in un’altra data.
Vi chiediamo di firmare questa petizione e di condividerla il più possibile, affinché si possa raggiungere un numero di sottoscrittori tale da poterla presentare a chi di competenza, e che possa vedere quanto questo tema ci stia a cuore.

Questa petizione sarà consegnata a:
  • Provincia Autonoma di Trento
  • Comune di Trento
  • Associazione Nazionale Alpini

Fonte: https://www.change.org/