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giovedì 30 maggio 2013

Quel fatal 1866 ( 4° ed ultima parte) : La fine della guerra e le sue conseguenze.




Ogni storia ha la sua fine e questo vale anche per ciò che in questa sede mi sono accinto a  narrarvi . Siamo giunti al termine dei nefasti avvenimenti di "Quel fatal 1866" che portarono tristezza in terre un tempo felici.






L' Armistizio di Cormons e il trattato di Vienna






File:Gefecht zwischen k.k. Husaren und preußischen Kürassieren in der Schlacht von Königgrätz (A. Bensa 1866).jpg
Scontro di cavalleria nella battaglia di  Sadowa.
La Prussia, alleata dell'Italia sabauda  nella guerra contro il Cattolico  Impero d'Austria e vittoriosa a Sadowa, concluse il 26 luglio l'armistizio di Nikolsburg, che non prevedeva alcuna clausola a favore delle aspirazioni del governo sabaudo. In quel momento  l'esercito sabaudo si trovava nella situazione più disdicevole: con le  sconfitte, fatte passare per apologetiche vittorie , di Giuseppe Garibaldi  e del generale Giacomo Medici . Nel frattempo il criminale generale Enrico Cialdini aveva occupato una Padova ormai sgombra da soldati Imperiali e dalle strade deserte, mentre il generale Raffaele Cadorna era riuscito ad arrivato fino a Gradisca appunto perché non v'erano più truppe Imperiali. Per mare la grave e vergognosa sconfitta a Lissa aveva aggiunto un'onta in più , cosa che  del resto riuscì benissimo anche alla sconfitta di Custoza.
Raffaele Cadorna
Raffaele Cadorna
L'Italia sabauda , oltretutto con una opinione pubblica totalmente sfiduciata e in miseria economica, non era in grado di continuare le operazioni militari da sola e si vide pertanto costretta all'armistizio. In preparazione di esso il coniglio di Custoza, generale Alfonso La Marmora, a nome di Vittorio Emanuele II , inviò a Garibaldi l'ordine, tra l'altro ben accetto da quest'ultimo vista la situazione a dir poco critica , di sgomberare il Trentino.

Il 12 agosto 1866 tra l'Italia sabauda  (rappresentata dal generale Conte Agostino Petitti Bagliani di Roreto) e l'Impero d'Austria (rappresentato dal generale Barone Carl Möring) fu firmato a Cormòns (Gorizia) l'armistizio che pose fine ad una della pagine più vergognose nel così detto  "Risorgimento italiano" (Terza guerra di espansionismo sabaudo- disfatta di Custoza). Nel frattempo Prussia e Austria arrivarono alla firma del Trattato di Praga (23 agosto), che lasciava in sospeso le richieste sabaude ; queste  verranno  soddisfatte il 3 ottobre dello stesso anno dalla Pace di Vienna, che sancirà ufficialmente la pace e il passaggio del Veneto da colei che rappresentò la sua rinascita ( Impero d'Austria) a colei che la mise in catene e miseria (l'Italia sabauda prima e repubblicana poi)  tramite la Francia di Napoleone III.
L'armistizio congelava la situazione militare in atto, con l'esercito sabaudo faticosamente , e tra le vive proteste della popolazione,  arrivato alle porte di Gradisca, ma con gli Imperiali vittoriosi e ancora saldamente posizionati  nel quadrilatero ed in altre fortezze. L'usurpazione e la seguente annessione del Veneto e del Friuli venne rinviata nel tempo e avvenne dopo la pace di Vienna.


Testo dell'armistizio :

Cormons, addì 12 agosto 1866. Conchiusa fra i commissarii militari del Regio Esercito Italiano ed il I.R. Esercito austriaco al giorno d'oggi.
In seguito all'effettuato sgombro del
Tirolo meridionale e di alcuni luoghi della contea di Gorizia per parte delle truppe italiane i due commissari stabiliscono quanto segue salva la superiore ratificazione:
L'armistizio comincerà col giorno 13 agosto alle ore 12 meridiane e durerà quattro settimane, vale a dire, fino al 9 settembre. Le ostilità non potranno ricominciare che mediante un preavviso di giorni 10. In difetto di preavviso l'armistizio s'intenderà prolungato.
I limiti dei territori occupati dalle truppe saranno per la durata dell'armistizio i seguenti, cioè:

  • per le truppe austriache:
a) L'attuale confine Lombardo-Veneto dal Lago di Garda al Po.
b) Il
Po fino ad un chilometro al di sotto d'Ostiglia e di una linea retta fino a 7 chilometri e mezzo, al di sotto di Legnago sull'Adige presso Villa Bartolomea.
c) Il prolungamento della detta linea fino alla Fratta, la sponda destra di questo corso d'acqua sino a Pavarano, di là una linea che per Lobia va al confluente del Chiampo nell'Alpone: indi la sponda destra di quest'ultimo fino alla cima Tre Croci al confine politico.
d) Il confine politico dallo sbocco del fiume Aussa in Porto Buso fino presso Villa, indi un perimetro di 7 chilometri e mezzo intorno alle opere esterne di
Palmanova, il quale cominciando a Villa, e passando tra Gonars e Morsano termina a Percoto Torre, la sponda sinistra del torrente Torre fino a Tarcento, e di là per Prato Magnano a Salt fra Osoppo e Gemona. Al Tagliamento, la sponda sinistra del Tagliamento sino al piede del Monte Cretci, ed il dorso dei monti che separano le valli di San Pietro e di Gorto fino al Monte Coglians sul confine politico.
e) Intorno al forte Malghera un perimetro di 7 chilometri e mezzo. Il Governo italiano è in facoltà di valersi della parte della ferrovia da
Padova a Treviso compresa in tale perimetro.
f) Lo stesso perimetro di 7 chilometri e mezzo intorno alle altre opere di fortificazioni esterne di Venezia. Nelle località alle quali non si estendono uno di questi perimetri, la laguna, e se esistono canali esterni in prossimità di questi, la sponda interna dei canali stessi. Il forte di
Cavanella d'Adige non sarà occupato né dall'una né dall'altra truppa.
  • per le truppe italiane:
g) I limiti di tutte le parti del Veneto che non sono occupate dalle truppe austriache.
L'approvvigionamento di Venezia sarà libero.
L'accesso ne' territori riservati alle truppe austriache è interdetto alle truppe regie e ai volontari italiani. Egualmente alle truppe imperiali e ai volontari austriaci è interdetto l'accesso ne' territori riservati alle truppe italiane. È però fatta facoltà agli ufficiali di un esercito di attraversare per ragioni di servizio il territorio riservato all'altro, mediante scambievole accompagnamento.
Si farà il reciproco scambio dei prigionieri; l'
Italia li consegnerà in Peschiera e l'Austria in Udine.
Gli impiegati italiani che si trovano nei territori occupati dalle I.R. truppe non saranno molestati, e non lo saranno reciprocamente gl'impiegati militari austriaci in ritiro, che si trovano nei territori occupati dalle truppe italiane.
È ammesso il ritorno degli internati d'ambo le parti: però non potranno entrare nelle fortezze occupate dalle truppe del Governo dal quale furono internati.
Cormons, addì 12 agosto 1866
in casa del Podestà Signor Maggiore Conte Thurn.
CARLO MOERING Generale Maggiore, A. PETITTI Generale


Con il trattato di Vienna del 3 ottobre 1866, veniva definitivamente dichiarata chiusa la terza guerra di espansionismo sabaudo e il Veneto veniva ceduto dall'Austria alla Francia, che lo avrebbe poi rigirato  all'Italia sabauda , previo il consenso degli abitanti tramite un plebiscito; un plebiscito che sarà l'ennesima tragica farsa risorgimentale.
Il trattato fu firmato dal generale sabaudo Luigi Federico Menabrea e dal suo omologo Imperiale , Emmanuel Félix de Wimpffen.






Il  Plebiscito farsa nel Veneto (21-22 ottobre 1866)



Il timore per il governo sabaudo era lo stesso che ebbe  tutte le volte che usurpò uno Stato legittimo della penisola italiana ed il Veneto non fece certo eccezione , anzi . Il timore degli unitaristi   che temevano che  l’espansione savoiarda finisse in una bolla di sapone era fondato e appurato fin dalle prime reazioni popolari allo scoppio delle ostilità: difatti era grande la fedeltà al buon e legittimo governo asburgico  del Lombardo-Veneto con le sue tasse eque e la sua grande efficienza . A fronte di questa preoccupazione crescente, e ritenendo che una libera consultazione tra il Popolo Veneto avesse causato una battuta d'arresto nelle aspirazioni del governo  sabaudo che con i suoi prezzolati tirapiedi (poi chiamati patrioti italiani) si mobilitarono per evitare che ci fosse alcun controllo internazionale della consultazione, violando così in modo palese gli accordi decretati dalla Pace di Vienna e dall’Armistizio di Cormons. Per realizzare il proprio malvagio piano l’esercito sabaudo cominciò una crescente campagna intimidatoria accompagnata dall’occupazione di tutti i municipi veneti.
Ecco alcuni esempi di pubblica minaccia: per quello che dicevano, i manifesti per il plebiscito erano una sorta di ricatto morale a chi andava a votare, in uno di questi si può leggere: "Chi dice Sì mostra sentirsi uomo libero, padrone in casa propria, degno figlio d’Italia. Chi dice No la prova d’anima di schiavo nato al bastone croato! Il Si, lo si porta all’urna a fronte alta, sotto lo sguardo del sole, colla gioja nell’anima, colla benedizione di Dio! Il No, con mano tremante, di nascosto come chi commette un delitto, colla coscienza che grida: traditore della patria!" La Gazzetta di Verona il 17 ottobre 1866 parlando del plebiscito riporta: "Sì, vuol dire essere italiano ed adempiere al voto dell’Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell'Italia". Come mai sottolineare l’essere veneto? Non erano forse tutti per l’unità stando a quanto ci viene riportato nei libri di scuola? Questo è uno dei vari elementi che mettono in luce il dubbio valore della farsa plebiscitaria, ed il fatto che i risultati del plebiscito siano la risultante della reale volontà della gente veneta.
La truffa ai danni dell’invitto Popolo Veneto si consumò il 19 ottobre 1866 in una stanza dell’hotel Europa, nel Canal Grande a Venezia, nella quale il plenipotenziario francese il gen. Leboeuf consegnò il Veneto ai commissari sabaudi ben due giorni prima della data in cui era fissato il referendum: questa fu la palese violazione di quanto stabilito dagli accordi internazionali sanciti dall’Armistizio di Cormons e dalla Pace di Vienna.
Il 21 ottobre 1866 ebbe luogo sul suolo Veneto la farsa plebiscitaria con tutto il Veneto invaso da forze d'occupazione dell'esercito sabaudo, in cui vennero proibite dagli occupanti perfino le tradizionali processioni religiose in quanto "assembramento pericoloso per l'ordine pubblico". Il risultato (641.758 SI, 69 NO, 273 NULLI) è la prova intangibile del broglio perpetuato, soprattutto i 69 sono emblematici: il valore sul campo di battaglia dei soldati veneti che vinsero contro l’Italia sabauda  sono dati di fatto incontestabili e provati dalle relazioni degli stati maggiori Asburgici, mentre i verbali del plebiscito redatti nei seggi sono introvabili. Lo stesso storico Luigi Sutto di Rovigo, nel 1903, fu incaricato dal Museo del Risorgimento di ricostruire dati ed episodi del Plebiscito. Il suo insuccesso fu quasi totale perché non riuscì a visionare i verbali del plebiscito. Perché gli fu vietata tale visione? La risposta è tanto semplice quanto scontata: il governo sabaudo mise in circolo menzogne madornali che volevano far credere e convincere che i favorevoli al plebiscito risultarono essere addirittura il 99,9 %, quando, si afferma, gli aventi diritto al voto erano allora il solo 26% della popolazione: “maschi con più di 21 anni”. In tutto ciò  la libertà e segretezza di voto erano inesistenti , tra minacce e soprusi verso la popolazione  si avvalevano di biglietti di colore diverso e una palese dichiarazione del votante a favore o contro per avere la situazione sotto controllo e garantirne così un risultato favorevole alla nefasta causa unitaria.
Queste poche righe ci danno un’idea del fatto che nel 1866 in Veneto sia stato perpetrato un crimine da parte dell’Italia unita contro la Popolazione Veneta e il legittimo governo . Il Veneto si andava ad aggiungere alla lunga lista dei molti popoli della penisola italica vittime dell’espansionismo sabaudo.
 Il 7 novembre, entrava in una Venezia deserta e visibilmente ostile, lontana dall'iconografia di propaganda  risorgimentale,  l'usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia-Carignano.
 
 
 
 
 
 
Conseguenze:
tra triste verità e leggenda nera.
 
 
 
 
Territorio Veneto asburgico.
Con l'usurpazione da parte dell'Italia sabauda del Veneto , l'ultimo lembo del Regno Lombardo-Veneto veniva occupato da un governo rivoluzionario e illegittimo. L’Imperatore Francesco Giuseppe I venne costretto a riconoscere il Regno d'Italia  e a cedere la Corona ferrea, legittima eredità della sua Casata, simbolo della sovranità sul Regno Lombardo-Veneto.
Questa grave conseguenza della guerra appena conclusa portò alla completa estromissione della guida e protezione asburgica nella penisola italiana che si faceva garante dell'ordine legittimo in essa. I movimenti anti-unitari nel Granducato di Toscana e nei ducati Emiliani occupati da sette anni dal governo unitario sabaudo , subirono una forte battuta d'arresto in quanto il loro maggiore alleato veniva a mancare della sua presenza.
Le tasse sotto il legittimo Imperial-Regio governo erano di sole 11 Lire mentre sotto l'illegittimo governo sabaudo aumentarono a 33 Lire! La leva era obbligatoria anche per coloro che avevano già servito nell'Imperial-Regio esercito , la miseria e la povertà dilagò per tutto il popolo veneto, spesso costretto a emigrare in cerca di occupazione. Altrettanto deleteria fu la sistematica distruzione del patrimonio culturale e linguistico veneto: l’arroganza unitarista del suo centralismo  si caratterizzava da subito attraverso la volontà annullatrice dell’identità locale. E, purtroppo, come ben sappiamo, ciò  non avvenne solo in Veneto.
 
I patriottardi libri di storia ci hanno rifilato , tra le altre "balle tricolore", una leggenda nera che volle e vuole ancora far passare il governo asburgico come il male assoluto:  ci viene detto che alla fine della guerra   Francesco Giuseppe I decise di procedere contro l'"etnia italiana" nelle regioni del Tirolo, Venezia Giulia e Dalmazia. Ci hanno detto che il Consiglio della Corona dell'impero, riunitosi il 12 novembre 1866 sotto la presidenza dell'imperatore stesso e con i suoi ministri più importanti, approvò un verbale intitolato "Misure contro l'elemento italiano", che deliberava la germanizzazione e la slavizzazione delle terre italofone rimaste all'Impero: «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l'influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e [...] si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori [...] con energia e senza riguardo alcuno». Queste tristi menzogne non potrebbero essere più lontane dalla realtà in quanto l'amore di Francesco Giuseppe verso TUTTI i suoi Popoli era smisurato ed essi lo ripagavano con la stessa fedeltà e amore! Le così dette "Misure contro l'elemento italiano" si riferivano  alla presenza di elementi sovversivi  nazionalisti al servizio del governo sabaudo presenti nelle province dell'Impero e nel loro organico amministrativo : 52 anni dopo queste ridenti terre subiranno l'occupazione dal nuovamente sconfitto esercito sabaudo e  durante il ventennio fascista subiranno un forzata italianizzazione.
Cerchiate in rosso le zone interessate dalla "leggenda nera".
Di conseguenza la "germanizzazione" fu analoga a quella successa all'indomani del 1848 , quando il diffidente governo asburgico mise nell'organico amministrativo delle sue provincie elementi fidati on d'evitare altri eventuali disordini. Non ci fu nessuna persecuzione culturale o linguistica nelle province sopra citate: rammentiamo sempre che codeste province rimasero fedelissime all'Imperatore fino alla fine della Prima Guerra Mondiale e anche dopo; se le cose fossero andate davvero come gli storici di regime ci vogliono far credere il comportamento di questi popoli sarebbe risultato assai differente.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Conclusioni
 
Giunti al termine di questa storia , e dopo essersi resi conto dei reali avvenimenti, non si può far altro che valutare il tutto come una grande tragedia, una delle tante che colpirono la penisola italiana e i suoi popoli tra il 1859 ed il 1918.
Non si può negare la ragione dei popoli fedeli all'Imperatore che combatterono contro coloro che pretendevano di portar la "libertà" mentre portavano solo catene e ceppi.
Ci si rende facilmente conto di coloro che furono veri Patrioti (Trentini, Tirolesi, Veneti , Friulani) e invece chi fu l'invasore e il criminale (Garibaldi, Savoia, esercito "italiano").
Volete negare ciò? Liberi di farlo! Ma rammentate, negare la verità non cambia le cose ma rende il menzognero ancora più ridicolo.
 
 
 
 
 
 
Fine...
 
 
 
 
 
Fonte:
 
Wikipedia.

1866: la grande truffa.   Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia; AUTORE: Ettore Beggiato;   EDITORE: Venezia: Editoria Universitaria, 2007 (Seconda edizione); PAGINE: 80 pagine
 
 
Scritto a cura di:
 
Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.
 
 

mercoledì 29 maggio 2013

Quel fatal 1866 (Parte 3°) : Le vicende garibaldine nel 1866.




Narrati gli eventi bellici del fronte meridionale che interessarono direttamente l'esercito sabaudo di terra e di mare nella guerra austro-prussiana del 1866 (terza guerra di espansionismo sabaudo) è ora giunto il momento di aprire una parentesi riguardante le vicende del Garibaldi e dei suoi mercenari-volontari durante la campagna militare di "Quel fatal 1866".

 
 


Garibaldi e garibaldini nel 1866:
tra volontari di bassa lega , disordini e sconfitte.





 Organizzazione e composizione dell'esercito garibaldino nel 1866:
Giuseppe Garibaldi.


Appena il trattato tra Italia sabauda e Prussia venne siglato (8 aprile 1866) , si scatenò la solita ridda di progetti militari stravaganti: si preparò un colpo di mano in Dalmazia, che nei piani sabaudi ma anche nella diabolica mente del Bismarck , forse suggestionato dal libro di Rustow, si voleva affidare a Garibaldi.  Il criminale Bixio propose di affidare al Garibaldi il comando della flotta ma nessuno lo prese sul serio: come ben sappiamo, per fare disastri era sufficiente Persano. La Marmora , che non si fidava di Garibaldi, decide di destinarlo in Tirolo dove non poteva intraprendere pericolose iniziative.
File:Nino-Bixio 01.gif
Nino Bixio
Il 6 maggio si finì per decretare la formazione di 5 reggimenti di "volontari", parola assai azzardata per definire coloro che ne faranno parte,  cioè disoccupati nullafacenti, avanzi di galera e regolari travestiti da volontari , da affidare a Garibaldi. Se ne aspettavano 15.000 ma se ne presentarono, per via della dilagante miserie e vista la possibilità di una paga sicura e tre pasti al giorno, circa 30.000: vennero organizzati in 5 brigate e dieci reggimenti , sei dei quali, in camicia rossa (per la prima volta indossata da reparti dell'esercito regolare). Gli si affidò il compito, non molto impegnativo,  di tagliare le comunicazioni tra Verona e il Brennero.
Per evitare che all'ultimo momento Garibaldi facesse uno dei suoi colpi di testa, venne confinato a Caprera fino al 10 giugno, quando gli venne consegnato il corpo dei volontari che era stato perciò organizzato in sua assenza: il viaggio in mare lo fece sul tristemente noto "Piemonte", forse per ragioni scaramantiche.

Domenico (Menotti) Garibaldi
Menotti Garibaldi.
L'ammassamento dei volontari avvenne fra Como, Monza, Varese e Bergamo , nella più generale confusione. Mancavano i suoi ufficiali migliori, passati all'esercito regolare: chiese che li fossero concessi ma gli venne permesso di portarsi dietro solo il figlio Menotti. Da solo fece fatica a mettere un po' di ordine : emanò per l'occasione un decalogo di comportamento un po' particolare; alcune delle direttive furono:

"Chiunque mostra paura , dev'essere preso a calci...Le perdite più gravi si patiscono fuggendo, mentre i valorosi vincono sempre e ne muoiono pochi...Gli uomini di tutti i gradi prendano frequenti bagni nel lago...". In termini di comportamento tattico , la disposizione fu: "Fate l'aquila" , nel senso di prendere posizione sui punti più alti.

Complessivamente a circa 38.000 uomini , 200 cavalli e 24 cannoni . In realtà può contare solo su 6.000 soldati decenti che da Salò si diressero verso Caffaro e le Giudicarie. Anche di questi trovò modo di dare giudizio negativo e li descrisse come "bricconi e avanzi d'osteria" , addirittura peggiore di quelli degli anni precedenti:

"Fra di loro c'erano dei farabutti che di giorno scansavano le fatiche e di notte derubavano i compagni da saccapani e bisacce. Sparivano orologi, soldi, perfino mutande di ricambio, vaglia postali, francobolli. A un altro gli anelli dalle dita".




I garibaldini invadono il Trentino:


File:Garibaldi Lonato 1866.jpg
Quartier generale di Garibaldi a Lonato il 27 giugno 1866
Il 24 giugno 1866 , con la sconfitta sabauda a Custoza, anche i garibaldini si ritirarono prudentemente seguendo la generale direttiva di La Marmora , letteralmente terrorizzato dagli Imperiali.
Garibaldi si ritirò sulle colline di Lonato , dove pose il suo Quartier Generale al riparo dell'ombra di un lenzuolo.
Il 3 luglio Garibaldi si scontrò a Monte Suello con 1.400  Imperiali, che respinsero vittoriosamente tre assalti di 5.000 garibaldini , che si sbandarono per un acquazzone al ponte di Caffaro: Fedrigo Bossi Fedrigotti , che prese parte allo scontro nei ranghi dell'esercito Imperiale , definì i volontari "briganti di Garibaldi".


Secondo Pocock , gli Imperiali avrebbero alla fine della giornata abbandonato la posizione che avevano tenuto solo per permettere alla Brigata Hoffern di lasciare indisturbata la valle del Chiese.
Garibaldi, con la sua solita olimpica serenità, sostenne addirittura che si sia trattato di una vittoria conseguita "con celerità e bravura , cacciandone gli Austriaci in un combattimento glorioso".



Il maggiore Nicostrato Castellini
Il giorno seguente anche i volontari spediti verso il Tonale al comando del maggiore Castellini vennero sconfitti a Vezza d'Oglio . In entrambi i casi i garibaldini ebbero perdite piuttosto alte. Anche lo stesso Garibaldi venne ferito a una coscia. Ma con la sconfitta dell'Impero d'Austria a Sadowa da parte dell'esercito Prussiano costringe l'Impero alla resa. Garibaldi allora proclamò che si preparava a marciare su Monaco (chi sa perché in Baviera?) ma venne agevolmente tenuto a bada dai pochi battaglioni Imperiali e dagli Jager Tirolesi, e non riuscì a penetrare in Tirolo per più di 15 Km . In crisi per la tattica nemica che lo bloccava e accusando come sempre lo scarso coraggio dei suoi, scrisse di voler "prendere a calci quei codardi che si lasciassero sopraffare dalla paura". Accelerò le operazioni per cercare di entrare almeno a Trento prima della pace, ma divenne vittima dell'abile tattica del Generale Kuhn che combatté la guerriglia del "mordi e fuggi" mettendo Garibaldi in difficoltà sul suo stesso terreno tattico. Assieme ai soldati dell'esercito Imperiale combatterono anche i contadini trentini che sparavano dalle finestre dei cascinali. Il 13 luglio Garibaldi era a Storo , diretto alla Val Chiese. Il 16 venne respinto da Cimego. Come sempre Garibaldi da una versione perlomeno edulcorata dei suoi insuccessi:



"Il 16 luglio il nemico tentò di cacciarci da Condino. I nostri, contrariamente agli ordini miei , si erano spinti da Condino sino a Cimego, ed occuparono il ponte ivi esistente sul Chiese , senza provvedere di guarnir le alture , indispensabili in quel paese scosceso per proteggere la forza che si trova nella valle".




 Scontri decisivi , fine delle ostilità e congedo dei garibaldini:



Il generale Franz Kuhn von Kuhnenfeld in un ritratto del 1890 eseguito da Ludwig Ferdinand Graf
Franz Kuhn von Kuhnenfeld .
Garibaldi , allora, occupò forte di Ampola e , poi, il paese di Bezzecca. Qui il 21 luglio venne attaccato da Kuhn , che mise in fuga i garibaldini. Il nizzardo riuscì a fatica a riorganizzare i suoi reparti, evitando una rotta disastrosa grazie soprattutto al fatto che gli avversari erano a corto di uomini e che si contentarono dell'obbiettivo raggiunto di rallentare l'avanzata nemica.

I resti del forte d'Ampola
I resti del forte di Ampola.
Quella che viene descritta come la sola vittoria dell'Italia sabauda della guerra , in realtà è stata una beffa giocata da 4.000 Imperiali discesi arditamente da alcuni passaggi scoscesi a 8-10.000 garibaldini. Garibaldi pagò questa vittoria mediatica con la perdita di 2.382 uomini , contro 188 Imperiali: secondo John Pocock  le perdite Imperiali sarebbero state di 18 morti, 84 feriti e 91 dispersi; e quelle garibaldine di 1.118 uomini di cui più di 500 morti e la restante parte i feriti , dispersi e prigionieri.

Battaglia di Bezzecca. Dall'Illustrated London News dell'11 agosto 1866.
Battaglia di Bezzecca.

Il 10 agosto 1866 La Marmora lo tolse d'impaccio inviandogli l'ordine di rientrare: nelle sue Memorie, Garibaldi posticipa alla data dell'ordine di sospendere le operazioni al 25 agosto.
La minuta del famoso
telegramma di Garibaldi.
Garibaldi rispose con un laconico telegramma che è diventato un sacro orpello del patriottismo tricoloruto: « Ho ricevuto il dispaccio N. 1073. Obbedisco. ». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: "Meno male!". A Trento non sarebbe mai arrivato: erano troppe le sue perdite , troppo forte era la difesa guidata dal Generale Kuhn e appoggiata dalla popolazione: l'impossibilità garibaldina di sfondare è sostenuta implicitamente anche dallo storico filo-garibaldino Piero Pieri , in Storia militare del Risorgimento, Guerre e insurrezioni (Torino: Einaudi , 1962).
Il corpo dei volontari venne sciolto il 1° settembre 1866. Garibaldi si rifiutò , avendo perso , a partecipare a parate che furono invece guidate dal compagno d'armi Medici.
Il Garibaldi se ne andò stizzito lasciando che decine di municipi se la sbrigassero con le valanghe di "petulanti richieste" di reduci garibaldini veri o presunti: era la solita storia.
Come per i volontari/mercenari del 1859/1860 , anche a quelli del 1866 vennero congedati con una buonuscita di sei mesi di paga: ai soldati di leva non spettò invece nulla.
Garibaldi tornò a Caprera: deluso e particolarmente amareggiato per il comportamento dei contadini veneti e trentini (peraltro non diverso da quello di tutti gli altri incontrati durante le sue campagne nella penisola) , che non mossero un dito per aiutare i volontari a "liberarli" (?) e, anzi, combatterono al fianco dell'Imperial-Regio esercito.

E così si concluse l'impresa del Garibaldi e della sua orda nella terza guerra di espansionismo sabaudo ; tra ruberie, saccheggi e defezioni aggiungendo vergogne ad una guerra già di per se vergognosa.





Fine 3° Parte...


Fonte:

L'IPERITALIANO - Eroe o cialtrone? - Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi. pag. 211, 212, 213. (Gilberto Oneto , Il Cerchio, iniziative editoriali).


Scritto a cura di:

Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.

martedì 28 maggio 2013

Quel fatal 1866 (Parte 2°) : la terza guerra di espansionismo sabaudo , ossia la ridicola "guerra satellite" dal principio alla fine.

 
 


Dopo aver narrato le vicende principali che caratterizzarono l'alleanza "italo-prussiana" e l'inizio di "Quel fatal 1866" , è giunto il momento di entrare nel pieno degli eventi che segnarono  le vicende belliche  della terza guerra di espansionismo sabaudo.








L'italietta sabauda dal 1861 alla guerra del 1866:
I progetti d'espansione sabauda tra "Questione romana" e "Questione veneta". 



 Vittorio Emanuele II
Quando il 17 marzo 1861, a seguito dell’invasione banditesca delle orde garibaldine nel Regno delle Due Sicilie , il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia-Carignano si auto proclamò  "re d'Italia" ,  il processo di espansionismo sabaudo non poteva considerarsi , da coloro (nemmeno il 2% della popolazione della penisola) che ne rincorrevano il nefasto ideale,  definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste erano ancora saggiamente e legittimamente governate da S.M.R.I.A. l'Imperatore d'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani di colui che solo deteneva  il diritto legittimo di governare  sulla città eterna,  S.S. Pio IX.
Il diabolico primo ministro Cavour, morì il 6 giugno 1861 e il Re di Sardegna , che ora si faceva chiamare "re d'Italia" , diede l’incarico di formare il nuovo governo a un ambiguo settario tristemente famoso in Toscana,  Bettino Ricasoli. Costui privilegiò la così detta “Questione romana” a quella veneta, poiché riteneva che era dalla capitale pontificia che l'insurrezione partigiana nelle Due Sicilie , che combatteva fieramente contro la nefasta unità d'Italia ,  traeva maggiore forza e alimento.



File:Italie 1861.jpg
L'Italia prima della terza guerra di espansionismo sabaudo : in giallo il sabaudo Regno d'Italia, in verde gli ultimi lembi di territorio indipendenti dello Stato Pontificio, in viola il Veneto asburgico, in blu le regioni passate dal Regno di Sardegna alla  Francia nel 1860.



Rattazzi by Disderi.jpg
Urbano Rattazzi
Conscio che Napoleone III , protettore per convenienza di politica interna dello Stato Pontificio, non avrebbe ceduto sulla “Questione romana”, il rozzo e approfittatore  Vittorio Emanuele II preferì dare la precedenza al "piatto più semplice", cioè Venezia, e riuscì ben presto a sbarazzarsi di Ricasoli, che fu sostituito con un altro settario della medesima scuola,  Urbano Rattazzi , il 3 marzo 1862. Questa circostanza portò il settario e sovversivo  Giuseppe Mazzini e il "compare di merende" Giuseppe Garibaldi a sperare in una imminente azione contro la Cattolica Austria e a raccogliere mercenari alla frontiera del Tirolo. Il governo sabaudo , per mantenere una pallida apparenza di ordine pubblico ed evitare che l'"indomabile" rivoluzionario causasse ripercussioni internazionali, intervenne e fece arrestare i garibaldini.


 
L’attenzione e la famelica ambizione, allora, si concentrò nuovamente su Roma. Nel 1862, infatti, Garibaldi sbarcò in Sicilia e a luglio, arringando la folla a Palermo, la quale ci mancò poco che non lo prendesse a sassate,  attaccò , con parole esaltate per rabbonire le masse, violentemente Napoleone III definendolo «un ladro, un rapace, un usurpatore», per terminare con «Va’ fuori, Napoleone, va’ fuori! Roma è nostra!». Il timoroso governo sabaudo  prese le distanze dalle invettive di Garibaldi e, quando quest’ultimo sbarcò con un disparato contingente in Calabria per risalire, secondo i piani del "criminale dei due mondi",  la penisola fino a Roma, inviò il criminale di guerra generale Enrico Cialdini con l’ordine di catturarlo. Il 29 agosto le truppe garibaldine si scontrarono con le truppe regolari sull’Aspromonte e Garibaldi, facilmente sbaragliato e braccato,  ferito ad una gamba, fu arrestato.
La “Questione romana” fu di nuovo affrontata solo dal 21 giugno 1864, quando Napoleone III, desideroso di elemosinare guadagni durante la crisi tra Prussia e Austria per i ducati danesi, propose lo sgombero delle proprie truppe da Roma. La condizione era che la capitale del Regno fosse spostata da Torino in un’altra città, il tutto regolato in un trattato internazionale affinché il governo sabaudo rinunciasse definitivamente a Roma. Il presidente del Consiglio Marco Minghetti, altro celebre massone, valutando con furbizia positivamente lo sgombero dei francesi, accettò la proposta e riuscì anche a convincere il Savoia.
La cosiddetta convenzione di settembre tra l’Italia sabauda e Francia fu firmata a Parigi il 15 settembre 1864. Con essa Napoleone III , per puro interesse politico, lasciò Roma senza il supporto difensivo delle sue truppe e il governo sabaudo si impegnava a rispettare l’integrità territoriale dello Stato Pontificio. Un articolo stabiliva il trasferimento della capitale del Regno da Torino a città da stabilirsi. Torino insorse e il governo Minghetti cadde, ma, senza la minima considerazione degli eventi,  i patti furono mantenuti, almeno per il momento, e la capitale dell'artificiale Regno  fu trasferita a Firenze.
Ristabilita un apparente fiducia nei rapporti con la Francia, il governo sabaudo poteva ora affrontare e pianificare l'usurpazione  del Veneto.
Con la firma del trattato di alleanza "italo-prussiana" avvenuta Berlino  l’8 aprile 1866 , l'italietta sabauda alleata alla potenza militarista prussiana si preparò all'ennesima guerra di aggressione ed espansione. Subito dopo l'entrata in guerra dell'alleata Prussia il 16 aprile 1866,  l’Italia sabauda dichiarò guerra all’Impero d'Austria il 20 giugno , il 23 sarebbero iniziate le ostilità.





La guerra sul fronte meridionale:
la terza guerra di espansionismo sabaudo, la "guerra satellite".


Il fronte meridionale della guerra austro-prussiana , se dobbiamo valutare gli eventi per quello che realmente furono, prende  il nome di terza guerra di espansionismo sabaudo perché seguì la guerra règia del Regno di Sardegna contro l’Impero d'Austria del 1848-1849 (prima guerra di espansionismo) e il conflitto del Regno di Sardegna e della Francia sempre contro l’Impero d'Austria del 1859 (seconda guerra di espansionismo).

L’esercito sabaudo:


Giuseppe Garibaldi
Con l’usurpazione degli Stati legittimi d'Italia , il successivo ampliamento dei confini del Regno di Sardegna e la proclamazione dell'illegittimo , artificioso e sabaudo  Regno d’Italia le  5 divisioni piemontesi divennero le 20 così dette "italiane", appoggiate da alcune migliaia di mercenari guidati da Giuseppe Garibaldi. Gli squadroni di cavalleria da 36 passarono a 100 e fu tentato, con scarsi risultati,   di sviluppare il Genio e i servizi. Rimasero diverse mancanze del vecchio esercito, fra cui l’artiglieria poco numerosa. Soprattutto una deficienza parve grave: quella dei quadri intermedi. Nelle 3 nuove divisioni lombarde pochissimi ufficiali che avevano servito nell'Imperial-Regio esercito asburgico passarono all’esercito sabaudo , per cui si provvide promovendo sottoufficiali incompetenti o immettendo in esse volontari forzatamente arruolati. Lo stesso si verificava nelle schiere provenienti dalle ormai occupate legazioni pontificie; mentre un altro problema scaturiva dalla totale assenza di desiderio di combattere per un governo illegittimo e dispotico. Quanto alla organizzazione dello stato maggiore, essa era rimasta allo stato embrionale e anche l’addestramento delle truppe risultava estremamente carente.
Le 20 divisioni "italiane" erano riunite in 4 corpi d’armata. 3 corpi di 4 divisioni ciascuno lungo il fiume Mincio e un grosso corpo d’armata di 8 divisioni nelle  Romagne, lungo il tratto finale del fiume Po. Si trattava di una forza che complessivamente oscillava da 190.000 a 200.000 combattenti di fanteria con 10.500 cavalleggeri e 462 cannoni (per il 90% coscritti) ; alla quale bisognava aggiungere 38.000 mercenari garibaldini. Una forza notevole di numero ma di scarsissimo valore combattivo e  in una posizione strategicamente inferiore rispetto a quella degli Imperiali che possedevano le fortezze del Quadrilatero dalla parte del Mincio e una zona protetta dal Po, canali, paludi e dall’Adige dalla parte di Ferrara, senza contare l'appoggio popolare.

L’esercito Imperial-Regio nel Veneto :




Il teatro della terza guerra
di espansionismo sabaudo
Da parte Imperiale si era cercato di sanare le mancanze emerse nella guerra del 1859. L’artiglieria era stata resa più mobile e la cavalleria più preparata al servizio di esplorazione. Grandi cure erano state dedicate ai servizi e l’addestramento della fanteria volontaria .
Dei 10 corpi d’armata dell’Impero , 3 si trovavano sul teatro di guerra meridionale. A queste forze bisognava aggiungere quelle dei presidi delle fortezze del Quadrilatero e le forze della difesa del Tirolo, in gran parte volontarie. Cosicché le forze Imperiali che il fronte meridionale del conflitto vincolava ammontavano a 190.000 uomini, anche se in campo l’Impero d'Austria poneva solo 61.000 combattenti, con 152 cannoni e 3.000 cavalleggeri, a cui si dovevano aggiungere 11.000 uomini della divisione di riserva creata all’ultimo momento attingendo dai volontari arruolatisi nei presidii delle fortezze. Comandante dell’armata in Veneto era l’arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen.
Allo scoppio della guerra le fila dei  Reggimenti arruolati nelle province venete si ingrossarono  :

Reggimento n. 13 Wimpfen, con distretto d’arruolamento Padova e Venezia.

 Regg.to n. 16 Conte Zannini, Vicenza e Treviso.   

Regg.to n. 26 Ferdinando d’Este, Udine.
   
Regg.to n. 38 Haugwitz, misto di  mantovani e veronesi.  

Regg.to n. 45 Arciduca Sigismondo, formato da reclute veronesi e rodigine.
 







I piani e la composizione dei corpi d'armata


La Prussia voleva colpire al cuore l’avversario trascurando le operazioni secondarie e puntare da nord sul Danubio e Vienna. Analogamente chiese all’esercito sabaudo di avanzare risolutamente e giungere con il grosso delle forze a Padova. Da qui le divisioni avrebbero proseguito verso l’Isonzo, appoggiate dalla flotta e sostenute sul fianco destro dell’avanzata da una spedizione di Garibaldi in Dalmazia e dall’insurrezione ungherese che sarebbe stato in progetto di provocare grazie ai contatti con le logge ungheresi.
La proposta prussiana si scontrò, oltre che con le carenze della flotta sabauda , soprattutto con la mancanza di unità di comando dell’esercito. Comandante supremo era  Vittorio Emanuele II e suo capo di stato maggiore il criminale Alfonso La Marmora (che aveva lasciato la carica di presidente del Consiglio a Bettino Ricasoli), ma l’esercito era diviso in due masse: per agire dal Mincio e dal basso Po. Fautore dell’azione dal Po era il sanguinario generale Enrico Cialdini, che, gradasso e convinto di aver talento militare,  esigeva la massima autonomia e al quale fu affidata l’impresa di attaccare gli Imperiali da sud con le 8 divisioni presso Ferrara. Mentre La Marmora, sostenitore dell’azione dal Mincio, comandava, di fatto, le altre 12 divisioni.

 
Le unità dell'esercito sabaudo:




Alfonso La Marmora.jpg
Alfonso La Marmora
La composizione delle forze armate sabaude , con la sua schiera di traditori e criminali,  era quindi la seguente. Alfonso La Marmora sul Mincio dirigeva:

Enrico Cialdini
Enrico Cialdini, sul basso Po, comandava invece Il 4° Corpo d’armata, formato dalla 11ª Divisione di Alessandro Avogadro di Casanova, dalla 12ª Divisione di Cesare Francesco Ricotti-Magnani, dalla 13ª Divisione di Luigi Mezzacapo (ex borbonico), dalla 14ª Divisione di Emanuele Chiabrera Castelli, dalla 15ª Divisione di Giacomo Medici (ex garibaldino), dalla 17ª Divisione di Raffaele Cadorna, dalla 18ª Divisione di Della Chiesa, dalla 20ª Divisione di Franzini, dalla Divisione di cavalleria di Maurizio Gerbaix de Sonnaz, da due brigate di cavalleria, da una brigata di artiglieria a cavallo e da altre unità minori.



 
Le unità Imperiali:


l'Arciduca Alberto.

Le unità da campo dell’Arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen  erano le seguenti:
5° Corpo d’armata, comandato da Gabriel Joseph Freiherr von Rodich (1812-1890) con 3 brigate;
7° Corpo d’armata, comandato da Joseph Freiherr von Maroičić di Madonna del Monte (1812-1882) con 3 brigate;
9° Corpo d’armata, comandato da Ernst Ritter von Hartung (1808-1879) con 3 brigate;
Divisione di fanteria di riserva, comandata da Rupprecht con 2 brigate;
Riserva di cavalleria con 2 brigate;
Corpo del Tirolo, comandato da Franz Kuhn von Kuhnenfeld.
Volontari Tirolesi.









 

L’incontro tra criminali di guerra a  Bologna : La Marmora e Cialdini.





Alfonso La Marmora (a sinistra)
 ed  Enrico Cialdini (a destra)
Il 16 giugno 1866 la Prussia aprì le ostilità contro la Sassonia, l’Hannover e l’Elettorato d'Assia che si erano schierati con l’Impero d'Austria. L'esercito sabaudo , invece, rimase in attesa fino al 23. Il giorno dopo l’entrata in guerra della Prussia, Alfonso La Marmora lasciò  Firenze per recarsi a Cremona quale capo di stato maggiore, ma si fermò a Bologna per incontrare il compare di stragi civili generale Cialdini. Le conclusioni del colloquio non sono note. Entrambi probabilmente non furono d’accordo su nulla che, data la loro baldanza, imponesse ad uno dei due di emergere inferiormente rispetto all'altro. Di conseguenza, inizio tra le due armate una rivalità che  avrebbe fatto storia nel tracollo militare dell'italieta unita .
I due generali non si chiarirono assolutamente . Cialdini credette accolta la sua proposta di limitare l’azione di La Marmora sul Mincio ad una dimostrazione, per poi attaccare lui risolutamente gli Imperiale. La Marmora, invece , credette convenuto che l’azione sul Mincio avrebbe potuto avere carattere autonomo.
Fatto sta che in una lettera privata del 19 giugno 1866 al ministro della Guerra sabaudo Ignazio Pettinengo, La Marmora scrisse che il «progetto Cialdini» sarebbe riuscito; e che il 21 giugno Cialdini da Bologna telegrafò di aver bisogno per passare il Po di una «seria dimostrazione»; il che vuol dire che riservava a sé l’azione principale. La Marmora rispose che avrebbe agito energicamente per attrarre su di sé il nemico, senza parlare però di “dimostrazione”, e ciò significa che non si voleva adattare a fare la parte secondaria. Cialdini annunciò pure che non avrebbe potuto iniziare il passaggio del Po che nella notte tra il 25 e il 26 giugno, anche perché la reazione popolare in quella zona fu incisiva contro le truppe sabaude,  chiedendo che "la vigorosa azione dimostrativa" avesse luogo il 24. Solo il 23, quindi, l’armata del Mincio di La Marmora poté iniziare a passare il fiume a Valeggio e Goito.
 






Le truppe di La Marmora passano il Mincio




Pianell figura intera.jpg
Giuseppe Salvatore Pianell
L’Arciduca Alberto, pensò che l'esercito sabaudo puntasse al medio corso dell’Adige da ovest, dispose per il giorno 24 giugno 1866 che tutta l’armata si portasse, dall’area della fedelissima Verona e di Peschiera, a ovest e sud per prendere posizione sulla zona collinare morenica che inizia da Sommacampagna per estendersi a occidente verso il Mincio. Da lì l’armata avrebbe dovuto attaccare il nemico sul fianco sinistro.
Da parte sabauda si erano avute notizie di movimenti da Verona, ma esse non erano state trasmesse al comando supremo per merito dell'azione partigiana veronese e per l'incapacità dell'esercito tricolore. Tutti erano persuasi, quindi, che gli Imperiali si tenessero sulla difensiva, dietro l’Adige. Per il 24 giugno La Marmora dispose per il 1° Corpo di Durando che la 2ª Divisione (Pianell) rimanesse dietro il Mincio a sorvegliare Peschiera, e le altre 3 avanzassero oltre il fiume: la 1ª Divisione (Cerale) a circuire Peschiera dalla riva sinistra del Mincio, e le altre due a conquistare la zona collinare obiettivo anche degli Imperiali e avvicinarsi a Verona. Al centro il 3° Corpo di Della Rocca avrebbe occupato sia l’orlo collinare orientale (da Sommacampagna a Custoza), sia la sottostante piana di Villafranca. Infine, all’ala destra dell’armata di La Marmora, il 2° Corpo di Cucchiari, doveva passare il Mincio con 2 divisioni in modo da aggirare Mantova da nord e con altre 2 divisioni dispiegarsi da Curtatone a Borgoforte sul Po, 13 km. a sud di Mantova. Complessivamente lo schieramento sabauda si presentava piuttosto discontinuo, troppo esteso e con scarse riserve: in definitiva folle.
Delle 12 divisioni di La Marmora solo 6 si vennero a trovare di fronte agli Imperiali che, compatti, motivati e meglio diretti, avanzavano verso di loro: 50.000 soldati sabaudi contro 70.000 , per la maggior parte Veneti, dell’Arciduca Alberto.



 


 
La battaglia di Custoza : la vittoria veneta e la sconfitta dell'esercito sabaudo.


L’incontro dei due eserciti (ore 6,00-10,30):


Ulani Imperiali caricano
nella pianura ad est di Custoza.
Il 24 giugno 1866, sotto Peschiera l’avanguardia della 5ª Divisione (Sirtori) del 1° Corpo d’armata incontrò poco dopo i 6 elementi Imperiali e continuò ad avanzare fino a Oliosi (oggi frazione di Castelnuovo del Garda) dove si accese un aspro combattimento. Intervenne la 1ª Divisione (Cerale) che respinse a fatica  l'avanguardia  Imperiale e avanzò oltre Oliosi. Ma gli Imperiali contrattaccarono con forze sempre più numerose. Da parte sabauda morì il generale Onorato Rey di Vallerey, comandante della Brigata “Pisa” della 1ª Divisione, e lo stesso Cerale rimase gravemente ferito. Dopo 4 ore di combattimenti la 1ª Divisione era in rotta, ma il comandante del 1° Corpo, Durando, impiegando le sue riserve fece occupare la sguarnita collina del Monte Vento (una collina a ovest separata dal complesso morenico) bloccando l’avanzata di un debole drappello Imperiale. Alle 6,30 La 5ª Divisione nella sua avanzata verso Santa Lucia del Tione (fra Oliosi a nord e Custoza a sud) trattenne temporaneamente gli Imperiali continuando ad avanzare. Ma anche qui gli Imperiali si fecero sempre più numerosi e si susseguirono attacchi e contrattacchi: le 2 divisioni sabaude , che combattevano separate e disordinate , disponevano complessivamente di 16.000 uomini e 24 cannoni, contro i 32.000 uomini e i 64 pezzi del 5° Corpo e della divisione di riserva Imperiale tra le cui fila si aggiunsero alcuni contadini del luogo.
Artiglieria Imperiale (1866)
Al centro dello schieramento sabaudo, intanto, erano avanzate in pianura, dove la presenza Imperiale era scarsa,  la 7ª Divisione (Bixio) e la 16ª (Umberto di Savoia) del 3° Corpo d’armata. Entrambe fra le 6,30 e le 7 si erano spinte fuori Villafranca dove erano state attaccate da una brigata di cavalleria Imperiale che alle 9,30 veniva faticosamente respinta a costo di gravi perdite. Alla loro sinistra la 3ª Divisione (Brignone) del 1° Corpo veniva deviata da La Marmora e occupava le colline di Monte Torre e Monte Croce (a nord-est di Custoza): verso le 9 subiva un violento attacco del 9° Corpo Imperiale che veniva respinto a costo di gravi perdite. Iniziò allora una serie di attacchi e contrattacchi durante i quali fu ferito all’addome Amedeo di Savoia (terzogenito di Vittorio Emanuele II) comandante della Brigata “Granatieri di Lombardia” della 3ª Divisione. Anche qui, nella parte orientale della zona collinare, le forze Imperiali aumentarono e dopo 2 ore di lotta accanita, la divisione di Brignone, nella quale le defezioni aumentavano vertiginosamente,  venne sopraffatta. Dopo il successo, gli Imperiali però ripiegarono lasciando 2 soli battaglioni a Monte Torre e a Monte Croce; e allora l'8ª Divisione (Cugia), appena sopraggiunti, nonostante la scarsa presenza Imperiale, riconquistò a fatica  verso le 10,30 le due colline. A quest’ora la battaglia ebbe una sosta: a nord (ala sinistra dello schieramento sabaudo a pezzi) gli Imperiali si erano fermati davanti a Monte Vento e al ciglione di Santa Lucia sul Tione, e al centro le posizioni a nord-est di Custoza erano state riconquistate.
 


La lotta per le colline moreniche (ore 11-21,30):




Il 13° Reggimento Ulani carica a Villafranca i bersaglieri
del 3° Corpo sabaudo.
Intorno alle 11, alla sinistra dello schieramento sabaudo , l'ennesimo criminale di guerra  generale Pianell della 2ª Divisione, che aveva avuto l’ordine di rimanere in osservazione di Peschiera, accortosi della situazione critica del resto del 1° Corpo, prese l’iniziativa e con la Brigata “Aosta” attaccò le forze Imperiali che cercavano di aggirare Monte Vento da nord e raggiungere Valeggio per avvolgere l'esercito sabaudo. L’intervento della 2ª Divisione funse da tampone : gli Imperiali si fermarono e ripiegarono strategicamente a nord su Salionze. Intorno a Monzambano, inoltre, reparti della Brigata “Siena” della stessa 2ª Divisione si ringalluzzì intrappolando quasi per caso e  circa 60 soldati Imperiali .
Durando, nel frattempo, era stato ferito ad una mano così da fornirli una scusa per abbandonare il campo  e lasciare a Pianell il comando del 1° Corpo verso le 14. Così a Santa Lucia, la 5ª Divisione (Sirtori)tentava di  contrattaccare e ripassava il Tione, e alle 11,30 le alture di Custoza venivano riprese dalla 9ª Divisione (Govone) del 3° Corpo e dai resti della 3ª Divisione (Brignone). Il generale Govone chiese invano rinforzi al suo comandante Della Rocca che disponeva di 2 divisioni in pianura (7ª e 16ª), ma che aveva anche ricevuto l’ordine di La Marmora di «tener saldamente Villafranca»: si ebbero parecchi disordini tra le fila sabaude. Alle 14,30 la 5ª Divisione veniva di nuovo attaccata da forze soverchianti del 5° Corpo Imperiale composto da veneti che alle 15 conquistarono Santa Lucia e poi Monte Vento. L’Arciduca Alberto, preparò allora l’attacco finale contro Custoza dove a malapena  resisteva la 9ª Divisione di Govone. Costui alle 16 ne avvertì Della Rocca che rispose di volersi mettere in contatto con La Marmora. Alla stessa ora venne sferrato l’attacco risolutivo da parte del 7° Corpo e parte del 9°: 15.000 Imperiali , quasi interamente veneti , avanzarono contro 8 o 9.000 sabaudi, che, non solo  disorganizzati e visibilmente afflitti dal malcontento, erano digiuni dal giorno prima. Cadde dapprima il Monte Croce, quindi il cerchio iniziò a chiudersi su Govone, che dandosela a gambe rimase ferito. Alle 17,00 Custoza era in mano agli Imperiali , ma gli invasori vennero costretti a continuare a combattere fin quasi alle 19,00: inutile dire che le diserzioni non furono una rarità.
La ricostruzione dell'attacco finale Imperiale a Custoza.
Govone riuscì a fuggire e  ritirarsi portando la sua divisione a pezzi a Valeggio, dove giunse a mezzanotte. Le altre 3 divisioni del 3° Corpo sabaudo ripiegarono su Goito coperte  dalla 7ª Divisione (Bixio) che dopo le 18 respinse un piccolo attacco di cavalleria e solo alle 21,30 abbandonò Villafranca. Gli Imperiali , vittoriosi, anche se con gravi perdite, decisero di  non inseguirono il nemico.
Quanto alle perdite, l'esercito sabaudo contò 1.000 morti e 2.576 feriti; gli Imperiali 1.170 morti e 3.984 feriti. Ma i dispersi, disertori  e i prigionieri sabaudi furono 4.101, mentre quelli Imperiali furono 2.802.




 





 
 La ritirata sabauda dietro l'Oglio e il Panaro


Enrico Cialdini
Enrico Cialdini
"il codardo".
La sconfitta di Custoza  fu di per sé già grave, e lo divenne maggiormente per gli avvenimenti successivi. Il capo di stato maggiore, che fuggi come un conigli durante la battaglia, La Marmora, ritenne il 1° Corpo e una parte del 3° non più in grado di ricostituirsi, paventando l’ipotesi di una manovra aggirante degli Imperiali da nord oltre il Mincio. Di conseguenza fece saltare tutti i ponti sul fiume e ordinò per la sua armata un ripiegamento fino al basso Oglio. Vittorio Emanuele II, intanto, nel pomeriggio del 24 giugno, mentre ancora a Custoza si combatteva, e consapevole dell'imminente sconfitta,  aveva telegrafato al comandante delle forze sul Po, Cialdini, di passare immediatamente all’azione avanzando, ma questi , che si voleva tener ben lontano da una zona così "calda", gli rispose che l’avrebbe fatto l’indomani, affermando che si atteneva  ai piani prestabiliti.
Il 25 giugno Cialdini, ancora titubante , ricevette nel pomeriggio il telegramma di La Marmora: «Austriaci gitattisi con tutte le forze contro corpi Durando e La Rocca li hanno rovesciati. Non sembra finora inseguano. Stia quindi all’erta. Stato armata deplorevole, incapace agire per qualche tempo, 5 divisioni essendo disordinate». A questo punto Cialdini, da vero codardo, dimostrò il suo "talento militare"  rinunciò definitivamente a passare il Po, iniziando a sua volta la ritirata della sua armata sulla sponda sinistra del fiume Panaro. Il 26 mattina, La Marmora chiese a Cialdini di non abbandonare le sue posizioni ricevendone un rifiuto. Il capo di stato maggiore diede allora le dimissioni che sia il Savoia che il governo respinsero. Dopo un incontro fra i due generali, avvenuto il 29 giugno, finalmente Cialdini , assicurato di non rischiare troppo , decise essere venuto il momento di passare il Po, non prima, tuttavia, di aver espugnato la testa di ponte Imperiale di Borgoforte (sul fiume, 10 km. a sud di Mantova). Il 5 luglio iniziò l’assedio della fortezza che, contrariamente alle previsioni,  fu un disastro e si protrasse fino al 18 luglio.


 
 
 
Gli equilibri navali




 l'ammiraglio
Carlo Pellion di Persano.
Tra varie difficoltà dovute alla impreparazione delle strutture, alla carenza di equipaggi addestrati e motivati, nonché  di armamenti, aveva avuto luogo anche la mobilitazione della flotta sabauda. Data Nonostante la flotta sabauda era composta dalla requisita e potente flotta delle Due Sicilie , e da altre  navi moderne che erano state ordinate in vari cantieri europei e statunitensi, dimostrò comunque incapacità organizzativa e scarsissima motivazione .
Il 3 maggio 1866 il generale Diego Angioletti, ministro della Marina, aveva comunicato al contrammiraglio Giovanni Vacca, comandante la Squadra d'evoluzione con base a Taranto, che il governo aveva decretato di costituire un'Armata d'operazioni al cui comando era destinato l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. L’Armata sarebbe stata articolata su tre squadre, ovvero una squadra da battaglia composta da fregate corazzate, al comando di Persano; una squadra sussidiaria composta da fregate e corvette ad elica, e una squadra d’assedio di legni corazzati minori. Il viceammiraglio Giovan Battista Albini e il contrammiraglio Vacca sarebbero stati agli ordini di Persano.
La fregata corazzata Principe di Carignano
Dopo la sua nomina, Persano era giunto ad Ancona il 16 maggio 1866 e si era presto reso conto non solo della sua incapacità di comando ma anche  della situazione di impreparazione organica della flotta stessa : dal 18 al 23 e poi il 30 maggio aveva informato Angioletti dell'impossibilità di approntare la flotta in tempi brevi. Poi, non avendo ottenuto nulla, aveva cercato, dopo aver considerato l’eventualità di dimettersi, di preparare gli equipaggi della  flotta nei limiti del possibile compiendo alcune manovre di squadra.

L'8 giugno l'ammiraglio ricevette le prime disposizioni per l’imminente apertura delle ostilità. Esse ordinavano di neutralizzare la flotta austro-veneta, stabilire ad Ancona la base operativa, e non attaccare Trieste e Venezia per non rischiare troppo. Non era chiaro però chi avrebbe dovuto impartire ordini a Persano, se il generale Alfonso La Marmora, capo di stato maggiore generale, ma interessato alle sole operazioni di terra, che gestì malissimo,  oppure il ministro della Marina Angioletti.
Wilhelm von Tegetthoff
La flotta austro-veneta era per contro più piccola, composta da legni per la maggior parte non corazzati , ma con equipaggi composti da veneti motivati a difendere la loro terra e combattere per l'Imperatore:  una squadra austro-veneta aveva partecipato con onore nel 1864 alla seconda guerra dello Schleswig, nella quale le forze navali della Confederazione austro-tedesca avevano sconfitto le navi danesi impedendo il blocco navale dei porti tedeschi. L'addestramento degli equipaggi era uniforme, assicurato dalla Scuola Navale di Venezia, sulle navi gli ordini venivano impartiti in veneto,  mentre il dipartimento marittimo ed arsenale, a Pola, si appoggiava per l'addestramento alla vicina baia di Lussino, ed i comandanti erano ben amalgamati.
Comandava la flotta austro-veneta Wilhelm von Tegetthoff. Costui , ammirato e rispettato dai suoi uomini, aveva guidato le navi nel 1864 contro i danesi rivelando elevata capacità decisionale, ed era, a differenza di Persano, confortato dalla fiducia dei suoi ufficiali e dei suoi marinai con i quali egli parlava in veneto!.


 





Le prime operazioni navali in Adriatico




Agostino Depretis.jpg
Agostino Depretis
Il 20 giugno 1866, giorno della dichiarazione di guerra all’Impero d'Austria, con l'insediamento del secondo governo Ricasoli, Angioletti fu sostituito nel ruolo di ministro della Marina da Agostino Depretis, uno più incapace dell'altro a gestire tale situazione, che ordinò a Persano di spostarsi con la flotta, concentrata principalmente nel porto di Taranto, ad Ancona. Lo stesso 20 giugno l'incompetente  La Marmora si limitò ad invitare l'ammiraglio ad entrare nell'Adriatico.
La flotta sabauda lasciò Taranto nella mattinata del 21 giugno, fu raggiunta da Formidabile e Terribile (che le vennero incontro da Ancona per rafforzare la squadra) nelle acque di Manfredonia e giunse ad Ancona nel pomeriggio del 25 giugno. La navigazione di trasferimento avvenne ad una velocità di soli 5 nodi, per prendere tempo e non sforzare troppo le macchine (ma ciò non eliminò del tutto le avarie).
Dato che il porto di Ancona non era in grado di ricoverare che poche unità, parte della flotta dovette ormeggiarsi a boe nella rada, procedendo poi alle operazioni di rifornimento di carbone che furono ostacolate da incendi causati da disordini sulla Re d’Italia e sulla Re di Portogallo. Venne inoltre stabilito che molte unità minori avrebbero ceduto parte della propria artiglieria alle unità corazzate, in modo da dotare queste ultime del maggior numero possibile di moderni cannoni a canna rigata da 160 mm.


La “sfida di Ancona”:




La Regina Maria Pia fotografata alla boa a Napoli, nel 1864
La Regina Maria Pia fotografata alla boa a Napoli, nel 1864.
Trasferitasi la flotta sabauda ad Ancona, all’alba del 27 giugno 1866, l’avviso a ruote Esploratore individuò una squadra austro-veneta in avvicinamento. Persano riuscì a racimolare 9 unità corazzate da mandare in avanscoperta, il cui potenziale, per un svariati motivi , era ridotto ad un terzo. Verso le 6,30, il comandante della flotta austro-veneta Tegetthoff si rese conto della presenza di numerose navi nemiche, delle quali conosceva in gran parte l’efficienza. La Kaiserin Elisabeth, in testa alla squadra austro-veneta , si trovò alla portata di tiro della Regina Maria Pia che, per un ritardo di ordine di Persano, non aprì il fuoco.
Allontanatasi la squadra austro-veneta , si tenne sulla Principe di Carignano un consiglio al quale parteciparono Persano, d’Amico, Vacca e altri due ufficiali. Si decise che, considerato lo stato dell'equipaggio delle navi, sarebbe stato meglio non inseguire il nemico, rientrare ad Ancona e riprendere il mare una volta che la squadra fosse stata rimessa in efficienza.
Persano istituì allora un capillare servizio di sorveglianza e contemporaneamente proseguì i tentativi di portare l'equipaggio della  flotta ad un livello di efficienza appena accettabile. Con questa impostazione concordò il ministro della Marina Depretis che con una lettera del 4 luglio, esortando ad una «vigile difensiva», ribadì il pensiero del presidente del Consiglio Ricasoli di «non impegnare la flotta che colla sicurezza della vittoria»: cosa che sembrava semplice per il numero di navi corazzate ma assai difficile se si confrontava l'ardore dei marinai veneti al servizio del Tegetthoff.








La vittoria prussiana di Sadowa e le sue conseguenze





File:1868 Bleibtreu Schlacht bei Koeniggraetz anagoria.JPG
Vittoria prussiana a Sadowa.
Intanto, nel più ampio contesto della guerra austro-prussiana, dopo aver eliminato le forze di molta parte degli Stati minori alleati dell’Impero d'Austria, l’esercito prussiano con 3 armate invadeva la Boemia, ottenendo il 3 luglio 1866 una grossa vittoria nella battaglia di Sadowa. Il giorno dopo l’Impero d'Austria chiese la mediazione da quel doppiogiochista di Napoleone III, che aveva pianificato precedentemente e con l'inganno la cosa,  offrendogli il Veneto, a patto che l’Italia sabauda si ritirasse dalla guerra così da poter concentrare le  truppe Imperiali  in difesa del cuore dell'Impero.
Napoleone III accettò la richiesta asburgica e il 5 luglio Vittorio Emanuele II ricevette il telegramma dell’Imperatore francese che gli annunciava la cessione del Veneto per mettere fine al conflitto. Il capo di stato maggiore Alfonso La Marmora , recitando un copione penoso, considerò umiliante la proposta di ricevere Venezia come dono dalla Francia e nello stesso tempo prospettò il pericolo per l’Italietta sabauda di essere accusata di tradimento per aver abbandonato la Prussia subendone le conseguenze . Anche il presidente del Consiglio Ricasoli era contrario a riconoscere la cessione dall’Impero d'Austria alla Francia del Veneto, cosa che avrebbe tolto all’esercito sabaudo il gusto  di conquistarlo, usurparlo e depredarlo: cosa che comunque farà.
La Prussia, al contrario, pur continuando le operazioni accettò di trattare, anche perché erano in arrivo rinforzi Imperiali dal Veneto : l’Arciduca Alberto, aveva infatti avuto l’ordine di far partire uno dei tre corpi alla volta del fronte prussiano. Spronato da La Marmora con un telegramma del 6 luglio, Cialdini nella notte passò il Po entrando l’11 a Rovigo, accolto in una città deserta e visibilmente ostile, sgombra degli Imperiali rimasti, che ebbero l’ordine di abbandonare il Veneto e attestarsi a nord. Mutata la situazione internazionale con la battaglia di Sadowa e la proposta austro-francese, occorreva ora all’Italia sabauda una vittoria per recuperare velocemente un  prestigio che non aveva mai avuto e che vergognosamente perse ulteriormente a Custoza. L’ammiraglio Persano ricevette il 6 luglio un incitamento del ministro Depretis ad agire: «Tenersi più che mai all’idea di combattere e di ricercare la flotta austriaca e di attaccarla». Ma l’incapace ammiraglio Persano tergiversava, in attesa dell’”ariete corazzato” Affondatore in arrivo dai cantieri britannici.
Il 12 luglio il diabolico primo ministro prussiano Bismarck si lamentò della debole condotta bellica dell’esercito sabaudo  con i francesi e lo stesso giorno Ricasoli telegrafò al ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta al Savoia  e a Cialdini facendo presente che bisognava che l’esercito e la flotta agissero e che occorreva occupare Trento e Trieste. Il 13 si ebbe un intenso  colloquio a Polesella fra Ricasoli e Cialdini, al quale fece seguito un consiglio di guerra.

 


Il consiglio di guerra sabaudo di Ferrara:


Emilio Visconti Venosta
Emilio Visconti Venosta
Il consiglio di guerra si riunì il 14 luglio 1866 a Ferrara. Fu presieduto da Vittorio Emanuele II, presenti il presidente del Consiglio Ricasoli, il ministro degli Esteri Visconti Venosta, il ministro della Guerra Pettinengo, il ministro della Marina Depretis, il capo di stato maggiore La Marmora e il generale Cialdini. Il consiglio ratificò quanto stabilito alla riunione di Polesella:
  • Cialdini avrebbe guidato autonomamente un’armata di 14 divisioni con l’incarico di procedere a marce forzate verso l’Isonzo , che era sguarnito da truppe Imperiali, e, nel caso di una schiacciante vittoria prussiana, verso Vienna (folle solo a pensarci);
  • La Marmora con 6 divisioni avrebbe mantenuto il blocco delle fortezze del Quadrilatero operando l’assedio di Verona, avrebbe anche inviato una divisione in Valsugana per appoggiare Garibaldi , attaccato anche dai civili, nella conquista e occupazione del Trentino (Tirolo meridionale);
  • Garibaldi, conquistato il Trentino, avrebbe dovuto portarsi a Trieste per muovere di là e tentare di sollevare contro il governo Imperiale i comitati rivoluzionari-settari della Croazia e dell’Ungheria;
  • Persano sarebbe stato avvisato che se entro 8 giorni non avesse attaccato la flotta austro-veneta , sarebbe stato destituito.

 


 

L’avanzata sabauda in Veneto e Trentino sgombre dall'esercito Imperiale



Giacomo Medici
Giacomo Medici
In un Veneto sgombro dalle armate Imperiali  Cialdini avanzò rapidamente non trovando più ostacoli davanti a sé. Anche il Garibaldi cominciò ad avanzare lungo l’alta valle del fiume Chiese, verso Lardaro, in Trentino, ricevendo fucilate dai contadini di quelle terre riuscendo a malapena a cavarsela il 14 luglio 1866 contro una controffensiva Imperiale nella battaglia di Condino.  Le vicende garibaldine le tratterò approfonditamente nel prossimo capitolo.
Raffaele Cadorna
Raffaele Cadorna
Due giorni prima, Cialdini, visto l’ostruzionismo di La Marmora a riguardo, aveva inviato da Bassano verso Trento una divisione comandata dall’ex garibaldino Giacomo Medici, nonché 3 divisioni verso Trieste al comando di Raffaele Cadorna. Medici, il 22 luglio occupò combattendo contro i civili  Primolano, il 23 arrivò a Borgo Valsugana e dopo una scaramuccia si spinse il 24 fino a Levico, per giungere poi il 27 presso Civezzano, a ridosso di Trento. Kuhn, appoggiato dalla popolazione, scrisse che  gli era possibile resistere ai due avversari (Garibaldi e Medici) e che intendeva rimanere a difesa del territorio. Garibaldi, dal canto suo, continuava, prendendo strade secondarie tra i boschi , ad avanzare oltre Lardaro e Riva del Garda, mentre Cialdini proseguiva su Treviso e Ponte di Piave preceduto da Cadorna, fino a Palmanova, oltre la quale un'avanguardia sabauda si scontrò con una piccola avanguardia Imperiale  il 24 luglio.
Furono queste le ultime operazioni belliche della guerra poiché quattro giorni prima la flotta sabauda veniva vergognosamente sconfitta da quella austro-veneta a Lissa e il governo di Firenze accettava la proposta Imperiale di armistizio.





La battaglia navale di Lissa





File:Soerensen Seeschlacht bei Lissa 1866 Rammstoss.jpg
L'episodio principale della battaglia di Lissa:
l'affondamento della Re d'Italia
dopo lo speronamento subito  dalla Erzherzog Ferdinand Max.
A Lissa il 20 luglio 1866 gli eredi della Serenissima (veneti, giuliani, istriani e dalmati), ossatura della marina asburgica, sconfissero clamorosamente la marina tricolore (che brillava per la rivalità tra le tre componenti, sarda, siciliana e napoletana) che tanto baldanzosamente aveva affrontato la battaglia, forte della propria superiorità di uomini e di mezzi, e quel “uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro” fotografa mirabilmente lo scontro navale.
Nell’elenco delle medaglie d’oro e d’argento troviamo cognomi tipicamente veneti, a partire da Vincenzo Vianello detto Gratton e Tommaso Penzo detto Ociai entrambi medaglie d’oro, per arrivare a Pregnolato, Ghezzo, Dal Pra, Varagnolo, Vidal, Gamba, Scarpa, Busetto, Boscolo, Varisco, Venturini, Donaggio, Nordio, Sfriso, Galimberti e tanti altri.
“….deghe drento, Nino, che la ciapemo” così si rivolse l’ammiraglio Tegetthoff secondo alcuni a Vincenzo Vianello da Pellestrina secondo altri a Tommaso Penzo da Chioggia, e all’annuncio della vittoria gli equipaggi risposero lanciando i berretti in aria e gridando “Viva San Marco!!”
Le sconfitte di Lissa e di Custoza caratterizzarono la terza  guerra di espansionismo sabaudo.




La, pirofregata corazzata Erzherzog Ferdinand Max, nave ammiraglia della flotta
austro-veneta.
Lissa isola nel mare Adriatico è la più lontana dalla costa dalmata, conosciuta nell’antichità come Issa, più volte citata dai geografi greci. Fu base navale della Repubblica Veneta fino al 1797.
I sabaudi  non potevano certo pensare di trovare sul loro cammino i Veneti, ossatura della marina austriaca. La marina militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: “Oesterreich-Venezianische Marine” (Imperiale e Regia Veneta Marina). Equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall’area veneta dell’impero (veneti in senso stretto, giuliani, istriani e dalmati popoli fratelli dei quali non possiamo dimenticare l’ attaccamento alla Serenissima) e i pochi “foresti” ne avevano ben recepito le tradizioni nautiche, militari, culturali e storiche. La lingua corrente era il veneto, a tutti i livelli. Nel 1849 dopo la rivoluzione veneta capitanata dal settario Daniele Manin c’era stata, è vero, una certa “austricizzazione” : nella denominazione ufficiale l’espressione “veneta” veniva tolta, c’era stato un notevole ricambio tra gli ufficiali, il tedesco era diventato lingua “primaria”. Ma questo cambiamento non poteva essere assorbito nel giro di qualche mese; e non si può quindi dar certo torto a Guido Piovene, il grande intellettuale veneto del novecento, che considerava Lissa l’ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica. 
I nuovi marinai infatti continuavano ad essere reclutati nell’area veneta dell’impero asburgico, non certo nelle regioni alpine, e il veneto continuava ad essere la lingua corrente, usata abitualmente anche dall’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff che aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia e che era stato “costretto” a parlar veneto fin dall’inizio della sua carriera per farsi capire dai vari equipaggi. La lingua veneta contribuì certamente ad elevare la compattezza e l’omogeneità degli equipaggi; estremamente interessante quanto scrive l’ammiraglio Angelo Iachino (3) : ” … non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all’Italia.” Né in terra, né in mare i veneti erano così ansiosi di essere “liberati” dagli italiani come certa storiografia pretenderebbe di farci credere. Pensiamo che perfino Garibaldi “s’infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!”.
 
 
 

La marina tricolore brillava solamente per la rivalità fra le tre componenti e cioè la marina siciliana ( o garibaldina), la napoletana e la sarda. Inoltre i comandanti delle tre squadre nelle quali l’armata era divisa, l’ammiraglio Persano, il vice ammiraglio Albini ed il contrammiraglio Vacca erano separati da profonda ostilità. E la lettura del quotidiano francese “La Presse” è estremamente interessante: ”Pare che all’amministrazione della Marina italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc.Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro”.(5)
Gli equipaggia della flotta austro-veneta
esultano per la vittoria a Lissa.
Si arrivò così alla mattina del 20 luglio. ”La Marina sabauda aveva, su quella Austriaca, una superiorità numerica di circa il 60 per cento negli equipaggi e di circa il 30 per cento negli ufficiali. Ma il personale proveniva da marine diverse e risentiva del patriottismo vero ancora vivo nella penisola da poco forzatamente unificata .”  E così in circa un’ora l’abilità del Tegetthoff ed il valore degli equipaggi consentì alla marina austro-veneta (come la chiamano ancor oggi alcuni storici austriaci) di riportare una meritata vittoria. Le perdite furono complessivamente di 620 morti e 40 feriti, quelle austro-venete di 38 morti e 138 feriti . La corazzata “Re d’Italia”, speronata dall’ammiraglia Ferdinand Max, affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro colpita da un proiettile incendiario esplose trascinando con se oltre 200 vittime. E quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria e gridando: “Viva San Marco” . Alla fine, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, il Veneto passò all’Italia sabauda.
Persano ebbe il coraggio, una volta tornato in porto, di affermare di aver vinto la battaglia contro il Tegetthoff ricevendo festeggiamenti in suo onore.
Quando si venne a sapere la verità il Persano fu arrestato e perse praticamente tutto, soprattutto la dignità.




A guerra terminata, il 15 aprile 1867, l’ammiraglio Persano dopo un lungo processo, riuscì a farsi scagionare dalle accuse di alto tradimento e viltà di fronte al nemico, fu ritenuto colpevole dei reati di negligenza, imperizia e disubbidienza, per i quali venne condannato alle dimissioni forzate, alla perdita dei gradi e alle spese di giudizio. Successivamente la corte dei conti lo priverà anche della pensione.











La mediazione francese, la fine della guerra e la pace





Napoleone III.
Nel frattempo, dopo la battaglia di Sadowa, Bismarck aveva acconsentito sia ad una mediazione francese che all’armistizio con l’Austria. Egli pose però alcune condizioni: riforma della Confederazione germanica con l’esclusione dell’Austria dagli affari tedeschi e controllo prussiano dei territori tedeschi a nord del fiume Meno. Da parte sua il governo Ricasoli subordinò la tregua alla consegna della fortezza di Verona a mo’ di pegno, alla cessione del Veneto direttamente dall’Austria (senza il passaggio alla Francia), e al riconoscimento di quella che gli invasati nazionalisti tricoloruti chiamavano  "frontiera naturale" (cioè alla cessione anche di Trento e Bolzano). Bismarck si disse ovviamente  d’accordo.
Napoleone III, dopo aver esaminato le proposte prussiane formulò una contro-proposta che sottopose alla Prussia e all’Austria: essa corrispondeva approssimativamente alle richieste di Bismarck. In più proponeva la facoltà per gli stati tedeschi a sud del Meno di creare una loro confederazione e l’integrità dell’Impero austriaco, tolto il Veneto. Il piano francese fu accettato da Vienna e da Berlino e il 21 luglio si giunse ad una tregua di 5 giorni a partire dal mezzogiorno del 22 luglio. Visconti Venosta, avvisato dalla Francia della tregua, cercò di guadagnare qualche giorno nella speranza di una improbabile vittoria militare, ma il 22 giunsero le notizie della sconfitta di Lissa rendendo la tregua inevitabile anche per l’Italia sabauda , che vi aderì di corsa il giorno dopo con decorrenza la mattina del 25.

File:Otto vBismark.jpg
Otto von Bismarck
Il ministro degli Esteri Visconti Venosta diede tuttavia istruzioni all'ambasciatore a Berlino Giulio De Barral (1815-1880) che, per quanto concerneva l’imminente armistizio, doveva insistere e porre le seguenti condizioni: cessione del Veneto senza alcuna condizione, e frontiera lungo la linea Trento-Bolzano. Sul primo punto Bismarck si dichiarò d’accordo, mentre riguardo al Tirolo, che comprendeva il Trentino, oppose un netto rifiuto. Egli sostenne che aveva accettato il piano di Napoleone III che garantiva l’integrità dell’Impero d'Austria . Oltre la Prussia e la Francia, anche la Gran Bretagna si dimostrò scettica sul diritto accampato dagli arraffoni tricoloruti su quel territorio. Visconti Venosta rinviò allora ogni decisione sull’armistizio, nella speranza che una sempre più improbabile  vittoria militare gli desse maggiore capacità di contrattazione. Tuttavia il tempo era limitato, poiché il 26 luglio Austria e Prussia siglarono l’armistizio ed i preliminari di pace. Il 29, quindi, per non rimanere a combattere da sola , e con il rischio di capitolazione totale,  contro l’Austria, l’Italia sabauda  aderì formalmente all’armistizio, ma , per ogni evenienza, senza firmarlo.




L’armistizio di Cormons:



Di questa situazione si giovarono i vincitori del fronte meridionale, gli Imperiali,  che posero al governo sabaudo  come condizione per la firma dell’armistizio l’evacuazione delle zone del Trentino occupate dalle bande mercenarie e dalle truppe regolari. Per cui, il 6 agosto 1866, Vittorio Emanuele II telegrafò al presidente del Consiglio Ricasoli che, nella impossibilità di riprendere (da soli) la guerra senza rischiare una sonora ed inevitabile sconfitta, bisognava disimpegnarsi dal Tirolo. Ricasoli rispose che ritirarsi avrebbe prodotto un effetto negativo sull’opinione pubblica. Contemporaneamente i rappresentanti sabaudi a Berlino e Parigi cercarono in tutti i modi, ma senza successo, di spingere quei governi a persuadere l’Impero d'Austria ad accettare l’armistizio sulla base dell’uti possidetis, e cioè sulla base di quanto l’esercito sabaudo  aveva occupato durante lo sgombero delle truppe Imperiali dal Veneto. Il 9 agosto, constatato l’isolamento in cui l’aveva posto l’iniziativa asburgica , il governo sabaudo disponeva il ritiro delle truppe dal Trentino.

Le legittime province alpine dell'Impero d'Austria
ancora sotto il suo legittimo governo dopo la terza guerra
di espansionismo sabaudo.
Dopo lo sgombero del Trentino si giunse alle trattative per l’armistizio. Superati alcuni  ultimi capricci tricolore , esso fu stipulato il giorno 11 agosto 1866 e firmato il giorno dopo a Cormons dal generale Petitti per conto del Savoia  e dal generale Karl Möring o Moering (1810-1870) per l’Impero d'Austria. L'armistizio, della durata di 4 settimane, venne accettato da ambo le parti alle seguenti condizioni da trattare in un secondo momento: riunione del Veneto all’Italia sabauda , plebiscito delle popolazioni - che si dimostrerà nuovamente una farsa -  riserva di trattare nei negoziati di pace la questione dei confini.






Fine 2° Parte...



Fonte:

  • Sandro Bortolotti, La guerra del 1866, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1941. (ISBN non esistente)
  • Luigi Chiala, Ancora un po’ più di luce sugli eventi politici e militari dell’anno 1866, Firenze, Berbera, 1902. (ISBN non esistente)
  • Alfredo Comandini, L’Italia nei cento anni del secolo XIX, Vol. IV (dal 1861 al 1870), 5 voll, Milano, Vallardi, 1929. (ISBN non esistente)
  • Marco Gioannini e Giulio Massobrio, Custoza 1866, Milano, Rizzoli, 2003. ISBN 88-17-99507-X
  • Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, Vol. II, 2 voll, Milano, Vallardi, 1948. (ISBN non esistente)
  • Giancarlo Giordano, Cilindri e feluche. La politica estera dell’Italia dopo l’Unità, Roma, Aracne, 2008. ISBN 978-88-548-1733-3
  • Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962. (ISBN non esistente)
  • Marco Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011. ISBN 978-88-17-04611-4
  • Aldo Antonicelli (aprile 2012). I cannoni di Lissa. Storia Militare (223): pp. 26-36.
  • Jack Greene; Alessandro Massignani, Ironclads at War: The Origin and Development of the Armored Warship, 1854-1891 (in inglese), Da Capo Press, 1998. ISBN 0938289586
  • Ermanno Martino (luglio 2011). Lissa 1866: perché? (1ª parte). Storia Militare (214).
  • Ermanno Martino (agosto 2011). Lissa 1866: perché? (2ª parte). Storia Militare (215).
  • Martino Sacchi, Navi e cannoni: la Marina italiana da Lissa a oggi, Firenze, Giunti, 2000. ISBN 88-09-01576-2
  • Giacomo Scotti, Lissa 1866. La grande battaglia per l'Adriatico, Trieste, LINT Editoriale, 2004. ISBN 88-8190-211-7
  • “LISSA, l’ultima vittoria della Serenissima (20 luglio 1866)”, edito da “Il Cerchio” di Rimini.
    Tra Asburgo e Prussia - La Germania dal 1815 al 1866.  Di Heinrich Lutz, il Mulino - Le vie della Civiltà.
     

    Scritto a cura di:

    Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.