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domenica 19 marzo 2017

FESTA DI SAN GIUSEPPE






Il 19 marzo ricorre la Festa di San Giuseppe, nominato Patrono del Tirolo da Maria Teresa nel 1772 con il decreto imperiale “Sanctus Josep...hus Tirolensis Patronus". In quel giorno i nostri paesi esibivano sempre la bandiera tirolese. A Trento, la grande fiera di San Giuseppe.
Anche questa festività religiosa è stata abolita dallo stato italiano con la legge del 5 marzo 1977 n.54. Da allora il giorno di San Giuseppe divenne in Tirolo un giorno come tutti gli altri.
In 98 anni lo stato italiano ha cercato in ogni modo di cancellare la nostra secolare storia e le nostre tradizioni austriache.
Ma siamo Tirolesi! Abbiamo memoria e identità e non molliamo!


Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

giovedì 2 marzo 2017

La genesi dell’Europa cristiana spiegata dallo storico che sfatò il mito dei “secoli bui”

“La genesi dell’Europa”, l’introduzione del grande Christopher Dawson alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo appena pubblicata da Lindau



Come è nata l’Europa? Lo spiega magistralmente il più grande storico britannico dello scorso secolo, Christopher Dawson (1889-1970) in La genesi dell’Europa. Un’introduzione alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo, saggio pubblicato ora in Italia da Lindau, con una prefazione di Alexander Murray dell’University College di Oxford. L’autore illustra come la storia non può essere spiegata come un sistema chiuso, in cui ogni stadio è il logico e inevitabile risultato di quello che è avvenuto prima. Nella storia è sempre presente un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto non soltanto al caso o all’iniziativa del genio individuale, ma anche alla potenza creatrice di forze spirituali. La forza spirituale per la nascita del nostro continente è stato il cristianesimo e la Chiesa che l’ha diffuso e sostenuto.
Dawson richiama l’importanza fondamentale e peculiare per la nostra cultura e il nostro pensiero della civiltà greca, la vera sorgente della tradizione europea. Successivamente Roma trascinò la civiltà occidentale fuori dal suo barbarico isolamento, unendola alla società del mondo mediterraneo. Lo strumento decisivo di questa impresa fu fornito dalla personalità di Giulio Cesare, il cui genio di conquista e di organizzazione furono la suprema rappresentazione della potenza romana, ma gli artefici della nuova era europea furono sant’Agostino, che vide la vanità e la futilità del culto del potere umano, san Benedetto, creatore nei monasteri di un nucleo di pace, ordine spirituale e culturale nel mezzo dei disastri delle guerre gotiche, e san Bonifacio, il quale, nonostante il profondo scoraggiamento e la delusione per quanto accadeva, diede la propria vita per la crescita del popolo di Dio.
L’Europa, scrive Dawson, non è un’unità naturale come l’Australia o l’Africa; è il risultato di un lungo processo di evoluzione storica e di sviluppo spirituale, cominciato nei “secoli bui” dell’Alto Medioevo. La tradizione classica secondo lo storco inglese non è estranea al processo formativo europeo. Il latino divenne non solo un veicolo perfetto per l’espressione del pensiero, ma anche un’arca che traghettò il seme della cultura ellenica attraverso il diluvio della barbarie e i grandi autori classici del I secolo a.C., soprattutto Cicerone, Virgilio, Livio e Orazio, rivestono un’importanza fondamentale.


L’autore analizza il crollo dell’impero romano, l’invasione dei barbari, l’opera di Carlo Magno, i rapporti di Roma con l’impero orientale e la nascita dell’islam e il suo sviluppo. Un vasto e complesso scenario storico accuratamente descritto in rapporto con quanto è riuscita a fare la Chiesa cattolica – pur tra errori e retta da grandi papi, ma a volte da figure corrotte – per difendere il valore del cristianesimo e per trasmetterlo. Malgrado tutte queste turbolente vicende, fra le quali bisogna aggiungere l’invasione dei vichinghi, lentamente si sviluppò un processo di assimilazione alla spiritualità evangelica.

La visione della storia di Dawson è che solo studiando la cultura cristiana noi possiamo comprendere come è nata l’Europa e i valori fondamentali su cui essa poggia. Pur essendo stato scritto nel 1932, il libro dello storico inglese conserva un’attualità sorprendente, poiché, se ora papa Francesco sta dando un rinnovato vigore spirituale alla Chiesa cattolica, uno sfrenato individualismo e il relativismo si contrappongono al suo insegnamento. Dawson ha sempre messo in luce il legame fra religione e cultura: una società che perde la sua religione, diventa una società che prima o poi perde la sua cultura.


Fonte: http://www.tempi.it/

lunedì 23 gennaio 2017

VIDEO: S.A.R. Sisto Enrico di Borbone omaggia S.M.Cristianissima Luigi XVI di Francia.


Il giorno sabato 21 gennaio 2017, S.A.R. Sisto Enrico di Borbone, legittimo Capo della Casa di Borbone o di Francia, ha reso omaggio al Re Martire Luigi XVI di Francia nel 224° anniversario del suo Martirio.




Di Redazione A.L.T.A.

sabato 21 gennaio 2017

21/1/1793 - 21/1/2017: 224° anniversario del Martirio di S.M.Cristianissima Luigi XVI di Francia.





21 janvier 1793. Martyre de Sa Majesté le Roi Louis XVI.
21 de enero de 1793. Martirio de Luis XVI, Rey de Francia.
21 gennaio 1793. Martirio di Luigi XVI, Re di Francia.

Mort a la Révolution ! Vive le Roi ! Vive le Christ Roi !
¡Muerte a la Revolución! ¡Viva el Rey! ¡Viva Cristo Rey!
Morte alla Rivoluzione! Viva il Re! Viva Cristo Re!

Image: Cénotaphe de Louis XVI et de Marie Antoinette. Basilique de Saint-Denis.
Imagen: Cenotafio de Luis XVI y María Antonieta. Basílica de San Dionisio.
Immagine: Cenotafio di Luigi XVI e Maria Antonietta, nella Basilica di Saint-Denis.



Di Redazione A.L.T.A.

venerdì 6 gennaio 2017

6 Gennaio, Epifania o Befana Fascista?


Fonte: http://www.welschtirol.eu/

L’Epifania è una festa cristiana celebrata il 6 Gennaio, ovvero 12 giorni dopo il Natale.
Il termine “Epifania” deriva dal greco antico, ἐπιφαίνω, “epifàino” (che significa “mi rendo manifesto”) e ἐπιφάνεια, “epifàneia” (che può significare “manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina”). Assumendo il significato di “Natività di Cristo”, immagine idealizzata con la visita e l’adorazione di Gesù da parte dei Re Magi – Heilige Drei Könige.
Festività religiosa ben radicata e molto vissuta nella nostra terra da moltissimo tempo. Molto diffusa nelle nostre valli era (e lo è ancora in molte di esse) la visita dei Re Magi che portando la Stella Cometa in visita alle case del paese, intonano tipici canti religiosi.
Il termine “Befana” (storpiatura del termine “Epifania” inteso come “fantoccio esposto la notte dell’Epifania” fu usato dal XIV secolo nella penisola italica centro-meridionale, ma mai ebbe estensione nella nostra terra, ed unì un’usanza pagana ad un contesto cristiano.
Nel 1928 il regime fascista introdusse anche nella nostra terra la festività della Befana (termine sconosciuto fino ad allora) meglio titolandola “Befana fascista” (ovvero Natale del Duce).
Allo scopo di dare visibilità sul territorio ai Fasci femminili all’Opera Nazionale Dopolavoro, Augusto Turati ebbe l’idea della “Befana fascista”, ordinando alle Federazioni provinciali del PNF di sollecitare a commercianti, industriali e agricoltori donazioni in occasione di tale festa, la cui gestione sarebbe stata curata dalle organizzazioni femminili e giovanili fasciste.
A partire dal 1934, dopo la caduta in disgrazia di Turati, la “Befana fascista” mutò la denominazione in “Befana del Duce” (o “Natale del Duce” con la tradizione della distribuzione dei doni ai bambini in tale data), allo scopo di utilizzare la ricorrenza per avallare il culto della personalità di Benito Mussolini,  avviata dal nuovo segretario del PNF, Achille Starace.
L’iniziativa continuò anche durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, riprendendo la denominazione “Befana fascista” dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana.
Questa la tradizione arrivata fino a noi, questo è il coinvolgimento della nostra terra, il significato dei festeggiamenti e quanto la “tradizione” della Befana possa essere compatibile con la nostra cultura.

sabato 24 dicembre 2016

Auguri per un felice e Santo Natale dall'A.L.T.A.




Beatus et Sanctus Nativitatis!

Auguri per un felice e Santo Natale!

Los mejores deseos para una feliz y Santa Navidad!

Os melhores votos de um feliz e Santo Natal!

Die besten Wünsche für ein frohes und gesegnetes Weihnachtsfest !

Talán téged is a boldog és szent karácsonyt!

Najbolje želje za sretan i svetog Božića!

Najlepše želje za srečno in sveto Božič!

Najbolje želje za sretan i sveti Božić!

С наилучшими пожеланиями счастливого и святого Рождества!

Najlepsze życzenia dla szczęśliwego i świętego Bożego Narodzenia!

Urimet më të mira për një Krishtlindje të lumtur dhe të shenjtë!

Լավագույն մաղթանքները երջանիկ եւ Սուրբ Ծնունդ!

Τις καλύτερες ευχές για μια ευτυχισμένη και άγια Χριστούγεννα!

Rath oraibh le haghaidh na Nollag sona agus naofa!

Best wishes for a happy and holy Christmas!



Di Redazione A.L.T.A.

giovedì 22 dicembre 2016

La notte di Natale alla Corte pontificia

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di don Mauro Tranquillo - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nei vari secoli diverse usanze e riti hanno caratterizzato i festeggiamenti della notte di Natale alla Corte pontificia, tutti solenni ed edificanti, fiore di quella civiltà cristiana che aveva il suo centro in Roma. Ne vedremo qualche aspetto, e qualche sviluppo nel corso dei secoli.
Da sempre ovviamente la sera della Vigilia cominciava con il canto solenne dei Primi Vespri, che si teneva in Basilica o a volte nella Cappella Sistina (nella Cappella Paolina quando il Papa stava al Quirinale). In attesa della cena, restando i Cardinali nel Palazzo per assistere a Mattutino, vi era usanza di intrattenerli con una cantata in onore di Gesù Bambino, eseguita dai cantori pontifici con tutti gli strumenti nella sala Borgia, cui seguiva una cena in presenza dello stesso Pontefice a spese della Camera Apostolica. Vi si offrivano vino, e vari cibi e confetterie, e il Papa partecipava in cappa di velluto di seta cremisi e ermellino, quella stessa che avrebbe indossato per il Mattutino, e i Cardinali in cappe scarlatte. Il Papa era poi servito a tavola dai sovrani presenti o dai nobili di più alto rango, dal Maestro di Casa e dai Cardinali preceduti dai mazzieri. Burcardo ricorda che quattro portate erano servite: pasticcerie leggere e frutta candita, mandorle, noci, grani di finocchio, pesche e pere; quattro volte si serviva da bere: tre coppe di vino tagliato con acqua e una coppa di vino misto a miele, cannella e zenzero (hypocras).  All’epoca di Gregorio XIII, verso il 1573, l’uso del banchetto con la cantata fu interrotto perché considerato troppo dispendioso; riprese verso la metà del XVII secolo, fino al 1749. A quest’epoca i Cardinali vi assistevano in mozzetta e ferraiolone, nell’appartamento di Raffaello o nella galleria di Gregorio XIII. Il Papa non assisteva più alla cena, ma solamente benediva le mense, ne osservava l’apparato sempre magnifico, e si ritirava poi a cenare solo. L’origine di tale banchetto ovviamente è molto antica, e nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si teneva (stando agli Ordines romani) in Santa Maria Maggiore, dove il Papa celebrava le funzioni della notte di Natale. Il Cardinale Vescovo di Albano ne sosteneva le spese, mandando alla curia duo optima busta porcorum. Il Papa somministrava di propria mano a ciascuno una tazza di vino, compresi i giovani cantori della Schola.
Prima del Mattutino, il Papa compiva un altro rito a lui proprio, la benedizione dello stocco e del berrettone. Lo stocco è uno spadone finemente lavorato, e il berrettone un cappello ducale di velluto rosso, che il Papa soleva donare a un qualche Principe cristiano che si fosse distinto nella difesa della Chiesa. La più antica testimonianza di tale benedizione risale al XIV secolo, anche se già prima il Papa usava benedire delle spade per i Principi cristiani. L’ultimo stocco con il suo berrettone fu donato da Pio IX al generale Kanzler nel 1877. Lo stocco, con il berrettone posato sulla punta, era sostenuto da un Chierico di Camera mentre il Papa ammoniva con un’allocuzione rituale che quella spada indicava il supremo gladio temporale dato da Dio al Papa con l’Incarnazione del Cristo, che avrebbe dominato su tutta la terra, esattamente come la cappa rossa del Pontefice si stendeva a terra da ogni lato. Nella benedizione il Papa invocava Dio per la difesa della Santa Chiesa Romana e della respublica christiana. Poi consegnava le due insegne al Principe rivestito di cotta e di piviale aperto sulla spalla (non sul petto, come poteva fare solo l’Imperatore, ad imitazione dei Vescovi). Se il destinatario non era presente, il dono si faceva inviare.
Si ordinava allora la processione per andare a cantare il Mattutino in Cappella (nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si cantava in Santa Maria Maggiore). L’altare della Cappella era ornato con un arazzo raffigurante il Presepio, e dal paliotto bianco. Il trono del Papa era ricoperto di seta di lama d’argento con ricami d’oro. A lato dell’altare stavano due grandi candelabri dorati, e presso i banchi dei Cardinali stavano delle torce accese su grandi candelieri. Dodici bussolanti in vesti e cappe rosse sostenevano altrettante torce.
Il Papa faceva il suo ingresso preceduto dal Chierico di Camera con il berrettone sostenuto sulla punta dello stocco, e dalla croce pontificia. Incominciava allora il Mattutino, intonato dal Papa, in canto piano. Tre Cardinali Diaconi, dopo aver chiesto la benedizione al Papa, cantavano le prime tre lezioni, del profeta Isaia, ma senza titolo perché Dio non parla ormai tramite i profeti ma tramite suo Figlio, come dice l’Epistola di san Paolo che si legge alla Messa di Natale.  La quinta lezione era cantata dal nobile che aveva ricevuto il berrettone e lo stocco, se era presente. Egli era preceduto dal Chierico di Camera con le insegne benedette (che stavano posate sull’altare). Il nobile indossava la cotta, il piviale sulla spalla, cingeva la spada e indossava il berrettone. Toltosi il cappello e fatta vibrare virilmente la spada, chiedeva genuflesso la benedizione al Papa e poi cantava la lezione al leggio nel mezzo del coro. Alla fine, si recava a baciare i piedi del Papa.
La settima lezione, che è l’omelia del Vangelo della Prima Messa di Natale, quello che inizia con le parole “Exiit edictum a Caesare Augusto”, era cantata dall’Imperatore, qualora fosse stato presente. Egli indossava la cotta e il piviale al modo dei Vescovi, e accompagnato da due Cardinali Diaconi, faceva riverenza al Papa, vibrava la spada, la riponeva, e al leggio chiedeva inchinato la benedizione al Pontefice. Terminato il canto andava anch’egli a baciare il piede del Papa. Così fece ad esempio Federico III nel 1468, essendo presente a Roma per il Natale.
La nona e ultima lezione invece era cantata dal Papa in persona, che chiedeva la benedizione direttamente a Dio (Iube, Domine, benedicere), assistito dagli accoliti, dai Vescovi assistenti con la candela, e da un Cardinale Prete.
La Messa della notte che segue nel Medioevo era cantata dal Papa in persona a Santa Maria Maggiore ad praesepium; egli stesso cantava poi la seconda Messa a Sant’Anastasia e la terza a San Pietro o di nuovo a Santa Maria Maggiore. Dopo il ritorno da Avignone invece era cantata dal Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa nella Cappella di Palazzo, subito dopo il Mattutino, mentre il Papa indossato il mantum bianco assisteva al trono. Alla Messa tutti genuflettevano al canto delle parole Et incarnatus est del Credo. All’offertorio i cantori intonavano il mottetto Quem vidistis pastores del Vittoria. Il Papa usciva al termine della Messa sempre preceduto dal Chierico con lo stocco e il berrettone, lasciando i cantori a intonare le Lodi.
In tempi a noi ancor più vicini, Pio IX andava a celebrare la Messa della notte di Natale a Santa Maria Maggiore. Era una Messa letta, e anticipata per terminare in tempo per tornare al Quirinale a prendere una refezione entro mezzanotte, in modo da poter mangiare qualcosa prima che scoccasse il digiuno eucaristico per il giorno seguente.
Così la Santa Chiesa Romana festeggiava, fino a prima della caduta del potere temporale, la Santa Notte dell’Incarnazione del Verbo. Il mattino vi era la stazione dell’Aurora a Sant’Anastasia, e la grande Messa celebrata personalmente dal Papa in Basilica. Che questi santi riti così descritti ci possano edificare e mostrare il vero volto della Sposa di Cristo, per non cadere mai nella tentazione di confonderla con quanto ci viene presentato dal modernismo.
 

venerdì 16 dicembre 2016

Ritornare alla militanza cattolica: la cavalleria






Una forma di bellezza chiamata eroismo

Vademecum pliniano
365 Pensieri e Massime

Dicembre 2016  [ III ]

15 - Giovedì
Lo spirito di cavalleria è, prima di tutto un modo di essere, una mentalità. Esso è fatto di logica, di coerenza e di forza d’animo che conferiscono all’uomo un’idea precisa della sua dignità in quanto uomo e in quanto cattolico. Una dignità che gli attribuisce una determinata posizione nella scala dei valori umani, che egli deve fare rispettare.

16 - Venerdì
Lo spirito di cavalleria è uno spirito elevato che ha sempre presente l’ordine gerarchico. E, siccome al vertice di quest’ordine c’è Dio, più che la sua personale dignità, il cavaliere rispetta e difende i diritti di Dio.

17 - Sabato
L’ordine che il cavaliere rispetta e difende, prima di tutto, è quello cattolico. Il cavaliere pratica la religione non solo con tutta la naturalità, ma con una certa nota di fierezza e di sfida propria del combattente. Guai a chi osa burlarsi della sua religiosità!

18 - Domenica
È proprio dello spirito di cavalleria amare l'ordine gerarchico, e amarlo in modo combattivo. Il cavaliere non tollera nessuna forma di violazione di quest'ordine, ed è disposto a intervenire anche con la forza per ristabilirlo. Questo va detto, ovviamente, secondo le regole del buon senso. Il cavaliere è abitualmente serio, mai giocoso. È gentile ma non scherza e, soprattutto, con lui non si scherza. Le persone devono capire che si farà rispettare.
19 - Lunedì
L’amor a Dio del cavaliere proviene da una nozione molto limpida della Sua infinità, della Sua gloria, della Sua grandezza, del Suo splendore, della Sua bontà e misericordia. Proprio perché il cavaliere possiede questa nozione in alto grado egli mostra, nei confronti di Dio, un devoto e profondo rispetto. Ciò rivela una grande profondità di anima. Poiché, per arrivare a questa nozione e a questo rispetto, serve molta profondità spirituale.

20 - Martedì
Profondità non vuol dire necessariamente intelligenza. Il cavaliere non è necessariamente un intellettuale. Egli è molto logico, molto coerente e molto forte. Non ha paura di tirare tutte le conseguenze delle sue idee, per sé e per la società, costi quel che costi.
Perciò il cavaliere ama la sublimità. Egli contempla tutte le cose nel loro aspetto più elevato. Perciò ama le cose serie, elevate, nobili e non quelle banali e senza importanza. Per esempio, di fronte al campanile di una chiesa egli vi cercherà il significato sublime; davanti ad un’armatura medievale cercherà i suoi aspetti più elevati. Il cavaliere è naturalmente volto all’adorazione.
21 - Mercoledì
Noi siamo membri della Chiesa militante. Lo spirito militante della Chiesa è intimamente unito alla condizione di guerriero, il quale raggiunge il suo apice nello spirito di crociata. Come possiamo definire questo spirito?
Il crociato aveva una nozione chiarissima del valore mistico e metafisico della crociata. Egli si lanciava con impeto nella lotta per la riconquista del Santo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo perché ne comprendeva tutto il suo significato.

(Senza revisione dell'autore)

martedì 13 dicembre 2016

Video conferenza: La meraviglia cosmica

Rimini, 3/12/2016, presentazione del libro di Mauro Stenico: “La meraviglia cosmica” (organizzata dal Centro Studi Federici):


Video conferenza: La Massoneria

Bologna, 3/12/2016, conferenza di don Francesco Ricossa: “La Massoneria” (organizzata da “Virtute e Canoscenza”):


giovedì 8 dicembre 2016

8 dicembre: Buona Festa dell'Immacolata Concezione



Consacrazione da parte di S.M.C. Don Carlo III dei Regni di Spagna all'Immacolata Concezione.





L'8 dicembre. Festa dell'Immacolata Concezione, Patrona Maggiore delle Spagne, del Requeté e della Gioventù Carlista.




martedì 29 novembre 2016

La perfidia massonica contro il Presepe



-di Davide Consonni- Fonte: http://www.radiospada.org/

Il 16 novembre, il Grande Oriente di Francia (GOdF), obbedienza massonica pubblicamente più anticattolica d’Europa, ha avuto l’ardire di contestare ferocemente il Consiglio di Stato francese (incarnazione della sulfurea tirannide giacobina) reo di aver autorizzato la presenza di Presepi in luoghi pubblici. Si badi bene che i consiglieri della più alta corte amministrativa di Francia han fornito delle motivazioni, a favore dell’autorizzazione, da far impallidire gli autori di letteratura distopica, da Bradbury, passando per Huxley e Orwell, fino ad approdare al mondialista Wells. Il Consiglio di Stato ha letteralmente motivato quanto segue: “A causa della molteplicità dei significati attribuiti al presepe, i quali hanno un carattere religioso, ma anche carattere di decorazioni secolari installati per la celebrazione di fine anno , il Consiglio di Stato ritiene che la loro installazione temporanea su iniziativa di un’istituzione pubblica, in un luogo pubblico , è legale se ha carattere culturale, artistico o festivo, ma è illegale se esprime il riconoscimento di un culto o di preferenza religiosa“. Agghiacciante ma per la perfida setta non è sufficiente. Per il Grande Oriente di Francia, questa decisione del Consiglio di Stato: “mina il principio costituzionale di laicità in tutte le sue componenti: la neutralità degli enti pubblici nei confronti delle religioni, la libertà di coscienza e pari diritti dei cittadini di fronte alla legge. […] Questa decisione conduce ad evitare l’applicazione della legge del 1905, in particolare gli articoli 2 e 28. Consentendo una maggiore interferenza della religione nella sfera pubblica, questa decisione contribuisce a confessionalizzare la società, questo denunciamo in contrasto con la libertà di coscienza. Riconoscendo il primato delle presunte tradizioni cristiane della Francia sulla legge repubblicana, mina il principio di uguaglianza, come definito dall’articolo 1 ° della Costituzione ( “senza distinzione di origine, razza o la religione “) e porta in sé i germi di attestazioni d’identità pericolosi per la coesione nazionale. Il Grande Oriente di Francia condanna fermamente l’ambiguità semantica incoraggiata dalla decisione, vale a dire la trasformazione di un evento di culto oggettivamente in evento di festa culturale”.
La perfidia guidaico massonica s’incarna perfettamente nell’accozzaglia di bile velenosa vomitata in quest’occasione. Contro la Sacra Famiglia si scaglia da secoli la potenza infernale delle logge di mezzo mondo, nel 2017 cadrà il tricentenario della fondazione della perfida setta, 300 penosissimi anni di lotta contro la Santa Eucarestia. Dal Vaticano, invece e oramai, son troppi i decenni da cui l’Apostolica Voce non si scaglia contro queste nefandezze tutte moderne che ammorbano e scandalizzano quel che rimane della societas christiana.
 

giovedì 3 novembre 2016

Pio IX e la vittoria di Mentana


Centro studi Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 77/16 del 3 novembre 2016, Santa Silvia

Pio IX e la vittoria di Mentana

Ricordiamo la vittoria dell’esercito pontificio nella campagna dell’Agro Romano, culminata con la battaglia di Mentana del 3 novembre 1867, con un documento del Papa Re Pio IX.

Breve “Ex quo infensissimi”

Il Papa Pio IX. A futura memoria.
Da quando i funesti nemici del nome cattolico, per cancellarlo del tutto (se fosse possibile) hanno osato far vacillare il principato civile della Santa Sede, cui sottrassero floride province lasciandone a Noi solo alcune perché esercitassimo il potere civile entro angusti confini e non senza difficoltà dell’erario, uomini perfidi non hanno mai rinunciato al proposito di occupare le altre Nostre province e d’invadere perfino questa alma Urbe nella quale, per divina volontà, si è stabilita la Sede Apostolica, fondamento della religione, maestra della fede, rocca e baluardo della verità cattolica.
Da qui le macchinazioni e le frodi, da qui l’aperta violenza usata recentemente, quando cioè si accozzarono improvvisate masnade d’infima plebe, prontissime ad ogni misfatto, che si inoltrarono nelle nostre province per alzare la bandiera della ribellione: col terrore, con le rapine e con ogni sacrilega scelleratezza portarono la desolazione nei villaggi, nei paesi, nelle città senza però riuscire ad allontanare le popolazioni dalla debita fede, dall’ossequio verso di Noi e la Sede Apostolica.
Orbene, in un così difficile frangente rifulse l’eccezionale valore dei Nostri soldati. Infatti, seguendo i loro comandanti, per nulla atterriti dall’asperità del cammino e neppure affranti dalla lunghezza delle marce né svigoriti dalle fatiche, corsero alacri a rintuzzare l’impeto dei nemici. Dopo aver acceso la zuffa contro di essi, ed averla rinnovata in più luoghi, combatterono con tanto animo e coraggio che sconfissero e dispersero quelle schiere efferate e restituirono quiete e sicurezza ai borghigiani e ai cittadini.
Non molto tempo dopo, una banda in armi osò avvicinarsi alle mura di Roma per tentare un assalto allo scopo di sfogare il trattenuto furore con gli incendi, col saccheggio delle case, con la distruzione dei templi e col sangue degli onesti cittadini, non appena dai complici della loro ribalderia (che si erano furtivamente introdotti in città e avevano preparato nuovi strumenti di morte) fosse dato il segnale della congiura.
Ma i Nostri soldati non mancarono al loro dovere; scoperte le insidie, infatti, resero vana la perfidia dei congiurati e avendo sgominata e uccisa una parte di essi e un’altra parte gettata in carcere, salvarono questa sede della religione, questa dimora delle arti belle dall’imminente sterminio.
Alla milizia Nostra poi si presentò un’altra occasione di mettere in luce il proprio valore. Un’accozzaglia di armati, raccolti ovunque nella vicina provincia Sabina, aveva occupato Monterotondo; ivi commise molte azioni indegne e, accesa di sfrenata cupidigia, meditava una nuova aggressione contro Roma; senonché contro il nemico furono inviate truppe Nostre e truppe ausiliarie Francesi, per assalirlo.
Esse, ingaggiata battaglia presso Mentana, diedero prova di tanta forza, ardore e costanza nel combattere che domarono e sbaragliarono quella colluvie di predoni benché superiore di numero. Ne ferirono e uccisero molti; ne condussero nelle prigioni tanti altri, e misero in fuga i rimanenti con il loro audacissimo condottiero, riportando quindi una splendida vittoria. Le schiere vincitrici poi, rientrate in Roma, ebbero una trionfale accoglienza: la cittadinanza andò loro incontro, e con grida e con applausi festeggiò la bella impresa di quei valorosissimi uomini


Ma affinché il ricordo di questa vittoria che non senza l’aiuto di Dio è stata ottenuta, e ovunque è stata celebrata e lodata, possa perpetuarsi in tutte le età, abbiamo fatto coniare un fregio d’argento in forma di croce ottagonale, nelle cui estremità sia scritto Pius PP. IX. An. MDCCCLXVII. Al centro vi sia una medaglietta la quale nel dritto rechi gli emblemi della dignità pontificia con la scritta Fidei et Virtuti, e nel rovescio abbia la croce con la scritta Hinc Victoria.
A tutti e singoli i soldati presenti del Nostro esercito concediamo di portare questo fregio d’argento nel lato sinistro del petto, sospeso ad un nastro di seta bianca distinto con cinque righe celesti; e per maggiore compenso dell’impresa concediamo agli stessi che sia loro sottratto un anno dal tempo stabilito per ottenere paghe più alte e per ottenere altri benefici secondo le regole militari.
Inoltre facciamo dono dello stesso fregio d’argento, da portare alla sinistra del petto, a tutti e singoli i soldati dell’esercito Francese che presso Mentana combatterono al fianco delle Nostre truppe contro le torme ostili.
Infine, affinché quei valorosi che offersero il sangue e la vita per difendere i Nostri diritti e per scacciare da Roma il furore degli empi, ricevano da Noi una solenne proclamazione di valore e di lode, con questa lettera pubblichiamo e dichiariamo che essi hanno acquisito grandi meriti presso di Noi, presso l’Apostolica Sede e il mondo Cattolico: proclamazione di cui nulla è più onorifico, più glorioso, più idoneo a rendere immortale il loro nome.
Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 14 novembre 1867, anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

giovedì 20 ottobre 2016

VIDEO: XI giornata per la regalità sociale di Cristo.


1°-Dare la vita per la difesa della fede: dalle guerre di religione alla pace di Westfalia  


2°- Umanisti, razionalisti, illuministi contro Cristo e la Sua Chiesa. Il dibattito sulla tolleranza              



3°- I modernisti al seguito degli Illuministi: la vera e la falsa pace              






lunedì 12 settembre 2016

1683: la crociata di Innocenzo XI salva la Cristianità



Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 63/16 del 12 settembre 2016, SS. Nome di Maria

1683: la crociata di Innocenzo XI salva la Cristianità

Radiomessaggio di Pio XII in onore del beato Innocenzo XI (7/10/1956)

(…) Se non che in un'altra lotta, più minacciosa e tremenda, fu dato a Innocenzo XI di cogliere la palma della vittoria, meritandosi nella storia il titolo di salvatore della Cristianità dalla invasione dei Turchi. Al qual proposito teniamo a rendere noto che nel ricordare tali memorabili eventi, essenziali nella vita del Nostro Beato, ma lontani di quasi tre secoli e svoltisi in circostanze così diverse dalle presenti e ormai pienamente sorpassate, non abbiamo inteso in alcun modo di mancar di riguardo verso la Nazione turca, con la quale abbiamo relazioni, se non ufficiali, certo del tutto cortesi.
A dire il vero, Innocenzo non era un uomo politico nè per professione nè per inclinazione. Si ha anzi quasi l'impressione che, al momento della sua elevazione alla Sede di Pietro, non possedesse in questo punto una conoscenza del tutto chiara ed esatta della condizione straordinariamente intricata dell'Europa in quel tempo. Anche come Papa, egli si mantenne completamente al di fuori delle varie Leghe ed alleanze dei Principi cristiani, fra di loro o degli uni contro gli altri. Se dunque la storia commemora la sua grande azione politica, si spiega soltanto col fatto che la coscienza della sua responsabilità lo indusse ad entrare in quel campo. Si trattava, verso il 168o, di liberare l'Europa cristiana da un pericolo mortale, che, nella giusta estimazione di Innocenzo XI, non avrebbe potuto essere scongiurato, — dopo il necessario ricorso all'aiuto divino, — se non con un'azione, almeno principalmente, politica, iniziata dal Papa stesso, riunendo, cioè, le forze sparse delle nazioni europee sotto l'unico vessillo cristiano.
La vittoria marittima delle forze cristiane a Lepanto, la cui anima era stato il Suo e Nostro Santo Predecessore Pio V, aveva bensì, fiaccato la potenza ottomana e frenato l'impeto delle sue conquiste. Ma il confine del territorio dominato dai Turchi verso l'Europa centrale, rimasto immutato, rasentava Vienna; dell'Ungheria poi, dopo il 1541, non restava libera che una angusta striscia. La Porta poteva di nuovo sollevarsi, e lo fece sotto l'abile e temuto Gran Visir Kara Mustafà. Era suo disegno invadere l'Europa centrale, i territori della Casa degli Asburgo e, senza dubbio, passare anche in Italia.
In tale condizione di cose il pensiero dominante d'Innocenzo, che egli molto spesso manifestava, talvolta con ardente eloquenza, agli Inviati di Luigi XIV, era un contrattacco concentrico delle Potenze cristiane unite, inclusa Mosca, e in cooperazione con la Persia (cfr. Lettera del Card. Cibo al Nunzio di Polonia, 3o ottobre 1677 - Arch. Segr. Vatic., Nunz. di Polonia 183 A, fol. 104v-105).
Ma la dura realtà dei fatti deluse le sue speranze; Innocenzo dovè ridurre il suo progetto, restringendosi a promuovere un'alleanza tra l'Imperatore Leopoldo I e il Re di Polonia Giovanni III Sobieski, da lui chiamato « l'antemurale della Cristianità ». Però anche contro questo piano si addensò un cumulo di difficoltà, che parvero insormontabili ad ogni umano sforzo. Da parte sua, la Porta, che osservava attentamente gli sviluppi della politica europea, mentre sembrava non nutrire timori circa i Principi cristiani, non nascondeva la sua apprensione per l'opera del Papa. L'Ambasciatore veneziano a Costantinopoli, Pietro Civrano, così infatti informava il Senato di Venezia, nel 1682: « Fra' principi cristiani... non è posto nell'infima considerazione il Pontefice; lo credono atto a comporre qualche lega tra Principi Cristiani, unico più temuto freno degli infedeli » (Le Relazioni degli Stati Europei lette al Senato dagli Ambasciatori veneziani nel secolo decimosettimo, raccolte ed annotate da N. Barozzi e G. Berchet, Turchia, vol. unico, parte II, Venezia 1872, pag. 270).
Apprensione veramente fondata, poichè Innocenzo XI fin dal 1677, con energia quasi sovrumana, non lasciava nulla di intentato per venire a capo di quell'alleanza. Questa, a sua volta, era intralciata, fra l'altro, dagli equivoci e dalle diffidenze nutrite dall'una parte verso l'altra, dal fatto che Sobieski, già per sè poco affezionato all'Imperatore, si era lasciato guadagnare alla politica antiasburgica di Luigi XIV, ed inoltre, perchè nella stessa Polonia l'alleanza con l'Imperatore costituiva pomo di discordia dei partiti. Con lungo e tenace sforzo, il Papa, validamente sostenuto dai suoi Nunzi in Vienna e in Varsavia, eliminò un ostacolo dopo l'altro, fino a trarre Sobieski alla sua causa. Ma ecco che una nuova bufera minacciò di sommergere la nave giunta quasi in porto. In seno alla Dieta polacca, l'opposizione pareva insuperabile. Ma la Provvidenza divina, con visibile intervento, esaudì i voti d'Innocenzo XI. Inaspettatamente, allorchè nell'albeggiare del mattino di Pasqua, 18 aprile 1683, Sobieski comparve dinanzi alla Dieta e chiese l'accettazione dell'alleanza e la chiusura del Parlamento, ogni resistenza cessava. Nel rapporto del Nunzio in Polonia, Mons. Opizio Pallavicino, inviato lo stesso giorno al Card. Cibo, echeggia ancora il tono drammatico di quella lotta, il cui felice esito si attribuiva al santo zelo di Innocenzo XI. In quella notte — così egli scriveva — rimase del tutto compiuta l'opera tanto necessaria per la conservazione della Cristianità, e tanto desiderata dal S. Padre. Questa — egli aggiungeva — è una grazia singolare concessa da Dio alla Cristianità per i voti e le preghiere della Santità Sua, dovendosi confessare non poter essere opera umana, perchè qualunque industria, eloquenza ed arte non era valevole per ciò, dovendosi credere quasi veramente impossibile, e cosa più che naturale, il vedere, se non estinte, sopite le discordie, la rabbia, gli odii e rancori, cresciuti in sommo grado. Insomma tutte le circostanze facevano quasi disperare del buon esito di un affare sì importante, onde l'essersi felicemente concluso deve unicamente attribuirsi a Dio, mosso dai ferventi voti di Sua Santità (cfr. Arch. Segr. Vatic., Nunz. di Polonia 101, fol. 187).
L'intervento divino giungeva in tempo per salvare la Cristianità dal pericolo ormai estremo. Infatti nello stesso giorno in cui l'alleanza fra l'Imperatore Leopoldo e Sobieski era conclusa, il potente esercito turco per l'offensiva da Adrianopoli a Belgrado si metteva in movimento. Nei mesi che seguirono, IL Papa, non tralasciando un più intenso ricorso a Dio, si adoperò affinchè all'alleanza fosse data maggiore saldezza mediante un atto solenne le cui circostanze mostrano come egli fosse la guida morale del movimento di liberazione. Il 16 agosto 1683, nel Palazzo Apostolico del Quirinale i due Cardinali Protettori, Pio per l'Imperatore Leopoldo, e Barberini per il Re di Polonia, prestarono solenne giuramento nelle mani del Pontefice per la esatta esecuzione di tutte le obbligazioni e clausole convenute nell'alleanza offensiva e difensiva contro la Turchia, sottoscritta già dai Plenipotenziari il 1° aprile di quell'anno. La gioia d'Innocenzo XI in quel momento, e la sua commozione fino alle lacrime — come attesta il Card. Barberini in un'accurata relazione al Re di Polonia (20 agosto 1683 - Bibl. Vatic., Barb. lat. 6650, fol. 116-117) — erano pari alla trepidazione di una vigilia di battaglia, e alla speranza che quel patto potesse svilupparsi in una più ampia lega. Devotamente invocato il nome di Dio, il Papa implorò dal Datore di ogni bene le celesti benedizioni su quei Principi, esprimendo l'augurio che quanto era stato convenuto sarebbe inviolabilmente portato ad effetto (cfr. Arch. S. Congreg. de Propaganda Fide, Miscellanea Arm. VI, 39, fol. 280-283). Infatti, sebbene il detto trattato riguardasse immediatamente la guerra contro i Turchi; tuttavia in fine si stipulava che « siccome a questa alleanza erano non solo da invitarsi i Principi cristiani, ma anche da ammettersi quelli che spontaneamente vi si offrissero, perciò ambedue le Parti si obbligavano, in quanto era possibile, d'invitare alla medesima i Principi amici e alleati, di guisa che però si avesse l'accordo e il consenso di ambedue le parti, ogniqualvolta qualche Principe fosse da ammettersi; specialmente ambedue avrebbero invitato con ogni cura i Serenissimi Zar di Mosca » (cfr. Bibl. Vatic., Vat. lat. 12201, fol. 210v).
Nell'ora in cui si compiva così la solenne ratificazione dell'alleanza, Vienna era stretta d'assedio già da un mese, e Sobieski in viaggio con le sue truppe. I grandi eventi erano ormai maturi. La storica ora della battaglia definitiva di Vienna scoccò col primo limpido sole del 12 settembre, allorchè l'esercito di soccorso assalì quello degli assedianti. Prima del tramonto la vittoria arrideva nettamente agli eserciti cristiani, che incalzavano i Turchi in piena disfatta. Era a tutti chiaro che un così splendido successo fu reso possibile soltanto dalla cooperazione delle due armate, l'imperiale e la polacca. I contemporanei gli storici posteriori sono unanimi nell'affermare che l'artefice primario dell'alleanza, e quindi della liberazione di Vienna e del miglior corso che prese da quella la storia d'Europa, fu Innocenzo XI, il quale a sua volta, con commovente umiltà, ne attribuì ogni merito e gloria a Dio, per l'intercessione della sua Santissima Madre. Nel Concistoro segreto del seguente 27 settembre 1683, dopo avere pronunciato amplissime lodi all'Imperatore Leopoldo e al Re di Polonia, egli terminava così la sua Allocuzione: « Quod reliquum est, omnis spes et fiducia Nostra Deo est; Ipse enim, non manus Nostra, fecit haec omnia; proinde sincero cordis affectu convertamus nos ad Dominum Deum, Nostrum, ut mereamur eius semper protectione defendi ab inimicis nostris in angustiis et tribulationibus » (Bibl. Vatic., Bari) lat. 2896, fol. 590v).
A quella vittoria, che segnò il principio della ritirata della Potenza ottomana dall'Europa, e alla susseguente liberazione di Budapest ottenuta tre anni dopo, nel 1686, con l'estendersi della lega a Venezia e a Mosca, è indelebilmente legato il nome del Pontefice Innocenzo XI, come Uomo di Dio e Capo della Cristianità. (…)

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domenica 4 settembre 2016

Quando i governanti giuravano sul Vangelo...

Fonte: http://circolopliniocorreadeoliveira.blogspot.it/



Lettera di San Giovanni Eudes alla Regina Madre, Anna d'Austria,
per chiederle di rimediare ai mali della religione in Francia
scegliendo buoni Vescovi

"Non posso rifiutare il pensiero che è piaciuto a Dio darmi, offrendomi a Lui nel santo Sacrificio della Messa per la Vostra Maestà, durante queste agitazioni a Parigi, di supplicarle molto umilmente, in nome di Gesù Cristo e della sua santissima Madre, di usare il potere che Loro le diedero per far cessare il torrente impetuoso delle iniquità che oggi fanno una terribile strage in Francia, che conduce una infinità di anime all’inferno, e che è l’unica causa di tutte le miserie di questo Regno.

"È una cosa deplorevole, Signora, vedere con lacrime di sangue perire tante anime che costarono il sangue prezioso di Gesù Cristo, e che questo male cresce sempre più, e che tanto poche sono le persone che si impietosiscono. Quando si tratta di qualsiasi interesse temporale dei Principi o dei Re di questo mondo, chi non si impegna? Ma gli interessi del sovrano Monarca sono abbandonati.

"Noi ci uccidiamo, nelle nostre missioni, a forza di gridare contro la quantità di disordini che ci sono in Francia, che disonorano estremamente a Dio e che sono la causa della condanna di molte anime; e Lui ci da la grazia di rimediare qualcuna. Ma sono sicuro, Signora, che se Vostra Maestà volesse usare il potere che Lui le ha dato, potrebbe da sola fare più della distruzione della tirannia del diavolo e per stabilire il regno di Gesù Cristo che tutti i missionari e predicatori messi assieme.

"Se Vostra Maestà volesse sapere quali siano i mezzi, sarà facile proporglieli, e ancor più facile, con la grazia di Nostro Signore, eseguirli. Per ora, direi soltanto il più potente di tutti, che é di dare buoni Vescovi alla Chiesa, perché i buoni  Vescovi e buoni preti farebbero dei buoni cristiani, e con questo mezzo, in poco tempo, la Chiesa di Francia cambierebbe faccia e riprenderebbe il suo primo splendore...Ecco il maggiore obbligo di Vostra Maestà, Signora; é il maggior servizio che potrà rendere a Dio e alla sua Chiesa; è di tale importanza che merita bene che Vostra Maestà si occupi personalmente, dato che lei sarà la prima a chi il sovrano Giudice chiederà conto, e un conto tanto più terribile per quanto é in gioco la salvezza di una infinità di persone che Lui collocò alle sue cure.

"Dato che, sento lo Spirito Santo, che, parlando per mezzo della bocca di San Paolo, grida alto: Chi non si occupa della salvezza di coloro che da lui dipendono, questo ha rinnegato la fede ed é peggiore di un infedele, in tal modo che nell’ora della morte sarà condannato da Dio come apostata e castigato più severamente dei pagani e degli infedeli.
"Se Vostra Maestà renderà questo servizio a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, Lui la colmerà di benedizioni spirituali e temporali; ma se trascurerà queste cose, io le dichiaro, in nome e da parte del grande Dio vivo, che tutti i peccati che saranno commessi in Francia, per la mancanza sua personale nel non provvedere buoni Vescovi, le saranno attribuiti come se lei stessa li avesse commessi; e che lei riceverà per questo la condanna e il castigo; e che tutte le anime che si perderanno dovuto a questo,  e tutte le gocce di sangue che Gesù Cristo ha sparso per la loro salvezza, grideranno vendetta contro di lei nell’ora della morte.

"D'altronde posso, Signora, protestare di buon grado a Vostra Maestà, in tutta verità, che in tutto questo io non ho altro interesse o pretensione che la gloria del mio Maestro e la salvezza delle anime. Colui che conosce il fondo dei cuori sa che dico la verità.
"È in Lui e nella sua Madre Santissima che io sarò sempre, con tutto il rispetto possibile, Signora,

Della Vostra Maestà
L’umilissimo, ubbidientissimo e fedelissimo suddito e servitore

Giovanni Eudes, Sacerdote".

Parigi 2 Settembre 1648

(Compilazione di Caen, Lettera 55, Costil, Anais I. 3 N° 16)


Il governante pro unioni civili, invece:


"...ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo".
(Matteo Renzi, il 12/05/2016)





giovedì 25 agosto 2016

DEL CRISTIANESIMO E DELLA DEMOCRAZIA


Fonte: http://progettobarruel.comlu.com/

La Civiltà Cattolica anno XXXI, serie XI, vol. IV (fasc. 729, 27 ott. 1880), Firenze 1880 pag. 281-295.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.

DEL CRISTIANESIMO E DELLA DEMOCRAZIA

I.

In un precedente articolo [1], esaminato il concetto messo in campo da un cattolico liberale, di una futura democrazia cristiana, che avendo il centro in Roma, riconoscesse il Papa, non più Sovrano, e come Pastore supremo della Chiesa e come arbitro civile; ne mostrammo l'assurdità, e per parte della ipotetica democrazia che, essendo cristiana davvero, non avrebbe mai tollerato che altri dominasse in Roma, dal Papa in fuori; e per parte del Papa medesimo, il quale sarebbe venuto ad esservi, come v'è al presente, o suddito, o prigioniero. Resta ora che, secondo la promessa fattane, ragioniamo un poco delle intrinseche relazioni, che l'Autore suppone correre fra la democrazia e il cristianesimo: d'onde inferisce quasi la morale necessità, che l'ultimo e più perfetto trionfo del cristianesimo nel mondo debba essere sotto la forma democratica.
Lasciamo stare il grado maggiore o minore di probabilità che possa avere l'avveramento del presagio, che la democrazia s'abbia a stabilire da per tutto in modo durevole. «Non vi è serio pensatore, scrive l'Autore nostro, che non si avvegga, che si approssima un periodo storico della più alta importanza, uno di quei periodi che sono l'embrione di un avvenire nuovo della società... il trionfo della democrazia!» Le apparenze favoriscono, così per le generali, questo presagio: non mancano però serii pensatori, i quali dubitano fortemente che il delirio democratico, dal quale sembrano oggi presi i popoli inciviliti, sia per condurli alla stabilità nella democrazia; e congetturano invece che, cessate le cause morbose e artificiali di questo delirio, ai furori democratici succederanno ferree dittature, le quali riporranno i popoli in quell'ordine di monarchia equamente temperata, che è il più consentaneo al genio loro ed alle storiche loro tradizioni. Ma di ciò non vogliamo disputare.
Ci piace tuttavia che l'Autore non si stanchi di ribadire il gran chiodo che, senza religione veracemente cristiana, la stabilità della democrazia è un sogno: e sfolgori in mille modi la maschera di democrazia, che si è messa in volto la ingannevole e barbara demagogia della Rivoluzione francese, servilmente imitata e copiata negli altri paesi e nell'Italia segnatamente. Meritano particolare considerazione queste sue giustissime parole: «La vera democrazia è tuttora impossibile, e lo sarà finchè vi sarà da demolire. Quando verrà l'ora di edificare, Iddio manderà i giganti: a demolire bastano i pigmei, bastano braccia profane ed istinti brutali; mentre a riedificare vi vuole lo spirito d'ordine e di carità e l'impulso eroico del sacrificio; vi vogliono braccia che sappiano congiungere, assimilare ed armonizzare; e se non siamo ebeti, ci avvedremo che, cominciando dalla scuola e terminando al Parlamento, tutt'altro vi trionfa, fuorchè la forza che unisce, assimila ed armonizza. E questo è sintomo che la forza prevalente è la demolitrice: ed infatti ovunque si volga lo sguardo, non ci si presentano che demolizioni : demolizione di principii, demolizione di pace domestica, demolizione di costumi, demolizione di pubblica e privata ricchezza, demolizione del sacro palladio della giustizia, demolizione dei comuni, demolizione dei grandi istituti, fondati dalla fede operativa dei secoli a sollievo dell'umanità... E questa smania di demolizione non è una vera demagogia? Grattate pure codesti democratici, e sotto vi troverete immancabilmente il demagogo.»
Ci piace altresì ch'egli batta e ribatta la necessità, che a fondamento della democrazia, se l'edificio suo deve durare, si ponga la vera fede di Gesù Cristo. «La democrazia, così egli, si renderà possibile, quando si sarà capito che la fede, assai più che l'idea, governa il mondo, dacchè di fede si vive ancorchè increduli. Ed i capi della sedicente democrazia pretendono di fondarne il regno, attentando a questo elemento in cui l'uomo, suo malgrado, è obbligato a vivere? Oh dementi!... Spreca il suo fiato il filosofo razionalista, invocando ed evocando una religione dell'avvenire, ed attendendo con la giudaica gente un novello Messia, un maggiore tesmoforo. Il Cristo Dio è venuto, ed è quello di ieri, di oggi, di domani: attendere un domma più divino della buona novella, è un sogno di mente inferma... Invero coteste menti, abbacinate dall'orgoglio, ebbero in pena della loro alterezza la confusione delle idee, come altre volte per la superbia si confusero le lingue: leggete i Dialoghi filosofici di Renan, la Religione dell'avvenire di Mamiani, il Dio Liberale di Filopanti, e ve ne persuaderete abbastanza.»
Riconosciuto pertanto all'Autore questo merito, ch'egli intende prevedere lo stabilimento di una democrazia, non già punto massonica o diabolica, qual è quella che in presente minaccia l'ordine della società, ma di fatto e pienamente cattolica, col suo centro nel romano Pontefice, passiamo ad osservare le dottrine che egli, a proposito dell'alleanza tra il cristianesimo e la democrazia, mette in campo.

II.

«La vera democrazia, dic'egli, altro non è che il regno della giustizia, l'eguaglianza dei diritti, la nullità dei privilegi fittizii e l'esatta conoscenza ed osservanza dei proprii doveri. E se questa e non altra è la chiara definizione della democrazia, chi meglio del Vangelo l'ebbe intesa, promulgata ed imposta a' suoi seguaci?»
Compatiamo l'Autore, che avendo scarsamente studiato la filosofia, non ha chiara idea di ciò che dev'essere una chiara definizione. Nessun logico gli menerebbe buoni i due elementi del regno della giustizia e dell'esatta conoscenza ed osservanza dei proprii doveri, introdotti in questa definizione della democrazia: perocchè ancora nelle altre forme di governo o di socialità, come, per esempio, nella monarchica o nella oligarchica, che sono forme naturalmente buone, può e deve esservi questo doppio elemento; senza del quale si avrebbero a tacciare di inique e di disordinate ab intrinseco: il che è teoricamente e storicamente falsissimo. Questo doppio elemento non convenendo alla sola democrazia ed essendo, non costitutivo suo essenziale, ma più tosto fine od effetto comune alle altre forme ancora di socialità, dalla sua definizione andava escluso. La quale definizione, volendola egli fare conforme la retta logica prescrive, dovea prendere il genere prossimo della cosa, che qui è l'ordinamento del vivere sociale, retto e mantenuto da suprema autorità, e la differenza ultima, ossia la specificante, che, nel caso nostro, è l'eguaglianza dei diritti politici e civili d'ogni membro della società: la quale eguaglianza poi rimove ogni privilegio, non solo fittizio, ma anche reale, secondochè dalla stessa parola di democrazia viene indicato; significando essa, governo del popolo; cioè un popolo che si regge da sè, tolti i riguardi alla nascita, al censo e ad altri titoli accessorii.
Or considerata la democrazia sotto questo rispetto, che è il vero, cade in gravissimo errore l'Autore nostro, asserendo che il Vangelo l'abbia promulgata ed imposta a' suoi seguaci. Il Vangelo non è un codice politico, direttamente ordinato al maggior bene umano di questa vita: ma è un codice religioso e morale, direttamente ordinato alla eterna e soprannaturale salute delle anime: nè il Vangelo per sè raccomanda più la forma politica e sociale della democrazia, che quella della monarchia: ma raccomanda che i suoi seguaci, sotto qualunque foggia di governo si trovino essere, facciano regnare la giustizia, ed esattamente conoscano ed osservino i loro proprii doveri.
Affinchè meglio si capisca il sofisma in cui l'Autore, al muovere del primo passo, è inciampato, distinguiamo parte da parte. Che il Vangelo promulghi ed imponga il regno della giustizia, soprannaturale ed anco naturale, e l'adempimento dei doveri di ciascun uomo, è vero, verissimo: ma che promulghi ed imponga l'eguaglianza dei diritti e la nullità dei privilegi politici e civili, è falso falsissimo. È verissima la prima cosa, giacchè senza giustizia, quantunque naturale, e senza osservanza dei doveri, non può darsi quell'ordine morale, che è voluto da Dio e posto da lui a necessaria condizione della stessa salute: se non che un ordine così fatto si può verificare e si verifica in qualunque forma di politica società il cristiano viva. È poi falsissima la seconda cosa, imperocchè di diritti e di privilegi politici Cristo Signor nostro non si è mai impacciato: e noi sfidiamo chi che si sia a citare una sola parola del suo Vangelo, che di questi tratti, o a questi alluda. L'unica regola di santa politica che Gesù Cristo abbia promulgata e imposta, è che si devo rendere a Dio quel che è di Dio, ed a Cesare quel che è di Cesare: vale a dire che, prima di tutto e sopra tutto, si de[v]e riverire il supremo diritto che ha Dio, come creatore e signore dell'uomo e dell'umana società, e adempierne tutti i precetti; poi, per riguardo a Dio stesso, che comanda l'ordine nell'umano consorzio e da cui ogni ordinata podestà discende, riverire i diritti che ha la politica autorità, cioè Cesare; ossia poi Cesare il capo di una monarchia, ossia un corpo morale reggente una democrazia. Fuori di questa regola, altra nel Vangelo non si ritrova.

III.

Ravviata con questa distinzione la confusa matassa, riman più facile sciogliere i nodi, co' quali l'Autore seguita a svolgere il suo ragionamento. «E non vogliamo persuaderci, interroga egli, che essendo stato il Cristo il primo democratico del mondo, il vero fondatore della democrazia, osteggiandone le dottrine, combattendo Chi sulla terra n'è il naturale custode, noi abbiamo distrutto in quello credevamo edificare? O con me, Egli ci ripete e con l'esempio e con le parole, e il vostro trionfo è sicuro; o senza me ed abortirete nel nascere. Ma a consolarci, in tanta perplessità di cose, giova riflettere che l'eguaglianza dei diritti, cioè la vera democrazia, altro non essendo che la giustizia, ed avendo la giustizia in sè la potenza irresistibile del vero, il regno della democrazia vera dovrà essere invincibile e finirà col trionfare.»
Si può proprio dire, che quanti periodi tanti spropositi. Si lascino i comunisti, i socialisti, i frammassoni, camuffati da credenti, dare, pe' lor mali fini, al Dio Redentore questo titolo di primo democratico del mondo, e di vero fondatore della democrazia. Un cattolico non abuserà mai del linguaggio sino a questo punto, nè si farà lecito di trattare il Cristo Dio con termini di sì triviale ambiguità.
Politicamente e socialmente parlando, il qualificare Gesù Cristo di primo democratico e di fondatore della democrazia, è, come abbiam veduto, una menzogna, la quale, applicata, benchè innocentemente, a sì divino soggetto, pute [= puzza N.d.R.] di bestemmia. Non pure nulla è nel sublime Vangelo di lui, che dia presa a questa menzogna, ma tutto concorre a fare che si ripudii. Di umana politica, lo ridiciamo, il Figliuolo di Dio umanato non volle mai impacciarsi. Egli non venne al mondo pe' miseri interessi di questa: ma veni, predicava egli di sè, acciocchè gli uomini, vitam habeant et abundantius habeant [2]. [«Io sono venuto perché (gli uomini) abbiano la vita e l'abbiano più abbondantemente» trad. G. Ricciotti N.d.R.] Tutto, ne' suoi esempii e ne' suoi insegnamenti, mirava alla vita eterna. Del resto egli nacque povero sì, giacchè volle prendere per sè le pene comuni al maggior numero degli uomini, che sono i poveri, e santificare in sè stesso la povertà; ma tuttavia nacque reale Principe della stirpe di David e con diritti al trono, ch'egli non volle far valere giammai, ma pure aveva notissimi e legittimi. Egli osservò tutte le leggi ed usanze, non solamente le proprie della nazione giudaica, ma ancora quelle imposte dai Romani, conquistatori della Giudea ed usurpatori del pubblico dominio; tantochè egli fece un solenne miracolo, per pagare a Cesare il tributo. Coll'esempio dunque e colle parole, visse soggetto ai poteri costituiti; nè mai si giunse a provare, ch'egli avesse propagate dottrine all'autorità o della Sinagoga o di Cesare opposte. Ed ognuno sa che, al tribunale di Pilato, si presentarono bensì dalla truculenta Sinagoga le accuse di ciò contro lui; ma non vi si poterono sostenere: così che Pilato le disprezzò e da queste vere calunnie egli scoperse che propter invidiam [«per invidia» cfr. Matth. XXVII, 18 N.d.R.] era egli deferito al suo giudizio e gridato a morte.
L'unico senso nel quale a Gesù Cristo, in qualche modo, potrebbe non disdire la denominazione di primo democratico e fondatore della democrazia, è quello che l'Autore nostro ancor egli ha veduto, ed esprime assai bene, dove mostra con calda facondia la necessità di serbare i popoli religiosamente fedeli a Gesù Cristo, poichè l'ineguaglianza naturale delle condizioni umane «non può essere compensata che coll'eguaglianza d'una stessa fede, coll'eguaglianza di tutti dinanzi allo stesso Dio, coll'eguaglianza d'una vita avvenire, nella quale tutto sarà riparato, tutto reintegrato». Oh qui sì che andiamo d'accordo!
Sotto il rispetto, non più politico ed umano, ma celeste e della grazia, il Redentore ha veramente fondato una santissima democrazia, nella quale tutti indistintamente gli uomini sono chiamati ad essere figliuoli adottivi del medesimo Padre; tutti egualmente fratelli del medesimo Verbo fatt'Uomo; tutti, senza divario, ricomperati col medesimo prezzo del sangue divino e della vita di lui; tutti parimente partecipi della medesima fede, dei medesimi sacramenti, del medesimo fine; tutti membri della medesima Chiesa, sottomessi al reggimento di un unico Pastore. Ma che ha egli che fare questo rispetto, con quello della mondana politica e con quello in ispecie della forma democratica del governo civile?
Dato ciò, cade da sè il fallace presupposto dell'Autore, che Gesù Cristo sia naturale custode di questa forma di governo; e che, a proposito di codesta forma, egli abbia detto: Qui non est mecum contra me est [3] [Matth. XII, 30: «Chi non è meco, è contro di me» N.d.R.] e cade e ruina l'altro presupposto, più che fallace, che l'eguaglianza dei diritti sia la giustizia, predestinata a trionfare nel mondo ed a regnarvi. L'eguaglianza dei diritti civili e politici (s'intende) sarà giustizia, dove è giustamente stabilita, senza offesa di altrui diritti preesistenti: ma sarà ingiustizia, dove colla forza, o colla frode, o coll'iniquità si voglia introdurre, a danno dei diritti altrui. In ogni caso poi, potrà essere ed anche sarà parte della giustizia, non mai la giustizia per antonomasia, la quale si stende a ben più altre cose, che alle meramente politiche e civili.
Senza che ov'ha imparato l'Autore, che questa piena giustizia, debba propriamente trionfare nel mondo? Dal Vangelo, no davvero: chè in esso ai fervidi seguaci della essenziale Giustizia e Santità, che è Gesù Cristo, sono invece predette persecuzioni, maledizioni, uccisioni; insomma trattamenti simili a quelli che Cristo, mortale nella terra, ha ricevuti dal mondo.

IV.

Dalla perpetua confusione che l'Autor nostro fa dei due ordini della natura e della grazia, e dei fini a cui tendono le due società politica e religiosa, umana e sovrumana, provengono gli altri errori de' quali, in questa materia, il suo volume è seminato.
Di fatto eccolo tornare ad avvolgersi nella confusione medesima, ove, con argomenti nuovi, pretende confermare la sua tesi. «Il Cristo è il vero fondatore della democrazia, ed è l'istitutore del suo ministero, nè può trovarsi in contraddizione con sè stesso: quindi il vero prete non può essere che democratico. Ma che cosa vuole la democrazia, qual è il fine che si propone, su che si basa? La democrazia vuole la redenzione delle plebi, vuole l'unità del genere umano, vuole l'atterramento dei privilegi. Ebbene e non fu il Cristo che per il primo fe' sentire il beati pauperes? E non è lui che ha predetto, che si farà un solo ovile ed un sol pastore? E non è lui che ha detto: Amatevi, chè voi siete tutti fratelli?»
Abbiamo già osservato quale sia la democrazia, o più tosto la eguaglianza, di cui Gesù Cristo è fondatore; e come di grandissima mano si differenzii dalla democrazia politica e naturale. Perciò è altro grossissimo errore l'affermare, che Gesù Cristo abbia istituito il ministero di questa democrazia e l'abbia commesso a' suoi sacerdoti. Il sacerdozio è costituito da Dio, conforme insegna S. Paolo, per l'esercizio degli atti del suo culto e per la eterna salvazione degli uomini. Omnis pontifex ab hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in his quae sunt ad Deum [4]. [Hebr. V, 1: «Ogni pontefice preso di tra gli uomini è preposto  a pro degli uomini a tutte quelle cose, che Dio riguardano, affinchè offerisca doni e sagrifici pei peccati» N.d.R.] Ed il sacerdozio cristiano, in virtù dell'ordine sacramentale ond'è insignito, ha per oggetto del suo ministero, non la umana politica, ma il Corpo vero e il Corpo mistico di Gesù Cristo. Il prete vero adunque non può essere che democratico in questo solo senso, che, riguardo al ministero suo spirituale, non deve usare nessuna accettazione di persone, ma considerare tutti i fedeli alla sua cura dati, o a lui ricorrenti per le cose dell'anima, siccome uguali dinanzi a Dio, o sieno ricchi, o sieno poveri, o sieno deboli, o sieno potenti, o sieno piccoli, o sieno grandi; perocchè, nell'ordine della grazia e della salute, nulla sono e nulla valgono le sociali diversità, i gradi, i titoli, i privilegi umani e civili. Chi in altro senso vuole il prete democratico, non sa quel che si voglia, e colla sua ignoranza o presunzione mira a sconvolgere tutto l'edifizio da Gesù Cristo costrutto.
E poichè tocchiamo questo punto del sacerdozio, ossia della porzione reggente, docente e ministrante nella Chiesa, giova notare quanto sia lungi dal vero che Cristo, circa il suo stesso organismo sociale e visibile, l'abbia fondata nella democrazia, cioè nell'eguaglianza dei diritti. Basta un'occhiata, ancorchè superficiale, al mirabile corpo di questo capolavoro divino, a fare che si scorga subito in esso la disuguaglianza giuridica dei membri che lo compongono. La Chiesa di Gesù Cristo è, per l'essenza sua, gerarchica; e tal è per istituzione di Cristo medesimo. Vi è il Capo supremo, Pietro, vivente sempre ne' suoi successori, vero monarca, investito da Cristo della pienezza di giurisdizione immediata sopra ogni membro del corpo, con diritti e poteri e privilegi a lui unicamente conferiti: vi sono i Vescovi, costituiti nella suprema altezza del sacerdozio, per l'ordine ed il carattere di cui sono dotati, ma esercitanti la particolare loro giurisdizione sotto Pietro: vi sono i semplici sacerdoti, tutti eguali per l'ordine sacro, ma diversi per la giurisdizione che, o dai Vescovi, o da Pietro ricevono: vi è finalmente la plebe, plebs Christi, ed è l'aggregato dei semplici fedeli, senza distinzione alcuna di dignità, o di posto che occupino nel mondo; tanto essendo plebei, sotto l'ordine gerarchico della Chiesa, il contadino e l'operaio, quanto il principe, il re e l'imperatore. Dal che risulta che la Chiesa di Cristo non è una Repubblica, ma un Regno, sebben da quelli del mondo diverso, come Cristo è Re, dai re del mondo diversissimo. La quale diversità spicca massimamente nello scopo suo finale, che è la beatitudine del cielo; nei mezzi, che sono superiori ai naturali, e nell'origine, che è tutta divina e non dipendente dai diritti o dai fatti mondani. Regno conseguentemente che è hic, quaggiù nel mondo; ma non è hinc, derivato cioè dal mondo, perchè Dio l'ha immediatamente costituito nel mondo e ad ogni mondana podestà sottratto. [Cfr. Joann. XVIII, 36-37: «Rispose Gesù: Il regno mio non è di questo mondo: se fosse di questo mondo il mio regno, e i miei ministri certamente si adoprerebbero, perchè non venissi dato in poter de' Giudei: ora poi il regno mio non è di qua (hinc). Dissegli però Pilato: Tu dunque sei re? Rispose Gesù: Tu dici, che io sono re. Io a questo fine son nato, e a questo fine sono venuto nel mondo, di render testimonianza alla verità: Chiunque sta per la verità, ascolta la mia voce.» N.d.R.]
Questo cenno è più che sufficiente a mostrare che la forma sociale, data da Cristo alla sua Chiesa, è ben altra che democratica; e che quindi l'eguaglianza giuridica del ministero nè manco vi esiste nell'ordine puramente spirituale. Or come dunque può, non diciamo salvo il rispetto, non diciamo salva la verità, ma salvo il buon senso comune, adattarsi a Cristo Redentore, in quanto è Autore della Chiesa, il titolo di primo democratico, d'istitutore del ministero della democrazia?
Con simigliante confusione e gratuità e falsità di supposti, lo Scrittor nostro procede a comparare gl'intenti della umana democrazia, con gl'intenti di Gesù Cristo nell'operare la salvazione del mondo.
Si conceda pure che la democrazia propongasi la redenzione delle plebi; questa sarà sempre rispetto al ben essere materiale e politico, non allo spirituale e celeste; che propongasi l'unità del genere umano; questa riguarderebbe (se fosse mai possibile) i modi del governo, e le mutue relazioni di popolo con popolo, nel giro del diritto umano, dei vantaggi umani, dell'umana civiltà, non le soprannaturali, appartenenti alla vita eterna: che propongasi l'atterramento dei privilegi; questi, quando il loro atterramento fosse secondo giustizia, sarebbero civili e politici,  non mai sacri e religiosi. Il perchè, concessi questi intendimenti della democrazia umanitaria, conforme è chiamata da' suoi maestri ed apostoli, non si uscirebbe giammai dalla sfera delle cose terrestri e delle mondane faccende.
Se non che quante volte è mestieri ripetere, che le cose terrestri e mondane non si attengono per sè al Regno di Gesù Cristo, il quale non è istituito per esse, ma per le celesti e sovramondane della salute? La redenzione che Gesù Cristo ha compiuta delle plebi, o meglio dell'intera stirpe d'Adamo, non è la politico-sociale; ma la spirituale dal peccato, dal demonio e dall'eterna morte, cui tutta la nostra progenie era dannata, per la colpa del progenitore. L'unità che Gesù Cristo è venuto a ristabilire nel mondo, non è l'umanitaria dei commerci e degl'interessi, ma quella divina, acciocchè l'uman genere, com'è uno per l'origine e per la natura, così uno sia, per l'unità dello spirito santificante colla grazia e beatificante colla gloria: unum sint, sicut et nos unum sumus [5]. [Ioann. XVII, 22: «Siano una sola cosa, come una sola cosa siam noi». N.d.R.] Per ciò poi che ai privilegi si attiene, Gesù Cristo non ne ha abolito veruno; ma riconfermando la, legge naturale e indirizzandone l'adempimento alla soprannaturale sua carità, ha anzi severamente vietato di ledere la giustizia, che riposa nel gran principio dell'unicuique suum, [«a ciascuno il suo» N.d.R.] dal quale non si possono certamente escludere i legittimi privilegi.
E com'entra il beati pauperes, [Matth. V, 3: «Beati i poveri di spirito» N.d.R.] proferito da Cristo, colla democrazia civile? Egli tanto non ha mirato, con questo detto, a pareggiare socialmente i poveri coi ricchi, che appunto chiamandoli beati, ha inteso di confortarli alla rassegnazione ed alla pazienza nelle angustie del loro stato; promettendo loro il regno dei cieli (e non l'eguaglianza civile) a condizione però che sieno pauperes spiritu, cioè poveri che si contentano della povertà loro, l'accettano dalle mani di Dio; e non ambiscono di tramutare la condizione loro con quella dei ricchi, mediante l'eguaglianza della democrazia. Onde questo detto sublime di Gesù Cristo fa contro, non fa in pro della tesi dell'Autore.
L'unità poi dell'ovile e del pastore lega colla democrazia sociale, come l'oro col piombo. Gesù Cristo, sotto la figura del pastore, pone sè stesso; e sotto quella dell'ovile, i gentili e gli ebrei, i quali, fin dal primo svolgersi del cristianesimo, doveano formare l'unica Chiesa, di cui egli e Pietro sono Capi: egli invisibile e visibile l'altro.
Il medesimo dicasi della carità e fratellanza predicata da Cristo nel mondo, le quali devon sussistere in lui e per lui, in ordine, non già alla politica, ma alla grazia ed alla salute.
Col che non vogliamo già negare che, ancora umanamente e naturalmente, le società civili non abbiano ritratto e non sieno per ritrarre utili grandissimi di pace, di sana libertà e di incrementi, dall'opera soprannaturale di Gesù Cristo; chè sarebbe menzogna: ma negare che questi frutti sieno stati direttamente intesi da Gesù Cristo, come fine proprio e prossimo dell'opera sua. La grazia perfeziona la natura, sì nella conoscenza della verità e sì nella pratica del vivere; ed inoltre è scritto che chi cerca prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia sovranaturale, avrà, come accessorii, anche i beni naturali.

V.

Nè meno erronea o, a dire pochissimo, equivoca è la massima che l'Autore chiama «giusta e suprema formola della democrazia»; ed è che nessuno ha diritto al superfluo, finchè vi è chi manca del necessario. «Principio, continua a dir egli, che scaturisce, come corollario inevitabile, dal comandamento del Cristo: Il di più date al poverello.» Presa come suona, una sì fatta massima giustificherebbe la tesi fondamentale del socialismo, la quale è la più pericolosa delle forme, che la moderna demagogia, aspira di recare ad atto nel mondo civile. L'equivoco sta tutto nella parola diritto.
Il socialismo, o il problema sociale, come altri ama di nominarlo, è il litigio che si dibatte oggi fra chi ha e chi non ha, fra chi possiede e chi non possiede sostanze terrene. Dalla risoluzione di esso si vuole far dipendere l'armonia delle disuguaglianze di condizione e di fortuna, fra gli uomini nella medesima società viventi. Il paganesimo tentò risolverlo contro l'ordine costituito da Dio: e che immaginò? Immaginò la schiavitù, per la quale il massimo numero dovea servire, col sudore e col sangue, ai capricci, alle ambizioni, alle cupidige del minimo. Venne il Redentore del mondo, e colla voce e coll'esempio insegnò, che la soluzione del problema, non poteva essere nell'iniquità e nella prepotenza del forte verso il debole, ma nella vicendevole carità dell'uno verso l'altro. Rivocò [= richiamò, fece ritornare N.d.R.] gli uomini all'ordine della natura, e quest'ordine nobilitò e divinizzò in sè medesimo, mettendosi egli in luogo del bisognoso, e conferendo al povero bisognoso la dignità della stessa Persona sua divina.
Il socialismo dei nostri tempi abborre dalla schiavitù del paganesimo, ma nè meno accetta in verità la santa fratellanza del cristianesimo. Alla carità di Gesù Cristo pretende si sostituisca una giustizia che dimanda sociale, e non sussiste nè nell'ordine della natura, nè in quello del Vangelo santificatore della natura. Suppone esso che chi ha, sia obbligato, per titolo di giustizia, a comunicar del suo a chi non ha. In una parola, della limosina del ricco o del benestante vuol fare un atto di giustizia, non un'opera di carità. Posto ciò, siccome ad ogni diritto corrisponde un dovere, e viceversa, ad ogni dovere corrisponde un diritto, ne seguirebbe che il povero ha un diritto sopra i beni del ricco o dell'agiato; e se questi non adempie il dovere di fargli parte de' suoi beni, il povero, per ragion di giustizia, può richiederne la riparazione. Le conseguenze pratiche di questa sì strana teoria sono facili a dedursi.
Or è vero che il ricco ha l'obbligo di aiutare col suo il povero; ma è falso che quest'obbligo sia di giustizia verso il povero: è invece di carità verso Dio. Il ricco ha un dovere sacro di soccorrere il povero, perchè il Signore Iddio glielo ha ingiunto colla naturale legge e col precetto evangelico dell'amore: e se a questo dovere falla, non offende l'uomo, offende Iddio. Il diritto perciò verso il ricco risiede in Dio, non risiede nel povero; il quale conseguentemente non ha ragione alcuna di giustizia, per esigere dal ricco il soccorso.
Premessa questa dichiarazione, si vede subito quanto sappia d'ambiguo la formola, che nessuno ha diritto al superfluo, finchè vi è chi manca del necessario. Data ancora al vocabolo superfluo la più ampia significazione, resta sempre vero che, rispetto agli altri uomini, ognuno ha diritto al suo, ossia superfluo o non sia: nè Gesù Cristo, col prescrivere di fare limosina col superfluo: Quod superest date eleemosynam [6], [Luc. XI, 41: «Fate limosina di quel, che vi avanza». N.d.R.] ha potuto intendere di spogliare, in pro dei poveri, i ricchi del naturale diritto loro di possedere il proprio. Dal che si fa palese l'errore madornale, che cova sotto l'ambiguità della suddetta formola; sebbene sia giustissimo quel che poi soggiunge l'Autore: «In questo santo principio (appreso però come si è qui spiegato) fu tutta compendiata la soluzione della questione sociale, che gl'imbecilli non intesero, gli egoisti non curarono ed i gaudenti con molta facilità disprezzano.» In vero, il socialismo è una enormità che la Chiesa unicamente può dissipare, nel giro delle idee, colla luce della verità sua e, nel giro dei fatti, colle fiamme della sua carità.
E così torna a dimostrarsi che il cristianesimo, quantunque non abbia per oggetto immediato della sua operazione la civiltà umana e la naturale felicità, pure tanto conferisce a promuovere l'una e l'altra, che si può affermare senza esagerazione, i popoli più veracemente civili e felici essere sempre stati i più veracemente cristiani.

VI.

Dalle cose finora esposte si raccoglie, che se dall'un lato è assurdo lo spacciare il cristianesimo per cittadella, e il divino suo Istitutore per dure supremo della democrazia, dall'altro sarebbe stolto il rappresentarli come avversi a questo modo di politico reggimento. La Chiesa di Gesù Cristo niuna forma di governo predilige e niuna ripudia; perocchè tutte possono essere ugualmente giuste e buone, secondo i diritti, gli aggiunti e i casi che ne determinano la costituzione: e con tutte le è facile accordarsi, per adempiere il soprannaturale uffizio da Dio commessole nel mondo. Ben è certo ch'ella mai nè protegge, nè ispira la tirannide, addolcendo invece l'esercizio del comando negl'imperanti, conforme il documento del celeste Maestro, che inculcò ai superiori la benignità, l'umiltà e la carità, e diede loro in esempio sè medesimo, che non venne ministrari, ma ministrare: di che nella Chiesa stessa questo esercizio della podestà, anche somma, prese nome di ministero, e non punto d'imperio, nè di regno, nè di dominazione. Col rendere poi, quando sia ascoltata ed ubbidita, gli uomini cordialmente religiosi ed onesti, la Chiesa induce nelle società civili il rispetto e l'osservanza delle sane e legittime libertà; avendo i cittadini tanto minor bisogno dell'esterior freno delle leggi, quanto più forte è quello che sentono nella coscienza. Onde francamente asseriamo, che la democrazia, fondata nella giustizia e praticata con virtù, fuori degli influssi della Chiesa, è una chimera. E ciò, perchè questa forma di vita politica richiede una concordia fra la libertà e l'autorità, che non si può stringere in altre mani, che in quelle della religione; e domanda una così fatta temperanza negli animi dei governanti e dei governati, che non si trova eccettochè nel timore santo di Dio.
E questa è la ragione potissima, per la quale i governi democratici siccome le storie ci dimostrano, o sono trascorsi quasi meteore passeggere o, se a lungo sono durati, sono anche riusciti semenzai di civili guerre e discordie; e quindi sono poi sempre stati spenti dalle dittature, convertite in Principati. A provare il qual fatto, abbondano le testimonianze antiche e le moderne. Tutte le repubbliche democratiche, sorte nei tempi del cristianesimo, e quelle segnatamente dei nostri Comuni d'Italia nel medio evo, furono teatri di gare, di odii, di sanguinose e diuturne lizze intestine, di tumulti e di disordini infiniti; e poi tutte caddero, quali in un modo e quali in un altro, sotto la spada e lo scettro d'un signore. Le sole che sopravvissero molti secoli ed ebbero glorie pari alla vita, furon le due di Venezia e di Genova, che non erano altrimenti democratiche, ma aristocratiche.
Nulla diciamo degli esempii che il secolo nostro ci offre, poichè, come bene osserva l'Autore che ci ha data l'occasione di trattare, questi argomenti, nessuna delle istituzioni democratiche introdotte dalla Rivoluzione ha niente che rassomigli ad una vera democrazia: ma tutto sono strumenti di tirannia d'una setta, cupida di godere gli onori e i vantaggi del predominio, per ingrassare i suoi, impoverire ed imbestiare i popoli e guerreggiare Cristo e la sua Chiesa. Ond'è che in questo secolo niun edifizio politico si è creato, che non posasse sull'arena e non sia crollato, o di crollare non minacci, poco dopo che si è costruito. Contro Dio è impossibile cosa venire a capo di niente: e chi contro Dio innalza regni, imperi e repubbliche, attira sopra l'opera sua le maledizioni che affrettano le ruine e la morte.
Ma, checchè sia per avvenire nel mondo, allorchè questa nostra epoca di demolizioni e di nichilismo politico e morale sia passata; succeda allo sfacelo della civiltà un conserto di monarchie o di democrazie, certo è che, se avrà da sussistere, bisognerà necessariamente che esso fondato sia in quell'unica pietra, fuori della quale niente regge e dura. Allora si vedrà che tanto gl'imperi napoleonici e bismarkiani, quanto le repubbliche demagogiche e i regni liberalescamente parlamentari furono come castelli di carta, ombre senza corpo, a cui quadrerà il titolo di vanissime vanità, vanitas vanitatum; perchè imperii, repubbliche e regni edificati nel cristianesimo senza Cristo e contro Cristo.

NOTE:

[1] Vedi quad. 725, pag. 521 segg. [«Di una futura democrazia cristiana accentrata in Roma», Civiltà Cattolica anno XXXI, s. XI. vol. 3 (fasc. 725, 25 agosto 1880) Firenze 1880 pag. 524-537. N.d.R.]
[2] Ioan. X, 10.
[3] Matth. XII, 30.
[4] Hebr. V, 1.
[5] Ioann. XVII, 22.