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mercoledì 13 gennaio 2016

PDF: La Rivoluzione non ha inventato nulla: un clamoroso caso di plagio

 
La Marsigliese copiata dalle musiche di Giambattista Viotti (1781) e, in parte, di W.A.Mozart (1786)

Con una breve storia dell’inno nazionale francese
 
A sinistra: Il compositore e violinista, Giovambattista Viotti, nativo di Fontanetto Po, nel vercellese. Incisione di Corbis. A destra: Rouget de Lisle canta la Marsigliese innanzi al Sindaco di Strasburgo. Dipinto di Isidore Pils (1813-1875) del 1849. Strasburgo. Museo delle Belle Arti.
 
Per scaricare il PDF cliccare sul seguente link:
 
 
 

venerdì 18 dicembre 2015

L’ANNESSIONE al Piemonte, gli italiani non volevano “insorgere”, ce lo spiega Angela Pellicciari.

di Angela Pellicciari
 
Plebiscito1860: plebisciti indetti in mezza Italia per manifestare la volontà popolare di annessione al Piemonte. L’allora capo della polizia politica confessa la falsificazione dei risultati. Minaccia di morte ai tipografi che avessero stampate le schede contrarie all’annessione. Una vera truffa.
[Da “il Timone” n. 28, Novembre/Dicembre 2003]
Bisogna dire che la favola dell’unità d’Italia realizzata dai Savoia e dai liberali, in nome della costituzione e della libertà, è stata ben raccontata. E ancora meglio ripetuta. I popoli — si diceva (e si continua a ripetere) — “gemevano” sotto il giogo del malgoverno papalino e borbonico. I popoli, dunque, andavano liberati e Vittorio Emanuele era lì pronto per l’occasione. Cuore forte e magnanimo, il Re di Sardegna si sarebbe mosso solo perché intenerito dal pianto di coloro (tutti gli italiani) che giustamente aspiravano ad una vita da uomini liberi e non da schiavi.
Questa leggenda, dicevo, è stata propagandata con cura. Peccato sia radicalmente falsa. Prima di invadere (senza dichiarazione di guerra, e sempre negando, come nel Meridione, la propria diretta partecipazione all’impresa) uno dopo l’altro tutti gli Stati italiani, il governo sardo-piemontese ha fatto in modo che avvenissero “sollevazioni spontanee” in favore dei Savoia. Si trattava di garantire il buon nome del re sabaudo di fronte all’opinione pubblica italiana e straniera.
Ecco cosa scrive Giuseppe La Farina, braccio destro di Cavour, in una lettera a Filippo Bartolomeo: “È necessario che l’opera sia cominciata dai popoli: il Piemonte verrà chiamato; ma non mai prima. Se ciò facesse, si griderebbe alla conquista, e si tirerebbe addosso coalizione europea”. Il re Vittorio Emanuele — continuava — dice: “io non posso stendere la mia dittatura su popoli che non m’invocano, e che collo starsi tranquilli danno pretesto alla diplomazia di dire che sono contenti del governo che hanno”.
Fatto sta che, nonostante il gran daffare che si sono dati, i liberali sono riusciti ad organizzare le “insorgenze” popolari solo a Firenze, a Perugia e nei ducati. A Napoli come a Roma non ‘è stato nulla da fare. E dove pure sono riusciti ad organizzarle, lo hanno fatto con la corruzione e la frode. A Firenze, per esempio, a “insorgere” sono stati un’ottantina di carabinieri fatti venire per l’occasione da Torino e spacciati per popolani toscani da Carlo Boncompagni, ambasciatore sardo in città. Quando si dice la fantasia! Questa di certo non difettava alla classe dirigente piemontese, desiderosa di conquistare un regno prestigioso come l’Italia.

Fonte: http://venetostoria.com/

giovedì 17 dicembre 2015

LA BUGIA DEI MILLE...


Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi congedati dall'esercito sabaudo. Una spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti internazionali.
I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi, erano in realtà solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti in “congedo” o “disertori” riarruolati come “volontari” nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn.
Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy



Fonte: Briganti

lunedì 24 agosto 2015

Il piroscafo "Verbano" della "Società dei Battelli a Vapore" fondata dai banchieri milanesi Gavazzi e Quinterio.



Litografia del Piroscafo Verbano nel 1826 con alle spalle il Colosso di San Carlo Borromeo, detto comunemente Sancarlone. A fianco la tratta compiuta dal battello.


 Questo battello fu il primo a solcare le acque del Lago Maggiore entrando in servizio nel 1826.
L'imbarcazione venne fabbricata a Magadino (Distretto di Locarno, Svizzera), ma venne assemblato usando i pezzi meccanici del piroscafo Eridano, imbarcazione a vapore usata per la navigazione sul Po e al tempo ancorato a Venezia.
La tratta di questo battello toccava ben 3 stati, partiva da Sesto Calende (VA), fermava in alcuni comuni del Regno di Sardegna fino ad arrivare nel Canton Ticino con capolinea Magadino.

Alcune cronache descrivono il Verbano con le seguenti parole:

 ""Egli è capace a contenere più di 400 persone con molta quantità di mercanzia ... Scorre nella stagione estiva due volte l’estensione del lago ... impiegando sei ore per corsa, .... È altresì munito il battello di alcune vele che spiegansi se non a se a vento propizio per accelerarne il corso".

Nel 1844 entrò nella gestione della navigazione sul Lago Maggiore la società piemontese "Impresa Lombardo Sarda Ticinese" fondata da Michele Benso di Cavour. Società che nello stesso anno fece entrare in servizio il "Verbano II" per sostiuire ormai il vecchio piroscafo.
Dal 1853 entrerà, in concorrenza, la società LLoyd Austriaco la quale, anche per rafforzare i confini con l'ormai ostile e bellicoso Piemonte dopo i fatti del 1848, fortificò il porto di Laveno e varò anche alcune grosse navi militari come il Radetzky, il Bendeck e il Taxis (navi di cui, probabilmente, ci occuperemo più avanti in quanto imbarcazioni portatrici di importanti novità tecnologiche).


giovedì 16 luglio 2015

La Carmagnoleide: un poema sulla distruzione di Carmagnola del 1799

Un anonimo poeta ha cantato l'incendio di Carmagnola operato dai francesi e dai valdesi il 13 maggio 1799


Di: Giorgio Enrico Cavallo

L’ira accanita e ‘l marzial furore
Ch’infiammò già ne’ petti de’ Valdesi
Cupidigia dell’oro, e non d’onore,
Quando lor armi uniro a dei francesi
Di Carmagnola in odio e in disonore,
Vorrei cantarvi, amici miei cortesi,
Ma temo… questi appena m’udiranno
Della bipenne al canto mio daranno.

Così canta l’anonimo autore della Carmagnoleide, “poema epico” sui generis, a metà tra l’opera tragica e la tragicomica, che tratta della distruzione di borgo Salsasio (ël borgh ëd la Madòna, in piemontese) a Carmagnola, avvenuta il 13 maggio 1799 per mano delle forze francesi e valdesi. Un poema assolutamente poco noto, legato ad un fatto storico che, fuori dai ristretti confini carmagnolesi, è a sua volta sconosciuto.

Perché si giunse alla distruzione di Carmagnola? Facciamo un piccolo excursus. Siamo in un periodo turbolento e difficile: i francesi avevano cacciato, l’8 dicembre 1799, il re Carlo Emanuele IV, e avevano instaurato una effimera repubblica, poi annessa alla Francia. I piemontesi si erano sollevati, e nella regione erano giunte ben presto le armate alleate di Suvorov. Anche a Carmagnola i contadini si erano ribellati all’esercito francese, che aveva risposto inviando una divisione militare, la quale tuttavia ebbe la peggio. Il generale Frassinet, violento e vendicativo, volle dare una dura lezione agli insorti: giunse alle porte della città con un vero e proprio esercito di oltre duemila uomini, dei quali circa la metà erano valdesi. Comandava i valdesi Giacomo Marauda, ufficiale di certo ingegno, qui descritto con toni ironici:

Avea su tutti il general comando
Messer Marauda, primo tralli anziani,
Dal cui fianco pendea un lungo brando
Atto ad ispaventar li barbagiani.

Frassinet ingiunse agli insorti la resa, ma questi replicarono chiedendo la garanzia della salvezza della città, richiesero che i soldati francesi non passassero più per Carmagnola e pretesero degli ufficiali nemici come ostaggio. Erano richieste esagerate, per il Frassinet, che non avrebbe usato pietà. I francesi attaccarono senza alcuna remora. I carmagnolesi si asserragliarono in borgo Salsasio, opponendo una tenacissima resistenza. Dal campanile del convento dei Minori Osservanti alcuni carmagnolesi prendevano a fucilate i francesi che avanzavano per il paese. Ecco ancora l’anonimo poeta:

La difesa maggior era in convento
Fiamme dal campanile e dalle porte
Piovean sulli aggressor ogni momento,
Sì che parecchi furon tratti a morte
Nel lungo ostinatissimo cimento.
Alfine anco costui cedé alla sorte:
entra il nemico e con atto inumano
i difensori estingue, ed il guardiano.

Ma i francesi erano più numerosi e meglio armati. Nonostante l’accanitissima resistenza di borgo Salsasio, la vittoria arrise a loro; i contadini si sbandarono:

I vincitori i vinti colle spade
Seguono ancor, ispiando i nascondigli
Non perdonando ai padri ned’ai figli

E per l’ostinatissima difesa
Che fero i terrazzani, Fressinetto
Ordin diè che gli ussar con torchia accesa
Appiccassero il foco già al suddetto
Borgo, e nissuna casa gisse illesa
Dal gallico furor, smania, dispetto;
Né tardaro eseguir la commissione
Del generale senza remissione

Orrendi furono i massacri, terribile l’incendio che venne appiccato alle case del borgo:

Durò poi quell’incendio tutto ‘l giorno
la notte e parte ancor dell’indomane,
sfavillar vedeansi d’ogni intorno
le case, i tetti, con ferocia immane.
Nemmen la chiesa, di Dio soggiorno,
dal barbaro livor sicura ne rimane,
ogni sostanza ancor alfin ingoia
l’incendio, vera immagine di Troia

Quanti furono i morti? Fonti francesi parlano di quattrocento caduti tra i civili di borgo Salsasio. Una cifra che forse non si discosta molto dalla realtà, anche se nei registri delle parrocchie di Carmagnola risultano molti meno i caduti sepolti: in tanti morirono in mezzo ai campi, inseguiti dai francesi e finiti senza pietà, altri ancora morirono più avanti per le ferite riportate. Lo scempio di Carmagnola fa capire come i francesi intendessero portare la libertà ai popoli conquistati: quanto si studia sui libri di scuola spesso – troppo spesso – risente di una critica partigiana, che ne ha posto in luce principalmente gli aspetti “eroici” e quasi “epici”, se consideriamo l’epica come il fondamento delle origini di un popolo (e in questo, fondamento della società contemporanea), della rivoluzione francese. Carmagnola dimostra il contrario: la libertà era portata a caro prezzo, e chi si opponeva ad essa subiva il fuoco e la spada. Si comprende perché, spesso, si rimpiangessero i vecchi “tiranni”: la libertà dei francesi era solo una nuova, e più cruenta tirannia.

Fonte: http://www.ilbicerin.com/

mercoledì 14 gennaio 2015

1853, morte a Torino; (40 milioni raspati) dallo speculatore Cavour.




Camillo Benso Conte di Cavour
La notte del 18 ottobre del 1853 una moltitudine di popolo si affollò sotto la casa del Conte Camillo Benso di Cavour. Quei cittadini non volevano inneggiare al loro primo ministro, volevano solo dimostrare la loro rabbia nei confronti di uno speculatore. Cosa era successo? In quell’anno i raccolti di grano erano stati scarsissimi in tutta Italia, persino nel Regno delle Due Sicilie, di solito super produttore di tale primaria fonte di nutrimento. Ma, mentre Ferdinando II di Borbone, per calmierare i prezzi ed evitare rivolte e speculazioni, ne faceva acquistare subito grandi quantità all’estero, in Piemonte, governato dal primo ministro massone, le cose andarono diversamente. Il liberalissimo ed osannato ministro piemontese approfittò subito della carestia, fece incetta di grano a fini speculativi, riempì i granai personali anziché far sfamare i poveri. La folla inferocita, fra grida e vituperi, mandò in frantumi i vetri delle finestre della villa superprotetta del ministro speculatore che diede ordine alla forza pubblica di sparare sulla folla. Molti popolani morirono, altri furono incarcerati. Quella notte Cavour, oltre che speculatore, divenne anche assassino. Il giornale l’Indipendente ammonì il primo ministro ad aprire i suoi granai per far sfamare i poveri torinesi che lo accusavano di incetta immorale e contro legge. Il giornale fu denunciato per diffamazione e difeso dall’avvocato liberale Brofferio della Bigongia. Questi confutò davanti alla Corte le accuse dimostrando che il Cavour aveva ammassato grani, in violazione della legge. Dalla difesa fu esibito anche un atto notarile attestante la partecipazione del primo ministro al 90% delle azioni della Società Mulini di Collegno, il cui presidente, fu dimostrato, era il Cavour stesso. La magistratura era a quel tempo completamente asservita al potere politico in Piemonte e nonostante ciò gli imputati furono assolti. Angelo Brofferio così commenta la sentenza su “La Voce” del 24 novembre del 1853:<<... il conte di Cavour è magazziniere di grano e farina, contro il precetto della moralità e della legge- e che- sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, i telegrafisti, e gli speculatori sulla pubblica sostanza, mentre geme, soffre e piange l’università dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte- e che- il sangue innocente sparso dal conte di Cavour nella capitale dello Stato senza aggressione, senza resistenza, per una semplice dimostrazione che potevasi prevenire, fu atto barbaro e criminoso...”
L’Indipendente fu assolto ma i morti rimasero sul selciato. Alla sua morte, ci fa sapere il De Sivo, l’onesto Cavour “...con la sua morale si fece quattordici milioni, raspati in pochi anni; e fu chi stampò quaranta...” (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Vol. II, pag. 420).
Sia Cavour che Garibaldi, nella storiografia italiana, si dividono, forse, in egual misura la popolarità d’essere considerati tra i grandi padri della Patria. Così ha decretato l’intelighentia massonica. 


Antonio Ciano.

martedì 23 settembre 2014

Piemonte: Verità storica vs propaganda



Ricordata a Torino la strage avvenuta il 21-22 settembre 1864. In nome dell'unità, lo stato italiano uccideva al Sud come al Nord.
Comunicato di Gioventura Piemontèisa su un articolo pubblicato da "La Stampa": 



"L’articolo pubblicato sulla strage di Torino è il solito tentativo di rileggere con i loro occhiali la nostra storia. Non essendo più possibile nascondere il fatto storico, esso viene reinterpretato e depotenziato, buttato in sterile e trita polemica. Il collegamento con la realtà di oggi è presto fatto: i nonni di coloro che oggi sostengono l’UE e il nuovo ordine mondiale mettono i loro burattini al governo degli Stati di Savoia con due colpi di Stato, sfruttano l’esercito e la diplomazia piemontese per mettere su uno stato massonico e, una volta realizzata l’impresa, fanno capire ai piemontesi di non farsi illusioni di potere, e se ne sbarazzano con la forza militare. La stampa, ora come allora, ha la funzione di diffondere falsità e di distorcere la realtà. Prova ne è che la manifestazione di domenica in piazza San Carlo è stata del tutto censurata".


Di Redazione A.L.T.A. 

sabato 10 maggio 2014

La Società salesiana e la leva obbligatoria nel risorgimento.

Da: Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 47/14 del 9 maggio 2014, San Gregorio Nazianzeno




La leva militare: un dramma dei primi anni settanta
Le enormi spese che dovette affrontare don Bosco per l'esenzione deichierici
 
Un'opera come quella salesiana che dagli umilissimi inizi di casa Pinardi nel 1846 alla morte di don Bosco nel 1888 era già diffusa in varie nazioni europee e sud americane, doveva avere alle sue spalle un fondatore capace di attirare numerose schiere di giovani disponibili a consacrarsi all'educazione di quella "gioventù a rischio", cui troppo pochi nella società civile e in quella ecclesiale si interessavano seriamente. A fondamento di una simile impresa vi era il"dito di Dio", come don Bosco non esitava a dire al papa, alle autorità della Santa Sede, ai salesiani, ma vi erano anche la sua capacità di stimolare la beneficenza, tanto pubblica che privata, - unica risorsa su cui poteva e voleva contare - e il suo indefesso impegno in tale direzione. Ciò che poi per lui era un'impellente necessità di sopravvivenza, diventava soventemotivo di derisione da parte della stampa anticlericale, dei liberali ostilialla chiesa, dei governi massoni. Uno dei bisogni maggiori di liquidità sipresentò a don Bosco ad inizio degli anni Settanta, paradossalmente proprioall'indomani dell'approvazione pontificia della sua congregazione (1869). L'epistolario lo conferma.


La legislazione

Fino al 1869 nel neonato regno d'Italia era in vigore la legge del Regno di Sardegna del 1854, che permetteva ai vescovi di disporre di un certo numero di chierici, fissato annualmente per legge, esenti dalla ferma militare. Don Bosco più volte si era rivolto a qualche vescovo amico, che inseriva i chierici di Valdocco fra i propri seminaristi. Per tutti gli altri giovani, estratti a sorte nei comuni di residenza, era comunque sempre possibile farsi surrogare con il versamento di una cifra paragonabile allo stipendio annuale di un professore universitario. Con legge del 27 maggio 1869 tale privilegio venne abolito, anche se un decreto legge del giugno successivo consentiva di nuovo di affrancarsi dal servizio sempre mediante una grossa tassa, fissata in franchi3200 (circa 12.000 Euro). A fronte di ciò, la Chiesa elevò la sua protesta,inascoltata.


Il dramma di Valdocco 

Don Bosco si trovò immediatamente in difficoltà. Con sé aveva molto personale in età di leva. Doverne fare senza per il lungo periodo della ferma significava perdere molte forze vive nelle sue case. Ora se nel dicembre 1870aveva già "alcuni sotto le armi" ed altri "in procinto di andarci" se non avesse pagato in tempi abbastanza ristretti i 3200 franchi richiesti, nel 1871 il problema si acuì al punto che il 30 aprile scriveva alla marchesa Uguccioni: "In brevissimo tempo abbiamo dovuto riscattare diecichierici dalla leva militare colla enorme somma di franchi 32 mila [120 mila euro]. Vede che flagello". Pochi mesi dopo, il 12 luglio 1871 supplicava un immediato aiuto economico alla signora Lucini di Bergamo: "abbiamo 14chierici che sono colpiti dalla leva testé effettuata e si possono riscattare soltanto fino al 31 luglio del corrente luglio. Dopo, tutti sono militari,abolito ogni supplente". Trovare denaro in contanti non era facile ma labeneficienza non venne mai meno, tanto che il 24 luglio comunicava a don Tribone di Genova: "Ho il piacere di significarle che di quattordici chierici che avevamo da riscattare, sette sono già stati riscattati, per gli altri speriamo nella misericordia di Dio". Misericordia di Dio, ovviamente,da suscitare attraverso l'umile supplica ai suoi generosissimi benefattori:contesse Corsi, Brancadori, Callori, marchesi Fassati, Uguccioni, barone Riccides Ferres ecc. Nel settembre le cose migliorarono, perché la somma richiesta per il riscatto era scesa a 2500 franchi (9500 Euro). La nuova leggedell'aprile 1872 rimise in vigore l'esenzione per i seminaristi, ma a determinate condizioni, quelle che don Bosco non era in grado di garantire,perché non era Ordinario di diocesi e la sua Congregazione non aveva alcun riconoscimento di fronte alla legge. Nell'agosto 1872 aveva da riscattare undici chierici; a fine ottobre 1873 quindici.


"Là c'è la Provvidenza" 

Così don Bosco avrebbe potuto affermare con il Renzo manzoniano, anche se la Provvidenza non sempre era a basso costo. Il 26settembre 1873 infatti scriveva alla contessa Callori: "La sua preziosa lettera andò a raggiungermi in Varazze e mentre la leggeva e considerava la carità che faceva pei nostri chierici, in quell'istante medesimo ricevo un dispacci o da Alessandria che mi annunzia un nostro chierico essere stato ritenuto nellaprima categoria. Sia benedetto il Signore, dissi con Don Francesia: egli mandala spina e contemporaneamente la rosa". A fine ottobre 1874 don Bosco venne a trovarsi nelle stesse condizioni di bisogno, per cui rilanciava il suo accorato appello all'avvocato torinese Galvagno: "Mi rincresce disturbare tanto sovente la S. V. Benemerita, ma mi trovo in bisogno eccezionale. Ho cinque chierici da riscattare dalla leva militare e non ho ancora un soldo adhoc mentre [siamo] vicini all'epoca del riscatto. Potrebbe ella venirmi in ajuto? Ecco l'umile mia preghiera. Ogni chierico deve pagare fr. 2500 per passare dalla 1a alla 2a categoria [da cui si poteva essere esentati]".Pochi giorni dopo, il 7 novembre, era la volta della contessa Teresa Corsi:"La contessa Corsi Gabriella mi portò franchi duecento che V. S. Ill.ma offre per il riscatto dei nostri chierici dalla leva militare. Non poteva essere cosa più opportuna; domani è giorno ultimo pel riscatto di uno di tali chierici ed a favore di quello fu tosto spedita la sua limosina... Di cinque chierici due sono già riscattati; preghi Dio che mi aiuti a trovare i mezzi per riscattare gli altri tre". E l'indomani, probabilmente dopo una notte insonne, ecco un nuovo appello alla marchesa Bianca Malvezzi e così via.


E la ricompensa? 

I religiosissimi benefattori di don Bosco si accontentavano di un semplice grazie, nutrito però di preghiere per il presente e per il futuro: "Dio saprà compensarla. Il Clero, la Chiesa, noi tutti le saremo riconoscenti e ci uniremo al chierico beneficato ad invocare costante mente le benedizioni delcielo sopra di Lei e sopra tutta la sua famiglia". Negli anni successivi,fino alla Conciliazione del 1929, il problema si ripropose continuamente, ma don Bosco e i suoi primi successori (don Rua, don Albera, don Rinaldi)troveranno sempre il modo di risolverlo senza danneggiare le case salesiane, in cui la presenza di giovani educatori è essenziale.


http://biesseonline.sdb.org/mobile/asp/Articolo.asp?Testo=/2014/201405088.htm


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Http://federiciblog.altervista.org/

sabato 19 aprile 2014

Da schiavo lobotomizzato a uomo libero...




“Siamo per lo più brave persone, dedite al lavoro e alla famiglia. Non c’è nulla di più importante. Noi lavoriamo e accudiamo i nostri cari e le istituzioni si occupano di mandare avanti uno stato paterno e protettivo. Crediamo a tutto quello che ci vien detto. Alziamo la voce, di tanto in tanto in un timido rigurgito di giustizia, contro coloro che ci vengono indicati come contrari alla legge e ci sentiamo vivi. Capiamo poco della legge e di politica ma noi abbiamo altro da fare e alle leggi ci pensano i politici che "abbiamo votato" : sennò che ci stanno a fare? Quello che è giusto ce lo devono dire loro. Idem per quello che è sbagliato. (E continuando così, per anni, un senso di ottundimento e di stanchezza prende il sopravvento).
Godiamoci quel poco che ci rimane. E’ già tanto. Il “Grande Fratello” alla sera rappresenta la nostra cultura (l’ha detto la Marcuzzi!). La partita alla domenica il nostro momento di sfogo e un po’ di invidia nel vedere qualche buzzurro che sa a malapena pronunciare il suo nome che sgambetta per qualche milione di euro.
Siamo integerrimi, paghiamo quello che c’è da pagare e quando non possiamo farlo chiediamo finanziamenti ad interessi altissimi per poter essere in regola. Se ci va male ci tolgono la casa. Già la casa … il sogno di tutti gli "italiani". Il mito del tetto sulla testa. Casa e un buon piatto di minestra. Intanto là fuori qualche "testa calda" dichiara di voler cambiare le cose che non vanno bene. Vuol capire, pensare, conoscere ma … cosa?. A noi di vedere non ci importa. Vogliamo una vita tranquilla, senza scossoni, senza impegnarci in prima persona se non quando manifestiamo il nostro “diritto di voto” e, a testa alta, possiamo dire d’avere compiuto il nostro dovere piazzando una "X".
A volte a caso. A volte perché ce l’ha detto chi dice di capirne più di noi. A volte perché siamo ingenuamente convinti che andare a votare sia veramente funzionale e utile, magari perché quel nome ci sembra quello di una persona onesta. Le cose poi non cambiano mai ma è così ovunque, siamo in buona compagnia. La speranza è l’ultima a morire e quando le cose vanno male un'alzata di spalle e occhi al cielo sperando nella manna dal cielo. A volte i problemi non ci fanno dormire la notte e, non sapendo come risolverli, ricorriamo a qualche goccetta che grazie al cielo ci aiuta a staccare i contatti. A dire il vero il giorno dopo ci sentiamo un po’ storditi ma per qualche ora abbiamo chiuso gli occhi, le orecchie, il cuore e  … la mente.
Intanto … là fuori le "teste calde", le stesse di prima, insistono nel rivelare verità nascoste. Alzano al cielo gonfaloni giallo e rossi o bandiere bianco gigliate. Sfilano in corteo e gridano verità. Che disordine! Per fortuna che le forze dell’”ordine” ci proteggono da tanto “caos”. Alla radio dicono peste e corna di questi "esagitati". Bisogna isolarli! Anche alla tv, dove nell'ingenua mente non è concepibile la menzogna, confermano il rischio che corre la società civile a causa di questa masnada di “terroristi”, come quella volta  che volevano addirittura occupare Venezia, e con i carri armati per giunta!
Ci ricordano un evento simile capitato tanti anni fa: un piccolo gruppo di "incoscienti" che è stato punito duramente per avere issato sul campanile di San Marco la stessa bandiera che vediamo oggi sventolata nei cortei. E i giornali ? Hanno appena smesso di parlare, pensa un po’, di un certo plebiscito. Dopo averlo boicottato perché fasullo ne hanno dimostrato la illegittimità e le numerose irregolarità. E ora sono costretti a trattare dell’atto terroristico, per fortuna così puntualmente sventato! In che mondo viviamo! Non si può stare in pace, stravaccati sul divano a guardarci il nostro programma di gossip preferito, che si è disturbati da queste notizie ridicole. A proposito di che plebiscito si trattava? Ho visto qualcosa su internet ma io non faccio caso a certe goliardate anacronistiche. E tu come te la passi?”
“Io sono uno di quelli che sventolano la bandiera della legittimità. Ero come voi ma ho voluto riprendere in mano la dignità che ci hanno tolto tentando di trasformarci in automi senza spina dorsale e senza libertà concrete.
Ho voluto imparare a pensare con la mia testa. Ho voluto conoscere la vera storia che ci è stata nascosta a scuola. E nonostante ciò non sono un terrorista, non sono un razzista, non sono un delinquente ne tanto meno un pazzo. Amo l’Italia come una penisola che racchiude popoli diversi con cultura , storia e tradizioni diverse. Non tollero i così detti "italiani"  e non amo lo stato italiano unitario che ha solo e sempre significato il male per l'Italia e come al solito  non sta dando un grande esempio di giustizia e di rispetto per quello che dovrebbe essere il suo fantomatico popolo. Amo la pace e non sono un guerrafondaio ,  fin che ho potuto ho sperato che si potesse perseguire l'obbiettivo d'indipendenza dei popoli d'Italia , che condividono in milioni questo ideale, in pace. E in teoria lo si potrebbe fare senza l’uso delle armi perché le leggi internazionali scarabocchiate su un foglio lo consentirebbero.
Anch’io sono responsabile per aver lasciato che le cose precipitassero giorno dopo giorno. Anch’io ho preferito sonnecchiare sul divano mentre sentivo in lontananza le grida di protesta di chi aveva aperto gli occhi. Ma ora non più, ora mi sento legittimista quando vedo come le legittime richieste di libertà concrete di un popolo vengono distorte per metterle in cattiva luce agli occhi di chi, come voi, non ha ancora deciso di pensare senza condizionamenti ideologici!
Quando capiterà vi si aprirà davanti un orizzonte impensabile e vi accorgerete di quanto vergognosi siano stati i tentativi di manipolare la verità al fine di pilotare le vostre scelte, le vostre opinioni. Svegliatevi! Andate oltre alle apparenze! Non accettate come oro colato quello che vi vien detto dai soliti ben pensanti , o fatto parzialmente vedere! Quante volte ci capita ormai di incontrare persone costrette  ad assumere farmaci in questo oscuro periodo di intenso stress e di tensione emotiva . Essi si sentono annullati, senza la voglia di reagire nei confronti di qualsiasi cosa li accada, desiderosi solo di chiudere gli occhi e… non pensare . Niente di nuovo, ma credete che sia solo lontanamente giusto?
A non far pensare le persone ci pensa il sistema anche senza l'ausilio di farmaci  e con sistemi subdoli e li sperimentiamo quotidianamente da anni lasciandoci “drogare” dalle false informazioni, da una descrizione della realtà che di reale non ha nulla! Mi sento legittimista come non mai prima d’ora e se mi vogliono far passare per “pazzo” o per “sovversivo” o per razzista mi piacerebbe che le persone come voi non accettassero supinamente questo punto di vista ma rivendicassero il diritto di verificare se è veramente così! Se non vi va di farlo non v’è dubbio che meritate lo stato attuale delle cose. Io sono uno di quelli che non accettano più”.


Presidente e fondatore A.L.T.A.

Amedeo Bellizzi

Biella , 19 aprile 2014.

sabato 25 gennaio 2014

La Regina delle Due Sicilie Maria Cristina di Savoia : LA REGINA SANTA.

 
 

S.M. Maria Cristina di Savoia.

Oggi Sabato 25 gennaio presso la Basilica di Santa Chiara a Napoli, con una solenne cerimonia presieduta dal Cardinale Crescenzio Sepe, Maria Cristina di Savoia, Regina del Regno delle Due Sicilie, è stata beatificata. 
Vi erano presenti i discendenti delle famiglie nobili più importanti d’Europa (alcuni graditi, altri molto meno graditi a Napoli e nel Sud). Per sottolineare l’appartenenza della  Regina Beata erano presenti anche tutti i componenti della famiglia Borbone Due Sicilie nel mondo, in testa il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro, la consorte Camilla, le Principessine Maria Carolina e Maria Chiara. 
Per i tanti che amano i Simboli Viventi della  storia patria è stata un’occasione per dimostrargli (con una presenza più che mai necessaria) tutto l'affetto e l'ammirazione; è stata un’occasione, inoltre, per dimostrare tutta l’indifferenza per "case reali" che non hanno alcun rapporto con la Regina (se non lontanissimo), la capitale delle Due Sicilie e la legittima Patria duosiciliana.
Nel segno dei valori cristiani ben rappresentati da Maria Cristina e dalla dinastia Borbone, tra passato e presente, dopo la cerimonia religiosa, alle ore 16.00, il Movimento Neoborbonico ha accompagnato la Famiglia Reale presso la chiesa di San Pietro Apostolo (S. Pietro a Patierno-Capodichino) per l’assegnazione di doni e borse di studio alla comunità guidata da Don Francesco Cirino. Il giorno precedente una visita presso la Fondazione Rione Sanità presso i padri Vincenziani.
 
 
 
Breve Storia di Maria Cristina
 
 
La Beata Maria Cristina, nata a Cagliari nel 1812, era figlia di figlia del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I (1759-1824), fiero oppositore della rivoluzione francese e del liberalismo. Fu moglie di Ferdinando II di Borbone e madre di Francesco II, ultimi Re regnante (de facto) delle Due Sicilie. Per molti aspetti (storici, politici e religiosi) fu un simbolo del “contro-Risorgimento” ed è stato questo uno dei motivi principali delle difficoltà del processo di beatificazione. Il matrimonio con Ferdinando II fu celebrato nel 1832: il 30 novembre gli sposi arrivarono a Napoli da Genova accolti da una folla festante; il giorno dopo si recarono in vista al Duomo di Napoli. Una parte del denaro previsto per le nozze fu assegnata a 240 ragazze bisognose di doti e ad altre opere caritatevoli. Fu un matrimonio felice, come testimoniano le lettere della sovrana: un matrimonio segnato dallo scambio di idee e sentimenti cristiani nonostante la diversità dei caratteri e al contrario di quanto sostenuto in diverse, consuete ma superate “leggende” antiborboniche.  La “reginella santa” fu amata a Napoli per la sua profonda religiosità e per le sue opere di pietà e carità. Morì il 31 gennaio del 1836 pochi giorni dopo la nascita di Francesco, fu sepolta nella Cappella dei Borbone a Santa Chiara l’8 febbraio. 
Fu considerata “napoletana” a tutti gli effetti anche a livello popolare e già subito dopo la morte in tanti si recavano in preghiera sulla sua tomba. Nel 1853, con i Borbone, l’inizio del processo di beatificazione a riprova della “piena coscienza dinastica”, come ammise lo stesso Croce. Alcuni partigiani arrestati nel 1861 furono trovati con alcune bandiere che riproducevano da un lato l’Immacolata Concezione e dall’altro Maria Cristina inginocchiata davanti alla Madonna mentre calpesta la croce dei Savoia. Dichiarata “venerabile” da Papa Pio IX nel 1859, nel 2014 è stata finalmente dichiarata “beata”.
 
 
Di Redazione A.L.T.A.

 

mercoledì 30 ottobre 2013

CLEMENTE SOLARO DELLA MARGARITA : UN UOMO POLITICO FEDELE ALLE "ANTICHE VERITÀ"




Clemente Solaro Della Margarita.
 Nato a Cuneo nel 1792, Clemente Solaro conte della Margarita si laureò in giurisprudenza a Torino nel 1812. Nello stesso anno, fondò una società che si proponeva lo studio e la diffusione della cultura italiana in funzione anti-francese.
Entrato nella diplomazia sabauda dopo la Restaurazione, nel 1816 fu nominato segretario di legazione e destinato a Napoli. Dal 1825 al 1834 fu incaricato di affari a Madrid. Nel 1835, Carlo Alberto lo chiamò a ricoprire la carica di "ministro e primo segretario di Stato per gli Affari Esteri". Sempre fedele alla Corona, in più di un'occasione manifestò la sua ostilità alla Francia ed alla "monarchia di luglio". Pur nel massimo rispetto dell'autorità legittimamente costituita, si fece sostenitore di una politica autonoma nei confronti dell'Austria, attirandosi così le antipatie del Cancelliere Metternich. Sollevato da ogni responsabilità di governo nel 1847, svolse un'intensa attività parlamentare dal 1854 al 1860. Morì a Torino nel 1869.
Una biografia di taglio apologetico è presente in: http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/Solaro.htm
I brani che seguono, raccolti sotto il titolo "Un uomo politico fedele alle "antiche verità", sono tratti dalla seconda edizione (1852), del Memorandum storico-politico
(1851-2)..PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

Non m'ingannai ponendo sotto l'usbergo della verità il mio Memorandum: l'accoglienza fattagli, i tanti inviti e il desiderio di questa ristampa ne sono la prova. Dunque nel paese nostro lo schietto linguaggio di chi non mentisce, non adula, non inganna è ancora gradito. La quotidiana maldicenza, la calunnia, gli improperii non hanno ancora corrotta quest'eletta parte d'Italia. Cinque anni d'invettive contro ogni più santa cosa, contro ogni più rispettabile persona, contro ogni principio di giustizia, non hanno soffocato il retto senso della gran maggioranza. Questo è vero conforto: il successo del libro in quanto appaga l'amor proprio, è troppo meschina soddisfazione: altri desiderii suggerisce l'affetto ai buoni principii e la carità di patria.
Il Memorandum fu pur censurato. Delle moderate osservazioni di quanti altrimenti sentono non m'adombro; chi professa diverse opinioni non può approvar le mie, ne la pretendo. Delle critiche appassionate, mendaci, assurde che da penne traviate o immonde uscirono, sono contento; non avrei creduto che il mio libro avesse alcun pregio se quel biasimo mi fosse mancato.
Fra le tante dicerie giunte al mio orecchio, talune meritano risposta. Si è mostrato sorpresa ch'io abbia in certa guisa, mentre diceva sprezzarla, invocato l'opinione pubblica, e qualche ira s'è palesata perché profittai della stampa. Si è gridato alla reazione quasi che gli avvenimenti di Parigi del 2 dicembre 1851 (si riferisce al colpo di Stato di Luigi Napoleone ed alla conseguente instaurazione della dittatura, N.d.C.) abbiano determinato questo libro.
L'opinione pubblica non invoco; mi basta il suffragio dei savj; esultino altri per le grida dissennate della moltitudine, e vi abbiano fede; quand'anco giustamente applauda, la verità non diviene più tersa, soltanto si riconosce che la sua luce ha rallegrate più menti; altro modo d'interpretar l'opinionE pubblica è questo, ne ha l'ombra di quello che prosieguo, scrivendo, a condannare.
Profittai della stampa con rammarico di chi forse, ne pretende il monopolio. E' bella davvero! L'usano largamente per distruggere, e trovano soverchio ardire in chi, credendo impedire le rovine, l'adopra. La parte loro piace di sagrificatori, a noi concedono quella di vittime; ma tali essere non vogliamo. L'arma ce l'hanno data essi in mano, quel gladio ancipite, che ben si appongono non porremmo mai nelle loro; e se tant'ira s'accende perché l'impugniamo, ci danno la miglior prova che alle loro non conviene concederlo mai. Però ne usiamo in altro modo, procurando di non deviare dalla giustizia mai, rispettando le leggi; ci piacciono o no, dal piacer nostro non misuriamo il dovere; altro sentimento l'ispira: è per noi sacrosanto.
Il Memorandum fu posto sotto i torchi nel 1851 e quand'anche mi vogliano supporre un ingegno che corra come il vapore, né tanta benignità a mio riguardo io credo, difficile è che mi giudichino capace di scriverlo in poche settimane, per grande sia stato l'impulso ricevuto dal genio di Luigi Napoleone. Meglio sarebbe considerare come questa pubblicazione concorra unisona collo spirito che si spiega in tutta Europa contrario ormai alle demagogiche sfrenatezze, ond'è già stanca la pazienza de' popoli.
A che cercar la reazione in queste pagine mentre essa fiorisce nell'opere di chi più la detesta e la teme?
Esservi può reazione in chi non eccita né spinge chi governa alla violazione dei diritti guarentiti dallo Statuto, alle spogliazioni di proprietà, alle inconsiderate riforme di benefiche instituzioni rispettate ed ammirate per tanti secoli dai nostri maggiori, ne inventa, ne consiglia improvvidi dispendii per cui si aggrava il popolo, e non si rimarginano le piaghe dell'erario?
E' forse reazione non aver amato que' sistemi di educazione per cui fin d'allora sarebbersi allarmati i padri e nato sarebbe il dubbio se nelle future generazioni sarà maggiore l'empietà o l'ignoranza?
Cercatela piuttosto e toglietene il seme, vi applaudiremo, nel ributtante disprezzo di ogni Autorità venerata, non escluso il Sommo Pastore; nel disprezzo di tutto l'onorando ceto ecclesiastico, nella maldicenza che svillaneggia la virtù ovunque sia, e porta la sua pestifera bava perfin nel santuario.
Serve la patria chi pacatamente descrive i fatti di una epoca, al dir d'ogni gente, per noi gloriosa, non adoperando ingiurie contro chi ne malmena i fasti, non attizzando gli odii, ma tentando preservar gli incauti dalle funeste aberrazioni di chi contamina il nome di libertà, ed è capital nemico di ogni forma di civil governo ( . . . multa legendo, atque audiendo ita comperi, omnia regna, civitates, nationes usque eo prosperum imperium habuisse dum apud eos vera consilia valuerunt, Sallustio, Oratio II, Ad Caesar, de Republ. ordinanda).
Tal modo di favellare dispiace a quanti giova non s'alzi il pomposo velo onde s'ammantano, e tanto più dispiace in quanto è compreso; sì, è compreso più assai ch'essi non credono: in questo popolo v'è ancor tale un affetto alla religione, alla morale, ai buoni principii, che non temiamo sì tosto lo perda.
Un paese che mostra gradire un libro che non ha altro merito che quello di presentare antiche verità, non è in decadimento. Però non ci illuda la lieta idea; conviene mantenere questo spirito, conviene confortarlo, non lasciar libero il campo alla perversa stampa. Generose menti esistono più capaci assai ch'io no! sia di compiere così nobile missione. Continuerò, già l'ho annunziato. Non mi lascino solo: prevarranno le buone massime; se le combattono i tristi, le protegge Iddio. Le acque del diluvio coprirono di feccioso limo la terra; appena irradiata dal sole tornò feconda.
Le teorie che dobbiamo seguire non sono d'invenzione umana, sono quelle che hanno mantenuto in fiore le nazioni, finché le seguirono: s'addicono alle Monarchie assolute, alle temperate da ordini rappresentativi, non men che alle repubbliche. Nessuna forma avversiamo, avversiamo soltanto ciò che è contrario alla giustizia, e in questa tutti si comprendono gli interessi dei popoli.
Adoperar dobbiamo ragioni, non turbar la pace mai, mostrare come essa fiorisce ovunque giustizia regna; combattiamo le opinioni contrarie, non le persone; possono queste essere perverse, ma sappiamo noi se non siano piuttosto illuse? Il diritto di giudicarle non è in noi; forse di alcuni la cattiva fede è palese, ma non cadremo mai negli stessi errori? Volgiamo su noi lo sguardo; chi ce ne accerta? Non gettiamo dunque mai l'ingiuria in faccia ai fratelli, pronti a stendere loro in ogni dì la mano; non importa che ci sdegnino, ci corrispondano con villanie; si abbia per le miserie dell'intelletto quella pietà che alle doglie non si nega della persona. La sentenza degli assennati non è dubbia; quella dei discoli ricadrà su loro e se ne avvederanno al fin della via.
[...]

CAPITOLO III

Conosciuta l'indole, il genio e le intenzioni del Re, formai il mio piano di condotta, per assecondarlo in quanto mirava alla sua gloria, al bene dello Stato, al trionfo della giustizia, e a temprar quelle tendenze che potevano esservi contrarie. Mi trovava senza alcuna fatica inclinato a seguire con tutto lo zelo le sue viste, affine di stabilire la perfetta nostra indipendenza dalle Corti straniere, qualunque fosse la loro preponderanza negli affari del mondo; nella misura però, che la nostra posizione e la nostra forza concedevano. Sarebbe follìa, che la Corte di Sardegna assumesse con le maggiori Potenze un linguaggio di iattanza, eccitamento a sdegno con grave nostro rischio; e colle eguali e minori sarebbe imprudenza: l'alterezza dei modi, anche senza immediato pericolo, disdice, disgusta, crea nemici; e gli Stati non devono meno dei privati, desiderare di non averne. Considerava però che non dall'estensione dei dominii si misurano i diritti; questi, nei rispettivi confini, sono eguali per tutti i Re, per tutte le Nazioni; l'autorità dei Sovrani, l'indipendenza degli Stati verso gli altri Stati è eguale nell'Imperator delle Russie, come nel minor Principe del mondo, sempre che questi non si avrà in condizione di tributario o di vassallo. Perciò il Re pienamente padrone nel suo regno, quanto nei loro imperii il Czar, o il Sovrano dell'Austria, e indipendente al par di loro, non aveva a dar conto ad alcuna Potenza della sua politica, né a subirne l'influenza, o assecondarne le vedute se non in quanto convenisse ai suoi proprii interessi. Questa giusta pretensione voleva io sostenere rispettando ad un tempo la stessa sovranità in tutti. Così tenendo, senza oltracotanza di modi, un'attitudine ferma negli stretti confini della giustizia, non vi era a temere mai, nei tempi ordinarii, per parte di alcun dei più forti, prepotenze; poiché tutte le Corti avrebbero approvato il nostro contegno e rispettata la nostra indipendenza, e avremmo sempre trovato in alcuna della medesime un'appoggio contro chi senza ragione volesse farci violenza, ed abusar del diritto del più forte. A suo luogo si vedrà, come siasi questo risultamento conseguito più d'una fiata, e come non siasi da tale sistema deviato mai, durante tutto il tempo del mio Ministero.
Se mi parea follia, o consiglio di male inteso orgoglio trattar coi Sovrani di gran lunga più possenti come se avessimo i mezzi di resistere, dopo averne cimentato lo sdegno, era giusta ambizione di un Ministro e dovuto affetto di patria, il cercare di elevare la nostra posizione a tutta quell'altezza di cui era lo Stato suscettibile, cosicché acquistasse quella considerazione cui aveva diritto di aspirare. Eccettuate le cinque grandi Potenze e la Spagna, a nessun'altra crederei dovesse andare la Sardegna seconda, e precederne molte per l'importanza politica, derivante dalla nostra situazione geografica, fra due poderosi Stati alle porte dell'Italia. Se la Casa di Savoia, quando era in più angusti confini ristretta, ebbe pur sempre parte e non umil parte nei grandi avvenimenti politici dell'Europa, dal dì che il trattato di Chàteau Cambrésis coronò gloriosamente le imprese del Duca Emmanuele Filiberto; tanto più era a mantenersi la sua importanza, dacché per la caduta di Napoleone risorse più forte, e più indipendente la Monarchia dalle sue rovine.
Tali idee le esprimeva al Re, perché mi stavano in cuore: gli piacquero; erano le sue. Ne aveva egli altre che non erano le mie; le combattei, non se ne adontò; e l'approvazione che dava alle prime, superando in Lui il fastidio di vedermi alle altre contrario, determinollo a confidarmi definitivamente il Portafoglio.
Sul fine del febbraio, io gli presentai un rapporto particolare, in cui spiegava qual era la mia politica, perché conoscesse se la via che intendeva seguire era conveniente al suo servizio. In quel rapporto non combatteva di fronte le idee del Re; ma gli indicava con quali temperamenti erano da moderarsi, onde non partorissero rovine ove si agognavano trionfi.
La storia della Casa di Savoia c'insegna, come essa andò crescendo i suoi domini con avvedutezza e prudenza, non impiegando arti o mezzi illeciti. Possedeva nel principio del secolo XI un bell'angolo di terra al di là dei monti, la sempre fedele e generosa Savoia: a poco a poco si estese al di qua dell'Alpi; spinse i suoi confini dal Po al Tanaro, alla Sesia, al Varo, al Ticino, ed oltre la Magra. Contratti di matrimonii, dedizioni spontanee, compensi per alleanze di guerra, trattati di pace furono i titoli, onde andò aumentando la Corona di ricche e floride Provincie. Desiderai sempre che si seguissero così nobili tracce accuratamente evitando di ferire i principii della giustizia, né inebbriandosi mai di fantastiche illusioni che terminerebbero in pianto.
Con trista compiacenza mi sovvengo di essere stato nel sovraccennato rapporto pur troppo profeta, ma almeno ho la coscienza paga di non aver fin dal 1835 taciuto, o adombrato il vero. Ne siano prova le seguenti parole:
"Il faut éviter de tomber dans les pièges des révolutionnaires, qui voudraient arborer la Croix de Savoie, mais la parer avec les couleurs du carbonarisme ..... C'est une opinion généralement partagée, que la Maison de Savoie n'aurait qu'à cèder a certaines prétentions de réforme, pour étendre avec facilité les limites de sa domination; mais suivre cette ligne, ce serait ne pas sortir de l'ornière des politiques modernes, qui ont substitué a la vraie science des affaires une routine de déceptions et de calculs présomptueux, qui manquent presque toujours leur but. Il y a une autre ligne plus noble et plus sùre; et c'est d'aller au méme resultat sans froisser les principes de la iustice en se mettant au dessus des idées banales qui maitrisent ce siècle, et périront avec lui" ("Bisogna evitare di cadere nelle trappole dei rivoluzionari, che vorrebbero inalberare la croce dei Savoia, bardandola però con i colori della carboneria... E' opinione generalmente condivisa che la dinastia di Savoia dovrebbe soltanto cedere a talune pretese di riforma, per ampliare facilmente i confini del proprio Regno; ma tenere questa condotta significherebbe non uscire dai binari della politica moderna, nella quale si è sostituita la scienza politica con una routine d'inganni e di calcoli presuntuosi, che falliscono quasi sempre lo scopo. Vi è un'altra condotta più nobile e sicura, ed è quella che ottiene i medesimi risultati senza offendere i principi della giustizia, mettendosi al di sopra delle idee volgari che predominano in quest'epoca e periranno con essa.", N.d.C.).
Queste frasi contenevano bensì un'adesione implicita ai suoi più caldi desideri, ma respingevano ogni partecipazione agli intrighi, alle congiure dei rivoluzionarii, ed ogni atto che ripugnasse a quel sentimento di giustizia che di per sé più onora una Corte, che tutti i vantaggi che arrecherebbe il rigettarlo. Se si vede raramente posta in pratica tal massima, la violazione della legge cresce, in chi vuol camminar diritto, l'obbligo dell'osservanza; e, tosto o tardi, chi costantemente la segue, ne ha il guiderdone. Pur troppo il predominio di un vagheggiato pensiero, e più ancora perfidi consigli che il mettevano d'accordo colla coscienza, fecero deviare Carlo Alberto da quelle massime; ma nel suo cuore ne sentiva la rettitudine e non esitava in approvarle; perciò il mio rapporto gli fu gradito, e aderì in quel giorno ampiamente al mio sistema.
[...]


CAPITOLO XVIII

Invalsa è l'opinione ch'io fossi nemico del progresso e non a torto, se di quello ora s'intende che devia dai principii di verità e di giustizia: ma questi non hanno progredito mai, e dureranno fino alla consumazione dei secoli immutabili come furono ispirati all'uomo fin dalla fondazione del mondo. Il moderno progresso nell'ordine morale devia dai quei principii, ed è in contraddizione al suo nome, un vero regresso. Io sono certamente nemico a tutte le teorie, che insegnando soltanto agli uomini i loro diritti, tendono a far che pongano in non cale i loro doveri; a quelle teorie, che scompigliano la società coi nomi di libertà, di eguaglianza, che tolgono alle autorità legittime, ai Sovrani specialmente il lustro, il prestigio e la forza, che creano nuovi desiderii e nuovi bisogni per rendere i popoli inquieti ed infelici. Sono nemico a quell'istruzione che ha per fine non di educare tutte le classi, e l'infima soprattutto, nelle severe massime della Religione, ma anzi di cancellarla sostituendovi quelle di una virtù umana senza radice, senza usbergo, senza alcun conforto che la mantenga. Sono nemico a certe istituzioni di beneficenza, vero insulto alla carità di cui perfino s'abborre il nome, le quali si fondano per salire in riputazione, ed hanno per iscopo non di migliorare la sorte del popolo ma di guadagnar sopra di lui influenza, per far che più non cerchi sollievo nel vero fonte inesauribile di quella carità che non ha mancato mai fra gli uomini nei diciotto secoli scorsi. Sono nemico a tali Istituzioni, poiché oltre al cattivo spirito che le informa, sono pure una solenne menzogna; asili infantili, alberghi di ricovero, incunabuli e simili invenzioni che potrebbero essere buone se un altro spirito vi presiedesse, non lo saranno mai se tendono a rompere i legami di famiglia, a soffocare la voce del sangue, onde fin da bambini si perda l'affetto ai parenti, e le madri non siano più sollecite della loro prole onde nell'adolescenza si prenda a disdegno l'umile condizione de' parenti, e tal disdegno aumenti negli anni giovanili e verifichi il detto nemo sua sorte contentus; mentre anzi dovrebbe farsi in modo che ognun trovasse nella condizione in cui nacque la sua propria felicità. Tali considerazioni devono rendere avverso al vantato odierno progresso morale chiunque tiene a cuore la felicità delle generazioni avvenire non che della nostra. Ma se per progresso s'intende profittare delle nuove invenzioni e scoperte a vantaggio delle nazioni e degli individui, a questo progresso non so d'essermi opposto mai. Strade ferrate, battelli a vapore, ritrovati d'industria, avranno essi il loro lato cattivo accanto al buono come n'ebbero la stampa, la polvere e tante altre cose; ma non perciò quando sono generalmente adottate, vorrei privarne il mio paese e lasciare che rimanesse solo a non profittarne.
A me non apparteneva introdurre tali miglioramenti; vi pensava il Re, lo secondavano con zelo e premura i Ministri, nelle cui attribuzioni avevano luogo; io aveva a sufficienza delle mie per farmene promotore a solo fine di acquistar fama.
E' vero che mentre mi teneva a parte in quelle faccende che non erano di mia spettanza, usciva sempre dalla mia riserva quando si trattava di cose che toccavano all'ordine morale tanto superiore negli Stati al materiale quanto lo è negli individui lo spirito sul corpo. Da questo contegno che altamente dichiaro essere stato il mio, derivò la reputazione di uomo ligio esclusivamente ai Monaci, ai Conventi, alla Santa Sede, alle idee antiche che mi sono procacciata, e di cui non mi dolgo. In ciò sta tutto quanto basta a costituire un retrogrado. Ai nostri tempi chi non si dedica al benessere materiale, non merita che di lui si parli, si manda con Pier Sederini al limbo dei bambini; ma chi poi da' uno sguardo alla Religione che è la prima gloria dello Stato è tenuto poco men che nemico dell'umana felicità. Per buona sorte la retta coscienza basta sola a dare il guiderdone, e sappiamo che la reputazione degli uomini non è fondata negli articoli dei giornali, ne formata dal voto di gente cui il secolo attuale applaude, e forse deriderà il futuro.
Se non ho avversate le strade ferrate, le macchine a vapore ed utili invenzioni, ho bensì procurato di influire presso al Re, perché non fosse così facile a permettere asili d'infanzia e scuole elementari nelle quali si educassero i figliuoli del popolo non a diventare col tempo buoni cristiani e buoni sudditi, ma a divenire indifferenti in religione, e intolleranti d'ogni autorità, preparati a dar mano a qualunque ribellione nel gran dì che fossero maturi i piani di chi quelle istituzioni promoveva. Ecco le idee oscuratrici, ecco il nemico dell'istruzione del popolo: sento queste voci e non le temo, poiché sono menzogne; e lo sanno ben essi che le pronunziano. Ne io, ne quanti meco consentono nelle teorie conservatrici dell'ordine sociale avversano l'istruzione; noi la vogliamo anzi e la promoveremo sempre. L'ignoranza è generatrice di brutture e di vizii. Larga istruzione si porga al popolo, s'educhino i poveri fanciulli, imparino ciò che devono imparare ciascheduno secondo la classe in cui è nato, o secondo la professione che si destina, ed oltre ancora se per naturale ingegno può aspirare a maggiore altezza di studii; ma fondamento di ogni scuola sia la Religione, non figuri sol nei programmi, non sia in pratica oggetto secondario e trascurato. S'insegni quindi ciò che giova sapere, non ciò che gonfia l'intelletto e lo travia. Siam tutti consapevoli del fine che hanno gli attuali patrocinatori del popolare insegnamento, perciò ripeto colle parole del dottore delle genti: Videte ne quis vos decipiat per philosophiam et inanem fallaciam, secundum traditionem hominum; secundum elementa mundi (Ad Coloss., II, 8). Parole poco apprezzate, linguaggio di sacrestia, ma parole vere, le quali dureranno più assai che i precetti dei moderni pseudo-sapienti. Carlo Alberto non era persuaso di tanta nequizia, nondimeno fu per gran tempo sua ferma volontà che gli asili fossero affidati a corporazioni religiose; ma la sua volontà si eludeva sotto mille pretesti, e si andò disponendo l'educazione laicale, vero avviamento alle riforme religiose e politiche.
Se per gli effetti morali fa compassione vedere i fanciulli del popolo esposti a tanti pericoli di un'educazione male informata, inspira certamente pietà l'inetto insegnamento che loro si porge, e darebbe luogo al sorriso se non vi fosse il seme di funeste conseguenze, poiché è dubbia assai l'istruzione che si acquista, non dubbio lo spirito di superbia e di inquietezza che vi si impara. Basta dare uno sguardo ai libri elementari di quelle scuole per formarsi un'idea del senno di chi ne fu l'inventore o le promuove. In uno di quei libri di lettura stampato in Genova, e così dicasi degli altri, s'insegna, alle giovanette ed ai ragazzi, che dagli occhi escono le lacrime, che con essi si distinguono i colori, che chi non vede è cieco. Ciechi voi che insegnate ciò che avete per scienza infusa conosciuto fra le braccia della nutrice. O forse è necessario tanto dispendio di maestri per imparare che l'orecchio è l'organo dell'udito, che le rose e le viole mandano odore, che introduciamo nella bocca i cibi, che le fragole e le mele hanno un sapore gradevole, che si mastica coi denti, che l'uomo sta ritto su due piedi, cammina, corre, salta; che per mettersi la camicia si fa passare il corpo per lo sparato del petto e le braccio per lo sparato delle maniche! Forse gli stessi istitutori sorridono nel dettar tali insulse lezioni, onde i nostri contadini hanno da concepire l'idea della loro dignità, né cedere in orgoglio di sapienza ai sublimi maestri; però sanno bene questi renderle profittevoli con altre che vengono alternando su materie di tutt'altra importanza. Segretamente seguaci del socialismo, sperano veder avverato ma su più grande scala, il sogno della legge agraria: ad ogni occasione imitano la sediziosa idea della plebe indomita di Roma, non però mai allora insegnata nelle scuole. Io non ho mai cessato di avvertire il Re sul pericolo di ciò tollerare, ne di svelargli il fine dei sedicenti amici del popolo. Temo, io gli diceva, temo quei protettori di scuole, di asili, di alberghi d'onde si vorrebbe escludere la Religione; temo l'ingerenza esclusiva dei laici nelle opere pie, che dicendosi filantropiche cessano di essere pie, rigettando l'autorità de' Vescovi. Carlo Alberto queste cose pacatamente udiva, ma pure si lasciava strascinare da consigli diversi e dal timore di disgustare coloro che si millantavano con quei modi assicurare il conseguimento dell'ambita Italica Corona.
Era mio pensiero di dettare in fin del libro un Capitolo di politici avvedimenti: accintomi all'opera m'avvidi non esser materia di poche pagine; li tralascio riservandomi di unirli in un volume a parte che andrò a mio agio preparando, per pubblicarlo poscia, se mi concederà Dio tempo, vita e volontà di condurlo a termine.
Nei precedenti Capitoli ho dato contezza di quanto accadde dal principio del Regno di Carlo Alberto fino al giorno delle riforme. Ho preso la difesa di quell'epoca perché il nostro silenzio non dia motivo di imbaldanzire a chi ci crede confusi, abbagliati dal nuovo sole, come se avessimo sempre vissuto nelle tenebre. Ben altra luce spandevano in quel tempo Religione fra i contrasti fiorente, politica esclusivamente Sarda e libera da ogni influenza straniera, attitudine d'indipendenza assoluta, fermezza nelle risoluzioni, considerazione mantenuta presso tutte le Corti. Getti, lo dico senza timore né ostentazione, il guanto di sfida chi ardisce il contrario asserire. Facile è negare ciò che è evidente, adoperando menzogne, calunnie e sarcasmi; ma nella tenzone delle prove sarà difficile sostenerlo. Pronunzierò una sentenza da giureconsulto: Non juriis, neque contumeliis, sed rationibus, et probationibus certandum est. So bene che in questa via non mi vorranno seguire coloro che hanno giurato guerra ad ogni principio di Religione, di vero onore, e di giustizia; coloro che vestono col nome di patrio amore l'amor di sé stessi; coloro che chiamano onesto ciò che è utile, giusto ciò che giova, santa la causa che favorisce la loro cupidigia e le smodate ambizioni. Non è per costoro che ho scritto; giudizio di tal gente non si teme, non si cerca, non si apprezza. Fortunatamente per ogni paese, questi son pochi; ma vi è un'altra classe assai più numerosa, classe d'illusi che amano la luce; se non che invece di volgersi a quella che sgorga pura e brillante dall'astro del giorno, preferiscono il funereo splendore delle faci notturne che un lieve soffio di vento ammorza. Costoro sono suscettibili, sempre che davvero il vogliano, di comprendere la verità; ne però sdegno che mi provochino a tenzone: ma scelgo le armi, e queste siano i fatti. Io mi darò per vinto, e confesserò che non era da magnificarsi la condotta politica nostra negli scorsi anni, ne tanta la felicità del paese, quando gli uomini nuovi in una sola circostanza supereranno il passato. Non v'è superbia in tale disfida, perché di me non trattasi; io non fui che minima parte, l'ultimo dei piloti i quali reggevano il timone della nave; trattasi del sistema che allor si seguiva, dei risultamenti che in tal via si ottennero. Siano i nuovi più belli, più grandi, più generalmente riconosciuti, e non mi dorrò che scemi la gloria dell'epoca scorsa, ma non potrà scemare altrimenti mai. Sia ciò una prova che alla tenacità ben dimostrata delle mie opinioni non aggiungo l'ostinatezza: amor di patria vi si oppone; non sarei mai quello che per ammirazione del passato sprezzerebbe il presente splendore. Piacesse a Dio che sorgesse! sorga, e non sarò l'ultimo ad applaudirlo. Se le mutazioni negli ordini avessero avuto luogo per forza di popolo ammutinato, considerandole come empie nella loro origine, non avrebbero la mia adesione mai. Furono operate dal Re, da Lui volute; per qual fine, all'essenza della cosa non importa. E' consentaneo ai miei principii piegare a quelle leggi che emanate dall'autorità legittima, sono legittime, e come tali rispettarle, non propter iram, sed propter conscientiam (Rom 13, 5). Sia ciò detto a scanso di sinistre interpretazioni su quanto finora ho scritto.
Gli amanti del bel paese dove il sì suona grideranno forse, che avverso alle sue sorti era il seguito sistema; alle loro grida faranno eco senza dubbio quanti accecati da falso entusiasmo scambiano un nobil sentimento in follia. Oh Italia! da molti secoli ne' canti dei tuoi poeti fai sentire il compianto di tua debolezza e di tue sventure: fa senno alfine. Non sarai mai felice, finché irrequieta aspiri a un meglio che afferrar non puoi, e logori i tanti beni, i tanti tesori di grandezza di dovizie e d'arti onde ti ha reso bella, invidiata da tutte le genti Colui che a te affidava il magistero del mondo, e centro ti faceva dell'orbe cristiano. A scuoterti un'altra volta, gli amatori tuoi col nome di libertà e d'indipendenza hanno evocato il magico grido per cui nel decimo secolo si slanciò l'Occidente sotto lo stendardo della Croce contro la Musulmana minacciosa possanza. Dio lo vuole, hanno detto invocando la santa divisa, coloro che ti spingevano a disperate imprese; ma non lo voleva Dio e fosti vinta. Chiudi l'orecchio alle voci de' veggenti tuoi; profetizzano il falso; ritorna al culto della verità e della giustizia. Italia mia, credi ai veri amici che te non vogliono serva, ma Regina, e i varii popoli tuoi in bel nodo di concordia uniti sotto l'usbergo dei Principi che ai loro destini prepose Iddio.

giovedì 3 ottobre 2013

Regno di Sardegna e Fusione perfetta del 1847: la genesi dello Stato centralista italiano.


Carlo Alberto di Savoia-Carignano
Carlo Alberto di Savoia-Carignano , nel suo altalenante tentennamento tra tradizione e rivoluzione , concesse negli ultimi anni del suo regno riforme liberali agli "Stati di Terraferma"*;  i ceti dirigenti dell'alta borghesia e della nobiltà "infrancesata" di Cagliari e Sassari promossero una mobilitazione "popolare"(sgherri al soldo e altri borghesi) per richiedere l'unione con i domini continentali al fine di ottenere l'estensione di quelle riforme, le quali avrebbero fatto comodo ai loro personali interessi,  anche all'Isola. Carlo Alberto concesse la fusione il 29 novembre del 1847, annunciata dal viceré Claudio Gabriele de Launay  con il seguente discorso di palese carattere propagandistico: ".....(Il re) ha deciso di formare una sola famiglia di tutti i suoi amati sudditi con perfetta parità di trattamento". Con la fusione cessò la carica viceregia e le autonomie secolari dell'isola .



 Regno di Sardegna prima
dell'"Unione perfetta".
 
Regno di Sardegna  
dopo l'"Unione perfetta".












                             




L'estensione delle riforme era stata voluta esclusivamente , e soprattutto, dal notabilato infrancesato e dalla borghesia sarda, al fine di facilitare  l’esportazione delle merci agricole, e abbassarne le spese personali , e l’importazione dei manufatti del Continente, nonché per inserirsi anch'essa nell'opera di sfruttamento delle risorse materiali della Sardegna già perseguita dalle borghesie continentali. Non mancarono in merito voci contrarie seppur zittite dagli ambienti liberal-settari , quali quella di Federico Fenu, e non tardarono a presentarsi i pentiti di tale opera, fra cui lo stesso Giovanni Siotto Pintor, fra coloro che più stoltamente l'avevano caldeggiata.
Molteplici furono le nefaste conseguenze che scaturirono dalla Fusione perfetta degli Stati della Corona sabauda. Anche nell'Isola entrarono in vigore i Codici già in forza negli stati continentali: Il Codice Civile, il Codice Militare, il Codice penale, ecc... , tutto ciò deteriorò maggiormente il rapporto tra Torino e le province tanto continentali quanto sarde.
Tra le nefaste conseguenze portate dall'unione vi fu la scomparsa dei secolari istituti di autonomia statuale quali l'antico Parlamento sardo e la Real Udienza, garantiti dai trattati internazionali nel momento del passaggio della Corona ai duchi di Savoia.
Gli Stati di Terraferma invece videro dissolte le loro peculiarità venendo fusi all'interno dello Stato sardo e della sua morsa centralistica.
Con la "Fusione Perfetta" il Regno di Sardegna, divenuto con il passaggio della corona ai Savoia nel 1720 uno Stato composto (cioè formato dall'unione di più Stati i quali mantenevano la loro qualità di Stati), divenne unitario-centralistico, con un solo e astratto "popolo", un solo repressivo potere pubblico, un unico soffocante territorio geopolitico , non più pluralista e autonomista come da tradizione secolare ma centralista sul modello francese giacobino , mantenendo la stessa denominazione.
Lo Stato unitario usurpò poi quattordici anni più tardi - con la perdita della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia pretese dalla Francia - la Lombardia degli Asburgo e quindi (attraverso deplorevoli  fatti d'armi e da farse plebiscitarie) il Granducato di Toscana, le Romagne pontificie, i ducati di Parma e di Modena e, dopo la banditesca "impresa dei Mille", il Regno delle Due Sicilie e i territori Pontifici delle Marche e dell'Umbria.

Territorio soggetto al giogo unitario sabaudo denominato "Regno d'Italia"(1923).

Il 17 marzo 1861 il parlamento Subalpino, integrato con i collaborazionisti degli Stati usurpati , adottò una iniqua  ed illegittima "legge" la quale stabiliva che: «"il re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia"»,  senza cambiare l'ordinale. Da quel momento, per intendere lo Stato nella sua interezza, si parlò quindi di "Regno d'Italia" che divenne poi "Repubblica italiana" con lo stesso medesimo sistema che ancora oggi ci opprime.



Italia - Mappa
Attuale territorio centralizzato sotto il giogo della "Repubblica Italiana" (figlia ed erede del precedente, nonché illegittimo ,  aborto istituzionale ).
 





 Note:

(1)Col termine Stati di terraferma si indicavano nei secoli XVIII-XIX le entità rette dal re di Sardegna ma posti sul continente europeo, in contrapposizione quindi al Regno di Sardegna propriamente detto, che si era costituito dall'isola della Sardegna e dalle sue isole (Asinara, San Pietro, Sant'Antioco, Tavolara, Molara, arcipelago della Maddalena, eccetera).
Gli Stati di terraferma sono:
  • il Ducato di Savoia;
  • il Principato di Piemonte, in realtà a sua volta composto da:
    • il Marchesato di Saluzzo;
    • il Marchesato del Monferrato;
    • il Marchesato di Susa;
    • ecc...
  • il Ducato di Genova (dal 1814), ossia i territori della fu Repubblica di Genova;
  • la Contea di Nizza;
  • i Feudi imperiali dell'appennino ligure.



(2) Con la Fusione e con la coatta Unità nazionale ebbe inizio tra le altre innumerevoli "Questioni" la "Questione sarda" ossia la presa di coscienza  politica, già intrinseca nei secoli precedenti, di quella parte della popolazione sarda consapevole che solamente nella possibilità di autonomia governativa si sarebbero risolti in futuro i problemi della Sardegna



Fonte:

Wikipedia(immagini)

  • Francesco Cesare Casula, La storia di Sardegna, Sassari, Delfino, 1994.  .
  • Francesco Cesare Casula, Sintesi di Storia Sardo-Italiana, Sassari, Delfino, 2011. .
  • (SC) Frantziscu Tzèsare Casula, Sìntesi de Istòria Sardu-Italiana, Sassari, Delfino, 2011. .
  • Luciano Marroccu; Manlio Brigaglia, La perdita del Regno, Sassari, Editori Riuniti, 1995. .
  • Attilio Mastino; Manlio Brigaglia, Gian Giacomo Ortu, Storia della Sardegna. 2.Dal Settecento a oggi, Roma, Laterza, 2006. .
  • Giovanni Siotto Pintòr, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848, Torino, F. Casanova successore L. Beuf, 1877


  • Scritto da:

    Redazione A.L.T.A.