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sabato 15 settembre 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 44°): Resa di Gaeta partenza di Francesco II-CONCLUSIONE-

Francesco II firma l'atto di resa a Gaeta
 
 
Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.





CONCLUSIONE
 
I fatti che ho narrati in questo disastroso Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, li ho attinti dal mio itinerario scritto sul luogo degli avvenimenti, da testimonianze concordi di altri scrittori e da documenti originali inappuntabili, e senza porvi di coscienza, aggravandoli o travisandoli. Replicate volte ho pubblicato, che avrei con lealtà modificati i giudizii miei, ove avessi avuto a legger chiaro negli stessi miei errori che, per isbaglio, avessi potuto commettere; a tale scopo chiesi de' documenti a tutti coloro che poteano essere interessati in questa mia narrazione. E per darne una prova solenne, prima che io narri altri avvenimenti per compimento di quelli già narrati, sento il dovere di esporre, che tutti quello che ho scritto circa la condotta militare del colonnello Ruiz de Balestreros, non essendomi trovato né in Calabria, né in Caserta vecchia, io lo attinsi dagli storici contemporanei de Sivo, Morisani, delli Franci (sottocapo dello Stato maggiore dell'Esercito sul Volturno), e da' Comenti dello stesso Generale in capo tenentegenerale Ritucci. Ebbene, or sono pochi giorni, mi furono presentati molti documenti originali, che giustificano il suddetto sig. colonnello Ruiz. Fra que' documenti trovo un ufficio del generale in capo Salzano, che surrogò Ritucci al Garigliano, in questi termini:
Comando in Capo del Corpo di Esercito d'operazione Personale n.758. Castellone 3 novembre 1860.
Signor Colonnello Da S.E. il Ministro Segretario di Stato della Guerra, in data del 1° corrente mese, 1° Carico, n.767, è stato partecipato quanto segue:
Il sig. Colonnello Ruiz de Balestreros, avendo COMPLETAMENTE giustificata la sua militare condotta, mi reco a dovere parteciparlo all'E. V. affinchè si compiaccia renderne avvisato lo interessato ed i Corpi di sua dipendenza.Ed io adempiendo agli ordini della lodata Eccellenza Sua, mi affretto con piacere parteciparglielo per opportuna sua conoscenza - Salzano.
Al sig. Colonnello D. Giuseppe Ruiz de Balestreros, in Gaeta.
Mi si è detto, e forse mi si dirà che questa dichiarazione del Ministero della guerra è un possibile risultato di potenti riguardi, ove tra la farragine delle circostanze abbia contribuito pure un tantino lo intrigo; ed io con animo sereno e franco rispondo, che il Ministro Casella non era uomo, che nell'esercizio di ogni suo dovere lasciassesi imporre da chicchessia o rendersi strumento del più semplice intrigo. Ruiz dovette ben dimostrare come l'ombra de' suoi creduti torti, fosse giudicata con severità crudele; onde ottenne quella autorevole giustifica, e fu promosso a Generale. In quanto a me, a fronte di un documento tanto chiaro, e trattandosi di una giustifica, non ho esitato un momento a pormi in pace colla mia coscienza.
Sarei stato felice se avessi potuto elogiar sempre, modificare spesso i miei giudizii a vantaggio di qualche duce, e non iscovrire piaghe che travolsero nel nulla la società della nostra diletta patria. Io non ho avuto altra pretensione che dir la verità senza amore e senza odio; dappoichè molti che ho lodato o flagellato neppure li conosco di vista.
Questa mia resipiscenza servirà a porre in guardia tutti coloro che scriveranno sul conto della vita militare del colonnello Ruiz de Balestreros. Servirà pure di risposta agli altri che lagnasi di essere stati da me maltrattati; se essi invece di scrivermi lettere impertinenti e villane, anonime e minacce, avessero esibiti DOCUMENTI giustificativi, io non avrei esitato a pubblicare gli stessi miei falsati giudizii, come il fo pel Colonnello Ruiz de Balestreros, e l'avrei anche fatto in favore di un D. Liborio Romano. Ma fino che ciarle, non altro che ciarle, oppongonsi alle infingardaggini, alle nullità, alle codardie, ai grandi errori e tradimenti, l'inesorabile giustizia vuole che sia pubblico il biasimo, e vadano esecrati e maledetti i loro nomi alla più tarda posterità; e senza riguardi alle onorate canizie.Troppo si sofferse e si soffre per dar luogo ad una esiziale pietà che falserebbe la storia, e non sarebbe di salutare esempio ai presenti ed a' posteri.
Taluni che hanno il titolo di gentiluomini, dopo di avere mendicato un elogio o una frase meno severa, osano pubblicare libercoli per difendere i proprii e gli altrui errori, e più svelano quelle colpe e codardie che avrebbero dovuto occultare. Essi giungono a dare del calunniatore all'egregio storico, cav. Giacinto de Sivo, e quasi del diffamatore al distinto tenentecolonnello Giovanni delli Franci, sottocapo dello Stato maggiore dell'Esercito napoletano, perché costui disse nella sua Cronaca d'Autunno, che un duce in capo avea la sola divisa di Generale, ma non la mente; che l'Appendicista della Discussione si è lasciato ingannare, ed avvalendosi di falsi rapporti, è salito in cattedra per elogiare e flagellare a suo piacere.
Per convincere di falso il de Sivo, il delli Franci e l'Appendicista, quali documenti han pubblicati gli autori di quei libercoli? Una lettera di un distinto uffiziale, ben conosciuto per la sua squisita gentilezza, e che non è capace negare un favore a chicchessia, fosse pure un suo nemico. In fine si riproduce un decreto col quale si fa esattore di tributi un generale (il più odioso incarico, maggiormente quando si esercita in tempo di guerra), ed avvalendosi di questa gran carica, si cerca scagionargli un torto chiaro e solenne. Si sa, che con la rete non si asconde il Sole!Per provare che l'Appendicista non si è fatto ingannare, e che non è salito in cattedra per elogiare e flagellare a suo piacere; tra non guari pubblicherà un altro umile lavoro corredato da documenti inappuntabili, col titolo: Il 1860 - Perché cadde il Trono di Napoli - Amori e sdegni di tre diplomatici.E tempo di dar fine a questo lavoro, altro non mi resta che narrare gli ultimi fatti che avvennero immediatamente dopo la capitolazione di Gaeta.
Il Re, la Regina, i conti di Trani e di Caserta si recarono a Roma, ove furono regalmente ospitati dal S. Padre Pio IX al Palazzo apostolico del Quirinale. Il Santo Pontefice, da vero padre e Sovrano, accolse nella sventura la real famiglia di Napoli, sdebitandosi di quanto avea fatto per Lui Ferdinando II nel 1849.
Giunta a Roma la real coppia, i settarii fecero una dimostrazione allusiva alla caduta di Gaeta. La polizia francese non si oppose. Però il fior della cittadinanza e della aristocrazia romana mostrò indignazione e disprezzo contro quella settaria dimostrazione.
Parecchie deputazioni estere si recarono a Roma per presentare omaggi al Re e alla Regina; e fu notata particolarmente quella degl'inglesi residenti colà.
Le dame di Baviera aveano già presentato alla Regina Maria Sofia un glorioso indirizzo, e furono imitate da altre dame francesi, inglesi, spagnuole e tedesche; e tutte mandarono indirizzi e doni degni di chi li dava e di chi li riceveva.
L'Imperatore d'Austria diede a Francesco II ed a' suoi fratelli conti di Trani e di Caserta l'ordine di Maria Teresa, che si concede solamente per insigni fatti di guerra.
Il Re di Baviera scacciò da Monaco il Doria, legato sardo, e ritirò da Torino il suo Ambasciatore. La Russia volle compensare l'ingrato abbandono del figlio di Ferdinando II tanto amico di quell'Imperatore, con un elogio nel Giornale Ufficiale, il quale dicea: «Giammai nessun Sovrano cadde più nobilmente; tal condotta lascia al vinto maggior prestigio e simpatia. Ei porterà seco il rispetto del mondo, che la posterità non ai soli vincitori serba le glorie sue; e quando Iddio colpisce i re non è sempre per castigarli.»Avrebbe potuto soggiungere: che solo per punirne il ciel sovente - uno scettro ne manda, una corona.Con questi belli elogi, quell'Imperatore credea forse sdebitarsi degli obblighi che avea contratti con Ferdinando II? La caduta di un trono legittimo, per opera della rivoluzione, che lo stesso Napoleone III riconoscea che la giustizia stava pel vinto, non impose che sole parole all'autocrate di tutte le Russie....!
Napoleone III, con la solita cicalata alle camere francesi, credette giustificare il richiamo della sua flotta da Gaeta, cacciando fuori quel famoso motto copritore di cupidigie e di assassinii, il non intervento.Intanto egli si avea già preso il prezzo dei suoi settarii tradimenti orditi a danno di Francesco II. Non contento dell'annessione di due province italiane, Nizza e Savoia, con un trattato del 2 febbraio di quell'anno, acquistò due città italiane Mentone e Roccabruna nel Principato di Monaco. Quelle due città se l'avea prese il Piemonte sin dal 1848. Il Principe di Monaco, della famiglia di Mantignon, che vantava i suoi diritti sopra quelle due Città, le vendette a Napoleone per quattro milioni di lire; e costui mentre ci annoiava e ci stordiva proclamando che la sola volontà popolare era fondamento d'ogni diritto, comprava come pecora sei mila cittadini italiani, annettendoli alla Francia, e Cavour approvava!
Per completare questo racconto, è necessario rivolgere uno sguardo sopra gli ultimi fatti guerreschi della Cittadella di Messina, e di Civitella del Tronto, ove ancora sventolava orgogliosa la bandiera delle Due Sicilie. Il sacrifizio della Patria era consumato; e quelle due bandiere nazionali che sventolavano solitarie a' due opposti confini del Regno, sembrava che protestassero contro quanto era fino allora avvenuto.
Il 14 febbraio il generale piemontese Chiabrera notificò al generale Fergola comandante la Cittadella di Messina la capitolazione di Gaeta, ed intimogli la resa a nome di S.M. V. Emmanuele, Re di tutta l'Italia, e conchiudeva dicendo:«Se la resistenza fin'ora fu tollerata, oggi è delitto.» Fergola rispose che si difenderebbe. Dopo tre giorni Chiabrera gli mandò una lettera di Cialdini, il quale, gonfio de' facili trionfi di Gaeta, minacciava bombardamenti, distruzioni e morte; e non darebbe quartiere ad alcuno se la guarnigione non si fosse subito resa. Fergola rispose che si renderebbe agli estremi, ed a seconda prescrivevano le Ordinanze di Piazza. I soldati accolsero questa risposta del loro Generale col solito grido di viva il Re. Due colonnelli, Ferrara e Mileti, uniti ad altri uffiziali fecero tumulto per isforzare Fergola a cedere la Cittadella, costui li cacciò via dalla fortezza; e cacciò pure il 1° Chirurgo Pietro Conte, e i due Cappellani Enrico Vigliena e Giuseppe de Simone, perché scoraggiavano i soldati. Altri uffiziali per codardia disertarono; tra i più noti i colonnelli Gabriele Vallo e Ferdinando Guillamat (ben diverso dal fratello Patrizio Guillamat), gli Alfieri Pasquale Cosentino e Salvatore Randazzi, il maggiore Papa, il capitano Gaetano Valestra Comandante il fortino, D. Blasco, e il maggiore di artiglieria Achille de Michele. Quest'ultimo sciagurato si offerse al Cialdini per dirigere una batteria contro la Cittadella, ma fu disprezzato e deriso.
Il 19 febbraio arrivò a Messina sulla Messaggeria francese il distinto e benemerito tenente di Stato maggiore, Luigi Gaeta, reduce da Roma, ove avea parlato col Re appena giunto da Gaeta. Fu ricevuto in trionfo dalla guarnigione della Cittadella, e l'entusiasmo de' soldati si accrebbe quando intesero che portava l'ordine di difendere quella piazza. Il Re avea affidato al Gaeta trentamila ducati in oro per portarli a Fergola.
La setta che circonda i Sovrani anche nell'esilio, sapea già tutto, e con una lettera misteriosa invitò il Gaeta o ad approfittarsi di quella somma, o ad incontrare il pugnale dell'assassino. Ma Gaeta, onesto ed animoso qual'è, sprezzò tutto e portò il danaro al suo generale Fergola.
La Cittadella di Messina resisteva pel solo onor militare, cosa potea sperare essendo esule il Re? Le condizioni di quella piazza erano pessime; era isolata da terra e da mare, con bastioni non più adatti a' nuovi mezzi di guerra; senza cannoni rigati, e con un ingombro di più di mille persone tra donne e ragazzi. Per maggior disgrazia si era accumulata in quella fortezza tutta la polvere portata da Palermo, Trapani, Girgenti e Catania, e le polveriere erano mal condizionate. I lavori del genio eransi trascurati, perché Ferdinando Guillamat e Vallo ordivano tradimenti.
L'ottimo tenentecolonnello Patrizio Guillamat, capo dello Stato Maggiore, e gli uffiziali Cavalieri, Lauria, Gaeta, Lamonica ed altri lavoravano giorno e notte per mettere la Cittadella in istato da poter prolungare l'assedio.
Il 27 febbraio, Cialdini arrivò a Messina carico di cannoni rigati, mortai, granate, bombe e Charaphenel; e conducendo seco tutta la flotta. Appena sbarcato cominciò ad alzare batterie contro la Cittadella sulla spiaggia Contessa. Il Fergola gli scrisse che ciò ostava alla convenzione fatta tra Clary e Medici. Cialdini, facendo uso di que' poteri che non hanno esempio nella Storia civile dei popoli, sconobbe quella convenzione e rispose a Fergola con la seguente lettera: «Debbo dirle, 1°: che sendo Vittorio Emmanuele proclamato Re d'Italia dal Parlamento, la condotta di lei sarà considerata ribellione; 2° Per conseguenza non darò né a lei né alla guarnigione nessuna capitolazione, e mi si renderanno a discrezione; 3° Se farà fuoco sulla Città, io farò fucilare (sempre fucilare!...) tanti uffiziali e soldati quanti saranno i morti in Messina; 4° I beni di lei e degli uffiziali saranno confiscati per rifare i danni de' cittadini;In ultimo consegnerò lei ed i suoi al popolo di Messina. HO COSTUME DI TENERE PAROLA. Fra poco sarete nelle mie mani; ora faccia come crede: io non riconoscerò nella S. V. un militare, ma un vile assassino e per tale lo terrà l'Europa intiera.Questa lettera non si può leggere senza fremere di orrore; tant'è, il secolo de' lumi e del progresso ha letta questa lettera scritta da un Generale ad un altro, il quale senza alcuna speranza di personali vantaggi, difendeva la patria bandiera per uniformarsi alle Ordinanze di Piazza e agl'inveterati usi di guerra. Cialdini, mentre si preparava a fulminare i Napoletani con le sue artiglierie collocate anche in Città, negava a costoro il dritto di difendersi. Egli minacciava confische e fucilazioni, se i proiettili della Cittadella avessero ucciso qualche cittadino; egli che avea detto in Gaeta, che le bombe non hanno occhi. Egli dice che è suo costume tener la parola, ma non la tenne quando nel 1866 strombazzò che sarebbe andato a Vienna, anzi fu il primo a salvarsi in Bologna. Abbiamo letto le proteste del La Marmora che l'accusava come causa dell'insuccesso di Custoza. È facile mantener parola ne' facili trionfi, ed incrudelire contro i vinti disgraziati e traditi. Ma tener parola col tedesco è un altro affare, si tratta di pelle! Il riconoscere poi in un gentiluomo, come Fergola, un vile assassino, e consegnarlo al furore de' bunachi Messinesi perché si difendeva, non fa certo il proprio elogio! L'intiera Europa civile non ritenne Fergola qual vile assassino, ma giudicò diversamente.
Il Generale Fergola mandò a' Consoli esteri quella lettera di Cialdini; e costui, che non temette né i contemporanei, né la Storia, stampò quella lettera, e per mezzo de' traditori fece spargerla nella guarnigione della Cittadella.
Si fece di tutto per fare uccidere il Maresciallo Fergola, il Tenente-colonnello Patrizio Guillamat e il tenente Gaeta; i congiurati furono arrestati, erano i Capitani Milano e Messina; ed è questo un altro mezzo morale de' rigeneratori. Ma non si riuscì, perché quel Generale e quegli uffiziali erano sinceramente amati da tutti i loro dipendenti. Fergola scrisse a' suddetti Consoli avvisandoli di porsi in salvo, dappoichè egli era costretto rispondere alle offese del nemico, e pregavali di abbandonare la Città in 24 ore.
I Consoli vollero una dilazione; Fergola rispose loro che condiscenderebbe volentieri, purché il nemico non facesse fuoco contro la Cittadella; Cialdini si negò.
Il tenente-colonnello Guillamat, il più attivo ed operoso tra tutti i fedeli uffiziali della Cittadella,
per supplire al lungo tiro de' cannoni rigati che non avea, prese quattro colobrine da 24, le collocò in batteria dando loro una elevazione di 42 gradi; ed usò le spolette tolte alle bombe, che inumidite, duravano per 45 secondi: e così i proiettili oltrepassavano più della metà il tiro ordinario.
Cialdini dal canto suo facea costruire batterie dentro Messina, e pretendea che Fergola si astenesse di controbatterle! Tra Fergola e Cialdini vi fu uno scambio di lettere. Costui alle ragioni di quello rispose con un poco di pacatezza, e di gentilezza. Ergeva pure altre batterie al Noviziato ed a Montesanto. La Cittadella aperse il fuoco alle 2 pomeridiane dell'otto marzo al suono dell'inno borbonico. Ma visto che non tutti i proiettili giungevano al segno, si proseguì a far fuoco co' cannoni di più lunga portata. Montesanto e il Noviziato soffersero gravi danni e quest'ultimo prese fuoco. A sera i colpi della Cittadella si rallentarono, perché i vecchi affusti si erano già danneggiati, e senza speranza di potersi rifare. Le casematte delle opere esterne già crepolavano, onde fu necessità non usare più i mortai. Contro Messina non si fece fuoco, essendo vano molestare gl'innocenti, maggiormente che la Cittadella lottava per esaltare soltanto l'onor militare.
Il 12 marzo, Cialdini smascherò tutte le sue batterie: avea, oltre i mortai, circa cento cannoni rigati di grosso calibro, cui non si potea controbattere perché fuori tiro. A quell'attacco fu prodigio che le polveri della Cittadella non iscoppiassero tutte, e riversando in parte il fabbricato di questa sopra Messina! Diverse piccole polveriere presero fuoco e già minacciava saltare in aria anche la gran riserva della polvere. I soldati smorzavano gl'incendii, e non bastando le pompe, recavano l'acqua a mano. Il forte D. Blasco fu abbandonato perché era mezzo distrutto. Tutta la Cittadella era avvolta di fumo e di fiamme, in poche ore eranvi state lanciate migliaia di proiettili.
Circa le ore 6 pomeridiane di quel giorno 12, gli assediati issarono bandiera bianca, e dopo mezz'ora il fuoco nemico rallentò. Chiesta tregua per ismorzare gli incendii, ed estrarre i soldati interrati sotto le macerie, Cialdini rispose al generale de Martino: «No, rendetevi a discrezione o seguito. Il fuoco distruttore v'investe; non potete altro, rendetevi a discrezione.»
Radunatosi il consiglio di difesa, e considerando che l'onor militare era salvo, e che sarebbe ormai dannosa ed inutile ogni ulteriore difesa, consigliò quindi cedere e cedette.
Cialdini dettò la capitolazione, la quale nell'ultimo articolo dicea: «La roba e le persone saranno rispettate sotto la guardia della bandiera di Vittorio Emmanuele.» Intanto tollerò che si depredassero e saccheggiassero diversi alloggi delle famiglie de' militari.
Il Generale Fergola diede alla guarnigione della Città il seguente ordine del giorno: «Soldati! Addio, la sventura ci divide; fede e lealtà fu la nostra divisa, resti eterna, scolpiamola ne' cuori; essa ne unisce indissolubilmente al nostro infelice ed eroico Sovrano.
Il mattino seguente, Cialdini si recò in mezzo a' vinti, per meglio godere del suo trionfo, e, inconseguente a sè stesso, non tenendo conto dell'ultimo articolo della Capitolazione da lui dettata, volle che si recasse a sè innanzi il capo dello Stato maggiore tenente-colonnello Patrizio Guillamat, appena vedutolo, a modo poliziesco gl'intimò l'arresto. Costui volea consegnargli la spada, Cialdini la respinse dicendo: la sua spada non merita l'onore che io la tocchi. Dovea dire l'onore ecc.
Cialdini, cinto di un esercito, insultava il fedele e prode uffiziale, e dichiarava disonorata la spada di costui, perché fedele al suo sovrano, e che da prode ed intelligente avea diretta la difesa! Ma son cose che non hanno riscontro alcuno nella storia de' popoli civili: era riservato ad un Generale piemontese invertire il senso materiale e morale d'ogni nobile guerresca usanza.
Cialdini ordinò l'arresto di altri quattro uffiziali, cioè di Brath, Gaeta, Cavaliere e Gulli, perché più distinti per intelligenza e decisa bravura. Tutti furono messi in secreta, e lasciati digiuni: ed è anche questo un uso de' governanti piemontesi: disgraziatamente, io lo provai...!
Gulli era stato arrestato per isbaglio, fu messo in libertà, ed in sua vece fu messo in secreta Falduti.
Si accusavano que' cinque uffiziali, e principalmente Guillamat e Gaeta, aiutante di campo di Fergola, di avere coartata la volontà di costui a non cedere. Gli accusati fecero intendere, non essere nel consiglio di difesa, ma se vi fossero stati, avrebbero consigliato sempre di cedere secondo le Ordinanze di Piazza, cioè agli estremi, essendo questo l'obbligo di un militare onorato. Gli uffiziali detenuti furono vilmente insultati dalla canaglia accorsa da Messina, e da alcuni vili uffiziali napoletani disertori. Più di tutti si distinse l'uffiziale Salvatore Grasso del 5° di linea; dicendo pure parole triviali contro Francesco II; e così credeva ingraziarsi i novelli padroni.
I cinque detenuti furono gentilmente visitati da parecchi uffiziali piemontesi, e tra gli altri dal maggiore Bianchi e dal generale Chiabrera; intanto essi si aspettavano da un momento all'altro di esser fucilati, e tranquilli attendevano la loro sorte.
Si riunì il Consiglio di guerra per giudicare i cinque uffiziali, e il 21 marzo fu deciso non esservi luogo a giudizio. Meno male! Se avessero condannato quegli onorati e valorosi militari, fucilandoli, si sarebbe detto che quello era un atto di giustizia de' rigeneratori dell'ordine morale!Mentre la guarnigione della Cittadella s'imbarcava per Napoli, il 15 marzo arrivava una nave francese, con un uffiziale generale di Francesco II, che recava l'ordine di cedere la Cittadella. Quel Sovrano in esilio pensava all'avvenire de' suoi fedeli. Esso, in Roma, per mezzo dell'Ambasciatore francese, avea ottenuto che i patti della Capitolazione di Gaeta valessero pure pe' difensori della Cittadella di Messina. Intanto Cialdini tenne captivi, e sotto giudizio sino al 21 i cinque uffiziali, e forse li avrebbe sommariamente fucilati, se il Re Francesco non avessi ottenuti que' patti, i quali valsero a porre in salvo anche gl'impiegati civili rifugiati nella Cittadella.
Resisteva ancora Civitella del Tronto, ove sventolava la bandiera delle Due Sicilie. Quella Piazza potea sostenersi a lungo, come si sostenne con pochi veterani a' tempi dell'ultima invasione francese, comandandovi il maggiore Wade; ma erano avvenuti altri cambiamenti. Il colonnello Giovene, comandante di Civitella, che si era condotto tanto bene, intesa la capitolazione di Gaeta, conchiuse patti onorevoli col nemico: patti che il presidio di truppa interrogato sotto le armi, unanime accolse. Però la notte del 15 al 16 Febbraio fra Leonardo da Campotosto, ebbe la cattiva idea di credere non esser vera la resa di Gaeta e subillò quindi prolungare la resistenza.
Giovene ebbe scienza che, presa una volta la fortezza, sarebbe fucilato, ed intanto la sua famiglia a Napoli resterebbe in ostaggio. Essendo uomo di onore pensò presentarsi al nemico, con parte della guarnigione e dar conto dell'impegno contratto. Dal campo degli assedianti scrisse al tenentecolonnello Ascione, che restava nella Piazza, avvertendolo, che la guarnigione di Civitella sarebbe stata dal nemico considerata fuori legge, e lo consigliava quindi a cedere. Questa lettera era accompagnata da un'altra del generala Pinelli, il quale, al solito, minacciava devastazioni, ruine e fucilazioni se la guarnigione non si fosse resa a discrezione. Ascione e Salines aderirono per la resa, ma gli altri uffiziali si opponevano, e principalmente Santomarino che avea preso il comando di Civitella. Anche i soldati, e i paesani reazionarii abborrivano di arrendersi, e sospettosi dormivano sopra le batterie.
Quella Piazza respinse parecchi altri assalti con grave perdita degli assedianti.
Re Francesco, da Roma, per mezzo del generale Giovambattista della Rocca accompagnato da uno uffiziale francese, mandò l'ordine di cedere Civitella del Tronto avendo ottenuto che i patti della Capitolazione di Gaeta valessero pure per la guarnigione di quella Piazza. Sorsero allora diversi pareri; alcuni attaccavano come falso l'ordine sovrano, e i paesani si opposero alla resa. Intanto, la sera del 20 marzo, mentre i soldati stavano divisi per la case, Ascione, che temea di essere ucciso, occultamente scalò le mura, fece aprire porta di Napoli ed introdusse nella Piazza i Piemontesi comandati dal generale Mezzacapo uffiziale disertore dell'esercito napoletano sin dal 1848 e successore di Pinelli. Mezzacapo appena entrato cominciò a fucilare senza neppure le forme de' giudizii sommari. Prese trentadue militari e li arrestò, e molti paesani che aveano consigliata e sostenuta la difesa della fortezza. I primi ad essere fucilati furono Massinelli e Supino perché denunziati da Ascione.
Fu arrestato Santomarino che avea funzionato da comandante della Piazza, e ricevette insulti e trapazzi indicibili; si arrivò persino a strappare le vesti e gli orecchini alle sue figliuolette. Fu condannato a morte assieme ad altri militari, e per intercessione dell'uffiziale francese, non fu immediatamente fucilato, ma invece ebbe commutata la pena in 24 anni di ferri. Condotto a Savona, ove cercò di fuggire, fu trucidato; e lasciò giovine moglie e cinque infelici orfanelli!
I Piemontesi non si davano pace perché non trovavano nella Piazza frate Leonardo Zilli da Campotosto, il subillatore, de' minori Osservanti; avendo però promessa la vita ad alcuni artiglieri costoro designarono un forno ov'era ascoso il povero frate; preso, già s'intende, fu fucilato immediatamente! Mezzacapo telegrafò che Civitella si era arresa dopo quattro giorni di combattimento, indi disse che l'avea avuta per dedizione: doppia spudorata menzogna!
Il colonnello Giovene, che si era fatto onore con la sua condotta militare, fu accusato ingiustamente di reazionario, quindi arrestato e mandato a Torino a piedi e co' polsini di ferro come l'ultimo de' malfattori, e tenuto in carcere fino al 17 gennaio 1862. Le patite sciagure sono pertanto una gloria per esso, e né si obblia la bella condotta militare da lui serbata.
Ecco qual conto facevano i piemontesi delle capitolazioni, e come trattavano gli onorati e valorosi militari napoletani: e quanti di questi li vediamo anche oggi stendere la mano e chiedere la elemosina! Qualche lettore un poco liberale, dirà: ma furono però ben trattati i militari patrioti che aiutarono la causa nazionale, e quelli che cooperarono in tutti i modi alla caduta de' Borboni, insomma, per chiamarli col loro nome, tutti i disertori e i traditori: niente affatto. In effetti tutti gli uffiziali traditori tenendosi poco compensati dal Ministero italiano, in marzo 1861 ricorsero al Parlamento, e in un Memorandum svelarono tutti i tradimenti e le iniquità che aveano perpetrate a danno del Re e del trono di Napoli. Il Ministero, tra le altre accuse che lanciò contro gli uffiziali disertori e traditori, disse: «Che non essendovi esercito in Napoli, il Piemonte non volea unire il suo col residuo di quello, ma ingrandirlo, che però chi vuole entrarvi deve accettare le condizioni. Che avendosi a scegliere credonsi migliori gli uffiziali di Capua e Gaeta, che quelli rimasti in Napoli, i quali MANCANDO AL GIURAMENTO, si erano col mantello della patria tenuti al sicuro, lontani dalla guerra.Il Ministero italiano rese giustizia agli uffiziali di Capua e di Gaeta con questa dichiarazione, ma lo fece per umiliare e sconfessare i vili e i traditori, in risultato poi li lasciò nell'abbandono, mostrandosi al disotto d'ogni tiranno, perché ha condannato alla miseria ed alla fame tanti onorati e valorosi militari.
A causa del Memorandum degli uffiziali disertori e traditori, in dicembre 1861, nel Parlamento avvenne scandalo. Il deputato Nicotera attestò che avea avuta promessa dal Comitato di Potenza che gli uffiziali patrioti avrebbero avuto maggiore stipendio. Al contrario il Generale Gugia osservò che gli uffiziali disertori e traditori eransi promossi da sè sino a tre gradi di più di quello che aveano. Il deputato relatore provò che i reclamanti si erano tenuti lontani da' rischi della guerra. I deputati indegnati ed inorriditi dell'impudenza de' traditori, e della cinica ingratitudine di chi dovea difenderli e retribuirli, invece di deliberare, lasciarono i seggi ed andarono via. E quei Giuda invano chiesero i trenta danari, e buona parte restarono svergognati e miserabili. L'Europa però conobbe come fu detronizzato Francesco II.
Il Reame di Napoli non cadde per armi garibaldine o piemontesi, ma per arti settarie aiutate dalla fredda vendetta del nefasto Napoleone III. I Borboni di Napoli caddero non per quello che ad essi s'incolpa, cioè il mal governo e la tirannide; ma caddero perché non punirono i traditori, e non seppero premiare, e secondare gli sforzi degli uomini devoti e fedeli alla dinastia. I settarii vendettero Ferdinando IV di Borbone a Bonaparte, perdonati e carezzati nel 1815, prepararono la rivoluzione
militare del 1820. I disertori e traditori riuniti a Monteforte dettarono la legge al Sovrano. Al 1821 invece di essere puniti per tutto quello che aveano fatto l'anno precedente, furono perdonati: e Ferdinando II al 1830 li chiamò all'esercito ed al potere. Parte di essi prepararono la rivoluzione del 1848, non riuscita, furono perdonati. Proseguirono a congiurare per preparare l'altra rivoluzione del 1860, che loro riuscì maravigliosamente, perché aiutati da governi esteri, e principalmente dal crimine coronato.
Qual bene ci han recato le rivoluzioni dal 1789 sin'oggi? Leggendo gli avvenimenti di questo terribile periodo storico che abbraccia 86 anni, la mente resta sbalordita ed atterrita dal sangue sparso a fiumi, da tradimenti inauditi, da città saccheggiate ed arse, da regni debellati, ammiseriti, e ridotti nel più degradante servaggio, da carneficine degne di cannibali, da tributi imposti che assorbono tutta la ricchezza del suolo e la fatica del popolo, e finalmente dalla miseria sempre crescente, causa della depravazione popolare, e da uno stato precario che, arrestando il commercio, lascia in forse la pace, e minaccia ogni momento lo scoppio di una guerra europea!
Si dice da alcuni che le rivoluzioni han recato del bene; ciò è assolutamente falso. Tutto quello che i popoli hanno acquistato dal 1789 in poi, non è una conseguenza delle rivoluzioni, o de' governi detti liberali, ma la conseguenza del naturale progresso dei tempi. Leggete il primo libro della storia d'Italia dal 1789 al 1814 del liberalissimo Carlo Botta, e troverete che tutti i Principi d'Italia, sin dal cominciare del secolo passato, si erano messi sulla via del vero progresso, e su quella delle necessarie riforme che i tempi richiedeano; ed a capo di tutti Carlo III di Borbone sin dal 1734.
Io non son partigiano di alcuna forma di governo, ma solamente del vero benessere de' popoli, e dell'illimitato rispetto alla religione de' padri nostri, cioè alla Cattolica apostolica romana. Giovanetto mi aveano fatto credere che la rivoluzione contro la monarchia era il sana totum delle piaghe sociali: e siccome non mancano mai i sovvertitori della morale e de' buoni principii della gioventù, costoro mi fecero leggere gli storici italiani e francesi, specialmente Botta, Colletta e Thiers; e per esaltarmi la fantasia, mi posero fra le mani Y assedio di Firenze del Guerrazzi. Quegli autori alla prima lettura m'infiammarono di ardore liberalesco; ma avendoli riletti con più attenzione e riflessione, cominciai a scoprire la parte debole e velenosa.
Non trovavo in quelle storie alcun bene reale arrecato a' popoli dalle lodate rivoluzioni; al contrario ad ogni pagina m'imbattevo in fatti atrocissimi perpetrati da' rivoluzionarii, nel tempo stesso che si proclamavano progressisti ed umanitarii. Costoro predicavano libertà e la voleano per essi solamente; pel popolo, che diceano redento e sovrano, decretavano stati di assedio, giudizii sommari e carneficine. Predicavano eguaglianza, e formavano della caste in apparenza democratiche, in realtà peggio di quelle del Medio-Evo, già distrutte dagli stessi Monarchi. Proclamavano indipendenza e s'inchinavano allo straniero, dandogli dominio di spogliare la patria delle sue ricchezze, de' suoi capolavori d'arte, e manomettere la religione e il Sommo Pontefice ch'è la vera gloria d'Italia.
Infine predicavano il benessere e la felicità de' popoli, e li riducevano in uno stato di continua angoscia e desolante miseria. Quegli autori citati di sopra, mentre innalzavano alle stelle il principio rivoluzionario, sono costretti a raccontare tutti gl'infiniti e terribili mali che da esso principio conseguitano: neanche resta risparmiata la libertà del pensiero! I governi rivoluzionarii ci scaraventano da progressisti la istruzione obbligatoria, imponendo alla gioventù di apprendere ciò che emana da massime inique e perverse, che le indurisce il cuore a nobili ed umani sentimenti; e dagli scandali e da' vizii, passa alle colpe, al suicidio! Sotto il potere rivoluzionario non esiste più famiglia, il governo assorbe tutto. I genitori dopo che han cresciuto con tanto amore e tante cure i figli, appena costoro possono essere di qualche sollievo, debbono inesorabilmente divenir soldati. La stessa Chiesa è privata de' suoi Leviti! Il proprietario non è più padrone delle sue sostanze, ma diviene un fittaiuolo del governo. Il negoziante oltre di essere tassato in tutte le sue operazioni commerciali, è vessato da una molesta ed illogica burocrazia. Col trovato della ricchezza mobile, si tassa pure l'artigiano, la intelligenza e le fatiche dello scienziato e dell'uomo di lettere. A tutti questi mali aggiungasi che non vi è sicurezza pubblica, ma continui affanni di un avvenire peggiore, lotte ed anarchia...! Per la qual cosa conchiudo con ripetere le celebre sentenza del liberale Montesquieu: cioè
Che fece a Roma più danno una notte di repubblica degenerata in anarchia, che tre secoli d'impero degenerato in tirannide.
Il gran fatto è compiuto; il Carnevale d'Italia è già finito; la pioggia di cenere caduta sul nostro capo è stata molta e scottante; tutto ha consumato anche il dolore! Invano ci han lasciato gli occhi, la sorgente delle lagrime è oramai esausta. Ohime! chi l'avrebbe mai detto tre lustri addietro che ci avrebbero anche tolto il conforto degl'infelici?
Che ci resta a temere? Nulla. Che resta a sperare? Tutto. Oh! la speranza.... non è dessa la cortigiana della vita, né i popoli possono morire con la morte degl'individui, come fantasticò uno scettico moderno ne' suoi delirii rivoluzionarii. Oh! la speranza.... è dessa la prima che al fonte battesimale sorride a' genitori pel figlio; è dessa che ci dà l'estremo amplesso sul letto di morte per attenderci al di là della tomba. Non temete: la vita de' popoli è immortale. Quel Dio che atterra e suscita - che affanna e che consola; quel Dio che rivolse uno sguardo di compassione super flumina Babylonis; Colui che fingeva dormire nella mistica navicella quando infuriava la tempesta, che rimproverò a' pusillanimi e agli uomini di poca fede il temuto naufragio, o è svegliato o tosto si sveglierà, e dirà anche a voi: modica fidei quare dubitasti? Rivolgetevi ad occidente, ibi veniet redentio vestraAddio lettori...! io mi distacco da voi non senza pena. Perdonatemi, ve ne supplico, se vi avessi annoiato o scandalezzato in qualche cosa: credetemi, non era questo il mio scopo. Debbo però dirvi, che i principii miei non li sottometto ad alcuna potenza umana; ma riverente mi prostro nella polvere, e mi sottometto in tutto all'infallibile giudizio della Chiesa cattolica apostolica romana, fuori la quale non vi è salvezza. Una preghiera vi porgo pria di lasciarvi, e son sicuro che sarà bene accolta:
colui che ve la dirige ha già canuti i suoi capelli, non dagli anni ma dalle sofferte sventure. Io vi supplico, dunque, miei cari lettori, di conservare e trasfondere nei vostri figli o dipendenti le buone tradizioni delle vostre famiglie. Soccorrete, difendete, amate la Cattedra del Sommo Piero, l'unico bene che ci resta in tanti mali: vi assicuro che di ciò non vi pentirete giammai, anzi sarà di gran conforto nelle vostre ore estreme. In quanto a me nulla chiedo dagli uomini, ma spero dal misericordiosissimo Iddio, che mi faccia vedere pria di morire felice la nostra cara patria, e l'immancabile trionfo della Chiesa Cattolica.

FINE
 
(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).



giovedì 6 settembre 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 43°): Situazione del Regno sotto la luogotenenza destituzione di Farini la reazione nelle provincie

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Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812Quarto, 1º agosto 1866)
 
 
 
 
Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.




Il nostro lavoro già si avvicina alla fine, altro non ci resta che raccontare gli ultimi avvenimenti di Gaeta che sono i più pietosi, i più sconfortanti, i più terribili, e ne' quali si denuda da una parte l'umana nequizia, dall'altra parte la fede, il coraggio, l'abnegazione e la carità più sublime.
Napoleone III, che oggi l'Europa chiama il crimine coronato, il codardo vinto a Sedan, già si toglie la maschera di protettore di Re Francesco II, e fa vedere la sua laida faccia di settario e traditore. Egli, abusando di quella potenza che gli dava la nobile Francia, scese alla viltà d'ingannare e tradire il debole, la virtù sventurata! Ma vi è un Dio: e se l'insipiente disse nel suo cuore non esservi, fu perché avea il cuore corrotto, però la mente l'obbliga a riconoscerlo nelle sue stesse opere, dappoichè i cieli narrano la sua gloria. Napoleone III che si rideva della virtù e di Dio li riconobbe in sè nella sua terribile punizione; quando vilmente dovette depositare la spada e la corona, bruttate da delitti e da sangue, a piè del Re di Prussia: ed è da supporsi ch'egli abbia in quel momento esclamato con Giuliano apostata: hai vinto Galileo... !
Napoleone, che simulava la parte di protettore, avea isolato Francesco II da' suoi naturali amici ed alleati; e così, vedendolo privo d'ogni umano soccorso, gl'impose l'armistizio da durare appunto quanto occorresse a montar nuove batterie ostili, abbandonandolo quindi per farlo seppellire sotto le fumanti ruine di Gaeta!
La mattina del 19 gennaio, vennero a Gaeta per mare, il generale Menabrea, e il colonnello Piola ad intimare la resa della Piazza, promettendo uscita libera al Re e alla Regina, offerendo onori di guerra alla guarnigione, soldo e riconoscimento di gradi a tutti gli uffiziali: ebbero negativa; insistettero, ed ebbero un secondo rifiuto.
La sera di quello stesso giorno 19 gennaio, la flotta francese abbandonò Gaeta. Il Re, sempre clemente e pietoso, lasciò libero agli uffiziali e soldati di andarsene alle loro case: tutti rimasero, solamente partirono tre uffiziali e centotrenta soldati, i quali, per l'affranta salute, piangendo lasciarono Gaeta.
Gaeta era già chiusa da terra e da mare: eravamo sopra un nudo scoglio separati dal consorzio degli altri uomini; abbandonati alla ferocia di un nemico che ci rinfacciava l'onor militare, l'abnegazione, la bravura; e di più ci minacciava castighi esemplari!
I giornali, così detti liberali del Regno, pubblicavano in que' tempi contumelie contro i difensori di Gaeta, e contro il Re, dichiarandolo reo di lesa umanità, ed anche stolto lo proclamarono. E voi che cosa eravate e siete, scribacchini da un soldo?! voi che chiamavate stolto un giovine e valoroso Sovrano che salva l'onore di quella patria che avete venduta e rinnegata? Andate, con voi è tempo perduto il ragionare: voi scambiando il senso alle parole, chiamate virtù il vizio e vizio la virtù; voi siete i veri dannati di Dante, quelli che hanno perduto il ben dell'intelletto.Poco prima che la flotta francese partisse, molti Sovrani aveano dichiarato che non avrebbero riconosciuto il blocco di Gaeta; ma Napoleone III, con la sua temuta influenza, soffogava tutte le buone risoluzioni a favore di Francesco II. Persano, detto allora l'eroe di Ancona, oggi il vinto di Lissa, il padrone delle acque, sapendo che Napoleone era tutto pel Piemonte, il 20 dichiarò il blocco e l'annunziò al Governatore di Gaeta. Questo risposegli che il blocco non era legale, perché non vi era stata dichiarazione di guerra: del resto, soggiungeva, poichè avete aggredito il Reame con tanti mezzi d'iniquità, poco importa una illegalità in più.
Napoleone, il 17 gennaio, avea fatta pubblicare nel Moniteur, che la flotta lasciava Gaeta per ragione del non intervento, e per evitare la effusione del sangue. Cioè per farla meglio bombardare anche da mare!
Ma, qui gladio ferit glaudio perit: il non intervento, ch'egli proclamava sì alto nel 1860, dopo 10 anni servì contro di lui a farlo rotolare dal più possente trono del mondo nella più degradante abbiettezza. Ed egli ancor vivente vide i suoi protetti e le sue creature rendere a' suoi carceriere, agli stessi nemici della Francia!
Partita la flotta francese, finito l'armistizio, si aspettava da un momento all'altro il principio della gran lotta, nella quale tante umane creature doveano essere mutilate e distrutte!
Quella tregua si protrasse fino alla mattina del 22. Sulle ore otto antimeridiane di quel giorno, la batteria Regina trasse il primo colpo, e tutte le altre batterie di fronte di terra seguirono l'esempio, tirando su quelle avverse del colle de' Cappuccini, e colle Lombone; e siccome quelle batterie erano le più vicine alla Piazza, questa le ridusse al silenzio per più ore. Invece quelle del colle Tartano traevano alla sicura, perché i nostri proiettili non giungevano fino a quel Colle.
Tutti i proiettili che lanciavano i Piemontesi cadeano dentro Gaeta, ad eccezione di quelli che scoppiavano in aria, ed arrecavano più o meno danni; al contrario, quelli che lanciavano le nostre batterie, soltanto una quarta parte giungevano al segno, ed anche giungendo non arrecavano a' nemici che poco danno perché privi di velocità e di forza.
Alle 11 antimeridiane, tutte le batterie del nemico traevano colpi disperati contro Gaeta, e gli assediati rispondevano energicamente. Gaeta era avvolta in un turbine di fumo e di fiamme, non si vedeva, non si sentiva più cosa alcuna, se non lo scoppio de'proiettili nemici, e il rombo de' nostri cannoni, che formavano un frastuono continuo, lugubre e terribile. Le case riunivano ed ardevano, le strade erano impraticabili per le macerie e per lo scoppio de' proiettili nemici.
Il Re, il conte di Trani e quello di Caserta dirigevano il fuoco sopra le batterie. La Regina Maria Sofia, montata a cavallo, accompagnata dal generale conte di Ruffano ed altri, correva ovunque in cerca di feriti e di sofferenti, e a tutti arrecava soccorsi e consolazioni.
Mentre eravamo in questo stato tristissimo ed indescrivibile, ecco Persano che si accosta alla Piazza con undici legni tra fregate e cannoniere, la maggior parte napoletane, per darci uno spettacolo terribile in apparenza, innocuo in realtà. L'eroe di Ancona, con tutte quelle navi da guerra, si fermò fuori tiro e cominciò a scagliare delle cannonate alla direzione della batterie Guastaferri e S. Maria; ma nessun proiettile vi giungeva, tutti cadevano nel mare da 100 a 150 metri lontani. Allora i marinari cannonieri napoletani saliti sopra i parapetti fischiarono que' della flotta Sarda. Parecchi di que' marinari affettavano posizioni indecenti e grottesche.
Dopo circa tre ore che Persano cannoneggiava inutilmente, dapoichè tutti i proiettili che intendea regalarci cadeano nel mare, e molti scoppiavano anche sott'acqua, una nave Sarda, la Conferenza, osò accostarsi a tiro, forse per castigare gl'insulti che faceano alla flotta i cannonieri napoletani, ma subito percossa dalla batteria Guastaferri, era per affondare, onde soccorsa d'altre navi, queste vennero a tiro de' nostri cannoni.
Quelle navi, presente il Re e la Regina, ebbero tali danni che furono costrette a voltare non più verso Mola, ma dalla parte dell'isola di Ponza per iscansare i colpi delle altre batterie. Quelle bravate dell'eroe di Ancona misero il buonumore e l'allegria ne' difensori della Piazza, che fu accresciuta dalla vista di moltissimi grossi pesci, che stavano a galla morti sotto le batterie. I soldati scesero immediatamente al mare e ne raccolsero una gran quantità. Que' pesci, com'è da supporsi, erano stati uccisi da' proiettili scoppiati sottacqua. E così il grande Ammiraglio Persano, invece di far la guerra a' fratelli meridionali, la fece a' muti abitatori delle onde. Tal circostanza ci fornì di un ottimo cibo desiderato in quei tempi di tante privazioni.
Il ripetuto eroe di Ancona, che avea detto: Gaeta cadrà come Gerico al rombo dei miei cannoni, per iscusare i soliti insuccessi piemontesi, disse poi che quella Piazza, dalla parte di mare, era meglio fortificata di Cronstadt. E volete una prova che Persano sia rimasto umiliato sotto Gaeta? egli tanto loquace e bugiardo nel raccontare nel suo Diario le bravate di Ancona, del Garigliano e di Mola, neppure fa cenno de' suoi insuccessi del 22 gennaio e degli altri giorni dell'assedio e del blocco di Gaeta!
Però ben altro avveniva al fronte di terra. Le sedici batterie nemiche vomitavano ferro e fuoco sopra Gaeta; le nostre rispondevano con uguale energia, ma con cannoni antichi, i di cui proiettili giungevano solamente a percuotere tre in quattro batterie del nemico: i soli pochi cannoni rigati rispondeano alle altre batterie e non a tutte. In effetti quella batteria che dirigeva Cialdini in Castellone montata di cannoni detti cavalli, restava immune da' colpi della Piazza perché lontana 4700 metri!
Una granata partita dalla Cortina S. Andrea ruppe sulle batterie de' Cappuccini, e diede fuoco alle munizioni del nemico arrecandogli non lievi danni.
Quel giorno 22 gennaio, che fu uno de' tre più terribili giorni di bombardamento che sostenne Gaeta, non avvennero scoppii di polveriere. Quel giorno la Piazza scagliò 10679 proiettili, il nemico ne scagliò circa la metà di più, e non caddero in Gaeta che quelli solamente che scoppiarono in aria. Le batterie soffersero poco, la città moltissimo. Le strade erano ingombre di macerie, ed in molte non poteasi transitare in alcun modo. Le fortificazioni del fronte di mare, grazie a Persano, rimasero incolumi.
Degli assediati morirono dieci soldati, e il maggiore Solimene che spirò all'Ospedale di Torrionfrancese mentre gli si amputava un braccio. Furono feriti centododici soldati, e tre uffiziali, cioè Taragioli, de Filippis e Bonocuore.
La fregata a vela Partenope, ancorata nel porto ebbe qualche danno da' proiettili lanciati dalle batterie di Castellone. Il piroscafo Etna si affondò a metà, ed altri piccoli legnii della Dogana. La notte quando il nemico proseguiva a bombardare con la stessa furia del giorno, i soldati posero un poco a galla Y Etna e gli altri legni doganali.
La mattina del 23, le batterie nemiche, che aveano sofferto, sospesero il fuoco per riparare i danni; si tirava contro la Piazza da Castellone, d'onde ci mandavano quelle Charaphenel di un calibro straordinariamente grande.
La notte era meno fatale agli assediati, potendosi in parte scansare i proiettili, perché si vedevano venire con le micce accese: ma le Charaphenel, come ho detto, non si vedevano venire, si sentiva l'orribile fischio e scoppiavano immediatamente.
A tanti mali che ci circondavano, si aggiunse il tifo; dopo il 22 gennaio vi fu qualche giorno che perirono cento e più soldati di quel morbo. Il Re e la Regina, sprezzando il contagio, come sprezzavano le bombe, esponendosi a tutti i pericoli, visitavano gl'infermi degli ospedali.
Dopochè i Sardi, ripararono i danni alle batteria vicine la Piazza, cominciarono a far fuoco contro di noi senza interruzione, il giorno e la notte: essi sentivano rumoreggiare la reazione dietro le loro spalle, raddoppiavano gli sforzi per far capitolare Gaeta, sperando che il Regno si acquietasse, e la gente venisse ad ubbidienza dopo la partenza di Francesco II.
Dal 22 gennaio sino al 13 febbraio (meno due giorni) Gaeta fu bombardata continuamente. Io ora mi maraviglio come avessimo potuto mangiare, dormire e vivere in quelle 23 giornate e nottate d'inferno! Nelle città sopra le batterie, ed in tutta la penisola di Gaeta, si camminava sopra le schegge di bombe, granate e Charaphenel.
Cosa incredibile, ma vera; eravamo in carnevale, ad onta di tanti danni ed infiniti pericoli, i soldati non vollero tralasciare di sollazzarsi, e molti si vestirono in maschera. Era cosa veramente che facea ridere, vedere parecchi marinari cannonieri vestiti con acconciature strane ed allusive, stare sulle batterie e far fuoco contro il nemico. Spesso lasciavano i cannoni e passeggiavano sopra i parapetti per meglio farsi vedere da' Piemontesi, ai quali faceano tante smorfie; e quando qualche proiettile scoppiava in aria o cadeva fuori la Piazza, cominciavano a fischiare da non finirla più. Si giuocava con la morte! I superiori e il Re tolleravano quelle buffonate per mantenere il buonumore della Piazza, e perché raddoppiavano l'energia de' soldati. Io vidi de' feriti vestiti in maschera condotti all'ospedale d'altri vestiti dallo stesso modo, che facevano ridere anche un Democrito.
Veniva di tratta in tratto in Gaeta un piroscafo spagnuolo con dispacci diretti al Ministro di Spagna. Persano non lo fece più passare a causa del blocco. Al contrario un altro piroscafo francese mercantile lo Sphynx, col favor delle tenebre, eludendo i guardiani del blocco, entrò pel porto di Gaeta, e sbarcò vettovaglie.
Simili soccorsi recavano alcune barche che venivano da Napoli, da Castellammare e da Ischia. Quelle barche ci portavano de' viveri freschi, esponendosi a mille pericoli; rifacendo poi la via a dispetto della sorveglianzadell'eroe Persano.
Il 27 gennaio giunse un legno francese. Fu fatto passare perché portava una lettera dal Ministro della Marina francese, con la quale annunziava al Governatore di Gaeta, che il Viceammiraglio Barbier teneva in Napoli il piroscafo la Muette per imbarcare il Re Francesco II, ove Costui con telegrafo il richiedesse; non però quel legno verrebbe da Napoli a Gaeta se non quando la bandiera fosse alzata per capitolare. Era questo un indiretto consiglio di cedere la Piazza; era una nuova pressione, sotto forma cortese, che si facea allo sventurato Sovrano! Napoleone, mentre impediva gli altri Sovrani di soccorrere il Re di Napoli, gridando non intervento, si era tolto a sè il monopolio di soccorrerlo solamente quando lo avesse condotto a que' termini che avea designato.
Il Re rispose che avea risoluto di sostenersi sino all'estremo, e dove avesse a capitolare avrebbe avvisato il Viceammiraglio Barbier col telegrafo.
Le navi della flotta sarda, che la maggior parte erano legni napoletani, la notte col favor delle tenebre si accostavano alla Piazza e lanciavano bombe, ma non fecero mai alcun danno, riportandone sempre la peggio.
Il 4 febbraio, a causa dello scoppio delle bombe nemiche, si accese molta paglia sotto la batteria Transilvania, era imminente il pericolo che le fiamme entrassero nella riserva delle munizioni. Un artigliere di nome Chiapparella, si fece legare con una fune, scese a metà del muro, e mentre smorzava l'incendio fu veduto da' Piemontesi del colle de' Cappuccini, che gli fecero un vivo fuoco addosso con palle piene e granata. Il Chiapparella, sprezzando quei colpi, smorzò l'incendio e fu tirato sano e salvo sopra la batteria.
La stessa sera una granata nemica sfondò la riserva della munizione della batteria Cappelletti, e diede fuoco a due cantaia di polvere. Lo scoppio rovesciò il muro, facendo una breccia di sei metri ed un cannone saltò in aria.
Lo scoppio più terribile avvenne il 5 febbraio alle quattro e mezzo pomeridiane alla Cortina S. Antonio. Quella Cortina è vicinissima alla porta di terra che dà su Montesecco, ed era la migliore costruita. Nella riserva erano quaranta cantaia di polvere, e quarantamila cartucce: tutto prese fuoco...! Lo scoppio fu tale che sembrò a tutti il totale esterminio della Piazza. Io in quel momento mi trovava a Torrionfrancese, e parlava col Comandante di quell'ospedale: ci urtammo corpo a corpo!
Lo sbalordimento fu per tutti orribile; conciosiachè ignoravamo la cagione di quel fragoroso scoppio. Un nembo fitto di fumo e di polvere coprì Gaeta, non più ci vedevamo; Torrionfrancese dista circa duecento metri dalla Cortina S. Antonio. Mentre eravamo tutti ansiosi di sapere qual disastro ci minacciava, giunse un ordi ne di accorrere sul luogo della catastrofe. Dio! quale spettacoloTutte le case del quartiere di porta di terra erano distrutte, erano un mucchio di ruine; non si sapea ove si fosse, ove si andasse in quella più che notte buia, rischiarata solamente ed orribilmente da' lampi dello scoppio delle bombe nemiche. Nondimeno ci avan zammo in quelle macerie ed in quelle tenebre, che bastava la sola polvere persoffo carci; e mentre andavamo a soccorrere gli altri, spesso dovevamo chiamare aiuto per essere soccorsi noi medesimi, o perché feriti dalle schegge dei proiettili nemici, o perché caduti in qualche profondità di quelle ruine. Finalmente giungemmo sul luogo del principale disastro. Qui la penna mi cade di mano a rammentare quella scena di desolazione impossibile a descriversi. Mezza Cortina S. Antonio disfatta, la vicina batteria della Cittadella già isolata, screpolata e vacillante minacciava cadere: le casematte cadute, e sotto queste schiacciate molte compagnie di soldati; e da quel mucchio di ruine, anzi sepolcri, uscivano pianti, lamenti, strida pietose e dispera teSotto quelle casematte ruinate si trovavano più di quattrocento soldati sepol ti, la maggior parte vivi, e sotto le case cadute più di cento innocui ed innocenti cit tadini, donne e fanciulli.
I principi reali, il Re e la Regina accorsero immediatamene sul luogo del disastro, e, dando essi i primi l'esempio; tutti cominciammo la non facile opera di dissotterrare le vittime. E mentre ci mettevamo a scavare e salvare da certissima morte quegl'infelici sotterrati, ecco il barbaro nemico convergere il fuoco di tutte le sue batterie sopra il luogo del disastro: e non contento di questo si avvicina anche la flotta e vomita su di noi ferro e fuoco. Un grido orribile d'indegnazione e maledizione rimbombò in quelle ruine, animando il nostro coraggio che era quello della disperazione. Gli artiglieri furibondi corsero alle batterie e con energia suprema rispondono a' colpi del nemico. Dio! che giorno! La flotta, sempre prudente, prese il largo. L'Ettore Fieramosca e il Fulminante percossi già legni napoletani furono lì lì per affondare.
Intanto le batterie di terra erano controbattute dalle nostre, ma non si poteano far tacere quelle fuori tiro, e fu necessario salvare parte degl'infelici sotterrati sotto una pioggia micidiale di proiettili. E mentre si salvava qualche soldato o cittadino sepolto sotto quelle ruine, cadeano spenti que' generosi accorsi per salvarli! Io vidi atti sublimi di coraggio e di abnegazione, che mi fecero dimenticare la ferocia del nemico, ed esclamai: l'uomo è veramente l'immagine del suo creatore!Quanti episodii teneri e dolorosi non accaddero in quel giorno di terribile rinomanza! Io vidi una giovane madre, la quale era uscita di casa pria che scoppiasse la polveriera; avea lasciati due fanciulletti, al ritorno non trovò più la casa, e neppure sapeaci designare il luogo ove si trovasse. Essa ruggiva come un'orsa ferita; frugava in quelle macerie, spiegando una forza erculea, una volontà inalterabile per trovare i suoi nati. Quella vista ci commosse, e l'aiutammo nelle sue ricerche. Si trovarono i due fanciulletti in un angolo di una cameretta, e sebbene il tetto fosse rovesciato, avea però lasciato libero quel luogo ove si erano rifugiati que' due angioletti. La madre quando vide i figli salvi, si slanciò su di essi con ansia estrema; li toccava, li frugava, rideva, piangeva, imprecava, benediceva! Lo stato della madre atterrì i figli, e noi fummo obbligati di strapparli a forza dalle sue braccia. Tutti credevamo che quella povera donna avesse perduto per sempre la ragione: ma no, dopo poche ore diede in un dirotto pianto, e ritornò quasi al suo stato normale. Quella furia del nemico durò per tutta la notte lanciando sempre proiettili sul luogo del disastro. La flotta non osò avvicinarsi. La notte di quel giorno si adoperò a dissotterrare cadaveri e feriti ad onta della ferocia di Cialdini.
Lo scoppio della Cortina di S. Antonio uccise 300 soldati, due uffiziali, i tenenti Guarriello e Troiano. Di quest'ultimo si trovò il torace attaccato ad un brandello del soprabito con dentro l'orologio.
L'infaticabile e valoroso vecchio Tenentegenerale Traversa, che avea sostenuto altri assedii in Gaeta, anch'egli restò sepolto sotto quelle macerie. La gloriosa e disgraziata fine di quel prode, è un ricordo di onore pe' difensori di Gaeta. Morirono inoltre presso a cento cittadini. Il tenentecolonnello Paolo de Sangro fu sbalzato in un luogo inaccessibile, e si disse che morì senza soccorso. Ma io sono stato assicurato in contrario dal Cappellano del 16° cacciatori, D. Domenico Gelormini, il quale assistette negli ultimi momenti quel militare prode e religiosissimo. Il Gelormini così si esprime in una sua lettera: «Basta dirvi che il de Sangro, nelle ultime ore della sua vita, si mostrò un vero martire cristiano: mi edificò quella sua ultima e scrupolosissima confessione. La sua tranquillità d'animo senza un minimo lamento, quel suo viso angelico, quelle sue parole di pace e di perdono che dicea agli astanti, da' quali era ammirato e compianto, saranno per me un salutare ricordo della mia vita.» Ecco, io soggiungo, come muore il soldato cattolico, con l'arma in pugno, senza odio e senza risentimento contro i nemici; e dopo di averli combattuti da valoroso, spira col perdono sulle labbra...!
Da quel terribile scoppio furono sbalzati nel mare sei cannoni e molti artiglieri: si aperse una lunga breccia anche sul mare, e non molto lungi dal Piano di Montesecco.
Il tenente di artiglieria Francesco Corsi si trovava sopra la batteria che andò per aria; un momento prima dello scoppio fu chiamato abbasso dall'uffiziale dello Stato Maggiore, Davide Winspeare per comunicargli un ordine; e mentre tutti e due parlavano sotto un archetto, avvenne la catastrofe, e per combinazione rimasero illesi. Quando il Re chiese conto al tenente Corsi degli uffiziali e soldati della distrutta batteria, costui, vergognandosi di essere rimasto in vita, mesto rispose: Sire, salvo.... io solo...! Il tenente Francesco Corsi è un ufficiale di sperimentato coraggio.
È tuttavia un mistero, per quelli che sono addentro alle segrete cose, la cagione vera dell'incendio della riserva di polvere e di cartucce. Si sospettò che quello scoppio non fosse stato accidentale, dappoichè si trovò tra' rottami un ordigno di corda a cilindro con polvere dentro. Il custode della polveriera, che dovea trovarsi sempre colà vicino al suo ufficio, nel momento dello scoppio stava lontano dal luogo del disastro. Taluno in Roma profetò il giorno dello scoppio della polveriera di Gaeta; e si vuole che per cause simili cadde la fortezza di Ancona. Il certo si è che l'Europa ritenne come un altro tradimento l'incendio della polveriera della Cortina S. Antonio; il ministro Casella, e lo stesso Re lo pubblicarono come tale.
Il 5 febbraio fu uno de' tre giorni di più accanito bombardamento, gli altri giorni furono l'8 gennaio e il 22 dello stesso mese; quel giorno però fu il più terribile.
La sera ritornata all'ospedale trovai un altro biglietto del generale Bosco, col quale m'invitava a nome del Re a recarmi sotto la casamatta regia per assistere il tenene-generale duca Riccardo de Sangro aiutante generale del Re, perché era attaccato dal tifo e moribondo. Per questo secondo invito lasciai senza dispiacere i feriti dell'Ospedale di Torrionfrancese, stantechè mi supplivano a maraviglia il Segretario Monsignor Silvestri, l'Uditore Monsignor Agnozzi, e il Nunzio Apostolico Monsignor Arcivescovo Giannelli.
Giunto alla casamatta regia trovai il buonissimo e nobile duca de Sangro in uno stato sconfortante. Nella cameretta ove giacea il moribondo vi era il servo di costui, e il capo chirurgo Gaeta; questi mi disse: l'opera mia è oramai inutile, lo lascio nelle vostre mani, e se ne andò.
La cameretta ove giacea il Duca era una casamatta divisa a piccole stanze con intavolature: la finestra, o sia troniera guardava Mola, il letto del moribondo avea la testa verso il sud, i piedi al nord; e quel letto occupava quasi la metà della stanza, nella quale vi erano tre sedie, una poltrona ed un piccolo tavolino.
Il duca comprendeva poco; io lo preparai alla meglio e gli somministrati la Estrema unzione. Un Monsignore si fece vedere nel corridoio senza entrare nella cameretta del moribondo; si trattava di tifo! fece di fuori l'ufficio del chierico, rispondendo amen ec. indi sparì. Anche il servo sparì pria della mezzanotte. Umane vicende! Al duca de Sangro, tanto amato da' figli, l'uomo che avea prodigato tanto bene, il signore tanto ricco di virtù e di averi, che mai rimanevagli delle umane affezioni e grandezze? un povero prete....! digiuno, affranto di fatiche, lacero, imbrattato di fango e di sangue, che ritornava allora dal dissotterrar feriti e cadaveri! Ma quel prete avea un cuore sensibile, e, sebbene indegno, avea però nell'anima sua il carattere indelebile ed il potere di metterlo sotto le grandi ali del perdono di Dio! E che potrebbe di più desiderare il cattolico moribondo? Oh! quante ascetiche e morali riflessioni io feci in quella notte.... Io servii il moribondo con affetto di figlio, e con quella poca ma verace carità sacerdotale che trovasi nel mio cuore.
Nelle prime ore della sera, il Re, accompagnato da Bosco, venne a visitare il duca de Sangro; ma se ne andò subito, perché un uffiziale di Stato maggiore gli comunicò una notizia.
Alle 3 del mattino, intesi stridere la porta della stanza, mi voltai e vidi il Re solo dietro le mie spalle! mi disse: come va? Maestà, agonizza, risposi. Egli si assise sul letto e guardava fitto il moribondo con uno sguardo di suprema angoscia. Indi si alzò e gli toccò la fronte, quegli aprì gli occhi, e suppongo che abbia conosciuto il suo amato Sovrano. Non rispose alle parole del Re, rischiuse gli occhi un'altra volta! Francesco II rimase in piedi avanti quel letto di morte, sempre guardando il suo fedele Generale, il suo affettuoso amico. Strane vicende della mia povera vita! Il caso, le circostanze, mi riunivano sotto una casamatta, in una città assediata e quasi distrutta, con due soli uomini: con un primo gentiluomo del Regno moribondo, e con un giovine Sovrano discendente di tanti monarchi, che stava per lasciare il più bel trono d'Italia. Oh! dissi allora tra me stesso, il mio posto è qui, il posto del sacerdote cattolico, in mezzo a' moribondi ed a' tribolati!
Il Re si trattenne per circa dieci minuti. Pria di partire mi disse: siete rimasto solo? Maestà, risposi, non occorrono altre persone; è vero! soggiunse; diede l'ultimo indescrivibile sguardo di affetto al moribondo e partì. Intesi che si allontanava frettoloso. In quella notte fatale, quel giovine Sovrano era presente in tutti i luoghi più tristi e pericolosi.
Il duca de Sangro agonizzò per tutta la notte; spesso apriva gli occhi e li girava attorno a quella casamatta come se l'avesse veduta per la prima volta; forse sperava rivedere il suo amato Sovrano, o le persone a lui care. Spesso, non potendo parlare, mi stringeva la mano, mostrandomi segni non dubbii del desiderio che avea ch'io gli parlassi della vita futura e di Dio. Sul rompere dell'alba quel fido soldato spirò!
Fatto giorno venne il servo, e gli dissi di prendersi in custodia gli oggetti che erano nella cameretta. Diedi l'ultimo pietoso sguardo a quel cadavere che sembrava dormire il sonno del giusto, e partì.
Giunto nel piano dell'Ospedale, dopo di aver scansato una pioggia di proiettili, scoppiò vicino a me una Charaphenel che mi coprì di terra, però l'aria di una grossa scheggia mi portò via il cappello senza toccarlo; quella scheggia invece andò a ferire il giardiniere del Re, che trovavasi in mezzo la porta piccola dell'Ospedale, strappandogli mezza faccia. Quell'uomo, pel dolore, cominciò a ruggire in un modo che mettea spavento; accorsero quattro soldati, ma non poteano trattenerlo perché si dibatteva come un ossesso: dopo poche ore morì ne' più atroci tormenti. Quello stesso giorno morì anche di tifo sotto la casamatta del Re, il confessore della Regina, l'abate Eicholler.
All'Ospedale trovai due ordini, che mi riguardavano, uno che mi recassi subito allo Spalleggiamento fuori la Piazza, l'altro di recarmi anche subito all'Ospedale de' soldati attaccati di tifo. Dissi al Comandante, che mi comunicava quegli ordini, che io non ero S. Vincenzo Ferreri o altro Taumaturgo che avesse il dono della bilocazione. Fui scelto per lo Spalleggiamento. Traversai il fronte di terra sotto il più terribile bombardamento; appena giunsi al luogo che mi si era designato, mi buttai nel fango, ed affranto di fatica e di sonno, dormii soporitamente. Grazia di Dio!
Lo stato di Gaeta era spaventevole, altro non si vedea che ruine, muli e cavalli morti e feriti, uomini moribondi e cadaveri orridamente sfracellati. Gli animali stessi faceano pietà: si vedevano muli e cavalli ridotti scheletri prossimi a morir di fame. Quelle povere bestie, non trovando più da mangiare sulla montagna di Gaeta, perché solcata e ricoperta di schegge, se ne scesero in Città, ed andavano pietose di porta in porta come se domandassero la elemosina. I soldati, qualche volta lor davano un pezzetto di pane, allora accorrevano tutte, come i polli appresso la massaia che li governa, seguendo colui che dato avea quel poco di pane. Quei muli e que' cavalli rosicchiavano le cortecce degli alberi, le porte, i rastrelli, e non trovando altro da mangiare, si mangiavano l'un l'altro le code e le criniere!
Intanto il bombardamento proseguiva con la medesima atrocità che il giorno precedente.
I Piemontesi miravano costantemente alle polveriere ed agli ospedali. Si erano estratti molti cadaveri e feriti di sotto le ruine della Cortina S. Antonio; ma si sentivano lamenti nelle profondità; perlochè il governatore Ritucci scrisse a Cialdini e chiese due giorni di sospensione d'armi per disotterrare quegl'infelici sepolti vivi; l'ottenne, a patto però che ne' due giorni non si lavorasse a rifare la Cortina. Già la sera precedente si erano messe delle botti piene di terra per parapetto sulla breccia fatta dallo scoppio della polveriera, e per non darsi motivo di lagnanze al nemico furono tolte, ed in cambio vi andò di guardia il 6° Cacciatori, comandato dal bravo maggiore Raffaele del Giudice, al quale il Re affidò quel posto di onore, e sì pericoloso in una Piazza assediata.
Cialdini accordò quella tregua perché avea bisogno di riparare i danni fatti alle sue batterie; in effetti non tenendo conto de' patti dell'armistizio, in que' due giorni le riparò senza alcuna molestia.
Quella tregua però valse a salvare la vita a tanti soldati e cittadini già sepolti vivi, i quali nel rivedere la luce la prima cosa che domandarono fu l'acqua!
Il tifo infieriva, e gli ospedali riboccavano d'infermi. Si chiese a Cialdini di mandare quattrocento soldati infermi aTerracina, e quel duce rispose che li avrebbe ricevuti a Mola; difatti ne ricevette duecento e si negò poi pei restanti. A richiesta del Governatore, Cialdini mandò un poco di neve tanto necessaria a' feriti.
L'8 febbraio, prima che finisse la tregua, il Re riunì la Commissione di difesa per decidere se la Piazza fosse in istato di resistere ancora; tutti risposero affermativamente; e che, se il nemico avesse osato salir la breccia, si sarebbe respinto con le baionette.
Il 9 infuriò di nuovo il bombardamento. Arse una blinda innanzi un magazzino di munizioni, e sulle ruine della Cortina S. Antonio si accesero tutti que' legni che colà si trovavano; ma l'operosità e il coraggio dei soldati scongiurò nuovi danni; si estinsero le fiamme in mezzo a gravi pericoli.
In Gaeta tutto rovinava. Le mura e i tetti erano scossi e vacillanti, appena urtati dal più piccolo proiettile andavano in ruina. Il camminare nella città si rese difficile e pericolosissimo.
La sera del 10, si avvicinò una barchetta con parlamentari, e consegnò una lettera dell'Imperatrice di Francia diretta alla Regina Maria Sofia, nella quale diceva in riassunto: che la difesa di Gaeta era durata abbastanza, non avere più scopo lo scempio di tanti uomini; non sperasse soccorso dall'Europa.Quel dettato mosse gli animi sensibili del Re e della Regina; però essi non voleano imporre altri sacrifizii all'abnegazione di tanti fidi soldati, i quali valorosamente s'immolavano all'onore, al dovere, all'amore del proprio Sovrano. Il cuore paterno del Re si volse a considerare i danni di Gaeta, le sue rovine, e come i magazzini di polvere fossero esposti a' colpi del nemico, la morte che mieteva vite umane col fuoco, col ferro e col tifo, fece deciderlo a dar fine a quell'assedio. Fece chiamare Ritucci, onde costui avesse domandato al nemico una sospensione d'armi per trattare la resa della Piazza. Cialdini rispose, non cesserebbe dalle offese se non firmati i patti, tale essere stato sempre il suo costume, e raddoppiò il bombardamento.
La dimani, Ritucci mandò a Mola i due generali Antonelli e Pasca, e il tenentecolonnello delli Franci con lettera pel Cialdini, nella quale gli dicea: essere una inaudita novità di guerra il proseguire le offese capitolando, e protestava a' contemporanei e alla Storia la necessità che spingeva la Piazza a rispondere con offese alle offese, versando sangue inutilmente.
Cialdini proseguì a bombardare con più barbara ferocia, ed inebbriato dalla prospera fortuna, volle discendere sino ad insultare la sventura di chi dichiaravasi vinto! Egli scrisse al Governatore Ritucci la seguente lettera: «Dovevate parlare di umanità il 19 gennaio, quando vi proposi buoni patti, allora rifiutaste; ora perduta la speranza parlate di risparmiare il sangue; ma io non temo né i contemporanei né la Storia.»Quando altri argomenti mancassero basterebbe questo brano di lettera per qualificare il generale Cialdini. Egli o non capì, o finse di non capire che Ritucci non volea versar sangue inutilmente trattandosi già della resa della Piazza. Il vincitore che proditoriamente vince, rinfaccia al caduto la sua eroica resistenza. Logica nuova di un duce piemontese, il quale impone che si scambi la gloria con l'ignominia, il coraggio con la viltà, l'onore con l'onta e la vergogna.
Cialdini non teme né i contemporanei né la Storia? Certo la Storia non dà bastonate, né mena bombe materialmente, quindi non fa maraviglia se taluni non la temano. Ma cancelli, se 'l può, il sig. Cialdini con tutti i suoi cannoni rigati e cavalli quella pagina d'inesorabile Storia che parla di lui qual Generale assediante in Gaeta e in Messina nel 1860 e 1861, e di duce in ritirata in Bologna nel 1866! Un po' più di luce del libro del generale La Marmora, mi auguro che abbia illuminato il sig. Cialdini.
Quella lettera diretta a Ritucci finiva col rinfacciargli di aver mandato a Gaeta neve e mignatte. E qui vi è anche la parte triviale che ripugna ad ogni anima nobile e generosa. Son questi gli uomini che celebrò la rivoluzione. Bisogna pur dirlo: Garibaldi non discese mai a simili ricordi....!
Il Re risoluto ad arrestare l'effusione del sangue fece dimettere da Governatore Ritucci, affinchè il personale dissidio tra costui e Cialdini non nuocesse a' patti della capitolazione; ed invece o sostituì l'antico Governatore, il vegliardo ed onorato tenentegenerale Milon.
Erano già stipulate le condizioni della resa di Gaeta, solo mancava la trascrizione del lungo testo. Nonpertanto la mattina del 13 febbraio il nemico smascherò nuove batterie, le quali unite alle altre bersagliarono orribilmente la Piazza. Gaeta per onorare la difesa rispondea con uguale furore, e spesso facea tacere quelle batterie vicine. Milon fece sentire più volte a Cialdini di darsi fine a quella lotta crudele ed insensata; ma costui sordo proseguì a bombardare con più furore.
Quando già i patti della Capitolazione erano firmati da ambe le parti, sulle ore tre pomeridiane, un proiettile nemico diede fuoco alla polveriera della batteria Transilvania, e mandò per aria muraglie, cannoni e quanti si trovavano colà. Un denso fumo coprì tutta la Piazza, e si vedeano cadere sopra Gaeta e nel mare a grandi distanza, pietre, legna, ferro frammisti a membra umane....! Un grido di gioia echeggiò su' vicini colli di Gaeta, erano i Piemontesi che godeano di quello esterminio...! Oh! il mio cuore si strazia a quella rimembranza, ed è una delle più funeste che mi abbia lasciato il Viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Perché tanto feroce odio contro i soldati napoletani? Costoro nessun male aveano fatto a' Piemontesi, solamente aggrediti in casa propria, si difendevano da valorosi; e quando furono sciolti, e poi chiamati a servire l'Italia riunita, invece di accorrere, si unirono a' reazionarii del Regno, perché memori di quell'odio che la truppa sarda avea loro dimostrato. Fu questa una delle ragioni per cui il Reame di Napoli fu per più anni insanguinato dalla guerra civile e dal brigantaggio. Appena scoppiò la polveriera della batteria Transilvania, il nemico converse tutti i suoi tiri sul luogo del disastro per togliere qualunque soccorso agl'infelici sepolti sotto quelle ruine. Però i soldati napoletani fatti maggiori dalle sventure e dall'ingiustizia di un feroce avversario, sprezzando tutti i pericoli corrono a salvare i proprii compagni ed i morenti cittadini: e per provare che il valore napoletano non era fiaccato dall'avversità della fortuna, l'artiglieria della Piazza rispondeva con più sorprendente energia.
I soldati, tra un nembo di proiettili nemici, si slanciano al soccorso de' sotterrati; si compiono incredibili azioni generose con disperato valore e con sublime abnegazione. Si salva un artigliere gettato sopra uno scoglio sporgente nel mare; e si salva no molti soldati e cittadini che richiedevano un pronto soccorso. E mentre si salva no i sotterrati vivi, cadono molti generosi accorsi in loro aiuto...!
In quest'ultimo atto di barbarie voluto dal nemico senza alcuno scopo militare, perirono quattro cittadini ed una intiera famiglia! Perirono due uffiziali, Pannuti e Giordano, quindici soldati ed altri venticinque furono feriti. Fra gli altri fu ferito un giovanetto della Nunziatella e venuto a Gaeta per servire il suo amato Sovrano. Quel prode giovanetto è Ferdinando Lanza della più distinta aristocrazia siciliana, il quale ebbe rotto un piede; soffrì coraggiosamente l'amputazione, ed oggi vive in Napoli fiero della sua gloriosa sorte toccatagli in Gaeta.
La Capitolazione di Gaeta contiene 23 articoli. Accordava a' Napoletani gli onori militari; prescriveva che essi doveano depositare le armi sull'istmo di Montesecco; che sarebbero prigionieri di guerra sino alla caduta della Cittadella di Messina e di Civitella del Tronto. Agli uffiziali si rilasciavano le armi e i proprii cavalli, si accordavano due mesi di paga, e due mesi di tempo per deliberare se avessero voluto servire l'Italia, o ritirarsi con la pensione, oppure dimettersi.
Come il Piemonte adempisse que' patti è da tutti conosciuto, io e tanti altri uffiziali capitolati di Gaeta ne siamo un esempio vivente: ci tolsero quello che per dritto doveano darci, anche la pensione di giustizia, adducendo quelle ragioni che suole addurre il forte al debole: sic volo, sic jubeo...! E così, il nuovo governo italiano, che compendia l'egoismo e la spoliazione, condannò tanti onestissimi e prodi uffiziali alla miseria; ed oggi li vediamo stendere la mano per ricevere la elemosina!
IIRe Francesco divise il danaro che avea alle vedove e agli orfani de' militari. Agli uffiziali diede da trenta ducati sino a cento, secondo i gradi: era tutto quello che restava a quel cuore gratissimo e generoso!
Il maggiore Francesco Gottscher comandante il 9° Battaglione Cacciatori avea una buona somma di danaro, frutto dell'economia sulle spese di amministrazione di quel Battaglione, che nessuno sapea; da gentiluomo, quale sempre si dimostrò, la divise a tutti gli uffiziali suoi dipendenti.
Quest'ultimo assedio di Gaeta durò meno de' precedenti, ma li superò per importanza d'armi, offese ed isolamento. E lo rende singolare, perché si trovarono assediati il Re, la Regina, due Principi reali ed i ministri delle potenze straniere.
La guarnigione servì con amore; non iscarsezza di vitto, di paga o di vestimento la fecero mormorare. Le straordinarie fatiche, gli incendii delle polveriere, le ferite e le morti atroci e strane, non abbatterono mai il coraggio e la costanza di que' soldati. Costoro avrebbero voluto protrarre la difesa, ma il Re, vedendosi abbandonato dall'Europa, non volle versare più sangue inutilmente.
L'espugnazione di Gaeta non fu un vero assedio, ma un bombardamento continuato e blocco. Questo modo di espugnare le Piazze, in altri tempi, era reputato barbaro, perché reca poco danno a' bastioni, e molto ne fa alle sostanze ed alla vita de' soldati e de' cittadini. Il Piemonte l'usò in pieno secolo XIX, ed ebbe fama di civilizzatore e progressista! Esso, fornito di grossi cannoni rigati, allora inventati in Inghilterra ed in Francia, potè collocarli sino a 4700 metri lontani dalla Piazza, ed i più vicini ad 850 metri, cioè ove gli altri precedenti assedii eransi cominciati. Gli assedianti non fecero parallele, non lavoro di approcci, e neppure pensarono agli assalti; usarono il solo bombardamento, mezzo comodissimo per distruggere sicuramente.
L'assedio durò dal 13 novembre al 13 febbraio, cioè tre mesi, tra' quelli 25 di blocco. In 51 giorni, i Piemontesi gittarono dentro Gaeta sessantamila proiettili di diverso calibro, ruinando case, Chiese, ospedali, ed arrecando poco danno alle fortificazioni. La flotta sarda nulla fece di rilevante, ad eccezione del blocco; mentre avrebbe potuto far molto, se Persano avesse voluto esporsi a' proiettili degli assediati; le fortificazioni di fronte di mare rimasero incolumi.
Gaeta trasse contro il nemico trentacinquemila duecento cinquanta proiettili, i quali arrecarono poco danno o perché non giungevano, o perché non colpivano sempre al segno. Al contrario i proiettili del nemico, eccettuati quelli che caddero nel mare, o scoppiarono in aria, colpivano sempre, se non gli uomini, i fabbricati.
Dalla Piazza si fecero poche sortite per la configurazione del terreno, e per la ragione più essenziale che oggi gli assediati debbono cercare il nemico a quattro chilometri lontano, e ciò riesce difficile e pericoloso.
Morirono nell'assedio di Gaeta diciassette uffiziali, tre Cappellani militari, cioè Chiarca, Egitto e Palmieri. Morirono ottocentonove soldati e circa duecento cittadini. Sopravvissero alle ferite ventisei uffiziali e cinquecentoquantatre soldati.
Il Re pria di partire diede la seguente proclamazione di addio alla guarnigione:
Generali, uffiziali e soldati da Gaeta! La sorte della guerra ne separa. Abbiamo combattuto insieme cinque mesi per la indipendenza della patria, sfidando e sofferendo gli stessi pericoli e disagi;
debbo in questo momento metter fine a' vostri eroici sacrifizii. La resistenza era divenuta impossibile. Se il desio di soldato spingeami a difendere con voi l'ultimo baluardo della Monarchia, sino a caderne sotto le mura crollanti, il dovere di Re e l'amore di padre oggi mi comandano di risparmiare tanto generoso sangue, la cui effusione or non sarebbe che l'ultima manifestazione d'inutile eroismo.
Per voi, miei fidi compagni, pel vostro avvenire, per premiare la vostra lealtà, costanza e bravura, per voi rinunzio al bellico vanto di respingere gli ultimi assalti d'un nemico, che questa piazza difesa da voi non avrebbe presa senza seminare di cadaveri il suo cammino.
Voi da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l'assalto di rivoluzionarii stranieri, l'aggressione d'uno Stato che dicevasi amico, niente v'ha domato, né stancato. Tra sofferenze d'ogni sorta, passando per campi di battaglia, affrontando tradimenti più terribili del ferro e del piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando d'eroismo le rive del Volturno e le sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi in queste mura gli sforzi di un nemico padrone di tutta la potenza d'Italia. Per voi è salvo l'onore dell'esercito delle Due Sicilie; per voi il vostro sovrano può tenere alto il capo, e nella terra dell'esilio, dove aspetterò la giustizia di Dio, il ricordo della vostra eroica lealtà gli sarà dolcissima consolazione nelle sventure.
Sarà distribuita una medaglia speciale che ricordi lo assedio; e quando i miei cari soldati torneranno in seno alle loro famiglie, gli uomini di onore s'inchineranno al loro passaggio, e le madri mostreranno a' figliuoli come esempio i prodi difensori di Gaeta.
Generali, uffiziali e soldati, io vi ringrazio; a tutti stringo le mani con affetto e riconoscenza; non vi dico addio, ma a rivederci. Serbatemi intatta la vostra lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro Re Francesco.»
La medaglia che promise il re in questo addio fu coniata in Roma; è quasi della grandezza di una piastra di cinque lire; da un lato vi è Gaeta in rilievo, dall'altro l'effigie del Re e della Regina. Di quella medaglia onorevolissima furono fregiati solamente coloro che si trovarono in Gaeta presenti alla rivista del 1° febbraio 1861.
La mattina del 14 febbraio alle ore sette antimeridiane, il Re, la Regina, i Principi reali, i ministri esteri, e tutto il seguito della Corte lasciarono le casematte, e passarono tra doppie file di soldati che stavano schierati dalla casamatta regia sino a porta di mare, ove il Re andava ad imbarcarsi e prendere la via dell'esilio...! Fu quella una scena commoventissima che io non potrò dimenticare giammai. Il Re e la Regina erano calmi e sorridenti, ma appena videro i soldati e gli uffiziali che piangevano come fanciulli, le loro fronti si annuvolarono, e le lagrime comparvero negli occhi di quella augusta coppia. Tra' soldati altro non si sentivano che voci disperate, repressi singhiozzi. Que' valorosi commossi gridavano: Viva il nostro Re, viva la nostra Regina! Molti lasciavano le fila e si gittavano a' piedi degli augusti ed amati Sovrani per baciarli. La Regina era assai commossa, si tergeva le lagrime!
Il Re sforzavasi a sorridere, ma avea gli occhi pregni di lagrime; a tutti stringeva la mano indistintamente ed amorevolmente.
Quel giorno memorando confermò che Francesco II era amato, e che la sua regia potestà non era eclissata; Egli imperava su' cuori, il più bello dominio a cui possa aspirare un Sovrano. Quel valoroso giovine Re, mi sembrò più grande, più glorio so quando lo vidi in mezzo alle reliquie del suo fedele esercito, anzichè il giorno che lo vidi cingere la più bella e ricca Corona d'Italia tra gli splendori di un augusto trono, e circondato da' grandi del suo Regno. Oh! quante verità ci rivela la sventura, e come la virtù si eleva in mezzo alle colpe altrui, tra le viltà e i tradimenti, tra l'egoismo e la iniquità politica dei potenti della terra
Re Francesco, con tutti il suo seguito, s'imbarcò sopra la Muette, avviso francese venuto a bella posta da Napoli. La batteria S. Maria fece la salva reale di addio, salutandolo con 21 colpi di cannone. Quando il legno che conduceva il Re nell'esilio trascorse il promontorio di Torre Orlando, si abbassò la bandiera delle Due Sicilie.... e si alzò quella del Piemonte.... Va, prode Monarca, io dissi, va pure nella terra dell'esilio! Sei giovine, sentirai altre catastrofi. Sii certo, che ti accompagneranno le nostre preghiere e le benedizioni de' tuoi buoni sudditi.
Un sepolcrale silenzio regnò in Gaeta dopo la partenza del Re. Noi eravamo in certo modo simili a Caio Mario; costui profugo sulle ruine di Cartagine, noi vinti
su quelle di una città che avevamo difesa ad oltranza; la mente delirava il cuore
sanguinava Ma, la speranza la religione ci raddolcirono con quel balsamo
salutare ignorato dagli scettici e dagli atei.
I Piemontesi trovarono in Gaeta 701 bocche a fuoco, di cui 298 di bronzo, 2612 cantaia di polvere, 10858 armi bianche, 58212 da fuoco, 209859 proiettili, 200000 cartucce. Provvisioni di bocca ne trovarono poche, perché i soldati pria di lasciar Gaeta scassinarono i magazzini di viveri e parte ne gittarono nel mare e parte ne dissiparono.
La mattina del 15 febbraio, presente il Principe di Carignano, una brigata Sarda si schierò sull'istmo di Montesecco, e la guarnigione di Gaeta con armi, bandiere spiegate e musica in testa uscì dalla Piazza e depose le armi per turno. Per quella operazione ci tennero a disagio per tutta la giornata; a sera tarda venne l'ordine per essere condotti prigionieri nelle isole vicine.
Il comando generale piemontese comunicò che i Generali, Chirurgi e Cappellani napoletani fossero liberi di andare a Napoli. Io scelsi di accompagnare nella prigionia il 9° Battaglione Cacciatori col quale era stato in tempo di pace, ed avea fatto poi tutta la campagna militare da Boccadifalco a Gaeta. Quel Battaglione fu trasportato all'Isola d'Ischia assieme ad altri due battaglioni, il 6° e il 7°, ed ivi ebbi occasioni di rendermi utile a' colpiti di tifo, dappoichè quel micidiale morbo ci accompagnò sino ad Ischia!
Però i naturali di quell'Isola si mostrarono con noi amabili e caritatevoli. Molti borghesi e donne del popolo portavano biancheria negli ospedali, ed assistevano i soldati in modo edificante. Sia gloria a que' filantropi e caritatevoli isolani che benevolmente mitigarono le nostre sventure; ed oggi con piacere pubblico tutto in queste pagine.
Dopo la capitolazione della Cittadella di Messina e Civitella del Tronto ci misero in libertà; ed io ebbi la consolazione di accompagnare il Battaglione al quale apparteneva sino nella Darsena di Napoli ove fu sciolto.
Appena i capitolati di Gaeta ritornarono alle loro case, furono sorvegliati da una polizia sospettosa e crudele; tutte le loro azioni erano qualificate di reazionarie. Si giunse a perseguitare anche coloro che portavano al dito un anello di ferro o di zingo, che era innocente e cavalleresco ricordo di Gaeta. L'origine di quell'anello è il seguente: Nel mese di novembre, trovandosi la Regina Maria Sofia al balcone, nel sottoposto piano scoppiò una Charaphanel; una scheggia ruppe i vetri, e questi la ferirono leggermente in una gota. Si raccolsero i pezzi di quella Charaphenel e si fecero degli anelli, ov'era inciso: Gaeta 1860 e 61.In seguito si fusero molti altri anelli d'altre Charaphenel.
Taluni poi portavano quell'anello per devozione alla Madonna per averli liberati dai pericoli dell'assedio.
Molti capitolati di Gaeta per non essere messi in carcere fuggirono all'estero, e ritornarono quando furono dichiarati innocenti da' tribunali. Intanto il Governo rigeneratore non volle liquidare la pensione di giustizia a non pochi di quelli che si erano salvati in estranei paesi, adducendo per ragione, ch'erano stati più di 15 giorni fuori del Regno senza regolare permesso: ed io appartengo a questa categoria!


(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).

giovedì 30 agosto 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 43°): Iniziano l'assedio e il bombardamento di Gaeta

Il Re e la Regina delle Due Sicilie, Francesco II e Maria Sofia  ( sulla destra) al fianco dei loro fedeli Soldati  dentro le mura della Fortezza di Gaeta durante l'assedio .


Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.


Mentre in Gaeta abbiamo l'armistizio concesso a Cialdini per opera di Napoleone, affinchè con migliore comodità si preparassero le offese, noi volgeremo un ultimo sguardo al Reame delle Due Sicilie.
Pria di tutto è necessario ragionar brevemente della Cittadella di Messina, la quale avea in quel tempo 4155 soldati, 199 uffiziali, 28 artefici, 38 spedalieri e 26 galeotti; oltre delle famiglie che eransi rifugiate in quella Piazza.
La truppa occupava i forti S. Salvatore, Lanterna e Lazzaretto. Nulla avea di casermaggio; Clary pria di lasciare Messina avea dato tutto all'appaltatore. I soldati che aveano compiuto il tempo del servizio, rifiutarono il congedo; ed avendo il generale Fergola sospeso le paghe, il 26 novembre dichiarò che erano giunti i giorni di vera prova; tutti i soldati risposero col solito grido di viva il Re! e si sottomisero a tutte le privazioni. Mancava il tabacco, e Fergola lo comprò col suo danaro. Gli uffiziali della Cittadella pegnorarono gli ornamenti preziosi delle loro mogli, per comprare grano ed altre provvisioni necessarie.
Ogni sera i soldati si recavano in chiesa, e compivano tutti i doveri di buoni cattolici, e dando ne' rincontri attestati d'irrefragabile bravura.
Il 27 novembre, arrivava a Messina il generale sardo Chiabrera con due Reggimenti; e il 13 dicembre arrivava Negri sulla fregata Borbone, detta poi Garibaldi: Negri interrogò Fergola, se, caduta Gaeta, e' cederebbe: questi rispose risolutamente, NO. Il mio dovere, disse, è prescritto dalle Ordinanze, né questa Piazza dipende da Gaeta, ma dal Re nostro Signore.
Il 13 dicembre, il Re mandò a Fergola diecimila ducati, gliene mandò altri ventimila il 16 dello stesso mese per mezzo del benemerito e distinto Capitano Michele Bellucci, oltre una quantità di panni e vettovaglie.
La piccola fortezza di Civitella del Tronto negli estremi Abruzzi, comandata dal Capitano di gendarmeria Giovine, resisteva eroicamente all'assedio e bombardamento. Il feroce generale Pinelli, il fucilatore de' poveri villani, in novembre avea circondato quella fortezza con posti avanzati sino a mille metri distanti; però percosse le sentinelle piemontesi, da' soldati borbonici, diedero indietro. Il 25 e 29 di quel mese, gli assediati fecero due sortite, e fugarono gli assedianti.
Pinelli bombardò il paese per due giorni, cioè il 10 e 11 dicembre, e cagionò danni solamente alle case de' cittadini, nessuno ne arrecò alla fortezza.
Il 20 dicembre, i soldati borbonici uscirono fuori Civitella per far provvisioni di legna; essendosi incontrati co' Sardi, appiccarono zuffa e l'inseguirono; assaltarono la Gran guardia, saccheggiarono i posti militari, e trovando una Chiesa insozzata di tutte le abbominazioni, presero le statue de' Santi e le condussero dentro il paese collocandolo nella Chiesa Madre.
Pinelli, umiliato ed adirato, si vendicò con abbruciare tutte le case attorno Civitella; ed avendo ricevuto rinforzi con macchine di guerra e scale per salir le mura della fortezza; fu di nuovo respinto, lasciando macchine e scale in potere de' Borbonici. Allora chiede un armistizio di otto giorni, e gli accordato. Le ostilità si cominciarono il 17 gennaio. Il Capitano Giovine, per mezzo di Filippo Enea ardito paesano, diede al Re Francesco contezza di tutti i fatti d'armi di Civitella. Il Re lo ringraziò, lo promosse a Colonnello, e gli diede facoltà di promuovere i suoi dipendenti e rilasciar brevetti sino al grado di Capitano!
L'eccelso Farini, che pure avea preso gusto a far da Sovrano e far saccheggiare i reali palazzi, come avea fatto in Modena, saccheggiandone l'argenteria, il guardaroba e le cantine del duca regnante, pensò far lo stesso in Napoli. Già i mobili di Casa reale erano spariti, e la Città di Napoli fu costretta ammobigliare a proprie spese i Palazzi per gli alloggi del Luogotenente, e per ricevere convenevolmente il novello Sovrano. Era però sfuggito al saccheggio il mobilio di S.A.R. il Conte di Trapani per vendita fattane a tempo dell'onesto amministratore, comm. Giacinto Manera. Il Farini servendosi di un certo Vio Veneziano e Maggiore garibaldino, si fece presentare da costui una denunzia, nella quale si dicea, che Manera avea involato e venduto il mobilio del Conte di Trapani. Farini, avuto questo gran documento nelle sue mani, scatenò i poliziotti, e senza mandato di alcun giudice, o forme legali, fece invadere gli appartamenti del Conte di Trapani e quelli di Manera, sequestrando e suggellando tutto il bellissimo mobilio.
Manera protestò con le stampe, e reclamò presso i tribunali; conciosiachè dal decreto dittatoriale del 12 settembre 1860, chiaro appariva che i beni di acquisto privato, allodiali o patrimoniali, e specialmente quelli de' Principi reali secondogeniti, non erano inclusi nel suddetto decreto di spoliazione regia. Manera fu contradetto e vessato, specialmente da Talamo presidente del tribunale civile, e da Savelli procuratore generale, tutti e due che poco prima si mostravano sfegatati borbonici.
Manera però non si perdè d'animo, ad onta pure del chiasso che fecero i rivoluzionari, dichiarando ladri i Borboni ed i borbonici; egli intrepido difese i diritti del Principe reale a lui affidati. Quella lite si protrasse sino al 29 aprile 1861: Manera ottenne giustizia per quanto i tempi lo permettessero, e la Città di Napoli fu obbligata pagare tutti i danni, spese ed interessi a causa della prepotenza ed ingordigia di Farini. Ecco una delle ragioni per cui i municipii son ridotti alle ossa da 15 anni a questa parte!
Il debito pubblico napoletano era una spina negli occhi di Cavour; quel debito era salito al 120; dopo che Francesco II lasciò Napoli scese al 114, e più tardi all'80; mentre quello del Piemonte era al 76! Cosa strana ed ammirevole, il vinto spogliato avea più credito del vincitore fatto già ricco con le spoglie del vinto! Era questo uno scandalo come tutti gli altri e Cavour ne sentiva tutta l'onta, e ne prevedeva le brutte conseguenze finanziarie: quindi pensò uguagliare le miserie del Piemonte con le ricchezze del Regno di Napoli, il credito di quello col credito di questo.
Per raggiungere questo scopo, Cavour, aiutato da Farini, usò tutte le male arti, ricorse pure a vendere a basso prezzo la rendita sequestrata alla famiglia reale di Napoli; e non essendo riuscito neanche questo mezzo, ordinò a Farini di creare un nuovo debito, e costui decretò un prestito di venticinque milioni, e vendette seicentocinquantamila ducati di RENDITA napoletana, che comprò Rothschild al 74. E così a forza di astuzie, e far debiti, ch'è il gran forte finanziario dei rivoluzionarii, si uguagliarono le miserie del Piemonte con le ricchezze del Regno delle Due Sicilie. Il popolo redento e sovrano ne faceva le spese!
Sotto la Luogotenenza di Farini tutto andò a soqquadro, principalmente le finanze e la sicurezza pubblica. Quel Luogotenente, tra le altre manìe avea quella di snocciolare leggi piemontesi, non comprese e non accette nel Reame di Napoli.
I partiti si dilaniavano con furore spaventevole; ogni giorno si faceano dimostrazioni contro Farini e contro i consiglieri della Luogotenenza; si presentavano petizioni con migliaia di firme per essere Napoli liberata dall'eccelso e da' suoi consiglieri.
Trai garibaldini ed uffiziali piemontesi, in quel tempo furono duelli, zuffe e lotte. A 30 dicembre fu ferito di pugnale il liberalissimo duca S. Donato; e dopo pochi giorni si attentò alla vita del consigliere Scialoia.
Lo stato di Napoli raccomandava poco in Europa il nuovo ordine di cose. Il potente e magnanimo alleato, Napoleone III, che avea consigliato moderazione e clemenza a Francesco II verso i rivoluzionarii, consigliava poi all'amico Cavour rigore a qualunque costo. Costui senza farsi troppo spingere, avendo dichiarato a Persano, che il tempo delle grandi misure era giunto, mandò ordini all'eccelso Farini, di mettere in esecuzione delle leggi simili a quelle della Convenzione francese del 1792.
Farini conoscea che i rei erano tutti liberali, ma avea paura d'incrudelire contro gli antichi consettarii, e volendo far rumore e paura, incrudeliva illegalmente contro i soli Borbonici. Senza prove e senza mandato di autorità giudiziarie, in breve tempo riempì le carceri di sospetti di Borbonismo; tra gli altri più noti furono arrestati i Generali Barbalonga, de Liguori, Palmieri, d'Ambrosio, e i due fratelli Marra, tutti uomini d'onore e prodi militari. Altri uffiziali capitolati di Capua arrestò e gettò ne' castelli; ed arrestò pure i Gendarmi borbonici, ancorchè costoro avessero aderito alla rivoluzione, e si fossero fregiati della croce sabauda, servendo il nuovo Governo. Con tutti questi pretesi Catilina imprigionati, il Reame rimase nel medesimo stato in cui si trovava.
Farini per ultimo atto della sua eccelsa Luogotenenza, avendo fame di danaro, sequestrò le rendite de' Vescovi assenti dalle Diocesi, perchéerano assenti senza motivo canonico. Il motivo canonico dell'assenza de' Vescovi dalle proprie Diocesi era lo stesso Farini, il quale non dava loro riposo perseguitandoli in tutti i modi, e scatenando contro di loro la canaglia settaria. L'eccelso col suo motivo canonico, a proposito immaginato, fece un grosso boccone delle rendite vescovili; conciosiacchè in quel tempo si trovavano trentotto Vescovi fuggiti dalle proprie Diocesi.
Re V. Emmanuele poco contento del governo di Farini, il 26 dicembre partì da Napoli, e giunse il 29 a Torino: il 30 in consiglio di Ministri destituì Xeccelso Farini dalla Luogotenenza di Napoli, e vi sostituì il Principe di Carignano.
Farini, che era venuto a Napoli per restaurare l'ordine morale, depravò l'amministrazione e il popolo; e, simile a tutte le celebrità rivoluzionarie, cadde come corpo morto cade.
Farini, persecutore de' Vescovi del Regno, era lo storico-libellista, il saccheggiatore del Palazzo del Duca di Modena, l'amico e il protettore del rapitor di fanciulle, del ladro, del sicario Curletti! Era quello che avea ordinato a costui l'assassinio del colonnello Anviti di Parma. Farini dicea di voler morir povero, morì ricco di sostanze, e povero di ragione: divenuto pazzo giunse a cibarsi del proprio sterco, come l'ateo Voltaire! I cattolici, a cui fece tanto male, non lo maledirono, anzi pregheranno il Dio delle misericordie, che abbrevii le sue pene, se si trovi in luogo di purgazione. Però lo storico, qualunque siasi, è nell'obbligo di far conoscere qual fu la vita e la fine de' calunniatori e persecutori della Chiesa, perché ciò serva di salutare esempio a' presenti ed a' posteri.
Il principe di Carignano Luogotenente di Napoli, fu investito di poteri regi sino all'apertura del Parlamento italiano. Un decreto del 7 gennaio gli assegnò 20 milioni di lire annuali a peso dell'erario napoletano! Gli si diede a latere per segretario generale, superiore a tutti i consiglieri di Luogotenenza, Costantino Nigra, bellimbusto e paraninfo tra gl'intrighi napoleonici e cavourriani.
Giunto a Napoli il principe di Carignano fu ricevuto da Farini, e costui gli fece un discorso come un re che cede la corona ad un altro re.
Nigra sparse delle proclamazioni, promettendo, al solito, tutto il ben di Dio; e si augurava che i Napoletani avrebbero difeso in avvenire su' campi di battaglia il nuovo ordine di cose. A quelle proclamazioni fece eco, lo stesso giorno, l'infelice Vescovo Caputo, pubblicando una lettera sul Giornale Ufficiale, nella quale vomitava insulti e calunnie contro i Principi spodestati non escluso il Papa!
Il 17 gennaio, il nuovo Luogotenente costituì un novello consiglio di Luogotenenza: Spaventa fu creato consigliere di polizia, Mancini del culto, La Terza delle finanze, Oberty de' lavori pubblici, Imbriani dell'istruzione pubblica, Avossa della giustizia; e, il risuscitato da Nigra, D. Liborio Romano fu creato consigliere dell'interno! Costui, in meno di sei mesi, avea servito tre padroni che tra loro faceano a calci!
Questi consiglieri non piacquero ad alcun partito, e si fecero indirizzi al Luogotenente per cacciarli via. Anche la Guardia nazionale fece le sue lagnanze a Nigra contro que' consiglieri.
Nigra andava dicendo mirabilia contro l'amministrazione dell'eccelso Farini, e per provarlo co' fatti, un decreto del Luogotenente ordinò che si prestassero venti milioni di lire dall'erario di Torino; mentre Farini, il 9 dicembre, avea fatto un prestito di venticinque milioni di lire, ed avea venduto seicentocinquantamila ducati di rendita napoletana. Vicende della rivoluzione, Torino prestava danaro a Napoli!
Un decreto del 3 gennaio stabiliva l'elezioni al Parlamento italiano pel 27 dello stesso mese, poichè le Camere doveano riunirsi il 18 febbraio.
I cattolici del Piemonte e della Lombardia sin da allora emisero il celebre motto: né eletti né elettori. Que' cattolici dissero tre principali ragioni per legittimare il loro astenersi dalle urne elettorali, cioè: 1° perché mancava la libertà del voto, e se risultassero buoni deputati sarebbero cassati come accadde nel 1858 nel Parlamento subalpino; 2° eleggendo un Parlamento per tutta l'Italia, si sarebbe riconosciuta implicitamente la rivoluzione e la spoliazione del Papa; 3° perché i cattolici sarebbero sopraffatti dall'audacia e dagli intrighi degli stessi rivoluzionarii. L'astensione de' cattolici spiacque a Cavour, conciosiachè egli, conoscendo la loro moderazione, prometteasi di farsene egida contro i repubblicani. In Napoli si fece di tutto per far risultare deputati cavourriani, e non si premurarono i cattolici ad accorrere alle urne perché credeansi borbonici; anzi si scatenarono i camorristi, si fecero mettere a soqquadro le direzioni e le tipografie di tre giornali cattolici, e fu proibita la pubblicazione di que' giornali che aveano per titolo: La Croce rossa, L'Aurora e l'Equatore.Cavour in Napoli avea il celebre D. Liborio Romano; costui intrigava in tutti i modi per far eleggere deputati cavourriani; egli si fece nominare in otto collegi, ad onta che Dumas nel giornale l'Indipendente avesse rivelate tutte le vergogne di quel traditore.
Siccome alle urne elettorali accorsero molti camorristi e gente plebea, avvennero soprusi, ed in molti luoghi si versò sangue; questi fatti giustificano pure l'astenersi dei cattolici.
Tutto lo sforzo rivoluzionario in quel primo entusiasmo non potè riunire in tutta Italia più di centomila elettori, sebbene ne facessero comparire duecentoquarantaduemilacinquecento ottantuno. Basta dire che il redentore Garibaldi, nella popolosa Napoli, appena raggranellò trecento settantasei voti, e con questo scarso numero di votanti fu eletto deputato al Parlamento italiano. Nel Parmense uscì eletto un deputato con trentanove voti!
In Sicilia l'anarchia facea sempre progressi, e il decreto del 3 gennaio, che convocava i collegi elettorali, inasprì di più i partiti; chi volea la monarchia, chi la repubblica, chi il comunismo, ed erano questi ultimi i nullatenenti. I così detti comunisti in Mascalucia invasero le proprietà de' ricchi, dichiarandosi essi proprietarii pel diritto della ottenuta libertà ed indipendenza: fu necessario l'intervento di due battaglioni di bersaglieri per far ritornare alla ragione que' nuovi annessionisti.
I Consiglieri di Luogotenenza davansi al giuoco dello sgambetto, ed a guisa d'istrioni entravano ed uscivano dalla scena. Primo Torrearsa, poi Turrisi ed Amari si dimisero da' loro dicasteri, indi i consiglieri Marchesi ed Orlando. Il 26 febbraio il Consiglio rifecesi in questo modo: Amari all'interno e finanze, Santocanale alla giustizia culto ed istruzione pubblica, Carini alla sicurezza pubblica.
In que' tempi in cui ogni libero cittadino dovea eleggere il deputato al Parlamento italiano, furono mandati in Sicilia altri quindicimila soldati piemontesi; quell'Isola era in vero stato di assedio.
Gli Abruzzi erano in piena reazione, e supplicavano il Re Francesco in Gaeta a mandar soldati, perché si unissero a' paesani ed attaccassero alle spalle i Piemontesi in Mola. Il Re ridotto in Gaeta non potè soddisfare i desiderii degli Abruzzesi per assoluta mancanza di mezzi. I reazionarii si rivolsero a Roma ov'erano molti uffiziali e soldati napoletani, i quali si riunirono sotto il comando del noto legittimista Conte de Christen francese, e marciarono per gli Abruzzi, ove si riunirono a parecchie soldati sbandati. Il primo paese che assalirono fu Tagliacozzo; ivi si trovavano 400 Piemontesi, li fugarono, e ne fecero molti prigionieri. Un Giacomo Giorgi luogotenente di de Christen, con poca forza volle avanzarsi sino a Scurgola. Era egli guidato da un certo Piccione stato garibaldino, il quale diede avviso a' Piemontesi di tutto quello che i Borbonici aveano divisato di fare. Giorgi fugò i Piemontesi che trovavansi in Scurgola, bivaccò nel paese, e pose i feriti nella Caserma della Guardia nazionale, facendoli assistere dal Chirurgo Mauro, e dal Cappellano D. Gennaro Orsi. Nella notte sopraggiunse la cavalleria sarda e molti battaglioni; vi fu un vero massacro di Borbonici. Giorgi fuggì a stento, e parecchi soldati napoletani si salvarono sopra i monti. I Piemontesi entrarono nella Caserma della Guardia nazionale, e trucidarono que' miseri feriti! Indi presero il Chirurgo e il Cappellano, il primo lo fucilarono, il secondo, dopo avergli fatto soffrire tormenti da barbari, lo legarono ad un albero e lo finirono a colpi di baionetta! Fu così orribile e selvaggio il massacro di Scurgola che dovette giungere ordine dal Comando di Avezzano di tosto sospendersi. Intanto i prigionieri piemontesi fatti a Tagliacozzo furono trattati con cortesia, e mandati a' Francesi nello Stato pontificio.
Nel tempo che Gaeta era assediata, in tutti gli Abruzzi i paesani combatteano da disperati contro i Piemontesi, e costoro fucilavano, ardeano case e paesi. Tagliacozzo, perché occupato da' Borbonici, venne saccheggiato da' Sardi: lo stesso avvenne alla Badìa di Casamari, ove i monaci furono parte maltrattati e parte dovettero salvarsi con la fuga. Il bottino fatto aTagliacozzo e Casamari fu venduto a Sora, Castelluccio ed Isoletta.
De Christen che si era salvato dalle stragi di Scurgola, avea riparato a Bauco, paesetto in cima ad un Monte; egli avea raccolti tutti i soldati sfuggiti al massacro di Scurgola, ed altri ne avea raccolti che accorrevano da diversi paesi. Il Generale de Sonnaz, quello che avea insultato i Napoletani a Terracina, si partì da Sora con duemila soldati e due cannoni per isnidare de Christen da Bauco. Più volte assalì quel paesello, e sempre fu respinto con perdite. I soldati napoletani non avendo più munizioni, rotolavano grosse pietre sopra i Piemontesi, i quali aveano già perduti 180 uomini tra morti e feriti. De Sonnaz ignorando che i Borbonici non aveano più munizioni, offerse patti.
Fu convenuto che de Sonnaz si ritirasse il primo e poi de Christen. E quel Generale, che abbiamo veduto tanto superbo in Terracina, fu costretto ritirarsi di fronte a quelli ch'egli chiamava briganti, lasciando i proprii feriti a Casamari. Però costoro morirono quasi tutti, perché come ho detto, quella Badia era stata saccheggiata ed incendiata dagli stessi Piemontesi, ed i feriti non trovarono più né farmaci, né viveri, né utensili, né monaci per assisterli...
De Christen raccolse sotto Bauco 147 fucili, e parecchi soldati piemontesi semivivi, che soccorse e fece condurre a Veroli.
Il celebre generale Pinelli, memore sempre del colpo di pietra che avea ricevuto alle reni da' paesani di Pizzoli, si vendicava e si divertiva nell'Abruzzo superiore a fucilare tutte quelle persone che sospettava fossero reazionarie. I montanari di que' paesi usavano rappresaglie sopra tutti i soldati piemontesi che cadeano in poter loro. Ne teneano una compagnia assediata da più giorni ad Acquasanta: il Pinelli, il 28 gennaio, vi accorse, con quasi un esercito, e liberolla. Quel sanguinario Generale seguitò ad imbestialire contro i paesani; e sapendoli cattolici, per far loro dispetto lasciava saccheggiare ed abbruciare Cappelle e Chiese, facendo vestire i soldati degli arredi sacri, e li facea vedere a' paesani! Pinelli, non so se più feroce o pazzo, avendo perpetrate nell'Abruzzo azioni ridicole e nefande, il 3 febbraio diede il seguente ordine del giorno: «Un branco di quella progenie di ladroni ancor s'annidia su' monti; snidateli, siate inesorabile come il destino. Contro nemici tali la pietà è un delitto; sono prezzolati scherani del Vicario non di Cristo ma di Satana. Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotal vampiro, che con le sue sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra. Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infeste dall'immonda sua bava, da quelle ceneri sorgerà più rigogliosa la libertà.»
Sull'empietà di quest'ordine del giorno io mi taccio. Dirò solamente ch'è degno di un Pinelli che lo scrisse, uomo senza coltura, e con anima di fango. E pure fu lodato dal giornale Il Popolo d'Italia dichiarandolo un generoso proclama! Ohse l'avesse scritto un Generale borbonico...! Ma fu biasimato da tutta la stampa liberale estera, la quale dichiarò Pinelli uomo feroce e da trivio. Il Governo sardo fu costretto a decretare il ritiro di Pinelli (ed era il secondo finto ritiro!). Fu sostituito da un disertore dell'esercito napoletano, Luigi Mezzacapo, il quale senza pubblicare gli ordini del giorno del suo predecessore, ne seguì l'esempio. Nonpertanto Pinelli stette altri giorni al comando, poi si ritirò; ed a mezzo aprile, fu mandato di nuovo a far peggio. Egli parodiava Tito Augusto ma nel male; spesso alzandosi di desco mezzo ubbriaco esclamava: oggi, giornata perduta, non ho fucilato nessuno!Pinelli era nato da onesta famiglia, i suoi parenti furono tutti gente onorevolissima: suo fratello Pier Dionigi fu ministro in Piemonte, un suo nipote Procuratore sostituto alla Procura Regia di Napoli. Prima della guerra di Crimea, La Marmora, riformando l'esercito sardo, mandò via il Pinelli; ed interpellato in Parlamento disse tutte le vergogne che avea commesse costui. Bisogna leggere il liberalissimo giornale la Democrazia di Napoli del 1861 per conoscere quale uomo empio, scostumato e triviale era il Pinelli.

(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).