Visualizzazione post con etichetta Recensioni libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensioni libri. Mostra tutti i post

martedì 14 febbraio 2017

Mr Belloc racconta la Rivoluzione francese

belloc1


di Luca Fumagalli - http://www.radiospada.org/
 
 
La caratteristica principale che rende ogni saggio storico di Hilaire Belloc un’emozionante avventura nel passato è l’imprevedibilità. Belloc, al pari del suo sodale G. K. Chesterton, ogni volta che tratta un argomento lo fa con arguzia, prendendo le distanze dalla banalità. Per lui il paradosso, il desiderio di fronteggiare l’errata opinione comune, non è una provocazione letteraria – come era per l’amico – ma si concretizza in una rilettura ingegnosa della storia. Anche il libro La rivoluzione francese (1915), da poco ripubblicato in Italia dalla casa editrice veronese Fede & Cultura, non sfugge a questa regola.
 
Per ammissione dello stesso autore, il saggio si configura più come una storia delle idee piuttosto che un racconto degli eventi. Il principale obiettivo di Belloc, infatti, è quello di dimostrare come sia possibile essere cattolici e allo stesso tempo ammirare la Rivoluzione francese. Un’impresa pericolosa, si dirà, ancor più se si considera che la Chiesa condannò in più occasioni l’ideologia del 1789. Ma lo scrittore anglo-francese non è certo tipo facilmente impressionabile, e il risultato del suo lavoro è un piccolo grande gioiello, un volumetto godibile nella lettura e coraggioso nelle asserzioni, dove i luoghi comuni di tanta storiografia vengono rimasticati e rigettati, smontati e brillantemente ricostruiti con credibile tridimensionalità.
 
Da parte paterna nelle vene di Belloc scorreva sangue francese, il repubblicanesimo per lui era qualcosa di naturale, da doversi accettare senza troppe obiezioni; e se questo lo distingueva dai principali autori cattolici inglesi di inizio XX secolo, tutti invariabilmente monarchici, non gli impedì tuttavia di cogliere con una certa genialità limiti e potenzialità di una forma di governo che all’epoca, agli inizi della Grande guerra, intuì quasi profeticamente essere il futuro che attendeva l’Europa.
 
La teoria politica della Rivoluzione, diretta debitrice delle carte di Rousseau e della “Dichiarazione d’indipendenza americana”, secondo Belloc contiene diversi spunti interessanti che, nel complesso, la possono rendere accettabile anche agli occhi di un cattolico. Certamente tale teoria pecca del grave limite di non riconoscere Dio come fonte di ogni potere, ma alcuni propositi fondamentali, quali l’uguaglianza innanzi alla legge e un ripensamento globale del concetto di giustizia, appaiono ai suoi occhi tutt’altro che disprezzabili. D’altronde i dissensi con il clero francese iniziarono solo in un secondo momento, quando le guerre con le potenze europee costrinsero i rivoluzionari a sfogare le frustrazioni contro uno spauracchio di comodo: venne scelta la Chiesa solo perché quest’ultima era così mondanizzata e preda dei fumi del gallicanesimo da risultare agli occhi dei più ormai indistinguibile dall’odiata aristocrazia.
 
Belloc non tace dei massacri di Vandea compiuti in nome di un falso concetto di libertà, dei numerosi martiri trucidati in odio alla fede e di quanti si opposero, compreso il Papa, alla barbarie rivoluzionaria. Ma, come ricordato, il suo scopo è un altro, e lo persegue ripercorrendo anche i fatti principali della storia militare della Rivoluzione – colpevolmente trascurata dagli storici – e studiando il carattere dei protagonisti del periodo, dal debole Luigi XVI al fumantino Robespierre.
 
La rivoluzione francese è dunque un’opera intelligente, condotta secondo un disegno didascalico che non annoia il lettore, costringendolo anzi a fare i conti con un episodio storico per troppo tempo privato della giusta complessità. Un libro ottimo per chiunque mal digerisce verità di comodo, banali e preconfezionate; ennesima perla prodotta dalla penna di uno dei polemisti più talentuosi dell’ultimo secolo.
 
Il libro: H. BELLOC, La rivoluzione francese, Verona, Fede & Cultura, 2016, 166 pp., 16 Euro.
 

lunedì 8 agosto 2016

Tre recensioni su tre volumi scientifici anti-darwinisti


Evolution_of_household_articles,_animals_etc_Wellcome_L0064386

Ancora una volta riportiamo alcuni testi di Quagliati, tenendo presente quanto già detto per i precedenti [RS]
 
DIMENTICARE DARWIN – Ombre sull’evoluzione
di Giuseppe Sermonti. recensione di Mauro Quagliati
ISBN 88-18-01166-9
Rusconi Libri S.r.l., viale Sarca 235, 20126 Milano, 1999
Pag.158
9788818011661Con colpevole ritardo segnalo agli amici di Nexus quest’opera splendida che personalmente considero il miglior saggio divulgativo di biologia (anti)evolutiva oggi in commercio. Non si tratta di un semplice testo “eretico”, come il titolo programmatico fa presumere, questo libro è il prodotto di una meditazione profonda scaturita dalla cinquantennale esperienza di uno dei più competenti genetisti e microbiologi italiani, eppure pesantemente attaccato dall’establishment negli anni ’80, accusato di fondamentalismo creazionista. Docente universitario, direttore della “Rivista di Biologia“, Giuseppe Sermonti ha costituito nel Gruppo di Osaka un’aggregazione internazionale di ricercatori “dissidenti” al neo-darwinismo (tra cui figurava anche il compianto Giuliano Preparata).
Con un linguaggio narrativo e un tono sereno, privo di polemica, l’autore svela l’inconsistenza delle basi teoriche del neo-darwinismo, con la sua folle pretesa di attribuire il ruolo creativo nell’evoluzione a tre meccanismi che sortiscono proprio l’effetto opposto: la selezione naturale (forza normalizzante che elimina gli anormali), il rimescolamento sessuale (processo conservativo che ostacola la differenziazione) e la mitica “mutazione” genetica (fenomeno degenerativo per eccellenza contro cui la cellula si difende strenuamente persino correggendo essa stessa gli errori di copiatura dell’RNA). Sermonti auspica che il prossimo secolo ricordi la teoria sintetica dell’evoluzione (cosiddetta perché fonde le idee di Darwin con le leggi sull’eredità di Mendel, contraddicendo entrambe) come il Grande Scherzo dei biologi molecolari, che attribuiscono al patrimonio genetico il ruolo centrale nel mistero della vita e considerano ormai l’essere vivente come una manifestazione collaterale del suo DNA. Così impegnati nel decifrare il codice genetico, cioè le istruzioni per il funzionamento dell’organismo, costoro hanno perso di vista la vita stessa, esattamente come qualcuno che tenti di capire il significato di un romanzo studiando la grammatica della lingua in cui è scritto.
La complessità biochimica non va di pari passo con l’evoluzione anatomica della specie (ricordate il recente riconteggio dei geni umani, di poco superiori in numero a quelli dei topi?), anzi la natura offre esempi clamorosi del contrario: forme di vita diversissime contengono DNA identico (bruco-farfalla) oppure forme simili con DNA differenti compaiono distanti nel tempo e nello spazio per evoluzione convergente (squalo-ittiosauro-delfino, marsupiali-mammiferi).
L’autore suggerisce che i geni abbiano colonizzato delle forme archetipe preesistenti che si sono manifestate, con leggi simili e continuità, prima nel mondo minerale e poi in quello organico. Quest’idea, apparentemente così rivoluzionaria, non è altro che un’onesta deduzione dagli archivi paleontologici, dove troviamo specie nuove che nascono all’improvviso senza precursori; forme simili che compaiono contemporaneamente in continenti distanti (uccelli corridori); specie che permangono immutate nella forma e nelle dimensioni per milioni di anni indifferenti all’ambiente in cui vivono. E ad ogni estinzione si assiste ad una sorta di irraggiamento esplosivo senza discendenza, a partire da un modello morfologico ancestrale (non un antenato). Nella classe dei mammiferi, uno di questi modelli archetipi è la forma umana, l’eterno bambino apparso sulla Terra con un salto biologico senza precedenti.
Se la genetica spiega la piccola variabilità, cioè le infinite combinazioni di caratteri negli individui di una stessa specie (utili a mantenere la stabilità e la salute della specie), dove si trovano le grandi differenze che distinguono una mosca da un gatto? Forse nei meandri del cosiddetto campo morfogenetico, un’entità formativa ancora poco compresa, responsabile dello sviluppo armonico dell’embrione, che contiene il vero progetto della forma di vita.
Il libro offre ancora molti altri spunti di riflessione su tutti quei fenomeni misconosciuti in quanto privi di una spiegazione funzionale e utilitaristica: l’infinita varietà e vanità delle forme, i colori, i canti, le “giocose” architetture geometriche della natura, le incredibili conoscenze innate degli animali (la capinera canta la sua melodia e riconosce le costellazioni che la guidano nelle migrazioni senza alcun apprendimento). Sermonti contempla stupefatto l’esuberanza della vita e, spesso con fare poetico, le restituisce la magia e il mistero che le sono propri, smascherando l’ignoranza della scienza riduzionista e l’arroganza di certi suoi contemporanei, così sicuri di avere le risposte a tutti i quesiti fondamentali, da voler assumere loro stessi, con l’ingegneria genetica, il ruolo di creatori della vita.
***


LE ORIGINI DELLA VITA
di Giovanni Monastra, recensione di Mauro Quagliati
ISBN 88-86583-89-3
Il Cerchio – Itacalibri, Castel Bolognese (RA), 2000
Pag.75
Giovanni Monastra, biologo, ricercatore in antropologia e farmacologia, prolifico autore di saggi divulgativi per il sito EstOvest (rivista on line di incontro tra la cultura orientale ed occidentale che propone pubblicazioni e ricerche indirizzate ad una concezione olista della realtà), ha realizzato un libretto indispensabile per iniziare ad affrontare in un’ottica scientifica aggiornata le gravi incongruenze del neodarwinismo.
Idealmente destinato a tutti gli studenti superiori e universitari impegnati nello studio delle scienze naturali e (audace proposta!) ai loro docenti, questo saggio offre una densa e rapida rassegna dei dati sperimentali che contrastano con la cosiddetta teoria sintetica dell’evoluzione, cioè quel paradigma egemone che propone un’interpretazione esclusivamente riduzionista della nascita ed evoluzione delle forme viventi; con lo scopo di mettere in discussione quelle “divinità laiche e scientiste” che insegnano nelle scuole una dogmatica e unilaterale visione della biologia e si arrogano il diritto di considerare antiscientifica ogni interpretazione alternativa della realtà.
Il nocciolo del discorso è che la ricerca scientifica recente scopre continuamente, nelle strutture viventi, un armonia, un ordine, una gerarchia di livelli che in nessun modo possono essere il risultato dell’azione combinata di mutazioni genetiche casuali e di selezione naturale, due forze cieche e prive di qualsiasi principio informatore. Il gradualismo delle modificazioni e lo stretto utilitarismo dei caratteri ereditati, i due cardini essenziali della teoria, si contraddicono a priori: come può ogni stadio intermedio essere utile alla sopravvivenza di una specie? Ogni organismo è un sistema unitario, caratterizzato da una complessità di tipo “irriducibile”, cioè tale da risultare inconcepibili le tappe del processo evolutivo che hanno portato al risultato finale (si pensi agli organi interni, al trasporto cellulare, al sistema immunitario, alla retroazione RNA – DNA – enzimi – proteine).
Ecco cosa ci dicono le diverse discipline esaminate. Apprendiamo dalla paleontologia che le forme di vita intermedie, i cosiddetti anelli di congiunzione, semplicemente non esistono nella serie fossile: nuove specie emergono all’improvviso con salti qualitativi e non attraverso processi lineari. Scopriamo che i primi batteri sono comparsi un miliardo di anni prima di quel che si pensava negli anni ’40, quando il neodarwinismo si è instaurato. La biologia molecolare sbugiarda il mitico esperimento di Miller del 1953 sull’abiogenesi (generazione della vita da processi chimici casuali e spontanei). La genetica confessa di non aver trovato disposizioni sequenziali e differenze nel DNA che riflettano le presunte linee filetiche (gli alberi di parentela tra le specie). Ma la scoperta più avvincente è la capacità artistica del tutto libera della natura, che si manifesta in analogie sconcertanti completamente prive di relazioni causali e di utilitarismo. Due esempi: insetti di dimensioni millimetriche riproducono nella forma e nel colore la faccia di una scimmia e il muso di un caimano (vedere foto per credere!). E’ davvero ironia della sorte che, proprio dall’arte del mimetismo (tradizionalmente a sostegno della selezione naturale) offra un esempio clamoroso del ribaltamento delle tesi darwiniane: i famosi insetto-foglia e insetto-stecco sono comparsi 100 milioni di anni prima dei vegetali a cui dovrebbero assomigliare!
Una breve appendice cita poi le tesi “eretiche” di Roberto Fondi e Giuseppe Sermonti sull’origine dell’uomo. Infatti dal punto di vista anatomico-comparativo, le scimmie e gli ominidi fossili sono le versioni “specializzate” e differenziate del modello morfologico più “primitivo” e meno evoluto tra i primati: l’essere umano.
***


EVOLUZIONE SENZA SELEZIONE – Autoevoluzione di forma e funzione
di Antonio Lima-de-Faria, recensione di Mauro Quagliati
Introduzione all’edizione italiana dell’Autore, prefazione di Sergio Carrà, supervisione di Giuseppe Sermonti. A cura di Stefano Serafini.
456 pagg., 134 illustrazioni
ISBN 88-88251-05-07, 45,00 €
Nova Scripta, Genova, 2003
Ecco finalmente un libro da sbattere in faccia ai soliti sostenitori dell’insopportabile equazione anti-darwinismo = creazionismo. Questo testo è il frutto della lunga ricerca dello scienziato portoghese dell’Università di Lund (Svezia), universalmente riconosciuto come il pioniere e il maggior esponente della citogenetica e della biologia molecolare. Quando questo libro uscì nel 1988 il Professore Emerito con trentennale carriera alle spalle si trovò improvvisamente nel ruolo di eretico, per aver sostenuto che l’evoluzione biologica non procede per selezione naturale. Non perché questa non agisca in natura (ovviamente) ma perché un’ipotesi necessaria a coprire la reale ignoranza dei meccanismi evolutivi rimane, dopo 150 anni, il primo motore dello sviluppo biologico ed è diventata il maggiore ostacolo metodologico al riconoscimento di spiegazioni alternative. In questo studio ambizioso l’autore propone come modello una sorta di catena autoevolutiva che si sviluppa dalla dinamica materia-energia, influenzando le strutture morfologiche di tutti i regni naturali, fisico, chimico, minerale, biologico.
Quando inizierà il ripensamento generale del paradigma evolutivo se ogni autorevole voce avversa viene passata sotto silenzio, anche dopo un momentaneo polverone editoriale? La traduzione italiana, in particolare, arriva con “appena” 15 anni di ritardo, e si può solo ringraziare l’ottima opera di volontariato di Stefano Serafini, che ha portato avanti per anni questo progetto editoriale, constatando in prima persona l’aperta ostilità, al limite del sabotaggio, che si incontra in Italia a voler proporre una divulgazione scientifica non allineata a certi dettami. Il curatore dell’opera, epistemologo e attivo promulgatore di pensiero indipendente, non a caso è collaboratore del grande “eretico” Giuseppe Sermonti. Ma se nel caso dell’esimio professore di Roma l’ostracismo del pensiero accademico è valso insensate accuse di fondamentalismo religioso, nel volume di Lima-de-Faria la strada verso la “riconquista” della forma parte da un’impostazione prettamente materialista, lontanissima da ogni possibile suggestione trascendente.
Qual è dunque l’eresia dell’autore? La vediamo nelle centinaia di immagini che illustrano l’opera. La mentalità comune della biologia moderna distingue nei viventi le strutture omologhe, che hanno in comune la derivazione o la costituzione chimica, da quelle analoghe, che assolvono una stessa funzione pur non essendo geneticamente “parenti”. Lima-de-Faria confronta un’ala di pipistrello con quella di un uccello, la simmetria della stella marina con quella di un minerale, la rete dei capillari sanguigni con il delta di un fiume: egli rifiuta di considerarle delle semplici analogie casuali, ma le tratta tutte come delle omologie morfo-funzionali.
Nel mondo darwiniano la forma non è mai definitiva, ogni arto, organo, apparato è “malleabile”: se l’opportunismo della sopravvivenza e le pressioni ambientali lo richiedono esso è capace di trasformarsi, di generazione in generazione, in qualcos’altro, attraversando infiniti stati intermedi, con diverse funzioni e forme. Nella nuova ottica invece forma e funzione sorgono all’unisono perfettamente interdipendenti, per cui un rettile (il pterodattilo), un uccello, un mammifero (pipistrello), un insetto, o addirittura un pesce volante sono morfologicamente “parenti” fra di loro, come se obbedissero ad una legge periodica che regola l’apparire della funzione del volo, a intervalli di decine di milioni di anni.
In questa visione in cui i regni naturali sono fra di loro collegati da un ordine armonico e ciclico, spesso la ragione materiale della particolare forma la si trova nei regni inferiori: il livello autoevolutivo del vivente dipende da quello minerale, che a sua volta deriva da quello chimico, che ha le sue radici in quello fisico. Salta così anche la distinzione tra regno vivente e non vivente, e al gene non rimane che un ruolo secondario. Geni e cromosomi non “creano” la forma e la funzione, ma le influenzano, fissando particolari condizioni da un numero limitato di combinazioni possibili, predefinite dalla cascata autoevolutiva. Lima-de-Faria è più colpito dalla finitezza dei costituenti di base delle forme (gli elementi chimici organici, gli schemi dei cristalli, i tipi di cellule) piuttosto che dalla loro presunta caoticità sfrenata.
Ciò che scandalizza maggiormente la massa dei cattedratici nati e cresciuti nella culla del classico paradigma neo-darwiniano, è che la critica verso la decantata onnipotenza del gene, venga da uno scienziato che ha passato decenni a studiare i segreti della struttura e del funzionamento del DNA.
La sfida lanciata da quest’opera quasi sistematica di sintesi comparativa tra legame chimico, cristallo, pianta, animale è forse troppo precoce nel panorama di completo appiattimento delle opinioni scientifiche in materia. Come affermava 50 anni fa un botanico svedese (Nils Heribert-Nilsson):“La teoria evoluzionistica dovrebbe essere interamente abbandonata, essa è un serio ostacolo alla ricerca biologica. Impedisce l’ottenimento di risultati consistenti, anche da materiale sperimentale uniforme, dato che tutto deve in definitiva essere forzato ad adattarsi a questa teoria speculativa. Una biologia esatta non può essere costruita”.
Speriamo che un giorno questo testo diventi il primo mattone del nuovo edificio della scienza più bella e ricca di mistero.

lunedì 25 luglio 2016

ANGELO BERTOLO: “IL BURQA E LA MINIGONNA”.

 
E uscito il nuovo libro del prof. Angelo Bertolo: Il burqa e la minigonna. Sottotitolo: I terroristi

suicidi - fertilità e progresso, Campanotto editore, Udine, 2016. Un saggio di storia e di geopolitica

che vale la pena di leggere, perché ci fa capire che la crisi dell’Europa non è solo “materiale”

(politica, economica e scientifica) ma anche “spirituale” (morale e religiosa). Infatti, il principale

nemico non è l’Islam radicale, ma la nostra decadenza che ci rende deboli e vulnerabili.


L’analisi di Bertolo si concentra sulla dinamica demografica delle popolazioni e mette in
relazione un alto tasso di natalità con il progresso: economico, politico e culturale. Secondo l’autore

il basso tasso di fertilità dell’Europa annuncia la decadenza e la fine della stessa: dalla perdita di


conoscenze scientifiche e tecnologiche, al peggioramento delle condizioni economiche e di vita.
Non fare figli significa non avere fiducia nel proprio futuro d’individuo e di nazione.


La decadenza per Bertolo non si manifesta solo attraverso il basso di natalità, ma anche

attraverso la caduta del senso morale e religioso. In Europa fino agli anni 50 del secolo scorso, il

senso religioso e morale erano molto forti, prevalevano ancora i valori tradizionali (Dio, patria e
famiglia); l’emergere di un’ideologia individualista - edonista, libertaria in campo morale e liberista


in quello economico, misero in crisi questi valori e aprirono la strada alla crisi spirituale e materiale
che segna il declino dell’Europa. Scrive l’autore riferendosi al nostro nord est: «Nell’ultimo secolo



l’Italia del nord est, era la più arretrata delle regioni dell’Italia settentrionale, una delle più povere
d’Europa. Oggi è una delle più ricche e prospere d’Europa. Finché dura. Chi ha portato questo

progresso materiale? …. Coloro che hanno sofferto prima e durante le due guerre mondiali,


nell’emigrazione in Germania e nelle Americhe…. Quando le famiglie erano sane e numerose.

Quando gli uomini credevano in se stessi e nel Dio Padre Onnipotente».

Nell’opera di Bertolo è forte l’influenza di Giambattista Vico (1688 - 1744) con la teoria “dei

corsi e dei ricorsi storici”. Il filosofo napoletano riteneva che alcuni fatti storici si ripetessero nel


tempo; e ciò non avveniva per puro caso ma in base ad un preciso disegno della divina provvidenza.
La convinzione che la storia si ripeta, anche se in forme e modi diversi; spinge lautore a tracciare

una relazione fra la storia dell’Europa e la situazione attuale dei Paesi in via di sviluppo: il risveglio


del senso religioso e morale si associa a manifestazioni irrazionali e violente; ma è anche segno
dell’inizio di una fase di progresso e di vitalità. Il caso dell’Iran è indicativo. Komeini è stato

l’ideologo della rivoluzione islamica. Al suo arrivo in Iran, il burqa diventa sempre più popolare e


oggi l’Iran ha un peso politico ed economico superiore a quello che aveva ai tempi dello scià.
In linea di massima condivido lanalisi di Bertolo, ma con due precisazioni. Primo la crescita


economica e demografica che Bertolo indica come segnale di progresso, non può essere infinita

trova un limite nella scarsità di risorse rinnovabili e non rinnovabili: terra, cibo, acqua, risorse
energetiche, ecc. Secondo, l’analisi di Bertolo si concentra sulle dinamiche interne e sulla tradizione


storica di un determinato Paese; ma tralascia la situazione geopolitica nella quale lo stesso è
inserito. Nel caso dell’Iran, il suo peso politico nella scena internazionale, non è solo condizionato

dalle dinamiche interne; ma anche dall’attuale situazione geopolitica, che fa dell’Iran un attore


decisivo nella lotta al Califfato e nella soluzione della crisi siriana.

Il libro di Bertolo suscita critiche e perplessità, ma ha il merito farci riflettere su chi siamo e
quali valori vogliamo difendere; ora che all’orizzonte sventolano le bandiere dell’ISIS e milioni di

immigrati mussulmani invadono l’Europa. Sul futuro del Friuli e dell’Italia intera, triste e

disincantata è la previsione dell’autore, il declino economico si sommerà a quello sociale: «Fra



venti o trenta anni non ci saranno più friulani, non ci sarà più popolazione giovane che
contribuisca alla vita….. all’economia, al futuro o al presente. Forse ci saranno uomini e donne


provenienti da altre parti del mondo, civiltà differenti, con mentalità differente, con ideali
differenti. Succederà come a Costantinopoli all’Asia minore che era greca e cristiana ed è
diventata turca e mussulmana. C’entra la conquista militare turca ma c’entra anche il basso tasso
di natalità di tutta l’Asia Minore dei tempi precedenti, la conquista turca». La storia è maestra di


vita ma non ha allievi, perché spesso ripetiamo gli errori passati.

martedì 7 giugno 2016

“È una storia dolorosa quella che mi accingo a raccontare…”: la Brigata Estense e la rivoluzione italiana

Luca2
 
 
Quando nel 1875 il principe Umberto di Savoia venne a trovarsi a Vienna per partecipare ai funerali dell’Imperatore Ferdinando, Francesco V, ormai al termine del suo cammino terreno, non volle avere con lui alcun rapporto, nemmeno protocollare, e si comportò semplicemente come se Umberto non ci fosse.
Erano stati proprio i Savoia a privarlo di quel Ducato di Modena che il Congresso di Vienna, nel 1814, aveva assegnato alla sua famiglia, gli Asburgo-Este, un ramo cadetto della casa imperiale. Vittorio Emanuele II, facendosi beffe di ogni diritto, glielo aveva strappato con l’inganno, una truffa sancita in seconda battuta da un plebiscito farsa.
Nel freddo della capitale imperiale a Francesco non rimaneva più nulla, solo l’amata consorte, Andelgonda di Baviera, sposata a Monaco nel 1842, e un cumolo di ricordi così ingombrante da togliere il sonno, più dolore che piacere. A rincuorarlo non vi era nemmeno l’onore guadagnato sul campo di battaglia. Anche Papa Pio IX e Francesco II di Borbone erano stati sconfitti, ma loro almeno avevano combattuto, avevano tentato di opporsi all’invasore sabaudo. Il Duca aveva solo un manipolo di uomini a disposizione, quanto bastava  per mantenere l’ordine all’interno dei confini dello stato, ma nulla più. Nel 1859, dopo le prime rivolte e l’arrivo delle truppe franco-piemontesi dalla Toscana, Francesco V dovette arrendersi. I rinforzi giunsero da Vienna in quantità sufficiente a ritardare l’occupazione, ma non a fermarla.
Il Duca, notoriamente un uomo accorto e lungimirante, fu tra i primi a cogliere la portata rivoluzionario del Risorgimento. Fedelmente ancorato ai valori del cattolicesimo e della cultura politica ancien régime, Francesco V capì che i Savoia si erano prestati, come docili burattini, a fare il gioco dei massoni, dei liberali e degli anticlericali, le stesse forze che, qualche decennio dopo, avrebbero scalzato dal trono anche loro.
Fu così che l’11 giugno 1859 la corte lasciò per sempre le terre del Ducato in direzione dell’Austria. La Brigata Estense – poco più di 3000 uomini – fu l’unico fra gli eserciti italiani a seguire il sovrano in esilio e lo fece esclusivamente per incondizionato amore verso il Principe e per rispetto dei giuramenti prestati, offrendo un esempio straordinario che meravigliò anche i più accesi antiduschisti. Scriveva Teodoro Bayard De Volo, Ministro residente a Vienna:« Una truppa la quale segue il proprio sovrano non il giorno del trionfo ma in quello della sventura, senza esitare un istante, pronta a qualsiasi evento, non protesta essa forse, con tutta l’energia di una fede antica, contro alla vituperevole cedevolezza dei tempi nuovi?».
In esilio con il Duca, brillante saggio della storica cattolica Elena Bianchini Braglia, racconta la dolorosa vicenda di questi uomini, soldati che rinunciarono a tutto, alla casa, agli affetti e, sovente, a una vita di dignitoso ritiro, pur di continuare la guerra contro il nemico, una guerra ideale, un conflitto di testimonianza, ma non per questo meno significativo.
Forse fu proprio la loro riottosità allo scioglimento ad animare diverse insurrezioni filoducali che si verificarono a Modena e dintorni durante i primi anni dell’occupazione piemontese.  Le speranze, però, crollarono presto. Le rivolte furono domate facilmente e la proclamazione della nascita del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861, spense anche gli spiriti più infuocati.
Il generale Agostino Saccozzi e i suoi uomini furono stanziati in Veneto e lì rimasero fino alla soppressione ufficiale del corpo, avvenuta il 24 settembre 1863 a Cartigliano Veneto.
Domenico Panizzi, uno dei soldati della Brigata, alla morte di Francesco V volle dedicare alla Duchessa una commovente narrazione del momento dello scioglimento dell’esercito estense. Le prime parole dello scritto narrano con amarezza di un’epoca gloriosa ormai passata, sostituita dalla nuova barbarie rivoluzionaria: «È una storia dolorosa quella che mi accingo a raccontare…»
Luca Fumagalli
Il libro: Elena Bianchini Braglia, In esilio con il Duca. La storia esemplare della Brigata Estense, Rimini, Il Cerchio, 2007, pp. 153, Euro16.

sabato 21 maggio 2016

Perdere la testa senza subire danni: Thomas More raccontato da G. K. Chesterton

1
 
 
«Tutto è voluminoso in questo secolo. Nulla è monumentale»
(Nicolás Gómez Dávila)
Ancora oggi, a quasi mezzo millennio dalla scomparsa, ciò che sfugge dell’affascinante vita di Thomas More è il senso del suo martirio. Sebbene siano facilmente comprensibili le ragioni che spinsero il brillante umanista a opporsi alle pretese luciferine di Enrico VIII, allo stesso tempo si fatica a capire come mai un noto riformatore come lui, che tante parole spese per fustigare il malcostume di certa gerarchia ecclesiastica, abbracciò volentieri la morte quando fu l’ora di difendere Roma e il Papa.
Nell’immaginario collettivo More ha vissuto una sorta di scissione, come se il suo sacrificio costituisse una cesura tra il proto-liberale degli anni giovanili e il santo della maturità. Del resto, chiunque abbia avuto occasione di avventurarsi tra i capitoli del suo più noto libro, Utopia, non può non percepire un senso di smarrimento: possibile che un testo come quello, sovraccarico delle ardite congetture di una mente schiettamente rinascimentale, sia stato scritto da chi morì come un fiero cattolico medievale, come l’omonimo Thomas Beckett?
Per risolvere un paradosso tanto complicato ci voleva G. K. Chesterton, il re dei paradossi.
Nella sua lunga carriera l’inglese ha scritto migliaia di pagine, molte delle quali, oltre una preziosa testimonianza di Fede, costituiscono un serbatoio citazionistico praticamente inesauribile. Eppure, strano a dirsi, Chesterton non ha mai dedicato nessun libro a Thomas More, solo un esiguo pugno d’articoli. La qualità dei testi, però, è inversamente proporzionale alla qualità, eccellente come sempre, e la ponderosa densità delle argomentazioni fa comunque ipotizzare che il pregiato autore avesse intenzione di sviluppare ulteriormente il tema, magari in forma di biografia. I numerosi impegni, con tutta probabilità, lo costrinsero a una scelta, e preferì dedicare tempo e spazio a San Francesco d’Assisi e a San Tommaso d’Aquino piuttosto che a More, la cui devozione è molto diffusa in Inghilterra e vanta solide radici.
Per Chesterton More è un diamante: la sua mente riflette le numerose sfaccettature della realtà e non rinuncia a incidere fino a sfregiare la carne morta dell’ingiustizia e del peccato. Era la sua natura, la stessa che lo spingeva a difendere le cause perse, quelle dei poveri e dei deboli, la stessa che in giovane età egli scambiò per vocazione, la stessa che rendeva quello della preghiera il momento più esaltante della giornata. L’abnegazione con cui si spendeva per gli altri era accompagnata dall’umiltà; divenne cancelliere di Enrico VIII nella speranza di condurre il bolso Tudor sulla via della ragione, ma rinunciò senza remore all’incarico quando il progetto si mostrò irrealizzabile. A chi si congratulava con lui dopo un incontro in cui il sovrano gli aveva ripetutamente battuto le mani sulle spalle con bonaria foga, More aveva risposto arcigno: «Se la mia testa gli dovesse procurare un castello in Francia, non si farebbe problema a staccarmela».
L’ironia di More è proverbiale, un tratto che lo accumuna a Chesterton e che costituisce la chiave di volta per comprenderne la complessa personalità. L’universo immaginato in Utopia è infatti una fantasia senza peso, che nulla ha a che spartire con fini apologetici o progetti ideologici: «Thomas More fu quasi l’ultimo a respirare l’aria fresca di un paese incantato dalla libertà … Poteva raccontare le favole che voleva, e la favola non doveva necessariamente avare una morale o una morale immorale». Un atteggiamento quindi diametralmente opposto a quello dei tanti utopisti moderni, animati dalla folle e violenta idea di fare della terra un luogo diverso attraverso la scienza e la tecnica.
Che quello di More fosse un innocuo divertissement lo dimostra, tra l’altro, il fatto che dal suo mondo ideale aveva cacciato gli avvocati – e lui stesso apparteneva a quella categoria – e che, dopo aver ultimato Utopia, passò con grande rapidità a occupazioni più gravi. In un’occasione era addirittura giunto ad affermare di preferire che tutti i propri libri e quelli di Erasmo andassero distrutti piuttosto che, come a quei giorni era verosimile, procurassero danno a qualcuno.
Una mente come un diamante raccoglie i più brillanti scritti di Chesterton dedicati a More, organizzati per argomento e acutamente commentati da Giuseppe Gangale, direttore della rivista di studi moreani «Morìa». Un libro agile, ideale per chi fosse interessato ad approfondire questo strano mostro bicefalo, il dialogo tra antico e moderno instaurato da due brillanti prodotti del cattolicesimo britannico.
Il più grande insegnamento che More ha lasciato ai posteri è che l’importante, nella vita, non è la coerenza – umanamente impossibile – quanto la tensione ideale a Dio che dona senso e spessore alla quotidianità. Come ricorda Chesterton, More perse la testa ma, per sua fortuna, non subì danni.
Luca Fumagalli
Il libro: G. K. Chesterton, Una mente come un diamante. Scritti su Thomas More, a cura di G. Gangale, Roma, Studium, 2015, pagine 124, Euro 12

giovedì 28 aprile 2016

Elisabetta la regina della desolazione nelle pagine di R. H. Benson

1fu
di Luca Fumagalli - Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Considerato da molti il romanzo storico più bello di Robert Hugh Benson, Con quale autorità? (By What Authority?, 1904) vanta una trama avvincente e ricca di colpi di scena a cui si assomma un’ottima caratterizzazione dei protagonisti e una singolare capacità di analizzare le diverse passioni religiose e politiche in campo. Accanto ai tradizionali personaggi come Maria Stuart, Edmund Campion e John Felton – impiccato per aver affisso la Bolla di scomunica di Elisabetta alla porta del palazzo vescovile di Londra – fanno la loro comparsa i veri eroi della storia inglese, gli uomini e le donne che, nonostante le violenze e il regime di terrore imposto dai protestanti, seppero fare della loro fede un ideale così alto da affrontare persino la morte pur di non tradire Cristo e la Chiesa.
Il libro, ambientato nell’Inghilterra elisabettiana, racconta la storia di due famiglie, quella cattolica dei Maxwell e quella calvinista dei Norris, vicine di casa nel piccolo villaggio di Great Keynes. Nonostante la rigida educazione calvinista impartita loro dal padre, Anthony Norris e la sorella Isabel si convertono al cattolicesimo; più tardi il ragazzo è ordinato sacerdote. Dopo essere stati testimoni delle prime persecuzioni – di cui è vittima anche il giovane James Maxwell, tornato in Inghilterra dopo aver preso i voti nel continente – i due Norris si trovano presto costretti a sfuggire dalle guardie che sono ormai sulle loro tracce.
L’autorità, come ricorda il titolo del romanzo (che cita Mt. 21, 23), è il problema centrale attorno a cui si muovono i numerosi protagonisti, preoccupati innanzitutto di trovare un punto fermo all’interno di una parentesi storica mai tanto convulsa. Scegliere tra Elisabetta e il papa non è sempre facile: se i cattolici più intransigenti organizzano una ribellione armata – con esiti purtroppo drammatici – c’è anche chi, come Hubert Maxwell, fratello di James ed ex fidanzato di Isabel, giunge al punto di abbracciare il protestantesimo, inebriato dalle scorrerie piratesche condotte a fianco del carismatico Drake. Alla fine di questa aspra contesa è ancora una volta la regina, una Tudor, a trionfare, anche se la vittoria è ottenuta al prezzo del sangue di numerosi innocenti.
Benson ritrae Elisabetta come una creatura altera e spietata, ma mai realmente antipatica. L’aspetto fisico non sempre impeccabile e la sgraziata danza contribuiscono a dare caratura umana a un personaggio che, seppur manifestatamente antagonista, non si può definire totalmente malvagio. L’autore vede specchiarsi in lei tanto i pregi quanto i difetti dell’Inghilterra.
Maria Stuart funge invece da controparte benevola, è il simbolo della sovrana ideale, fedele a Roma e generosamente disposta ad accogliere con fiducia ciò che Dio ha in serbo per lei. Manca però della concretezza della cugina, della capacità di fare del bieco tornaconto politico un’opportunità per guadagnare spazi sempre più grandi di potere. Inutile dire che la sua ingenuità le sarà fatale.
Con quale autorità? – che con Il trionfo del re e Vieni ruota! Vieni forca! costituisce una sorta di trilogia dedicata ai martiri della Riforma – è dunque l’affresco eloquente di un’apostasia ormai maturata su scala nazionale, alimentata dagli egoismi dell’aristocrazia e dalla connivenza conformista di buona parte del popolo (più o meno in buona fede). L’anglicanesimo è diventato la religione della maggior parte degli inglesi, e per i cattolici c’è solo la via del patibolo, dell’esilio o della clandestinità.
L’Inghilterra del XVI secolo, nelle tinte fosche usate da Benson, è la sinistra anticipazione dell’apocalittica società del futuro descritta ne Il padrone del mondo.
 
Il libro: R. H. BENSON, Con quale autorità?, Milano, BUR, 2014, pp. 418, Euro 11.
 

martedì 19 aprile 2016

La conversione di Carlo II Stuart nelle pagine di R. H. Benson

1
 
di Luca Fumagalli - Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Nel 1914, con Oddsfish!, Robert Hugh Benson tentò per l’ultima volta la via del romanzo storico. Il lavoro, nel complesso interessante, soffre però a causa di una trama poco scorrevole e di alcune incoerenze interne e che ne decretarono, già all’epoca della pubblicazione, lo scarso successo di pubblico (motivo per cui, tra l’altro, non è mai stato tradotto in italiano).
La timida imprecazione del titolo – “perdinci!” – è l’interiezione preferita di Carlo II Stuart, durante il cui regno, nella seconda metà del XVII secolo, si sviluppa la vicenda, narrata in prima persona dal protagonista.
Papa Innocenzo XI invia Roger Mallock, un novizio benedettino, presso la corte del re, confidando nella possibilità di condurre il sovrano alla Chiesa di Roma, forte del sostegno del fratello Giacomo, cattolico duca di York e suo successore designato. Nonostante questo, Carlo fa di tutto per assicurare al trono un erede protestante, qualcuno che possa garantire la tanto agognata stabilità politica. Purtroppo la presunta notizia di una congiura cattolica per attentare alla vita del re – falsità grossolana diffusa dall’anglicano Titus Oates – scatena una violenta persecuzione nei confronti dei tanti ingiustamente accusati di aver preso parte alla cospirazione. Roger, nonostante questo, continua a stare al fianco del sovrano e la sua perseveranza è premiata quando ricongiunge il re alla Chiesa poco prima di morire.
Se l’ambientazione del romanzo è inedita, non cambiano i temi cari a Benson che descrive nuovamente la tragedia dei cattolici inglesi, vittime della gogna protestante, un odio mosso da motivazioni politiche più che religiose. Questa volta, però, la speranza della conversione sopraggiunge nel finale come una gradita novità. Il sovrano, seppure all’ultimo momento, in limine mortis, cede alla verità della Chiesa, affidando la sua anima alle amorevoli cure di Cristo.
Con lui il potere del monarca recupera il senso di servizio che gli è proprio, abbandonando per sempre lo spirito di totalitarismo tirannico tipico dei Tudor. La sua eroica scelta non modifica però il corso della storia: è la redenzione di un uomo ma non dell’Inghilterra, ormai completamente schiavizzata dalle menzogne degli eretici. L’esito di un gesto così sincero, degno di un uomo libero, non può che essere l’odio del mondo, il motivo della rovinosa fine della casa Stuart.
Il libro: Il romanzo è facilmente reperibile on-line nell’edizione inglese. Una traduzione italiana del testo è scaricabile gratuitamente sul sito http://www.totustuus.it/

lunedì 1 febbraio 2016

Elisabetta, Maria e i martiri inglesi: “Vieni ruota! Vieni forca!” di R. H. Benson

1
 
di Luca Fumagalli (Fonte: http://www.radiospada.org/ )
 
A cinque anni di distanza dal suo capolavoro, Il padrone del mondo, nel 1912 R. H. Benson diede alle stampe Vieni ruota! Vieni forca! (Come rack! Come rope!), ennesimo romanzo storico ambientato tra il 1579 e il 1588, in piena epoca elisabettiana, all’inizio delle persecuzioni sistematiche nei confronti dei cattolici.
Robin Audrey, figlio primogenito di un ricco possidente, è innamorato di Marjorie Manners, ma la ragazza, pur condividendo il medesimo sentimento, lo spinge al sacerdozio. Intuisce infatti il potenziale di Robin che, oltre alla devozione personale e a una fede salda, dimostra anche quello spirito pratico necessario ad affrontare i tempi venturi che si prospettano cupi: «Era di soldati come questi, tanto quanto quelli robusti e forti, che l’esercito di Cristo era composto». L’amore di Marjorie è così grande che rinuncia a lui pur di servire la volontà di Dio. Dopo gli studi e l’ordinazione nel continente, Robin ritorna in Inghilterra per celebrare la messa dove gli è possibile, viaggiando di nascosto. Nelle sue peregrinazioni affronta molte avventure, si imbatte in celebri personaggi storici e fa di tutto pur di portare il conforto di Cristo ai bisognosi. Sulla sua anima, però, come un ombra incombono gli strumenti del supplizio, la pena capitale a cui sono condannati tutti coloro che si rifiutano di abiurare la religione dei padri.
I protagonisti di Vieni ruota! Vieni forca! si muovono all’interno di un mondo lacerato da una frattura profonda, determinata dalla scelta di Elisabetta di continuare sulla strada tracciata dal padre. Il nazionalismo protestante si scontra violentemente con la sparuta minoranza cattolica, fragile e indifesa: è la riduzione storica del conflitto simbolo della letteratura di Benson tra i “padroni del mondo” – coloro che governano con ferocia e trionfano nel secolo – e i tanti innocenti che soffrono in nome di Dio e  a cui spetta la vittoria del Cielo. 
Il rischio della mera riproposizione di un canovaccio già visto è scongiurato dall’autore con la novità del tema politico che assume in questa sede una rilevanza inedita. Lo sguardo di Benson si ferma in particolare sui contrasti interni alla minoranza rimasta fedele a Roma.
Le polemiche tra i cattolici erano iniziate con la scomunica di Elisabetta da parte di San Pio V nel 1570. Il documento, Regnans in Excelsis, non solo non risultò decisivo ma, al contrario, contribuì involontariamente all’inasprimento della querelle: «Era, a dire il vero, una delle questioni a quei tempi discusse tra i cattolici. Il Papa non era stato abbastanza rapido per alcuni, e troppo rapido per altri. Un partito diceva che aveva tuonato troppo presto, se proprio era il caso di tuonare, e che era il caso di aspettare pazientemente finché Sua Grazia la regina non si fosse pentita da sola; l’altro partito diceva che non aveva tuonato abbastanza presto. Dal che si può almeno dedurre che lui era stato perfettamente opportuno. Non si poteva però negare che, dal giorno in cui aveva dichiarato Elisabetta fuori dall’unità della Chiesa e i suoi sudditi sciolti dal loro dovere di fedeltà – ma mai, come qualcuno finse allora e ha continuato a fingere da allora, che un privato potesse ucciderla e non commettere del male – da quel giorno, la ferocia di lei era aumentata di anno in anno contro le genti cattoliche, le quali non desideravano altro che di servire sia lei che il loro Dio, se lei lo avesse permesso e reso possibile».
Nel romanzo si delineano due gruppi con visioni diametralmente opposte. Da un lato vi sono coloro che, nonostante le persecuzioni, rimangono fedeli alla regina, speranzosi in un cambio di rotta di Elisabetta verso la tolleranza e la libertà di culto. Dall’altra vi è la compagine filospagnola, convinta che solo l’intervento armato di Filippo II possa liberare definitivamente l’isola dalle grinfie del protestantesimo. Per loro Elisabetta è un tiranno illegittimo e cospirano in tutti i modi per portare al trono la cugina della sovrana, la scozzese Maria Stuart, un esempio di virtù e fedeltà al Papa. Se Elisabetta aveva dichiarato loro guerra, essi erano tenuti moralmente a considerarsi dei belligeranti: «Strumenti di tortura fisici, tra cui la ruota, erano stati impiegati contro di loro. Allora perché non avrebbero dovuto impiegare anche loro lo stesso genere di strumenti, se potevano, in risposta?».
In questo tessuto si insinua la malevolenza della propaganda anglicana che dipinge i sacerdoti clandestini come spie al soldo degli spagnoli. Dietro l’imputazione di tradimento – tematizzata anche mezzo secolo dopo nel romanzo storico L’Invincibile Armata del polacco Jan Dobraczynsky – vi è solo un calcolo politico mirante all’eliminazione di ogni resistenza interna: «È questo che cercano per incolpare noi tutti. Non suonerebbe bene che dei cristiani spargessero sangue cristiano per il cristianesimo». Quella di Elisabetta è una vera e propria crociata contro il cattolicesimo, una modalità feroce per imporre un’autorità tirannica, autoreferenziale e assoluta.
Vieni ruota! Vieni forca! svicola la ferma presa di posizione a favore dell’una o dell’altra parte per porsi su un piano ulteriore nel momento in cui esalta le figure dei grandi martiri del cattolicesimo inglese, esempi di virtù cristiana che travalicano i particolarismi e offrono il loro sacrificio come testimonianza e stimolo.
Maria Stuart viene ingiustamente accusata di aver partecipato al complotto per spodestare Elisabetta quando, in realtà, ne è completamente all’oscuro. Alla regina di Scozia, vittima di false accuse, tocca il ruolo dell’agnello sacrificale. Con compostezza accetta la morte senza inutili strepiti limitandosi a protestare la sua estraneità ai fatti. Nelle ultime parole di Maria, pronunciate poco prima di morire, non c’è spazio per l’odio: «Quelli che ritenevo amici mi hanno preso in trappola, e hanno raggiunto colore al racconto. Prego il nostro Salvatore di perdonarli come faccio io; e con quel Salvatore nel cuore […] vi dico che sono innocente di ciò che mi imputano. Morirò per la mia religione, e nient’altro».
Anche Edmund Campion è un personaggio leggendario. Corsaro del cattolicesimo, il gesuita percorre di nascosto tutta l’Inghilterra amministrando i sacramenti e fuggendo dalle guardie con abili stratagemmi. Il solo nome è fumo negli occhi per gli anglicani che ne temono il carisma, l’intraprendenza e la cultura, qualità che contribuiscono a fare di lui il nemico pubblico numero uno. Ma nel suo cuore non vi è traccia di acredine alcuna nei confronti degli inglesi o di Elisabetta. La sua ben nota ironia arriva addirittura a giustificare, con una punta di provocazione, la ferocia della regina: «Diciamo che prende la legge troppo alla lettera, e che presiede il nostro letto di Procuste protestante». Per lui la palma del martirio sopraggiunge nel 1581.
Nella morte di questi martiri non si può non scorgere il disegno provvidenziale di Dio, un forte richiamo alla conversione dei cuori e delle menti, un messaggio di concordia indirizzato a un’Inghilterra gretta e sorda. Anche davanti all’approssimarsi della morte, il martire non cede alla tentazione della disperazione. Come il buon ladrone, chiunque muoia per Cristo è certo che il giorno stesso sarà con Lui in Paradiso: «E’ per la fede cattolica che muoio – quella che una volta era la fede di tutta l’Inghilterra – e che, prego, sarà un giorno nuovamente la sua fede. In essa ho vissuto, e in essa morirò. E prego Dio, inoltre, che tutti coloro che mi sentono oggi abbiano la grazia di considerarla, come me – come la vera religione cristiana (e nessun’altra) – rivelata da Cristo nostro Salvatore».
Il libro: R. H. BENSON, Vieni ruota! Vieni forca!, Verona, Fede & Cultura, 2013, pp. 446, 11 Euro.

venerdì 22 gennaio 2016

Tamigi di sangue: “Il trionfo del re” di R. H. Benson

1
 
di Luca Fumagalli (Fonte: http://www.radiospada.org/)
 
Dopo il discreto successo ottenuto con Con quale autorità? (1904), R. H. Benson si dedicò alla stesura di un nuovo romanzo storico, ancora una volta ambientato durante i terribili anni dello scisma anglicano. In questa occasione il protagonista sarebbe stato il padre di Elisabetta, Enrico VIII, l’ex defensor fidei rivoltatosi contro Roma. Il trionfo del re (The King’s Achievement), pubblicato nel 1905, tratta con acutezza psicologica il dramma di una nazione chiamata a scegliere tra l’eresia e la fede dei padri. Il motivo unificante delle vicende che, a mosaico, compongono la trama, è la spoliazione e distruzione dei monasteri causata dall’ambizione e dell’avidità del re. L’esito è una brillante operazione di revisionismo storico che ha come fine quello di dimostrare, attraverso l’accessibilità della forma narrativa, come il protestantesimo inglese fosse corrotto sin dalle origini, nato soltanto per assecondare gli smodati appetiti di un sovrano preda del vizio.
Il trionfo del re, ambientato tra il 1533 e il 1540, descrive il conflitto tra due fratelli appartenenti alla famiglia aristocratica dei Torridon. Sulla sfondo della contesa tra il Papa ed Enrico, Christopher, sacerdote fedele a Roma e intenzionato a rispettare la sua vocazione, fronteggia Ralph, ambizioso servo del potere, tanto accecato dal miraggio di una rapida carriera a corte da sopprimere la sua coscienza e rifiutare la mano della donna che ha sempre amato. Tra intrighi e misteri, tra aiuti provvidenziali e colpi bassi, il duello tra i due Torridon si risolverà in una lenta ma inesorabile caduta nelle morte gore del peccato.
Nel titolo del romanzo Benson chiarisce qual è, in estrema sintesi, il tema portante del libro: rievocando l’opposizione tra dimensione temporale e spirituale dell’esistenza, parla del trionfo di Enrico VIII come qualcosa di passeggero e infecondo. La cosa che più conta, la battaglia per la salvezza dell’anima, si è risolta invece in una clamorosa disfatta. Nel sorriso arrogante del re è celata la miseria di un uomo che ha sacrificato la felicità eterna per uno strapuntino di potere. Come l’Anticristo de Il padrone del mondo, alla fine anche lui è destinato a soccombere innanzi alla giustizia divina.
Tra i personaggi de Il trionfo del re Enrico VIII è l’unico rappresentato sotto una luce totalmente negativa. Il sovrano, che perseguì con lucida scientificità i suoi progetti di controllo totale sull’Inghilterra, mostra in più occasioni la natura luciferina del suo operato. Freddo e calcolatore, non tollera che qualcuno possa sconvolgere i suoi piani e non esita a schiacciare chiunque tenti di sbarragli la strada: «Enrico era andato troppo innanzi; aveva assaporato con troppa soddisfazione la ricchezza che giaceva nei tesori delle case religiose in attesa di lui, e dopo un po’di tregua accostò di nuovo la mano alla coppa […]. Ora Enrico non poteva più tollerare la più piccola ombra di indipendenza spirituale entro il suo territorio».
3
Il re, per quanto possibile, preferisce evitare l’uso della violenza ed esibire troppo scopertamente il suo potere coercitivo. Usa un’arma molto più efficace e invisibile, la burocrazia, l’unica in grado di nascondere agli occhi del popolo i grandi cambiamenti in atto, ammantando di legalità e di rinnovamento spirituale la cupidigia del bolso Tudor. I burocrati, «uomini pacifici, dall’aspetto d’avvocati, erano ministri di una tremenda vendetta; le stesse penne, l’inchiostro e la carta […] erano sacramenti di vita o di morte». Accanto a lui si muovono nell’ombra figure meschine e ambigue come l’ex prete Layton, oscenamente impegnato in prima persona nelle spoliazioni dei monasteri, il traditore Lackington e il fedelissimo ministro Cromwell, sempre attento a soddisfare ogni capriccio di Enrico da cui, ironia della sorte, verrà poi tradito e ucciso.
Dalla parte opposta si ergono come giganti i veri trionfatori del libro. Sono i martiri che, sacrificandosi per affermare i diritti di Cristo e della Chiesa, hanno ottenuto la santità, l’unica vera vittoria. Uomini come More, Fisher e altri hanno infatti conquistato con il sangue il diritto alla Vita eterna e alla visione beatifica di Dio. Attraverso il martire, figura cristologica, passa il riscatto della nazione: come agnello sacrificale versa il suo sangue per redimere un popolo intero dall’apostasia. Le pagine di Benson, con uno stile delicato e vibrante, ritraggono con efficacia rara il tormento della morte e la conquista della gloria, quella sensazione che descrive Christopher quando, nel 1533, visita a Londra il luogo dove sono stati uccisi i primi frati cappuccini: «Era qui che avevano subito il martirio, quei forti, quegli intrepidi cavalieri di Dio; essi avevano penduto da queste travi, coi piedi sul carro che era il loro carro di gloria, ed il collo nella fune che sarebbe stata il loro celeste distintivo; avevano guardato quei luoghi che egli stava ora guardando, mentre tenevano il breve discorso rivolti verso la Porta di Tyburn. Batté ancora una volta la mano sulla rozza trave e mentre gli parlavano nella mente i particolari del supplizio, si curvò baciandola, ed un fiume di lacrime gli velò gli occhi».
2
Mentre i cattolici vengono perseguitati, il loro grido di perdono si leva alto sulla folla vociante, in netto contrasto con la doppiezza del re che vive in un costante clima di ansia e sospetto. Vi è in questo atteggiamento un qualcosa di allegorico, come se Benson avesse voluto fare di Enrico VIII non solo il prototipo dell’eresiarca, ma anche del pessimo governatore che promette al popolo senza mai mantenere.
In rapporto ai monasteri, come ricordato, si manifesta per la prima volta l’autentica indole del sovrano che dà ordine di sopprimere le compagnie religiose e sequestrarne i beni:  «Quasi tutti, monasteri grandi o piccoli, vennero letteralmente smantellati, prima o dopo essere stati venduti a gente che pagò per essi un prezzo “onesto”: tutto il vendibile fu venduto, compreso il piombo che rivestiva i tetti e i catenacci delle porte; i mobili e gli arredi sacri furono venduti all’asta, gli oggetti liturgici preziosi e le campane vennero fusi, i libri che non contraddicevano il re vennero requisiti e gli altri, la maggior parte, essendo “robaccia cattolica” (e molti erano preziosissimi codici ricchi di miniature), furono bruciati o regalati al popolo che ne usò le pagine per avvolgervi la verdura. Dai paramenti sacri si recuperò la stoffa, ove possibile; altrimenti si utilizzarono al meglio, magari a far da coperte ai cavalli dei nobili».
Proprio nei monasteri nasce e si sviluppa anche l’incontro/scontro tra i vari membri della famiglia Torridon, tutti – con la sola eccezione della madre – in profondo disaccordo con la condotta di Ralph.
I monaci, privi di residenza, si trovano quindi costretti a una difficile scelta tra la fedeltà all’ordine e al Papa o quella al sovrano. E sono in moltissimi, la maggior parte, che, per tutelare la propria incolumità fisica, abiurano il cattolicesimo per sottomettersi alla corona.
Nessuno è esente dalle tentazioni del maligno e Benson, che ben conosceva l’anima dell’uomo, l’aveva compreso chiaramente. Anche in altri suoi libri si possono incontrare religiosi poco limpidi, spesso codardi o sciocchi. Questo atteggiamento presto gli valse critiche da parte di alcuni cattolici, ma non si tratta di presunto anticlericalismo quanto della consapevolezza che sia il male che la stupidità sono patrimonio di tutti, indipendentemente dagli abiti che indossano. Inoltre l’accusa mostra la sua inconsistenza proprio nel momento in cui ai preti “giurati” si contrappongono sacerdoti e frati, come Cristopher, che non rinunciano alla loro fede, arrivando addirittura a morire per essa.
Il gioco delle parti su cui è costruita la storia trova una brillante sintesi in Beatrice Atherton. La giovane ragazza amica di Thomas More, di cui si innamora perdutamente Ralph, è il motore di quella sottotrama del perdono e della conversione che, nella terza parte del romanzo, caratterizza la vita di casa Torridon.
La fanciulla rivela un carisma molto simile alla più illustre omonima dantesca. Grazie all’amore puro e gratuito dell’amicizia, la giovane Atherton conduce gli uomini sulla via del riscatto. Emblema di questo contagio virtuoso è proprio Ralph, l’eroe tragico del libro. Dopo essersi macchiato con il sangue di molti innocenti e avere insultato la fede dei propri padri, anche a lui, attraverso Beatrice, è concessa la possibilità del perdono: «Mio… mio Dio» sono le ultime parole della sua esistenza terrena.
Il libro: R. H. BENSON, Il trionfo del re, Verona, Fede & Cultura, 2012, 350 pp, 15 Euro.

giovedì 21 gennaio 2016

La tirannia della libertà: il Piemonte dai Savoia a Napoleone

Fonte: https://giorgioenricocavallo.wordpress.com/

tirannia della libertàLa tirannia della libertà: il Piemonte dai Savoia a Napoleone vuole gettare una luce nuova su un periodo di storia convulso e controverso: quello della Rivoluzione Francese.
Si tratta di un argomento che è ancora oggi attualissimo: lo sappiamo, l’Occidente continua a vivere dei miti rivoluzionari. Ma possono davvero essere definiti dei miti? Il caso piemontese è emblematico: questo libro narra la «liberarazione» dello Stato Sabaudo operata dalle truppe francesi; un evento non voluto da gran parte del popolo, che subì un’infinità di vessazioni umilianti. Quando i contadini presero le armi per cacciare gli invasori, vennero massacrati dai loro «liberatori». È una storia tragica e ancora poco nota, che racconto in presa diretta, con puntuali riferimenti ai documenti dell’epoca. Riecheggiano, in questo studio, le parole dei testimoni che sperimentarono sulla loro pelle quella millantata libertà; testimoni che spesso erano povera gente, la quale assisteva agli eventi dell’epoca mormorando amaramente tra sé: «Liberté, egalité, fraternité: ij fransèis an caròssa, e noi a pè».

lunedì 28 dicembre 2015

I Mille del Papa: sottane, pastori e anatre selvatiche in difesa di Pio IX

z1
 
di Luca Fumagalli  (Fonte: http://www.edizioniradiospada.com/ ) 
 
Accanto ai grandi avvenimenti della storia sorge sempre un corollario di aneddoti più o meno fantasiosi. Tra quelli connessi alle imprese dei volontari di Pio IX, uomini che da tutto il mondo raggiunsero il piccolo Stato pontificio per difendere il Papa dalle mire espansionistiche di Cavour e di Vittorio Emanuele II, ve ne è uno davvero singolare che riguarda la famosa medaglia d’argento “Pro Petri Sede” distribuita ai sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo. Una consolidata tradizione orale garantisce che una di queste sia stata rinvenuta fra le spoglie del famoso capo pellerossa Toro Seduto. L’avrebbe strappata a un soldato irlandese passato dall’esercito papale a quello statunitense. Coinvolto nello scontro di Little Bighorn, dove gran parte del reggimento a cavallo del generale Custer fu massacrato, il soldato si comportò con tale coraggio da suscitare l’ammirazione dei vincitori. Toro Seduto si appropriò quindi della medaglia ritenendola un amuleto di forza e temerarietà.
Dato il triste destino del capo indiano, sembra che il feticcio tutto sommato non abbia sortito l’effetto sperato. Ma l’episodio, sebbene marginale, testimonia l’enorme eco internazionale che ebbero le imprese dei crociati antirisorgimentali accorsi a Roma tra il 1860 e il 1870. Nella Città Eterna in dieci anni transitarono volontari di ben ventisette nazioni. In tutto mai superarono le quindicimila unità, ma le scarse disponibilità economiche della casse pontificie non permettevano di mantenere un esercito più grande. I richiedenti furono numerosissimi e alcune fonti parlano addirittura di centomila giovani pronti a partire dal solo Quebec. Le reclute vennero dunque inquadrate in diversi corpi, il più famoso dei quali fu quello degli Zuavi, nato ufficialmente il 1 gennaio 1861 sui resti dei Tiragliatori franco-belgi.
I mazziniani accusavano la Chiesa di opporsi alla modernità, di arroccarsi dietro i bastioni dell’assolutismo per tentare inutilmente di proteggersi dall’inevitabile avanzata repubblicana. Forse non si accorsero – o non vollero accorgersi – che mai come nell’esercito papale la democrazia aveva trovato più vasta applicazione. Infatti, per la prima volta nella storia, il fabbro bavarese combatteva fianco a fianco con il conte francese, lo studente italiano con l’agricoltore irlandese, l’ex seminarista fiammingo con il cacciatore di bisonti statunitense. Nobili e popolino avevano trovato nella Fede e nella comune causa della difesa del potere temporale della Chiesa un collante così efficace da travalicare qualsiasi steccato sociale. Inoltre, diversi ufficiali che avevano edificato la propria carriera sui più famosi campi di battaglia europei dettero prova di grande umiltà arruolandosi a Roma come soldati semplici, e furono numerosi quelli che rinunciarono allo stipendio per devolverlo in favore di opere pie.
L’appassionante vicenda dei volontari di Pio IX, spesso ignorata dalla storiografia risorgimentale mainstream, è raccontata nel recente saggio di Alfio Caruso intitolato Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi, 2015). Caruso, giornalista e scrittore, si accolla l’oneroso compito di scavare nuovamente nel passato scomodo dell’Italia per riportare alla luce una delle pagine più contraddittorie della storia nazionale. I Mille a cui si riferisce il sottotitolo, in particolare, furono coloro che come Kanzler, De Courten, Allet, Azzanesi e Ungarelli maturarono una lunga carriera nell’esercito pontificio: giovani tenenti nel 1848 durante la difesa di Vicenza a fianco dei soldati di Carlo Alberto, divennero i generali che nel 1870 tentarono l’ultima e disperata resistenza a Roma. Caruso parte dalla loro esperienza individuale per imbastire una narrazione di taglio giornalistico, frizzante e accattivante, che non risparmia elogi e critiche a entrambe le parti in lotta. L’ago della bilancia in ultima istanza sembra però pendere più dalla parte dei militi del Papa per cui l’autore prova una naturale ammirazione. La prospettiva complessiva tende comunque all’oggettività e l’apparato bibliografico – piuttosto limitato, ma adatto per un lavoro a scopo divulgativo – rivela l’utilizzo di fonti composite che vanno delle testimonianze dei reduci agli studi di Montanelli e di Denis Mack Smith.
Il volume abbraccia un arco temporale piuttosto lungo, dall’elezione di Pio IX nel 1846 alla caduta di Roma nel 1870. Dal tema centrale si dipanano poi diverse piste che approfondiscono vicende collaterali come il complesso quadro politico internazionale dell’epoca, la fine del Regno delle Due Sicilie, l’esilio romano di Francesco II, il Concilio Vaticano, il brigantaggio e, in generale, i tanti nodi irrisolti dell’unità. A questo proposito il giudizio dell’autore è tranciante: «L’Italia è da subito un grande mercato nel quale ciascuno prova a concludere l’affare migliore. A cominciare dai Savoia nessuno ha l’autorità morale per ergersi a custode della nazione; stanno sul trono per una serie di eventi spesso indipendenti dai loro desideri, dalla loro volontà. A differenza di quanto ancor oggi si ripete, non sono stati loro a fare l’Italia, è l’Italia che se li è trovati sul groppone essendo stata l’unica dinastia a guardare oltre i propri confini».
Lo spirito revisionistico del libro è ben esemplificato dalla descrizione dell’incontro tra il giovane tenente Riccardo Mortara, da poco entrato a Roma con gli italiani, e il fratello minore Edgardo, sottratto dodici anni prima a Bologna ai genitori per espresso volere delle gerarchie ecclesiastiche. Il “caso Mortara”, che all’epoca suscitò un moto d’indignazione in tutta Europa, ebbe luogo il 23 giugno del 1858, quando la polizia venne a sapere che la cameriera dei Mortara, agiati ebrei romagnoli, aveva battezzato a due anni il bambino, gravemente malato. Il battesimo, secondo la legge allora in vigore, escludeva che Edgardo fosse allevato da genitori non cattolici: il giovane fu quindi condotto nella capitale. Ciò che però si tace è che l’incontro tra i due fratelli nel 1870 fu tutt’altro che piacevole. Edgardo, da tre anni accolto nell’ordine dei Canonici regolari del Laterano, non accettò di tornare in famiglia: l’unica che ormai riconosceva era quella clericale.
Ma il grande merito del testo di Caruso è quello di soffermarsi sui protagonisti, grandi e piccoli, che animarono l’azione antirisorgimentale di Pio IX, il più grande nemico dell’Italia massonica, lo stesso che fu scambiato nei primi anni di pontificato per un convinto liberale. Sotto di lui, mossi innanzitutto dall’affetto per il Papa e dalla convinzione che la perdita del potere temporale avrebbe scosso la Chiesa dalle fondamenta, tanti impugnarono le armi per difendere le prerogative del trono e dell’altare.
È questo il caso, per esempio, delle “anatre pazze”, soprannome affibbiato dai romani ai tumultuosi irlandesi, intrattabili dopo aver alzato il gomito in qualche osteria – cosa che, detto per inciso, accadeva spesso – ma soldati estremamente affidabili in battaglia. Cresciuti a patate e Vangelo, molti di essi compirono azioni eroiche guadagnandosi le lodi dei superiori e numerosi riconoscimenti. Meritano di essere citati anche i “zampitti”, pastori e contadini ciociari che ebbero un ruolo determinante soprattutto nello sgominare le bande di briganti penetrate nel Lazio meridionale. Sudditi fedeli, arruolati soprattutto per la conoscenza del territorio, si rivelarono presto instancabili cacciatori di fuorilegge.
A sostenere le peripezie di un esercito costantemente in inferiorità numerica e inevitabilmente votato alla sconfitta accorsero anche diverse donne che, accanto a frati e suore, svolgevano mansioni infermieristiche. La Rosalia Montmasson dei pontifici fu l’inglese Katherine Stone. Sanfedista tutta d’un pezzo, era solita aggirarsi tra i feriti completamente vestita di nero, in testa indossava un baschetto inforcato da una piuma alla cacciatora con il velo ripiegato intorno e trattenuto da un fermaglio rappresentante la medaglia di San Pietro. Di stanza presso le Suore della Carità, si comportò egregiamente portando ai sofferenti non solo i medicinali, ma anche il conforto di un sorriso e di una preghiera.
Accanto ai volontari mossi da nobili ideali non mancarono diversi che giunsero nello Stato della Chiesa solo per sfuggire alla giustizia dei rispettivi paesi o attirati dalla prospettiva di uno stipendio sicuro. Famoso fu il caso di John Surrat, ex soldato confederato accusato di aver preso parte alla cospirazione per uccidere Lincoln. Arruolatosi negli Zuavi sotto falso nome, fu riconosciuto e costretto a scappare. Catturato ad Alessandria d’Egitto e ricondotto negli Stati Uniti, per sua fortuna venne scagionato per insufficienza di prove.
Principi, banditi e uomini di Fede, la storia dei Mille del Papa si concluse a Roma il 20 settembre 1870. Dopo che le speranze di vittoria erano presto naufragate davanti alla preponderanza delle armate guidate da Cadorna, lo stato maggiore papalino, su consiglio di Pio IX, puntò a una resistenza poco più che simbolica. Qualche cannonata, alcune decine di morti e la città si arrese: la rivoluzione italiana alla fine aveva trionfato. I reparti pontifici, il cui bivacco si trovava in piazza San Pietro, alla sera cantarono per l’ultima volta “L’inno a Pio IX” composto da Charles Gounod; il giorno dopo avrebbero dovuto abbandonare la Città Eterna, condannati fino alla morte a vivere la misera condizione di stranieri in patria. L’unica consolazione che dava alla piazza ancora la forza di abbozzare un sorriso tra le lacrime era quella che, almeno in cielo, Qualcuno si sarebbe ricordato di loro.
 
Il libro: A. CARUSO, Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa, Milano, Longanesi, 2015, pp. 313, prezzo 18,60 Euro.