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martedì 31 gennaio 2017

Cattolici ed evoluzionisti. Una risposta al prof. Facchini.



di Fabrizio Fratus - Fonte: http://www.radiospada.org/

Sul sito UCCR viene presentata un’intervista al prof. Fiorenzo Facchini intitolata “Evoluzionisti e cattolici? Si può e si deve” in relazione ad un mio articolo comparso sul sito di Radio Spada (non citata). La questione su cui si vuole tentare di fare chiarezza è se un Cattolico possa essere anche un evoluzionista. Io sostengo di no e lo sostengo con forza per questioni ben comprensibili: l’evoluzione della specie non è un fatto scientifico ma una fede e come tale si contrappone alla parola di Dio. In un altro articolo ho cercato di dare forma alla mia idea per cui un Cattolico è specificatamente un creazionista e come tale non può certo credere in una altra origine vita se non quella creata da Dio.
La prima questione che va affrontata, a mio modo di vedere, è se realmente la teoria di Darwin sia un fatto scientifico. Il Prof. Facchini sostiene di si, che lo è. Benissimo, allora chiediamo al professore di indicare a tutti:
  • Quali prove verificabili possiede?
  • Quale esperimento conferma l’ipotesi?
  • Dove e quando è stato ripetuto l’esperimento?

La domanda esige una risposta semplice e concreta e non una valanga di parole inutili che servirebbero solo a eludere la risposta.
Tra le prove presentate dagli evoluzionisti troviamo l’esperimento di Lenski spesso divulgato come esempio di evoluzione, peccato che lo stesso scienziato abbia ammesso il “fallimento” delle sue ipotesi.
Tra gli stessi evoluzionisti vi sono molti dubbi tanto che è semplice trovare affermazioni come quella di S. C. Todd:
“anche se tutti i dati indicano un progettista intelligente, una tale ipotesi è esclusa dalla scienza perché non naturalista”
O come quella famosissima di Richard Lewontin, genetista evoluzionista:
“Noi difendiamo la scienza nonostante l’evidente assurdità di alcune delle sue affermazioni, nonostante essa non riesca a realizzare molte delle sue stravaganti promesse sulla salute e sulla vita, nonostante la tolleranza della comunità scientifica per delle favole immaginarie prive di verifica, perché abbiamo un impegno aprioristico, un impegno materialista. Non è che i metodi e le istituzioni della scienza ci obblighino ad accettare una spiegazione materialista dei fenomeni, ma al contrario, siamo costretti dalla nostra adesione aprioristica alle cause materiali a creare un apparato d’investigazione ed una serie di concetti che generano spiegazioni materialistiche; non importa quanto contro intuitive, non importa quanto mistificanti per i non addetti ai lavori. Non solo, ma tale materialismo è assoluto, perché non possiamo aprire la porta al piede divino”

Tra le argomentazioni riportate dal prof. Facchini a sostegno di una posizione per cui un Cattolico può essere evoluzionista vi è questa frase:
“Basta ammettere che la realtà dell’universo è stata voluta da Dio.”
L’ammissione relativa al concetto di una volontà di Dio non riguarda la scienza ma la fede e ponendosi in questo modo, il prof. Facchini, contribuisce a dare manforte a tutti gli evoluzionisti sostenitori della tesi per cui un credente non possa fare buona scienza. Leggendo la dichiarazione riportata sopra come dare loro torto? Il professore sta nel mezzo, da una parte promuove la fede e dall’altra si conforma a una ipotesi non verificata, non verificabile che utilizza la menzogna per essere divulgata nelle scuole(1).
La propaganda evoluzionista passa per il cinema con film come X man, o Lucy, o con serie tv in cui l’evoluzione della specie diviene la struttura della storia raccontata, un macchina di convincimento presente in tutti i settori. Ma la realtà è ben diversa, e la scienza sperimentale ed empirica conduce scienziati come  l’ateo più famoso del ‘900,  Antony Flew, a convertirsi al teismo (2), e che dire di J. Sanford? Ateo ed evoluzionista, genetista di fama mondiale divenuto creazionista studiando il genoma umano e presentando un libro sull’entropia del DNA in cui sostiene:
  • Il decadimento del DNA
  • Che in 300 generazioni la specie umana sarà scomparsa
  • Che l’uomo non può avere più di 7000 anni

I risultati degli studi di J. Senford sono in linea con il famoso studio chiamato “Eva mitocondriale” dove dopo 10 anni di lavori si stabilì quanto segue (riporto per intero la risposta di Stefano Bertolini a una domanda che venne posta a Roberto de Mattei):
D – A proposito, lo sa che sono stati proprio i genetisti a dimostrare che nella nostra specie non si possono biologicamente separare delle razze distinte dal punto di vista genetico [non ndr] esistono le razze, con ciò dando un messaggio di uguaglianza fra gli uomini di cui la Chiesa dovrebbe appropriarsi?
R – Finalmente gli evoluzionisti sono arrivati a quello che la Bibbia ha sempre dichiarato: siamo tutti fratelli, figli di una sola coppia di genitori. Dio “ha fatto d’un sangue tutta la generazione degli uomini, per abitare sopra tutta la faccia della terra,” Atti 17:26.
Per un reportage sull’origine di queste “scoperte” da parte degli evoluzionisti possiamo fare riferimento al progetto Eva Mitocondriale (Newsweek Magazine, Gen 11, 1988, “La ricerca di Adamo ed Eva”): “Questa scoperta porta un profondo messaggio di fratellanza biologica”, Science Magazine, 1998: “Introducendo nuove procedure forensi, il DNA mitocondriale sembra mutare molto più velocemente delle aspettative, sollevando delle questioni preoccupanti rispetto alla datazione degli eventi evoluzionisti… Usando il nuovo orologio, Eva dovrebbe avere solo 6000 anni.” Accecata dalle proprie prevenzioni, la giornalista indossa i suoi occhiali tinte dal preconcetto di milioni di anni e scrive: “nessuno pensa che sia così…” Tale data è perfettamente in linea con quella proposta dai creazionisti.

La teoria di Darwin è un atto di fede e come tale non è scienza empirica, Antonino Zichichi spiega benissimo la questione nel saggio “Perchè io credo in Colui che ha fatto il mondo”, ritenere che l’evoluzione della specie sia un fatto è un errore per uno scienziato e lo è ancora di più per un credente; la mia posizione è quella antievoluzionista; in passato non vie è stato un organismo semplice che per mutazioni e selezione naturale è evoluto in qualcosa di più complesso.
Se un uomo di chiesa dà credito a ipotesi materialiste non verificate e verificabili diviene strumento del male e contribuisce ad allontanare le persone dalla salvezza, così compiendo nega il suo mandato di uomo che conduce le pecorelle smarrite verso la salvezza.
Il concordismo è il male del credente, di colui che non segue la parola di Dio e la interpreta a suo piacimento.


_____________________________________________
  1. In tutti i libri delle scuole in occidente vengono riportati come fatti a dimostrazione della tesi materialista questi falsi: origine della vita tramite esperimento Miller, Lucy come antenato comune, ricapitolazione degli embrioni, organi vestigiali etc.
  2. “La conversione degli atei” 

venerdì 16 dicembre 2016

Approfondimento su antidarwinismo, disegno intelligente e creazionismo

mondo


Fonte: http://www.radiospada.org/

Riprendiamo quest’intervista del dott. Fabio Vomiero, informatore scientifico nel campo della microbiologia, a Fabrizio Fratus. Inizialmente le domande erano rivolte solo a Fabrizio Fratus in quattro punti proposti da Fabio Vomiero, a seguire abbiamo messo le risposte non solo di Fratus ma anche quelle di Pennetta e Bertolini per riproporre il confronto originale e per completezza. [RS]

di Fratus/Pennetta/Bertolini

  1. La teoria dell’evoluzione non ha prove.
In realtà di prove ce ne sono parecchie, dai fenomeni di adattamento, spesso imperfetti, al dimorfismo sessuale (cervo, pavone), alla convergenza evolutiva, agli organi vestigiali, all’anatomia comparata con i casi di omologia, in cui per esempio la pinna di balena, il braccio di uomo, la zampa di cane, l’ala di uccello sono costituite dalle stesse ossa, alla biogeografia (marsupiali solo in Australia), agli interessanti stadi evolutivi nel campo dell’embriologia. Oltre naturalmente ai dati derivanti dalla paleontologia e dai recenti studi di genetica evolutiva. L’evoluzione pertanto è una teoria scientifica, ma è anche un fatto. Ricordo peraltro, per chi dubita dei fossili, che il processo di fossilizzazione è molto raro in natura (il processo normale è la decomposizione), per cui è ovvio che i fossili di cui disponiamo rappresenteranno soltanto un’infinitesima parte degli organismi effettivamente vissuti sulla Terra.
Risposta Pennetta: 
l’evoluzione degli attuali viventi da antenati comuni è l’ipotesi più ragionevole che possiamo fare, quella che non è invece soddisfacente è la spiegazione neo-darwiniana di come ciò sia avvenuto. Quindi riassumendo, evoluzione sì, neo-darwinismo no.
Risposta Fratus:
Lo studio della biogeografia cerca di ricostruire la storia delle specie e del popolamento del territorio in cui vivono; la disciplina fornisce molti esempi di “evoluzione” ma in realtà, poi, verificando, si tratta sempre e solamente di “microevoluzione” (esempio dei vermi: planaria alpina, planaria gonocephala e Polycelis cornuta – Junker e scherer, op. cit. 2007, p. 213). Per la logica evoluzionista sono esempi di evoluzione, in realtà non è così in quanto è solamente una variazione interna alla specie limitata da regole ben precise interne al codice genetico. Nulla dimostra evoluzione da una specie a un’altra se non un’interpretazione dettata da una specifica visione di idee. L’esperimento Lenski è una dimostrazione di quanto non esista niente al di fuori dell’informazione del codice genetico. Il susseguirsi di diverse specie nelle diverse epoche geologiche è una interpretazione dettata dalla visione dominante del momento, le stesse epoche geologiche sono una “convenzione” e non un fatto scientifico e Stenone potrebbe ancora dirci molto. Per gli organi vestigiali va detto che nessuno scienziato serio li cita in quanto hanno funzioni ben specifiche. Dai miei studi non risulta nessun aumento di complessità da una specie a un’altra in relazione al tempo; ciò comporta che il concetto di evoluzione delle specie è fuorviante.
Risposta Bertolini:
Organi vestigiali: L’idea di organi vestigiali ormai è un’argomento datato. Non esistono gli organi vestigiali come le più di 100 organi dell’uomo che ora sappiamo avere TUTTI una funzione. Nel 1999 è stato scoperto una funzione anche per l’ultimo organo considerato vestigiale nell’uomo.
Omologia: Molti esempi di omologia sono meglio spiegate dal punto di vista di un progetto intelligente. Inoltre, crescenti conoscenze delle fondamenti genetiche e molecolari della vita rivelano molti importanti eccezioni e contraddizioni alla teoria. Come risultato l’omologia, come prova dell’evoluzione, si può considerare confutata. Gli evoluzionisti hanno cercato di spiegare i molti esempi che sono eccezioni, definendo quelli che sono simili per discendenza da un antenato comune, omologia, mentre quelli che sono simili solo per funzione, sono chiamate analoghe. Gli arti anteriori dell’uomo, delle balene, degli uccelli e dei cavalli sarebbero omologhe, mentre le ali degli uccelli e degli insetti sarebbero analoghe. Però la struttura dello scheletro dell’ala di un uccello sarebbe omologa a quella di un pipistrello, per discendenza da un antenato rettilio comune, ma sarebbero contemporaneamente analoghe per la modifica di funzione per il volo (piume per gli uccelli e membrana della pelle per il pipistrello). Così quando una similitudine di disegno sostiene l’evoluzione diventa un’omologia e viene accettata come una prova dell’evoluzione, mentre quando non sostiene l’evoluzione le stesse similitudini diventano analoghe e cosi può ora sostenere l’evoluzione. L’esistenza di strutture analoghe viene spiegato con un’evoluzione convergente attraverso un’evoluzione indipendente di strutture simili grazie a pressione ambientali simili. Tuttavia, ancora una volta ci sono delle serie obiezioni alla proposta evoluzionista. L’embriologia ha dimostrato un importante problema per organi o strutture identiche o molto simili in differenti animali che non si sono sviluppate dalla stessa struttura o gruppo di cellule embrionali? Non è insolito trovare strutture fondamentali come il tratto digestivo (tubo digerente) che si forma da tessuti embrionici differenti in diversi animali. Per esempio negli squali questo si forma dal tetto della cavità digestiva embrionica. Nelle rane si forma dal tetto ed il fondo, invece in uccelli e rettili dalla parte inferiore del disco embrionico o il blastoderma. Anche il classico esempio del arte anteriore vertebrato (a cui si riferisce Darwin e che viene citato in centinaia di libri di testo come prova dell’evoluzione) ora si è dimostrato errato come esempio di omologia. Questo perché lo sviluppo degli arti anteriori in parti del corpo differenti in specie differenti, ma con struttura simile, non può essere spiegata dall’evoluzione. Gli arti anteriori di un tritone si sviluppano dai segmenti del torso da 2 a 5, in una lucertola da 6 a 9, e nell’uomo i segmenti si sviluppano da 13 a 18 (de Beer, S.G., Homology, An Unsolved Problem, Oxford University Press, London, p. 13, 1971). Il Dr. Michael Denton ha concluso che questa prova dimostra che gli arti anteriori non si sono sviluppati omologamente. Nuovamente la spiegazione più logica e coerente è quella di un progettista che nel suo disegno ha usato la stessa soluzione per diverse specie che devono tutte vivere nello stesso ambiente. La ruota della biciclette, della moto e della macchina condividono lo stesso ottimo disegno che è considerato il più efficace. Perché reinventare la ruota?
Biogeografia (marsupiali solo in Australia): Marsupiali vivono anche in Sud America (Allaby, M., Dromiciopsia; in: A Dictionary of Zoology, Oxford University Press, Oxford, 1999; encyclopedia.com.) e sembrerebbe che fossili di marsupiali sono stati trovati su ogni continente. I fossili di marsupiali del Tardo Cretaceo (supposto 85 – 65 milioni di anni fa) si trovano esclusivamente in Eurasia e Nord America.
Stadi evolutivi nel campo dell’embriologia: Questo sarebbe forse un riferimento agli Embrioni di Haeckel. Da decenni “La teoria della ricapitolazione è defunta”, Stephen J. Gould, Natural History, 89:144, Aprile 1980. “Questo è uno dei peggiori casi di frode scientifica”, M. Richardson, The Times (London), p. 14, 11 Agosto 1997.
L’evoluzione pertanto è una teoria scientifica, ma è anche un fatto: E’ un fatto per chi sceglie di credere nell’evoluzione come ideologia. Per chi invece arriva a conclusioni fondati sulla vera scienza e dati empirici deve concludere che l’evoluzione è solo in ipotesi, perché non rispetti nemmeno i criteri di una teoria scientifica: osservabile, testabile, ripetibile.
I fossili di cui disponiamo rappresenteranno soltanto un’infinitesima parte degli organismi effettivamente vissuti: Secondo Darwin: “…171Perché, se le specie sono discendenti da altre specie attraverso graduazioni impercettibilmente sottili, non vediamo ovunque innumerevoli forme di transizione?… Invece quello che vediamo sono delle specie ben distinte… 280Allora, perché ogni formazione geologica non è piena di anelli intermedi? La geologia sicuramente non rivela nessuna di tali catene organiche finemente graduate; questa, forse, è la più ovvia e grave obiezione che si possa sollevare contro la mia teoria.” “Sulle origini delle specie”, 1859, London:  John Murray, 1° edizione, pp. 171, 280. Dott. Colin Patterson, Senior Paleontologo, Museo Britanico di Storia Naturale: “Concordo pienamente con i Suoi commenti riguardo la mancanza di illustrazioni chiare di forme di transizione nel mio libro. Se fossi stato a conoscenza di una qualsiasi forma, fossile o vivente, li avrei sicuramente inclusi… Lo dico apertamente – non esiste alcun fossile per il quale uno possa difendere la posizione in maniera inattaccabile.” L.Sunderland, Darwin’s Enigma, Master Books, Arkansas, USA, pp. 101–102, 1998
  1. La teoria prevede un concetto di “finalità”, dal meno al più evoluto.
Nel fenomeno dell’evoluzione non c’è nessuna finalità o intenzionalità, non c’è un progresso verso la perfezione. C’è semplicemente una variabilità genetica naturale “casuale” e su questa variabilità interviene la selezione naturale “favorendo”, localmente, un vantaggioso successo riproduttivo degli individui che portano le traduzioni fenotipiche di mutazioni geniche favorevoli, più adatte all’ambiente. E’ generalmente un processo lento e progressivo (piccoli cambiamenti), anche se non sempre e non necessariamente.
Risposta Pennetta:
Jacques Monod ricorda nel suo “Il caso e la necessità” che nella scienza sperimentale vige il postulato di oggettività che afferma: “…il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire ad una conoscenza vera mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di progetto”. Si tratta di “rifiuto” di ipotizzare cause finali, mai di dimostrazione, quindi il finalismo potrebbe anche esserci ma la scienza semplicemente non se ne occupa. Affermare una mancanza di finalità nell’evoluzione è antiscientifico in quanto si compie l’errore di attribuire alla scienza la capacità di esprimersi sull’esistenza o meno di un finalismo.
Risposta Fratus:
Quanto posto nella domanda a mio avviso va in contrasto con la logica dei sostenitori di C. Darwin, proprio il concetto di “evoluzione” implica una finalità e cioè un miglioramento che nella logica neodarwinista è una maggiore complessità delle specie derivate da quelle precedenti. Nel testo “l’uccelosauro” vengono riportati esempi specifici di specie e della loro varietà nel contesto territoriale in cui vivono, demoliscono il concetto di evoluzione. Le specie hanno specifiche caratteristiche per il territorio in cui vivono e non è possibile una loro “evoluzione” da altre specie tramite selezione naturale. E’ dimostrato che in tutte le specie sono già presenti le informazioni genetiche per vivere in determinati territori, nel caso in cui la specie si trovasse in ambienti diversi si estinguerebbero.
Risposta Bertolini:
Perché molti evoluzionisti come Richard Dawkins sostengono che l’evoluzione ha solo l’apparenza del disegno: “la biologia è lo studio di cose complicate che hanno l’apparenza di essere state progettate per uno scopo.” Dawkins, R., The Blind Watchmaker, W.W. Norton & Company, New York, p. 1, 1986. L’evoluzionista non crede per niente nella totale casualità.

  1. La teoria di Darwin fu imposta per ragioni politiche, per giustificare il colonialismo.
Questo non è argomento scientifico, per cui ognuno può argomentare secondo il proprio background.
Risposta Pennetta:
Questo è un argomento storico e come tale va studiato, negare la possibilità di farlo significa negare che la Storia possa essere una disciplina con pari dignità di altre. Certamente i suoi metodi sono specifici, ma a pensarci bene anche l’evoluzione è una disciplina storica e ciascuno potrebbe interpretarla secondo il proprio background. La nascita del darwinismo sociale di H. Spencer prima del darwinismo scientifico è una prova più che certa del fatto che la teoria fu molto supportata per motivi politici.
Risposta Fratus
Quanto da me affermato è un fatto storico facilmente dimostrabile e fino a prova contraria la storia è una scienza sociale che applica metodologie specifiche per l’indagine e il suo studio.
Risposta Bertolini:
Non sono d’accordo che la teoria dell’evoluzione esista solo per motivi politici. La situazione è molto più complessa.

  1. Sostenere la teoria dell’evoluzione equivale a un atto di fede e quindi la teoria stessa è un’ideologia.
Abbiamo visto come l’evoluzione invece sia un fatto scientifico per cui risulta strano sentire dire “io credo” alla teoria dell’evoluzione, sarebbe come dire che in fisica uno dica “io credo” alla relatività, in genere non si “crede” alle teorie scientifiche, semmai si cerca di lavorare per confermarle e approfondirle oppure confutarle, quindi la scienza vera, se fatta bene, non è mai una fede e nemmeno un’ideologia.
Risposta Pennetta:
La teoria dell’evoluzione non è paragonabile alla teoria della relatività o simili in quanto si tratta di qualcosa che è avvenuto storicamente, come detto sopra è la spiegazione più ragionevole delle documentazioni fossili e di altre caratteristiche dei viventi. In poche parole è ragionevole ma bisogna pur crederci.
Ben diverso è il discorso per quanto riguarda la teoria darwiniana che basandosi sull’origine casuale dei nuovi caratteri (non dimostrabile per lo stesso postulato di oggettività) e scontrandosi contro un’altissima improbabilità statistica richiede, per essere accettata, proprio un atto di fede e quindi è assimilabile ad una religione atea che possiamo chiamare ideologia.
Risposta Fratus:
Come specificato sopra non esiste fatto scientifico tanto che come teoria non è falsificabile, diviene quindi automatico comprendere l’assunto per cui il neodarwinismo è un atto di fede da parte di coloro che credono la scienza come strumento per comprendere “ il tutto”. La verità è che la scienza è uno strumento con cui possiamo comprendere alcuni fatti, osservarli e studiarli ma su molti argomenti non può dare risposte e nel caso delle nostre origini come delle ragioni per cui viviamo ed esistiamo non ha spiegazioni. Credere in un qualcosa autogeneratosi (la vita) e autosviluppatosi (evoluzione della specie dal meno complesso al più complesso) senza avere prove riproducibili in laboratorio o osservabili in natura cosa sarebbe se non un atto di fede?
Risposta Bertolini:
Quando la scienza ha dimostrato l’impossibilità della abiogenesis (Pasteur, Hoyle, ecc) e una continua ad insistere che la vita è nata tramite la abiogenesi, allora non se lo può chiamare scienza, ma una fede cieca, cioè una religione: “L‘evoluzione viene promossa dai sui praticanti come una cosa che va oltre la mera scienza. L’evoluzione viene promulgata come un’ideologia, una religione secolare, un’alternative completa alla cristianità, con significato e moralità. Sono un convinto evoluzionisti e ex-cristiano, ma devo ammettere l’evoluzione è una religione. Questo era vero all’inizio e lo è ancora vero oggi.” Michael Ruse

  1. Il creazionismo (vedi libro di Antony Flew) è sostenibile a livello scientifico.
Io ho letto il libro, molto interessante peraltro, ma il problema del creazionismo è principalmente questo: non ci fa fare molti passi avanti. Nel libro, inoltre, l’argomento a mio avviso è trattato in modo naturalmente più filosofico che scientifico e i timidi tentativi di riferirsi a qualche approccio di tipo scientifico appaiono sostanzialmente insoddisfacenti. E poi, perché se ci sono cose che la scienza non riesce a spiegare (come ad esempio l’origine della vita), allora automaticamente quelle stesse cose debbono essere spiegate soltanto da un intervento Intelligente? Ricordiamoci che c’è sempre anche una terza via che è quella dell’ignoranza. La scienza molto spesso purtroppo è consapevolmente e dichiaratamente ignorante, nonostante le utopistiche aspettative della gente.
Risposta Pennetta:
Accolgo pienamente la terza via, quella dell’ignoranza: ancora non sappiamo come la vita sia comparsa e si sia evoluta.
Risposta Fratus:
Nel testo di M. Georgiev “Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole” vi è un capitolo specifico dal titolo: il creazionismo sostenibile: i limiti della ragione.
Come anche sopra se la domanda d’origine della questione è errata la risposta dovrà stabilire questioni differenti. Antony Flew non era creazionista e non ha scritto un libro sul creazionismo. Il testo del più famoso ateo del ‘900 convertitosi al teismo nel 2004 è un libro in cui spiega perché la ragione prima e la scienza poi, lo conducono a concepire l’esistenza di Dio. Nulla ha a che fare con il creazionismo. I creazionisti sono scienziati (sempre in aumento) che credono nella Bibbia e nella Genesi. Tra di loro possiamo trovare genetisti come J. Sanford o biologi come W. Weitz, e J. Wells, Biochimici come J. Sarfati o fisici A Roth e via discorrendo.
Risposta Bertolini:
Non dimentichiamo i grandi scienziati creazionisti come Pascal, Newton, Linnaeus, Faraday, Joule, Mendel, Pasteur, ecc.
Quindi, in conclusione, si può dire che la teoria sintetica dell’evoluzione, che è la moderna e ovvia rivisitazione della teoria di Darwin, non è una teoria molto dettagliata, ma è invece una descrizione a grandi linee, uno scenario, uno strumento in cui noi inquadriamo tutta una serie di dati biologici. Non è né perfetta, né completamente soddisfacente, quindi è normale che ci sia un dibattito in corso, però nei suoi tratti fondamentali è una teoria che ancora funziona e Darwin oggi ne sarebbe certamente orgoglioso.

Conclusioni Pennetta:
La teoria neo-darwiniana è molto dettagliata nello spiegare fenomeni microevolutivi ma è del tutto incapace di spiegare la macroevoluzione. Si tratta di una teoria che, contrariamente a quanto creduto, è di nessuna utilità nella medicina e nello sviluppo di altre discipline. Non fornisce un quadro dei fenomeni biologici ma solo una narrazione degli stessi, una sorta di mitologia adatta ai nostri tempi. Sul fatto che Darwin sarebbe orgoglioso non possiamo esprimerci.

Conclusioni Fratus:
La teoria neo sintetica dell’evoluzione è un problema della scienza, non contribuisce a nulla se non a speculazioni ideologiche sulla nostra esistenza. Lo stesso già citato Georgiev fa notare come la vita dell’uomo non ha avuto nessun tipo di vantaggio dall’interpretazione darwiniana e ancora più specificatamente il medico Giovanni lo Presti, al suo 5° libro sull’argomento, ha dimostrato come nella medicina, usando le logiche darwiniste, si contribuirebbe a fare morire le persone. Nessuno può sostenere che lo studio della biologia evoluzionista ha contribuito a vantaggi in qualche campo della vita.

Conclusioni Bertolini:
Per ampliare la risposta di Fratus: “In realtà, negli ultimi 100 anni, quasi tutta la biologia si è avanzata indipendentemente dall’evoluzione, eccetto la biologia evolutiva stessa. La biologia molecolare, la biochimica, la fisiologia non hanno a fatti considerato l’evoluzione.”, Dr Marc Kirschner, presidente fondatore del Reparto dei Sistemi Biologici, Harvard Medical School, The Boston Globe, 23 Ottobre 2005. “…la maggior parte [dei biologi]conduce il suo lavoro tranquillamente senza fare particolare riferimento alle idee evolutive. L’evoluzione sembrerebbe l’indispensabile idea unificante, e nello stesso tempo un’idea perfettamente inutile.”, A. Wilkins, Introduzione (edizione sui processi evolutivi), BioEssays vol. 22 no.12, p. 1051, Dicembre 2000.

martedì 13 dicembre 2016

Video conferenza: La meraviglia cosmica

Rimini, 3/12/2016, presentazione del libro di Mauro Stenico: “La meraviglia cosmica” (organizzata dal Centro Studi Federici):


lunedì 15 agosto 2016

Breve e incompleta lista di mistificazioni darwiniste (ammesse pubblicamente da darwinisti)

Una celeberrima copertina del "New Scientisit".
Una celeberrima copertina del “New Scientisit”.
 
Chiudiamo il nostro ciclo estivo di articoli e filmati sullo scientismo evoluzionista con questa breve e non esaustiva carrellata di frodi, errori e imprecisioni gravi, ammesse pubblicamente dagli stessi sostenitori della teoria. Ovviamente sono solo una parte del totale [RS]
 
Embrioni. Ernst Heinrich Haeckel è stato un biologo, zoologo, filosofo, nonché artista tedesco. Sostenne che, date le superficiali sogmiglianze tra gli embrioni di specie diverse di dovesse suppore confermata la teoria darwinista. Le immagini dei primi stadi embrionali usate da Haeckel sono oggi considerati inesatte. Nel settembre 1997, sulla rivista scientifica Science, fu pubblicato un articolo contro i disegni degli embrioni di Haeckel, nel testo si supponeva fossero il prodotto di un inganno: “Haeckel’s Embryos: Fraud Rediscovered”. La cosa accese un furente scontro tra studiosi. (noto)
Celacanto. Pesce fossile definito come forma di transizione estinta tra pesci ed animali terrestri, progenitore fossilizzato degli anfibi. Viene ripescato nel 1938 vivo e vegeto, identico a 65 milioni di anni prima: è semplicemente un pesce. (noto)
Archaeopteryx. Spacciato per prova della teoria, che afferma che gli uccelli si sarebbero evoluti dai rettili. Sarebbe stato una forma di transizione: oggi è risaputo che l’Archaeopteryx era un uccello vero e proprio. Mai trovato alcun rettile suo antenato. (noto)
Ramapithecus. Una specie di scimmia fossile trovata nel Sud Est Asiatico, negli anni Sessanta e Settanta fu erroneamente ritenuto uno dei primi antenati dell’uomo, ma successivamente si è appurato che si trattava di uno stretto parente dell’orangutan. (si veda: Le Scienze,  17 febbraio 2011, Da riscrivere la storia antica della nostra specie?)
Oreopithecus bambolii. Proposto per antenato dell’uomo. Un fossile di scimmia trovato in Italia, per alcune caratteristiche dello scheletro si suppone che avesse già sviluppato un adattamento all’andatura bipede. Tuttavia si è saputo abbastanza della sua anatomia per mostrare come si trattasse di una scimmia fossile. (si veda: Le Scienze,  17 febbraio 2011, Da riscrivere la storia antica della nostra specie?)
Lucy. Imposta per anni come nuovo caso di “anello di congiunzione” e antenata dell’umanità. Celebre la copertina della rivista francese Science&Vie che col titolo “Adieu Lucy” manda in frantumi l’ennesimo sogno darwiniano. (noto)
Uomo di Orce. Antichissimo ominide datato dagli esperti spagnoli a circa un milione di anni fa, era in realtà un asino. La notizia, esplosa come un fulmine a ciel sereno negli ambienti internazionali della paleontologia, ha avuto un effetto immediato: un convegno di scienziati che si doveva tenere tra qualche giorno a Granata, in Andalusia, dedicato appunto a questo fossile personaggio, è stato annullato. La scoperta del cranio era avvenuta nel 1982, ed aveva suscitato sensazione nella comunità scientifica. Secondo i rivenditori, si trattava dei resti di un giovane di circa 17 anni, vissuto in Andalusia da novecentomila a un milione e mezzo di anni fa. Ma nei giorni scorsi un più accurato esame dei resti, compiuto in vista dell’imminente congresso, ha portato alla rettifica: il cranio apparteneva a un equide, probabilmente un primordiale asino andaluso. (Fonte: La Repubblica, 13 maggio 1984)
Nebraska Man. Celebrato scientificamente anche come Hesperopithecus haroldcookii (dal nome del suo scopritore Harold Cook). Doveva essere “l’anello di congiunzione”. Il reperto cui faceva riferimento era un singolo dente, che poi si scoprì essere stato perso da un suino. (persino Wikipedia gli dedica una scheda in inglese)
Uomo di Piltdown. Dogmatizzato come anello di congiunzione. All’ominide sconosciuto fu dato il nome scientifico di Eoanthropus dawsoni, dal nome dello scopritore Charles Dawson. Il ritrovamento della nuova specie fu oggetto di controversie che si risolsero solo nel 1953, quando il falso fu definitivamente smascherato e fu chiarito come, in realtà, i resti fossero il semplice frutto di una contraffazione, ottenuta combinando l’osso mandibolare di un orangutan con frammenti di cranio di un uomo moderno. La beffa dell’Uomo di Piltdown è conosciuta come la più grande truffa archeologica della storia. (Fonte: Wikipedia)
Ota Benga. Anno 1904. Veniva esposto in una gabbietta di uno zoo di New York e ridicolizzato come “l’anello di congiunzione” tra l’uomo e la scimmia, si chiamava Ota Benga. In realtà  – inutile dirlo – era un essere umano africano della tribù dei Pigmei, catturato da un mercante di schiavi. Dopo questa esibizione, arrivò al suicidio. (noto)
 
Ci fermiamo qui, ma la lista potrebbe continuare.
 

sabato 13 agosto 2016

Metodi di datazione e loro limiti



La stessa Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, mette in chiaro alcune precisazioni su questi metodi.
La stessa Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, non sospettabile di pregiudizi “antiscientifici”, mette in chiaro alcune precisazioni su questi metodi.
 
 
Volentieri rimandiamo ad un interessante studio sui seri limiti dei metodi di datazione, con particolare riferimento alla radiodatazione. L’autore è Giuseppe Veneziano, membro del Consiglio Direttivo dell’Osservatorio Astronomico di Genova. Sullo stesso tema abbiamo già pubblicato lo studio della chimica belga Marie Claire van Oosterwyck-Gastuche, esperta di fama mondiale [RS]
 
Per accedere cliccare sul link seguente Metodi di datazione e loro limitazioni.
***

Per altre informazioni sull’Osservatorio di Genova: http://www.oagenova.it /
Link originale: http://alssa.altervista.org/Documenti/Seminari/4/01%20-%20Metodi%20di%20datazione%20e%20loro%20limitazioni.pdf

ANSA: Nuovi calcoli, la vita su Terra è ‘prematura’, in anticipo sul ‘baby boom cosmico’

Sole-terra

Fonte: http://www.radiospada.org/

Sebbene dal tono vagamente scientista, riproduciamo questo testo ANSA del 3 agosto 2016. Grasettature e sottolineature nostre [RS]:

Secondo i calcoli il nostro pianeta è anomalo.
La vita sulla Terra potrebbe essere prematura. Sarebbe cioè nata troppo presto rispetto al ‘baby boom cosmico’, previsto tra moltissimi anni. E’ infatti molto più probabile che in un lontano futuro si abbia un fiorire di forme di vita nell’universo, secondo quanto indicano i calcoli elaborati dal Centro Smithsonian per l’astrofisica dell’università di Harvard e pubblicati sul Journal of Cosmology and Astroparticle Physics.
[…]
Ad esempio, stelle molto più massicce del nostro Sole hanno una vita molto breve, mentre quelle più piccole brillano molto più a lungo, dando ai loro pianeti tutto il tempo per ‘far attecchire’ i semi della vita. Per questo motivo la probabilità che forme viventi possano nascere nell’universo si sposta, statisticamente, più in un futuro ancora lontano, piuttosto che in un’epoca relativamente vicina al Big Bang.
Alla luce di queste valutazioni il fatto che in un pianeta come la Terra sia già nata la vita è un’anomalia. La più probabile, tra le possibili spiegazioni, è che “siamo nati ‘prematuri'”, ha rilevato Loeb. E’ anche possibile, ha aggiunto, che l’ambiente vicino ad una stella di massa medio-piccola non sia favorevole alla vita.
Le stelle nane rosse ad esempio, pur vivendo a lungo, quando sono giovani emettono forti bagliori e radiazioni ultraviolette che potrebbero privare dell’atmosfera mondi rocciosi che si trovano nella cosiddetta “zona abitabile”, ossia a una distanza tale dalla loro stella da avere le condizioni ideali per ospitare la vita, prima fra tutte acqua allo stato liquido in superficie. Una risposta definitiva al momento non c’è e per sapere se effettivamente la vita sulla Terra è nata prematuramente potrà essere d’aiuto il prossimo grande telescopio spaziale, il James Webb Space Telescope (Jwst) della Nasa.

lunedì 8 agosto 2016

Tre recensioni su tre volumi scientifici anti-darwinisti


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Ancora una volta riportiamo alcuni testi di Quagliati, tenendo presente quanto già detto per i precedenti [RS]
 
DIMENTICARE DARWIN – Ombre sull’evoluzione
di Giuseppe Sermonti. recensione di Mauro Quagliati
ISBN 88-18-01166-9
Rusconi Libri S.r.l., viale Sarca 235, 20126 Milano, 1999
Pag.158
9788818011661Con colpevole ritardo segnalo agli amici di Nexus quest’opera splendida che personalmente considero il miglior saggio divulgativo di biologia (anti)evolutiva oggi in commercio. Non si tratta di un semplice testo “eretico”, come il titolo programmatico fa presumere, questo libro è il prodotto di una meditazione profonda scaturita dalla cinquantennale esperienza di uno dei più competenti genetisti e microbiologi italiani, eppure pesantemente attaccato dall’establishment negli anni ’80, accusato di fondamentalismo creazionista. Docente universitario, direttore della “Rivista di Biologia“, Giuseppe Sermonti ha costituito nel Gruppo di Osaka un’aggregazione internazionale di ricercatori “dissidenti” al neo-darwinismo (tra cui figurava anche il compianto Giuliano Preparata).
Con un linguaggio narrativo e un tono sereno, privo di polemica, l’autore svela l’inconsistenza delle basi teoriche del neo-darwinismo, con la sua folle pretesa di attribuire il ruolo creativo nell’evoluzione a tre meccanismi che sortiscono proprio l’effetto opposto: la selezione naturale (forza normalizzante che elimina gli anormali), il rimescolamento sessuale (processo conservativo che ostacola la differenziazione) e la mitica “mutazione” genetica (fenomeno degenerativo per eccellenza contro cui la cellula si difende strenuamente persino correggendo essa stessa gli errori di copiatura dell’RNA). Sermonti auspica che il prossimo secolo ricordi la teoria sintetica dell’evoluzione (cosiddetta perché fonde le idee di Darwin con le leggi sull’eredità di Mendel, contraddicendo entrambe) come il Grande Scherzo dei biologi molecolari, che attribuiscono al patrimonio genetico il ruolo centrale nel mistero della vita e considerano ormai l’essere vivente come una manifestazione collaterale del suo DNA. Così impegnati nel decifrare il codice genetico, cioè le istruzioni per il funzionamento dell’organismo, costoro hanno perso di vista la vita stessa, esattamente come qualcuno che tenti di capire il significato di un romanzo studiando la grammatica della lingua in cui è scritto.
La complessità biochimica non va di pari passo con l’evoluzione anatomica della specie (ricordate il recente riconteggio dei geni umani, di poco superiori in numero a quelli dei topi?), anzi la natura offre esempi clamorosi del contrario: forme di vita diversissime contengono DNA identico (bruco-farfalla) oppure forme simili con DNA differenti compaiono distanti nel tempo e nello spazio per evoluzione convergente (squalo-ittiosauro-delfino, marsupiali-mammiferi).
L’autore suggerisce che i geni abbiano colonizzato delle forme archetipe preesistenti che si sono manifestate, con leggi simili e continuità, prima nel mondo minerale e poi in quello organico. Quest’idea, apparentemente così rivoluzionaria, non è altro che un’onesta deduzione dagli archivi paleontologici, dove troviamo specie nuove che nascono all’improvviso senza precursori; forme simili che compaiono contemporaneamente in continenti distanti (uccelli corridori); specie che permangono immutate nella forma e nelle dimensioni per milioni di anni indifferenti all’ambiente in cui vivono. E ad ogni estinzione si assiste ad una sorta di irraggiamento esplosivo senza discendenza, a partire da un modello morfologico ancestrale (non un antenato). Nella classe dei mammiferi, uno di questi modelli archetipi è la forma umana, l’eterno bambino apparso sulla Terra con un salto biologico senza precedenti.
Se la genetica spiega la piccola variabilità, cioè le infinite combinazioni di caratteri negli individui di una stessa specie (utili a mantenere la stabilità e la salute della specie), dove si trovano le grandi differenze che distinguono una mosca da un gatto? Forse nei meandri del cosiddetto campo morfogenetico, un’entità formativa ancora poco compresa, responsabile dello sviluppo armonico dell’embrione, che contiene il vero progetto della forma di vita.
Il libro offre ancora molti altri spunti di riflessione su tutti quei fenomeni misconosciuti in quanto privi di una spiegazione funzionale e utilitaristica: l’infinita varietà e vanità delle forme, i colori, i canti, le “giocose” architetture geometriche della natura, le incredibili conoscenze innate degli animali (la capinera canta la sua melodia e riconosce le costellazioni che la guidano nelle migrazioni senza alcun apprendimento). Sermonti contempla stupefatto l’esuberanza della vita e, spesso con fare poetico, le restituisce la magia e il mistero che le sono propri, smascherando l’ignoranza della scienza riduzionista e l’arroganza di certi suoi contemporanei, così sicuri di avere le risposte a tutti i quesiti fondamentali, da voler assumere loro stessi, con l’ingegneria genetica, il ruolo di creatori della vita.
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LE ORIGINI DELLA VITA
di Giovanni Monastra, recensione di Mauro Quagliati
ISBN 88-86583-89-3
Il Cerchio – Itacalibri, Castel Bolognese (RA), 2000
Pag.75
Giovanni Monastra, biologo, ricercatore in antropologia e farmacologia, prolifico autore di saggi divulgativi per il sito EstOvest (rivista on line di incontro tra la cultura orientale ed occidentale che propone pubblicazioni e ricerche indirizzate ad una concezione olista della realtà), ha realizzato un libretto indispensabile per iniziare ad affrontare in un’ottica scientifica aggiornata le gravi incongruenze del neodarwinismo.
Idealmente destinato a tutti gli studenti superiori e universitari impegnati nello studio delle scienze naturali e (audace proposta!) ai loro docenti, questo saggio offre una densa e rapida rassegna dei dati sperimentali che contrastano con la cosiddetta teoria sintetica dell’evoluzione, cioè quel paradigma egemone che propone un’interpretazione esclusivamente riduzionista della nascita ed evoluzione delle forme viventi; con lo scopo di mettere in discussione quelle “divinità laiche e scientiste” che insegnano nelle scuole una dogmatica e unilaterale visione della biologia e si arrogano il diritto di considerare antiscientifica ogni interpretazione alternativa della realtà.
Il nocciolo del discorso è che la ricerca scientifica recente scopre continuamente, nelle strutture viventi, un armonia, un ordine, una gerarchia di livelli che in nessun modo possono essere il risultato dell’azione combinata di mutazioni genetiche casuali e di selezione naturale, due forze cieche e prive di qualsiasi principio informatore. Il gradualismo delle modificazioni e lo stretto utilitarismo dei caratteri ereditati, i due cardini essenziali della teoria, si contraddicono a priori: come può ogni stadio intermedio essere utile alla sopravvivenza di una specie? Ogni organismo è un sistema unitario, caratterizzato da una complessità di tipo “irriducibile”, cioè tale da risultare inconcepibili le tappe del processo evolutivo che hanno portato al risultato finale (si pensi agli organi interni, al trasporto cellulare, al sistema immunitario, alla retroazione RNA – DNA – enzimi – proteine).
Ecco cosa ci dicono le diverse discipline esaminate. Apprendiamo dalla paleontologia che le forme di vita intermedie, i cosiddetti anelli di congiunzione, semplicemente non esistono nella serie fossile: nuove specie emergono all’improvviso con salti qualitativi e non attraverso processi lineari. Scopriamo che i primi batteri sono comparsi un miliardo di anni prima di quel che si pensava negli anni ’40, quando il neodarwinismo si è instaurato. La biologia molecolare sbugiarda il mitico esperimento di Miller del 1953 sull’abiogenesi (generazione della vita da processi chimici casuali e spontanei). La genetica confessa di non aver trovato disposizioni sequenziali e differenze nel DNA che riflettano le presunte linee filetiche (gli alberi di parentela tra le specie). Ma la scoperta più avvincente è la capacità artistica del tutto libera della natura, che si manifesta in analogie sconcertanti completamente prive di relazioni causali e di utilitarismo. Due esempi: insetti di dimensioni millimetriche riproducono nella forma e nel colore la faccia di una scimmia e il muso di un caimano (vedere foto per credere!). E’ davvero ironia della sorte che, proprio dall’arte del mimetismo (tradizionalmente a sostegno della selezione naturale) offra un esempio clamoroso del ribaltamento delle tesi darwiniane: i famosi insetto-foglia e insetto-stecco sono comparsi 100 milioni di anni prima dei vegetali a cui dovrebbero assomigliare!
Una breve appendice cita poi le tesi “eretiche” di Roberto Fondi e Giuseppe Sermonti sull’origine dell’uomo. Infatti dal punto di vista anatomico-comparativo, le scimmie e gli ominidi fossili sono le versioni “specializzate” e differenziate del modello morfologico più “primitivo” e meno evoluto tra i primati: l’essere umano.
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EVOLUZIONE SENZA SELEZIONE – Autoevoluzione di forma e funzione
di Antonio Lima-de-Faria, recensione di Mauro Quagliati
Introduzione all’edizione italiana dell’Autore, prefazione di Sergio Carrà, supervisione di Giuseppe Sermonti. A cura di Stefano Serafini.
456 pagg., 134 illustrazioni
ISBN 88-88251-05-07, 45,00 €
Nova Scripta, Genova, 2003
Ecco finalmente un libro da sbattere in faccia ai soliti sostenitori dell’insopportabile equazione anti-darwinismo = creazionismo. Questo testo è il frutto della lunga ricerca dello scienziato portoghese dell’Università di Lund (Svezia), universalmente riconosciuto come il pioniere e il maggior esponente della citogenetica e della biologia molecolare. Quando questo libro uscì nel 1988 il Professore Emerito con trentennale carriera alle spalle si trovò improvvisamente nel ruolo di eretico, per aver sostenuto che l’evoluzione biologica non procede per selezione naturale. Non perché questa non agisca in natura (ovviamente) ma perché un’ipotesi necessaria a coprire la reale ignoranza dei meccanismi evolutivi rimane, dopo 150 anni, il primo motore dello sviluppo biologico ed è diventata il maggiore ostacolo metodologico al riconoscimento di spiegazioni alternative. In questo studio ambizioso l’autore propone come modello una sorta di catena autoevolutiva che si sviluppa dalla dinamica materia-energia, influenzando le strutture morfologiche di tutti i regni naturali, fisico, chimico, minerale, biologico.
Quando inizierà il ripensamento generale del paradigma evolutivo se ogni autorevole voce avversa viene passata sotto silenzio, anche dopo un momentaneo polverone editoriale? La traduzione italiana, in particolare, arriva con “appena” 15 anni di ritardo, e si può solo ringraziare l’ottima opera di volontariato di Stefano Serafini, che ha portato avanti per anni questo progetto editoriale, constatando in prima persona l’aperta ostilità, al limite del sabotaggio, che si incontra in Italia a voler proporre una divulgazione scientifica non allineata a certi dettami. Il curatore dell’opera, epistemologo e attivo promulgatore di pensiero indipendente, non a caso è collaboratore del grande “eretico” Giuseppe Sermonti. Ma se nel caso dell’esimio professore di Roma l’ostracismo del pensiero accademico è valso insensate accuse di fondamentalismo religioso, nel volume di Lima-de-Faria la strada verso la “riconquista” della forma parte da un’impostazione prettamente materialista, lontanissima da ogni possibile suggestione trascendente.
Qual è dunque l’eresia dell’autore? La vediamo nelle centinaia di immagini che illustrano l’opera. La mentalità comune della biologia moderna distingue nei viventi le strutture omologhe, che hanno in comune la derivazione o la costituzione chimica, da quelle analoghe, che assolvono una stessa funzione pur non essendo geneticamente “parenti”. Lima-de-Faria confronta un’ala di pipistrello con quella di un uccello, la simmetria della stella marina con quella di un minerale, la rete dei capillari sanguigni con il delta di un fiume: egli rifiuta di considerarle delle semplici analogie casuali, ma le tratta tutte come delle omologie morfo-funzionali.
Nel mondo darwiniano la forma non è mai definitiva, ogni arto, organo, apparato è “malleabile”: se l’opportunismo della sopravvivenza e le pressioni ambientali lo richiedono esso è capace di trasformarsi, di generazione in generazione, in qualcos’altro, attraversando infiniti stati intermedi, con diverse funzioni e forme. Nella nuova ottica invece forma e funzione sorgono all’unisono perfettamente interdipendenti, per cui un rettile (il pterodattilo), un uccello, un mammifero (pipistrello), un insetto, o addirittura un pesce volante sono morfologicamente “parenti” fra di loro, come se obbedissero ad una legge periodica che regola l’apparire della funzione del volo, a intervalli di decine di milioni di anni.
In questa visione in cui i regni naturali sono fra di loro collegati da un ordine armonico e ciclico, spesso la ragione materiale della particolare forma la si trova nei regni inferiori: il livello autoevolutivo del vivente dipende da quello minerale, che a sua volta deriva da quello chimico, che ha le sue radici in quello fisico. Salta così anche la distinzione tra regno vivente e non vivente, e al gene non rimane che un ruolo secondario. Geni e cromosomi non “creano” la forma e la funzione, ma le influenzano, fissando particolari condizioni da un numero limitato di combinazioni possibili, predefinite dalla cascata autoevolutiva. Lima-de-Faria è più colpito dalla finitezza dei costituenti di base delle forme (gli elementi chimici organici, gli schemi dei cristalli, i tipi di cellule) piuttosto che dalla loro presunta caoticità sfrenata.
Ciò che scandalizza maggiormente la massa dei cattedratici nati e cresciuti nella culla del classico paradigma neo-darwiniano, è che la critica verso la decantata onnipotenza del gene, venga da uno scienziato che ha passato decenni a studiare i segreti della struttura e del funzionamento del DNA.
La sfida lanciata da quest’opera quasi sistematica di sintesi comparativa tra legame chimico, cristallo, pianta, animale è forse troppo precoce nel panorama di completo appiattimento delle opinioni scientifiche in materia. Come affermava 50 anni fa un botanico svedese (Nils Heribert-Nilsson):“La teoria evoluzionistica dovrebbe essere interamente abbandonata, essa è un serio ostacolo alla ricerca biologica. Impedisce l’ottenimento di risultati consistenti, anche da materiale sperimentale uniforme, dato che tutto deve in definitiva essere forzato ad adattarsi a questa teoria speculativa. Una biologia esatta non può essere costruita”.
Speriamo che un giorno questo testo diventi il primo mattone del nuovo edificio della scienza più bella e ricca di mistero.

mercoledì 3 agosto 2016

Rimessa in discussione delle datazioni delle aree geologiche

Immagine 
Fonte: http://www.radiospada.org/

Riproduciamo questo avvincente articolo di una delle più importanti esponenti della mineralogia, esperta di fama mondiale: Marie Claire van Oosterwyck-Gastuche. Tratto da C.E.P. N°1 [RS]

di M.C. van Oosterwyck-Gastuche

Questo articolo riassume un lavoro cominciato più di 20 anni fa. Io sono un mineralogo professionista, specializzato in silicati. Ho lavorato principalmente su materiali africani in un reparto di ricerca di geologia, mineralogia e geocronologia. In quel periodo, un geocronologo di fama mondiale chiese la mia opinione sull’origine delle età “anormali” che si trovano tanto frequentemente negli studi geocronologici.
La mia risposta è molto semplice: poiché gli elementi radioattivi sono incastrati in reticoli cristallini ben definiti, è logico pensare che durante la genesi e l’alterazione dei cristalli essi siano influenzati da fattori come la temperatura e le soluzioni (in particolare, nel caso di età anormali misurate nelle rocce, le “condizioni idrotermiche“). Ovviamente la loro composizione chimica è importante (Gastruche, 1959; Gastruche e De Kimpe, 1959; De Kimpe, Gastuche et Brindley, 1961, etc.) come lo è la loro granulometria (Gastruche, 1963 a – b). Poiché questi fattori sono presenti in campioni che danno età anormali, io proposi una serie di test. Essi non sono mai stati condotti.
I geocronologi rifiutarono obiettando che condurre esperimenti sulle tecniche isotopiche fosse “non scientifico,” poiché queste forniscono sempre delle età assolute. Allo stesso tempo evasero ogni forma di discussione, persino quelle su quei risultati assurdi che essi mi avevano incaricato di passare al setaccio. È vero che la mia conclusione non piacque loro. Capirete il perché quando leggerete quest’articolo.
Una tale reazione stimolò la mia curiosità. Consultai diversi specialisti: geologi, sedimentologi, embriologi, genetisti, etc., sulle prove riguardo ai lunghi periodi evolutivi. Con mia sorpresa, scoprii che tutti pensavano che esse fossero state fornite dai geocronologi. Allora consultai la vastissima documentazione a mia disposizione. Dopo aver notato differenze di alcuni miliardi di anni tra formazioni precambriane apparentemente identiche, mi interessai agli “eventi ben datati” che accaddero sul continente africano riguardo alla “nascita dell’intelligenza” tra le popolazioni di antropoidi ed ominidi durante il loro “processo di emersione” allo stato umano. Questi fossili, antichi di svariati milioni di anni secondo le tecniche di datazione isotopica, a dire degli esperti, contrassegnavano il limite ufficiale delle Ere ed in particolare del Pleistocene in quanto questi coincidevano con la comparsa della produzione del primo paleolitico.
Giunsi a due importanti conclusioni:
1. Non c’è alcuna prova, neanche la più piccola, di un’origine animale del genere umano.
2. Le misurazioni isotopiche, che “datano” le ere geologiche, non hanno alcun senso cronologico.
Ma le conclusioni dei manuali sono, come sappiamo, diametralmente opposte. Cominciai con l’informarmi chiedendo ai miei colleghi geologi. Anzitutto volevo conoscere i punti di riferimento cronologici che sono stati usati per avvalorare i milioni di anni di evoluzione e che hanno permesso la selezione dei dati geocronologici con lo scopo di mantenere solo i risultati validi (“migliori valutazioni”). Essi confessarono di non conoscerli ma mi consigliarono di consultare il manuale “Physical Geology” di Holmes (1965), perché “stava tutto lì.”
Così cominciai la mia ricerca con quel manuale e scoprii che le date erano state selezionate secondo la teoria “attualista” di Lyell. In realtà la sua “scala stratigrafica” stabiliva “l’emergere della vita” con la struttura cronologica, costruita durante quei lunghi periodi chiamati “Ere” geologiche di cui l’ultima, il Pleistocene, coincide con la comparsa dei nostri primi “progenitori” animali, gli ominidi che, come sappiamo, fecero le prime pietre intagliate (paleoliti).
È importante notare che, per il suo “attualismo”, Lyell trasse la sua ispirazione da un preciso “credo” secondo cui le storie bibliche sono solo favole, e perciò che quegli strati e quei fossili non potevano essere la traccia del cataclisma di una inondazione, come si pensava fino ad allora, ma riflettevano lunghi e tranquilli periodi durante i quali le specie si evolsero progressivamente, dai Batteri fino all’Uomo. Di conseguenza un altro nome dell’attualismo di Lyell è l’uniformitarismo o “teoria tranquilla“. Nel nome dell’obiettività scientifica, Lyell riconobbe di aver messo da parte l’interpretazione diluvianista come un credo religioso soggettivo e perciò non realista.
La scala di Lyell, che prova l’evoluzione scientificamente, fu presto insegnata in tutte le università. Un esame più attento porta alla conclusione che essa è divenuta obsoleta e che i fatti osservati sono molto meglio interpretati nel contesto della storia Biblica.
Una simile affermazione potrebbe sembrare oltraggiosa. Eppure giunsi a questa conclusione dopo aver consultato un considerevole numero di documenti. Una ricerca più approfondita fornirebbe certamente nuove prove, ma penso che sia importante mostrare qui ed ora perché i principi della geologia siano superati. Devo confessarlo, la maggior parte dei geologi e dei paleontologi diventa isterica quando presento il mio punto di vista. Tuttavia essi non hanno alcuna risposta. Ora presenterò i principi di base dell’evoluzionismo e ne mostrerò le debolezze.
I) La prova stratigrafica
Secondo Lyell, il tempo è misurato da una “scala stratigrafica” – la successione verticale di strati ed il loro spessore rivelano che lenti depositi si verificarono sulla crosta, supposta uniforme, della Terra con movimenti verticali, mentre i continenti venivano dagli antichi oceani e viceversa.
Ma la recente teoria delle placche tettoniche ha rivelato l’eterogeneità della crosta terrestre: continenti ricchi di alluminio silicati (SiAl), placche rigide che “galleggiano” su un letto pastoso ricco di magnesio silicati (SiMa) (Astenosfera). La sottilissima crosta suboceanica costituita dal SiMa è ancora sottoposta a impressionanti fenomeni vulcanici. Perciò i movimenti della crosta terrestre erano laterali, dal momento che le placche che formano i continenti attuali vengono dalla rottura del continente unico primitivo chiamato dai geologi Antico Continente Rosso (ACR).
Esso si sarebbe spaccato in diversi pezzi durante un cataclisma che ebbe luogo circa 70 milioni di anni fa, secondo le migliori stime cronologiche.
Perciò la teoria di Lyell è piuttosto obsoleta, dato che sono stati invalidati i suoi primi due postulati e che nessuna prova obiettiva ha mai confermato la cronologia della “scala stratigrafica”.
D’altra parte, recenti esperimenti di stratificazione hanno dimostrato che gli stessi depositi, interpretati da Lyell come un segno di lunghi periodi, si sono formati in tempi molto brevi in un ambiente catastrofico (cfr.: tra l’altro Julien, Lan e Berthault, 1993). Di conseguenza, gli strati ed i fossili devono essere interpretati diversamente.
II) La prova mineralogica e paleontologica
Questa sembra essere la meno ortodossa. Il primo criterio per determinare l’età di uno strato era il suo grado di cristallizzazione.
I più antichi strati, secondo la classificazione di Arduino (1714-1795) sono gli gneiss e le rocce cristalline, come i graniti, che sono impossibili da sintetizzare e che si diceva si siano formati in una lontana era “primitiva” chiamata “Archeana” o “Precambriana”, seguita dall’era “Secondaria”, con rocce forti, e dall’era “Terziaria”, con rocce libere, composte da rocce alluvionali.
Lyell allora assunse la classificazione di Arduino aggiungendo un punto di riferimento cronologico essenziale: il “fossile caratteristico“. In realtà, secondo i geologi, i fossili sono le “medaglie” della geologia (Moret, 1958). L’evoluzione non è fissata dallo strato ma dal grado di complessità del fossile. Così notiamo che la scala, fondata su un sistema di stratificazione obsoleto, si basa sul presupposto secondo cui è vero ciò che deve essere provato. Lyell inizialmente considera l’evoluzione come provata ma senza alcuna prova.Charles Darwin
In realtà, secondo “l’attualismo” (le trasformazioni che seguono le famose leggi di Lamarck e di Darwin, enunciate in un contesto puramente naturalista e mineralista) i primi organismi unicellulari (alghe e batteri), che si suppongono “primitivi”, generarono, attraverso sviluppi successivi, organismi più complessi. Ecco gli elementi usati per costruire la “Scala di Lyell“. L’era “Archeana”, costituita da rocce cristalline, rivela tracce di alghe e batteri (in seguito vennero chiamate Ere Precambriane, enfatizzando la loro estrema complessità). Dopo quest’era, l’Era Paleozoica o Era Primaria (della “Emersione dei Pesci”), il Mesozoico o Era Secondaria (della “Emersione dei Rettili”), infine il Cenozoico (della “Emersione dei Mammiferi”), divisa in terziario e quaternario, essendo quest’ultima caratterizzata dal “processo di emersione” umana dalla condizione animale.
Il significato dei prefissi greci: “archeos” (molto antico), “paleos” (antico), “mesos” (medio), “kainos” (recente), legati a “zoe” (vita), suggerisce la successiva comparsa di forme di vita progressivamente più complesse, secondo una legge conosciuta come “complessificazione conscia”.
Notiamo che la stessa struttura si trova nel “lavoro di sei giorni” del libro della genesi, ma in un arco di tempo estremamente ridotto.
Oggi, la prova essenziale dei lunghi periodi di tempo per l’evoluzione è data dalla geocronologia e noterete che le mie osservazioni sono arrivate proprio al momento giusto. Oggi, ufficialmente, le Ere Precambriane vengono datate da 3000 a 600 milioni di anni fa, l’Era Paleozoica da 600 a 225 milioni di anni fa, quella Mesozoica da 225 a 70 milioni di anni fa, il Cenozoico da 70 milioni di anni fa fino ai giorni nostri, con la comparsa dei nostri progenitori ominidi nel Pleistocene, circa 2-3 o 5-6 milioni di anni fa. Ma quale prova esiste che tali trasformazioni ebbero luogo per diversificazione delle varie specie o che il periodo di tempo fosse estremamente lungo? Bisogna riconoscerlo. nessuna!
Cominciamo con la trasformazione delle specie. Oggi esse sono stabili ed i fossili appartengono a specie morte (alcune tra le migliori di esse come il celacanto sono state trovate addirittura vive, il che è imbarazzante). Ma altre specie collegate a quelle scomparse sono ancora vive e caratterizzano ben determinate “nicchie ecologiche” (Flori e Rasolofomasoandro, 1974). Le specie determinano nicchie ecologiche e non qualche sorta di trasformazione. Essendo la stabilità delle specie un fatto riconosciuto, le “ricostruzioni phyletiche” che si suppone siano le basi dell’evoluzione, sono giochi mentali e sono valide solo se l’evoluzione è provata, come ammettono volentieri i paleontologi. Essi illustrano l’evoluzione, ma non la dimostrano. Nel 1957, Bounoure scrisse sui mammiferi del terziario (l’osservazione è valida per tutte le ricostruzioni): “La nostra mente può stabilire dei paragoni e dei legami ideali di classificazione per queste ramificazioni degli animali: questo è persino il compito per definizione dell’anatomia comparata. Ma andiamo oltre i fatti se nella maggior parte dei casi interpretiamo questi legami come se denotassero una reale diversificazione, una discendenza effettiva”. L’osservazione è valida per i resti fossili, ominidi o altro? Questi sono presentati come nostri “progenitori” (bisogna notare le virgolette intorno alla parola progenitori nel linguaggio evoluzionista, che indicano il carattere essenzialmente soggettivo della loro classificazione).
Così la sterminata documentazione sui teschi, i denti o gli arti delle differenti specie di scimmie, cavalli, e dinosauri, etc., non stabilisce una transizione verso il cervello o la mano umani e la paleontologia non ha mai fornito prove obiettive di un’evoluzione progressiva. Inoltre, alla luce della genetica e dell’embriologia moderne, le teorie Lamarckiane e Darwiniane oggi sono descritte come infantili e irreali (Chandebois 1989, 1993; Denton, 1989). In particolare Chandebois, un embriologo, pensa che i cambiamenti abbiano avuto luogo dentro l’embrione attraverso semplici ma mirati meccanismi psicochimici, e possano accadere in tempi molto brevi. Ciò presuppone l’intervento di un’Intelligenza che agisca dentro l’embrione, prima della nascita dell’animale; il che esclude le leggi di “utile o non utile” e “selezione naturale”.
Notiamo ancora che Darwin ha fondato la propria teoria della “selezione naturale” supponendo l’esistenza di un periodo di tempo necessariamente lungo per l’evoluzione delle specie (che egli spiegò consistere in minime modifiche, come quelle create dagli allevatori inglesi nei cavalli e nei cani, ma prolungate per immensi intervalli di tempo), basandosi egli stesso sull’attualismo di Lyell. Nella prefazione de “L’origine delle specie” egli scrisse: “Una persona che legga il grandioso lavoro di Charles Lyell “Principi di geologia”, che gli storici futuri riconosceranno come una rivoluzione nelle scienze naturali (egli non si sbagliava), e che non ammetta che i periodi passati siano stati molto lunghi, può chiudere il mio libro immediatamente”.
Se le discipline non fossero separate in comparti, gli scienziati avrebbero da tempo abbandonato le tesi di Darwin, come vedremo e come molti riconosceranno leggendo pubblicazioni specializzate.
III) La prova geocronologica
Rimane quest’ultima, mostrata oggi come la vera prova dell’evoluzione, per datare la comparsa delle specie milioni o addirittura miliardi di anni fa. Anche qui, un attento esame rivela il suo carattere illusorio. Il tempo geologico misurato dal decadimento di un isotopo radioattivo fu il lavoro fondamentale di Arthur Holmes (1890-1963), che condivideva la “dottrina” di Lyell. In effetti, egli confermò le tesi di Lyell attribuendo le più antiche età (da 3000 a 600 milioni di anni) alle formazioni Archeane o Precambriane, in cui non erano ancora stati scoperti elaborati segni di vita. Inoltre la sua “scala di tempo Fanerozoica“, da 600 milioni di anni fa fino alla nostra era, confermava l’evoluzione osservata nella scala stratigrafica di Lyell, fornendo “l’emersione della vita” e datando ufficialmente i principali “eventi” registrati entro le ere geologiche.
Nonostante la sua documentazione paleontologica apparentemente convincente e la sua impressionante formalità matematica, la scala geologica di Holmes appare molto confusa. Le date della sua “scala Fanerozoica” sono tra le più dubbie, come era stato notato in varie occasioni, la prima delle quali durante un meeting che ebbe luogo proprio l’anno della sua morte. A quei tempi gli rimproverarono di basarsi su un numero troppo limitato di dati e che questi erano per la maggior parte discutibili (Harland, Smith and Wilcook ed., 1964). Più tardi, York e Farquhar (1972), sconcertati dall’abbondanza di età anormali e chiedendo ulteriori dati, ironicamente scrissero a proposito della scala di Holmes, “Questi due presupposti necessari, localizzazione stratigrafica precisa e datazione radiometrica affidabile, sembrano escludersi l’un l’altra: andiamo quasi a finire su un principio di incertezza geologica”.
Il fatto preoccupante è il seguente: queste determinazioni isotopiche, che forniscono i milioni di anni così ben accolti (e così controversi per gli specialisti) e che hanno provato “l’Emersione della vita,” non erano mai state applicate ad alcun fossile o ad alcun strato in cui questi fossili erano sepolti, non prestandosi le rocce sedimentarie alla radio-datazione. Il materiale datato è generalmente un flusso di lava sovrastante questi giacimenti fossiliferi, flusso di lava supposto in stretto legame con il processo di evoluzione, come disegnato nella struttura “attualista” che ispirò la scala di Holmes, il tutto senza un’ombra di prova.
Un altro fatto sconcertante: le età “corrette” che compaiono sono il risultato di una selezione (Holmes, 1965), avendo l’autore accettato le “migliori valutazioni” (quelle che confermavano la scala stratigrafica di Lyell), rifiutando le altre come “anomale”.
Il carattere ipotetico di una simile costruzione, valida se la teoria di Lyell è esatta, è sottolineato dai geocronologi stessi, cominciando con gli autori del metodo di datazione del potassio-argon. Dalrymple e Lanphere (1979), Fitch, Hooker e Miller (1978), di fronte a problemi in materia, discussero in “Geological Background to Fossil Man” sulla capacità delle tecniche di decadimento radioattivo di fornire età reali per i principali “eventi” del Rift Orientale Africano (East Rift Valley) legati al “processo di emersione”. Essi notarono che il fenomeno del decadimento radioattivo fornisce date per “eventi” che hanno luogo nelle rocce, ma sulla base di cambiamenti di temperatura e/o sulla comparsa di soluzioni. Essi sottolineano: “È importante capire che l’esattezza delle età ottenute con questi mezzi dipende dall’integrità e dalle condizioni di preservazione della registrazione isotopica delle rocce (poiché esse cambiano con i fattori sopraccitati e con l’alterazione dei minerali costituenti) e dipende anche dalla nostra interpretazione degli esperimenti radio-isotopici.” Ciò si basa essenzialmente “sulla nostra interpretazione dei dati relativi alla fauna fossile” (ciò che non si dice è che l’interpretazione è di coloro che propongono l’attualismo e la struttura della teoria dell’Evoluzione), poiché “la combinazione della stratigrafia delle rocce e la paleontologia stratigrafica ci dà la scala di tempo stratigrafica.” Purtroppo, notano che i risultati ottenuti nel Rift Orientale, lontani dal confermare le ipotesi attualiste, restano particolarmente strani. Inoltre, questi autori concludono: “Poiché i due principali strumenti della geocronologia sono ugualmente incerti, la cosa migliore è usarli unitamente e non opporli.”
Perciò lo strumento principale non è la geocronologia, ma la scala di Lyell e l’argomento portante, che sembra privo di ogni senso, rimane il “fossile caratteristico”, essendo i risultati isotopici filtrati secondo la sua età teorica.
La Tabella 1 presenta alcuni dei risultati ottenuti da Bishop e Al (1969) con le tecniche del potassio – argon (*1), con la speranza di determinare gli “eventi” ufficiali relativi alla “ascesa degli ominidi” (*2) del Miocene. Una misurazione di 14-15 milioni di anni fa è considerata valida per la datazione del Proconsole, un importante progenitore “ominide” (*3), mentre età misurate a 42 e 264 milioni di anni fa vengono scartate come “anormali”. In realtà la prima data viene integrata nella “scala Fanerozoica” di Holmes, mentre le altre sono troppo vecchie. La data di 42 milioni di anni fa venne attribuita all’influenza della granulometria, che è stata tirata in ballo diverse volte in mineralogia (vedere ad esempio Gastruche, 1963 a – b), la data di 264 milioni di anni fa, “all’influenza di soluzioni più vecchie” provenienti da un blocco Precambriano (“Basamento complesso”) con le sue “età” radiometriche di oltre 600 milioni di anni fa.
(1*) A quel tempo si supponeva che fossero più affidabili di quelle all’Uranio – Piombo e al Rubidio – Stronzio, i risultati dei quali mostravano l’influenza delle soluzioni. Allora si pensava che non fosse questo il caso della tecnica al Potassio – Argon, ma era un errore.
(2*) Gli ominidi sono grandi scimmie i cui resti fossili sono stati scoperti in abbondanza nella zona intorno al Victoria Lake. Essi sono ovviamente i “progenitori” degli ominidi e perciò sono nostri distanti “progenitori”, naturalmente !
Tabella 1: Alcune età apparenti secondo il K/Ar ottenute su materiali classificati nel Miocene con fossili di mammiferi, presso Victoria Lake.(W. W. Bishop, H.A. Miller, F.J. Fitch. 1969)
Luogo Campione DescrizioneEtà in milioni di anni  Autore
Isola Rusinga lR.107 siteSerie di materiali Kihara (situate sotto lo strato del Proconsole)  14.6 + 1.4 Everden e al. (1964) 
 KA 336Idem. Biotite grezza di origine vulcanica15.2 + 1.5 Everden y Curtis (1965)
 KA 800Idem. Stessa biotite, raffinata.42.0 Everden y Curtis (1965)
Koru WW 24/2Mica di tufo vulcanico terziario. 258 + 13 Curtis (non pubblicato)
 264 + 8 Bishop e al.(1969)
Volcán Egon KA 1775Lava nefelina Teoricamente un flusso più antico e profondo. 17.2 + 4 Bishop e al. (1969)
Idem. Teoricamente un giacimento superiore più giovane. 19.8 + 1.7 Bishop e al. (1969)
 Volcán Napak WW 1/11 Area 1 tufo vulcanico grezzo 25.8 + 1.8 Everden e Curtis (1965)
 WW _ Area 1, biotite dello stesso tufo vulcanico. 19.2 Everden e al. (1964)
 MB 23 Area 1, lava nefelina nera, altro luogo 12.8 + 0.5 7.5 + 0.5  Bishop e al. (1969)
 Sun 1Lava nefelina, altro luogo. 14.3 + 0.7 6.9 + 0.5  Bishop e al. (1969)
 Sun 3Lava nefelina, altro pendio vulcanico. 27.5 + 2.6 18.7 + 2.0  Bishop e al. (1969
(3*) Il proconsole aveva sollevato grandi speranze. Il suo status di “progenitore” è stato sottolineato da Ruby Zalinger in UNESCO Mail (Le Courrier de l’Unesco, 1972) che lo disegnò eretto, con una pietra in ogni mano! Steve Parker in “The Dawn of Humanity” (1992) lo considera ancora favorevolmente a causa della sua ampiezza frontale”.
Anche la Tabella 2 è interessante perché mostra alcuni risultati ottenuti da Fitch e Miller (1976) su un campione vulcanico universalmente riconosciuto, la K.B.S. di Koobi-Fora, che sollevò un infinita quantità di domande.
Una di queste era l’affidabilità della data del Pleistocene, ufficialmente stabilita grazie ad un’altra famosa scoperta ad opera del dott. Louis Bassett Leakey, nella gola Olduvai, in Kenya: l’Australopiteco associato a manufatti di pietra grezza, gli “strumenti da taglio”. Forse che l’Australopiteco scolpisse 1,75 milioni di anni fa? Un fatto “provato” da uno dei primissimi procedimenti di datazione al K/Ar della lava ricoprente il famoso “Letto I” (Leakey, Everden e Curtis, 1961). Holmes (1965), pieno di entusiasmo per la scoperta di Leakey, proclamò ufficialmente che essa determinava la data dell'”evento Olduvai“ quando la scimmia divenne uomo.
Essa intraprese il processo di ominidizzazione cominciando con le pietre taglienti. Di conseguenza, la data del Pleistocene è stata stabilita in un modo “rigorosamente scientifico (*4)”.
Tabella 2: Alcune apparenti età al K/Ar sul tufo vulcanico K.B.S.
(F.J.Fitch and J.A.Miller, in “Earliest Man and environment in the lake Rudolf basin”,1976)
Campione di riferimento Frazione granulometricaEtà con margine di errore (milioni di anni)
Leakey I (A) (tufo vulcanico di cristallo vitreo) 30 – 50 mesh 221 + 7
 Leakey I (B1) Pietra pomice  30 – 50 mesh3.02 + 1.6
 Leakey I (B2) Sanidina estratta dalla pietra pomice  30 – 50 mesh 2.37 + 0.5
 FM 7050 Ghiaia di pietra pomice  30 mesh 8.43 + 0.51
Sanidina schiacciata e decalcificata estratta dalla pietra pomice 30 – 70 mesh 17.5 + 0.9
Lucy(4*)Il talentuosissimo Australopiteco era il “robustus”. Più tardi, ad Olduvai, fu scoperto il “gracilis” (più gracile) che somigliava all’Afarensis (Lucy), ma che poteva essere la femmina del “robustus”, avendo le specie, come appare più tardi, un importante dimorfismo sessuale.
Purtroppo, le età K/Ar ottenute in qualunque altra analisi sullo stesso materiale provano di essere prive di senso. La più grande delusione viene dalle scoperte di Koobi-Fora (presso Rudolf o il lago Turkana), dove fossili simili associati allo stesso “strumento da taglio”, sul tufo vulcanico K.B.S., vennero ufficialmente datati antecedenti: 2.42 milioni di anni. Vennero ottenute persino date più vecchie fino a 221 milioni di anni sullo stesso tufo, ma non poterono essere decentemente introdotte nella scala di Holmes (vedere figura 2). Notiamo ancora l’influenza della granulometria sull’età K/Ar “apparente”. “Apparente” è la parola impiegata dai geologi stessi per descrivere età strane, che sono lontane dall’età aspettata del fossile e che spariranno dalle pubblicazioni ufficiali. Sul campione FM 7050, la frazione di sanidina calibrata da 30 a 70 reticoli e decalcificata, divenne 9 milioni di anni più vecchia della stesso materiale iniziale appena esaminato a 30 reticoli. Terrificante! E altri dati, proveniente da studi altrettanto precisi di questi, sono persino peggio, come vedremo più avanti.
Ancor peggio, il tufo vulcanico K.B.S. conteneva dei resti umani, il teschio di un bambino: “Teschio 1470”. Fu scoperto dal figlio del dott. Leakey, Richard, che commentò la propria scoperta in questo modo: “O si taglia fuori questo teschio, o le nostre teorie sugli uomini primitivi vengono tagliate fuori” (R. Leakey, 1973). Suo padre morì nel 1972, l’anno prima.
Divenne chiaro che né lo strumento paleontologico né lo strumento geologico erano capaci di fornire una data affidabile. Inoltre, la strana sedimentazione “ciclica” osservata là, dove gli stessi resti degli stessi fossili fatti rotolare e spostare dai flussi erano mischiati ai letti di ceneri vulcaniche, non poteva essere interpretata dalla “teoria tranquilla” di Lyell. Essa rifletteva visibilmente la traccia di eventi catastrofici. Gli specialisti finirono per riconoscerlo, con rammarico, ma con termini molto tecnici ed incomprensibili per il semplice uomo della strada.teschio 1470
La reazione degli scienziati al “Teschio 1470” fu semplice: tagliarono fuori il teschio e tennero le proprie teorie. Pur appartenendo ad una bambina, con una capacità cranica ridotta evidente (800cc), esso è stato attribuito all’Homo Erectus. Gli altri resti umani scoperti nell’aerea orientale del Rift, mischiati ad una sorprendente massa di ossa animali, vennero insabbiati allo stesso modo o citati in modo incomprensibile da Coppens, in particolare, che riconobbe la “coesistenza dell’Australopiteco chiamato robusto (*5) ed un incontestabile uomo.
Tutti conoscono questo fatto (veramente?). Essi vivono nello stesso paese, in nicchie ecologiche diverse. Due tipi di ominidi (soltanto) coesistettero durante la stessa era dell’umanità. E non è una faccenda di 2 o 300 anni ma di 1 milione di anni. Entrambi sono stati scoperti nello stesso ritrovamento, negli stessi livelli. Su questo punto, il consenso è completo (Coppens, 1991).
Essendo stati invitati a concludere il simposio dedicato all'”Uomo primitivo”, pubblicato in collaborazione con lo stesso Coppens (Coppens e Al., 1976), Howell e Isaac riconobbero che la scoperta di Leakey “aveva sollevato un inaspettato numero di problemi”. Ma poiché l’evoluzione dell’Umanità è semplicemente una “questione di comportamento“, dato che “l’evidenza fossile ha chiaramente mostrato l’esistenza dei primati bipedi in una parentesi dai 2 ai 3 milioni di anni (*6), “tutti loro erano ominidi”, c.v.d.
Un mistero rimaneva: Chi ha scolpito “gli strumenti da taglio”? La conferenza sollevò queste domande in parte come uno scherzo – secondo gli stessi autori – poiché non c’è alcuna risposta obiettiva. La maggior parte delle località in cui gli ominidi vennero scoperti non hanno oggetti manufatti e la maggior parte dei siti archeologici non presenta traccia di ominidi…
Di conseguenza, la nostra risposta a queste domande rimane largamente soggettiva e speculativa: si deduce facilmente che siamo lontani dall’obiettività scientifica che questi ricercatori acclamano.
Ma la risposta dai geocronologi sull’affidabilità delle loro date è anch’essa soggettiva e speculativa, completamente basata sulle scale di Lyell e di Holmes, esse stesse costruite su concetti soggettivi. Deve la storia naturale procedere con speculazioni soggettive tutte basate non sulla scienza ma su un singolo, solido “credo” di Lyell: “da essere compiuto con Mosè”? Ogni volta che vengono confrontati gruppi di fatti restrittivi che invalidano la “teoria tranquilla” che serve come fondamenta per l’Evoluzione dei viventi, paleontologi e sedimentologi si attaccano disperatamente ai dati dei geocronologi, dei quali credono che posseggano l’incontestabile prova della realtà di lentissimi fenomeni descritti da Lamarck e Darwin. Staremo a vedere come si nutriranno delle proprie illusioni.
(5*) Il “Teschio 1470” si suppone che sia un erectus e Lucy un Australopiteco afarensis !
(6*) Può l’Australopiteco stare eretto? La domanda è stata a lungo discussa senza trovare risposta, finché non notammo che essi erano – come altre scimmie – umili quadrumani (cfr. Johanson, 1996). I resti umani e le altre date ovviamente anormali sono stati fatti passare sotto silenzio.