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giovedì 22 dicembre 2016

La notte di Natale alla Corte pontificia

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di don Mauro Tranquillo - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nei vari secoli diverse usanze e riti hanno caratterizzato i festeggiamenti della notte di Natale alla Corte pontificia, tutti solenni ed edificanti, fiore di quella civiltà cristiana che aveva il suo centro in Roma. Ne vedremo qualche aspetto, e qualche sviluppo nel corso dei secoli.
Da sempre ovviamente la sera della Vigilia cominciava con il canto solenne dei Primi Vespri, che si teneva in Basilica o a volte nella Cappella Sistina (nella Cappella Paolina quando il Papa stava al Quirinale). In attesa della cena, restando i Cardinali nel Palazzo per assistere a Mattutino, vi era usanza di intrattenerli con una cantata in onore di Gesù Bambino, eseguita dai cantori pontifici con tutti gli strumenti nella sala Borgia, cui seguiva una cena in presenza dello stesso Pontefice a spese della Camera Apostolica. Vi si offrivano vino, e vari cibi e confetterie, e il Papa partecipava in cappa di velluto di seta cremisi e ermellino, quella stessa che avrebbe indossato per il Mattutino, e i Cardinali in cappe scarlatte. Il Papa era poi servito a tavola dai sovrani presenti o dai nobili di più alto rango, dal Maestro di Casa e dai Cardinali preceduti dai mazzieri. Burcardo ricorda che quattro portate erano servite: pasticcerie leggere e frutta candita, mandorle, noci, grani di finocchio, pesche e pere; quattro volte si serviva da bere: tre coppe di vino tagliato con acqua e una coppa di vino misto a miele, cannella e zenzero (hypocras).  All’epoca di Gregorio XIII, verso il 1573, l’uso del banchetto con la cantata fu interrotto perché considerato troppo dispendioso; riprese verso la metà del XVII secolo, fino al 1749. A quest’epoca i Cardinali vi assistevano in mozzetta e ferraiolone, nell’appartamento di Raffaello o nella galleria di Gregorio XIII. Il Papa non assisteva più alla cena, ma solamente benediva le mense, ne osservava l’apparato sempre magnifico, e si ritirava poi a cenare solo. L’origine di tale banchetto ovviamente è molto antica, e nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si teneva (stando agli Ordines romani) in Santa Maria Maggiore, dove il Papa celebrava le funzioni della notte di Natale. Il Cardinale Vescovo di Albano ne sosteneva le spese, mandando alla curia duo optima busta porcorum. Il Papa somministrava di propria mano a ciascuno una tazza di vino, compresi i giovani cantori della Schola.
Prima del Mattutino, il Papa compiva un altro rito a lui proprio, la benedizione dello stocco e del berrettone. Lo stocco è uno spadone finemente lavorato, e il berrettone un cappello ducale di velluto rosso, che il Papa soleva donare a un qualche Principe cristiano che si fosse distinto nella difesa della Chiesa. La più antica testimonianza di tale benedizione risale al XIV secolo, anche se già prima il Papa usava benedire delle spade per i Principi cristiani. L’ultimo stocco con il suo berrettone fu donato da Pio IX al generale Kanzler nel 1877. Lo stocco, con il berrettone posato sulla punta, era sostenuto da un Chierico di Camera mentre il Papa ammoniva con un’allocuzione rituale che quella spada indicava il supremo gladio temporale dato da Dio al Papa con l’Incarnazione del Cristo, che avrebbe dominato su tutta la terra, esattamente come la cappa rossa del Pontefice si stendeva a terra da ogni lato. Nella benedizione il Papa invocava Dio per la difesa della Santa Chiesa Romana e della respublica christiana. Poi consegnava le due insegne al Principe rivestito di cotta e di piviale aperto sulla spalla (non sul petto, come poteva fare solo l’Imperatore, ad imitazione dei Vescovi). Se il destinatario non era presente, il dono si faceva inviare.
Si ordinava allora la processione per andare a cantare il Mattutino in Cappella (nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si cantava in Santa Maria Maggiore). L’altare della Cappella era ornato con un arazzo raffigurante il Presepio, e dal paliotto bianco. Il trono del Papa era ricoperto di seta di lama d’argento con ricami d’oro. A lato dell’altare stavano due grandi candelabri dorati, e presso i banchi dei Cardinali stavano delle torce accese su grandi candelieri. Dodici bussolanti in vesti e cappe rosse sostenevano altrettante torce.
Il Papa faceva il suo ingresso preceduto dal Chierico di Camera con il berrettone sostenuto sulla punta dello stocco, e dalla croce pontificia. Incominciava allora il Mattutino, intonato dal Papa, in canto piano. Tre Cardinali Diaconi, dopo aver chiesto la benedizione al Papa, cantavano le prime tre lezioni, del profeta Isaia, ma senza titolo perché Dio non parla ormai tramite i profeti ma tramite suo Figlio, come dice l’Epistola di san Paolo che si legge alla Messa di Natale.  La quinta lezione era cantata dal nobile che aveva ricevuto il berrettone e lo stocco, se era presente. Egli era preceduto dal Chierico di Camera con le insegne benedette (che stavano posate sull’altare). Il nobile indossava la cotta, il piviale sulla spalla, cingeva la spada e indossava il berrettone. Toltosi il cappello e fatta vibrare virilmente la spada, chiedeva genuflesso la benedizione al Papa e poi cantava la lezione al leggio nel mezzo del coro. Alla fine, si recava a baciare i piedi del Papa.
La settima lezione, che è l’omelia del Vangelo della Prima Messa di Natale, quello che inizia con le parole “Exiit edictum a Caesare Augusto”, era cantata dall’Imperatore, qualora fosse stato presente. Egli indossava la cotta e il piviale al modo dei Vescovi, e accompagnato da due Cardinali Diaconi, faceva riverenza al Papa, vibrava la spada, la riponeva, e al leggio chiedeva inchinato la benedizione al Pontefice. Terminato il canto andava anch’egli a baciare il piede del Papa. Così fece ad esempio Federico III nel 1468, essendo presente a Roma per il Natale.
La nona e ultima lezione invece era cantata dal Papa in persona, che chiedeva la benedizione direttamente a Dio (Iube, Domine, benedicere), assistito dagli accoliti, dai Vescovi assistenti con la candela, e da un Cardinale Prete.
La Messa della notte che segue nel Medioevo era cantata dal Papa in persona a Santa Maria Maggiore ad praesepium; egli stesso cantava poi la seconda Messa a Sant’Anastasia e la terza a San Pietro o di nuovo a Santa Maria Maggiore. Dopo il ritorno da Avignone invece era cantata dal Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa nella Cappella di Palazzo, subito dopo il Mattutino, mentre il Papa indossato il mantum bianco assisteva al trono. Alla Messa tutti genuflettevano al canto delle parole Et incarnatus est del Credo. All’offertorio i cantori intonavano il mottetto Quem vidistis pastores del Vittoria. Il Papa usciva al termine della Messa sempre preceduto dal Chierico con lo stocco e il berrettone, lasciando i cantori a intonare le Lodi.
In tempi a noi ancor più vicini, Pio IX andava a celebrare la Messa della notte di Natale a Santa Maria Maggiore. Era una Messa letta, e anticipata per terminare in tempo per tornare al Quirinale a prendere una refezione entro mezzanotte, in modo da poter mangiare qualcosa prima che scoccasse il digiuno eucaristico per il giorno seguente.
Così la Santa Chiesa Romana festeggiava, fino a prima della caduta del potere temporale, la Santa Notte dell’Incarnazione del Verbo. Il mattino vi era la stazione dell’Aurora a Sant’Anastasia, e la grande Messa celebrata personalmente dal Papa in Basilica. Che questi santi riti così descritti ci possano edificare e mostrare il vero volto della Sposa di Cristo, per non cadere mai nella tentazione di confonderla con quanto ci viene presentato dal modernismo.
 

giovedì 3 novembre 2016

Pio IX e la vittoria di Mentana


Centro studi Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 77/16 del 3 novembre 2016, Santa Silvia

Pio IX e la vittoria di Mentana

Ricordiamo la vittoria dell’esercito pontificio nella campagna dell’Agro Romano, culminata con la battaglia di Mentana del 3 novembre 1867, con un documento del Papa Re Pio IX.

Breve “Ex quo infensissimi”

Il Papa Pio IX. A futura memoria.
Da quando i funesti nemici del nome cattolico, per cancellarlo del tutto (se fosse possibile) hanno osato far vacillare il principato civile della Santa Sede, cui sottrassero floride province lasciandone a Noi solo alcune perché esercitassimo il potere civile entro angusti confini e non senza difficoltà dell’erario, uomini perfidi non hanno mai rinunciato al proposito di occupare le altre Nostre province e d’invadere perfino questa alma Urbe nella quale, per divina volontà, si è stabilita la Sede Apostolica, fondamento della religione, maestra della fede, rocca e baluardo della verità cattolica.
Da qui le macchinazioni e le frodi, da qui l’aperta violenza usata recentemente, quando cioè si accozzarono improvvisate masnade d’infima plebe, prontissime ad ogni misfatto, che si inoltrarono nelle nostre province per alzare la bandiera della ribellione: col terrore, con le rapine e con ogni sacrilega scelleratezza portarono la desolazione nei villaggi, nei paesi, nelle città senza però riuscire ad allontanare le popolazioni dalla debita fede, dall’ossequio verso di Noi e la Sede Apostolica.
Orbene, in un così difficile frangente rifulse l’eccezionale valore dei Nostri soldati. Infatti, seguendo i loro comandanti, per nulla atterriti dall’asperità del cammino e neppure affranti dalla lunghezza delle marce né svigoriti dalle fatiche, corsero alacri a rintuzzare l’impeto dei nemici. Dopo aver acceso la zuffa contro di essi, ed averla rinnovata in più luoghi, combatterono con tanto animo e coraggio che sconfissero e dispersero quelle schiere efferate e restituirono quiete e sicurezza ai borghigiani e ai cittadini.
Non molto tempo dopo, una banda in armi osò avvicinarsi alle mura di Roma per tentare un assalto allo scopo di sfogare il trattenuto furore con gli incendi, col saccheggio delle case, con la distruzione dei templi e col sangue degli onesti cittadini, non appena dai complici della loro ribalderia (che si erano furtivamente introdotti in città e avevano preparato nuovi strumenti di morte) fosse dato il segnale della congiura.
Ma i Nostri soldati non mancarono al loro dovere; scoperte le insidie, infatti, resero vana la perfidia dei congiurati e avendo sgominata e uccisa una parte di essi e un’altra parte gettata in carcere, salvarono questa sede della religione, questa dimora delle arti belle dall’imminente sterminio.
Alla milizia Nostra poi si presentò un’altra occasione di mettere in luce il proprio valore. Un’accozzaglia di armati, raccolti ovunque nella vicina provincia Sabina, aveva occupato Monterotondo; ivi commise molte azioni indegne e, accesa di sfrenata cupidigia, meditava una nuova aggressione contro Roma; senonché contro il nemico furono inviate truppe Nostre e truppe ausiliarie Francesi, per assalirlo.
Esse, ingaggiata battaglia presso Mentana, diedero prova di tanta forza, ardore e costanza nel combattere che domarono e sbaragliarono quella colluvie di predoni benché superiore di numero. Ne ferirono e uccisero molti; ne condussero nelle prigioni tanti altri, e misero in fuga i rimanenti con il loro audacissimo condottiero, riportando quindi una splendida vittoria. Le schiere vincitrici poi, rientrate in Roma, ebbero una trionfale accoglienza: la cittadinanza andò loro incontro, e con grida e con applausi festeggiò la bella impresa di quei valorosissimi uomini


Ma affinché il ricordo di questa vittoria che non senza l’aiuto di Dio è stata ottenuta, e ovunque è stata celebrata e lodata, possa perpetuarsi in tutte le età, abbiamo fatto coniare un fregio d’argento in forma di croce ottagonale, nelle cui estremità sia scritto Pius PP. IX. An. MDCCCLXVII. Al centro vi sia una medaglietta la quale nel dritto rechi gli emblemi della dignità pontificia con la scritta Fidei et Virtuti, e nel rovescio abbia la croce con la scritta Hinc Victoria.
A tutti e singoli i soldati presenti del Nostro esercito concediamo di portare questo fregio d’argento nel lato sinistro del petto, sospeso ad un nastro di seta bianca distinto con cinque righe celesti; e per maggiore compenso dell’impresa concediamo agli stessi che sia loro sottratto un anno dal tempo stabilito per ottenere paghe più alte e per ottenere altri benefici secondo le regole militari.
Inoltre facciamo dono dello stesso fregio d’argento, da portare alla sinistra del petto, a tutti e singoli i soldati dell’esercito Francese che presso Mentana combatterono al fianco delle Nostre truppe contro le torme ostili.
Infine, affinché quei valorosi che offersero il sangue e la vita per difendere i Nostri diritti e per scacciare da Roma il furore degli empi, ricevano da Noi una solenne proclamazione di valore e di lode, con questa lettera pubblichiamo e dichiariamo che essi hanno acquisito grandi meriti presso di Noi, presso l’Apostolica Sede e il mondo Cattolico: proclamazione di cui nulla è più onorifico, più glorioso, più idoneo a rendere immortale il loro nome.
Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 14 novembre 1867, anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

giovedì 22 settembre 2016

I caduti papalini del 20 settembre 1870

Fonte: http://federiciblog.altervista.org/ 



Il 20 settembre, prima della resa imposta da Pio IX, durante la difesa di Roma, i pontifici recarono numerose perdite all’esercito invasore: tra gli ufficiali 4 morti e 9 feriti, tra la truppa 45 morti e 132 feriti.
I papalini, invece, registrarono 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco l’elenco dei caduti secondo il Vigevano (altri autori, come Keyes O’Clery, riportano un numero minore di caduti, perché non calcolano alcuni decessi avvenuti negli ospedali dopo il 20 settembre) :

Zuavi:
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.

Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.

Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.

Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.

Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.

(Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 672-673; nel testo del Vigevano i nomi di battesimo sono stati italianizzati).

lunedì 19 settembre 2016

Pio IX e il 20 settembre 1870

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 65/16 del 19 settembre 2016, San Gennaro

Pio IX e il 20 settembre 1870

Ricordiamo l’infausto anniversario del 20 settembre pubblicando alcune pagine tratte dall’opera di di Mons. Giuseppe Sebastiano Pelczar, “Pio IX e il suo pontificato”.
Alcune ore dopo, alle 5,15 del 20 settembre, una prima palla dei Piemontesi colpiva le mura di Roma dando principio ad una vera grandine di proiettili lanciati da 60 cannoni, a cui rispondevano appena 18 pezzi dell’artiglieria pontificia. Il nerbo dell’attacco era rivolto contro Porta Pia, Porta Maggiore e contro le caserme del Macao, che porgevano più facile accesso; ma si sparava pure contro le porte Salaria, S. Pancrazio, S. Giovanni e S. Sebastiano.
Al rombo dei cannoni i cardinali Patrizi, Antonelli, Berardi, Bonaparte ed altri come pure tutti i membri del Corpo Diplomatico allora presenti in Roma s’affrettarono al Vaticano indossando le uniformi di gala.
Il Papa celebrò secondo il solito la S. Messa alle ore 7,30; il Corpo Diplomatico ebbe l’onore di assistervi, e verso le ore 9 fu introdotto in presenza di S. S. nella sala della biblioteca privata., le cui finestre mettono sulla piazza di S. Pietro. Il S. Pietro incominciò con ringraziare gl’illustri rappresentanti delle Potenze estere per essersi raccolti alla sua presenza in occasione così penosa, indi soggiunse continuando più a modo di conversazione, che di discorso:
Il Corpo Diplomatico si riunì anche un’altra volta intorno a me: ciò fu al Quirinale nel 1848. (…) io ho scritto al re: non so se egli ha ricevutola mia lettera: gliel’ho mandata coll’indirizzo del suo Ministro degli affari esteri. Penso che gli sarà pervenuta, ma non ne so nulla…
Bixio, il famoso Bixio, è là con l’armata italiana. Ora è generale; ma fin da quando era repubblicano, aveva fatto il progetto di gettare nel Tevere il Papa e i cardinali, quando entrasse in Roma. In inverno sarebbe stato poco piacevole, in estate sarebbe forse un’altra cosa (Nota dell’Autore: Bixio morì di colera nel 1873 mentre viaggiava verso le Indie, ed il suo corpo sepolto nella sabbia fu messo a brandelli dai selvaggi d’Aczyno)...
Egli è là alla porta S. Pancrazio: questo lato è più esposto. Vi sono delle case che soffriranno; fra le altre quella del Torlonia. I ricordi del Tasso corrono molto rischio coi liberatori d’Italia; ma questa gente se se cura poco… (…). Gli alunni del Collegio Americano mi hanno chiesto di prendere le armi, ma li ho ringraziati e detto che si unissero a quelli che assistono i feriti… Ecco che ora Roma è circondata, e si comincia a mancare di molte cose. I muratori non hanno più pozzolana per lavorare e neppure tufo per le fabbriche. I viveri ancora cominciano a divenire cari, e il popolo potrebbe agitarsi…
Ieri nel ritorno dalla Scala Santa ho visto le tante bandiere che hanno messo in Roma per proteggersi. Ve n’erano inglesi, americane, tedesche ed anche turche. Il principe Doria ne ha messa una inglese, non so perché. Quando ritornai da Gaeta, vidi ancora sul mio passaggio molte bandiere che erano state poste in mio onore. Oggi è differente; non le hanno messe per me.
Non è il fior fiore della società che accompagna quegl’Italiani che attaccano il Padre dei cattolici…
In questo punto un ufficiale di stato maggiore da parte del generale Kanzler portò la nuova, che le brecce erano accessibili. I membri del Corpo Diplomatico si tennero in disparte, lasciando il S. Padre a deliberare col card. Antonelli. Indi a pochi istanti il Papa li fece chiamare, e con le lagrime agli occhi disse oro queste parole:
Signori io do l'ordine di capitolare: a che serve difendersi più oltre! Abbandonato da tutti, dovrei tosto o tardi soccombere, ed io non debbo far versare sangue inutilmente. Voi mi siete testimoni, Signori, che lo straniero non entra qui che con la forza; e che se egli sforza la mia porta, lo fa rompendola; ciò basta, il mondo lo saprà, e la storia lo dirà un giorno, a discolpa dei Romani miei figli… non vi parlo di me, o Signori, non è per me ch’io piango, ma sopra quei poveri figli che sono venuti a difendermi come loro padre. Voi vi occuperete ciascuno di quelli del vostro paese. Ve ne sono di tutte le nazioni, soprattutto Francesi. Vi prego di pensare ancora agli Inglesi ed ai Canadesi, i cui interessi non sono qui rappresentati da nessuno. Io ve le raccomando tutti, perché li preserviate dai maltrattamenti, che altri ebbero tanto a soffrire alcuni anni fa. Sciolgo i miei soldati dal giuramento fattomi per lasciarli in loro libertà. Per le condizioni della capitolazioni bisogna vedere il generale Kanzler, bisogna intendersi con lui.
Il Corpo Diplomatico si partì dal Papa, e andò prima dal Pro-Ministro delle armi, poi dal generale Cadorna in Villa Albani.
Frattanto imperversava sulla città una vera pioggia di palle e granate dei cannoni piemontesi. Il generale Bixio, protetto da vigne e vigneti erasi avanzato fino a porta S. Pancrazio, ma qui vi un gruppo di papalini opposergli strenua difesa. Anche alle porte S. Sebastiano e a S. Giovanni, ove dirigeva la difesa l’intrepido de Charette, ferveva una mischia disperata; però le difese di S. Giovanni Laterano e di Santa Croce furono assai danneggiate dalle batterie dell’Angioletti. La lotta fu decisa dal generale Cadorna, che fissato il quartier principale a Villa Albani, diresse il fuoco di alcune decine di cannoni su Porta Pia.
Alle nove e un quarto fu aperta una breccia nel muro di villa Bonaparte, ma gli zuavi, facendo un vivo muro dei loro petti, resistevano a quel fuoco cantando l’inno di Pio XI. Colpiti dai proiettili, morivano eroicamente. Niel e Brondeis, vicini ad esalare l’anima, raccolsero l’ultimo fiato per gridare ancora una volta: Viva Pio IX!
Lo zuavo Burel, non potendo parlare, poiché una pallottola lo aveva colpito in faccia, vergò colla mano che s’irrigidiva fra le agonie mortali queste parole: “Quanto posseggo lascio al Santo Padre”. Quando Pio IX ricevette quello scritto intriso di sangue, lo bagnò di calde lagrime e lo conservò con venerazione.
Allora il Cadorna spinse il 39° reggimento fanteria ed il 35° bersaglieri all’assalto. Questi corrono spavaldi al grido di Viva Savoia, mentre le file pontificie gridano in coro Viva Pio IX. Quand’ecco, accorre un ufficiale, coll’ordine del Kanzler, di cessare il fuoco; gli zuavi depongono dolenti le carabine, ed il tenente Maudit infigge sulla breccia la bandiera bianca; ciononostante il distaccamento piemontese, contro le norme guerresche, s’intromette in città. Già prima il Papa aveva ordinato al colonnello Azzanesi d’inalberare la bandiera bianca sulla cupola di S. Pietro, ma ciò non trattenne il gen. Bixio dal continuare il bombardamento. Solo 10 minuti dopo le ore dieci cessò il fuoco su tutta la linea.
Così dunque la rivoluzione riuscì vittoriosa. Non potendo entrare in Roma sotto la guida di Mazzini, vi entrò guidata da Vittorio Emanuele, innalzandovi la croce sabauda contro la croce di Cristo. Un rampollo di famiglia cattolica, da cui erano usciti dei santi, si fece strumento; ed essa, demoralizzando una parte del popolo italiano e disseminando per quelle terre l’agitazione e l’insurrezione, lo aiutò ad effettuare l’annessione. Grazie al concorso della rivoluzione, all’appoggio di Napoleone III, alla massoneria ed al liberalismo europeo (…)
Verso le ore 11, prima ancora che fosse conclusa la capitolazione, mentre però la bandiera stava alzata a Porta Pia, al Quirinale e sulla cupola di S. Pietro, un distaccamento italiano s’intrometteva in città; e con esso introducevansi alcune migliaia di emigranti e rivoluzionari di professione a fine di preparare uno splendido ricevimento all’esercito che sarebbe entrato nel pomeriggio. (…) frattanto la plebaglia abbandonavasi alle più infami violenze, specialmente contro i sodati ed altri di più notorietà fedeltà al Papa: di che avvisato il generale Cadorna, cinicamente rispose: Lasciate che il popolo si sfoghi!
L’esercito pontificio si ritirò al di là dal Tevere. I valorosi zuavi passarono l’intera notte sotto il porticato di S. Pietro; al mattino, schieratisi in ordine sotto le finestre del Vaticano, il colonnello Alet alzò la spada gridando: Viva Pio IX, Papa e Re. Il Pontefice si affacciò a benedire per l’ultima volta il suo esercito, che presentò l’arme. La scena era così commovente, che il Papa se ne ritrasse cogli occhi lagrimosi e quasi svenuto. Ma non tardò a rimettersi in calma, ed allora prese ad informarsi con vivo interesse dalla moglie del gen. Kanzler sullo stato dei feriti. Poveri figli, disse allora, che il Signore ne li compensi. Fu certo un gran delitto, ma esso ricadrà sui suoi autori.
In quel giorno l’esercito pontifico, a fronte alta ed al grido di Viva Pio IX!, sfilò dinanzi all’esercito piemontese, depose le armi e fu diretto a Civitavecchia, donde poi ciascuno fu rimandato al proprio paese (Nota dell’Autore: nell’esercito trovansi 4800 italiani e 4500 stranieri. NdR: molti prigionieri provenienti dagli Stati italiani pre-unitari furono internarti in campi di concentramento allestiti in Piemonte, dove diversi morirono).
Tre giorni dopo il Papa disciolse la guardia palatina, così che in Vaticano rimasero un 300 o 400 uomini. Siccome la Città Leonina era indifesa, così un’orda rivoluzionaria vi si riversò il 21 settembre, svillaneggiando il S. Padre, saccheggiando la caserma Serristori (la caserma fu colpita da un attentato terroristico nel 1867 che causò la morte a 25 zuavi della banda musicale e ad alcuni passanti, tra cui una bimba di sei anni, NdR) ed avanzandosi poscia fino al colonnato di S. Pietro, ove erano stati acquartierati gli zuavi. I più forsennati vollero anzi profanare la basilica, ma ne trovarono chiuse le porte. V’era il pericolo che la bordaglia s’avventasse sul Vaticano tanto più che due assalitori e due soldati pontifici caddero colpiti dagli spari; pertanto il card. Antonelli si vide costretto ad invocare l’aiuto dell’esercito piemontese, che s’affrettò ad occupare quel quartiere fino alle porte del Vaticano, occupando pure ben tosto il castello S. Angelo. Pio IX rimase prigioniero nel proprio palazzo.
Tratto dal libro: Pio IX e il suo pontificato. Sullo sfondo delle vicende della Chiesa nel secolo XIX, di Giuseppe Sebastiano Pelczar, vol. II, pagg. 556-560, Torino 1910, Libreria G.B. Berruti.
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martedì 12 aprile 2016

Come i romani manifestarono i loro sentimenti all’arrivo delle truppe italiane

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La gioia dei Romani liberati

I Romani si chiusero in casa e sbarrarono porte e finestre, appendendo drappi neri alle finestre in segno di lutto. Alcuni portoni di case nobiliari non riaprirono i loro battenti che nel 1929, all’indomani della “Conciliazione”.
Cinquemila facinorosi, autoproclamatisi “esuli
romani”, erano al seguito dell’esercito ed entrarono subito in città, inneggiando a Vittorio Emanuele e all’unità d’Italia, mentre nel pomeriggio treni speciali portarono a Roma nuova gente a far gazzarra, al punto che “La Nazione”, giornale liberale di Firenze, poté scrivere: “Roma è stata consegnata come res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane. Si potrebbe pensare che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia”. I disordini continuarono per giorni in Roma finalmente “liberata”.

tratto da: Il Popolo, (settimanale della diocesi di Tortona), 6.10.2005

N.B. l’attacco allo stato pontificio iniziò l’11 settembre, giorno infausto ora come allora.

venerdì 4 marzo 2016

PORTA PIA 1870, quello che i libri di storia non ci raccontano:

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Fonte: http://venetostoria.com/

Anglicani, luterani, calvinisti, tutti sperano che la Riforma rigidamente fermata al di là delle Alpi possa finalmente valicare la catena montuosa: “L’Italia è già circondata da una sorta di assedio protestante – scrive Spini – stesole attorno dall’episcopato anglicano, dal presbiterianismo scozzese e dall’evangelismo “libero” di Ginevra e Losanna, con un appoggio anche dal protestantesimo americano”. Non è un caso che la breccia di Porta Pia nel 1870 sia varcata per prima da un carretto di Bibbie protestanti trainato da un cane dal nome eloquente: Pio IX.
nella foto il gen. Kanzler comandante le truppe pontificie.
Aggiungo una riflessione, dopo aver sentito per radio un ascoltatore (veneto, tra l’altro) ceh addossava tutti i mali dell’Italia al cattolicesimo. Manchiamo del rigore morale proprio al prostesantesimo, ed è la vulgata diffusa da gran parte del mondo intellettuale italiano unitarista. Ma si tratta di una coda di paglia lunga un chilometro. L’Austria è cattolica ma tutto funziona benissimo, persino paesi come la Polonia o la Repubblica ceca, hanno una classe politica molto meno corrotta della nostra. Del resto ci sono regioni italiane, con tradizione cattolica, in cui ancora (malgrado il pesce puzzi dalla testa) l’amministrazione locale funziona discretamente, vedi come da noi nel Veneto, pur essendo stati definiti per decenni la “Vandea” d’Italia.
In realtà i cattolici stati preunitari presi singolarmente erano degli esempi di efficienza e di  dirittura morale rispetto all’Italia unita che ne è derivata. Quindi il nostro dramma è stato buttare alle ortiche la nostra antica tradizione, basata anche sul cattolicesimo. che certamente non era quello di oggi.

lunedì 1 febbraio 2016

LA RIVOLTA DELLA ROMAGNA CON STRAGI E MASSACRI DA PARTE DEI FRANCESI che si comportarono come i nazisti.

 
RIVOLTA ANCHE A PAVIA, CONTRO I FRANCESI.
RIVOLTA ANCHE A PAVIA, CONTRO I FRANCESI.
La fine del 1796 vede insorgere anche Cesena: a capo della rivolta vi è Francesco Ceccaroli, di origini aristocratiche; una circostanza, questa, piuttosto rara, poiché una parte della nobiltà, per questioni di opportunismo, tenne un comportamento ambiguo e, in diversi casi, apertamente filo-giacobino. Da Cesena la rivolta si diffuse in tutti i villaggi circostanti: Capocolle, Ranchio, Rontagnano, Berinoro, Meldola, Ciala, Mercato Saraceno, Tessello, Linoro, Polenta, Sarsina, Teodorano, Falcino, Forlimpopoli, Castelbolognese.
Tra tutte queste prime insurrezioni, una in particolare merita un approfondimento: quella di Lugo di Romagna che, nei suoi otto giorni di guerriglia cittadina, rappresenta una tra le rivolte più tragiche della nostra storia. Lugo era una cittadina di 8.000 abitanti, tra le più fedeli al Legato pontificio; anzi, proprio per questo motivo ottenne agevolazioni fiscali che permisero un notevole sviluppo del commercio.
 
L'ARMATA FRANCESE passa il Po, a Piacenza. segnerà per sempre il destino dell'Italia-
L’ARMATA FRANCESE passa il Po, a Piacenza.
segnerà per sempre il destino dell’Italia-
Il giansenismo ed il giacobinismo non avevano per nulla attecchito su questa popolazione che da secoli godeva del buon governo del Papa-Re. Il 30 giugno 1796 arrivano a Lugo due commissari francesi per prelevare beni preziosi per un valore particolarmente elevato, pari a 4 milioni come contributo di guerra. Tra i beni prelevati ci fu il busto di Sant’Ilaro, patrono di Lugo e questa fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Francesco Mongardini, ex miliziano pontificio, di professione fabbro e soprannominato il “Morone”, con 20 uomini assalta il Collegio Trisi in cui erano depositati i beni sequestrati e riprendendo la statua di Sant’Ilaro la riporta in processione con enorme affluenza di popolani alla chiesa del Carmine; nel frattempo altri insorti si impadroniscono delle armi all’interno della Rocca. Dopo vari tentativi diplomatici il gen Augerau invia 60 uomini per ristabilire la calma, ma sono circa 200 i lughesi pronti ad affrontarli e per le truppe francesi non c’é nulla da fare. Il Cardinale Chiaramonti (futuro Pio VII) cerca una soluzione pacifica e la ottiene: amnistia per ribelli ma occupazione militare di Lugo. La stessa sera in cui si domanda al popolo l’accettazione dell’accordo, i francesi non rispettano i patti e invadono Lugo prima dei termini. Il popolo grida al tradimento e questa volta sono mille gli insorti che si oppongono all’armata francese, che conterà al termine della battaglia 200 morti contro i 30 degli insorti lughesi. A questo punto il gen. Augerau vista la tenace resistenza della cittadina invia un battaglione di fanteria, 200 cacciatori a cavallo e due mortai. Questa volta per gli insorti che combattevano al grido di “Viva Sant’Ilaro, viva il Papa-Re” non ci fu nulla da fare: la città viene messa a ferro e fuoco e l’intera popolazione sottoposta a violenze di ogni genere. Millesettecentonovantasette Il 1797 si apre con l’Insorgenza di Urbino il 24 febbraio dove viene abbattuto l’albero della libertà al grido di “Viva Maria! Viva San Crescentino!”; in poche settimane vennero stampate 50.000 immagini di San Crescentino, che gli insorti portavano sui cappelli per contrapporle alla coccarda tricolorata dei francesi.
 

giovedì 14 gennaio 2016

A Roma, quel XX settembre 1870, quel che accadde.

599511_4176838469926_926404048_nE’ dato per assodato dalla storiografia (meglio sarebbe parlare di “agiografia”) ufficiale sul risorgimento, che i romani aspettassero impazienti i bersaglieri venuti a “liberarli” dall’oscurantista governo papalino. Narrano le (fanta)cronache di quel giorno che le truppe del La Marmora passarono tra due ali di folla festante che sventolava tricolori fatti in casa.
La realtà invece è che moltissime abitazioni chiusero finestre e portoni, i pochi plaudenti erano parte della “claque” portata per l’occasione da fuori dagli invasori con appositi convogli, composta da simpatizzanti per la causa unitaria.
A conferma, ecco la relazione dell’ambasciatore britannico a Roma, certamente non un simpatizzante per il papato:
“In realtà sono convinto che se messa alla prova una grande maggioranza della popolazione oggi sosterrebbe il Papa”, questo il 29 agosto 1870, mentre il 15 settembre egli commentò l’intensa partecipazione popolare alle preghiere indette dal Papa per scongiurare l’invasione “piemontese” scrivendo “Vi è mi sembra una gran massa di gente sinceramente fedele al proprio governo”
 
Documenti citati da M. De Leonardis ne “Le relazioni diplomatiche tra Gran Bretagna e Santa Sede negli ultimi due secoli”.

lunedì 28 dicembre 2015

I Mille del Papa: sottane, pastori e anatre selvatiche in difesa di Pio IX

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di Luca Fumagalli  (Fonte: http://www.edizioniradiospada.com/ ) 
 
Accanto ai grandi avvenimenti della storia sorge sempre un corollario di aneddoti più o meno fantasiosi. Tra quelli connessi alle imprese dei volontari di Pio IX, uomini che da tutto il mondo raggiunsero il piccolo Stato pontificio per difendere il Papa dalle mire espansionistiche di Cavour e di Vittorio Emanuele II, ve ne è uno davvero singolare che riguarda la famosa medaglia d’argento “Pro Petri Sede” distribuita ai sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo. Una consolidata tradizione orale garantisce che una di queste sia stata rinvenuta fra le spoglie del famoso capo pellerossa Toro Seduto. L’avrebbe strappata a un soldato irlandese passato dall’esercito papale a quello statunitense. Coinvolto nello scontro di Little Bighorn, dove gran parte del reggimento a cavallo del generale Custer fu massacrato, il soldato si comportò con tale coraggio da suscitare l’ammirazione dei vincitori. Toro Seduto si appropriò quindi della medaglia ritenendola un amuleto di forza e temerarietà.
Dato il triste destino del capo indiano, sembra che il feticcio tutto sommato non abbia sortito l’effetto sperato. Ma l’episodio, sebbene marginale, testimonia l’enorme eco internazionale che ebbero le imprese dei crociati antirisorgimentali accorsi a Roma tra il 1860 e il 1870. Nella Città Eterna in dieci anni transitarono volontari di ben ventisette nazioni. In tutto mai superarono le quindicimila unità, ma le scarse disponibilità economiche della casse pontificie non permettevano di mantenere un esercito più grande. I richiedenti furono numerosissimi e alcune fonti parlano addirittura di centomila giovani pronti a partire dal solo Quebec. Le reclute vennero dunque inquadrate in diversi corpi, il più famoso dei quali fu quello degli Zuavi, nato ufficialmente il 1 gennaio 1861 sui resti dei Tiragliatori franco-belgi.
I mazziniani accusavano la Chiesa di opporsi alla modernità, di arroccarsi dietro i bastioni dell’assolutismo per tentare inutilmente di proteggersi dall’inevitabile avanzata repubblicana. Forse non si accorsero – o non vollero accorgersi – che mai come nell’esercito papale la democrazia aveva trovato più vasta applicazione. Infatti, per la prima volta nella storia, il fabbro bavarese combatteva fianco a fianco con il conte francese, lo studente italiano con l’agricoltore irlandese, l’ex seminarista fiammingo con il cacciatore di bisonti statunitense. Nobili e popolino avevano trovato nella Fede e nella comune causa della difesa del potere temporale della Chiesa un collante così efficace da travalicare qualsiasi steccato sociale. Inoltre, diversi ufficiali che avevano edificato la propria carriera sui più famosi campi di battaglia europei dettero prova di grande umiltà arruolandosi a Roma come soldati semplici, e furono numerosi quelli che rinunciarono allo stipendio per devolverlo in favore di opere pie.
L’appassionante vicenda dei volontari di Pio IX, spesso ignorata dalla storiografia risorgimentale mainstream, è raccontata nel recente saggio di Alfio Caruso intitolato Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi, 2015). Caruso, giornalista e scrittore, si accolla l’oneroso compito di scavare nuovamente nel passato scomodo dell’Italia per riportare alla luce una delle pagine più contraddittorie della storia nazionale. I Mille a cui si riferisce il sottotitolo, in particolare, furono coloro che come Kanzler, De Courten, Allet, Azzanesi e Ungarelli maturarono una lunga carriera nell’esercito pontificio: giovani tenenti nel 1848 durante la difesa di Vicenza a fianco dei soldati di Carlo Alberto, divennero i generali che nel 1870 tentarono l’ultima e disperata resistenza a Roma. Caruso parte dalla loro esperienza individuale per imbastire una narrazione di taglio giornalistico, frizzante e accattivante, che non risparmia elogi e critiche a entrambe le parti in lotta. L’ago della bilancia in ultima istanza sembra però pendere più dalla parte dei militi del Papa per cui l’autore prova una naturale ammirazione. La prospettiva complessiva tende comunque all’oggettività e l’apparato bibliografico – piuttosto limitato, ma adatto per un lavoro a scopo divulgativo – rivela l’utilizzo di fonti composite che vanno delle testimonianze dei reduci agli studi di Montanelli e di Denis Mack Smith.
Il volume abbraccia un arco temporale piuttosto lungo, dall’elezione di Pio IX nel 1846 alla caduta di Roma nel 1870. Dal tema centrale si dipanano poi diverse piste che approfondiscono vicende collaterali come il complesso quadro politico internazionale dell’epoca, la fine del Regno delle Due Sicilie, l’esilio romano di Francesco II, il Concilio Vaticano, il brigantaggio e, in generale, i tanti nodi irrisolti dell’unità. A questo proposito il giudizio dell’autore è tranciante: «L’Italia è da subito un grande mercato nel quale ciascuno prova a concludere l’affare migliore. A cominciare dai Savoia nessuno ha l’autorità morale per ergersi a custode della nazione; stanno sul trono per una serie di eventi spesso indipendenti dai loro desideri, dalla loro volontà. A differenza di quanto ancor oggi si ripete, non sono stati loro a fare l’Italia, è l’Italia che se li è trovati sul groppone essendo stata l’unica dinastia a guardare oltre i propri confini».
Lo spirito revisionistico del libro è ben esemplificato dalla descrizione dell’incontro tra il giovane tenente Riccardo Mortara, da poco entrato a Roma con gli italiani, e il fratello minore Edgardo, sottratto dodici anni prima a Bologna ai genitori per espresso volere delle gerarchie ecclesiastiche. Il “caso Mortara”, che all’epoca suscitò un moto d’indignazione in tutta Europa, ebbe luogo il 23 giugno del 1858, quando la polizia venne a sapere che la cameriera dei Mortara, agiati ebrei romagnoli, aveva battezzato a due anni il bambino, gravemente malato. Il battesimo, secondo la legge allora in vigore, escludeva che Edgardo fosse allevato da genitori non cattolici: il giovane fu quindi condotto nella capitale. Ciò che però si tace è che l’incontro tra i due fratelli nel 1870 fu tutt’altro che piacevole. Edgardo, da tre anni accolto nell’ordine dei Canonici regolari del Laterano, non accettò di tornare in famiglia: l’unica che ormai riconosceva era quella clericale.
Ma il grande merito del testo di Caruso è quello di soffermarsi sui protagonisti, grandi e piccoli, che animarono l’azione antirisorgimentale di Pio IX, il più grande nemico dell’Italia massonica, lo stesso che fu scambiato nei primi anni di pontificato per un convinto liberale. Sotto di lui, mossi innanzitutto dall’affetto per il Papa e dalla convinzione che la perdita del potere temporale avrebbe scosso la Chiesa dalle fondamenta, tanti impugnarono le armi per difendere le prerogative del trono e dell’altare.
È questo il caso, per esempio, delle “anatre pazze”, soprannome affibbiato dai romani ai tumultuosi irlandesi, intrattabili dopo aver alzato il gomito in qualche osteria – cosa che, detto per inciso, accadeva spesso – ma soldati estremamente affidabili in battaglia. Cresciuti a patate e Vangelo, molti di essi compirono azioni eroiche guadagnandosi le lodi dei superiori e numerosi riconoscimenti. Meritano di essere citati anche i “zampitti”, pastori e contadini ciociari che ebbero un ruolo determinante soprattutto nello sgominare le bande di briganti penetrate nel Lazio meridionale. Sudditi fedeli, arruolati soprattutto per la conoscenza del territorio, si rivelarono presto instancabili cacciatori di fuorilegge.
A sostenere le peripezie di un esercito costantemente in inferiorità numerica e inevitabilmente votato alla sconfitta accorsero anche diverse donne che, accanto a frati e suore, svolgevano mansioni infermieristiche. La Rosalia Montmasson dei pontifici fu l’inglese Katherine Stone. Sanfedista tutta d’un pezzo, era solita aggirarsi tra i feriti completamente vestita di nero, in testa indossava un baschetto inforcato da una piuma alla cacciatora con il velo ripiegato intorno e trattenuto da un fermaglio rappresentante la medaglia di San Pietro. Di stanza presso le Suore della Carità, si comportò egregiamente portando ai sofferenti non solo i medicinali, ma anche il conforto di un sorriso e di una preghiera.
Accanto ai volontari mossi da nobili ideali non mancarono diversi che giunsero nello Stato della Chiesa solo per sfuggire alla giustizia dei rispettivi paesi o attirati dalla prospettiva di uno stipendio sicuro. Famoso fu il caso di John Surrat, ex soldato confederato accusato di aver preso parte alla cospirazione per uccidere Lincoln. Arruolatosi negli Zuavi sotto falso nome, fu riconosciuto e costretto a scappare. Catturato ad Alessandria d’Egitto e ricondotto negli Stati Uniti, per sua fortuna venne scagionato per insufficienza di prove.
Principi, banditi e uomini di Fede, la storia dei Mille del Papa si concluse a Roma il 20 settembre 1870. Dopo che le speranze di vittoria erano presto naufragate davanti alla preponderanza delle armate guidate da Cadorna, lo stato maggiore papalino, su consiglio di Pio IX, puntò a una resistenza poco più che simbolica. Qualche cannonata, alcune decine di morti e la città si arrese: la rivoluzione italiana alla fine aveva trionfato. I reparti pontifici, il cui bivacco si trovava in piazza San Pietro, alla sera cantarono per l’ultima volta “L’inno a Pio IX” composto da Charles Gounod; il giorno dopo avrebbero dovuto abbandonare la Città Eterna, condannati fino alla morte a vivere la misera condizione di stranieri in patria. L’unica consolazione che dava alla piazza ancora la forza di abbozzare un sorriso tra le lacrime era quella che, almeno in cielo, Qualcuno si sarebbe ricordato di loro.
 
Il libro: A. CARUSO, Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa, Milano, Longanesi, 2015, pp. 313, prezzo 18,60 Euro.

martedì 3 novembre 2015

3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 88/15 del 3 novembre 2015, San Giusto
3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!
 
Il 3 novembre 1867 l’esercito pontificio sconfiggeva le bande garibaldine (assistite dall’esercito italiano, aspetto dimenticato da chi, contro la realtà storica, attribuisce la vittoria papalina all’intervento dell’esercito francese), dopo due mesi di scontri nell’Agro Romano iniziati il 29 settembre. Ricordiamo la vittoria con un testo dedicato ai cappellani militari dell’esercito pontificio.
Gli apparecchi per la Difesa e i Cappellani Militari
(tratto da “La mano di Dio nell’ultima invasione contro Roma”. Memorie storiche di Paolo Mencacci, Romano, Salviucci, Roma, 1868, pagg.8-13)
Tracciato il disegno della Rivoluzione, accenniamo i mezzi impiegati dalla S. Sede per resisterle, e quelli disposti per l’assistenza delle truppe che erano per impegnarsi nella suprema lotta.
Fin dalle prime mosse della rivoluzione il governo pontificio aveva preso varie precauzioni, e l’Eccellentissimo Ministro dell’Armi Generale Kanzler, aveva disposto le truppe in guisa, da opporre una valida resistenza dovunque si tentasse la nuova invasione. Al Colonnello Azzanesi, col 2 Battaglione del suo Reggimento indigno di Linea, con una sezione di Artiglieria, un Plotone di Dragoni, due Compagnie di Zuavi, due Compagnie di Gendarmi, e una Compagnia di Finanza mobilizzata fu affidata la guardia di Viterbo e di tutta la provincia limitrofa alla Toscana e alle province usurpate dell’Umbria e della Sabina. Il Tenente–Colonnello de Charette con quattro Compagnie di Zuavi, una Compagni di Gendarmi, con alcune Compagnie di Legionari di Antibo. Egualmente con una sezione di Artiglieria, un distaccamento di Dragoni e con alquanti paesani Squadriglieri era incaricato di difendere la Comarca, e tutta la zona posta tra il Tevere e il Teverone fino al confine napoletano copriva le province di Frosinone e di Velletri.
Civitavecchia con la sua provincia era guarnita da due Compagnie del 1° Battaglione del Reggimento indigeno di Linea, due Compagnie della Legione di Antibo, una Batteria d’Artiglieria, un distaccamento del Genio, una Compagnia di Sedentari e una di disciplina. Il grosso della Gendarmeria, alcune Compagnie di Linea, un Battaglione di Zuavi, il Battaglione di Carabinieri esteri, due Squadroni di Dragoni e varie Batterie di Artiglieria e distaccamenti degli altri Corpi difendevano Roma.
Tale sperperamento di truppe, disposto però in guisa, che potessero prontamente accorrere e attestarsi su di ogni punto minacciato, e al bisogno convergere e stringersi intorno a Roma per difenderla, oltre le varie colonne mobili che percorrevano per ogni verso il confine, rendevano affatto insufficiente il numero dei Cappellani ordinari, e l’assistenza delle truppe diveniva difficilissima nel momento che maggiore ne era il bisogno.
S. E. il Ministro delle Armi fece di tutto per supplire a tale difetto; e S. E. Rma Monsignor Tizzani, Cappellano maggiore dell’esercito, coadiuvato da vari uomini di coraggio e spirito, del Clero si secolare che regolare, riusciva felicemente nell’intento. E noi non possiamo fare ameno di non rendere un tributo di ammirazione a quell’illustre Prelato, che sebbene affatto cieco, con zelo veramente apostolico previdde tutto, providde a tutto, così che i generosi difensori di s. Chiesa in ogni fazione fossero accompagnati dai loro Padri spirituali, i quali fornì di ogni cosa necessaria al santo ministero e di tutto quanto occorre per l’ultima assistenza di chi muore sul campo.
Venne pertanto stabilito, che ogni Corpo di truppe nel porsi in marcia fosse seguito da un Cappellano o da facente funzione di Cappellano militare, ed essendo l’esercito pontificio composto d’individui di vaie nazioni e parlando lingue diverse. Oltre i soliti Cappellani, furono invitati vari sacerdoti secolari e religiosi, i quali con uguale carità e abnegazione si consacrarono volenterosi al bene dei nostri cari soldati. Provveduti anche questi di vasi sacri per le sacrosante Specie e pe l’Olio Santo e di tutto l’occorrente corredo, non solo non mancò in nessun incontro la spirituale assistenza alle truppe pontificie:; ma essa si estese ancora all’esercito francese, e agli stessi nemici, che sempre in numero di gran lunga maggiore ai pontifici cadevano miseramente sul campo.
E nella loro gelosia e pericolosissima missione apparve in modo del tutto straordinario l’assistenza di Dio. Mirabil cosa! Quantunque esposti continuamente ai proiettili e alle armi degli invasori, odiatori feroci della Chiesa e dei suoi ministri, e con coraggio veramente eroico si esponessero per tutto dove maggiore era il pericolo, pure nessuno dei nostri Cappellani rimase menomamente offeso!
Il Rev. Don Luigi Galanti, cappellano del Reggimento indigeno di linea, che in tutti i combattimenti da questo sostenuti con inaudita costanza nella provincia di Viterbo trovossi sempre in mezzo al fuoco, amministrando gli ultimi sacramenti ai moribondi e soccorrendo i feriti; il R. P. Vannutelli de Predicatori, che assistette all’eroica difesa di Monte Rotondo, correndo gravissimi rischi per la salute delle anime, e poi fatto prigioniero dei Garibaldeschi fu più volte sul punto di essere ucciso; i Cappellani Giulio Daniel e Augusto Berard, che durante la battaglia di Mentana stettero sempre nel più folto della mischia in mezzo a nembi di palle per soccorrere ed assistere i caduti si pontifici come i francesi, e l’intrepido Monsig. Gustavo Bastide, Cappellano della legione Romana di Antibo, che dimentico affatto di sé stesso accorreva da per tutto dove maggiore era il pericolo e il bisogno, in guisa che maravigliò i suoi uffiziali, e il Colonello Conte d’Argy, vecchio militare dell’esercito francese, ebbe a fare di lui elogio degno dei più valorosi guerrieri: tutti questi fra tanti imminentissimi pericoli, in mezzo a così accaniti combattimenti andarono la Dio mercè del tutto illesi. E illesi egualmente ne andarono il Rev. Don Eugenio Peigne, sacerdote di Nantes, che si offerse generosamente quale vittima di carità, e il R. P. Ligiez dell’Ordine dei Predicatori e il R. P. de Gerlache d.C.d.G. che si assistettero intrepidamente anch’essi alla battaglia di Mentana, ed altri sacerdoti romani e stranieri che accorsero volenterosi in tutti gl’incontri, e alle ambulanze. Tutti costoro sebbene estenuati di forze ed affranti dalla fatica, mai avvenne che lasciassero il campo di battaglia senza prima somministrato i conforti spirituali a quanti dei caduti ne fossero capaci, adoperandosi ancora nell’accompagnare i feriti in luoghi sicuri ed anche in seppellire i morti.
Quindi si può con certezza affermare che nessuno dei militari pontifici e francesi andò privo dei conforti religiosi in quei supremi momenti; e molti degli stessi garibaldini, commossi dalla loro carità, e tocchi dalla grazia di Dio, ebbero anche essi la bella ventura di morire per la loro cura nella pace della santa Chiesa, cui fieramente avevano combattuto.
Non è poi da tacere del Rev. Padre Anselmo, dei Minori Osservanti, il quale tempo per qualche tempo assistette notte e giorno gli Zuavi olandesi che si trovavano col loro corpo scaglionati su quel di Palombara in difesa del confine: né dell’infaticabile Mons. Sacré, di cui notissimo è lo zelo pei suoi bravi Fiamminghi, né dell’ammirabile Padre Wild d.C.d.G. il quale, coadiuvato molto dal R. Padre Cornelio, anch’esso Gesuita, sempre, durante tutta l’invasione, si trovò pronto a prodigare le sue cure e il suo zelo apostolico a pro dei nostri zuavi.
Inutile è l’aggiungere che gli altri Cappellani, sebbene non si trovassero nei combattimenti, tutti con ammirabile zelo si mostrarono risoluti e pronti ad affrontare ogni rischio pei loro figli spirituali, così che l’Ecc.mo Cappellano Maggiore a grande fatica potè trattenerne alcuni presso i corpi non combattenti, perché tutti egualmente desiderosi di andare dove più grande fosse il pericolo.
In presenza di così belle opere cristiane, che solo la fede e la carità di Gesù Cristo possono ispirare, quantunque abbiasi certamente a piangere la perdita di molti caduti gloriosamente nella pugna, ne deve essere di grande conforto il pensare, che tutti morirono nella pace del Signore, assistiti e consolati dalla presenza dei Ministri del Dio delle misericordie.
 
Sull’esercito pontificio e la vittoria di Mentana:
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giovedì 22 ottobre 2015

22 ottobre 1867: il terrorismo colpisce Roma

La caserma degli Zuavi dopo l'attentato.
 
Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 84/15 del 22 ottobre 2015, Santa Maria Salome
22 ottobre 1867: il terrorismo colpisce Roma
 
L’attentato terroristico alla caserma degli zuavi
 
“… Uno dei punti cardine di tutta l’insurrezione si fondava sulla distruzione della caserma degli zuavi nel quartiere Serristori a poca distanza dal Vaticano. Lo scopo fondamentale, ovviamente, era quello di colpire e fiaccare fisicamente e psicologicamente il corpo degli zuavi (…). Facendo saltare in aria il loro quartier generale e con esso la maggior parte degli zuavi, si sarebbe inflitto un durissimo colpo alla forza fondamentale a cui si affidava l’estrema difesa della città (…). Una grande parte del fabbricato crollò. Ma per fortuna la maggior parte dei militari, per ragioni di servizio, era partita poco prima alla volta di Porta s. Paolo; rimasero sotto le macerie vari zuavi che facevano parte della banda musicale. Le vittime furono:
 
Carmine Carletti di Olevano
Luigi Carrey di Arbois
Giuseppe Cesaroni di Roma
Fortunato Chiusaroli di Roma
Emilio Claude di Nancy
Federico Cornet di Namur
Alessio Desbordes d’Ilê de Oléron
Cesare Desideri di Roma
Federico De Dietfutr di Colmar
Giovanni Devorscek di Bologna
Luigi Flamini di Roma
Giovanni Lanni di Roma
Eduardo Larroque di Cahors
Michelangelo Mancini di Roma
Pietro Mancini di Roma
Stefano Melin di Moulins
Francesco Mirando di Portici
Antonio Partel di Vigo, Tirolo
Giacomo Poggi di Genova
Andrea Portauovo di Napoli
Edmondo Robinet di Saint-Pol-de-Leon
Nicola Silvestrelli di Roma
Oreste Soldati di Palestrina
Domenico Tartavini di Roma
Vittore Vichot di Parigi
un passante, Ferri Francesco e la figlia di sei anni, Rosa; dei feriti, tra i quali vi era la moglie di Ferri, alcuni morirono in seguito. (…)
(Fulvio Izzo, L’attentato del fermano Giuseppe Monti alla Caserma Serristori nella insurrezione romana del 1867, Maroni Editore, Ripatransone, 1994)
Mons. Gottardo Scotton descrive la Caserma Serristori
(…) Caserma Serristori sinistramente celebre, perché minata dai due infelici Monti e Tognetti. I morti zuavi furono 27, delle più nobili famiglie di Europa, ma sarebbero state centinaia, se provvidenzialmente i soldati non ci fossero trovati fuori. E’ uno dei mezzi morali usati per la nostra liberazione dalla rivoluzione italiana, che raccolse i due disgraziati assassini, che però si pentirono del delitto e di propria volontà ne domandarono venia al reggimento, tra le pieghe della sua bandiera. Ma la rivoluzione italiana può menare trionfo, che la sua lezione non fu senza frutto. Le mine di quella caserma costarono 24 scudi; l’incendio di un palazzo del tempo della Comune di Parigi costava uno scudo soltanto, e oggi con cinquanta centesimi di dinamite si mette lo scompiglio in una intera città. Ma allora Monti e Tognetti furono proclamati martiri ed eroi; oggi coloro che ne seguono le tracce sono malfattori e briganti! (…) (Gottardo Scotton, Il pellegrino cattolico a Roma, Bassano 1895, pag. 46)
 

mercoledì 23 settembre 2015

Mattarella e Marino fanno gli auguri alla Massoneria per il XX Settembre

-di Davide Consonni- (Fonte: http://radiospada.org/)

Le istituzioni repubblicane non son certo nuove a pubbliche connivenze con le sette massoniche italiche, Radio Spada ha dedicato a tali rapporti un attento rendiconto pubblicato a piú puntate, qui di seguito riproponiamo alcuni capitoli di questa saga fatta di letterine amorose tra presidenti e gran maestri:
NAPOLITANO CI RICASCA: TERZA LETTERA ALLA MASSONERIA IN 8 MESIhttp://radiospada.org/2014/06/napolitano-ci-ricasca-terza-lettera-alla-massoneria-in-8-mesi/
Napolitano insiste: 4 telegrammi alla massoneria in meno di un anno: http://radiospada.org/2014/09/napolitano-insiste-4-telegrammi-alla-massoneria-in-meno-di-un-anno/
Napolitano, Grasso, Boldrini: tutti inviano auguri alla massoneria per il XX Settembre! http://radiospada.org/2014/09/napolitano-grasso-boldrini-tutti-inviano-auguri-alla-massoneria-per-il-xx-settembre/
Napolitano nomina Cavaliere di Gran Croce un massone: http://radiospada.org/2014/08/napolitano-nomina-cavaliere-di-gran-croce-un-massone/
Com’è evidente Napolitano ci aveva abiutuati ad una serrata corrispondenza con la setta del Grande Oriente d’Italia, non perdeva occasione per augurare prosperità ai fratelli massoni “tre puntini”, come venivano definiti gli italici settari con fare canzonatorio dalle penne antimassoniche della Civiltà Cattolica. Dalla nomina di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica ad oggi non erano ancora pervenute novelle circa qualsivoglia rapporto pubblico e documentato tra la massima carica repubblicana e i settari delle consorterie massoniche nazionali. Ci eravamo illusi che per il Mattarella gli intrighi settari fossero questione reclusa nel passato, come quando il democristiano Presidente venne beccato in un circolo massonico circondato da affaristi e mafiosima i fatti smentiscono le nostre ingenue illusioni. L’ufficio stampa del Grande Oriente d’Italia ha dato notizia dell’arrivo di un telegramma di auguri per il XX Settembre proprio da parte del Presidente Mattarella, anche il sindaco di Roma Ignazio Marino ha inviato encomi ed auguri ai settari, altri telegrammi di auguri sono giunti dal “ministro della salute Beatrice Lorenzin, del presidente della corte di Cassazione Giorgio Santacroce, del presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Guglielmo Epifani, e di molti altri autorevoli rappresentanti istituzionali”. Anche quest’anno le istituzioni repubblicane si stringono in un coro unanime di augurine ossequi rivolti alla setta maledetta artefice dichiarata delle strategie settarie che furono telaio e scheletro del risorgimento anticattolico e antitaliano, anche quest’anno i nipoti della Rivoluzione ringraziano la Sinagoga di Satana per il servizio svolto a danno del Potere Temporale che solo spetta al Vicario del Cristo Vivente.
Qui di seguto, come di consueto, documentiamo ciò che affermiamo con le relative fonti documentali e verificabili, e riportato il testo integrale del comunicato stampa del Grande Oriente d’Italia:
          XX Settembre. Il messaggio del Presidente Mattarella e i tanti telegrammi di auguri
Tanti i telegrammi arrivati al Grande Oriente dall’Italia e dall’estero per la ricorrenza del XX Settembre e per le celebrazioni dell’Equinozio d’Autunno. Primo fra tutti quello del capo di Stato Sergio Mattarella, che, tramite il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Ugo Zampetti, ha inviato saluti e auguri al Gran Maestro Stefano Bisi, esprimendo apprezzamento per i temi danteschi scelti in questa speciale occasione. Tra i numerosi messaggi quello del sindaco di Roma Ignazio Marino, del ministro della salute Beatrice Lorenzin, del presidente della corte di Cassazione Giorgio Santacroce, del presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Guglielmo Epifani, e di molti altri autorevoli rappresentanti istituzionali. E ancora dai Gran Maestri Fabio Venzi della Gran Loggia Regolare e Antonio Binni della Gran Loggia d’Italia, che hanno espresso fraterna vicinanza e disponibilità, in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, a unire le voci e a far convergere affinità di intenti verso un fine comune.

20 settembre 1870: dall’invasione di Roma all’invasione della Chiesa

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di Piergiorgio Seveso (Fonte: http://radiospada.org/)
Un vecchio numero, il numero 5 (Settembre-Ottobre 2010) di “Vita e pensiero”, rivista pubblicata all’interno dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, già dalla copertina non lasciava adito a dubbi. Pio IX, Vittorio Emanuele di Savoia e Garibaldi a braccetto e a passeggio, come vecchi amici. Mancava solo Mazzini: l’allucinato “apostolo del pugnale” sarà stato, come sempre, in fuga, ricercato dalle polizie di mezza Europa. L’immaginetta propagandistica ottocentesca era tipicamente “conciliatorista”, di quegli anni in cui, effettuata la conquista a colpi di cannone, con la mazza ferrata delle invasioni e la pantomima dei plebisciti, ci si sforzava di fare capire alla gente che in fondo il dissidio era ben poca cosa e che ora, nell’era nuova, riconquistata la patriottica “libertà della patria”, tutte le differenze dovevano essere accantonate. Pena il diventare “elementi antinazionali” con tutte le spiacevoli conseguenze connesse. Venivano diffuse a piene mani le immagini di Garibaldi aureolato e cristificato, contornato via via da una ricca pletora di “martiri” e caduti di nuovo conio: da Ciro Menotti ai fratelli Bandiera, da Amatore Sciesa ai “martiri di Belfiore”, da Luciano Manara a Ciceruacchio, dai congiurati Targhini e Montanari ai bombaroli Monti e Tognetti. Non mancava però chi risaliva a “martiri” antichi, tutti apostoli del “Libero pensiero” e della “Nuova Italia”: Eleonora Fonseca Pimentel, i giacobini delle repubbliche napoleoniche, gli “arsi” Giordano Bruno, Aonio Paleario, Pietro Carnesecchi e via risalendo ai Cola di Rienzo, agli Arnaldo Da Brescia e a tutti i principali anticipatori (protestanti o proto-protestanti o cripto-protestanti) della “rinascita spirituale italiana”. Una nuova religione, insomma, con altari, labari, sacrifici, feste ed un “funesto obbrobrio architettonico”, inferto come una bianca pugnalata nel cuore della Roma Papale. Parlo ovviamente dell’ “altare della Patria”. Il “risorgimento” (e molti degli articoli su Radio Spada lo dimostrano ad abundantiam) è stato essenzialmente una guerra di religione attraverso la quale Massoneria, Protestantesimo e vari esclusi della Storia, attraverso la fola del nazionalismo unitario, volevano creare un’altra italia, pregna di una pagana religione civile, normalizzando la curiosa anomalia politica di una penisola, piuttosto impermeabile allo spirito di novità e di rivoluzione che aveva già pervaso altri paesi nei decenni precedenti.
 
Dall’invasione di Roma all’invasione della Chiesa
 
Sull’’articolo di Gianpaolo Romanato (“I cattolici per l’italia unita”) ci permetteremo di scrivere solo pochi appunti. Egli, e non ci stupisce perché sul mercato ce ne sono molti, è un cantore entusiasta della più grave sconfitta del cattolicesimo nelle terre italiane e, alla lunga, del cattolicesimo tout court. Parliamo ovviamente della soppressione dello stato pontificio avvenuta nel settembre 1870 che segnò non il completamento di un percorso rivoluzionario ma semmai un suo incipit.
Le forze che infatti volevano Roma, non la volevano certo per farne la capitale di un mediocre staterello mediterraneo in balia delle potenze (quale è stato l’Italia, malgrado tentativi imperiali nella prima metà del Novecento) ma la volevano per continuare un’intensa opera di scristianizzazione e laicizzazione della società. A questo assalto Pio IX saggiamente rispose con la denunzia della sua prigionia e con il “Non expedit”, ovvero con tutte le misure di arroccamento e profilassi che una societas perfecta poteva e doveva mettere in campo e con una “cultura dell’assedio” che era constatazione di una realtà. L’assedio continuò anche dall’interno, prima attraverso un acquiescente clero liberaleggiante e incline alla “Conciliazione” negli anni ottanta e novanta del diciannovesimo secolo (ricordiamo gli episcopati di Bonomelli, Scalabrini, Nazari di Calabiana e altri ancora), poi attraverso il sottile veleno dell’invasione modernista negli anni dieci (sempre attraverso episcopati ora deboli, ora compiacenti come quelli, ad esempio, di Maffi, Radini Tedeschi o Ferrari a Milano), poi ancora attraverso una seconda ondata neomodernistica degli anni quaranta e cinquanta del Novecento (tipica di un certo episcopato francese, tedesco e genericamente mitteleuropeo), intronizzatasi stabilmente negli anni Sessanta in Vaticano.
 
Montini: un’analisi interessata
 
A quest’ultima “comunità spirituale”, totalmente estranea allo spirito di intransigenza e integralità cattolica che aveva caratterizzato le battaglie antiliberali e antimoderniste degli anni precedenti,  apparteneva per mentalità, storia personale e origine familiare l’auctoritas che Romanato usa come architrave per il proprio articolo
Si tratta di un discorso che Giovanni Battista Montini, allora collocato sulla cattedra di Sant’Ambrogio, tenne a Roma in Campidoglio nella Sala degli Orazi e dei Curiazi alla presenza del Presidente della Repubblica Antonio Segni e del Presidente del Consiglio Amintore Fanfani il 10 ottobre 1962. In quel discorso Montini, di formazione maritainiana, popolare e democristiana ovvero liberale, affermava la provvidenzialità della perdita del potere temporale per la Chiesa, un “ingombrante fardello”, un “impaccio”, “un’anacronistica sopravvivenza dell’ancien regime pre-rivoluzionario”. Eppure la perdita di un vero stato aveva indebolito enormemente la Santa Sede e de facto aveva incatenato i cattolici di lingua italiana al mutare dei governi e delle ideologie (dal totalitarismo liberale a quello fascista, per finire al totalitarismo democristiano e costituzionale e oggi al totalitarismo dei poli di latta e di cartone), togliendo loro identità, chiarezza dottrinale, spirito di reazione nei confronti di quelle forze che avevano prodotto il “risorgimento” stesso.
Come ogni buon seguace di Maritain, Montini era desideroso di chiudere in un sarcofago l’epoca costantiniana e bonifaciana e di sciogliere il cattolicesimo in vaghissimo spiritualismo antropocentrico a tinta cristiana, socialmente impegnato a costruire una chimerica civiltà dell’uomo, naturalistica ed irenista, democratica e priva di conflitti.
 
Il concordato del 1929: Simul stabunt simul cadent
 
Romanato è costretto poi ad ammettere, a denti strettissimi, che la Santa Sede non rinunziò al dominio temporale neanche nel 1929 coi Patti lateranensi. Questi ultimi (al di là della copertura propagandistica passata poi sotto il nome di “Conciliazione”) contengono certo una sorta di legittimazione dello stato ma, soprattutto nel caso italiano, essi furono un accordo sul terreno pratico perché la Chiesa potesse esercitare la sua missione primaria, al di là della legittimazione teorica dell’esistenza di uno stato. Anche con uno stato comunista e ateo la Chiesa potrebbe stringere un concordato così come sostiene concordati con stati che oggidì violano il diritto naturale (ad esempio con l’aborto), ponendosi in una situazione di illegittimità di fatto o addirittura di “tirannia”, se con tale termine indichiamo la violazione del diritto naturale.
Il riconoscimento dello stato italiano è avvenuto in assoluta correlazione col Concordato (secondo la nota formula di Pio XI “simul stabunt simul cadent” ovvero se cade il Concordato, cade il Trattato) in cui la Santa Sede ha rinunziato alla rivendicazione di un diritto territoriale legittimo e quasi nativo in nome dell’esercizio della sua funzione primaria sui territori italiani.
In ogni caso non si può dire che col concordato del 1929 siano state legittimate le aspirazioni risorgimentali: qualunque forma politica fosse rimasta nei territori italiani, avrebbe prima o poi firmato un concordato con la Santa Sede, come prima già esisteva con l’Impero Asburgico e il Lombardo Veneto.
 
La Provvidenza e la Storia
 
In conclusione, dal momento che chi scrive ritiene non si possa non tener conto della Provvidenza come categoria interpretativa dei fatti storici, si può tranquillamente affermare che questi 150 anni siano stati una PROVA provvidenziale per il cattolicesimo, in special modo italico. Per ora, umanamente parlando, la prova deve intendersi come in gran parte fallita.

lunedì 21 settembre 2015

[DOCUMENTI] Uno scambio epistolare tra Vittorio Emanuele II e S. S. Pio IX (1870)

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Segnalazione di Lucia Oppizzi. (Fonte: http://radiospada.org/)
 
Santissimo Padre: Con l’affetto di un figlio, con la fede di un Cattolico, con la lealtà di un Re, con il sentimento di un Italiano scrivo di nuovo, come ho già fatto in passato, al cuore di sua Santità.
Una tempesta piena di pericoli minaccia l’Europa. Favorito dalla guerra che devasta il centro del Continente, il partito della rivoluzione cosmopolita aumenta in coraggio e in audacia, e si sta preparando a sferrare, specialmente in Italia e nelle province governate da sua Santità, gli ultimi colpi alla monarchia e al Papato.
Lo so, Santissimo Padre, che la grandezza della vostra anima non sarà mai inferiore alla vastità degli eventi, ma io, un Re Cattolico e un Re Italiano, e in quanto tale guardiano e sicurezza per bontà della Divina Provvidenza e per volontà della nazione dei destini di tutti gli Italiani, sento il dovere di prendere la responsabilità, di fronte all’Europa e al Cattolicesimo, di mantenere l’ordine nella penisola, e la sicurezza della Santa Sede.
Adesso, Santissimo Padre, lo stato d’animo delle popolazioni governate da Sua Santità, e la presenza fra di loro di truppe straniere provenienti da posti diversi e con intenzioni diverse fra loro, sono una fonte di agitazione e di pericoli evidenti a tutti. La sorte o l’effervescenza delle passioni può portare alla violenza e a uno spargimento di sangue, che è mio dovere e vostro, Santissimo Padre, evitare e prevenire.
Vedo come irrevocabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede che le mie truppe che già sono di guardia alle frontiere, avanzino e occupino le posizioni che saranno indispensabili per la sicurezza di sua Santita’ e per il mantenimento dell’ordine.
Sua Santità non vorrà vedere un atto ostile in questa misura di precauzione. Il mio Governo e le mie forze si limiteranno assolutamente ad un’azione che conservi e tuteli i diritti, facilmente riconciliabili, della popolazioni romane con l’inviolabilità del Sovrano Pontefice e della sua autorità spirituale, e con l’indipendenza della Santa Sede.
Se sua Santità, come non dubito, e come il suo carattere sacro e bontà dell’animo mi fa sperare, è ispirato con una volontà uguale alla mia ad evitare ogni conflitto e a rifuggire il pericolo della violenza, sarà capace di intraprendere, con il Conte Ponza di San Martino che vi presenta questa lettera, e che ha ottenuto le istruzioni necessarie dal mio Governo, quelle misure migliori che condurranno al fine desiderato.
Vorrà sua Santità permettermi di sperare ancora che questo momento, così solenne per l’Italia come per la Chiesa e per il Papato, sara’ occasione per l’esercizio di quello spirito di benevolenza che non è mai stato estinto dal suo cuore, verso questa terra, che è anche la sua nazione, e di quei sentimenti di conciliazione che ho sempre cercato con infaticabile perseveranza di tradurre in azioni, in modo che mentre vengono soddisfatte le aspirazioni nazionali, il Capo della Cattolicità, circondato dalla devozione della popolazioni italiane, possa conservare sulle rive del Tevere una sede gloriosa indipendente da ogni sovranità umana?
Sua Santità, nel rimuovere da Roma le truppe straniere, nel liberarla dal continuo pericolo di diventare il campo di battaglia per i partiti sovversivi, avrà compiuto un lavoro meraviglioso, dato pace alla Chiesa, e mostrato all’Europa, scioccata dagli orrori della guerra, come grandi battaglie possano essere vinte e immortali vittorie ottenute con un atto di giustizia e con una singola parola di affetto.
Prego sua Santità di concedermi la sua benedizione Apostolica, e rinnovo a sua Santità l’espressione del mio profondo rispetto.
A sua Santità dal più umile, più obbediente, e più devoto figlio
Vittorio Emanuele
Firenze, 8 Settembre, 1870

La risposta del Papa:
Maestà,
Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno.

Dal Vaticano, 11 settembre 1870

20 settembre 1870 Porta Pia : La favola di Porta Pia s’infrange sui dati della storia (don Maurizio Ceriani)


“A volte ritornano…” e sono sempre loro, i falsi miti, le storie mistificate, gli eroi finti del nostro Risorgimento. Noi Piemontesi, in fondo, ci siamo pure affezionati, perché ne siamo stati i grandi protagonisti. Furono i nostri Re, i nostri generali, le nostre armate a “fare l’Italia” ed infine coronarono il grande sogno (ma di chi poi?) di Roma capitale, il 20 settembre 1870. Nei piani misteriosi della Provvidenza i nostri trisnonni framassoni fecero, senza volerlo, un gran favore al demonio strappando a Santa Madre Chiesa il potere temporale: a vedere come andarono i fatti, non c’è proprio nulla di cui essere orgogliosi nella mitica “breccia di Porta Pia”, a cui augusti pensieri ancor oggi si levano al suono dell’inno di Mameli.

11 settembre 1870

Era l’11 settembre (da sempre gran brutta data) del 1870, alle cinque del pomeriggio, quando 65.000 soldati piemontesi passano la frontiera tra il Regno d’Italia e quello che resta dello Stato Pontificio. Dieci anni prima, sempre l’11 settembre, era iniziata l’aggressione alle province pontificie delle Marche e dell’Umbria con l’offensiva di Cialdini su Pesaro. Coincidono volutamente le date e coincidono anche le modalità: aggressione ad uno stato sovrano senza dichiarazione di guerra. Nessuna guerra è “legale” senza l’atto formale della sua dichiarazione, un documento che denuncia gravi trasgressioni e accuse, che chiede riparazioni e che prevede la soluzione armata qualora non vengano accettate.
L’invasione quindi va dalla storia annoverata tra gli atti di brigantaggio e Vittorio Emanuele II (me ne dispiace assai!) finisce sottobraccio a Saddam Hussein che centovent’anni dopo avanza tra le sabbie del Kuwait. A posteriori si giustificò l’aggressione, motivandola col fatto che gravi disordini erano scoppiati a Roma e nel suo contado per il malcontento della popolazione oppressa dai mercenari papalini. Peccato però che a Roma fosse tutto tranquillo e che, a parte qualche attentato terroristico ad opera di infiltrati stranieri, in quegli anni la gente continuasse a volere un gran bene e Pio IX e a manifestarglielo in ogni occasione. Parola di Garibaldi, nel suo “Il governo del monaco” del 1867: tutto il popolo romano, salvo una sparuta minoranza, era clericale! Ci penserà Nino Bixio a fargliela purgare il 20 settembre.

I mercenari papalini

Dai vecchi sussidiari delle elementari in su, l’esercito pontificio è così descritto: mercenari papalini, soldataglia prezzolata arruolata tra la feccia del pianeta, gente che per amor di soldo e saccheggio difendeva il traballante trono di Pio IX e opprimeva il popolo romano, ultimo residuo delle tristi compagnie di ventura del peggior medioevo. Se si guarda con attenzione, si scopre le cose erano all’opposto. Di questi “mercenari”, 13.624 per l’esattezza agli ordini del generale Kanzler, 8.300 erano romani e 5.324 volontari stranieri (tra cui una buona parte italiani). Quindi più di un terzo dell’esercito era costituito da sudditi pontifici, volontari pure loro giacché nelle terre del Papa non vi era la coscrizione obbligatoria. Gli stranieri erano ancor più strani “mercenari”, appartenevano per la maggior parte alla nobiltà e alle classi possidenti e si vantavano di militare sotto le insegne pontificie, non solo senza ricevere “soldo alcuno”, ma pagando di tasca propria vitto, divisa e armamento.
Eloquente è la vicenda di Giuseppe Sacchetti, fondatore nel 1868 del secondo circolo italiano di Azione Cattolica, quello di Padova, e in seguito grande figura del giornalismo italiano. Dopo aver fatto testamento, parte per Roma nell’agosto del 1870 per arruolarsi nel corpo dei volontari pontifici della riserva; ha venticinque anni. Dalla Città Eterna scrive alla madre tre lettere, rispettivamente il 31 agosto, il 4 e il 24 settembre, dalle quali appare la sua straordinaria fede di giovane disposto al sacrificio supremo per amore di Dio e del Pontefice e, contemporaneamente, ancora sottomesso alla madre, tanto da chiederle il permesso per passare dalla riserva a un corpo attivo e stabile. La risposta della madre la dice lunga sui sogni della gente italiana su Roma capitale; la donna del Veneto cattolico non ha dubbi e sprona il figlio “a difendere una causa tanto giusta che nobilita l’uomo e lo fa maggiore di sé”.

Gli squadriglieri di Viterbo

La provincia di Viterbo da sola fornì all’esercito di Pio IX 2.000 volontari, che organizzati e guidati dal colonnello Azzanesi, un veterano di Castelfidardo, formarono il corpo degli squadriglieri pontifici. Erano compagnie di contadini, vestiti col loro costume tradizionale, ben addestrati alla guerriglia, perfetti conoscitori del territorio, armati di tutto punto e ben inquadrati; avevano ripulito le province meridionali del Patrimonio di San Pietro dal brigantaggio e soprattutto avevano dato filo da torcere ai diversi tentativi di infiltrazioni garibaldine del decennio 1860-1870. Azzanesi avrebbe voluto impegnare con i suoi uomini, in un’estenuante guerriglia, l’esercito che, superato il Garigliano, avanzava verso Roma da sud al comando del generale Angioletti, ma Pio IX era stato tassativo: non voleva spargimenti di sangue, ma solo la chiara dimostrazione per il mondo che il Papa cedeva solo davanti alla violenza dell’invasione di un esercito nazionale. Tra il 12 e il 16 settembre, gli squadriglieri si ritirarono così senza combattere, accolti e aiutati ovunque dalle popolazioni fedeli al Papa-Re, mentre l’esercito piemontese entrava in Viterbo “liberata” acclamato da una folla di dodici “patrioti”.

Le mura di Roma

A parte la battaglia di Civita Castellana, dove 3.400 piemontesi, ebbero la meglio sulla disperata resistenza dei 110 zuavi del capitano De Rèsimont, dopo aver cannoneggiato per una mattina il vecchio castello con una pioggia di duecentoquaranta proiettili da 18 bocche da fuoco (i difensori avevano solo i fucili), Cadorna giunse sotto le mura di Roma senza colpo ferire e il 15 settembre pose la città sotto assedio. A parte Trastevere, col suo terreno dominante, Castel Sant’Angelo e le mura bastionate della Città Leonina, nessun’altra zona di Roma poteva pensare ad una difesa prolungata. La Città era infatti cinta, più che difesa, da Porta del Popolo al Testaccio, da un lungo muro, che per lunghi tratti era ancora quello edificato dall’imperatore Aureliano 1.500 anni prima, senza alcuna piattaforma per posizionare l’artiglieria.
Le mura, pensate per difendere Roma in epoche ormai lontane e con altri criteri d’assedio, erano troppo alte per piazzarvi i fucilieri e in alcuni punti così poco spesse per opporre resistenza all’artiglieria. La breccia di Porta Pia venne aperta in un tratto dove le fortificazioni avevano meno di un metro di spessore. Il 16 settembre Pio IX, alle cinque del pomeriggio, uscì per l’ultima volta dal palazzo apostolico per recarsi a pregare nella chiesa dell’Aracoeli: una folla immensa lo acclamò ovunque, mentre volontari romani accorrevano sulle mura della Città Leonina per unirsi agli Svizzeri nella difesa della persona del Papa. La giornata del 19 vide alcune scaramucce attorno alle mura e niente più. Dopo avere inviato a Kanzler alcuni inviti alla resa, puntualmente respinti, il generale Cadorna aveva deciso di sferrare l’attacco all’alba del giorno successivo per porre fine a quella che diceva essere “la dominazione di truppe straniere che imponevano la loro volontà al Papa e ai Romani”.

Nino Bixio “uomo d’onore”

La notte tra il 19 e il 20 settembre passò insonne entro le mura di Roma. I soldati del Papa si confessarono tutti e ricevettero il viatico e l’unzione. Erano convinti di morire uno ad uno nella difesa, casa per casa, della Città Santa. La croce rossa fu appuntata sul petto di quegli ultimi crociati e risuonò per le mura il grido di “W Pio IX, W il Papa-Re”. Cadorna aveva pianificato di attaccare Roma lungo tutto il perimetro delle mura, ad eccezione di quelle della Città Leonina, aprire diverse brecce e penetrare in città da più parti per spezzare la difesa degli zuavi. Alle cinque del mattino i cento cannoni italiani aprirono il fuoco martellando le difese. Sull’altra sponda del Tevere il generale Nino Bixio, eroe dell’impresa dei Mille, aveva posto il suo quartier generale a Villa Pamphili e aveva l’ordine di attaccare Porta San Pancrazio e le mura fortificate di Trastevere.
Sicuro che il popoloso quartiere sarebbe insorto e gli avrebbe aperto le porte e informato che il settore era difeso solo da truppe indigene, Bixio aveva inviato emissari per invitare alla diserzione i difensori di Trastevere; pensava che sarebbe toccata a lui la gloria di entrare per primo in Roma “liberata”. Per questo tardò l’ordine di aprire il fuoco di circa un’ora. Non sapeva però che solo tre giorni prima una delegazione di Trastevere era salita dal Pontefice per offrire l’intera popolazione del quartiere come guardia personale di quello che consideravano “il loro Papa”.
Iniziato l’attacco, si avvide presto che la resistenza a Trastevere era più decisa che negli altri settori: le mura solide non cedevano, gli abitanti del quartiere erano saliti a difenderle e le sue truppe si trovavano ora tra il tiro incrociato delle mura leonine e di quelle trasteverine. Irritato, tra le otto e le nove, fece dirigere il fuoco di alcuni cannoni sugli edifici all’interno delle mura, devastando case, conventi e ospedali e facendo vittime tra i civili. Poco prima delle dieci, quando le artiglierie italiane avevano aperto una larga breccia nelle mura di Porta Pia e si stava preparando l’assalto, giunse alla porta un dragone a cavallo con l’ordine di resa da parte di Pio IX: il Papa non voleva uno spargimento di sangue.
Alle dieci e dieci minuti la battaglia per Roma era finita. Anche sulle mura di Trastevere venne issata la bandiera bianca, ma le batterie di Nino Bixio continuarono a bombardare il quartiere ancora per mezz’ora. Anche dieci anni prima, ad Ancona, i cannoni di Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare per molte ore sulla città, rea di essersi arresa all’ammiraglio Persano.

La gioia dei Romani liberati

I Romani si chiusero in casa e sbarrarono porte e finestre, appendendo drappi neri alle finestre in segno di lutto. Alcuni portoni di case nobiliari non riaprirono i loro battenti che nel 1929, all’indomani della “Conciliazione”. Cinquemila facinorosi, autoproclamatisi “esuli romani”, erano al seguito dell’esercito ed entrarono subito in città, inneggiando a Vittorio Emanuele e all’unità d’Italia, mentre nel pomeriggio treni speciali portarono a Roma nuova gente a far gazzarra, al punto che “La Nazione”, giornale liberale di Firenze, poté scrivere: “Roma è stata consegnata come res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane. Si potrebbe pensare che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia”. I disordini continuarono per giorni in Roma finalmente “liberata”.