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lunedì 26 ottobre 2015
martedì 28 aprile 2015
Inquisizione: organo di garanzia e tutela della tranquillità degli Stati
INQUISIZIONE (dal lat. inquisitio = ricerca, indagine): giuridicamente indica una nuova procedura introdotta all’inizio del secolo XIII.
Secondo il diritto romano tutti gli atti del processo criminale si svolgevano in una completa pubblicità; la Chiesa si attenne al medesimo principio fino a tutto il secolo XII. Fu Innocenzo III (+ 1216) che, constatando come la pubblica accusa fosse divenuta fiacca e prestasse occasione a crudeli vendette, stabilì che alcuni atti del processo canonico si svolgessero in segreto.
Al complesso di questi atti si diede il nome di inquisitio, cioè istruttoria segreta.
Storicamente indica il famoso tribunale istituito da Gregorio IX verso l’anno 1231, nel quale funziona un giudice speciale detto «inquisitor haereticae pravitatis» che si distingue dai giudici ordinari per le seguenti caratteristiche:
- gode di una giurisdizione variabile quanto al territorio, limitata, quanto alla materia, alle sole cause di eresia ostinata;
- ha una delega pontificia permanente;
- che non annulla la potestà ordinaria dei vescovi sulla stessa materia. Inquisitore e vescovo sono due giudici paralleli in questioni concernenti l’eresia.
Il carattere specifico del giudizio inquisitoriale non è costituito né dal delitto, né dalla procedura, né dalla penalità (il rogo), cose più o meno comuni a tutti i giudizi civili ed ecclesiastici del tempo, ma si individua nel fatto che l’inquisitore era un giudice eccezionale, sebbene munito di delega permanente.
Il motivo che indusse il Papa a creare questo tribunale d’eccezione fu la politica religiosa di Federico II che, prima di Filippo il Bello, «portò nel tempio le cupide vele» costituendosi giudice arbitrario degli eretici [comprendiamo l’importanza dell’Inquisizione come organo di garanzia contro gli abusi dei tiranni a discapito del popolo, NdR]
Gregorio IX con il nuovo tribunale praticamente fissò i limiti della competenza imperiale in materia religiosa e separò nettamente le responsabilità della Chiesa da quelle dello Stato.
La procedura dell’inquisizione ne mostra l’intima natura: appena l’inquisitore era entrato in possesso della sua carica bandiva il tempo di grazia, che consisteva in una predicazione che durava un mese. I rei confessi, dietro promessa e garanzia di rinunziare all’eresia, erano liberi da ogni ulteriore inchiesta.
Le denuncie contro gli eretici venivano messe a verbale e poi comunicate all’imputato tacendo il nome dei testi, per evitare vendette e rappresaglie.
L’accusato era invitato a difendersi personalmente, ma non poteva valersi di un avvocato, in omaggio al diritto anteriore che proibiva agli avvocati di patrocinare le cause degli eretici; però godeva del diritto di appello al Papa, che era una vera valvola di scappamento!
Le pene erano molto varie. La più grave consisteva nella scomunica (separazione dal corpo della Chiesa) e nel conseguente rilascio al braccio secolare […] a cui la potestà civile, di propria autorità [la Chiesa ovviamente non si occupava dell’esecuzione, NdR], condannava l’eretico [talvolta al rogo, NdR], considerato allora come un delinquente che, con la professione di false teorie, tentava incrinare la unità religiosa e disturbare la tranquillità dello Stato [è importante far presente che l’eretico, come noto, sovente turba l’ordine sociale, dunque commette reato, all’epoca dei fatti era considerato opportunamente un comune delinquente, NdR].
L’Inquisizione funzionò così fino al 1542, quando Paolo III, dilagando l’eresia protestantica, rinnovò l’antico istituto accentrando tutto in Roma (Inquisizione Romana) con nuovi inquisitori cui era concesso il diritto di decisione in propria istanza di tutti gli appelli contro la procedura dei delegati.
Totalmente diversa è l’Inquisizione Spagnola istituita, per istanza di Ferdinado e Isabella, da Sisto IV (1478) per procedere giudizialmente contro gli apostati (ebrei, battezzati e recidivi), che diventò ben presto uno strumento di politica in mano dei re spagnoli.
Si è enormemente esagerato nell’attribuire a questo tribunale delitti e misfatti, di cui del resto non potrebbe essere incolpata la Chiesa.
Troppo volentieri si dimentica che grazie all’inquisizione la Spagna fu dapprima liberata dai nemici interni della sua fede e poi preservata dall’invasione del protestantesimo. Del resto osserva giustamente il Landrieux, per quanto gravi si suppongano gli eccessi dell’inquisizione spagnola non sono nulla in confronto delle persecuzioni feroci, delle orgie di crudeltà che Lutero scatenò in Germania e dopo di lui e a causa di lui Calvino a Ginevra, Enrico VIII ed Elisabetta in Inghilterra, Cristiano II in Danimarca, Gustavo Wasa in Svezia, Giovanni d’Albret in Navarra, gli Ugonotti e i Giacobini in Francia.
Su questo punto ha argutamente motteggiato Voltaire l’incomparabile apologista Giuseppe de Maistre nella lettera quarta sull’Inquisizione.
Tratto da Dizionario di Teologia Dommatica, 1952, Piolanti, Parente, Garofalo, Editrice Studium Roma, p. 181 ss.
Maggiori approfondimenti: clicca qui (contro le più comuni calunnie degli atei) – clicca qui (dati e statistiche su condanne, presunte torture, etc)
Digitalizzazione e ricerca a cura di CdP Ricciotti - Fonte : http://radiospada.org/
lunedì 22 dicembre 2014
La storica Montesano: «l’Inquisizione? Questione protestante e rinascimentale»
La leggenda nera sull’Inquisizione viene spesso usata, oltre per attaccare il cattolicesimo, anche per tenere viva l’accusa al Medioevo di essere un “periodo buio”. Tanto buio che tutte le più grandi invenzioni, dagli ospedali alle università, emersero proprio in quell’arco storico! Tuttavia sono leggende popolari, per l’appunto, mentre gli storici hanno già più volte dimostrato di pensarla diversamente. E’ il caso recente di Marina Montesano, ricercatore di storia medievale presso l’Università di Genova la quale, in un articolo per “Il Manifesto”, recensisce due libri storici sulla “caccia alle streghe” appena pubblicati.Il suo giudizio a ristabilire la verità sul Medioevo è netto: «proprio durante il fiorire del Rinascimento si elaborarono idee e strumenti atti a perseguire le streghe, e fu in piena età moderna che si registrarono in Europa le condanne più gravi e numerose». Continua, «per la caccia alle streghe si può schematicamente delineare uno sviluppo in tre fasi differenti: un diffondersi sporadico di processi e condanne capitali che terminò intorno al 1550-1560; un incremento notevole tra quest’epoca e il 1660, fase che costituì l’apice della caccia in Europa; dopo questa data e fino alla metà del XVIII secolo si ebbe una diminuzione generalizzata dei processi, ma anche il loro arrivo in aree precedentemente risparmiate». I numeri non sono poi certo quelli propagandati dai vari Corrado Augias & Co: «la storiografia è in grado di proporre dati probabili: nell’intero periodo tra metà Quattrocento e metà Settecento le condanne alla pena capitale oscillano tra le 40mila e le 60mila, nonostante la pubblicistica in materia dia spesso cifre palesamente assurde, che arrivano addirittura a parlare di milioni di vittime».
E’ importante anche concentrarsi sull’area geografia maggiormente coinvolta in questa pratica, ovvero quella germanica e protestantizzata: «un’area, quella tedesca del Sacro Romano Impero, comprendente territori cattolici quanto protestanti, in cui la caccia alle streghe mieté il numero maggiore di vittime. È una disparità che colpiva anche i contemporanei, se il gesuita Friedrich Spee poteva scrivere, nella serrata critica alle modalità dei processi tedeschi espressa nella Cautio criminalis del 1631, che la Germania sembrava essere «tot sagarum mater»: «madre di così tante streghe». Circa la metà delle condanne capitali europee furono comminate in Germania». E la causa, continua la storica, fu sopratutto la Riforma e l’estrema frammentazione del potere politico: «Lutero e Calvino non sembrano aver dato molto peso alla stregoneria e nessuno dei due riformatori elaborò una forma di demonologia innovativa, ma il Diavolo esercitava a loro avviso un potere reale nel mondo; i riformatori facevano dunque dell’impegno contro Satana quasi un’ossessione. È indubbio che, essendo le streghe emissarie del diavolo e complici nei suoi misfatti, nel mondo riformato si ponevano le premesse per una «caccia» intensa e determinata».
I revisionisti anti-cattolici citano anche ossessivamente l’Inquisizione spagnola (area cattolica) come il capro espiatorio della caccia alle streghe. Ma la Montesano chiarisce: «Il paragone tra la Germania e la Spagna è istruttivo: nella penisola iberica, vittima di una secolare «leggenda nera», si ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale; i tribunali erano infatti restii a comminare la pena capitale, preferendo generalmente condanne più blande. Inoltre, le accuse erano più simili a quelle tradizionali di magia, piuttosto che di stregoneria per così dire «moderna», cioè corredata di patti e omaggi demoniaci, volo magico, infanticidi e via dicendo». Quante furono le streghe condannate a morte in Spagna? «più di cento in Catalogna nei soli anni 1610-1625, ma venti-trenta sotto l’Inquisizione negli oltre cento tra 1498 e 1610. In totale le condanne a morte dovrebbero aggirarsi intorno alle 300». Ancora meno se l’autorità centralizzata fosse stata forte e capace di incidere.
Riassumendo dunque si può dire che il Medioevo ebbe davvero poco a che vedere con la “caccia alle streghe”, attività che in grandissima parte avvenne in ambito protestante. Il pensiero è decisamente simile a quello di Jean Dumont, uno dei maggiori specialisti mondiali sull’Inquisizione spagnola, il quale in quest’interessante intervista aggiunge un dato sulla presunta e “terribile macchina da morte” spagnola:«nell’epoca di maggiore voga della tortura, in Spagna, a Valenza, su duemila processi dell’Inquisizione, nell’arco che va dal 1480 al 1530, sono stati ritrovati dodici casi di tortura».
Fonte: UCCR - http://www.losai.eu/
martedì 19 novembre 2013
L'Inquisizione spagnola - di Francesco Pappalardo.
Lo storico napoletano Giuseppe Galasso, prendendo spunto dalla polemica sulle presunte "colpe" della Spagna nel Mezzogiorno d'Italia, denuncia la "leggenda nera" antispagnola, da sempre "[...] permeata di elementi ideologici che hanno fatto fortemente premio non solo sulla ragione storica, ma pressoché su ogni altra ragione. La Spagna baluardo della "reazione cattolica", di un "assolutismo" oppressivo o totalitario, di dominazioni distruttive su popoli e paesi, di irrazionalismo e sfruttamenti economici di ogni genere, di autentici genocidi di popoli e di civiltà, insomma vero e proprio "impero del male", di cui l'"Inquisizione spagnola" era il simbolo più eloquente".
Proprio sull'Inquisizione spagnola la storiografia, grazie ad approfondite ricerche d'archivio e a un atteggiamento meno prevenuto degli studiosi, sta pervenendo a risultati più equilibrati e più obbiettivi. È significativa la vicenda dello storico inglese Henry Arthur Francis Kamen, di formazione marxista, che nella prima edizione del suo studio L'Inquisizione spagnola - l'unica tradotta in italiano - indicava nei tribunali inquisitoriali la causa principale di un presunto ritardo culturale del paese iberico, mentre nell'edizione più recente sostiene che la Spagna di quel tempo "[...] era una delle nazioni europee più libere".
Dall'analisi di Kamen emerge che l'Inquisizione è stata espressione del passaggio da una società contraddistinta dalla convivenza fra le diverse comunità religiose a un'altra sempre più contrassegnata da conflitti, e che essa fu la risposta della Chiesa e della Cristianità alla minaccia rappresentata dall'eresia e, successivamente, in Spagna, dalle false conversioni di ebrei e di musulmani.Anche Jean Dumont, storico francese specializzato in ispanistica, ritiene che il punto di partenza corretto per parlare dell'Inquisizione spagnola stia nel mettere a fuoco la questione ebraica in Spagna. Nei regni della penisola iberica gli ebrei, molto numerosi, erano soggetti da secoli a uno statuto, non scritto, di tolleranza e godevano di una particolare protezione da parte dei sovrani. Invece, i rapporti a livello popolare fra ebrei e cristiani erano più difficili, soprattutto perché era consentito ai primi non soltanto di tenere aperte le botteghe in occasione delle festività religiose, che a quell'epoca erano molto numerose, ma anche di effettuare prestiti a interesse, in un'epoca in cui il denaro non veniva ancora considerato un mezzo per ottenere ricchezza. La situazione era complicata dalla presenza di numerosi conversos, cioè di ebrei convertiti al cattolicesimo, che dominavano l'economia e la cultura e rivestivano anche cariche ecclesiastiche. In alcuni casi evidenti, gruppi di conversos mostravano che la loro adesione alla fede cattolica era puramente formale e celebravano in pubblico riti inequivocabilmente giudaici. A partire dal 1391 nei regni spagnoli esplodono episodi di violenza popolare contro ebrei e falsi convertiti, che le autorità arginano con difficoltà. Quando Isabella di Castiglia (1451-1504) sale al trono, nel 1474, la convivenza fra ebrei e cristiani è molto deteriorata e il problema dei falsi convertiti è tale che, secondo l'autorevole storico della Chiesa Ludwig von Pastor (1854-1928), era in questione l'esistenza o la non esistenza della Spagna cristiana. In quella situazione si moltiplicano le richieste, provenienti anche da autorevoli conversos, in favore dell'istituzione dell'Inquisizione.
La Castiglia non aveva mai avuto un organismo che si occupasse specificamente dell'eresia, perché era stata ritenuta sufficiente l'attività dei tribunali ecclesiastici, dipendenti dai vescovi. Invece, l'Inquisizione era stata operante nei domini della corona aragonese dal 1238, ma era del tutto inattiva dal secolo XV. Su sollecitazione di Isabella di Castiglia e del marito Ferdinando d'Aragona (1452-1516) - che avevano promosso invano una campagna pacifica di persuasione nei confronti dei giudaizzanti - il 1° novembre 1478 Papa Sisto IV (1471-1484) istituisce l'Inquisizione in Castiglia e autorizza i Re Cattolici a nominare nei loro Stati alcuni inquisitori di fiducia con giurisdizione esclusivamente sui cristiani battezzati. Pertanto, nessun ebreo è stato mai condannato perché tale, mentre sono stati condannati quanti si fingevano cattolici per ricavarne vantaggi.
2. La procedura e le peneL'attività del nuovo organismo si fonda sulla copiosa legislazione elaborata dai canonisti medievali e riprende, salvo qualche lieve differenza, l'organizzazione, la procedura e la progressione delle pene della prima Inquisizione. Tuttavia, i poteri di nomina e di rimozione degli inquisitori erano concessi alla Corona tramite la figura di un intermediario, l'inquisitore generale, assistito dal Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione.
L'azione dei primi inquisitori a Siviglia è molto rigorosa ed esercitata, talvolta, al di fuori delle garanzie canoniche, così che la Santa Sede ritiene opportuno intervenire per nominare l'inquisitore generale nella persona del domenicano Tomas de Torquemada (1420-1498), confessore della regina Isabella, sul quale una letteratura di propaganda ha diffuso grandi menzogne. Uomo di costumi integerrimi, nonché uno dei maggiori mecenati e protettori di artisti della sua epoca, Torquemada fu, invece, un inquisitore generale relativamente mite e liberale e s'impegnò per ottenere ampie amnistie, come quella del 1484.
Lo storico francese Bartolomé Bennassar, confrontando i tribunali inquisitoriali con le corti civili dell'epoca, descrive l'Inquisizione spagnola in questi termini: "Senza alcun dubbio più efficace. Ma anche più esatta, più scrupolosa [...]. Una giustizia che esamina attentamente le testimonianze, che le sottopone a uno scrupoloso controllo, che accetta liberamente la ricusazione da parte degli accusati dei testimoni sospetti (e spesso per i motivi più insignificanti); una giustizia che tortura raramente e che rispetta le norme legali, contrariamente ad alcune giurisdizioni civili [...]. Una giustizia preoccupata di educare, di spiegare all'accusato perché ha errato, che ammonisce e consiglia, le cui condanne a morte colpiscono solo i recidivi".
Lo studioso danese Gustav Henningsen, dopo aver analizzato statisticamente circa quarantamila casi di inquisiti fra il 1540 e il 1700, rileva che soltanto l'1% di essi fu giustiziato. Lo storico statunitense Edward Peters conferma questi dati: "La valutazione più attendibile è che, tra il 1550 e il 1800, in Spagna vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale, un numero molto inferiore a quello degli analoghi tribunali secolari".
3. Indulgenza verso la stregoneriaLa relativa mitezza dei tribunali inquisitoriali emerge anche dall'atteggiamento tollerante tenuto nei confronti della stregoneria, proprio nel periodo in cui dilagava in Europa la fobia antistregonica, legata direttamente alla diffusione dell'occultismo e del pensiero magico nel Rinascimento e alla psicosi del demoniaco, indotta dalla Pseudo-Riforma protestante. È ormai certo che in Spagna fu proprio l'Inquisizione - dopo una prima incontrollata diffusione di timori popolari e di repressione statale - a impedire lo sviluppo di una vera e propria caccia alle streghe, così come è poco noto che a Roma l'Inquisizione fece giustiziare per stregoneria una sola persona, nel 1424. È significativo, inoltre, che furono i principi più legati ai valori cavallereschi e feudali ad attestarsi su posizioni di moderazione e di scetticismo verso i supposti poteri delle streghe, mentre la parte più "progressista" della cultura ufficiale sposò la causa dell'intolleranza e della persecuzione in nome del progresso della ragione. Da parte loro, i Pontefici raccomandarono sempre agli inquisitori di limitare il loro interesse per gli stregoni ai soli casi in cui fossero presenti elementi sacrileghi o idolatrici, cioè quando, alla superstizione, potessero essere attribuiti con evidenza i caratteri dell'eresia.
L'Inquisizione spagnola interviene per la prima volta nel 1526, a seguito della persecuzione scatenata dalla popolazione di Navarra negli anni precedenti; la maggioranza degli inquisitori si pronuncia a favore di una politica di clemenza, sollecitando inoltre l'invio di predicatori per istruire i superstiziosi. La successiva ondata contro le streghe si verifica nel 1610, ancora in Navarra. L'emozione suscitata dal dilagare dei fenomeni attribuiti alla magia investe perfino gli inquisitori di Logrono, ma interviene il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, annullando tutte le sentenze e consigliando maggiori precauzioni nel prosieguo delle indagini.
4. Popolarità dell'InquisizioneIl ruolo svolto dall'Inquisizione spagnola, che godette sempre di grande popolarità, è decisivo non soltanto per preservare il paese da quella sanguinosa fobia di massa costituita dalla caccia alle streghe, ma anche e soprattutto per assicurare la pace sociale e religiosa alla Spagna. Infatti quel tribunale, colpendo una percentuale ridotta di conversos e di moriscos, cioè musulmani diventati cristiani solo per opportunismo, certifica che tutti gli altri erano veri convertiti, che nessuno aveva il diritto di discriminare o di attaccare con la violenza, ed evita un bagno di sangue. Inoltre, contribuendo alla repressione dell'eresia e sostenendo l'operato della Contro-Riforma, svolge una preziosa azione educativa sul basso clero e il resto della popolazione, confortandone la fede e la morale. Non può essere sottovalutata la portata di tale impresa, che costituisce una nazione spiritualmente compatta di fronte alla Francia lacerata dalle guerre di religione, all'Inghilterra sulla strada dell'eresia e al sultano difensore del mondo islamico. Inoltre, l'Inquisizione non ostacola mai le grandi imprese culturali dei secoli XVI e XVII; anzi, ripiegandosi su sé stessa, la Spagna giunge in quegli anni al culmine del suo splendore. Personaggi come il giurista Francisco de Vitoria (1492-1546), i teologi Domenico de Soto (1495-1560), Melchor Cano (1509-1560) e Francisco Suarez (1548-1617), i drammaturghi Felix Lope de Vega (1562-1635) e Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), il romanziere Miguel de Cervantes (1547-1616), i pittori El Greco (1545-1614), Bartolomé Murillo (1617-1682) e Diego Velázquez (1599-1660) dominano la cultura europea e danno vita al cosiddetto siglo de oro spagnolo. Anche la vita religiosa conosce la sua epoca aurea, attraverso le figure di sant'Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore della Compagnia di Gesù, di san Giovanni di Dio (1495-1550), fondatore dell'Ordine degli Ospedalieri, dei mistici santa Teresa d'Avila (1515-1582) e san Giovanni della Croce (1542-1591), riformatori dell'ordine carmelitano, del francescano san Pietro di Alcantara (1499-1562) e del gesuita san Francesco Borgia (1510-1572).
Pertanto, non fu un'impresa facile sopprimere l'Inquisizione. Soltanto con la diffusione dell'illuminismo e con la laicizzazione della monarchia, con l'invasione napoleonica e con la propaganda liberale si perviene alle soppressioni del 1813 e del 1834, che suscitano l'opposizione degli spagnoli di tutti i ceti, per i quali l'Inquisizione era il simbolo di quanto costituiva l'identità del paese, cioè la fedeltà incondizionata al cattolicesimo.
Per approfondire: vedi Henry Kamen, L'Inquisizione spagnola, trad. it., Feltrinelli, Milano 1973; e Bartolomé Benassar, Storia dell'Inquisizione spagnola dal XV al XIX secolo, trad. it., Rizzoli, Milano 1985; vedi pure, sinteticamente, Jean Dumont, L'Inquisizione fra miti e interpretazioni, intervista a cura di Massimo Introvigne, in Cristianità, anno XIV, n. 131, marzo 1986, pp. 11-13; vedi elementi molto utili nelle Integrazioni bibliografiche - redatte da Marco Invernizzi e da Oscar Sanguinetti - in appendice a Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953), Elogio della Inquisizione, trad. it., Leonardo, Milano 1994; una ricostruzione dell'opera e della figura di Isabella di Castiglia, in Joseph Perez, Isabella e Ferdinando, trad. it., SEI, Torino 1991, che si sofferma su La Spagna inquisitoriale, pp. 267-318; il rapporto dell'Inquisizione cattolica con la stregoneria, in Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell'Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990; e in Gustav Henningsen, L'avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola, trad. it., Garzanti, Milano 1990.
giovedì 7 novembre 2013
"Il giudice e l'eretico. Studi sull'Inquisizione romana" - Una lettura
Articolo apparso sul n. 278 di Cristianità
Uno studio dello storico italo-americano John Tedeschi descrive l'organizzazione e le procedure adottate dall'Inquisizione romana per la salvaguardia della fede cattolica e nella lotta contro l'eresia, sfatando numerosi luoghi comuni - soprattutto relativi all'arbitrarietà e alla severità dei tribunali inquisitoriali - ed evidenziando i limiti d'interpretazioni purtroppo sedimentate nell'immaginario collettivo.
Il 23 gennaio 1998, con l'apertura degli archivi del Sant'Uffizio - peraltro già disposta dal 1902 per casi particolari e limitati -, si è concluso un lento e prudente processo iniziato nel 1881, quando Papa Leone XIII (1878-1903) volle aprire agli studiosi l'Archivio Segreto Vaticano. "L'apertura del nostro Archivio - ha dichiarato il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede - si ispira in realtà al compito stesso assegnato dal Santo Padre alla nostra Congregazione di "promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e i costumi di tutto l'orbe cattolico". Sono sicuro che aprendo i nostri Archivi si risponderà non solo alle legittime aspirazioni degli studiosi, ma anche alla ferma intenzione della Chiesa di servire l'uomo aiutandolo a capire se stesso leggendo senza pregiudizi la propria storia" (1).
Intervistato dallo scrittore Vittorio Messori nel 1984, lo storico Luigi Firpo (1915-1989), esponente di rilievo della cultura laicista, uno dei pochi studiosi che ha avuto accesso anche ai documenti riservati del Sant'Uffizio, si è espresso così: "Sono sicuro che l'apertura di quell'archivio, sinora assai limitata anche per esigenze organizzative, gioverebbe molto all'immagine della Chiesa [...]. Aprendo a tutti gli studiosi quelle carte, cadrebbero altri pezzi della abusiva leggenda nera che circonda l'Inquisizione" (2).
L'immagine dell'Inquisizione sta infatti mutando, e in senso favorevole, presso gli specialisti, grazie ai risultati della rinnovata ricerca storica. Inoltre, alcune apprezzabili iniziative editoriali stanno mettendo a disposizione di un vasto pubblico testi poco conosciuti al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. È questo il caso dell'Elogio della Inquisizione, traduzione della voce Inquisition, scritta dallo storico e giornalista francese Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953) per il Dictionnaire apologétique de la foi catholique, edito fra il 1911 e il 1913 (3), nota finora soltanto ai frequentatori di biblioteche specializzate e molto utile per un primo approccio allo studio dell'Inquisizione medioevale, la cui fondazione è fatta risalire a Papa Gregorio IX (1227-1247). Anche la storiografia sull'Inquisizione spagnola - l'istituzione creata nel 1478 da Papa Sisto IV (1471-1484), su sollecitazione della regina Isabella di Castiglia (1451-1504) e di re Ferdinando d'Aragona (1452-1516) - ha prodotto negli ultimi decenni rilevanti contributi, sostanziati da approfondite ricerche d'archivio, che hanno consentito di superare i pregiudizi di carattere ideologico su questa istituzione e che sono a disposizione del lettore comune, anche in Italia, grazie alle sintesi offerte dall'inglese Henry Arthur Francis Kamen, dal francese Bartolomé Bennassar e dal danese Gustav Henningsen (4). Una rivisitazione degli studi storici è in corso anche per quanto riguarda l'Inquisizione romana - più precisamente la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, o Sant'Uffizio, istituita da Papa Paolo III (1534-1549) nel 1542 -, la cui autorità si estendeva soltanto su una parte della penisola italiana, perché in Sicilia e in Sardegna operava l'Inquisizione spagnola, mentre negli altri domìni asburgici, il Regno di Napoli e lo Stato di Milano, le funzioni inquisitoriali erano svolte dai tribunali episcopali del luogo (5).
Uno studio innovativo
Autore dei "primi studi realmente innovativi sul tema" (6) è John Tedeschi, di cui nel 1997 è stato pubblicato in Italia Il giudice e l'eretico. Studi sull'Inquisizione romana (7) - raccolta di undici saggi scritti fra il 1971 e il 1988, tutti ampiamente rivisti e aggiornati, nonché corredati di un imponente apparato critico e bibliografico -, che offre finalmente al grande pubblico i risultati di una ricerca ventennale.
Nato a Modena nel 1931, Tedeschi è emigrato negli Stati Uniti d'America all'età di otto anni, ha studiato all'Università di Harvard, dove la sua attenzione si è concentrata sulla diffusione del protestantesimo in Italia, è stato professore associato nelle università di Chicago, dell'Illinois a Chicago e del Wisconsin a Madison, ha lavorato per quasi due decenni alla Newberry Library, sempre a Chicago, dove ha fondato il Center for Reformation Research Studies. Ha inoltre ricoperto la carica di presidente della Society for Reformation Research e della Sixteenth Century Studies Conference, e ha fatto parte del comitato esecutivo della Renaissance Society of America dal 1971 al 1996.
Quando, nel 1967, ha cominciato a occuparsi dell'Inquisizione romana, ben poco era offerto a chi non volesse fermarsi alle generalizzazioni dello storico statunitense Henry Charles Lea (1825-1909), autore di uno studio monumentale sull'Inquisizione medioevale (8). Le fonti inquisitoriali, infatti, erano state utilizzate fino ad allora soltanto da quanti si occupavano degli eretici italiani con l'intenzione di studiare non l'Inquisizione ma quanti ne erano stati vittime: "[...] il carattere liberale e anticlericale dell'unificazione italiana - osserva lo storico Adriano Prosperi - ha portato a inseguire un'identità nazionale attraverso la storia della cultura e degli intellettuali che avevano unito l'Italia all'Europa (in particolare, l'Europa protestante e liberale) [...]. Insomma, l'autobiografia immaginaria della borghesia risorgimentale incluse da allora una serie di illustri precursori, di spiriti liberi, le cui vicissitudini con la Chiesa e con l'Inquisizione vennero studiate amorevolmente. Ma proprio il carattere ideologico di quell'interesse si rivela nella scarsità di indagini storiche che ne derivava" (9).
Lo studioso italo-americano decide dunque di fondare le sue ricerche sull'esame rigoroso delle molteplici fonti a disposizione per ricostruire correttamente l'iter di un processo inquisitoriale, dalle prime convocazioni alle deliberazioni finali. Fin dall'inizio dei suoi studi, consultando la ricca collezione dei manoscritti conservati nel Trinity College di Dublino, in Irlanda - contenenti sentenze emesse in Italia fra il 1564 e il 1659 - s'imbatte in una serie di elementi che forniscono un quadro nuovo della giustizia inquisitoriale: "il convento o l'abitazione come luoghi prevalenti in cui scontare una pena detentiva; l'importanza attribuita alle circostanze attenuanti e alla consulenza di specialisti nel campo del diritto e della teologia; la relativa mitezza delle sentenze dei processi per stregoneria; il gran numero di casi che si concludevano con abiure sulle gradinate delle chiese; la rarità del ricorso alla pena capitale" (p. 25) e la constatazione che il "carcere perpetuo" non comportava mai l'imprigionamento a vita ma, generalmente, una detenzione di tre anni. "Un banale fraintendimento della terminologia inquisitoriale ha quindi fuorviato più di uno studioso in buona fede, e contribuito alla cattiva fama dell'istituzione" (p. 26), osserva lo storico, che rievoca anche il caso di uno studio sull'eresia a Mantova, il cui autore aveva scorrettamente sostituito "abiurare" con "abbruciare" tutte le volte in cui la prima espressione compariva nel testo: "E quando un autore successivo si sentì tenuto a parlare di "eccessi" dell'Inquisizione mantovana, la sua fonte fu quel resoconto filologicamente inquinato. È chiaro che simili leggerezze autoperpetuantisi non hanno contribuito a un esame obiettivo dell'argomento" (p. 20).
L'esame delle fonti
Tedeschi non si propone di chiarire le origini della leggenda nera sulla spietatezza e sull'arbitrarietà dell'Inquisizione, rinviando a uno studio specifico sul tema (10), ma prende in esame alcuni fattori che hanno contribuito al perpetuarsi di vecchi stereotipi e di fraintendimenti: "Si va dall'uso improprio delle fonti alle affermazioni non sorrette dai dati di fatto e, in qualche caso, a quelli che appaiono deliberati tentativi di distorcere la realtà" (p. 29), cui si aggiungono la tendenza da parte di alcuni autori a considerare regola le aberrazioni, la presenza di contraddizioni anche in una stessa opera e il disaccordo fra gli storici su punti fondamentali pure se facilmente verificabili sulla base dei documenti consultabili. Infatti, la gamma di fonti a disposizione degli studiosi è piuttosto ampia, nonostante le gravi perdite subìte dagli archivi dell'Inquisizione romana, distrutti o dispersi in Irlanda, in Belgio, in Francia, in Italia e, in misura minore, negli Stati Uniti d'America, in conseguenza del saccheggio del Sant'Uffizio operato da funzionari napoleonici nel 1810 e dei danni patiti dalle Inquisizioni provinciali di Firenze, di Milano e di Palermo a causa del vandalismo giacobino o della soppressione delle istituzioni religiose. "La politica della porta chiusa del Sant'Uffizio - osserva Tedeschi - si basa su una decisione burocratica interna e non rappresenta la posizione ufficiale della Chiesa cattolica riguardo all'accesso ai documenti dell'Inquisizione. Raccolte ecclesiastiche provinciali ricche di documenti su tale argomento a Napoli, Pisa, Udine, Firenze e altrove, in misura crescente vengono messe a disposizione degli storici a scopo di ricerca; e innumerevoli codici inquisitoriali conservati presso la Biblioteca Vaticana e l'Archivio Segreto Vaticano sono stati messi a disposizione di studiosi di tutto il mondo, anche sotto forma di microfilm" (p. 214, nota 1).
Alcuni studiosi, anche in anni recenti, hanno sollevato il problema dell'attendibilità dei processi inquisitoriali come documenti storici, e Carlo Ginzburg, in particolare, ha sottolineato il divario di estrazione sociale e culturale che spesso separava giudice e imputato, chiedendosi se tali fonti, pervenuteci attraverso il filtro dei rappresentanti delle classi colte, siano in grado di informarci correttamente sulle idee e sulle affermazioni dell'imputato e dei testimoni (11). A questa domanda - in merito alla quale è già stato osservato, in occasione dell'esame di particolari fonti inquisitoriali medioevali, che "[...] i verbali degli interrogatori sono assai più pieni di vita e aderenti alla verità di quanto normalmente, ma erroneamente, si creda" (12) - Tedeschi risponde che i più responsabili fra i funzionari del Sant'Uffizio erano consapevoli di questa difficoltà e cercavano di evitare possibili abusi. La raccomandazione di evitare scrupolosamente le domande tendenziose e, in generale, di spingere l'interrogatorio in una direzione prestabilita era ripetuta in continuazione sia nei manuali di teoria dei procedimenti inquisitoriali sia nella corrispondenza fra Roma e i tribunali provinciali. La Congregazione del Sant'Uffizio, inoltre, vigilava sulle articolazioni locali, imponendo la puntuale applicazione della legislazione e mirando all'uniformità dei procedimenti: "Decisioni capricciose e arbitrarie, abusi di potere e flagranti violazioni dei diritti umani non erano tollerati" (p. 30).
Oltre la leggenda nera
Le ricerche di Tedeschi consentono di sfatare una lunga serie di luoghi comuni. L'Inquisizione, grazie alla prescrizione, sempre rispettata, di mettere per iscritto le fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze - gli inquisitori "[...] non ritenevano di avere niente di vergognoso da nascondere" (p. 97) -, è una delle prime istituzioni del passato su cui è disponibile una quantità di dati tale da rendere impossibile ogni travisamento storico sia sull'organizzazione sia sulla prassi adottata. Gli inquisitori erano, in genere, persone dotte, oneste e di costumi irreprensibili, poco inclini a decidere in fretta e arbitrariamente la sorte dell'imputato, volti invece ad accordare il perdono al reo e a farlo rientrare in seno alla Chiesa. Diverse garanzie giuridiche a tutela dell'accusato erano parte integrante della procedura inquisitoriale. È accertato che più di un imputato abbia chiesto e ottenuto il cambiamento della sede e la sostituzione dell'inquisitore che si occupava del suo caso, avendo potuto dimostrarne la mancanza di obbiettività. "Non è un'esagerazione affermare che il Sant'Uffizio fu in certi casi un pioniere della riforma giudiziaria. L'avvocato difensore era parte integrante della sua procedura [...], nei tribunali dell'Inquisizione l'imputato riceveva una copia autenticata dell'intero processo [...] e disponeva di un ragionevole lasso di tempo per preparare la propria replica" (p. 30). Inoltre, molti manuali inquisitoriali abbondavano di consigli su possibili strategie difensive.
Nella prassi giudiziaria romana l'uso della tortura era attentamente controllato e sottoposto a una serie di limitazioni: in particolare, occorreva l'autorizzazione del tribunale centrale, che la concedeva soltanto quando i cardinali inquisitori, assistiti da un'équipe di teologi e di specialisti in diritto canonico, ritenevano di aver ricevuto tutte le informazioni importanti sul caso in esame. La tortura doveva essere moderata affinché la vittima, se innocente, potesse tornare a godere la libertà, e, se colpevole, potesse ricevere la giusta punizione. Sebbene fino al secolo XVII l'Inquisizione, come tutti gli altri sistemi giudiziari europei, non abbia rinunciato a ricorrere alla tortura in quelle particolari situazioni in cui si riteneva che una parte essenziale della verità venisse celata pervicacemente, gli inquisitori, a differenza dei giudici civili, ne facevano uso raramente, ritenendo che fosse un fragile e rischioso strumento, spesso incapace di condurre alla verità, soprattutto perché molti riuscivano a sopportare i tormenti grazie alla loro forza d'animo e fisica (13).
Sebbene si pensi generalmente il contrario, solo una piccola percentuale di procedimenti inquisitoriali si concludeva con la condanna a morte, che era riservata ai pertinaci, non disposti in alcun caso a riconciliarsi con la Chiesa, e ai relapsi, i ricaduti, giudicati colpevoli di eresia già in passato. "I dati disponibili sui rei consegnati dall'Inquisizione al braccio secolare indicano che una percentuale decisamente modesta di essi fu giustiziata" (p. 85). Fra i primi mille imputati che comparvero davanti al tribunale di Aquileia fra il 1551 e il 1647 solo quattro furono giustiziati. A Milano nella seconda metà del 1500 si contarono dodici esecuzioni capitali per eresia e soltanto una a Modena, nel 1567. Quanto alle oltre duecento sentenze, alcune concernenti più di un imputato, contenute nei manoscritti del Trinity College, solo in tre di esse era invocata l'estrema sanzione, mentre a Roma si contarono novantasette condannati a morte dal Sant'Uffizio fra il 1542 e il 1761. Dati analoghi emergono dal confronto con l'Inquisizione spagnola, che fra il 1540 e il 1700 ha comminato 820 volte la pena capitale su un totale di 44.000 casi, cioè una percentuale dell'1,9 per cento.
Inoltre, poiché la carcerazione come pena anziché come misura precauzionale durante il procedimento fece la sua comparsa in Europa negli ultimi decenni del 1500, "[...] l'Inquisizione, col suo secolare ricorso alla detenzione ad poenam, dev'essere considerata all'avanguardia anche nel diritto penale, in un'epoca in cui le altre opzioni a disposizione del giudice si riducevano al rogo, alla mutilazione, alle galee e all'esilio" (p. 31). Basandosi su vari documenti, compresi quelli del processo a Giordano Bruno (1548-1600), nonché su un sopralluogo in prima persona, Luigi Firpo ha ricostruito le condizioni di vita nelle prigioni romane del Sant'Uffizio, demolendo le teorie fantasiose di alcuni autori: "Si scoprirebbe poi che gli Ucciardone e le Rebibbia di oggi sono le vere bolge infernali rispetto alle troppo diffamate celle dell'Inquisizione, dove la vita era ritmata da regolamenti severi ma non disumani. Era, per esempio, prescritto che lenzuola e federe si cambiassero due volte alla settimana: roba da grande albergo.... [...] Una volta al mese, i cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di che avessero bisogno. Mi sono imbattuto in un recluso friulano che chiese di avere birra al posto del vino. Il cardinale ordinò che si provvedesse, ma, non riuscendo a trovare birra a Roma, ci si scusò con il prigioniero, offrendogli in cambio una somma di denaro perché si facesse venire la bevanda preferita dalla sua patria" (14).
Ai responsabili di reati particolarmente gravi e ripugnanti era riservata invece la detenzione sulle galee, "[...] che possono essere considerate, in un certo senso, l'equivalente delle nostre carceri di massima sicurezza" (p. 117).
Se il rogo, la reclusione "a vita" e i lavori forzati sulle galee sono le sanzioni associate nella mente dei più ai processi dell'Inquisizione, l'esame delle sentenze mostra il predominio di pene molto più lievi. "Con particolare frequenza si incontrano atti di umiliazione pubblica sotto forma di abiure lette sulle gradinate delle chiese, di domenica o in occasione di festività religiose, di fronte a folle di fedeli; multe o servigi a favore di istituzioni caritative; e cicli apparentemente interminabili di preghiere e atti di devozione da compiere per mesi e anni" (p. 119). Spesso erano comminati gli arresti domiciliari, generalmente congiunti allo svolgimento di attività utili alla comunità e al ricupero morale del reo (15).
Per quanto riguarda la tipologia dei reati si colgono sostanziali differenze fra i due grandi sistemi inquisitoriali dell'età moderna, derivanti dal fatto che l'Inquisizione romana era stata rifondata nel 1542 per fronteggiare la diffusione del protestantesimo nella penisola italiana, mentre quella spagnola era stata istituita più di mezzo secolo prima per affrontare il problema delle false conversioni dall'ebraismo al cristianesimo. Negli Stati italiani, quindi, il "luteranesimo" fu la preoccupazione maggiore dei funzionari inquisitoriali, finché nel secolo XVII la pratica della magia soppiantò il protestantesimo come capo d'imputazione più comune. Peraltro, l'assidua vigilanza di Roma nei confronti della magia - nella quale raramente erano incluse la stregoneria o il satanismo - non comportò una grande severità in termini di pene. "Come riconosciuto anche da Lea quasi un secolo fa, entrambe le grandi Inquisizioni del Mediterraneo erano assai caute e moderate a questo riguardo, in confronto ai tribunali secolari" (p. 85). Tedeschi, fra l'altro, contesta la tesi secondo cui il manuale inquisitoriale Malleus maleficarum, scritto dai domenicani tedeschi Heinrich Kramer (1430 ca.-1505) e Jakob Sprenger (1436 ca.-1495) e pubblicato nel 1486, sia stato il testo canonico per la persecuzione dei sospettati di stregoneria nei due secoli seguenti, documentando come una filosofia radicalmente opposta trovasse consensi crescenti nei tribunali del Sant'Uffizio nella seconda metà del 1500 fino a raggiungere dignità di norma con l'Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum, del 1624.
Conclusione
L'Inquisizione ha rappresentato un fenomeno plurisecolare e dalle molteplici caratteristiche a seconda dei luoghi e dei contesti storici nei quali si è esplicato, ma è stata comunque "[...] espressione del passaggio da una società contraddistinta dalla convivenza fra le diverse comunità religiose a un'altra sempre più contrassegnata da conflitti, e [...] la risposta della Chiesa e della cristianità alla minaccia rappresentata dall'eresia (Catari e Albigesi) e, successivamente, in Spagna, dalle false conversioni di giudei e musulmani" (16). Come il ruolo svolto dai tribunali inquisitoriali fu decisivo per assicurare la pace sociale e religiosa in Spagna, così l'Inquisizione romana ha rappresentato nella penisola italiana un bastione invalicabile contro ogni deviazione dottrinale in tempi "[...] in cui la Chiesa - come ricorda il cardinale Ratzinger - ha dovuto difendere la fede dei più piccoli in contesti frequentemente polemici se non manifestamente aggressivi" (17).
La storia di questa istituzione è stata travisata e deformata per secoli, finché accurate ricerche documentarie hanno aperto la strada a lavori scientifici innovativi, anche grazie all'esempio e allo stimolo forniti dall'opera di John Tedeschi. È auspicabile ora che la nuova immagine dell'Inquisizione esca dall'ambito specialistico ed entri a pieno titolo nel patrimonio culturale anzitutto dei cattolici, i quali sono ancora affetti da un ingiustificato complesso d'inferiorità a causa di una scarsa conoscenza della loro storia.
Francesco Pappalardo
(1) Card. Joseph Ratzinger, "La soglia della verità", in Avvenire, anno XXXI, n. 19, 23-1-1998, p. 21. Già un secolo fa Papa Leone XIII, dopo aver osservato che, almeno negli ultimi tempi, "[...] si può asserire fondatamente che la scienza storica sembra essere una congiura degli uomini contro la verità" (Epistola Saepenumero considerantes, del 18-8-1883, in Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, vol. V, Leone XIII (1878-1903), parte prima, 1878-1891, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, pp. 158-165 [p. 159]), affermava: "I non travisati ricordi dei fatti, se analizzati con animo tranquillo e senza opinioni pregiudiziali, di per se stessi difendono, spontaneamente e magnificamente, la Chiesa e il Pontificato" (ibid., p. 158).
(2) Cit. in Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Società Editrice Italiana, Torino 1987, p. 27.
(3) Jean-Baptiste Guiraud, Elogio della Inquisizione, a cura di Rino Cammilleri, con un invito alla lettura di Vittorio Messori, Leonardo, Milano 1994 (cfr. la mia recensione in Cristianità, anno XXIII, n. 239, marzo 1995, pp. 24-26). Sull'Inquisizione medioevale vedi anche Leo Moulin, L'Inquisizione sotto inquisizione, a cura dell'Associazione Culturale ICARO, Cagliari 1992; e il mio L'Inquisizione medioevale, in IDIS, Voci per un "Dizionario del Pensiero Forte", a cura di Giovanni Cantoni e con una presentazione di Gennaro Malgieri, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 131-136.
(4) Henry Kamen, Inquisition and Society in Spain in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, Weidenfeld and Nicolson, Londra 1985, di cui esiste una successiva traduzione spagnola ampliata, La inquisición española, Editorial Crítica, Barcellona 1985, che modifica radicalmente il giudizio negativo espresso nel 1965 (cfr. L'Inquisizione spagnola, trad. it., Feltrinelli, Milano 1973); nonché Idem, The Spanish Inquisition. A Historical Revision, Yale University Press, New Haven, Connecticut 1998; Bartolomé Bennassar, Storia dell'Inquisizione spagnola dal XV al XIX secolo, trad. it., Rizzoli, Milano 1994; e Gustav Henningsen, L'avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola, trad. it., Garzanti, Milano 1990. Una rassegna bibliografica sull'argomento è stata compiuta da Brian van Hove S.J., Oltre il mito dell'Inquisizione, in La Civiltà Cattolica, anno 143, vol. IV, quaderno 3419, 5-12-1992, pp. 458-467, e quaderno 3420, 19-12-1992, pp. 578-588. Cfr. anche Joseph De Maistre (1753-1821), Elogio dell'Inquisizione di Spagna, con prefazione di Rino Cammilleri, Il Cerchio, Rimini 1998; e il mio L'Inquisizione spagnola, in IDIS, Voci per un "Dizionario del Pensiero Forte", cit., pp. 137-142.
(5) Cfr. Adriano Prosperi, L'Inquisizione: verso una nuova immagine?, in Critica storica, anno XXV, gennaio-marzo 1988, n. 1, pp. 119-145, e Idem, L'Inquisizione romana. Dal declino della mentalità magica ai conflitti interni al clero, alla storia della censura, in Prometeo. Rivista trimestrale di scienze e storia, anno 11, n. 44, dicembre 1993, pp. 18-29, nonché Idem, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1966. Cfr. anche AA.VV., L'Inquisizione romana in Italia nell'età moderna. Archivi, problemi di metodi e nuove ricerche, a cura di Andrea Del Col e Giovanna Paolin, Atti del seminario internazionale di Trieste (18/20-5-1988), Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1991. Sull'Inquisizione spagnola in Italia cfr. Agostino Borromeo, Contributo allo studio dell'Inquisizione e dei suoi rapporti con il potere episcopale nell'Italia spagnola, in Annuario dell'Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, anno XXIX-XXX (1977-1978), Roma 1979, pp. 219-276. Sull'attività dei tribunali inquisitoriali a Napoli e a Milano, dove non fu mai accettata l'introduzione dell'Inquisizione spagnola, perché avrebbe minacciato privilegi e libertà tradizionali, cfr. Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell'Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990; e Romano Canosa, Storia dell'Inquisizione in Italia dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, 5 voll., Sapere 2000, Roma 1986-1990.
(6) A. Prosperi, L'Inquisizione in Italia, in Clero e società nell'Italia moderna, a cura di Mario Rosa, Laterza, Bari-Roma 1992, pp. 275-320 (p. 293).
(7) Cfr. John Tedeschi, Il giudice e l'eretico. Studi sull'Inquisizione romana, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 1997 (The Prosecution of Heresy. Collected Studies on the Inquisition in Early Modern Italy, Binghamton, New York, 1991). Tutti i riferimenti fra parentesi nel testo rimandano a quest'opera.
(8) Cfr. Henry Charles Lea, A History of the Inquisition of the Middle Ages, New York 1887, 3 voll. È significativo che Lea, sebbene poco benevolo nei confronti dell'Inquisizione, abbia scritto che, nel Medioevo, "[...] la causa dell'ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso" (Storia dell'Inquisizione. Fondazione e procedura, trad. it. del primo volume, Fratelli Bocca Editori, Torino 1910, p. 118).
(9) A. Prosperi, L'Inquisizione: verso una nuova immagine?, cit., pp. 127-128.
(10) "Tanto la storia quanto il mito sono brillantemente discussi da E[dward]. Peters in Inquisition, New York-London 1988" (p. 201, n. 3).
(11) Cfr. Carlo Ginzburg, Stregoneria e pietà popolare. Note a proposito di un processo modenese del 1519, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Sezione II. Lettere, storia e filosofia, vol. XXX, 1961, pp. 269-287, e più in generale Idem, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, Torino 1966.
(12) Giovanni Grado Merlo, I registri inquisitoriali come fonti per la storia dei gruppi ereticali clandestini. Il caso del Piemonte basso medievale, in Histoire et clandestinité du Moyen-Âge à la première guerre mondiale. Colloque de Privas (Mai 1977), a cura di M. Tilloy, Gabriel Audisio e Jacques Chiffoleau, Albi 1979, pp. 59-74 (p. 72).
(13) Tedeschi in proposito riporta una considerazione di John Langbein, autore di Torture and the Law of Proof. Europe and England in the Ancien Régime (Chicago-Londra 1977, p. 185): "Dobbiamo tenere presente che nessun aspetto della condizione umana è mutato così radicalmente, nel ventesimo secolo, come la tolleranza della sofferenza fisica. I comuni analgesici e l'anestesia hanno in gran parte eliminato dalla nostra vita l'esperienza del dolore somatico. A causa di malattie, parti, interventi chirurgici e odontoiatrici i nostri antenati si abituavano a livelli di sofferenza che per noi risultano incomprensibili" (p. 300, nota 113).
(14) Cit. in V. Messori, Inchiesta sul cristianesimo, cit., p. 27.
(15) Lo scienziato pisano Galileo Galilei (1564-1642) fu condannato agli arresti domiciliari - scontati nella sua villa di Arcetri, presso Firenze, dove continuò a ricevere gli allievi e potè completare la stesura di alcune opere - e alla recita settimanale dei salmi penitenziali: cfr. Luciano Benassi, Galileo Galilei. La leggenda del "martire" della scienza moderna, in AA. VV., Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1994, pp. 329-352.
(16) Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti, Integrazioni bibliografiche, in J.-B. Guiraud, Elogio della Inquisizione, cit., pp. 165-189 (pp. 167-168), che riprendono una considerazione di Henry Kamen.
(17) Cad. J. Ratzinger, art. cit.
giovedì 31 ottobre 2013
Jean-Baptiste Guiraud, Elogio della Inquisizione.
Articolo apparso sul n. 239 di Cristianità
| Jean-Baptiste Guiraud. |
I pregiudizi sulla storia della Chiesa sono numerosi e tenaci, radicati non solo nei ceti intellettuali più sensibili alle influenze della cultura laicista ma anche in molti cattolici, affetti da un ingiustificato complesso d’inferiorità a causa di una scarsa conoscenza della loro storia.
Esempio classico del radicamento di tali pregiudizi è l’esistenza, ancora oggi, di una "leggenda nera" sull’Inquisizione, costruita dall’Europa protestante nel Cinquecento, alimentata dai libelli degli illuministi nel Settecento e ripresa dalla letteratura popolare ottocentesca di ispirazione massonica. Eppure l’Inquisizione, grazie alla prescrizione, sempre rispettata, di mettere per iscritto le fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze, è una delle poche istituzioni del passato su cui è disponibile una quantità di dati tale da rendere impossibile ogni travisamento storico. Infatti, gli studiosi che negli ultimi anni hanno cominciato a esplorare l’imponente documentazione archivistica si sono trovati, con stupore, al cospetto di tribunali dotati di regole eque e di procedure non arbitrarie, di corti giudiziarie pronte a sconsigliare l’uso della tortura o a scoraggiare denunce infondate e delazioni, di organismi molto più miti e indulgenti dei tribunali civili del tempo. Inoltre, sebbene certa propaganda insista sul carattere ideologico e totalitario dell’Inquisizione, è sempre più evidente l’abisso esistente fra i metodi propri di questa istituzione e i sistemi di controllo delle persone e di manipolazione delle coscienze messi in atto negli Stati moderni.
Tuttavia, se l’immagine dell’Inquisizione sta mutando, e in senso favorevole, presso gli specialisti, i risultati della rinnovata ricerca storica sono poco conosciuti al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Pertanto è quanto mai opportuna l’iniziativa della casa editrice Leonardo, che ha dato alle stampe il volume Elogio della Inquisizione — traduzione della voce Inquisition, scritta da Jean-Baptiste Guiraud per il Dictionnaire apologétique de la foi catholique, edito fra il 1911 e il 1913 —, allo scopo di mettere a disposizione di un vasto pubblico un testo noto finora soltanto ai frequentatori di biblioteche specializzate.
L’opera, curata da Rino Cammilleri, reca un Invito alla lettura (pp. 5-12) di Vittorio Messori, che traccia anzitutto un profilo biografico dell’autore, "cattolico a visiera alzata, che pagò di persona per le sue convinzioni, eppure lontano — da quello storico vero che era — da ogni doppia verità, da ogni forzatura di apologeta fazioso" (p. 12).
Jean-Baptiste Guiraud nasce nel 1866 nell’Aude, dipartimento della Francia meridionale che ha come capoluogo Carcassonne, frequenta l’École Normale Supérieure di Parigi e l’École Française di Roma e intraprende la carriera universitaria, diventando titolare della cattedra di Storia Medioevale presso l’Università di Besançon. Storico appassionato della Chiesa, e in particolare del Medioevo, nonché militante di combattivi organismi del laicato cattolico, si schiera sia con gli scritti, volti a ristabilire la verità storica gravemente travisata dalla cultura laicista dominante, sia con una serie di iniziative tese a difendere la scuola libera, contro la politica anticattolica della Terza Repubblica francese. "Questa sua lotta gli costò la carriera universitaria, già messa in pericolo dal taglio giudicato "intollerabilmente cattolico" delle opere, pur rigorosamente scientifiche, pubblicate nel frattempo sui temi di storia religiosa medioevale di cui era specialista. [...] Come non mancò di notare lo stesso Guiraud, dalla cultura che della "leggenda nera" sull’Inquisizione cattolica aveva fatto un suo cavallo di battaglia, giungeva un provvedimento di censura delle idee e di repressione di atteggiamenti non in linea con i dogmi ufficiali" (p. 6). Costretto a lasciare l’insegnamento, è redattore capo del quotidiano cattolico La Croix fino al 1939, quando riprende gli studi storici, peraltro mai abbandonati del tutto. Fra le sue opere principali vanno ricordate L’Inquisition médiévale (ultima edizione, Tallandier, Parigi 1978), pubblicato in Italia nel 1933 (L’Inquisizione medievale, Corbaccio, Milano), e Histoire de l’Inquisition au Moyen Âge (2 voll., Picard, Parigi 1935), incompiuta alla data della morte, avvenuta nel 1953.
Vittorio Messori spiega, quindi, che la scelta di tradurre e di pubblicare in Italia la voce Inquisition del Dictionnaire apologétique de la foi catholique — una "miniera che, malgrado il tempo trascorso e il cambiamento di clima nella Chiesa, sembra ben lungi dall’essere esaurita" (p. 8) — non è finalizzata al "recupero archeologico" (p. 11) di un testo ormai datato, ma vuole rappresentare un punto di partenza e offrire un’intelaiatura generale ancora valida per un primo approccio allo studio dell’Inquisizione.
Nei primi due capitoli — L’Inquisizione: una risposta cattolica (pp. 15-26) e Istituzione dell’Inquisizione (pp. 27-36) — Jean-Baptiste Guiraud descrive la nascita dell’Inquisizione, alla fine del secolo XII, dimostrando come essa rappresentasse la risposta della Chiesa agli eccessi di movimenti ereticali che non si limitavano a propugnare deviazioni di contenuto esclusivamente teologico — contrastati fino ad allora sul piano dottrinale e solo con mezzi spirituali — ma insidiavano mortalmente la società civile. La ferma riprovazione dei civili contro le vessazioni degli eretici costrinse le autorità ecclesiastiche a intervenire, anzitutto per controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici, che si illudevano di risolvere il problema inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.
Nel terzo e nel quarto capitolo — Dottrine degli eretici (pp. 37-58) e La Chiesa e gli eretici medioevali (pp. 59-65) — l’autore si sofferma sui contenuti delle dottrine eterodosse più diffuse alla fine del Medioevo, dedicando attenzione particolare al catarismo, che "[...] non era, come le eresie precedenti, un’interpretazione eterodossa di questo o quel dogma cristiano. Era un sistema religioso completo [...]. Non c’è dunque da stupirsi che abbia cozzato frontalmente contro l’ordine sociale del Medioevo fondato sul cristianesimo. Di più: la sua concezione profondamente pessimistica della vita lo poneva contro qualunque ordine sociale" (p. 39).
Il pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale, che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione, il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medioevale. A questo proposito Jean-Baptiste Guiraud cita una nota affermazione dello scrittore protestante Henry Charles Lea, pur poco benevolo nei confronti dell’Inquisizione, secondo il quale in quei tempi "la causa dell’ortodossia non era altro che quella della civiltà e del progresso" (Storia dell’Inquisizione. Fondazione e procedura, trad. it. del primo volume, Bocca, Torino 1910, p. 118). L’autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente — la prima con i suoi tribunali, l’impiccagione e il rogo, la seconda con la scomunica e le censure ecclesiastiche — finirono per unire i loro sforzi in un’azione comune contro l’eresia. L’Inquisizione medioevale, dunque, è definita dall’autore come "un sistema di misure repressive, le une di ordine spirituale, le altre di ordine temporale, emanate simultaneamente dall’autorità ecclesiastica e dal potere civile per la difesa dell’ortodossia religiosa e dell’ordine sociale, ugualmente minacciati dalle dottrine teologiche e sociali dell’eresia" (p. 64). Le tappe attraverso cui prende corpo il nuovo organismo — la costituzione Ad abolendam di Papa Lucio III, nel 1184, che obbligava tutti i vescovi a visitare due volte l’anno le loro diocesi alla ricerca degli eretici, l’istituzione della cosiddetta Inquisizione "legatina" da parte di Papa Innocenzo III, che inviò i monaci dell’Ordine Cistercense a predicare nei paesi più colpiti e a disputare pubblicamente con gli eretici, la costituzione Excommunicamus di Papa Gregorio IX, nel 1231, con cui erano nominati i primi inquisitori permanenti, scelti in preferenza fra i domenicani e i frati minori — sono descritte nei capitoli quinto e sesto, Organizzazione dell’Inquisizione (pp. 67-78) e L’Inquisizione monastica (pp. 79-90).
Negli ultimi quattro capitoli — Procedura dell’Inquisizione (pp. 91-102), Tortura? (pp. 103-114), La leggenda nera (pp. 115-124) e Gli argomenti dei detrattori (pp. 125-133) — Jean-Baptiste Guiraud fà giustizia dei più noti luoghi comuni che hanno contribuito alla costruzione della "leggenda nera" sull’Inquisizione. Il lettore apprenderà, fra l’altro, che l’Inquisizione era tutt’altro che un tribunale di sadici, che seguiva una procedura molto rigorosa, che era competente a giudicare solo i battezzati e che dunque gli ebrei e i musulmani non ricadevano sotto la sua giurisdizione. L’Inquisizione del secolo XIV inventa la giuria, consilium che consente all’imputato di essere giudicato da un collegio numeroso, e altri istituti in favore del condannato, come la semi-libertà, la licenza per buona condotta e gli sconti di pena. Inoltre, è falsa l’immagine dell’inquisitore feroce e ignorante: gli inquisitori erano, in genere, persone dotte, oneste e di costumi irreprensibili, non inclini a decidere in poche ore e arbitrariamente sulla sorte dell’imputato, volti invece ad accordare il perdono al reo e a farlo rientrare in seno alla Chiesa. "Ricondurre all’ortodossia un eretico era per loro una grande gioia e, anziché abbandonarlo al braccio secolare e a una morte che uccideva anche ogni speranza di conversione, preferivano molto di più far ricorso a quelle penitenze canoniche e sanzioni temporali che gli avrebbero dato la possibilità di emendarsi" (pp.110- 111). Falsa è anche l’affermazione secondo cui si faceva un uso generalizzato e indiscriminato della tortura, cui gli inquisitori del secolo XIV, a differenza dei giudici civili, ricorrevano raramente e nel rispetto di regole molto severe. L’immagine popolare secondo cui i tribunali inquisitoriali erano teatro di raffinatissime scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di un’insistenza criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito della propaganda degli scrittori a sensazione, che hanno sfruttato la credulità di molti.
Falsa, infine, è l’immagine dell’Inquisizione come tribunale sanguinario. Lo spoglio statistico delle sentenze, da cui si ricava la bassa percentuale delle condanne, soprattutto di quelle alla pena capitale, ha ormai dimostrato che questa tesi è infondata, confermando quanto sostenuto da Jean-Baptiste Guiraud nell’Epilogo (pp. 135-151). L’Inquisizione perseguiva lo scopo di correggere e di riavvicinare alla fede l’eretico: "Ciò spiega perché essa imponeva penitenze di ordine spirituale che potessero inclinare il condannato alla pietà, perché attenuava le pene più gravi quando trovava in lui indizi di ravvedimento morale e perché abbandonava al braccio secolare, cioè alla morte, i recidivi che, essendo tornati ai loro errori, facevano perdere ogni fiducia nella loro conversione e nella loro sincerità" (p. 143).
Il volume si chiude con una Bibliografia (pp. 153-164) delle fonti utilizzate o segnalate dall’autore e con preziose Integrazioni bibliografiche (pp. 165-189), redatte da Marco Invernizzi e da Oscar Sanguinetti, che offrono una rassegna ragionata delle correnti storiografiche sul tema e suggeriscono "[...] alcune "piste" di indagine, da utilizzare nel caso si vogliano approfondire i diversi aspetti di un fenomeno plurisecolare e dalle molteplici peculiarità a seconda dei luoghi e dei contesti storici nel quale si è esplicato" (p. 165).
I due ricercatori distinguono accuratamente l’istituzione sorta nel secolo XIII, la cosiddetta Inquisizione medioevale, dall’Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV, nel 1478, su sollecitazione di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona, e dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, istituita da Papa Paolo III, nel 1542, e, sulla scia dello storico inglese Henry Arthur Francis Kamen, notano come "[...] l’Inquisizione fosse espressione del passaggio da una società contraddistinta dalla convivenza fra le diverse comunità religiose a un’altra sempre più contrassegnata da conflitti, e come essa fosse la risposta della Chiesa e della cristianità alla minaccia rappresentata dall’eresia (Catari e Albigesi) e, successivamente, in Spagna, dalle false conversioni di giudei e musulmani" (pp. 167-168).
Attenzione particolare è dedicata proprio alla storiografia sull’Inquisizione spagnola, che ha prodotto negli ultimi decenni rilevanti contributi, sostanziati da approfondite ricerche d’archivio, che hanno consentito di superare i pregiudizi di carattere ideologico. È oramai evidente che il ruolo svolto dai tribunali inquisitoriali fu decisivo per assicurare la pace sociale e religiosa in Spagna e che non può essere sottovalutata la portata di tale impresa, che costituì una nazione spiritualmente compatta di fronte alla Francia lacerata dalle guerre di religione, all’Inghilterra sulla strada dell’eresia e al sultano difensore del mondo islamico.
Analoghe considerazioni valgono per l’Inquisizione "romana", che rappresentò nella penisola italiana un bastione invalicabile contro ogni deviazione dottrinale e che ha difeso il patrimonio spirituale del popolo italiano, contribuendo alla vittoria della Contro-Riforma sull’Umanesimo, sul Rinascimento e sulla Rivoluzione protestante.
Francesco Pappalardo
La "leggenda nera" su Galileo
Vittorio Messori,
da Pensare la storia, Ed. Paoline 1992, pp. 383-397
da Pensare la storia, Ed. Paoline 1992, pp. 383-397
178. Galileo Galilei
| Galileo Galilei. |
Stando a un'inchiesta dei Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici.
Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere.
Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.
Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco.
In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.
Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.
Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l'incompatibilità tra scienza e fede.
Torture? carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello".
Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".
1 suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa dall'Università.
In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell'inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.
179. Galileo Galilei /2Il Galilei - alla pari, del resto, di un altro cattolico fervente come Cristoforo Colombo - convisse apertamente more uxorio con una donna che non volle sposare, ma dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine. Lasciata Padova per ritornare in Toscana, dove gli era stata promessa maggior possibilità di far carriera, abbandonò in modo spiccio (da qualcuno, anzi, sospettato di brutalità) la fedele compagna, la veneziana Marina Gamba, togliendole anche tutti i figli. "Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una oro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Senonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l'altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d'Arcetri e dopo poco vestirono l'abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia" (Sofia Vanni Rovighi).
Sul piano personale, dunque, sarebbe stato vulnerabile.
"Sarebbe", diciamo, perché, grazie a Dio, quella Chiesa che pure lo convocò davanti al Sant'Uffizio, quella Chiesa accusata di un moralismo spietato, si guardò bene dal cadere nella facile meschineria di mescolare il piano privato, le scelte personali del grande scienziato, con il piano delle sue idee, le sole che fossero in discussione. "Nessun ecclesiastico gli rinfaccerà mai la sua situazione familiare. Ben diversa sarebbe stata la sua sorte nella Ginevra di Calvino, dove i "concubini" come lui venivano decapitati" (Rino Canimilleri).
E' un'osservazione che apre uno spiraglio su una situazione poco conosciuta. Ha scritto Georges Bené, uno dei maggiori conoscitori di questa vicenda: "Da due secoli, Galileo e il suo caso interessano, più che come fine, come mezzo polemico contro la Chiesa cattolica e contro il suo "oscurantismo" che avrebbe bloccato la ricerca scientifica". Lo stesso Joseph Lortz, cattolico rigoroso e certo ancora lontano da quello spirito di autoflagellazione di tanta attuale storiografia clericale, autore di uno dei più diffusi manuali di storia della Chiesa, cita, condividendola, l'affermazione di un altro studioso, il Dessauer: "Il nuovo mondo sorge essenzialmente al di fuori della Chiesa cattolica perché questa, con Galileo, ha cacciato gli scienziati".
Questo non risponde affatto alla verità. Il temporaneo divieto (che giunge peraltro, lo vedremo meglio, dopo una lunga simpatia) di insegnare pubblicamente la teoria eliocentrica copernicana, è un fatto del tutto isolato: né prima né dopo la Chiesa scenderà mai (ripetiamo: mai) in campo per intralciare in qualche modo la ricerca scientifica, portata avanti tra l'altro quasi sempre da membri di ordini religiosi. Lo stesso Galileo è convocato solo per non avere rispettato i patti: l'approvazione ecclesiastica per il libro "incriminato", i Dialoghi sopra i massimi sistemi, gli era stata concessa purché trasformasse in ipotesi (come del resto esigevano le stesse ancora incerte conoscenze scientifiche del tempo) la teoria copernicana che egli invece dava ormai come sicura. Il che non era ancora. Promise di adeguarsi: non solo non lo fece, dando alle stampe il manoscritto così com'era, ma addirittura mise in bocca allo sciocco dei Dialoghi, dal nome esemplare di Simplicio, i consigli di moderazione datigli dal papa che pur gli era amico e lo ammirava.
Galileo, quando è convocato per scolparsi, si sta occupando di molti altri progetti di ricerca, non solo di quello sul movimento della Terra o del Sole. Era giunto quasi ai settant'anni avendo avuto onori e aiuti da parte di tutti gli ambienti religiosi, a parte un platonico ammonimento del 1616, ma non diretto a lui personalmente; subito dopo la condanna potrà riprendere in pieno le ricerche, attorniato da giovani discepoli che formeranno una scuola. E potrà condensare il meglio della sua vita di studio negli anni che gli restano, in quei Discorsi sopra due nuove scienze che è il vertice del suo pensiero scientifico.
Dei resto, proprio nell'astronomia e proprio a partire da quegli anni la Specola Vaticana - ancor oggi in attività, fondata e sempre diretta da gesuiti - consolida la sua fama di istituto scientifico tra i più prestigiosi e rigorosi nel mondo. Tanto che, quando gli italiani giungono a Roma, nel 1870, si affrettano a fare un'eccezione al loro programma di cacciare i religiosi, quelli della Compagnia di Gesù innanzitutto.
Il governo dell'Italia anticlericale e massonica fa votare così dal Parlamento una legge speciale per mantenere come direttore a vita dell'Osservatorio già papale il padre Angelo Secchi, uno dei maggiori studiosi del secolo, tra i fondatori dell'astrofisica, uomo la cui fama è talmente universale che petizioni giungono da tutto il mondo civile per ammonire i responsabili della "nuova Italia" che non intralcino un lavoro giudicato prezioso per tutti.
Se la scienza sembra emigrare, a partire dal Seicento, prima nel Nord Europa e poi oltre Atlantico - fuori, cioè, dall'orbita di regioni cattoliche - le cause sono legate al diverso corso assunto dalla scienza stessa. Innanzitutto, i nuovi, costosi strumenti (dei quali proprio Galileo è tra i pionieri) esigono fondi e laboratori che solo i Paesi economicamente sulla cresta dell'onda possono permettersi, non certo l'Italia occupata dagli stranieri o la Spagna in declino, rovinata dal suo stesso trionfo.
La scienza moderna, poi, a differenza di quella antica, si lega direttamente alla tecnologia, cioè alla sua utilizzazione diretta e concreta. Gli antichi coltivavano gli studi scientifici per se stessi, per gusto della conoscenza gratuita, pura. 1 greci, ad esempio, conoscevano le possibilità del vapore di trasformarsi in energia ma, se non adattarono a macchina da lavoro quella conoscenza, è perché non avrebbero considerato degno di un uomo libero, di un "filosofo" come era anche lo scienziato, darsi a simili attività "utilitarie". (Un atteggiamento che contrassegna del resto tutte le società tradizionali: i cinesi, che da tempi antichissimi fabbricavano la polvere nera, non la trasformarono mai in polvere da sparo per cannoni e fucili, come fecero poi gli europei del Rinascimento, ma l'impiegarono solo per fini estetici, per fare festa con i fuochi artificiali. E gli antichi egizi riservavano le loro straordinarie tecniche edilizie solo a templi e tombe, non per edifici "profani").
E' chiaro che, da quando la scienza si mette al servizio della tecnologia, essa può svilupparsi soprattutto tra popoli, come quelli nordici, che conoscono una primissima rivoluzione industriale; che hanno - come gli olandesi o gli inglesi - grandi flotte da costruire e da utilizzare; che abbisognano di equipaggiamento moderno per gli eserciti, di infrastrutture territoriali, e così via. Mentre, cioè, prima, la scienza era legata solo all'intelligenza, alla cultura, alla filosofia, all'arte stessa, a partire dall'epoca moderna è legata al commercio, all'industria, alla guerra. Al denaro, insomma.
Che questa - e non la pretesa "persecuzione cattolica" di cui, l'abbiamo visto, parlano anche storici cattolici - sia la causa della relativa inferiorità scientifica dei popoli restati legati a Roma, lo dimostra anche l'intolleranza protestante di cui quasi mai si parla e che è invece massiccia e precoce. Copernico, da cui tutto inizia (e nel cui nome Galileo sarebbe stato "perseguitato") è un cattolicissimo polacco. Anzi, è addirittura un canonico che installa il suo rudimentale osservatorio su un torrione della cattedrale di Frauenburg. L'opera fondamentale che pubblica nel 1543 - La rotazione dei corpi celesti - è dedicata al papa Paolo III, anch'egli, tra l'altro, appassionato astronomo. L'imprimatur è concesso da un cardinale proveniente da quei domenicani nel cui monastero romano Galileo ascolterà la condanna.
Il libro del canonico polacco ha però una singolarità: la prefazione è di un protestante che prende le distanze da Copernico, precisando che si tratta solo di ipotesi, preoccupato com'è di possibili conseguenze per la Scrittura. Il primo allarme non è dunque di parte cattolica: anzi, sino al dramma finale di Galileo, si succedono ben undici papi che non solo non disapprovano la teoria "eliocentrica" copernicana, ma spesso l'incoraggiano. Lo scienziato pisano stesso è trionfalmente accolto a Roma e fatto membro dell'Accademia pontificia anche dopo le sue prime opere favorevoli al sistema eliocentrico.
Ecco, invece, la reazione testuale di Lutero alle prime notizie sulle tesi di Copernico: "La gente presta orecchio a un astrologo improvvisato che cerca in tutti i modi di dimostrare che è la Terra a girare e non il Cielo. Chi vuol far sfoggio di intelligenza deve inventare qualcosa e spacciarlo come giusto. Questo Copernico, nella sua follia, vuol buttare all'aria tutti i princìpi dell'astronomia". E Melantone, il maggior collaboratore teologico di fra Martino, uomo in genere piuttosto equilibrato, qui si mostra inflessibile: "Simili fantasie da noi non saranno tollerate".
Non si trattava di minacce a vuoto: il protestante Keplero, fautore del sistema copernicano, per sfuggire ai suoi correligionari che lo giudicano blasfemo perché parteggia per una teoria creduta contraria alla Bibbia, deve scappare dalla Germania e rifugiarsi a Praga, dopo essere stato espulso dal collegio teologico di Tubinga. Ed è significativo quanto ignorato (come, del resto, sono ignorate troppe cose in questa vicenda) che giunga al "copernicano" e riformato Keplero un invito per insegnare proprio nei territori pontifici, nella prestigiosissima università di Bologna.
Sempre Lutero ripeté più volte: "Si porrebbe fuori del cristianesimo chi affermasse che la Terra ha più di seimila anni". Questo "letteralismo", questo "fondamentalismo" che tratta la Bibbia come una sorta di Corano (non soggetta, dunque a interpretazione) contrassegna tutta la storia del protestantesimo ed è del resto ancora in pieno vigore, difeso com'è dall'ala in grande espansione - negli Usa e altrove - di Chiese e nuove religioni che si rifanno alla Riforma.
A proposito di università (e di "oscurantismo"): ci sarà pure una ragione se, all'inizio del Seicento, proprio quando Galileo è sulla quarantina, nel pieno del vigore della ricerca, di università - questa tipica creazione del Medio Evo cattolico - ce ne sono 108 in Europa, alcune altre nelle Americhe spagnole e portoghesi e nessuna nei territori non cristiani. E ci sarà pure una ragione se le opere matematiche e geometriche degli antichi (prima fra tutte quelle di Euclide) che costituirono la base fondamentale per lo sviluppo della scienza moderna, giunsero a noi soltanto perché ricopiate dai monaci benedettini e, appena inventata la tipografia, stampate sempre a cura di religiosi. Qualcuno ha addirittura rilevato che, proprio in quell'inizio del Seicento, è un Grande Inquisitore di Spagna che fonda a Salamanca la facoltà di scienze naturali dove si insegna con favore la teoria copernicana...
Storia complessa, come si vede. Ben più complessa di come abitualmente ce la raccontino. Bisognerà parlarne ancora.
180. Galileo Galilei /3
Qualcuno ha fatto notare un paradosso: è infatti più volte successo che la Chiesa sia stata giudicata attardata, non al passo con i tempi. Ma il prosieguo della storia ha finito col dimostrare che, se sembrava anacronistica, è perché aveva avuto ragione troppo presto.
E' successo, ad esempio, con la diffidenza per il mito entusiastico della "modernità", e del conseguente "progresso", per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX. Adesso, uno storico come Émile Poulat può dire: "Pio IX e gli altri papi "reazionari" erano in ritardo sul loro tempo ma sono divenuti dei profeti per il nostro. Avevano forse torto per il loro oggi e il loro domani: ma avevano visto giusto per il loro dopodomani, che è poi questo nostro tempo postmoderno che scopre l'altro volto, quello oscuro, della modernità e del progresso".
E' successo, per fare un altro esempio, con Pio XI e Pio XII, le cui condanne del comunismo ateo erano sino a ieri sprezzate come "conservatrici", "superate", mentre ora quelle cose le dicono gli stessi comunisti pentiti (quando hanno sufficiente onestà per riconoscerlo) e rivelano che quegli "attardati" di papi avevano una vista che nessun altro ebbe così acuta. Sta succedendo, per fare un altro esempio, con Paolo VI, il cui documento che appare e apparirà sempre più profetico è anche quello che fu considerato il più "reazionario": l'Humanae Vitae.
Oggi siamo forse in grado di scorgere che il paradosso si è verificato anche per quel "caso Galileo" che ci ha tenuti impegnati per i due frammenti precedenti.
Certo, ci si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente scienza sperimentale. Ma facile è giudicare con il senno di poi: come si è visto, i protestanti furono qui assai meno lucidi; anzi, assai più intolleranti dei cattolici. E certo che in terra luterana o calvinista Galileo sarebbe finito non in villa, ospite di gerarchi ecclesiastici, ma sul patibolo.
Dai tempi dell'antichità classica sino ad allora, in tutto l'Occidente, la filosofia comprendeva tutto lo scibile umano, scienze naturali comprese: oggi ci è agevole distinguere, ma a quei tempi non era affatto così; la distinzione cominciava a farsi strada tra lacerazioni ed errori.
D'altro canto, Galileo suscitava qualche sospetto perché aveva già mostrato di sbagliare (sulle comete, ad esempio) e proprio su quel suo prediletto piano sperimentale; non aveva prove a favore di Copernico, la sola che portava era del tutto erronea. Un santo e un dotto della levatura di Roberto Bellarmino si diceva pronto - e con lui un'altra figura di altissima statura come il cardinale Baronio - a dare alla Scrittura (la cui lettera sembrava più in sintonia col tradizionale sistema tolemaico) un senso metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo dopo.
Uno studioso come Georges Bené pensa addirittura che il ritiro deciso dal Sant'Uffizio del libro di Galileo fosse non solo legittimo ma doveroso, e proprio sul piano scientifico: "Un po' come il rifiuto di un articolo inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna rivista scientifica". D'altro canto, lo stesso Galileo mostrò come, malgrado alcuni giusti princìpi da lui intuiti, il rapporto scienza-fede non fosse chiaro neppure per lui. Non era sua, ma del cardinal Baronio (e questo riconferma l'apertura degli ambienti ecclesiastici) la formula celebre: "L'intento dello Spirito Santo, nell'ispirare la Bibbia, era insegnarci come si va al Cielo, non come va il cielo".
Ma tra le cose che abitualmente si tacciono è la sua contraddizione, l'essersi anch'egli impelagato nel "concordismo biblico": davanti al celebre versetto di Giosuè che ferma il Sole non ipotizzava per niente un linguaggio metaforico, restava anch'egli sul vecchio piano della lettura letterale, sostenendo che Copernico poteva dare a quella "fermata" una migliore spiegazione che Tolomeo. Mettendosi sullo stesso piano dei suoi giudici, Galileo conferma quanto fosse ancora incerta la distinzione tra il piano teologico e filosofico e quello della scienza sperimentale.
Ma è forse altrove che la Chiesa apparve per secoli arretrata, perché era talmente in anticipo sui tempi che soltanto ora cominciamo a intuirlo. In effetti - al di là degli errori in cui possono essere caduti quei dieci giudici, tutti prestigiosi scienziati e teologi, nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, e forse al di là di quanto essi stessi coscientemente avvertivano - giudicando una certa baldanza (se non arroganza) di Galileo, stabilirono una volta per sempre che la scienza non era né poteva divenire una nuova religione; che non si lavorava per il bene dell'uomo e neppure per la Verità, creando nuovi dogmi basati sulla "Ragione- al posto di quelli basati sulla Rivelazione. "La condanna temporanea (donec corrigatur, fino a quando non sia corretta, diceva la formula) della dottrina eliocentrica, che dai suoi paladini era presentata come verità assoluta, salvaguardava il principio fondamentale che le teorie scientifiche esprimono verità ipotetiche, vere ex suppositione, per ipotesi e non in modo assoluto". Così uno storico d'oggi. Dopo oltre tre secoli di quella infatuazione scientifica, di quel terrorismo razionalista che ben conosciamo, c'è voluto un pensatore come Karl Popper per ricordarci che inquisitori e Galileo erano, malgrado le apparenze, sullo stesso piano. Entrambi, infatti, accettavano per fede dei presupposti fondamentali sulla cui base costruivano i loro sistemi. Gli inquisitori accettavano come autorità indiscutibili (anche sul piano delle scienze naturali) la Bibbia e la Tradizione nel loro senso più letterale. Ma anche Galileo e, dopo di lui, tutta la serie infinita degli scientisti, dei razionalisti, degli illuministi, dei positivisti - accettava in modo indiscusso, come nuova Rivelazione, l'autorità del ragionare umano e dell'esperienza dei nostri sensi.
Ma chi ha detto (e la domanda è di un laico agnostico come Popper) - se non un'altra specie di fideismo - che ragione ed esperienza, che testa e sensi ci comunichino il "vero"? Come provare che non si tratta di illusioni, così come molti considerano illusioni le convinzioni su cui si basa la fede religiosa? Soltanto adesso, dopo tanta venerazione e soggezione, diveniamo consapevoli che anche le cosiddette "verità scientifiche" non sono affatto "verità" indiscutibili a priori, ma sempre e solo ipotesi provvisorie, anche se ben fondate (e la storia in effetti è lì a mostrare come ragione ed esperienza non abbiano preservato gli scienziati da infinite, clamorose cantonate, malgrado la conclamata "oggettività e infallibilità della Scienza").
Questi non sono arzigogoli apologetici, sono dati ben fondati sui documenti: sino a quando Copernico e tutti i copernicani (numerosi, lo abbiamo visto, anche tra i cardinali, magari tra i papi stessi) restarono sul piano delle ipotesi, nessuno ebbe da ridire, il Sant'Uffizio si guardò bene dal bloccare una libera discussione sui dati sperimentali che via via venivano messi in campo.
L'irrigidimento avviene soltanto quando dall'ipotesi si vuol passare al dogma, quando si sospetta che il nuovo metodo sperimentale in realtà tenda a diventare religione, quello "scientismo" in cui in effetti degenererà. "In fondo, la Chiesa non gli chiedeva altro che questo: tempo, tempo per maturare, per riflettere quando, per bocca dei suoi teologi più illuminati, come il santo cardinale Bellarmino, domandava al Galilei di difendere la dottrina copernicana ma solo come ipotesi e quando, nel 1616, metteva all'Indice il De revolutionibus di Copernico solo donec corrigatur, e cioè finché non si fosse data forma ipotetica ai passi che affermavano il moto della Terra in forma assoluta. Questo consigliava Bellarmino: raccogliete i materiali per la vostra scienza sperimentale senza preoccuparvi, voi, se e come possa organizzarsi nel corpus aristotelico. Siate scienziati, non vogliate fare i teologi!" (Agostino Gemelli).
Galileo non fu condannato per le cose che diceva; fu condannato per come le diceva. Le diceva, cioè, con un'intolleranza fideistica, da missionario del nuovo Verbo che spesso superava quella dei suoi antagonisti, pur considerati "intolleranti" per definizione. La stima per lo scienziato e l'affetto per l'uomo non impediscono di rilevare quei due aspetti della sua personalità che il cardinale Paul Poupard ha definito come "arroganza e vanità spesso assai vive". Nel contraddittorio, il Pisano aveva di fronte a sé astronomi come quei gesuiti del Collegio Romano dai quali tanto aveva imparato, dai quali tanti onori aveva ricevuto e che la ricerca recente ha mostrato nel loro valore di grandi, moderni scienziati anch'essi "sperimentali".
Poiché non aveva prove oggettive, è solo in base a una specie di nuovo dogmatismo, di una nuova religione della Scienza che poteva scagliare contro quei colleghi espressioni come quelle che usò nelle lettere private: chi non accettava subito e tutto il sistema copernicano era (testualmente) "un imbecille con la testa tra le nuvole", uno "appena degno di essere chiamato uomo", "una macchia sull'onore del genere umano", uno "rimasto alla fanciullaggine"; e via insultando. In fondo, la presunzione di essere infallibile sembra più dalla sua parte che da quella dell'autorità ecclesiastica.
Non si dimentichi, poi, che, precorrendo anche in questo la tentazione tipica dell'intellettuale moderno, fu quella sua "vanità", quel gusto di popolarità che lo portò a mettere in piazza, davanti a tutti (con sprezzo, tra l'altro della fede dei semplici), dibattiti che proprio perché non chiariti dovevano ancora svolgersi, e a lungo, tra dotti. Da qui, tra l'altro, il suo rifiuto del latino: "Galileo scriveva in volgare per scavalcare volutamente i teologi e gli altri scienziati e indirizzarsi all'uomo comune. Ma portare questioni così delicate e ancora dubbie immediatamente a livello popolare era scorretto o, almeno, era una grave leggerezza" (Rino Cammilleri).
Di recente, 1`erede" degli inquisitori, il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, cardinale Ratzinger, ha raccontato di una giornalista tedesca - una firma famosa di un periodico laicissimo, espressione di una cultura "progressista" - che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo. Naturalmente, il cardinale si aspettava le solite geremiadi sull'oscurantismo e dogmatismo cattolici. Invece, era il contrario: quella giornalista voleva sapere "perché la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito di continuare un lavoro che è all'origine del terrorismo degli scienziati, dell'autoritarismo dei nuovi inquisitori: i tecnologi, gli esperti...". Ratzinger aggiungeva di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice era una persona aggiornata, era passata dal culto tutto "moderno" della Scienza alla consapevolezza "postmoderna" che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote di una nuova fede totalitaria.
Sulla strumentalizzazione propagandistica che è stata fatta di Galileo, trasformato - da uomo con umanissimi limiti, come tutti, quale era - in un titano del libero pensiero, in un profeta senza macchia e senza paura, ha scritto cose non trascurabili la filosofa cattolica (uno dei pochi nomi femminili di questa disciplina) Sofia Vanni Rovighi. Sentiamo:
"Non è storicamente esatto vedere in Galileo un martire della verità, che alla verità sacrifica tutto, che non si contamina con nessun altro interesse, che non adopera nessun mezzo extra-teorico per farla trionfare, e dall'altra parte uomini che per la verità non hanno alcun interesse, che mirano al potere, che adoperano solo il potere per trionfare su Galileo. In realtà ci sono invece due parti, Galileo e i suoi avversari, l'una e l'altra convinte della verità della loro opinione, l'una e l'altra in buona fede ma che adoperano l'una e l'altra anche mezzi extra-teorici per far trionfare la tesi che ritengono vera. Né bisogna dimenticare che, nel 1616, l'autorità ecclesiastica fu particolarmente benevola con Galileo e non lo nominò neppure nel decreto di condanna e nel 1633, sebbene sembrasse procedere con severità, gli concesse ogni possibile agevolazione materiale. Secondo il diritto di allora, prima, durante e, se condannato, dopo la procedura, Galileo avrebbe dovuto essere in carcerato; e invece non solo in carcere non fu neanche per un'ora, non solo non subì alcun maltrattamento, ma fu alloggiato e trattato con ogni conforto".
Ma continua la Vanni Rovighi, quasi con particolare sensibilità femminile verso le povere figlie del grande scienziato: "Non è poi equo operare con due pesi e due misure e parlare di delitto contro lo spirito quando si allude alla condanna di Galileo, ma non battere ciglio quando si narra della monacazione forzata che egli impose alle sue due figliuole giovinette, facendo di tutto per eludere le savie leggi ecclesiastiche che tutelavano la dignità e libertà personale delle giovani avviate alla vita religiosa, col fissare un limite minimo di età per i voti. Si osserverà che quell'azione di Galileo va giudicata tenendo presente l'epoca storica, che Galileo cercò di rimediare, di farsi perdonare quella violenza, usando gran e bontà soprattutto verso Virginia, divenuta suor Maria Celeste; e noi troviamo giustissime queste considerazioni, ma domandiamo che egual metro di comprensione storica e psicologica venga usato anche quando si giudicano gli avversari di Galileo".
Prosegue la studiosa: "Occorrerà anche tenere presente questo: quando si condanna severamente l'autorità che giudicò Galileo ci si mette da un punto di vista morale (da un punto di vista intellettuale, infatti, è pacifico che ci fu errore nei giudici; ma l'errore non è delitto e non si dimentichi mai che ciò non riguarda affatto la fede: sia il giudizio del 1616 che quello del 1633 sono decreti di una Congregazione romana approvati dal papa in forma communi e come tali non cadono sotto la categoria delle affermazioni nelle quali la Chiesa è infallibile; si tratta di decreti di uomini di Chiesa, non certo di dogmi della Chiesa). Se ci si pone, dunque, a un punto di vista morale, non bisogna confondere questo valore con il successo. Tanto vale il tormento dello spirito del grande Galileo quanto il tormento dello spirito sconvolto della povera suor Arcangela, monacata a forza dal padre a 12 anni. E se poi si osserva che - diamine! - Galileo è Galileo, mentre suor Arcangela non è che un'oscura donnetta, per concludere almeno implicitamente che tormentare l'uno è colpa ben più grave che tormentare l'altra, ci si lascia affascinare dal potere e dal successo. Ma da questo punto di vista non ha più senso parlare di spirito: né per stigmatizzare i delitti compiuti contro di esso né per esaltarne le vittorie".
Nella "Lettera alla Granduchessa Cristina", Galileo si fece giudice ed esegeta "scientifico" della Bibbia, dicendo - in merito all'arresto del sole e della luna al comando di Giosue' - che "coll'aiuto del sistema Copernicano noi abbiamo il senso facile, letterale e chiaro del comando".
Inoltre,
"[...] Galileo aveva scritto che alcune volte le Scritture "oscurano" il loro proprio significato. Nella copia mandata a Roma la parola "oscurano" era cambiata in "pervertono". Questa e l'altra parola contraffatta, "falso", furono le uniche due criticate dal consultore del Santo Uffizio al quale la lettera era stata sottoposta. La lettera nell'insieme fu trovata in accordo con l'insegnamento cattolico".
(cit. in James Brodrick s.j., "S. Roberto Bellarmino", Ancora, Milano 1965, p. 431-432 e 436)
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