Visualizzazione post con etichetta La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale). Mostra tutti i post

domenica 18 agosto 2013

La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale) - ( 24° ed ultima parte).







 
 
 
Conclusioni su uno studio



La mia intenzione fin dal principio di questo studio è stata quella di mostrare la Monarchia per ciò che concerne la sua organicità e perfezione nell'ambito della Cristianità : La Monarchia Tradizionale. Partendo dalla forma Monarchica simbolo della grandezza di questa istituzione ho narrato delle sue degenerazioni nelle varie parti d'Europa, dall'assolutismo alla francese al liberalismo frutto diretto della Rivoluzione politica.
Ho voluto in questa serie di scritti far rendere conto ad ogni lettore , ad ogni persona che ricerca la Verità, la differenza abissale che c'è tra la Monarchia Tradizionale (profondamente Cristiana e organica) e la Monarchia assoluta (accentratrice e cesaristica) e quella liberale/Costituzionale (svuotata di ogni significato dove il Re è un fantoccio nelle mani del parlamento).
Molti , innamorati dell'aspetto e non del contenuto , hanno espresso il loro disappunto riguardo al fatto che ho inserito nelle "degenerazioni monarchiche" l'assolutismo. Essi , parlando da conservatori o semplici ignoranti in materia , hanno espresso affermazioni che non solo dimostravano la degenerazione della forma assolutistica di fronte alla Monarchia Tradizionale ma sottolineavano la loro inclinazione prettamente conservatrice e assolutamente scevra dal pensiero Tradizionalista.
Per capire ciò bisogna riassumere in breve ciò che in ventitré parti è stato raccontato:




1) La nozione:  Il termine assolutismo si diffonde nei circoli liberali della prima metà del secolo XIX per indicare un esercizio giudicato illimitato della sovranità politica da parte della monarchia. Assolutismo viene a volte erroneamente associato a tirannide e a dispotismo, regimi prevalentemente monocratici con particolare dilatazione del momento potestativo. In base ai criteri presenti sin dall'antichità classica nella riflessione politica, l'assolutismo differisce dalla tirannide in primo luogo perché non vi assume sostanziale rilevanza il vantaggio personale del monocrate, secondariamente perché non se ne discute la legittimità di origine; ancor più differisce dal dispotismo, rapporto fra governante e governati analogo a quello fra padrone e schiavi, totalmente arbitrario e normalmente brutale, tipico dei popoli pagani o eretici  —come quelli del medio oriente e asiatici — predisposti alla schiavitù e a comportamenti irrispettosi verso gli umili.


 

2) La Monarchia Tradizionale e le sue differenze con l'assolutismo: Il fenomeno assolutistico si situa , come abbiamo ben visto, cronologicamente in modo eterogeneo ma grossomodo situato fra la fine del secolo XV —seppure con segnali iniziali nei due secoli precedenti— e la fine del secolo XVIII, interessando pressoché tutte le monarchie europee, anche se il suo esempio più vivo lo si trova  in Francia , dove lo si identifica con l'«ancien régime» da cui muove ogni storia della nefasta Rivoluzione dell'Ottantanove. L'assolutismo vede in tesi il sovrano sciolto, «solutus», dalla subordinazione nei confronti della legge e da ogni obbligazione nei confronti di altri soggetti istituzionali, discostandosi in ciò dalla monarchia medioevale (Tradizionale), che non conosce l'idea di sovranità nel senso di pienezza, unicità ed esclusività del potere statuale. Nella società medioevale il potere è policentrico: feudi, città, ceti, corporazioni possiedono un proprio ambito di sovranità, all'interno di un sistema gerarchico in cui doveri e diritti sono —spesso meticolosamente— specificati. Il compito del Re è essenzialmente giudiziario: in primo luogo "dire la giustizia", cioè promulgare ciò che si scopre nell'ambito delle consuetudini o si precisa giurisprudenzialmente, piuttosto che fare nuove leggi; in secondo luogo rendere giustizia, ovvero dare a ciascuno quanto gli conviene in base a diritti che l'autorità politica non stabilisce e non revoca a piacimento. Il potere del monarca trova i suoi limiti in alto nella legge divina, sia naturale —alla quale significativamente viene ricondotto il diritto consuetudinario— che positiva; in basso nella legge del regno, nelle procedure legali, nelle prerogative riconosciute di persone e di corpi. Il Re è dunque subordinato non solo a Dio, ma anche alla legge, il cui rispetto lo conferma nella regalità: «lex supra regem, quia lex facit regem». Tale subordinazione non è pura autolimitazione del sovrano, ma è effettivamente esigibile secondo varie modalità: dalla mancata registrazione delle ordinanze regie da parte degli organi a ciò preposti, alla rivolta feudale o cittadina —concepita come legittima difesa contro gli abusi dell'autorità regale—, all'inflizione di sanzioni canoniche. Il Papato e l'Impero costituiscono i termini al vertice di questo sistema di limiti.



3) Il pensiero alla base dell'assolutismo : Nel secolo XIII, all'apice della parabola storica della monarchia medioevale, inizia a manifestarsi una nuova idea di sovranità, frutto di molteplici influssi filosofici ed eretici . I filosofi e teologi Giovanni Duns Scoto (1266-1308), scozzese, e Guglielmo di Occam (fra il 1295 e il 1300-1350 ca.), inglese, sostenendo il primato della volontà sull'intelletto tanto nell'ordine divino che in quello umano, e asserendo —in contrasto con il pensiero di san Tommaso d'Aquino (1225 ca.-1274)— che la norma di diritto naturale non trae valore dalla sua intrinseca razionalità, ma dall'arbitrario comando divino che la prescrive agli uomini, introducono nel campo della filosofia e della teologia una concezione che, sviluppata sul piano giuridico e politico, conduce all'idea della sovranità come fonte del diritto, cioè a un positivismo giuridico. Già Marsilio da Padova (1275 ca.-1342 ca.), docente all'università di Parigi, poi consigliere del principe Ludovico il Bavaro (1287-1347), da un lato enfatizza l'elemento formale della legge —la sua imperatività e coattività—, dall'altro ne attribuisce il contenuto a una volontà suprema, creatrice e arbitraria —«legislator humanus»— da cui dipenderebbero sia il «principatus» che il «sacerdotium». Seguendo l'interpretazione naturalistica di Aristotele (384-322 a.C.), trasmessa in Europa dal filosofo arabo noto come Averroè (1126-1198), separa ragione e rivelazione cristiana e riduce la religione a un fatto privato, estraneo alle questioni secolari o addirittura sottomesso al potere temporale per quanto attiene alle sue conseguenze pubbliche. Nello stesso periodo i giuristi —legisti—, al servizio delle sorgenti monarchie nazionali, teorizzano l'indipendenza del sovrano prima dall'autorità del Papa e poi dell'Imperatore — in quanto «superiorem non recognoscens», e in regno suo «imperator» —, attribuendogli quindi la prerogativa imperiale, riesumata dal tardo diritto romano, di essere esclusiva fonte della legge — «solus conditor legis» —, alla cui dignità assurge ogni suo volere, «quod principi placuit legis habet vigorem». L'eretico monaco tedesco Martin Lutero (1483-1546), padre della blasfema Riforma protestante, riprende e inasprisce, con il suo radicale pessimismo nei riguardi della natura umana decaduta, un malinteso agostinismo politico che trascura l'aspetto ragionevole e benevolo dell'autorità, e prescrive la cieca ubbidienza dei sudditi nei confronti di un potere inflessibile finalizzato a reprimere il disordine introdotto nel mondo dal peccato. Il francese Jean Bodin (1529-1596), giurista e funzionario regio, definisce la sovranità come supremo potere, sciolto dalle leggi, sui sudditi: «summa in cives ac subditos legibusque soluta potestas»; potere assoluto in quanto non ammette controlli politici o giurisdizionali, indivisibile in quanto non ammette, come nel Medioevo, ambiti di condivisione. Il diabolico uomo politico e scrittore fiorentino Niccolò Machiavelli (1469-1527) sancisce la separazione di politica e morale: anche quanti rifiutano l'immoralità dei mezzi da lui proposti al Principe finiscono per concepire l'agire politico nei termini di una ragion di stato che, intesa come puro comportamento razionale rispetto a uno scopo, si legittima esclusivamente attraverso i risultati. Per il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) è tale razionalità formale, e non limiti etici e giuridici, a rendere non arbitrario un potere assoluto che egli invoca, anche nei suoi aspetti più brutali, come rimedio alla conflittualità sociale — frutto della malvagità umana — che minaccia l'incolumità individuale e la proprietà. Il complesso edificio sociale medioevale viene da lui ridotto al rapporto non mediato fra sovrano e individuo, che anticipa la sostanza di ogni futuro individualismo politico. A tali e a tanti altri autori di spicco si aggiunge la pletora di scrittori politici — particolarmente giuristi, funzionari regi e membri dei nuovi ceti economici e sociali su cui la monarchia si appoggia nella lotta contro i poteri feudali — non spassionatamente fautori della dilatazione della sovranità.

Con la progressiva elaborazione delle teorie assolutistiche si afferma l'idea che il regnante non sia solo un elemento, per quanto vessillare e riepilogativo, dell'ordine sociale, ma che quest'ultimo promani integralmente dalla sua persona. Se nel Medioevo la reciprocità di obblighi fra sovrano e sudditi è resa manifesta nel cerimoniale d'ingresso del re nelle città, nell'età dell'assolutismo l'universale assoggettamento al sovrano si evidenzia nella straordinaria importanza attribuita alla corte, punto focale del regno, dove il monarca attira la nobiltà, distraendola dalle sue responsabilità giurisdizionali e politiche e allontanandola dal popolo. Durante l'assolutismo emergono molti caratteri del moderno Stato centralista: l'unificazione giuridica del paese, la sostituzione delle élite tradizionali con una burocrazia professionale responsabile solo verso il sovrano, la limitazione delle autonomie locali e del ruolo dei parlamenti, l'aumento della fiscalità —sempre meno subordinata all'approvazione dei soggetti su cui grava—, l'esercito permanente. Quasi sempre le nuove istituzioni non si sostituiscono traumaticamente ma si affiancano alle vecchie, svuotandole di prestigio e di potere effettivo. Lo storico e pensatore politico francese Alexis de Tocqueville (1805-1859), considerando il «dispotismo ministeriale» e la generale caduta di tono della società di fronte al potere centrale durante l'ancien régime, sottolinea l'aspetto di continuità fra questo e la Rivoluzione francese nell'opera di centralizzazione e di livellamento sociale; giudizio ripreso dallo storico pure francese François Furet (1927-1997): "[...] la monarchia amministrativa svuota la società d'ordini di ogni sua vera sostanza e spiana la strada non tanto all'uguaglianza delle condizioni quanto all'egualitarismo come valore".



4) Un bilancio dell'assolutismo e delle degenerazioni seguenti: Gli storici Roland Mousnier (1907-1993), francese, e Fritz Hartung (1883-1972), tedesco, segnalando il persistere di errate identificazioni fra assolutismo e dispotismo, tirannide e, addirittura, totalitarismo, hanno messo in guardia dal ravvisare assolutismo solo dove se ne incarna l'estremo limite concettuale: dove, secondo le idee di Machiavelli e di Hobbes, il monarca ha il potere di legiferare senza riferimento a una legge eterna o a un codice di princìpi ideali, senza restrizione da parte di alcuna persona, gruppo o corpo costituzionale all'interno dello Stato, o di alcuna autorità esterna. Certo non stupisce la distanza da tale condizione limite agli esordi tardo-medioevali del nascente assolutismo, quando Claude de Seyssel (1450-1520), membro del Consiglio del re di Francia, scrive di Francesco I di Valois-Angoulême (1494-1547): "E benché egli abbia tutta la forza e l'autorità di comandare e di fare ciò che vuole, questa immensa libertà è regolata, limitata e vincolata da buone leggi e ordinanze, e dalla moltitudine e varietà di funzionari che stanno vicino alla sua persona, o preposti nei diversi luoghi del suo regno".

Meno noto è che nel secolo XVIII, all'apogeo storico dell'assolutismo, i re di Francia e i loro cancellieri proclamino la felice impotenza di alterare le leggi fondamentali del regno per quanto attiene allo status, all'onore e alla proprietà dei sudditi — pratica quotidiana e indiscussa di qualsiasi odierno parlamento democratico. Come scrive il francese Bertrand de Jouvenel (1903-1987), economista e teorico della politica, "lo stato monarchico sembra oggi incomprensibile: nessuno sopporterebbe il riferimento, da parte di coloro che gestiscono il potere, ad un diritto senza limiti e senza regole, appartenente ad un uomo. Difatti, questo diritto non esisteva: esso è assolutamente moderno. Questa concezione, per mezzo della quale dei teorici estremisti avevano creduto di affermare l'autorità regia su più solide basi, ha finito per distruggerla; ma essa non è morta con quest'ultima, al contrario, ha ripreso a vivere al servizio di una nuova autorità", ovvero il Popolo «sovrano». Se l'assolutismo non ha realizzato tutte le potenzialità in esso latenti, lo si deve al retaggio, per quanto affievolito, delle concezioni e degli istituti della civiltà cristiana medioevale, nonché a una residua strutturazione della società, frutto di tale passato. I limiti costituiti dalla legge di Dio — tanto naturale che positiva —, dalle leggi fondamentali dello Stato, dalle prerogative naturali e storiche dei corpi intermedi, scompariranno con la secolarizzazione del potere, con il positivismo e con il monismo giuridici — che attribuiscono allo Stato la creazione del diritto ed escludono la collaborazione all'ordine giuridico degli altri soggetti sociali —, con la finzione della sovranità popolare, con la destrutturazione della società: in altre parole, con la deriva totalitaria dello Stato moderno a partire dalla Rivoluzione francese che conduce al liberalismo e al totalitarismo del secolo XIX e XX , o al democraticismo menzognero dell'ora presente.




In definitiva , se dovessimo tirare le somme essenziali che ci mostrino la degenerazione dell'istituzione Monarchica dalla sua forma per eccellenza (Monarchia Tradizionale) alle degenerazioni estremiste dell'assolutismo e del liberalismo/costituzionalismo possiamo schematizzarlo così:

1) Degenerazione di primo passaggio : dalla Monarchia Tradizionale (profondamente Cristiana e organica) si comincia a spostare l'asse istituzionale da una organicità connessa in modo meticoloso ad un accentramento graduale ma costante del potere nelle mani del Sovrano.

2) Degenerazione di secondo passaggio: la situazione creata  dall'assolutismo provoca un allontanamento socio-politico dai fondamenti Cristiani diffondendo tra la gente l'ambizione sfrenata , l'arrivismo senza regole,  creando disordini che portano alla destabilizzazione dell'intera struttura monarchica svuotandola di ogni significato : Monarchia liberale/Costituzionale.

3) Degenerazione di terzo passaggio: la Monarchia perde ogni significato , ogni ruolo ad essa appartenente , figurando solo come un vecchio retaggio facilmente sostituibile dal politicante al potere.

Spero che il mio intento di spiegar la Verità su cosa sia la Monarchia Tradizionale (unica e vera Monarchia Cristiana , ideale politico da Noi difeso) sia servito a far comprendere che ogni simpatia per assolutismo o costituzionalismo/liberalismo si traduce in un'incomprensione totale della Vera Monarchia da parte del simpatizzante. Della Monarchia , come per molte altre  cose , non ci si deve innamorare della cornice ma ben si del contenuto , di ciò che la rende realmente la migliore tra le istituzioni politiche.




Fine...


Fonte:

http://www.storialibera.it/


Scritto da:

Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.

mercoledì 14 agosto 2013

La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale) - (Parte 23°).

 
 



Nicola II di Russia
Lo zar Martire


Il 1° novembre 1894, giorno della morte di Alessandro III di Russia , Nikolaj Aleksandrovič Romanov ottenne formalmente il Trono di Russia; tuttavia il cugino e amico d'infanzia Aleksandr Michajlovič Romanov riferì che quel giorno lo vide scosso e disperato. Infatti fino ad allora non aveva mai ricoperto posizioni di responsabilità e lui stesso disse in lacrime al cugino:
« Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri. »
Nicola II
Nicola II di Russia.
Questa inesperienza sarebbe stata determinante per la grande influenzabilità da lui dimostrata nei primi anni del suo regno, e per comprendere la priorità più volte manifestata da Nicola II verso problemi di carattere familiare e privato di fronte agli affari di Stato (come la fiducia data a Rasputin anche in questioni di primario carattere governativo, derivata dal fatto che quest'ultimo avrebbe avuto straordinario potere riguardo alla salute dello zarevič Aleksej).
Il 14 novembre Nikolaj Aleksandrovič sposò la granduchessa Alessandra nella cappella del Palazzo d'Inverno. Pochi giorni prima, la futura Zarina abbandonò l'eresia protestante per essere battezzata in un altro tipo di eresia "moderata" , l'ortodossia, assumendo il nome russo di Alessandra Feodorovna. I primi giorni di matrimonio, che coincisero anche con i primi del suo regno, videro il giovane Nicola II molto combattuto tra una vita famigliare che lo appagava e gli impegni istituzionali che gravavano su di lui. La sua pagina di diario del 17 novembre è emblematica:
« Con Alix sono immensamente felice. Peccato che gli affari di Stato mi prendano tanto tempo. Preferirei trascorrere con lei tutte queste ore.»
Il 26 maggio 1896 venne  incoronato Nicola II zar di tutte le Russie e Basileus della Chiesa Ortodossa russa. Sin dai primi giorni di regno i contemporanei videro in alcuni avvenimenti i presagi di future disgrazie. Il più citato di questi avvenimenti è la tragedia del campo di Chodynka presso Mosca, nel corso dei festeggiamenti per l'incoronazione. A causa della cattiva organizzazione di argini e impalcature atte a contenere la folla, cosa non casuale ma voluta da settari oppositori del governo legittimo,  1400 persone morirono schiacciate. Ancora sotto la forte influenza degli zii Vladimir, Pavel e Sergej, il nuovo zar annullò le sue intenzioni iniziali di sospendere i festeggiamenti di fronte alla tragedia e suscitò così le prime e feroci critiche, nonostante ebbe predisposto un forte indennizzo per ciascuna delle famiglie delle vittime.

File:1903 ball - tsar Nikolay 2.jpg
Nicola II di Russia.
Dal carattere mite e influenzabile dedicò i primi anni di regno a mantenere - seguendo la linea del padre - l'assetto assolutistico , accentrato del potere, che aveva permesso fino ad allora di conservare la stabilità governativa: nota da tenere bene a mente che in tutta Europa solo la Monarchia nell'Impero Russo rimaneva pressoché  inalterata nella degenerazione monarchica di primo passaggio , l'assolutismo , mentre le altre case reali si erano vendute alla Rivoluzione trionfante degenerando completamente in senso liberal-costituzionale.
 Tra i principali collaboratori di Nicola II  figuravano uomini di spicco del regno di Alessandro III come il procuratore del Santo Sinodo Pobedonostsev, i ministri degli Interni Ivan Logginovič Goremykin (dal 1895 al 1899) e Vjačeslav Konstantinovič Pleve (dal 1902 al 1904), il capo della polizia di San Pietroburgo Dimitrij Fëdorovič Trepov (dal 1896 al 1905). La scelta del suo gabinetto delinearono l'orientamento che avrebbero avuto i primi anni del suo  regno.


Totalmente alieno, in gioventù, dalla realtà dello Stato, giunse al Trono portando a propria legge le dottrine conservatrici apprese da Pobedonostsev e la politica fortemente autoritaria del padre (a sua volta influenzata dall'esito tragico della folle politica liberale del precedente zar). Egli era però  fortemente legato alla tradizione e alla realtà russa, profondamente segnato dalle biografie dei santi ortodossi e dello zar Alessio I, conosciuto  come "lo zar buono"; e come quest'ultimo voleva diventare un vero "padre del popolo" (titolo tradizionale degli zar nelle campagne russe). Allo stesso tempo, accondiscendendo alle richieste della timida e puritana moglie, allontanò sé e la sua famiglia dalla vita mondana dell'aristocrazia russa, scegliendo come residenza il piccolo palazzo Aleksandrovskij, situato nel parco di Carskoe Selo. Ciò rese lui - e soprattutto Aleksandra Fëdorovna - alieni alle simpatie di gran parte della Grande nobiltà di Mosca e San Pietroburgo, che non si riconosce in uno zar che privilegiava uno stile di vita sobrio e distaccato dal mondo della corte.
Sotto l'impulso del reazionario-conservatore conte Pleve, ministro dell'Interno, sottomise gli instabili  Zemstvo (assemblee provinciali di aperte ma non dirette al popolo ) a dei funzionari statali, e accondiscese a una "russificazione" delle gubernije, in particolare del Regno del Congresso, nell'attuale Polonia, del Granducato di Finlandia e del Caucaso.

Sergej Julievič Vitte nel 1905.
In seguito Nicola II nominò nuove personalità che, al contrario della precedente compagine conservatrice, lo convinsero a considerare la necessità di numerosi cambiamenti di cui la Russia secondo loro abbisognava. Più di tutti esercitò la sua influenza sul sovrano Sergej Julievič Vitte, settario ministro delle Finanze (dal 1892 al 1903), poi Presidente del Consiglio dei ministri (dal 1905 al 1906). Durante il primo incarico, Vitte esercitò di fatto anche la posizione di primo ministro ed esercitò un notevole influsso sulla politica estera; gli obiettivi principali furono di portare il paese al ruolo di grande potenza europea e a una posizione di vantaggio nella corsa imperialistica destabilizzandolo al contempo.
La missione di Vitte al governo era ben delineata ed esplicitamente sovversiva:  abbandonare gradualmente il tradizionale  stampo autocratico e gerarchico avviando la liberalizzazione e la democratizzazione dello stato . I suoi tentativi vennero ostacolati dal fronte unito degli aristocratici latifondisti e dei grandi proprietari terrieri. Nicola II , non avendo pochi problemi di incomunicabilità con il ministro, si ebbero numerosi contrasti tra il sovrano e Vitte .
 Nicola II diede mano libera a Vitte, e quest'ultimo la sfruttò per tutta la durata dei suoi ministeri: il grado di industrializzazione raggiunto negli anni Novanta rappresentò l'ultimo tentativo di mutare il paese e di affiancarlo ad una realtà imperialistica.
Prima della fine del secolo XIX , la bilancia commerciale russa diede i primi progressi, e questo consentì a arrivare alla copertura aurea del rublo, che divenne così convertibile e affidabile, risvegliando gli interessi degli operatori stranieri in Russia. Queste e altre misure economiche resero possibile uno sviluppo del 50% delle ferrovie in tutto il paese e la realizzazione della ferrovia Transiberiana, terminata nel 1901. Tuttavia ci fu un rovescio della medaglia: molti contadini costretti a divenire operai in seguito alla forzata industrializzazione si videro sfruttati dai borghesi industriali in modo assai peggiore di quanto non venivano sfruttati i servi della gleba soggetti al peggior proprietario terriero. Di conseguenza , il veleno comunista poteva attecchire in questi uomini creando una polveriera pronta ad esplodere.
Nel 1904-1905, in seguito all'espansione russa in  Manciuria e all'attrito con il Giappone , sfociò nella guerra russo-giapponese che si concluse con una pesante sconfitta per i russi negli stretti di Tsushima a opera della flotta giapponese. Nel gennaio del 1905 una manifestazione di protesta di centomila operai e contadini guidata dal settario pope Gapon sulla piazza di Pietroburgo venne contrastata senza l'ordine dello zar , e per mano di comandanti massoni , con il sangue  causando la morte di duecento persone e il ferimento di altre mille: a causa di ciò lo zar venne ingiustamente soprannominato "Nicola il sanguinario".

Tumulti rivoluzionari del 1905 in Russia.
A questa strage della quale lo zar non era responsabile seguirono  una serie di rivolte e scioperi organizzati e fomentati da manutengoli della setta che costrinsero Nicola II, nell'ottobre 1905, a emanare un manifesto che annunciava la concessione di alcune "libertà costituzionali" e di un'assemblea legislativa (duma), un parlamento a suffragio universale manovrato e controllato in tutto dalla setta , di fatto istituita l'anno successivo, e l'avvio di riforme (1907-1908). Ma, di fronte alla nascita e organizzazione del proletariato industriale, alla formazione di un élite  rivoluzionaria e alla costituzione di nuovi movimenti politici ad essa collegati , Nicola II venne influenzato maggiormente da coloro che lo circondavano. Nell'aprile 1912 un'altra azione militarista volta alla destabilizzazione del potere imperiale portò al massacro dei minatori in sciopero della miniera d'oro della Lena in Siberia. Lo scoppio della prima guerra mondiale (nella quale la Russia era alleata delle potenze liberal-democratiche dell'epoca) portò in quattro anni, dal 1914 al 1917, alla morte di quasi sei milioni di russi, a causa di errori strategici esplicitamente voluti dallo Stato Maggiore russo e , il quale era contaminato da elementi sovversivi ,  e della nefasta influenza sulla famiglia imperiale del santone  Grigorij Efimovic Rasputin (1871-1916) che, raggiunta l'illimitata fiducia dello zar, impose propri seguaci alla guida del governo, instaurando un regime d'arbitrio e di corruzione. Questo stato di cose   sfociò nella rivoluzione anti zarista del febbraio 1917 e alla presa di potere dei Bolscevichi .
Fino al 1917, il partito di Lenin, che avrebbe preso il potere , non aveva seguito in Russia. Fu la Germania imperiale, per motivi bellici (far uscire la Russia dal conflitto) a permettere il ritorno di Lenin in patria e la riorganizzazione del partito sovversivo bolscevico. Il primo exploit politico bolscevico fu subito caratterizzato dal tentativo di conquistare il centro del potere con la forza. Quando il 4 luglio Lenin tentò il colpo di Stato una prima volta, il governo si salvò solo grazie alla disorganizzazione dei golpisti e successivamente non ebbe sufficiente forza e determinazione nel condurre la repressione degli insorti. Kerenskj, da uomo della sinistra radicale quale era, non vedeva nei bolscevichi una minaccia, ma restava terrorizzato da una fantomatica congiura di destra. Tentando di esorcizzare questa paura, prima chiese l'appoggio del generale Kornilov (un generale di provata fede liberale) contro eventuali altri colpi di mano, poi, dopo una serie di intricati malintesi, fece arrestare Kornilov stesso e il suo stato maggiore. Non solo: temendo un colpo di mano di destra, compì la mossa suicida di permettere il riarmo delle forze para-militari bolsceviche e la scarcerazione dei golpisti di luglio. Con l'"affare Kornilov", il governo russo si era suicidato privandosi di qualsiasi mezzo di difesa. A questo punto Lenin, aiutato da Trotzkij, poté prendere il potere. Alla fine di ottobre, i bolscevichi, che erano una minoranza all'interno dei Soviet, conquistarono, con uno stratagemma, il controllo dell'organizzazione: il che voleva dire conquistare il controllo del potere reale nel Paese. Precedendo di alcuni giorni il Congresso dei Soviet, ma agendo ugualmente nel nome dei Soviet, Lenin guidò il colpo di Stato del 7 novembre 1917.
 Intanto , il 14 marzo 1917 Nicola II decise di abdicare a causa della tempesta che si sviluppava intorno a lui.


La sede della Duma a Palazzo di Tauride, a San Pietroburgo.
Il 15 marzo, nel vagone privato dello zar e in presenza di due deputati della Duma, venne firmato il manifesto dell'abdicazione. Le intenzioni iniziali di Nicola II erano di trasmettere il Trono al figlio Aleksej. Tuttavia, prima di firmare chiese di cambiare il successore al Trono nella persona di suo fratello Michail; questo perché, spiegò in seguito, temeva che il figlio malato potesse essere separato dalla famiglia (per la quale era possibile l'esilio). Durante l'atto, fece inoltre richiesta, per lui e per la famiglia, di essere trasferiti nella sua residenza vicino a Jalta, in Crimea, confessando il desiderio di dedicarsi all'agricoltura.
Dopo l'abdicazione, mentre il fratello venne informato della sua decisione e trasferiva ingenuamente  il potere nelle mani del Governo Provvisorio, il treno di Nicola II , impossibilitato a proseguire per Carskoe Selo ritornò a Mogilëv. Lì, il 17 marzo Nicola II, che aveva mantenuto solo il titolo di colonnello e si trovava in stato di arresto, ottenne il permesso di incontrare la madre, l'imperatrice vedova Marija Fëdorovna.
Durante gli arresti domiciliari, la famiglia Romanov passò molto tempo a subire costantemente gli improperi, le volenze  e gli scherni delle guardie addette alla loro sorveglianza; quando un giorno Nicola II  tende la mano a un fuciliere, questi rifiuta sdegnosamente voltandogli le spalle. Nicola Romanov ricevette inoltre la visita del capo del Governo Provvisorio, Aleksandr Kerenskij, dal quale ottenne il permesso di rivedere il fratello Michail e di prolungare il tempo passato all'aria aperta per sé e per i figli. Kerenskij, in seguito all'aggravarsi della situazione politica per il governo decide, per ragioni di complotto , di deportare i membri della famiglia Romanov in Siberia. Oltre a Nicola e alla sua famiglia, che vennero trasferiti a Tobol'sk, altri aristocratici tra cui il fratello dello zar Michail e la sorella della zarina, Elisabetta Fëdorovna, vennero deportati in varie località siberiane.
Nei progetti di Kerenskij era previsto - qualora la situazione si dovesse calmare - l'espatrio almeno per la moglie e i cinque figli di Nicola II.


Nicola II di Russia.
In seguito alla Rivoluzione d'ottobre e alla salita al potere di Lenin, il Soviet degli Urali reclamò i prigionieri; nell'estate del 1918 in seno al partito bolscevico si consumò una prima lacerazione: da una parte Trotsky voleva trasferire Nicola a Mosca per giudicarlo in un plateale processo, trasferendo al contempo la famiglia all'estero; dall'altra Sverdlov suggeriva una soluzione immediata e intransigente nei confronti di tutti i rappresentanti dei Romanov. In particolare il radicale Soviet di Ekaterinburg si fece portatore principale di questa corrente: più volte inviò distaccamenti di guardie rosse a Tobol'sk nel tentativo di rapire i prigionieri, ma senza successo. Tuttavia quando, nell'estate del 1918, Mosca mandò un plenipotenziario a prelevare Nicola II e i suoi, il Soviet di Ekaterinburg intercettò il convoglio e costrinse gli uomini di Mosca a consegnare i prigionieri: il destino dei Romanov poteva dirsi segnato. A Ekaterinburg era già stato deciso di trasferire i Romanov nella palazzina del mercante Ipat'ev, confiscata per l'occasione e rinominata "Casa a destinazione speciale".
Lì i prigionieri condivisero l'abitazione con le guardie addette alla loro sorveglianza e vennero sottoposti da queste ultime a numerose angherie. Vista l'avanzata della "Legione cecoslovacca" appartenente all'Armata Bianca controrivoluzionaria, il soviet locale diede  ordine di accelerare i tempi dell'esecuzione. L'operazione venne affidata a un commissario della Čeka, Jakov Jurovskij, il quale subito si occupò di organizzare la fucilazione e il successivo occultamento dei corpi. Di fronte al diniego di numerosi čekisti che si rifiutano di sparare sull'intera famiglia, venne creato un commando composto da ex prigionieri di guerra austriaci e ungheresi.
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 Jurovskij svegliò Nicola II e la famiglia, dando l'ordine di preparare i bagagli per una partenza. Sgomberate le stanze che occupavano, i Romanov e gli altri prigionieri furono condotti nello scantinato della casa e Jurovskij ordinò di disporsi per una fotografia di notifica; dopodiché chiamò il commando.
File:Romanov's tomb.jpg
Tomba della famiglia di Nicola II di Russia.
Secondo quanto ebbero testimoniato Jurovskij e altri membri del commando, quando venne letta la sentenza, Nicola si voltò verso la sua gente, poi rivolse al commissario una frase confusa: «Cosa? Cosa?»; Jurovskij ripeté frettolosamente l'ordine e ordinò di far fuoco. Nella confusione che seguì, il primo a cadere fu Nicola II; poi la moglie Aleksandra Fëdorovna; i membri del seguito, il medico dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov; i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej, e la dama di compagnia Anna Demidova. Tre figlie (non identificate) rannicchiate in un angolo non morirono all'istante e gli uomini le trafissero con le baionette.
Così Nicola II di Russia terminò tragicamente la sua vita terrena , assassinato insieme alla sua famiglia. Egli fu a tutti gli effetti una vittima della lenta degenerazione istituzionale iniziata con l'assolutismo di Pietro il Grande e andata avanti nel tempo tra picchi di autocrazia ed esperimenti liberali.



 

Continua...


Fonte:

Wikipedia

Le Grandi Famiglie d'Europa : I Romanov . Mondadori.


  • Victor Aleksandrov, La tragedia dei Romanov, Traduzione di Vera Rosa, Mursia, 1996. ISBN 88-425-1865-4
  • Andreij A. Amal'rik, Rasputin. Il «monaco nero» e la corte dell'ultimo zar, Traduzione di Vera Dridso, Einaudi, 1984. ISBN 88-06-57380-2
  • John Bergamini, I Romanov, Dall'Oglio, 1971.
  • Essad Bey, Nicola II. Splendore e decadenza dell'ultimo zar, Traduzione di Corrado Malavisi, Bemporad, 1936.
  • (FR) Pavel M. Bikov, Les derniers jours des Romanov, Traduzione dal russo di G. Sidamon-Eridstov, Payot, 1931.
  • Edward Bing (a cura di), La vita intima dell'ultimo zar. Carteggio inedito fra Nicola II e l'imperatrice madre Maria Feodorovna, Traduzione, introduzione e commento storico-politico di Andrea Damiano, Mondadori, 1938.
  • Pavel M. Bulygin, La fine dei Romanoff, Traduzione di Giorgio Borsa, Mondadori, 1935.
  • William H. Chamberlin, Storia della rivoluzione russa, Einaudi, 1966.
  • Erich Donnert, La russia degli zar, Traduzione di Antonella Pratali, ECIG, 1998. ISBN 88-7545-797-2
  • Constantin de Grünwald, Nicola II, Traduzione di Renzo Marchelli, Della Volpe, 1966.
  • Elisabeth Heresch, Nicola II. Vita e morte dell'ultimo imperatore di Russia, Traduzione di Giovanni Maria Del Re, ECIG, 1994. ISBN 88-7545-623-2
  • (FR) Jean Jacoby, Le Tsar Nicolas II et la révolution, Librairie Arthème Fayard, 1931.
  • Aleksandr Kerenskij, Memorie, Traduzione di Maria Eugenia Zuppelli Morin, Garzanti, 1967.
  • Greg King, L'ultima zarina: vita e morte di Alessandra Fedorovna, Traduzione di Joan Peregalli, Claudia Pierrottet, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 88-04-45371-0
  • Peter Kurt, Zar. Il mondo perduto di Nicola e Alessandra, Traduzione di Gisella Bianchi, Alessandro Maioli, 1998. ISBN 88-900088-3-0
  • (FR) Pierre Lorrain, La fin tragique des Romanov, Bartillat, 2005. ISBN 2-84100-347-7
  • Luciano Magrini, La caduta e l'assassinio dello zar Nicola II, Giovanni Bolla, 1918.
  • (FR) Jean Marabini, La vie quotidienne en Russie sous la révolution d'octobre, Hachette, 1965.
  • Robert K. Massie, Nicola e Alessandra, Traduzione di Augusto Ricciardi, Editoriale Nuova, 1981.
  • Mino Milani (a cura di), La strage dei Romanov, Mondadori, 1972.
  • Maurice Paléologue, La russia degli zar durante la grande guerra, Salani, 1931.
  • Richard Pipes, La rivoluzione russa, Mondadori, 1995. ISBN 8804370048
  • Richard Pipes, Il regime bolscevico, Traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana, Mondadori, 1999. ISBN 88-04-39337-8
  • Edward Radzinskij, L'ultimo zar. Vita e morte di Nicola II, Traduzione di Lila Lucilla Grieco, Baldini Castoldi Dalai, 2001. ISBN 88-8089-503-6
  • Angelo Solmi, Nicola e Alessandra di Russia, Rusconi, 1989. ISBN 88-18-23022-0
  • Edmund Taylor, La caduta delle dinastie, Dall'Oglio, 1968.
  • Henri Troyat, Nicola II. L'ultimo zar e la tragica fine dei Romanov, Traduzione di Beppe Gabutti, San Paolo, 2001. ISBN 88-315-2094-6


  •  Scritto da:

    Il Presidente e fondatore dell'A.L.T.A.  Amedeo Bellizzi.



    martedì 13 agosto 2013

    La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale) - (Parte 22°).





    Alessandro II di Russia
    Il riformatore



    
    Alessandro II di Russia
    (1857).
    Alessandro Romanov , nato a Mosca il 29 aprile 1818 ,  divenne zar il 2 marzo 1855 resistendo molti mesi di accettare la sconfitta della Russia nella guerra di Crimea. Egli per tutta la durata del suo regno fu sempre coadiuvato nella politica estera dal capace ma filo-liberale  Aleksandr Michajlovič Gorčakov che nel 1855 seguì come plenipotenziario le trattative di pace a Vienna e, dall’anno seguente, divenne ministro degli Esteri per volontà di Alessandro.
    L’8 settembre 1855 le potenze liberali di Francia e Gran Bretagna espugnarono la fortezza russa di Sebastopoli. Ciononostante lo Zar non si perse d’animo invitando il suo comandante Michail Dmitrievič Gorčakov, parente del diplomatico, a confidare nel valore dei suoi uomini e nell’aiuto di Dio. La Russia in effetti era in grosse difficoltà e quando l’Impero d'Austria commise l'errore di schierarsi politicamente con le potenze liberali , la necessità di porre fine alla guerra divenne decisiva. Il 15 gennaio 1856, Alessandro II presiedette un consiglio della corona nel quale i dignitari sostennero che la Russia avrebbe comunque finito col perdere la guerra. Dopo pressanti lettere personali dello zio, il Re di Prussia Federico Guglielmo IV , Alessandro chiese un armistizio e a marzo accettò la pace di Parigi e le sue umilianti clausole.
    Dopo la sconfitta nella guerra di Crimea e l'umiliazione subita  lo scontento parve generale. Mentre le menti di oscuri sobillatori di loggia , tra i quali vi erano burocrati, membri della corte, intellettuali e borghesi , diffondevano il veleno della menzogna tra i contadini premendo , sfruttando la situazione post bellica, affinché avvenissero cambiamenti radicali nella struttura dell’Impero russo in senso liberale . Alessandro II fu chiamato a rimodellare completamente lo Stato, abolire un ordine secolare fondato sulla servitù, collaborazione tra protettore e protetto , ridisegnare l’intera amministrazione, introdurre la libertà di stampa favorevole alle menti sovversive, con la convinzione che così facendo avrebbe rimesso in piedi una società "repressa e umiliata".
    L’11 aprile 1856, lo Zar pronunciò un discorso ai rappresentanti della nobiltà moscovita che è considerato l’avvio del processo di emancipazione. Tranquillizzò dapprima la platea smentendo le voci su di una sua intenzione di abolire subito la servitù della gleba, poi aggiunse:
    « […] Ma, naturalmente, e voi stessi ve ne rendete conto, il sistema attuale di proprietà di servi non può rimanere inalterato. E’ meglio cominciare ad abolire il servaggio dall’alto piuttosto che aspettare che esso cominci ad essere abolito dal basso. Quello che vi chiedo, signori, è di pensare come questo possa essere fatto. »
    (Dal discorso di Alessandro II alla nobiltà moscovita dell’11 aprile 1856)


    Tra le sagge parole dello zar vi erano anche errori di fondo ; errori che portarono a situazioni molto simili a quelle degli U.S.A. dopo la Guerra di Secessione con l'emancipazione "non sostenuta" degli schiavi.
    Si capì ben presto che i soli proprietari terrieri disposti ad affrontare il cambiamento si trovavano per lo più nelle province di Kaunas, Vilnius ( in Lituania) e di Hrodna ( Bielorussia). Ciò fu confermato dai nobili intervenuti all’inizio di settembre del 1856 alle sfarzose cerimonie di incoronazione di Alessandro a Mosca. Di conseguenza due mesi dopo, il 7 novembre, Alessandro impartì al governatore delle tre province, il generale Vladimir Ivanovič Nazimov (1802-1874), l’ordine di raccogliere sistematicamente le opinioni dei proprietari terrieri; e nel gennaio del 1857 istituì un “comitato segreto sulla questione contadina” di cui faceva parte, unico liberale dichiarato, il ministro dell’Interno Sergej Stepanovič Lanskoj (1787-1862).
    Alessandro II di Russia nel 1864
    Ottenute le informazioni da Nazimov sulle tre province, lo Zar, il 2 dicembre 1857, rispose con il cosiddetto “rescritto Nazimov”, considerato il primo passo reale verso l’emancipazione dei contadini. La disposizione, in effetti, non parlava di “emancipazione”, ma solo di “miglioramento delle condizioni di vita”, condizioni che erano già tutelate da secoli: i nobili rimanevano proprietari ma potevano vendere la terra ai contadini per la parte attigua alle case di questi ultimi. Essa si applicava inoltre alle sole tre province di Nazimo.  Alessandro coinvolgeva la comunità intellettuale , impregnata di settarismo e liberalismo , nell’elaborazione e nella stesura definitiva della legge: la cosa , con il vento di ideali sovversivi , non portò ad altra conseguenza che non fosse la demolizione totale della struttura dell'Impero.
    All’inizio del 1858, poiché il comitato segreto sulla questione contadina non doveva più rimanere segreto fu rinominato “comitato supremo” e i giornalisti furono autorizzati a discutere liberamente e senza discernimento  dell’emancipazione.
    Nelle sei settimane trascorse in viaggio per l’Impero nell’estate del 1858, Alessandro II venne a contatto con le più varie opinioni sull’argomento dell’emancipazione: dal riformismo esasperato della provincia di Tver' al conservatorismo testardo di Nižnij Novgorod, dove gli si chiese di far pagare ai contadini anche la loro libertà . Nello stesso periodo, il tradizionalista Jakov Ivanovič Rostovcev (1804-1860), incaricato del comitato, inviò quattro lettere allo Zar. Nell’ultima sosteneva che l’acquisizione di terreni da parte dei contadini poteva essere realizzata in modo durevole e con rapidità. Alessandro, colpito dalla svolta di Rostovcev, diede il suo assenso e all’inizio del 1859 abolì il comitato supremo creando delle “commissioni di revisione”, guidate da Rostovcev, con il compito di preparare la stesura della legge.
    Rostovcev, deceduto all’inizio del 1860, fu sostituito dal conservatore Viktor Nikitič Panin (1801-1874) che cambiò però i piani. Il lavoro della commissione terminò a ottobre e ulteriori radicali modifiche alla bozza di Rostovcev vennero effettuate da vari organi dello Stato, fino al 3 marzo 1861, giorno in cui Alessandro II  appose la sua firma alla legge. Lo Zar era consapevole del fatto che le norme lasciassero molto a desiderare e ne rinviò la pubblicazione fino al 17 marzo 1861.
    La legge dichiarava che la terra rimaneva di proprietà dei nobili. Per riscattarsi i contadini, oltre alla casa, dovevano acquistare il terreno a loro assegnato ma solo se il proprietario decideva di venderlo, e i nobili ebbero tutto l’agio di gonfiare i prezzi favoriti dal fatto che gli arbitri che sovrintendevano agli accordi erano anch’essi nobili. Alla fine, la legge del 1861, si confermò nettamente favorevole alla nobiltà conservatrice . Ciononostante, all’inizio del 1881 l’84,7 % degli ex servi erano diventati proprietari delle terre loro assegnate ma impossibilitati al loro mantenimento.
    Le reazioni immediate all’emancipazione furono ostili, sia da parte di quei contadini che con essa acquisivano una libertà fittizia che tuttalpiù li conduceva a morire di fame sia dai nobili conservatori . Nella primavera del 1861 lo Zar effettuò un rimpasto di governo e licenziò il ministro degli Interni Lanskoj; successivamente fece arrestare i nobili liberali di Tver', ma nell’autunno del 1862 a Nižnij Novgorod non esitò a difendere l’emancipazione di fronte ad una platea di nobili che le erano apertamente ostili. Questo "camaleontismo" di Alessandro II ne destabilizzo l'immagine agli occhi dei membri del governo e della società.

    
    Alessandro II
    Alessandro II di Russia.
    Anche l’istruzione subì radicali cambiamenti e contraccolpi nel periodo di regno di Alessandro II. Subito dopo l’ascesa al trono, il nuovo Zar allentò le sagge limitazioni sull’istruzione superiore che il padre aveva introdotto a causa delle rivoluzioni settarie del 1848. Nella seconda metà degli anni cinquanta furono aboliti i tetti d’iscrizione, i poveri furono esentati dal pagamento delle tasse scolastiche, fu ripristinata l’abitudine di inviare i migliori studenti in Europa occidentale per un perfezionamento post-laurea, furono ammesse le donne alle lezioni, si smise di sorvegliare gli studenti fuori l’orario delle lezioni, si reintrodussero materie controverse come il diritto dell’Europa occidentale, e si nominarono funzionari di vedute liberali alla direzione dei distretti scolastici: la sovversione istituita nell'ambito dell'istruzione.
    Soprattutto, il ministero della Pubblica istruzione trasformò radicalmente il corpo accademico, accogliendo docenti di vedute liberali escludendo quelli con idee conservatrici o tradizionaliste.  Quelli che erano emissari di loggia con ideali  politici  approfittarono della nuova posizione sfruttandola durante le lezioni, mentre fra gli studenti aumentava di anno in anno la percentuale di soggetti poveri. In breve l’università si trasformò in una polveriera e si verificarono estesi disordini.
    Alessandro allora fece un passo indietro e nel 1861 nominò ministro della Pubblica istruzione l’ammiraglio Evfimij Vasil'evič Putjatin, che attuò alcune misure coercitive come l’abolizione dell’esenzione del pagamento delle tasse scolastiche e il divieto delle associazioni studentesche. Gravi incidenti si verificarono all’Università di San Pietroburgo, che nel 1861 fu chiusa, e in altri atenei dell’Impero.
    Tuttavia, qualche anno dopo, Alessandro II sostituì Putjatin e nominò una commissione che condusse lo studio più ampio sull’università in Russia che mai fosse stato realizzato, accettò erroneamente  i consigli di professori liberali e promulgò nel giugno 1863 una legge che migliorò si le finanze delle università, ma concesse ai docenti ampi poteri di controllo sulle questioni universitarie permettendoli mano libera così che potessero agire con i loro progetti di sovversione .

    Sin dalla sua ascesa al trono Alessandro II dimostrò un atteggiamento nei confronti dell’esercito ben diverso da quello moderatamente conservatore del padre. Nel 1858, ad esempio, partecipò alla fondazione del periodico riformista Miscellanea militare e l’anno successivo formalizzò la decisione di Nicola I di ridurre la durata del servizio militare da 25 a 15 anni.
    Nominando il suo amico, il principe Aleksandr Barjatinskij (1814-1879), governatore del Caucaso e ordinandogli di dare una svolta decisiva alla guerra locale che si trascinava dal 1817. Barjatinskij catturò il comandante della resistenza, l’imam Šamil', nel 1859 dopo aver introdotto una maggiore libertà d’azione per i comandanti locali: ciò consistette in una serie di massacri indiscriminati verso un movimento di autonomismo locale. Cinque anni dopo il conflitto era concluso.
    Forte del successo, il 27 gennaio 1862, il ministro della Guerra Dmitrij Alekseevič Miljutin (1816-1912) sottopose allo Zar delle proposte che vennero in buona parte realizzate. La conseguenza fu che tra il 1862 e il 1870 la riserva dell’esercito crebbe da 210.000 a 553.000 uomini, nel 1864 si rese possibile una più efficiente chiamata alle armi dei riservisti in caso di guerra e il parziale decentramento del potere ai comandanti locali che potevano utilizzare i militari per loro diletto. Nel 1862, inoltre, una commissione creò dei ginnasi per allievi ufficiali: inutile sottolineare che l'educazione impartita era fortemente liberale e i comandanti erano per la maggior parte affiliati alla massoneria.

    I provvedimenti che Alessandro emanò riguardo alle istituzioni locali dei contadini risultarono secondi come impatto solo all’emancipazione. Riguardo a quest’ultima risultò necessaria una riorganizzazione dei governi locali i cui principi furono annunciati il 6 aprile 1859 da Alessandro che si espresse per coinvolgere i contadini affinché eleggessero dei loro rappresentanti: il problema era che i contadini non erano interessati ad altro che ad una vita dignitosa e che il loro voto era nullo in quanto l'élite liberale-settaria ne condizionava il risultato  .
    Ad un livello di amministrazione locale inferiore a quelli già esistenti, vennero create delle piccole comunità contadine, i volost’ nel russo dell’epoca, riprendendo una strada tradizionalista , che  assicurassero una forma di autogoverno rurale. Il 13 gennaio 1864, Alessandro promulgò la creazione di nuove assemblee, gli zemstvo (plurale zemstva).
    Queste rappresentavano la società della provincia nel suo complesso e possedevano una considerevole autorità. I delegati venivano eletti periodicamente dai proprietari terrieri, dai borghesi e dai delegati degli volost’ che  erano contadini ma che  erano inascoltati e soffocati dalla borghesia. Gli zemstvo potevano riscuotere le tasse e presentavano eventuali rimostranze al governo centrale. I loro settori d’intervento erano l’economia locale, l’istruzione, l’assistenza medica, le prigioni e la manutenzione stradale: tutto ciò contribuì a creare disordine nel disordine in tendenza fortemente liberali.
    Vennero modificati anche i tribunali e il fisco , sempre in senso liberale e sempre apparentemente positive: nulla era mandato avanti per niente dai così detti "nobili di larghe vedute" o dai borghesi i quali spinsero fortemente per queste riforme.


    Alessandro II di Russia.
    Mentre l'Europa marciva a causa di rivoluzioni e compromessi , mentre l'assetto geopolitico mutava in senso deleterio , la Russia cambiava espandendosi verso est , affrontando la Rivoluzione Polacca del 1861-1870, cogliendo l’occasione della guerra franco-prussiana per abolire unilateralmente le clausole del Congresso di Parigi che, dopo la sconfitta della guerra di Crimea, le avevano imposto nel 1856 la smilitarizzazione del Mar Nero. Dopo essersi accordata con l’Impero d'Austria-Ungheria, la Russia dichiarò guerra alla Turchia il 24 aprile 1877. Già qualche mese dopo Gorčakov cercò di convincere Alessandro II a limitare i confini della futura Bulgaria libera dagli ottomani (e sotto l’influenza russa) fino alle montagne balcaniche. Lo Zar invece, recatosi al quartier generale in Romania, fu persuaso dal fratello Nikolaj a rinunciare a quella che fu denominata la “piccola pace”; con grande rincrescimento della perfida Albione (Inghilterra) che minacciò la guerra se i russi fossero entrati a Costantinopoli.
    Terminata la guerra con successo, Alessandro II mandò ai negoziati di pace con la Turchia, invece che Gorčakov (a suo giudizio troppo vicino all’Austria), il panslavista Nikolaj Pavlovič Ignat'ev (1832-1908). La conseguenza fu la Pace di Santo Stefano, rivista, però a discapito della Russia dal Congresso di Berlino.

    Mentre i diplomatici di Alessandro II negoziavano i trattati di Santo Stefano e Berlino, i suoi giudici processavano i rivoluzionari. All'inizio del 1877 fu celebrato il processo contro dei sovversivi protestanti a San Pietroburgo; lo stesso anno fu la volta di una organizzazione socialista e rivoluzionaria panrussa. In autunno fu avviato il «processo dei 193», il più importante dei processi politici della storia russa e nel 1878, a Odessa, fu condannato a morte del settario Ivan Koval'skij, il quale si oppose con le armi all'arresto uccidendo e ferendo alcuni gendarmi.
    Se l'obiettivo dei processi era quello di bloccare l'azione dei sovversivi , esso purtroppo non fu raggiunto. Il 14 aprile 1879 il rivoluzionario e settario Aleksandr Solov'ëv (1846-1879) tentò di uccidere Alessandro II al termine della sua passeggiata nel Giardino d'estate sparandogli vari colpi di pistola. Lo Zar riuscì a mettersi in salvo e l'attentatore, catturato, fu impiccato il 28 maggio dello stesso anno. Il 17 febbraio del 1880 un altro manutengolo della setta, Stepan Chalturin (1857-1882), nell'intento di uccidere Alessandro, fece esplodere una bomba nel seminterrato del Palazzo d'inverno, in corrispondenza della sala da pranzo dello Zar. Quest'ultimo fortunatamente si salvò perché si trovava in una stanza del piano superiore. Nell'esplosione morirono o rimasero ferite decine di persone innocenti.

    Dopo queste esplicite minacce Alessandro II decise di agire in senso più moderato e nominò il generale liberal-settario Loris-Melikov (1826-1888) ministro dell'Interno con l'incarico di proporre riforme; così come diversi ministri moderati o liberali presero il posto di quelli conservatori e tradizionalisti. Il 13 marzo 1881 lo Zar si disse disposto a prendere in considerazione le proposte di Loris-Melikov che, nella richiesta di far partecipare i cittadini alle riforme, seguivano le modalità dell'abolizione della servitù della gleba la quale non cambiò le cose decisamente in meglio.
    La salma di Alessandro II dopo l'attentato
     del 13 marzo 1881.
    Lo stesso giorno alcuni cospiratori di Narodnaja Volja guidati da Sof'ja Perovskaja (1853-1881) misero in atto un elaborato complotto. Mentre faceva ritorno al Palazzo d'Inverno dopo essersi esercitato alla scuola di equitazione di San Pietroburgo, la carrozza di Alessandro II fu colpita da una bomba lanciata dal massone Nikolaj Rysakov, ma l'imperatore rimase fortunatamente illeso. Sceso per accertarsi dei danni e interrogare l'attentatore che era stato arrestato dai cosacchi del seguito, Alessandro II fu investito dall'esplosione di una seconda bomba lanciatagli da un altro massone  Ignatij Grinevickij che li uccise entrambi. Gli altri autori del complotto, a seguito delle confessioni del Rysakov, furono arrestati pochi giorni dopo e giustiziati il 15 aprile 1881. Si può affermare che Alessandro II morì a causa delle sue ingenue scelte riformatrici e del suo "tentennamento" politico.


     


    Alessandro III di Russia
    Il ritorno al conservatorismo zarista




    Alessandro III
    Alessandro III di Russia.
     Alla morte di Alessandro II ascese al Trono il figlio di quest'ultimo,  Alessandro III di Russia. Fortemente colpito dall’assassinio del padre, il nuovo zar si dimostrò deciso a reprimere i movimenti rivoluzionari per salvaguardare la legittimità dell'Impero . Tali intenzioni furono esplicitate in un manifesto dell’11 maggio 1881 in cui Alessandro III proclamò la sua fede nella salvaguardia della «forza e verità dell’autocrazia». Il documento portò alle dimissioni dei funzionari più riformisti: lasciarono i loro incarichi il ministro dell’Interno e gran massone  Michail Tarielovič Loris-Melikov (1825-1888), lo zio di Alessandro III , massone e liberale convinto, Konstantin e il ministro delle finanze Aleksandr Ageevič Abaza (1821-1895).
    Ci vollero però diversi mesi prima che il governo imboccasse la strada della reazione decisa. Fra i promotori del nuovo corso si distinsero l’ex tutore di Alessandro Pobedonoscev, Dmitrij Andreevič Tolstoj (1823-1889), dal 1882 ministro dell’Interno, e Ivan Davydovič Deljanov (1818-1898), dallo stesso anno titolare del ministero della Pubblica istruzione. Nella tarda estate del 1881 furono emanati i “Regolamenti temporanei” intesi a garantire la sicurezza dello Stato. Essi prendevano di mira soprattutto l’organizzazione terroristica massonica Narodnaja volja (che aveva ordito l’assassinio di Alessandro II) anche se vennero perseguito chiunque costituiva una potenziale minaccia per l’ordine pubblico. Della validità di tre anni, i “Regolamenti temporanei” vennero rinnovati e il governo di Alessandro III si affidò ad essi per tutto il resto della propria esistenza.
    Grazie a ciò Alessandro III non subì quell’offensiva di attentati che contrassegnò la vita del padre. Uno dei pochi episodi rivoluzionari del suo regno fu l’attentato ordito contro di lui per il 1º marzo 1887 da un gruppo di studenti di San Pietroburgo che si consideravano gli eredi del movimento settario rivoluzionario Zemlja i Volja. La polizia arrestò i cospiratori prima che potessero realizzare il piano. Cinque di loro furono impiccati. Fra questi figurava la mente del complotto Aleksandr Il'ič Ul'janov, fratello maggiore di Vladimir Il'ič che in futuro prenderà lo pseudonimo di Lenin.

    Sotto il regno di Alessandro III furono varate controriforme volte ad annullare le riforme destabilizzanti promosse da Alessandro II e a sostenere il carattere assolutista-centralizzatore  . Il regolamento universitario del 1884, emanato in sostituzione di quello più liberale del 1863, abolì l’autonomia universitaria vietando agli studenti la possibilità di fondare organizzazioni o rappresentanze collettive le quali rappresentavano un pericolo potenziale per la stabilità dello stato. Le scuole ecclesiastiche furono oggetto di speciali attenzioni: dal 1884 Alessandro III e Pobedonoscev affidarono quanto più possibile l’istruzione primaria alla Chiesa Ortodossa, e il numero di scuole parrocchiali aumentò dalle 4.500 del 1882 alle 32.000 del 1894.

    Alessandro III di Russia.
    Alessandro III e i suoi funzionari sfruttarono ogni occasione per sostenere la nobiltà affinché si tornasse ad una sua funzione primaria . Nel 1885 venne fondata la Banca agricola statale della nobiltà. Contestualmente nel 1889 vennero sostituiti i rappresentanti a capo dei zemstvo provinciali , manovrati da centri liberali, con funzionari del ministero dell’Interno. Un’ulteriore controriforma si attuò sulle amministrazioni cittadine.
    Alessandro III fu il primo zar a dimostrarsi apertamente nazionalista. Sotto il suo regno furono aumentate le misure repressive nei confronti delle confessioni non ortodosse e fu incrementata la politica di russificazione, non solo nei confronti dei polacchi ribelli, ma anche dei georgiani degli armeni e, seppure in maniera graduale, dei finlandesi e di ogni popolo che voleva difendere il proprio autonomismo.



    Il 18 giugno 1881, dopo vari indugi, Alessandro III firmò l’Alleanza dei tre imperatori. L’accordo difensivo, le cui trattative erano iniziate nell’ultimo periodo di vita del padre, fu stipulato con Francesco Giuseppe I d’Austria e Guglielmo I di Germania. Sebbene nazionalista e panslavista, lo Zar decise di firmare l’alleanza mettendo da parte la sua diffidenza per la Germania.


    Alessandro III continuò il “Grande gioco” in Asia centrale (1881-1891) volto all'espansione territoriale in quei territori.
    Alessandro III, al contrario del suo ministro degli Esteri Girs, era sempre più insofferente nei confronti della Germania. Nell’ottobre del 1888, la Russia, in cattive acque dal punto di vista finanziario, ebbe la possibilità di emettere sul mercato francese un importante prestito, e nel gennaio successivo ordinò un cospicuo numero di fucili francesi dopo essersi impegnata a non farne uso contro la Francia. L’alleanza fra le due potenze, così diverse fra loro , era ormai all’orizzonte.
    Ad accelerare i tempi ci pensò il nuovo imperatore tedesco Guglielmo II che nell’agosto del 1889 dichiarò che se l’Austria avesse per qualunque motivo mobilitato l’esercito, lo avrebbe fatto anche la Germania. Nell’ottobre dello stesso anno Alessandro III si recò a Berlino. Si mostrò sostenuto verso le personalità tedesche e all’ambasciatore francese raccomandò di rafforzare l’esercito. In più, al momento del brindisi a Guglielmo II, suscitò l’imbarazzo generale poiché lo declamò in francese.
    La Francia si muoveva all’unisono: con grande soddisfazione di Alessandro, il 30 maggio 1890, quattordici nichilisti russi furono arrestati a Parigi. Intanto la Gran Bretagna sembrava indirizzarsi verso la Triplice alleanza, mentre la Russia aveva sempre maggior bisogno del danaro francese e la Germania rifiutava di rinnovare il Trattato di controassicurazione. Ciò nondimeno Girs, conservatore e filotedesco, appariva ancora contrario ad un’intesa con la Francia. Alessandro III consigliò allora al suo ministro di ascoltare il parere del loro ambasciatore a Parigi Artur Pavlovič Morengejm (1824-1906), ben sapendo che questi era favorevole all’alleanza e probabilmente al soldo degli industriali francesi. Girs alla fine si convinse e Morengejm il 27 agosto 1891 inviò una nota al governo francese con la quale si proponeva formalmente un’intesa con la Francia.

    
    Alessandro III di Russia.
    Il 27 dicembre 1893 Girs informò l’ambasciatore francese in Russia, Gustave Lannes de Montebello (1838-1907), che Alessandro III aveva approvato la convenzione militare dell’alleanza. Il 4 gennaio 1894 il governo francese diede a sua volta l’approvazione. Lo Zar non riteneva l’accordo un rischio per la Russia, confidando nel fatto che mai la Francia l’avrebbe trascinato in una guerra di rivincita contro la Germania. A Montebello il 16 dicembre aveva detto:
    «Voi non sareste buoni patrioti e neppure buoni francesi se non fosse convinti che verrà il giorno in cui potrete rientrare in possesso delle vostre province perdute [dell’Alsazia e della Lorena]; ma vi è un abisso tra questo sentimento naturale e l’idea di una provocazione per poterlo realizzare, cioè l’idea di una rivincita, e voi avete spesso dimostrato di amare la pace sopra ogni cosa e di saper aspettare con dignità».

    Alessandro III si ammalò di nefrite nel 1894 e morì a neppure 49 anni di questa malattia presso il Palazzo di Livadija (Crimea) il 1º novembre dello stesso anno.


     

    Continua...



    Fonte:

    Wikipedia

    Le Grandi Famiglie d'Europa : I Romanov . Mondadori.
     
  • Bernhard von Bülow, Denkwürdigkeiten, 1930-31 (Ediz. Ital. Memorie, Mondadori, Milano 1930-31, 4 volumi).
  • Peter Hopkirk, The Great Game On Secret Service in High Asia, 1990 (Ediz. Ital. Il Grande Gioco, Adelphi, Milano 2004 ISBN 8845918130).
  • Nicholas V. Riasanovsky, A History of Russia, Oxford, Oxford University Press, 1984 (Ediz. Ital. Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 2008 ISBN 978-88-452-4943-3).
  • David Saunders, La Russia nell’età della reazione e delle riforme 1801-1881, Bologna, Il Mulino, 1997. 8815045570 Edizione originale (in inglese): Russia in the Age of Reaction and Reform 1801-1881. London, Longman, 1993.
  • Alan John Percival Taylor, The Struggle for Mastery in Europe 1848-1918, Oxford, Clarendon Press, 1954 (Ediz. Ital. L’Europa delle grandi potenze. Da Metternich a Lenin, Laterza, Bari, 1961).
  • Franco Venturi, Il populismo russo, II, Torino, Einaudi, 1952. Altra edizione del 1979 (Piccola Biblioteca Einaudi).

  • Alan John Percival Taylor, The Struggle for Mastery in Europe 1848-1918, Oxford, Clarendon Press, 1954 (Ediz. Ital. L’Europa delle grandi potenze. Da Metternich a Lenin, Laterza, Bari, 1961).


  •  
     Scritto da:

    Il Presidente e fondatore dell'A.L.T.A.  Amedeo Bellizzi.

    giovedì 8 agosto 2013

    La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale) - (Parte 21°).



     
     
     

    Alessandro I di Russia
    Lo zar massone



    Alessandro I di Russia
    Alessandro I di Russia.
    Alessandro I di Russia fu allevato nell'atmosfera di "libero pensiero" della corte della nonna paterna, Caterina II di Russia detta "la Grande". Egli fu imbevuto dei principi illuministici di Rousseau e Voltaire, dal suo tutore svizzero, Frédéric-César de La Harpe

    , istruito a proposito dalla nonna di Alessandro che , nonostante non soppresse la Compagnia di Gesù e non perseguitò l'Ordine  in Russia come era la linea dei "filosofi francesi" del XVIII Secolo , era donna di intrigo perverso affascinata dagli scritti dei sofisti e di altri esponenti settari dell'epoca dei "lumi". Ella era una donna furba e si preoccupò personalmente che il nipote fosse educato con tali principi.
    Alessandro I  sale al Trono Imperiale scavalcando il corpo assassinato del padre il 23 marzo 1801. Autocrate e "giacobino" ,  mistico , emozionabile, impressionabile, ben intenzionato ed egoista, come la nonna Caterina II,  Alessandro I , in principio , decise di voler giocare una parte importante, nello scenario mondiale, e si lanciò, con tutto l'ardore della gioventù, nello sforzo di mettere in pratica le sue idee politiche definibili con il termie "ibride": tendenzialmente inclini a mescolare i due estremi politici dell'epoca; il giacobinismo e i principi della rivoluzione con l'assolutismo.

    Mentre mantenne ai loro posti i ministri a lui fedeli , che avevano servito sotto il padre, come primo atto del suo regno costituì un comitato segreto, chiamato, non a caso viste le sue simpatie e la sua educazione, "Comitato di salute pubblica" , costituito, tra gli altri, da suoi amici: Viktor Gavovic Kočubej, Nikolaj Nikolaevic Novosil'cev, Pavel Aleksandrovic Strogonov e Adam Cartorskij, per disegnare lo schema delle  riforme interne. Il liberale Mikhail Speranskij divenne uno dei più intimi collaboratori dello zar . I suoi obiettivi, ispirati dalla sua ammirazione per le istituzioni inglesi, ne caratterizzarono le azioni politiche.
    Alessandro I ,  affiliato  alla massoneria  ,  durante il periodo napoleonico dapprima fu nemico del "Rivoluzionario Imperatore" ma ne divenne per un periodo alleato quando lo  incontrò a
    Tilsit, il 25 giugno 1807.



    Alessandro, abbagliato dalle folli idee di Napoleone e sopraffatto dalla sua apparente generosità, si mostrò  "completamente vinto". L'"imperatore francese" sapeva bene come fare appello all'esuberante immaginazione del suo nuovo amico. Egli propose, allo zar, di dividersi il governo del mondo: come primo passo, gli lasciò il possesso dei principati danubiani e mano libera con la Finlandia, ed in seguito gli promise che, quando i tempi sarebbero stati maturi, i due imperatori dell'est e dell'ovest avrebbero spinto i turchi fuori dall'Europa e marciando , attraverso l'
    Alessandro I di Russia
    (1812).
    Asia, per conquistare l'India. Un simile programma risvegliò, nella mente impressionabile di Alessandro, un'ambizione che fino ad allora non aveva conosciuto, tant'è che il suo interesse per le sorti dell'Europa fu dimenticato: egli affermò, all'ambasciatore francese, "Cos'è l'Europa? Dov'è se non dove siamo noi?".
    L'annessione dell'
    Oldenburg alla Francia aggiunse  un altro motivo di attrito personale, tra Napoleone e Alessandro , in quanto il Duca spodestato era lo zio di Alessandro, mentre la politica del "blocco continentale" provocava gravissimi danni al commercio estero della Russia, al punto da rendere da sola impossibile il mantenimento dell'alleanza con la Francia. Questo insieme di contrasti culminò, nell'estate del 1812
    , con l'invasione della Russia, da parte di Napoleone.
    La guerra russo-francese, del 1812, fu un punto di svolta, nella vita di Alessandro I , ed i suoi orrori, di cui si sentiva  responsabile, contribuirono a sbilanciare la sua mente. Quando Napoleone attraversò i confini russi, con la Grande Armée, Alessandro proclamò la guerra patriottica, in difesa della terra dei padri e, mentre Mosca bruciava , dichiarò che la sua anima aveva trovato l'illuminazione ed aveva compreso, per rivelazione divina, che la sua missione era quella di  pacificare l'Europa. Cercò di placare la sua coscienza, corrispondendo con i propugnatori di una rinascita evangelica nel continente e cercò, nelle sue mistiche compagnie , presagi e consigli.
    Fu  in quel periodo che Alessandro I venne avvicinato , diventandone intimo conoscente, da un mistico personaggio, Barbara Juliane von Krudener:
    Barbara Juliane von Krudener (1764-1824) era la figlia del Generale von Vietgoff, sposò nel 1782 il diplomatico Russo Alexius Constantin Krudener. Rimasta presto vedova nel 1803 scrisse un'autobiografia romanzo d'amore, Valerie, che ebbe un grande successo in tutta Europa , dal momento che rispecchiava i gusti e le aspirazioni del tempo. Stabilitasi per un certo periodo a Parigi , frequentò assiduamente M.me de Stael e Chteaubriand. La lettura di Swedenborg e di Stiling , la convertirono ad una sorta di pietismo mistico che influenzò lo stesso Alessandro I di cui divenne il consigliere spirituale. Accompagnò lo zar al Congresso di Vienna , influenzandolo notevolmente nella sua decisione di dar vita ad una Santa Alleanza di tutti i popoli. Definì Napoleone , di cui predisse anche il ritorno dall'Elba, l'"angelo degli abissi", al quale contrapponeva Alessandro, visto come l'"angelo bianco", benefattore dell'umanità che salva l'Europa dal male, nonostante anch'egli fosse un massone di "pasta" simile allo stesso Napoleone. A partire dal 1816 si diede alla predicazione dei suoi insegnamenti tra il sud della Germania e la Svizzera , fondando un centro ed esercitando un fortissimo ascendente sulle popolazione dalle quali fu considerata una guaritrice. Ben presto le sue idee, o per meglio dire le sue visioni, cominciarono a far breccia anche nella vita politica , insospettendo le autorità che, considerandola alla fine un'agitatrice, la rimpatriarono in Russia. Si spense qualche anno più tardi quasi povera e dimenticata da tutti.
    Napoleone si riferiva ad  Alessandro I definendolo uno scaltro bizantino, e chiamandolo il "Talma del Nord", in grado di recitare qualsiasi parte. Per Metternich egli era , specie nei primi cinque anni di Restaurazione,  un pazzo, che deve essere assecondato. Lord Castlereagh, massone , scrive di lui, a Lord Liverpool, altro massone ,  dandogli credito di grandi qualità, ma aggiungendo che è sospettoso ed indeciso. Tali appellativi, datigli da molte note persone dell'epoca,  sembrarono essere graditi dall'Imperatore.



    File:Aldawe.jpg
    Alessandro I di Russia
    Il 26 settembre 1815 i sovrani europei  aderirono alla Santa Alleanza , eccetto il Papa, avverso ad un'alleanza che univa assieme Sovrani che rappresentavano non solo l'incompatibilità tra eresia protestante , scisma ortodosso e Chiesa Cattolica ma anche  la setta massonica che egli aveva condannato l'anno precedente con un'enciclica.  Il Principe-Reggente del Regno Unito, che, affiliato alla massoneria londinese come tutta la famiglia reale Inglese , non aveva intenzione di appoggiare tale iniziativa che sforava dai suoi interessi e da quelli delle Camere inglesi (Egli firmò "per figura" nel suo ruolo di Reggente di Hannover), il Regno Unito temeva anche  che questa alleanza nascondesse la volontà della Russia di avere mano libera nei Balcani e quindi la possibilità che questa si aprisse uno sbocco nel Mediterraneo.
    Il regno di Alessandro I vide anche alcuni tentativi di abolizione della servitù della gleba che però non andarono mai in porto a causa dei forti contrasti con l'aristocrazia e la difficolta di applicazione di questa riforma.
    Tuttavia, sebbene l'abolizione completa fosse fallita, tranne che nei paesi baltici, in quegli anni migliorò  la condizione dei servi dal momento che lo zar estese a tutti i sudditi il diritto di acquistare terra, ridusse i canoni feudali e le corvée sebbene confermò il diritto dei padroni di trasmettere i servi ai propri discendenti, di esiliarli in Siberia.


    A partire dal 1818, la visione politica dello zar Alessandro, iniziò a mutare: infatti, una cospirazione rivoluzionaria-settaria tra gli ufficiali della guardia imperiale e poi un tentativo di rapimento, mentre si stava recando al Congresso di Aix-la-Chapelle (sventato dai cavalieri del fedelissimo amico Fabian Gottlieb von Bellingshausen), scossero le fondamenta della sua visione del liberalismo.
    Lo zar modificò  quasi del tutto il suo punto di vista nelle questioni di politica interna  e, sebbene permise a Nikolai Novosiltsov di preparare un secondo progetto di costituzione, ben presto cambiò posizioni anche in questo.
     Metternich contribuì a condurre lo zar dalla via del liberalismo a quella del conservatorismo assolutista. La conversione fu, in ogni caso, lenta: infatti, benché allarmato dalle agitazioni rivoluzionarie che in Germania erano culminate con l'assassinio (23 marzo 1819) del drammaturgo August von Kotzebue, agente dello zar, Alessandro approvò la protesta del settario Castlereagh, contro la politica di Metternich "governi alleati contro i popoli", come formulata nel decreto di Carlsbad, del luglio 1819, e deprecò ogni intervento in Europa a supporto di ciò che considerava " coalizioni, il cui solo obiettivo sia l'assurda pretesa del potere assoluto".
    In seguito lo zar dichiarò di credere in:

    « [...]libere istituzioni anche se non in quelle minate dalla debolezza così come dall'età, né in contratti che legano i leader popolari ai loro sovrani, né in costituzioni concesse in circostanze difficili per oltrepassare una crisi. La libertà dovrebbe essere limitata nei suoi giusti confini. Ed i limiti della libertà sono i principi dell'ordine »

    L'apparente trionfo del disordine, che segnò le rivolte di Napoli e Piemonte, combinate con l'aumento di sintomi rivoluzionari in Francia, Germania e persino in Russia, completarono la conversione ai principi conservatori del confuso  Alessandro I.
    Nella solitudine della piccola città di Troppau, dove, nell'ottobre 1820, si riunirono i potenti d'Europa, Metternich trovò finalmente la strada per far comprendere allo zar quale fosse la via da intraprendere.
    Infatti, se in gennaio lo zar aveva proposto una  utopica libera confederazione degli stati europei, simboleggiata dalla Santa Alleanza, intesa come fratellanza tra i popoli, e proponendo la costituzione di una forza armata internazionale allo scopo di garantire l'applicazione della legge in opposizione alla politica del diritto d'intervento negli stati sovrani, ad Ottobre il cancelliere poté, con continui colloqui, convincerlo dei mali del liberalismo fino a affermare, rassegnato, a Metternich:

    « Tu non hai nulla da rinnegare, ma io si!.» »

    Alessandro I di Russia
    (1825).
    Il 19 novembre, con la firma del protocollo di Troppau, lo zar accettò il principio dell'intervento allo scopo di mantenere lo status quo e la pace in Europa.

    Nell'autunno 1825, con la motivazione ufficiale di far cambiare clima all'imperatrice, la cui salute declinava velocemente , lo zar e la corte si trasferirono a sud dove già veniva concentrato il grosso dell'esercito russo in risposta al continuo peggioramento delle relazioni diplomatiche con l'Impero Ottomano.
    Ritiratosi Taganrog, Alessandro si trasferì insieme alla moglie in una modesta abitazione: il 17 novembre, di ritorno da una visita in Crimea, si ammalò di raffreddore che però degenerò in tifo. Si spense il 1º dicembre dello stesso anno tra le braccia della moglie.


     
     
     
     
     


    Nicola I di Russia
    Lo zar conservatore


    

    File:Nicholas I by George Dawe.jpg
    Nicola I di Russia.
    Alla morte dello zar Alessandro I , nel dicembre del 1825 , ascese al Trono il fratello di quest'ultimo , Nicola,  con il nome di Nicola I di Russia. Al momento della sua ascesa al Trono Nicola si trovò così a dover raccogliere un’eredità molto pesante in seguito alla scomparsa di Alessandro (morto senza lasciare figli) ed alla rinuncia alla Corona da parte del fratello Costantino. Dovette affrontare da subito il tentativo di colpo di stato militare dei Decabristi, principalmente ufficiali  massoni corrotti e infedeli della guardia imperiale che non intendevano riconoscere il nuovo zar e chiedevano una svolta in senso liberale. Il golpe venne sedato (dato che non trovò nessun appoggio nella popolazione, segno della lealtà del popolo russo verso il suo legittimo sovrano) e i responsabili giustamente processati e condannati.
    Questa esperienza rafforzò ancora di più in Nicola una profonda avversione per tutto ciò che era costituzionale e liberale, dato che aveva capito fin troppo bene il tipo di persone che stavano dietro a queste idee sovversive ; da quel momento decise che mai avrebbe permesso che la setta provocasse ulteriori disastri in Europa e che l’avrebbe combattuta con ogni mezzo, all’interno e all’estero: fu così che Nicola I di Russia divenne il più grande conservatore del suo tempo, e forse uno dei più grandi della storia. Personalmente era un uomo di rigida e coerente moralità, era stato educato in ambienti militari e aveva ricevuto poca preparazione alla vita politica ed ai problemi connessi con la gestione dello Stato; ciononostante si dimostrò, come abbiamo detto, un grande sovrano. In politica interna perseguì un giusto rafforzamento del suo potere personale, dato che per combattere gli intrighi della setta, che si annidavano ovunque, non c’era altra soluzione possibile.  Per questo la propaganda liberaleggiante de salotti buoni della borghesia europea lo definì (ovviamente in tono spregiativo) "il gendarme d'Europa". Nella realtà ciò significava solo che era un accanito nemico della setta e perciò questa cercò di screditarne la memoria e l’immagine in ogni modo. Nonostante le buone intenzioni di Nicola I , egli continuò sulla strada dell'assolutismo alla "Pietro il Grande" senza rivedere quel passaggio istituzionale che rappresentava un nodo focale nel problema delle Russie.

    

    Nicola I di Russia
    Nicola I di Russia.
    Nicola I fondò la Terza Sezione, che aveva il compito di controllare la vita e l'operato dei sudditi, quasi tutti però delle classi elevate, quelle classi dove la setta trovava i suoi discepoli : essa interveniva sulle manifestazioni di pensiero, soprattutto di tendenza liberaleggiante, com’era ovvio che fosse dato che erano sempre fonte di disordine e destabilizzazione dello Stato. E in ogni caso questo non fu affatto un ostacolo alla vivacità culturale della Russia del tempo: basta pensare a nomi come Dostoevskij, Gogol', Puškin e Turgenev. In una Russia che versava, all'epoca, in condizioni sostanzialmente buone, questo stato di cose produsse un fortissimo disagio, soprattutto presso le classi più elevate, che erano come abbiamo detto le più controllate. Erano infatti i ricchi borghesi o certi aristocratici infatuati dal liberalismo i più infedeli: questo perché per il popolo lo Zar era il padre e protettore, l’unico che garantisse un sistema che in fondo tutelava i ceti inferiori, mentre i ricchi borghesi e nobili erano famelici affamati potere per natura, e l’autorità dello Zar poneva un freno alla loro rapacità.
     
    In politica estera scelse di erigersi a paladino dell'ordine e del legittimismo, appoggiando incondizionatamente ogni legittimo governo e sovrano, e in ciò risiede la sua grandezza. Intervenne più volte in Europa, nell'ambito della Santa Alleanza, fondata dal fratello, e dei successivi accordi di Troppau, per reprimere moti settari come nel 18301831 in Polonia o nel 18481849 in Ungheria, quando inviò 200.000 soldati contro la repubblica ungherese del settario Lajos Kossuth, mantenendo una fedele amicizia con il suo vicino più importante, l’Impero d'Austria.

     Appoggiò invece le  rivendicazioni  slave di libertà nei Balcani, in quanto giustificate dalla politica russa di opposizione all'Impero Ottomano, secolare nemico dell’Impero e dell’Europa, come nel 18281829 quando aiutò la Grecia nella sua lotta per l’indipendenza, seppur tiepidamente, dato che sapeva bene che l’ispirazione della rivolta, pur legittima in linea di principio, era comunque ispirata per buona parte dalle logge massoniche europee e infatti vi parteciparono massoni notori come lord Byron o Santorre di Santarosa.
    Tutti gli interventi russi nella regione ebbero sempre come obiettivo finale il controllo degli
    Stretti ed il conseguente accesso russo al Mar Mediterraneo, vitale per un miglioramento dell’economia del Paese .


    Nicola I di Russia nelle vesti di generale d'esercito,
     in un ritratto di Franz Krüger.
    Proprio perseguendo questo obiettivo Nicola I giunse a scontrarsi contro gli interessi particolaristici anglo-francesi di mantenimento dello "status quo" nei confronti dell'Impero Ottomano, scontro che sarebbe sfociato nell’infausta guerra di Crimea, conclusasi in modo purtroppo negativo per la Russia pochi mesi dopo la morte dello zar. La Guerra di Crimea, operazione massonica internazionale volta a potenziare gli Stati preda del settarismo, ovvero Gran Bretagna, Francia e Piemonte, contro l’ultimo baluardo dell'assolutismo , la Russia di Nicola I, ormai troppo scomoda per i piani della setta, ebbe un ulteriore effetto deleterio: quello di dividere le due maggiori potenze legittimiste, Russia e Austria. Infatti il pur giustificatissimo rifiuto di Francesco Giuseppe di partecipare alla guerra venne visto come un tradimento da Nicola I, dopo che questi aveva fedelmente sostenuto l’alleato austriaco nel reprimere la rivolta settaria ungherese; la divisione fra queste due grandi potenze, funzionale al piano settario e da esso consapevolmente ricercata, sarà uno dei motivi principali dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e del conseguente crollo dei due ultimi Imperi.

    Nicola I morì il 2 marzo 1855, nel bel mezzo della Guerra di Crimea. Dopo aver preso un semplice raffreddore sul campo si rifiutò di ritirarsi dalla battaglia per essere curato e riprendersi e morì di polmonite.


     
    Continua...



    Fonte:

    Wikipedia

    Le Grandi Famiglie d'Europa : I Romanov . Mondadori.

  • Phillips, Alexander I (tsar) on Encyclopaedia Britannica, Cambridge University Press, 1911.
  • Tim Chapman, Imperial Russia, 1801-1905, Routlege, 2001. ISBN 978-0-415-23110-7
  • Nolan, J Chatal, The Greenwood Encyclopedia of International Relations: S-Z. The Greenwood Encyclopedia of International Relations, Greenwood Publishing Group, 2002. ISBN 978-0-313-32383-6
  • Jean Henry e Johann Heinrich Schnitzler, "Chapter I. Character of Alexander I". Secret History of the Court and Government of Russia Under the Emperors Alexander and Nicholas, R. Bentley, 1847.
  • Stella Ghervas, Réinventer la tradition. Alexandre Stourdza et l'Europe de la Sainte-Alliance, Parigi, Honoré Champion, 2008. ISBN 978-2-7453-1669-1.
  • Alan Palmer, Alexander I: Tsar of War and Peace, New York, Harper and Row, 1974.
  • Georges Lefebvre, Napoleone, Bari, Editori Laterza, 2009. ISBN 978-88-420-5902-8
  • Henri Troyat, Alessandro I, Milano, Biblioteca Storica Il Giornale, 2001. (ISBN non esistente)
  • Jean Tulard, Napoleone, Milano, Rusconi libri, 1994. ISBN 88-18-70091-X


  • Scritto da:

    Il Presidente e fondatore dell'A.L.T.A.  Amedeo Bellizzi.