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domenica 16 ottobre 2016

[TOLKIENIANA] Gimli, i nani e il Tesoro nascosto

gimli



Con questo (as)saggio, la rubrica Tolkieniana giunge al termine. Ma non finisce… [RS]

di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nella nostra passata riflessione intorno agli Elfi e alla figura di Legolas ho accennato al fatto che, anche in merito alla figura di Gimli il Nano, avrei seguito la medesima impostazione metodologica. Pertanto nella presente trattazione non mi soffermerò lungamente sulla singola figura del figlio di Glòin, poiché ritengo non sia tanto oggetto da parte di Tolkien di una particolare intenzione pedagogica. Tuttavia può certamente essere il pretesto e l’occasione per parlare della sua stirpe, di quel popolo solitario e schivo, non meno che tenace, che gli Elfi chiamano «Naugrim».
Nel percorso che abbiamo compiuto fin qui abbiamo avuto modo di vedere come l’intero «corpus tolkienianum» stilli la larghezza e la profondità di un animo profondamente radicato in Dio e nella fede della Santa Chiesa cattolica romana. Eppure, tra i tanti suoi scritti, il Silmarillion è forse quello più ricco di spiritualità e quasi, oserei dire, di mistica. Rileggendo ora queste pagine che allietarono non poco la mia gioventù, mi accorgo di come in esse traspaia una visione realmente soprannaturale dell’esistenza, della creazione e del fine ultimo cui essa è ordinata. All’epoca non ero ancora in grado di coglierne intellettualmente la profondità né, perciò, di apprezzarne tutto il valore spirituale, eppure intuivo la verità in essa racchiusa e che esercitava su di me un’attrazione irresistibile perché veicolata dal mezzo ad essa più affine: la bellezza.
La cosmologia del Silmarillion è complessa, articolata, ricca di genealogie dislocate in una geografia tanto immaginaria quanto, a tratti, palpabile e in un certo senso “familiare”. Il sentimento di «nostalgia» credo sia quello che pervadeva maggiormente la mia anima mentre nella quiete di ormai lontane serate invernali, alla flebile luce di una lampada, sfogliavo sul mio letto con tranquilla avidità le pagine odorose di inchiostro sulle quali mi era giunto, come una inaspettata lettera da un lontano amico, il racconto del Quenta Silmarillion.
Ma che cos’è esattamente la “nostalgia”? Il termine origina dal greco «nòstos» con il quale si intende “il ritorno al paese” derivante dalla radice «nas» cioè “andare a casa”. In letteratura indica generalmente uno stato d’animo d’insoddisfazione che si volge al passato percepito come stabile, sicuro e fonte in certo modo di consolazione. Il Vocabolario etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (1907) definisce la nostalgia come: “il desiderio melanconico e violento di tornare in patria, ossia di rivedere i luoghi dove passammo l’infanzia e dove albergano oggetti cari, il quale è cagione di profonda tristezza”. Tale sentimento è una costante essenziale e caratteristica dell’animo umano che ricorre frequentemente nella letteratura antica e moderna, manifestandosi sotto forme a volte molto differenti a seconda che il periodo storico in cui esso viene rappresentato è caratterizzato dalla fede, dal cinico razionalismo o dal vuoto sentimentalismo romantico. Il sentimento di nostalgia è tanto importante poiché introduce e rende attuale anche il fondamentale tema del valore della «memoria» nella formazione dell’identità tanto individuale che collettiva dell’essere umano. Ma a fortiori ratione esso è parte integrante inseparabile dell’eredità della nostra fede cattolica giacché noi sappiamo di vivere in questa terra come dei “migranti” in esilio, senza cioè una stabile dimora come dice l’Apostolo: “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb 13,14).
Mi par giusto sottolineare che la Chiesa, in quanto divino ambasciatore, tra le molteplici verità che ha avuto il compito di insegnare, non ha mai omesso di ricordare agli uomini che essi, a causa del peccato originale, sono stati come sradicati dalla loro patria d’origine (il Cielo) per essere mandati a combattere una guerra in una terra straniera (la Terra) in cui sono venuti a trovarsi malgrado loro. Quel vivido dolore che deve aver lacerato il cuore di Adamo ed Eva consapevoli di aver perso, per loro colpa, il diritto a vivere nella propria patria avrebbe accompagnato l’esistenza loro e di tutti i loro discendenti fino alla fine del mondo. Ed è anche per questa tensione verso la «casa paterna» che ci rendiamo conto di quanto la Fede cattolica sia di origine divina e non umana. Noi infatti non tendiamo verso una caricatura di paradiso terrestre dove ambiamo ai godimenti terreni dei potenti di questo mondo come insegna la dottrina coranica dell’Islam, né, tantomeno, verso l’irrazionale e vago vuoto esistenziale del Nirvana buddista. Queste sono risposte umane caricaturali e, in definitiva, erronee riguardo al destino ultimo dell’uomo. Noi invece, in virtù della Divina Rivelazione, possediamo una vera e propria «memoria storica» della nostra patria, e sapendo con c e r t e z z a da dove veniamo possiamo anche intraprendere la via del ritorno. Soltanto in Cristo e nella Sua Chiesa quel vago desiderio senza nome che interroga e inquieta l’animo umano, che chiamiamo nostalgia, trova la sua risposta definitiva e il riposo cercato ma non trovato altrove. Non è un caso che il Signore degli Anelli termini con le parole «sono tornato», ad indicare il termine del corso del tempo che si conclude con il «reditus» al nostro Dio, Padre e Redentore.
Ma sarà bene ora volgere il nostro sguardo ad Est, o più esattamente a Nord-Est, verso quella landa semi sconosciuta e inospitale dove i colli cominciano ad innalzarsi come una muraglia alle spalle di Erebor, la Montagna Solitaria. Laggiù, oltre le Terre Selvagge spuntano i Colli Ferrosi, e più su ancora verso le Montagne Grigie dove la leggenda si mescola agli antichi racconti e si perde la cognizione dello spazio e del tempo; orbene laggiù pose la sua dimora l’antica razza dei Nani.
Fra le tante pagine scritte dall’inclito professor Tolkien ritengo che quella in cui si narra la genesi dei Nani sia certamente fra le più belle e profonde. Come accennavo all’inizio, infatti, il Silmarillion possiede una carica simbolica impressionante e la sua ricchezza non risiede esclusivamente nella elaborata fantasia del suo autore, ma soprattutto nella sua profondità contemplativa capace di tramutare in fiaba, forse non del tutto consciamente, delle verità del più alto valore teologico. Ma vorrei lasciar parlare direttamente il testo:
Si narra che i Nani furono inizialmente creati da Aulë nell’oscurità della Terra-di-mezzo; infatti, tant’era il desiderio che nutriva per l’avvento dei Figli[1] onde avere allievi cui insegnare la propria dottrina e le proprie arti, da essere poco propenso ad attendere il compimento dei disegni di Ilùvatar. E fece i Nani tali e quali sono tuttora, perché le forme dei Figli a venire non erano ancora chiare nella sua mente, e il potere di Melkor si stendeva pur sempre sulla Terra; e desiderava pertanto che fossero forti e inflessibili. Ma, per tema che gli altri Valar biasimassero la sua opera, lavorò in segreto: e produsse per primi i Sette Padri dei Nani in un’aula sotto le montagne della Terra-di-mezzo.
Ora, Ilùvatar sapeva quel che si stava compiendo e, nel momento stesso in cui l’opera di Aulë fu terminata, ed egli ne era compiaciuto e già prendeva a insegnare ai Nani il linguaggio che aveva elaborato per loro, Ilùvatar gli parlò; e Aulë ne udì la voce e s’azzittì. E la voce di Ilùvatar gli disse: «Perché hai fatto questo?» Perché hai tentato ciò che sai trascendere il tuo potere e la tua autorità? Ché tu hai avuto da me quale dono il tuo proprio essere soltanto, e null’altro; sicché le creature della tua mano e della tua mente possono vivere soltanto grazie a tale essere, muovendosi quando tu pensi di muoverle e, quando il tuo pensiero sia altrove, giacendo in ozio. È dunque questo il tuo desiderio?».
Allora Aulë rispose: «Non desideravo un siffatto dominio. Desideravo cose diverse da me, da amare e ammaestrare, sì che anch’esse potessero percepire la bellezza di Eä, da te prodotta. Mi è parso infatti che in Arda vi sia spazio sufficiente per molte creature che in essa possano gioire, eppure Arda è per lo più ancora vuota e sorda. E nella mia impazienza, sono caduto preda della follia. Ma la creazione di cose è, nel mio cuore, frutto della creazione di me per opera tua; e il figlio di torpida mente che riduce a balocco le imprese di suo padre può farlo senza intenti derisori, ma solo perché è il figlio di suo padre. E che cosa farò io ora, per modo che tu non sia irato con me per sempre? Come un figlio a suo padre, io ti offro queste cose, l’opera delle mani che tu hai creato. Fanne ciò che vuoi. O preferisci che io distrugga la fattura della mia presunzione?».
E Aulë diede di piglio a un grande martello per ridurre in pezzi i Nani; e pianse. Ma Ilùvatar provò compassione per Aulë e il suo desiderio, a cagione della sua umiltà; e i Nani si rattrappirono alla vista del martello e provarono timore, e chinarono il capo e implorarono mercé. E la voce di Ilùvatar disse ad Aulë: «Ho accettato la tua offerta fin dal primo momento. Non t’avvedi che queste cose hanno ora una vita loro propria e che parlano con voci proprie? Altrimenti, non si sarebbero rannicchiate al tuo gesto e a ogni suono della tua volontà». Allora Aulë lasciò cadere il martello e fu lieto, e rese grazie a Ilùvatar dicendo: «Che Eru benedica il mio lavoro e lo emendi!».
Ma Ilùvatar tornò a parlare e disse: «Come ho conferito essere ai pensieri degli Ainur all’inizio del Mondo, così ora ho accolto il tuo desiderio e gli ho assegnato un posto in esso; ma in nessun altro modo emenderò l’opera delle tue mani e, quale l’hai fatta, tale rimarrà. Non tollererò che la comparsa di costoro preceda quella dei Primogeniti da me progettati, né che la tua impazienza sia ricompensata. Queste creature ora dormiranno nella tenebra sotto il sasso, e non ne sortiranno finché i Primogeniti non siano apparsi sulla Terra; e fino allora tu ed esse attenderete, per lunga che possa sembrare l’attesa. Ma, quando il tempo sarà venuto, io le risveglierò, ed esse saranno come tuoi figli; e frequenti discordie scoppieranno tra i tuoi e i miei, i figli da me adottati e i figli da me voluti»[2]

Con questo (as)saggio, la rubrica Tolkieniana giunge al termine. Ma non finisce:
potrete leggere tutto il testo, insieme a tantissimo altro materiale inedito, in un libro che Isacco Tacconi pubblicherà prossimamente per i tipi delle Edizioni Radio Spada.
Vi abbiamo incuriositi? Bene!

Continuate a seguirci, allora, per prenotarlo non appena sarà uscito!


[1] Qui Tolkien si sta riferendo agli Elfi non ancora creati da Ilùvatar, o Eru, il Dio unico che fa da sfondo a tutta l’epopea della Terra di Mezzo, e destinati ad essere i “Primogeniti”.
[2] J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano 2002, pp. 45-46.

sabato 10 settembre 2016

[TOLKIENIANA] Éomer, obbedire e resistere

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di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Con il saggio odierno vorrei concludere quello che potremmo definire il “piccolo ciclo pittorico di Rohan”. Attraversando gli ampi colonnati del ligneo palazzo finemente rivestito d’oro abbiamo al contempo contemplato e intessuto degli arazzi nei quali noi stessi, a fianco dei nobili cavalieri del Mark, ci siamo slanciati nella battaglia. Pertanto, al fine di completare questo modesto affresco letterario su Rohan, mi sembra doveroso non tralasciare il ritratto del principe degli Eorlingas, ovvero Éomer figlio di Éomund, fratello di Dama Éowyn nonché nipote di Re Théoden.
Il contesto storico odierno con tutte le sue contraddizioni, le mostruose e progressive aberrazioni che vengono partorite come l’immonda genia di Grendel, che nella corruzione dei potenti e nello stordimento dei popoli si presenta come il «regno del caos» può essere paragonato al tempo in cui Éomer, Maresciallo del Mark, si è venuto a trovare mentre i primi lampi della Guerra dell’Anello si intravedono minacciosi all’orizzonte.
Il regno di Rohan è allo sbando, il re, lo abbiamo visto, è succube di cattivi consiglieri ed essendosi abbandonato ad un quietismo soffocante ha lasciato che i suoi nemici proliferassero all’interno delle mura della sua cittadella fortificata: il cavallo di Troia nella città di Dio. Questo è il drammatico scenario che si dipana sotto gli occhi dell’unico erede al trono di Rohan. Il popolo languisce privato com’è di una guida, l’esercito si impigrisce e le braccia dei guerrieri si indeboliscono a causa del lungo digiuno dalla guerra. Il mestiere delle armi, lo spirito di virile militanza si tramuta in arrendevole irenismo che prepara la vittoria del nemico il quale, sotto suadenti promesse di pace, nasconde la lama della vendetta, pronto a sferrare il colpo mortale. È il principe del Mark che per esorcizzare i velenosi consigli di Grima Vermilinguo invoca la protezione divina quando prega sulle tombe dei suoi padri in cerca di lumi e forza: «Domine libera animam meam a labiis iniquis et a lingua dolosa» (Ps 119,2). E difatti egli sarà l’unico della casa reale a non subire il fascino del suo malefico influsso, conservando la sua fede e la sua libertà. Eppure egli stesso si trova in un drammatico limbo soverchiato com’è da ogni parte, essendo poco più che un fuori legge con scarsi mezzi e una fievole speranza.
Nel capitolo “I cavalieri di Rohan” è Aragorn, il capo e la guida dei Tre Cacciatori, a insegnare ad Éomer quasi mediante una rivelazione profetica: “Quando cadono i grandi, tocca ai piccoli guidare[1]. Una gravosa verità che nel nostro tempo possiamo benissimo applicare a noi stessi come un compito ineludibile che, lo si voglia o no, ricade su ognuno di noi giacché nessuno può scusare se stesso dal bene che doveva e poteva fare e non ha fatto ponendo innanzi le altrui mancanze.
Il vostro destino ormai è di scegliere – prosegue Aragorn – ed a Théoden figlio di Thengel dovrai dire ciò; una guerra aperta lo attende; con Sauron o contro di lui. Nessuno può continuare a vivere come in passato, e pochi conserveranno ciò che appartiene loro[2]. Se non sapessimo che queste parole sono state scritte in un tempo di relativa quiete, penseremmo, e avremmo ragione di farlo, che siano state scritte per noi e per i nostri tempi, ed è proprio per questo che posseggono una valenza quasi profetica che sorpassa la contingenza dello spazio e del tempo.
A questo proposito potremmo noi pensare alla grave crisi oggi in atto nella Chiesa che ne corrode interiormente il tronco come un tarlo. E a ben pensare ci accorgeremmo di quante sorprendenti analogie sussistono fra la Terza Era della Terra di Mezzo e il Terzo Millennio del mondo presente, tanto da renderli simili in molti aspetti non secondari. Ma se è vero, com’è di fatti, che la Chiesa Cattolica è il Regno di Dio e avendo noi allo stesso tempo sotto gli occhi una molteplicità di divisioni interne, di profonde divergenze, di credenze e convinzioni religiose non di rado radicalmente opposte e inconciliabili, vien da chiedersi: “un regno diviso in sé stesso, come può reggersi”? E ancor più dovremmo domandarci con sgomento: quando l’anomia, derivante dalla rinuncia da parte dell’autorità divinamente istituita per regnare, proteggere e pascere, prende il sopravvento, il soldato di Cristo, cioè il portatore dell’Anello, che cosa può fare? In altre parole, “quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?[3].
Nello sfacelo dell’ora presente spetta ad ognuno di noi scegliere, poiché neppure noi possiamo continuare a vivere come in passato. In tal senso la figura di Éomer riveste un ruolo di estrema e durevole attualità, da una parte perché espressione di un preciso modello di virtù cristiana, egli infatti incarna l’ideale del “principe cristiano” ma anche del vir catholicus impegnato nel diuturno combattimento spirituale. E d’altra parte, con il suo comportamento, offre uno straordinario esempio di quale debba essere il giusto modo di porsi dinanzi al vacillare, se non addirittura al tradimento, dei governanti siano essi uomini di Chiesa o uomini di Stato.
La fedeltà a Cristo, alla sua Chiesa e alla sua santa ed immutabile Dottrina comporta ineluttabilmente una scelta. Non sarebbe la prima volta che in un racconto, storico o immaginario, degli uomini “grandi” vacillano nel loro ruolo di guida, mentre i “piccoli”, disprezzati ed esiliati, devono portare il peso della debolezza di quelli plasmando così la fortuna di tutti. Pensiamo soltanto al caso emblematico del vescovo Atanasio d’Alessandria (IV sec.) braccato, esiliato, scomunicato e ricoperto di ingiuriose calunnie da una parte all’altra dell’Europa.
L’Imperatore Costanzo aveva esiliato, fra gli altri, anche Papa Liberio il quale insieme a San Lucifero di Cagliari, Sant’Ilario di Poitiers e San Paolino di Treviri si era opposto in un primo momento alla scomunica di Sant’Atanasio. Tuttavia “secondo le testimonianze di Atanasio, Ilario, Girolamo e Sozomeno, Liberio riuscì a ottenere il ritorno dall’esilio di Berea in Tracia, abbandonando Atanasio e la formula nicena. Secondo lo storico greco Sozomeno, che scrive su buone informazioni nel 5° secolo, Liberio avrebbe sottoscritto una delle formule di Sirmio, al fine di rimettere la pace in Oriente e di poter far ritorno a Roma”[4].
L’accusa ingiuriosa dell’Imperatore Costanzo contro Atanasio per costringere Papa Liberio a scomunicarlo suona molto familiare alle nostre orecchie giacché, mediante la calunnia, mira ad evidenziare il frutto della sua intransigenza dottrinale ossia la divisione degli animi. Così l’empio imperatore Costanzo gli fa presente: “la vita di Atanasio, notoriamente malvagia, la sua infaticabile opposizione alla pace nella Chiesa, i suoi intrighi per far nascere la discordia”[5].
Da allora sono passati circa 1700 anni, eppure gli argomenti a fondamento della persecuzione dei fedeli servitori di Cristo sono sempre gli stessi. Coloro che pongono la Verità al di sopra del rispetto umano vengono accusati, oggi come allora, di “rompere la comunione”, di “dividere”, di “disobbedire” e in questo, per associazione, gli si attribuisce per padre il Diavolo. Questi infatti è per antonomasia colui che “divide” mentre Cristo è colui che “unisce”: una sorta di sillogismo universale e infallibile. Purtroppo costoro si lasciano ingannare da una giudizio sulla realtà superficiale e semplicistico giacché non sempre il Diavolo divide gli uomini, né Cristo è sempre fattore di unità e concordia. “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a mettere in discordia il figlio col padre, la figlia con la madre, la nuora con la suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10,34-36).
Il Signore in questa sentenza utilizza il termine “non crediate” che in latino suona «nolite arbitrari» cioè non vi ingannate, o non vi illudete, o meglio ancora non vi inventate che io sia venuto a mettere d’accordo tutti quanti, o a stabilire sulla terra una sorta di “movimento per la pace universale”. L’opera di divisione del demonio è sostanzialmente e primariamente volta a separare l’uomo da Dio e successivamente l’uomo dal bene e dalla virtù, ma per coloro che praticano il male e rifiutano di sottostare alla Legge di Dio satana diviene un fattore di unità e di concordia perché tutti si scagliano, come un solo uomo, contro il Figlio di Dio come insegnano le Scritture: “Adstiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius[6].
Credo perciò che possa tornare di grande utilità riprodurre qui gli argomenti seducenti, così come li riporta il cardinal J.H. Newman,  di cui si servirono gli eusebiani Fortunaziano e Demofilo per convincere Papa Liberio a cedere sulla dottrina e, di conseguenza, a scomunicare il Vescovo Sant’Atanasio, ricevendo in premio il ritorno dall’esilio: «Essi gli dissero – dice Newman citando Maimbourg – che non riuscivano a rendersi conto di come un uomo del suo valore e del suo spirito volesse soffrire così a lungo per una opinione chimerica che esisteva solo nell’immaginazione di persone poco o nulla intelligenti. E che, se egli avesse sofferto per la causa di Dio e della Chiesa, cui Dio lo aveva posto a capo, essi non solo avrebbero considerato gloriose le sue sofferenze, ma, desiderosi di condividere tale gloria, sarebbero divenuti suoi compagni d’esilio. Ma la questione per cui egli si trovava là non aveva niente a che vedere né con Dio né con la religione, e riguardava solo una persona privata di nome Atanasio, la cui causa non aveva niente in comune con quella della Chiesa, da lungo tempo accusato di innumerevoli crimini dalla voce pubblica, condannato da vari concili, ed espulso dalla propria sede dal grande Costantino, il cui giudizio era più che sufficiente, da solo, a giustificare le accuse che Oriente ed Occidente gli avevano così spesso rivolto. Del resto, anche se Atanasio non fosse stato così colpevole come appariva dalle condanne pronunciate, era comunque necessario sacrificarlo per la pace della Chiesa e gettarlo in mare per placare la tempesta da lui suscitata. E poi, dal momento che la maggioranza dei vescovi l’aveva condannato, ogni ulteriore difesa non avrebbe che provocato uno scisma, e sarebbe stato molto strano vedere il prelato romano abbandonare la Chiesa ed esiliarsi in Tracia a soffrire per uno che, sia la giustizia divina che quella umana, avevano tante volte giudicato colpevole. Era giunto il momento di disingannarsi e di aprire gli occhi, alla fine, per vedere se, nel caso di Atanasio, non fosse stata la passione a spingerlo a dare un falso allarme, e ad opporsi ad una eresia immaginaria, facendo credere al mondo che loro, gli eusebiani, avevano il proposito di stabilire l’errore»[7].
La similitudine tra questi consiglieri untuosi e il perfido Grima Vermilinguo è impressionante, e ancor più colpisce la reazione di Papa Liberio se accostata a quella di Théoden. Il Re di Rohan infatti, sdegnato per l’intransigenza di Éomer giustifica il suo esilio adducendo una pretesa “disobbedienza” all’autorità del Re: “«Si è ribellato ai miei ordini e ha minacciato di morte Grìma nella mia sala del trono»[8]. Una colpa apparentemente sufficiente a giustificare un provvedimento che potremmo definire quasi di “scomunica”. Ma il buon vecchio Gandalf, nella sua profetica saggezza, corregge l’affettato legalismo di Re Théoden: «Un uomo può amare te, eppure non amare Vermilinguo o i suoi consigli», ribatté Gandalf”[9]. Una sentenza questa che contiene in sé il principio per distinguere gli ordini cattivi dai buoni consigli, e ancora per distinguere l’autorità legittima dall’esercizio abusivo di quella stessa autorità. Di più, direi che con questa semplice sentenza Gandalf abbia sancito la legittima resistenza all’autorità quando essa non è guidata dal bene e dalla giustizia ma bensì è sobillata e manovrata dai “cattivi maestri”. In realtà, in questo caso la specie dell’azione in oggetto non sarebbe la “disobbedienza” quanto una più forte obbedienza al bene assoluto ed immutabile sul quale si fonda la stessa autorità umana, il cui scopo è giustificato soltanto dall’esercizio e l’amministrazione del bene. “Nolite arbitrari” ci dice ancora il Maestro Buono, non vi fate arbitri di ciò che è giusto secondo il vostro personale giudizio soggettivo, ma giudicate voi stessi se sia più giusto obbedire agli uomini anche quando comandano l’errore, o obbedire a Dio e alla Sua Legge eterna, immutabile e stabile per sempre, non fatta da mani d’uomo.
Pertanto il coraggio e il valore di Éomer prima ancora che in battaglia si manifestano nella sua integrità morale e intellettuale che gli consentirà di resistere virilmente, seppur con dolore, agli ingiusti ordini del Re guadagnandosi l’esilio e l’infamia agli occhi degli uomini. Eppure per la sua fedeltà al bene e alla verità un onore ben più grande lo attende in fine. “Alcuni all’orecchio del re, sussurrano consigli codardi; – dice il Maresciallo del Mark – ma la guerra sta per giungere. Non tradiremo la nostra alleanza antica con Gondor, e li aiuteremo sino a quando combatteranno: queste sono le parole mie e di coloro che combattono con me[10]. Un giuramento di lealtà, una promessa di aiuto degna di un combattente di Rohan, fedele al Re e alla Patria. Il suo senso del dovere è solido come la quercia e l’energia che pone nell’onorare il suo rango lo pone al di sopra dei suoi coevi. “Il Mark orientale mi è stato affidato[11], professa fiero dinanzi ad Aragorn, conscio della sua responsabilità nel difendere il Regno anche se a causa della sua osservanza viene bandito, esiliato e scomunicato.
Il beato padre Girolamo Savonarola, anch’egli scomunicato da Papa Alessandro VI, nel suo De veritate prophetica, un trattato autobiografico in forma di dialogo, afferma un principio cardine della vita cristiana «bona facere et mala pati Christianum est». Ancora una volta siamo ricondotti alla virtù cardinale della fortezza altrimenti detta «virilitas» la quale ci dispone sia a sopportare pazientemente il male in vista di un bene maggiore, ma anche ad aggredire, per così dire, il vizio per non lasciarci soverchiare da esso. «L’uomo – insegna San Tommaso – non espone la sua persona al pericolo di morte se non per salvare la giustizia. Perciò la lode della fortezza dipende in qualche modo dalla giustizia»[12]. Éomer nonostante l’ingiusta persecuzione non si rivolta contro il suo re come Assalonne con Davide, né per lo scandalo del male che si diffonde dal trono regale diviene un alleato del nemico, al contrario rimane fedele alla casa reale anche se, per il momento, essa ha smarrito la retta via e nel Sacro Palazzo si sono insediati spie e adepti del Nemico. L’esempio di Éomer ci impartisce un prezioso insegnamento: in tempi come questi bisogna accettare la sorte di coloro che sono disprezzati dal mondo e insieme incompresi e perseguitati dai propri capi e pastori, sopportando il male e tuttavia, cosa ancora più importante, non desistendo dal compiere il bene integralmente, professando la verità tutta intera. Un vero uomo, infatti, non sopporta soltanto l’ingiustizia ma pratica anche la giustizia. Il cristiano prosegue stabilmente sul retto cammino invitando così a rivolgere lo sguardo non verso se stesso ma verso il fine della sua incomprensibile perseveranza, additando così facendo la méta e la causa finale della vita cristiana: la vita eterna nel possesso di Dio.
Le terre del Mark insieme ai loro abitanti sono state affidate ad Éomer, ed egli intende restituirle integre e floride al Re quando tornerà a cercare ciò che è suo. Niente vuole cambiare di ciò che ha ricevuto, niente tenere per sé ma tutto ciò che gli è stato trasmesso pretende che si conservi come un tesoro inestimabile alle generazioni che lo seguiranno. Egli sa bene che ciò che è ricevuto non ci appartiene e che tutto ciò di cui disponiamo è un’opportunità per dimostrare il nostro valore prima di restituire il prestito affidatoci per un tempo. «Tradidi vobis quod et accepi», disse l’Apostolo Paolo al termine della sua carriera terrena, mentre si accingeva ad affrontare l’ultima gloriosa marcia verso la rovina, ed è questo il medesimo richiamo all’Autorità che si innalza sopra i cieli che è impresso nel cuore di Éomer muovendolo all’immolazione e al sacrificio di sé pur di conservare intatto il cuore del regno di Rohan: l’onore.
Ma la figura di Éomer potrebbe suscitare anche un’altra riflessione sulla vera obbedienza che potremmo porre in questi termini: “Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»”[13]. Credo che potremmo sintetizzare la morale della nota parabola evangelica dicendo che ci sono due specie di cristiani: coloro che dicono di sì a Dio con la bocca ma poi non mettono in pratica la sua Legge, e coloro che, attraverso la virtù, vincono se stessi e l’incertezza degli inizi per volgersi totalmente al timore di Dio nel suo diuturno servizio. I primi apparentemente sembrano servi fedeli, ammantati del vello di candidi agnelli: la falsa obbedienza che cela e giustifica l’attaccamento alla viziosità. I secondi appaiono disobbedienti e ribelli, considerati dei presuntuosi ma sotto il fallace giudizio degli uomini riposa la quiete del giusto, “l’uomo infatti giudica le apparenze, il Signore giudica il cuore[14].
Molti erano i cortigiani di Théoden al tempo dell’apostasia ma pochi coloro che lo servivano con amore filiale e fedeltà indefessa. Molti godevano del suo favore saziandosi alla sua mensa forti dell’approvazione del re, ma pochi coloro che desideravano la pace per la casa del loro signore. Mentre il Maresciallo di Rohan, l’eques Christi, era divorato dallo zelo per la casa del Signore tanto da subire per essa l’infamia della ingiusta condanna.
In tutti coloro che condividono i patimenti della Croce di Cristo possiamo rinvenire una traccia e una riproduzione in scala delle virtù del Nostro divino Redentore. Egli al fasto della corte di Meduseld contaminata dall’ipocrisia e dalla corruzione preferì la via dell’esilio, e in compagnia di pochi fedeli cavalieri affrontò il freddo delle lunghe notti al chiaro di luna o nelle tempestose veglie in attesa d’un’alba grigia senza calore. Da erede al trono si trova vagabondo e fuggiasco nella sua terra, combattente eroico e silenzioso nessuno è lì per ringraziarlo; il sangue dei suoi uomini, arditi che hanno preferito l’ignominia alla gloria del mondo, scorre nelle battaglie ai confini più remoti del regno dove le orde di orribili e oscure creature non consente il riposo notturno; soltanto il crepitio dei fuochi da campo rischiara le tenebre che da Isengard si stendono sulle praterie, ora pallide, di Rohan. Ramingo nel suo stesso Paese che lo ha rigettato, Éomer vaga nomade insieme ad un pugno di prodi che null’altro chiedono se non di conservare la libertà per la propria Patria e restituire l’onore dovuto al Signore dei signori, al Re dei re, ahimé da troppo tempo detronizzato dalla sede regale acquistata a prezzo del suo inestimabile Sangue.
Éomer a giudizio degli uomini appariva il peggior nemico del Re, colui che divideva il regno al suo interno indebolendolo, e per dipiù osteggiando l’autorità regia. In realtà nessuno serviva sua maestà meglio dell’esiliato Éomer, il figlio disprezzato e fedele che, a causa della sua lealtà, venne considerato alla stregua di un bandito fuori legge, nemico del regno. In realtà questo signore dei cavalli non è da meno del suo antenato Eorl il Giovane, e la sua virtù va ad aggiungersi a quella degli altri personaggi che l’intelligenza sub-creatrice di J.R.R. Tolkien, illuminata dalla fede, ha creato per il ristoro di noi piccoli uomini della Terza Era.
Vorrei infine terminare con un omaggio che spero ci porti a guardare ancora più la realtà nel modo in cui la guardava Tolkien, ossia con quella “trasparenza” metafisica, o sensibilità poetica, che ci permette di penetrare la mera apparenza delle cose per giungere alla loro reale essenza. In questo sguardo semplice, limpido e oserei dire di fanciullo rientra l’amore di questo veterano della prima guerra mondiale per i cavalli. La Grande Guerra fu l’ultimo conflitto in cui vennero utilizzati i reparti a cavallo prontamente sostituiti dalle certamente più distruttive macchine della moderna tecnologia bellica. Tolkien detestava il progresso tecnologico e amava in maniera del tutto speciale i cavalli, per questo motivo ha voluto inventare un regno in cui queste magnifiche e nobili creature fossero stimate e curate in particolar modo tanto da essere capaci, in determinati casi, di parlare il linguaggio degli uomini. E se ci pensiamo questo suo affetto per il cavallo non è affatto casuale giacché questa creatura più di altre esprime la nobiltà e l’eleganza, essendo al contempo fiera e umile, forte e aggraziata, coraggiosa e indomita. Non a caso la Sacra Scrittura ne loda le qualità dedicandole persino un breve componimento poetico che non ha eguali in quanto a bellezza e profondità e che possiamo presumere abbia ispirato anche la creazione del regno di Rohan: “Puoi tu dare forza al cavallo e vestire di fremiti il suo collo? Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo? Il suo alto nitrito incute spavento. Scalpita nella valle giulivo e con impeto va incontro alle armi. Sprezza la paura, non teme, né retrocede davanti alla spada. Su di lui risuona la faretra, il luccicar della lancia e del dardo. Strepitando, fremendo, divora lo spazio e al suono della tromba più non si tiene. Al primo squillo grida: “Ih! Ih!”, e da lontano fiuta la battaglia, le grida dei condottieri, il fragor della mischia”. (Job 39,19-25).
Non poteva esserci un destriero più adeguato per un guerriero come Éomer. Il cavallo e il cavaliere formano quasi un tutt’uno, il mondo degli uomini e il mondo dei cavalli si intrecciano ed entrambi dipendono l’uno dall’altro in una simbiosi epica, magnifica, cristiana. Ma il prezioso legato spirituale che questa figura ci trasmette è ben più di un vago e sentimentale amore per le creature: è una lezione imperitura di cui fare tesoro nei giorni a venire e che sant’Agostino, il «Doctor Gratiae», ha mirabilmente sintetizzato in questo modo: «In persecutione militia, in pace constantia coronatur»[15]. Che nella lingua corrente significa: “In tempo di persecuzione è premiato il combattimento, in tempo di pace è premiata la perseveranza”.
Coraggio uomini dell’Ovest, la battaglia del Fosso di Helm è finita, ma la battaglia per la Terra di Mezzo è appena iniziata.





[1] p. 534.
[2] P. 351.
[3] Sal 10,3.
[4] K. BIHLMEYER – H. TECHLE, Storia della Chiesa vol. I, Morcelliana, Brescia 1960, p.305)
[5] Cit. in J.H.NEWMAN, Gli ariani del IV secolo, Jaca Book, Milano 1981, pp. 244-245.
[6] At 4,26-27.
[7] L’opera di L. Maimbourg (1610-1686) cui si riferisce Newman è la Histoire de l’arianisme avec l’origine et le progrès de l’hérésie des sociniens, 3 voll., 1673; in J.H.NEWMAN, “Gli ariani del IV secolo”, Jaca Book, Milano 1981, p. 246.
[8] Il Signore degli Anelli, cit., p. 628.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem, 534.
[11] Ibidem.
[12] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 123, a. 12, ad 3m.
[13] Mt 21,28-31.
[14] 1°Re 16,7.
[15] Serm. 303, 2.

 

sabato 27 agosto 2016

[TOLKIENIANA] Théoden, la forza e l’onore

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di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Dopo il nostro ultimo incontro con Dama Éowyn, riprendiamo il nostro percorso a ritroso lungo il cammino che ci riporta a Rohan, attraverso la valle ricoperta da un verdeggiante tappeto di praterie all’imbocco della quale appare, come sentinella di guardia, la solitaria altura di Edoras. Una piccola città fortezza di solido legno, giovane per i longevi elfi ma antica per le brevi età degli uomini, sulla cui vetta si innalza, alla maniera di “città posta sul monte”, lo splendente palazzo d’oro di Meduseld, dimora di Théoden figlio di Thengel, Re del Mark di Rohan.
La figura odierna è quella di un vecchio re, seduto, quasi sprofondato sul suo trono, privato del suo vigore, avviato verso la tomba prima del tempo a causa di quel sentimento di disperata inerzia che paralizza la volontà prosciugando alla radice ogni slancio d’ardore e di eroico sacrificio. Furono sufficienti pochi ma puntuali consigli, sinuosi come serpi che si annidano fra le pieghe delle vesti, per avvelenare la mente e il cuore di un re, un tempo saggio e valoroso combattente. Ma ahimè le cattive compagnie di cui molto spesso ci circondiamo sono la nostra rovina, e anziché ricercare il bene arduo, ci accontentiamo stoltamente del bene facile e futile, gettandoci nelle spire soffocanti della concupiscenza indomita. Quanti i “vermilinguo” che nel segreto, mentre il sonno della nostra coscienza assuefatta al male si fa più profondo, versano nelle nostre orecchie le gocce di un mortale veleno? Molti sono i nemici della nostra anima, a volte sono persino quelli della nostra stessa casa quando ci impediscono di innalzarci verso la carità nella fede, opponendo all’amore di Dio fino al disprezzo del mondo, l’amore del mondo fino a giungere, inevitabilmente, al disprezzo di Dio.
A volte è necessario che la Divina Provvidenza parli al nostro cuore nell’intimo dei pensieri, o nel segreto dei nostri sogni, talvolta invece essa manda delle persone amiche, “messi celesti” a destarci dall’ingannevole sonno del peccato. Talaltra, un dolore o un lutto può divenire un rimedio salutare per scuoterci dal sonno della sciagurata volontà di potenza che pretende innalzare l’uomo, gnosticamente, verso il Monte del Signore per impadronirsene. Per lo più ci sono nascosti gli strumenti con cui la Divina Sapienza si serve per rompere le catene della nostra schiavitù. Per quanto ne sappiamo persino uno spettro che appare verso la mezzanotte e poi, allo spuntar dell’alba, fugge insieme alla brezza mattutina del mare che spira pungente fra le mura del castello di Elsinore, anch’esso può tornare a dare gloria a Dio. Così il fantasma del padre di Amleto, avvelenato dall’amato fratello Claudio, che nel silenzio cupo della notte sussurra all’orecchio del figlio omonimo: «Ricordati di me». Un’anima in pena che geme dalla prigione di fuoco in cui si è risvegliata, suo malgrado, per non aver avuto il tempo di riscattare il male compiuto in vita, assassinata da colui che dallo stesso padre era stato generato. È questo un paradigma della condizione umana segnata dal delitto di Caino, una storia antica e nuova che ritorna aleggiante sopra le acque torbide del cuore dell’uomo ogni qualvolta, alla luce della verità, preferisce le fitte tenebre dell’errore. A noi la scelta, possiamo prediligere l’accomodante compagnia di un «vermilinguo» che coccola il nostro peccato, confortandoci nel male nell’attesa di gettarci ben presto nella fossa, o scegliere di scuoterci dal torpore del peccato per tornare a “respirare l’aria libera” ed ascoltare parole di speranza.
Orbene, incominciamo questo breve tratto di strada tenendoci ben saldi al bordone della fede, e quantunque la guardia del palazzo dovesse intimarci di lasciarla fuori, di metterla cioè da parte, noi ancor più fortemente la stringeremo per evitare gli ingannevoli bagliori di un’aula semioscura dove un re stanco e vegetante aspetta un risveglio di tuono che solo può romperne il mortifero sonno.
Ad imitazione della paterna esortazione di San Paolo, Tolkien invia Gandalf a Théoden per assolverne i vincoli, ricordandogli i suoi doveri i quali, alla luce della verità ora chiara, non appaiono più così opprimenti: «Nox praecéssit dies autem appropinquávit abiciámus ergo opera tenebrarum et induámur arma lucis, sicut in die honeste ambulémus» (Rom 13,12). “La notte è avanzata, bisogna destarsi dalle tenebre del sonno”, un richiamo che riecheggia tanto nelle aule intarsiate del re del Mark quanto nei cuori dei cattolici che si trovano, come noi oggi, ad affrontare tempi come quelli attuali. Tempi di oscurità e di dubbio, di fumo e polvere; tempi di attesa e di gemiti inesprimibili in cui gli ultimi superstiti fra gli uomini dell’Ovest devono radunarsi in un’unica falange, sotto il Vessillo della Croce, per resistere alle orde della Mordor infernale che si prepara a sferrare l’ultimo attacco prima della fine. A noi è toccato in sorte il fardello di conservare la fede contro ogni attentato alla verità, la speranza contro l’ombra spaventosa della disperazione, la carità contro il male soverchiante che tutto ingoia come l’insaziabile «leviatano», démone del mondo antico.
Sarà questo stesso il destino di re Théoden, resistere nei giorni dell’ira, bere la feccia fino in fondo senza la consolazione di tornare a vedere giorni felici per il suo casato. Egli dovrà però essere liberato, quasi “esorcizzato” dall’inedia per poter riprendere possesso di sé stesso e, quindi, del suo regno. Soltanto uscendo dalla menzogna di cui la sua dimora era satura, il vecchio re poteva ritrovare se stesso, giacché, come comprese per divina ispirazione il re pastore d’Israele che conquistò la Gerusalemme terrena al Re del Cielo: “in lúmine tuo vidébimus lúmen”. Allora soltanto il re di Rohan vedrà la realtà così com’è, e dopo lunga cecità potrà riconoscere rincuorato: “«Non è poi così buio qui». […] «No», disse Gandalf. «E gli anni non pesano sulle tue spalle come alcuni vorrebbero. Getta via il bastone!». Dalla mano del Re il nero bordone cadde rumorosamente sulle pietre. Egli si rizzò, pian piano, come un uomo rigido dal lungo curvarsi su qualche triste e duro lavoro. Infine si eresse alto e dritto, ed i suoi occhi blu guardarono il cielo che si apriva[1].
Si rinnova quella profezia che mai verrà meno secondo cui soltanto “la verità rende liberi”, restituendo forza e vigore al braccio rattrappito, ardore al cuore oppresso, scoprendo la brace mai estinta che sopita giaceva sotto la cenere del peccato. Scuotiti o re! E torna ad impugnare la lancia contro i tuoi nemici perché essi si sono moltiplicati! «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno» dice l’Apostolo, e San Tommaso commentandone il significato, spiega che questo torpore “si intende del sonno della colpa, secondo quanto si dice in Ef 5,14: «Svegliati tu che dormi, sorgi dai morti…»; o anche della negligenza, secondo Pr 6,9: «Fino a quando pigro, te ne starai a dormire?». Dunque è tempo di sorgere dal sonno della colpa mediante la penitenza. Il Sal 126,2 dice: «Vi alzate dopo esservi messi a sedere…» dal vero sonno della negligenza, mediante la sollecitudine delle buone opere. Is 21,5: «Alzate o capi, prendete lo scudo». Sir 32,15: «L’ora di alzarti non ti rattristi»”[2].
Gandalf il Bianco, quasi come un profeta dell’Antico Israele, si presenta alla corte del re per ricondurlo all’osservanza della legge del Signore, esortandolo a combattere per difendere il gregge a lui affidato. Nel libro l’incontro tra Gandalf e Théoden è molto meno spettacolare di quanto non appaia nella versione cinematografica, infatti, nel capitolo intitolato “Il re del Palazzo d’Oro” che ha come sfondo la corte di Meduseld, ciò che viene narrato è un vero e proprio “invito alla conversione”. In questo senso il rapporto che corre tra Gandalf e Théoden, ma anche tra Gandalf e Denethor, non può non ricordare in maniera analogica le figure di Samuele e Saul, Nathan e Davide, Isaia ed Ezechia, Elia ed Acab, e così via. Lo stregone bianco cavalca verso Edoras per sostenere il canuto re con i consigli e con la spada, ma, soprattutto, con quel medesimo «fuoco segreto» che animò la vita interiore di John Ronald Reuel Tolkien: la fede. Essa è quella fiamma nascosta che appare rischiarando la Notte delle notti, durante la Vigilia Pasquale, in un crescendo melodioso che fa eco al canto degli angeli presso il sepolcro: «Lumen Christi!». E quando la luce che si sprigiona da quella fiamma divina si comincia a diffondere gradualmente nell’oscurità, gli occhi cominciano a distinguere i contorni delle cose che poco prima l’oscurità privava di consistenza, appiattendole nel suo vuoto nulla: è l’uguaglianza delle tenebre. Soltanto alla luce della verità si possono riconoscere, non solo le cose così come sono, ma persino penetrarne la sostanza per scorgerne la mano del Divino artefice che dal nulla le ha plasmate dando loro forma e consistenza, fatte come segno di una realtà più alta che trascende il loro semplice scopo immanente. Questo è il primo frutto della conversione di sire Théoden, la chiarezza della verità che lo restituisce a sé stesso e al suo popolo.
Ma la gioia per essere tornato alla libertà è breve, e il dolore presto o tardi viene a visitare coloro che gli sono soggetti per natura: una sentenza che non risparmia né i giusti né i malvagi. Ai piedi della tomba del proprio figlio, amato e perduto, strappato come giovane virgulto della casa di Eorl, il vecchio re Théoden piange lacerato dal dolore: «Ahimé questi giorni funesti spettano a me. I giovani periscono, e i vecchi resistono. Io dovrò vivere per vedere gli ultimi giorni della mia casata». Chi potrà ridire lo spasimo così profondo e incontenibile di un padre costretto a chiudere quegli occhi che egli stesso vide aprirsi al mondo quando uscirono dal grembo materno? «Un genitore non dovrebbe seppellire il proprio figlio», geme nel lancinante senso di giustizia il sovrano, ultimo della sua stirpe, che deve portare su di sé il fardello dell’onore dei suoi padri e l’afflizione dei suoi contemporanei. Una constatazione tanto dolorosa quanto indubitabile dell’oggettiva innaturalità del male e della morte, non può non toccare il cuore dell’uomo.
Ma ancor più degna di canzoni e di poemi è la forza con la quale quel dolore straziante e incomunicabile viene affrontato dal Re, che soffre e sopporta trascinando la propria croce fin quando la moira Atropo ne fisserà il termine.
La vita dell’uomo è segnata dalla sofferenza, dal suo nascere fino al suo termine, ed essa è la dimensione più concreta del suo esistere sulla terra, ovvero ciò che fa presente il mistero del peccato e il destino degli uomini votati alla morte. Invero, non c’è un’esperienza che faccia sentire così vivo l’uomo come la morte. Eppure, dinanzi alla sofferenza e alla morte ci sono solo due modi, in ultima istanza, di porsi: affrontarle con virile e cristiana rassegnazione, consci dell’ineluttabilità del destino di questo “corpo di morte” animato, tuttavia, dalla speranza nella vita eterna, oppure la cieca disperazione che può prendere la forma di un isterico rifiuto, o di un cinico “nulla” esistenziale.
Il sovrano dalla candida barba, signore dei cavalli, abbraccia la sua croce e avanza nel quotidiano combattimento per recarsi, armato e fiero, incontro al suo destino. Infatti le vicende legate al re del Mark di Rohan assumono via via l’aspetto di un’epopea cavalleresca, il cui primo capitolo presenta la seconda grande prova di Théoden, dopo la morte del figlio suo unigenito, ossia la battaglia al Fosso di Helm, dove si deciderà non solo il destino del regno di Rohan ma di tutta la Terra di Mezzo. Saranno infatti le lance dei suoi Rohirrim, che si getteranno intrepidi dal Trombatorrione sulle picche degli urukhai di Isengard travolgendoli, a decidere anche le sorti di Minas Tirith sui campi del Pelennor.
Così narra J.R.R. Tolkien l’epico finale della battaglia al Fosso di Helm e il trionfo di Théoden sulle armate di Saruman: “In mezzo al clamore apparve il re. Il suo cavallo era bianco come neve, d’oro era lo scudo e lunga la lancia. Alla sua destra cavalcava Aragorn, l’erede di Elendil, e dietro di lui i signori della Casa di Eorl il Giovane. La luce si diffuse nel cielo. La notte scomparve. «Avanti Eorlingas!». Con un urlo e un grande fragore partirono alla carica. Come un boato giù dai cancelli, come un uragano sul ponte, come vento fra l’erba travolsero nel loro galoppo le schiere di Isengard. […] Così Re Théoden uscì a cavallo dal Cancello di Helm e falciando ogni cosa avanti a sé giunse alla grande Diga. Ivi la compagnia s’arrestò. La luce intorno a loro si fece intesa. Raggi di sole avvamparono sui colli a oriente e scintillarono sulle loro lance”[3].
La liricità di queste descrizioni innalza l’immaginazione di chi legge in quella porzione di realtà così profonda e così sottile che chiamiamo «fantasia», ovvero la potenza immaginativa e rappresentativa dell’anima che fa presente a noi stessi in maniera indubitabile la nostra natura intimamente spirituale.
In questo senso il ruolo di Rohan è fortemente evocativo di tutti quei valori che la cavalleria cristiana ha incarnato nei secoli luminosi del Medioevo quali il coraggio, la fedeltà, l’onore, il sacrificio, il servizio, la forza, la devozione, la guerra santa e quel salutare spirito di crociata che segna tutta la vita cristiana dal sorgere del sole al suo tramonto, secondo le parole di Giobbe “militia est vita hominis super terram et sicut dies mercenarii dies eius” (Job 7,1). In tempi non sospetti questo cardine della fede cattolica era pacifico, e nemmeno era pensabile una vita cristiana senza quella disposizione al combattimento, maschia e virile, che ha sospinto tanto i martiri dei primi secoli quanto i missionari di ogni tempo a espandere il Regno visibile di Cristo, cioè la Chiesa, al semplice scopo di sottrarre terreno al dominio tenebroso di satana che, fino all’avvento del nostro Divin Redentore, si estendeva su tutta la terra.
«Dove sono cavallo e cavaliere? Dov’è il corno dal suono violento? Dove sono l’elmo e lo scudiere, e la fulgida capigliatura al vento? […] Son passati come pioggia sulla montagna, come raffiche di vento in campagna; I giorni scompaiono ad ovest, dietro i colli che un mare d’ombra bagna». Questo breve carme, di cui riporto soltanto alcuni versi, nella versione cinematografica delle “Due Torri” vien fatto sospirare, quasi come una preghiera, a Re Theoden, mentre nel libro è Aragorn che la canta a Legolas e Gimli spiegando loro: «Così parlava a Rohan tanto tempo addietro un poeta obliato che narrava quanto fosse alto e bello Eorl il Giovane, giunto galoppando dal Nord; ali aveva ai piedi il suo destriero, Felaròf, padre dei cavalli. Queste son parole che gli Uomini cantano ancora di sera»[4].
Théoden, come quasi tutti i personaggi tolkieniani, è una figura complessa, e quando utilizzo questo aggettivo mi riferisco sia alla sua psicologia interna che lo rende vero ed autentico, e per questo prossimo e familiare all’esperienza personale del lettore, sia alla sua altissima valenza simbolico-religiosa.
Questo vecchio re si trova a dover riscattare l’onore perduto negli anni in cui ha lasciato che il proprio regno cadesse in disgrazia, abbandonato nelle mani del suo consigliere Grima Vermilinguo. Costui, un tempo uomo di Rohan, rinnegò la propria anima vendendosi a Saruman, tradendo il suo re, la sua terra e il suo popolo. Subdolamente addormentato in uno stato di semi-possessione diabolica indotto dai velenosi consigli di Grima che, come abbiamo visto, furono la causa anche del malessere interiore di Dama Éowyn, Théoden deve attraversare un tempo di espiazione e di riscatto che si concluderà con la morte violenta sul campo di battaglia.
L’onta per la sua stoltezza nella vecchiaia è tale da essere insopportabile. Per riscattare il proprio onore e quello della propria casata, egli compie quasi un “voto” che ricorda quello che compì San Luigi IX Re di Francia, quando, essendo scampato ad una malattia, giurò d’intraprendere una nuova Crociata per riconquistare Gerusalemme. Sappiamo che nessuna delle due spedizioni intraprese dal santo Re di Francia ebbe successo. Addirittura nella seconda crociata praticamente non si diede battaglia, giacché, appena poco dopo lo sbarco, il suo esercito, ed egli stesso, fu colpito da un’epidemia di peste che ne determinò l’umiliante ritirata.
Ma quale somiglianza può esserci tra il figlio di Thengel e il figlio di Bianca di Castiglia? Entrambi moriranno in terra straniera, ambedue spireranno nel tentativo di liberare una città «santa», entrambi affrontano una battaglia di cui si dispera il successo consapevoli che vi troveranno la morte, ambedue con l’armatura indosso cadranno conservando il proprio onore. I due re, uno realmente esistito l’altro soltanto nell’immaginario cristiano di Tolkien, condividono la virtù della fortezza che gli fa sperare la ricompensa nel mondo che verrà.
La fine di Théoden, al pari di quella del “Rex Christianissimus”, appare ingloriosa e vana, non trafitto dalla lama dei nemici ma schiacciato dal proprio stesso cavallo. Nevecrino, il destriero del re, sarà la cagione della sua morte. Quasi a significare che la gloria del suo casato, il cavallo emblema e vanto di Rohan, diviene lo strumento mortale della sua condanna. Tuttavia esso è anche un segno di divina predilezione, la quale ha riservato al valoroso re una morte che è sottratta al gaudio dei suoi perversi avversari. Nessun nemico infatti potrà vantarsi di aver abbattuto il sovrano di Rohan, ma per un decreto del Cielo la morte lo prenderà con sé preservandolo dallo scempio dei suoi nemici. Similmente San Luigi, stroncato non dalle scimitarre degli infedeli maomettani ma dalla pietosa mano dell’angelo sterminatore, che con la falce della peste porrà fine alla sua luminosa esistenza.
Il corpo spezzato di sire Théoden, immagine dell’eucaristico pane, è offerto in sacrificio per i suoi che aveva tanto amato. Frantumanto dal suo stesso cavallo, come il chicco che morendo porta frutto, Théoden re si trova a restituire il debito della vita dopo aver combattuto valorosamente, riacquistando l’onore perduto. Rivolto al giovane Merry, cadutogli accanto dopo aver colpito il Servo dell’Oscuro signore, il re agonizzante sussurra: “«Addio Messere Holbytla!», disse. «Il mio corpo è a pezzi. Torno dai miei padri. Ma anche in loro compagnia non avrò da vergognarmi. Ho abbattuto il serpente nero. Un mattino spietato, un giorno felice, un tramonto dorato!»[5].
Come i grandi re e patriarchi dell’antico Israele, Théoden andò ad aggiungersi al suo popolo, per dimorare eternamente nella casa dei suoi padri. Così perirono il cavallo e il cavaliere, uniti in vita e in morte, per la gloria di Dio e la salvezza dei loro congiunti. Similmente Re Luigi IX “il Santo”, con “le braccia in croce e coricato sulla cenere, rese la sua anima a Dio nel 1270, nell’ora stessa nella quale Cristo morì sulla croce. La vigilia della sua morte ripeteva: «Andremo a Gerusalemme». Nella Gerusalemme celeste, conquistata dalla sue sofferenze in mezzo alle avversità, egli doveva regnare con il Re dei re[6].
Esempi di virtù eroica, i due sovrani rappresentano il modello del vero cristiano, combattente instancabile e umile servitore che nel pellegrinaggio armato della vita presente pone il suo cuore e la sua mente lassù, nelle sale splendenti della Gerusalemme celeste, mentre cavalca intrepido verso la morte. “Oh felice Alleluia, quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena tranquillità, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, poiché, al dire dell’Apostolo ci sono certuni che progrediscono in peggio. Se tu progredisci, cammini; ma devi progredire nel bene, nella retta fede, nella buona condotta. Canta e cammina! Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti! Rivolti al Signore”[7].
Sancte Lodovice, ora pro nobis.





[1] Il Signore degli Anelli, cit., p. 628.
[2] Expositio et Lectura super Epistolas Pauli Apostoli. Ad Romanos I, lect. 3, n. 1062.
[3] Il Signore degli Anelli, cit., pp. 657-658.
[4] Ibidem, 619.
[5] Il Signore degli Anelli, cit., p. 1012.
[6] 25 agosto. San Luigi Re e Confessore, in Messale Romano, D.G. Lefebvre o.s.b. (a cura di), Torino 1957, p. 1502.
[7] Dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo, Disc. 256, 1. 2. 3; PL 38, 1191-1193.

lunedì 8 agosto 2016

[TOLKENIANA] Éowyn: una donna come Dio comanda

eowin
 
Di Isacco Tacconi - http://www.radiospada.org/
 
Devo confessare la mia obiettiva difficoltà nel scrivere della donna in generale e, nel presente caso, delle figure femminili tolkieniane per una doppia ragione: 1) la creatura «donna» è a mio avviso un vero e proprio mistero non ancora pienamente compreso, il cui ruolo teologico nella storia del mondo e della Chiesa è tanto complesso quanto cruciale; 2) I personaggi tolkieniani aggiungono a questa complessità che definirei «ginelogica», degli strati e delle sfumature numerose almeno quanto raffinate. Perciò «il compito all’uopo si fa arduo al quasi ellenico tropo, e per non andar fuor di semente conservando sani spirto e mente, vo cercando lumi e grazie da Colei che sola riceve e da’ in copia all’humane razze». Non a caso i poeti di tutti i tempi hanno richiesto il soccorso di una «Musa» (da cui «musica»), specialmente per cantare le virtù e le grazie di una creatura quale la donna che, se intenta e raccolta nella pietà e la carità, può diventare segnale prediletto delle cose celesti.
Ecco dunque ciò di cui credo aver bisogno: un soccorso che aristotelicamente si muove come causa seconda in una catena gerarchica, discendendo dal Cielo dantesco fino alla selva di lance del Pelennor. Eppure si potrebbe obiettare che la presente impresa di commento alla figura di Éowyn non sembra dover scomodare il Cielo, tuttavia a questo punto interrogherei il mio contestatore in questo modo: “cosa più importa agli occhi di Dio: una piccola azione fatta per amor suo, o una grande impresa, per quanto buona e onorevole, per amor proprio?”. Teresina di Lisieux, la santa della «piccola via», ci ha lasciato una preziosa eredità, a noi che possiamo ambire ad una santità da «piccoli» compiendo bene ogni gesto, insegnandoci a raccogliere uno spillo da terra per amore dell’Amore, come se avessimo raccolto una moneta spendibile in Paradiso. E anche noi in quel caso potremmo dire con verità: “la sua grazia in me non è stata vana[1], giacché se il Buon Dio per un piccolo gesto offertogli in purezza d’intenzioni aumenterà nell’anima il grado di gloria, versando in lei come in una coppa una più larga misura di grazia santificante, tanto più non disdegnerà di soccorrere la povera mente di colui che cerca buone parole per cantare le sue bellezze: «Credo vidére bona Domini in terra vivéntium». E credo che in fondo sia proprio questa la chiave di lettura del personaggio di Éowyn: l’eroismo della devozione nascosta.
Oggi, in questa nostra storia, non ci sono orchi da uccidere anche se il nemico che ci para il cammino è ancor più temibile e oscuro. Il viaggio del tutto inaspettato che richiama la nostra attenzione, si volge piuttosto alla ricerca di una risposta intorno all’identità profonda di Dama Éowyn. La breve descrizione che di questa figura Tolkien fornisce al lettore è sufficientemente eloquente per permetterci di immaginarne la grazia, la nobiltà e la casta bellezza.
Quando i “tre cacciatori” giungono ad Edoras guidati da Gandalf redivivo, divenuto il «Bianco», candido come la neve dopo essere passato attraverso la porta della morte, trovano un regno diviso e allo sbando, un re, Théoden figlio di Thengel, incatenato da un velenoso consigliere, e il cui popolo disperso e spaventato ne attende il risveglio. A fianco del vecchio re, un poco ritirata, si erge alta e silenziosa Éowyn, nipote del re e cugina dell’erede al trono ormai defunto. La giovane principessa, racconta Tolkien: “si voltò per guardarsi indietro. Nel suo sguardo grave e pensoso, posato sul re, si scorgeva una tenera pietà. Splendido il suo volto, ed i lunghi capelli pari a un fiume d’oro. Era bianca ed esile nella bianca veste cinta d’argento; ma pareva forte e severa come acciaio, una figlia di re. Così Aragorn mirò per la prima volta alla luce del giorno Éowyn, Dama di Rohan, e la trovò bella, bella e fredda, come una mattina di pallida primavera, e non ancora maturata in donna[2].
Fra tutti i personaggi femminili che incontriamo nel Signore degli Anelli, Éowyn appare l’unica vera donna, umana, reale. Mentre Arwen e Galadriel, proprio per il loro essere elfi, sono in qualche modo sottratte alla concretezza dell’umanità, avvolte come sono da un’aura sacrale, Éowyn al contrario porta su di sé il dramma della condizione mortale segnata da delusioni, amarezze e responsabilità non volute, ma virilmente accolte e affrontate con eroica fortezza. Lo stesso racconto del suo amore non corrisposto per Aragorn contribuisce a mostrarci una giovane donna segnata dalla sofferenza e dall’abbandono. Orfana e accolta in casa dello zio, costretta dagli eventi a dover assistere impotente il suo re, sedotto dai diabolici consigli di un traditore, Éowyn porta in sé come in una sintesi tutti quei valori dell’antica cultura anglosassone caratterizzata dall’onore e dalla fedeltà al re e alla terra, uniti alla virtù cristiana, in particolare della pietas e della fortitudo. Figlia di re eppure solitaria nel Palazzo d’oro di Meduseld, può soltanto sopportare e pregare dinanzi all’indebolimento del suo regno e alle sofferenze del suo popolo. Allo sbocciare del primo amore sperimenta l’umiliazione del rifiuto, e all’incombere della guerra si vede lasciata indietro e quasi abbandonata. Ma non è il suo il dolore della frustrazione di quelle donne che si sentono come “imprigionate” fra le mura domestiche, inseguendo utopie eversive di avventure ed emozioni libertarie. Una prospettiva che un reazionario e antimoderno come John Ronald Reuel Tolkien mai e poi mai avrebbe attribuito a uno dei suoi personaggi, se non per evidenziarne la innaturale bruttura. Non dimentichiamoci che il Nostro fu testimone di quello sciagurato movimento rivoluzionario di emancipazione femminista (ben attenti, non “femminile”) del Women’s Suffrage Federation, le cui appartenenti, in larga parte provenienti dalla borghesia altolocata e vittorianamente ipocrita della società inglese di fine 800, furono ironicamente ribattezzate “suffragette”. Tale movimento, anche se in origine proveniente da oltremanica, si diffuse proprio dall’Inghilterra prendendo le dimensioni di una corrente internazionale, prodromo di quei movimenti mondialisti di contestazione che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo XX°.
Tolkien era un semplice filologo medievista che amava i racconti e le fiabe, e odiava la letteratura a lui contemporanea. Estraneo alla febbre del “progresso” della modernità caratterizzata dal positivismo e dal naturalismo, egli era un Cattolico romano fiero e sincero in un’Inghilterra ancora duramente anticattolica e antipapista. Allevato alla lotta per la sopravvivenza in una società sostanzialmente agnostica, ma verniciata di una religiosità vagamente puritana figlia di quello stesso anglicanesimo liberale da cui prese le distanze John Henry Newman, e la cui inconsistenza e ipocrisia furono denunciate, nonché sagacemente irrise, da Gilbert Keith Chesterton.
Tutto questo ci fa comprendere come niente di più alieno al nostro professore di Oxford sia una visione della donna repressa e frustrata nelle sue mansioni di moglie e di madre cioè, per l’appunto, di «donna». Al contrario, il modello femminile che Tolkien tenne sempre ben in mente e a cui si ispirò, non fu la “ribelle”, la self-made woman femminista, quindi materialista e agnostica, di inizio novecento, bensì una donna reale e ben precisa che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle precedenti pagine di questa Rubrica: sua madre, la virtuosa Mabel Suffield.
«Quando penso alla morte di mia madre – scriveva Tolkien nel 1965 al figlio Michael – stremata dalle persecuzioni, dalla povertà e dalle conseguenti malattie, nello sforzo di trasmettere a noi ragazzi la fede, e quando ricordo la minuscola camera da letto che dividevamo, affittata nella casa di un postino di Rednal, dove lei morì tutta sola, troppo malata per ricevere l’estrema unzione, trovo molto duro e amaro il fatto che i miei figli si allontanino dalla Chiesa. Naturalmente Canaan sembra diversa a quelli che l’hanno raggiunta provenendo dal deserto; e gli ultimi abitanti di Gerusalemme possono sembrare spesso degli sciocchi o delle canaglie, o peggio. Ma “in hac urbe lux solemnis” mi è sempre sembrato vero». Questo è “l’ideale-reale” di donna che Tolkien custodì gelosamente nel suo cuore e che riaffiora come un luminoso ricordo (e un monito esemplare) nelle pagine dei suoi scritti: una donna come Dio comanda. Talmente forte fu infatti l’impronta che l’esempio di virtù eroica della madre impresse nel figlio John, che egli non se ne distaccò mai, neppure per seguire l’amore della sua vita, la giovane anglicana Edith Bratt. Tant’è vero che per Tolkien la conversione di questa al cattolicesimo era conditio sine qua non per il loro matrimonio. Alla fine la Grazia ebbe la meglio sulla natura. La pazienza e, soprattutto, la dolce fermezza di John riuscirono a vincere le resistenze della fidanzata che si fece battezzare l’8 gennaio 1914. Dopo anni di travagli e di privazioni, in parte causate anche dalla guerra, John ed Edith si sposarono il 22 marzo 1916 poco prima che lui partisse per combattere in Francia[3].
Questo breve inciso biografico che ci aiuta a comprendere quella che, se vogliamo, potremmo chiamare “la visione della donna in Tolkien”, dovrebbe convincerci anche, almeno spero, che Dama Éowyn non ha nulla a che fare con delle figure quali Olympe de Gouges, teorica del femminismo (ghigliottinata dal suo amico Robespierre), o con Lady Nancy Astor, prima donna eletta al parlamento del Regno Unito.
Ad ogni modo, lasciando da parte ogni altra possibile distrazione, riprendiamo decisamente il filo del nostro discorso che si scioglie come un canto sulle praterie dell’alto piano di Rohan, fra i nitriti dei cavalli e il clangore dei corni lontani.
Dopo aver ricevuto il comando da re Théoden di restare ad Edoras, il giovane Merry triste ed abbattuto per non poter partecipare alla guerra al pari dei suoi amici, si imbatte in un misterioso giovane guerriero di Rohan chiamato “Dernhelm”. Costui “si avvicinò inosservato e mormorò qualcosa a bassa voce nell’orecchio dell’Hobbit. «Dove vi è la volontà, nulla è impossibile, si dice da noi»[4]. Un saggio consiglio questo che definirei propriamente “da uomini”, poiché le due facoltà che distinguono e separano come un abisso l’uomo dal resto dei bruti sono proprio l’intelletto, con la sua capacità di conoscere e ricevere la verità, e la libera volontà, con il suo innato desiderio di possedere il bene. Ora entrambe queste facoltà dell’anima hanno bisogno di essere purificate e rettificate cioè «raddrizzate», e la volontà in particolare necessita di essere volta, o meglio ordinata, verso quello che Aristotele, e con lui San Tommaso, chiamava il «bene onesto» cioè il bene morale oggettivo, voluto per se stesso e non per un altro motivo, distinguendosi perciò dal «bene utile» desiderato in quanto mezzo per un fine ulteriore, e dal meno pregevole «bene dilettevole» desiderato per il piacere che potremmo trarne ottenendolo.
Ad ogni modo, questo atto di volontà deciso e generoso sarà l’inizio della conversione di un’anima che, per poter tornare ad apprezzare il valore della sua vita, dovrà discendere fin quasi sulla soglia della morte. “«Allora verrai con me»”, disse il Cavaliere. «Ti porterò sul mio cavallo, nascosto sotto il mio manto finché saremo lontani e questa oscurità sarà più cupa. Tanta buona volontà non deve essere scoraggiata. Non dire più nulla a nessuno, e vieni»”[5].
Soltanto sui campi del Pelennor lo stesso Merry, insieme al lettore stupito, scoprirà che quel guerriero silenzioso ed esile è in realtà Éowyn, principessa di Rohan. In effetti nel libro ella manifesta con energia il suo desiderio a tratti implacabile di compiere gesta gloriose combattendo e morendo in battaglia. L’onore e la gloria sembrano quasi ossessionarla, tanto da gettarla nello sconforto quando si vede costretta nelle Case di Guarigione di Minas Tirith a sottoporsi alle cure necessarie che le impediscono di tornare in battaglia. Ma quel suo slancio impetuoso e impaziente deriva, come dirà Gandalf, da un malanimo interiore provocatole dai velenosi discorsi di Grima Vermilinguo, che istillarono nel suo cuore, oltre la tristezza, l’insofferenza e l’insoddisfazione per il suo essere donna, per di più ridotta a servire un debole e stolto re. “Ella nel suo corpo di fanciulla – dirà Gandalf ad Éomer – possedeva uno spirito e un coraggio senza dubbio uguali al tuo ardimento. E tuttavia era destinata a servire un vegliardo, che amava come un padre, ed a vederlo crollare in una stoltezza meschina e disonorevole; il suo ruolo le sembrava più ignobile di quello del bastone su cui il re si appoggiava[6].
Pertanto, scopo del suo rivaleggiare con gli uomini non è l’assurda pretesa di veder riconosciuti i suoi diritti di donna. In altre parole non è una rivendicazione egualitaria inquadrata in una prospettiva di emancipazione del genere femminile che la spinge a fuggire dalle mura della casa adottiva, bensì una profonda e personale inquietudine interiore, causa del suo disperato desiderio di cavalcare verso una “oscurità ancora più cupa”. Questa giovane principessa sembra cercare addirittura la morte per porre fine al suo mal di vivere. Un tormento interiore che oscilla tra un’insofferenza tipicamente adolescenziale e quella soffocante malinconia che toglie la pace e il gusto delle cose semplici e ordinarie, suggerendo ombre ed immagini di felicità lontane da quelli che potremmo definire i propri “doveri di stato”. In realtà, ella va cercando sollievo alla sua profonda infelicità e insoddisfazione, che non troverà, com’è ovvio, sui campi di battaglia bensì nell’incontro di un uomo che le darà il suo cuore offrendole il suo amore puro, accogliendola per quello che è.
La sua lunga convalescenza nelle Case di Guarigione sarà la circostanza provvidenziale perché ella possa trovare finalmente quella pace interiore che né le gesta eroiche né alcuna avventura potrebbe elargire. Un po’ come accadde a Sant’Ignazio di Loyola dopo essere stato ferito ad una gamba nell’assedio di Pamplona. Costretto a letto per un lungo periodo e non avendo a disposizione i libri di cavalleria che egli tanto amava leggere, Ignazio si rassegnò a dover leggere la Vita di Cristo di Ludolfo il Certosino e la Leggenda aurea di Jacopo, o Giacomo, da Varazze. Sarà questo l’inizio di quell’innamoramento così intenso e sincero per Nostro Signore Gesù Cristo che lo condurrà, dopo una «veglia d’armi» a deporre la sua spada ai piedi della Madonna nel monastero benedettino di Montserrat.
Anche nel caso di Éowyn la malattia sarà l’occasione per meditare sulla propria esistenza sprofondandosi in quella notte oscura dell’anima che la traghetterà, dopo profonda purificazione interiore, alla luce dell’alba. Un’alba così chiaramente annunciata, come da un araldo celeste, da quelle semplici parole che Piccarda Donati, nel cielo della luna, rivolse a Dante: «E‘n la sua volontade è nostra pace». È questo il segreto di felicità che pone l’uomo dinanzi alla verità ultima del suo stesso esistere: essere per Dio e in Dio. Non importa quale sia l’onore (o il disonore) che ci viene tributato, né la posizione sociale che dobbiamo occupare, né l’umiltà delle mansioni che dobbiamo svolgere. L’unica cosa che conta è compiere «la sua volontade», che la Divina Provvidenza ci manifesta indubitabilmente attraverso l’età in cui ci troviamo, le qualità che possediamo, le infermità che dobbiamo sopportare, il sesso e il grado sociale che essa stessa ha disposto per noi. 
Ma credo sia più utile per noi lasciar parlare direttamente il testo in cui Éowyn scioglie ogni velo di tristezza, liberata dal peso opprimente di un’ambizione disordinata. Sarà nella discreta, luminosa ordinarietà dell’amore sponsale che ella troverà quella felicità che credeva possibile solo nell’emozione di eroiche gesta e nelle glorie dei grandi palazzi. Quella che segue appare quasi il racconto di una conversione, manifestando l’addolcimento di una fanciulla che l’amore ha restituita a nuova vita:
“Non sarò più una fanciulla d’arme, né rivaleggerò con i grandi Cavalieri, né amerò soltanto i canti che narrano di uccisioni. Sarò una guaritrice, e amerò tutto ciò che cresce e non è arido». E di nuovo guardò Faramir. «Non desidero più essere una regina», disse.
Allora Faramir rise, felice. «Meno male», esclamò, «perché io non sono un re. Eppure sposerò la Bianca Dama di Rohan, se ella lo vorrà. E se ella lo vorrà, potremo attraversare il Fiume in giorni più felici e dimorare nello splendore d’Ithilien e coltivarvi un giardino. Ogni cosa vi crescerà con gioia, se coltivata dalla Bianca Dama».
«Devo dunque lasciare il mio popolo, uomo di Gondor?», ella disse. «E vorresti che la tua gente orgogliosa dica di te: “Ecco un signore che ha domato una selvaggia fanciulla del Nord! Non vi era dunque una donna della razza dei Numeroreani ch’egli potesse scegliere?”».
«Lo vorrei», disse Faramir. E la prese fra le braccia e la baciò sotto il cielo assolato, e non si curò di essere in piedi sulle mura, visibile a molti. E molti infatti li videro, e videro la luce che brillava intorno a loro mentre scendevano dalle mura e si recavano, mano nella mano, nella Case di Guarigione.
E al Custode delle Case Faramir disse: «Ecco Dama Éowyn di Rohan, ed ora è guarita»[7].
Il giovane Capitano, ultimo Sovrintendente di Gondor, venuto a sapere che l’erede al trono è giunto nella città di Minas Tirith, si rassegna serenamente a cedere il passo al Re che viene ad occupare il trono che la stirpe dei Sovrintendenti aveva il compito di custodire. In questo Faramir ed Éowyn sono accomunati: entrambi perdono ogni prospettiva di regalità e di gloria per dedicarsi ad una vita umile e semplice, scelgono cioè l’evangelico «ultimo posto» che racchiude il segreto della perfetta letizia.
Sembra proprio che dopo la sua guarigione, Éowyn, nel gaudio di sapersi affrancata da quello spirito maligno di malinconia, abbia cantato nella quiete delle sue lunghe veglie notturne: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze[8].
Quando l’uomo cessa di contendere a Dio lo scettro (o l’anello) del potere, riconoscendo in lui la felicità che egli disperatamente cerca in questa Terra di Mezzo, solo allora egli può trovare quella pace e quel ristoro di cui un altro Re disse: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, così la divina ricompensa nell’anima mia[9]. Ed in fin dei conti è proprio questo eroismo della devozione nascosta che Faramir ed Éowyn abbracciano congiuntamente che fa di loro delle figure tra le più straordinarie del Signore degli Anelli. Questa Principessa dei Rohirrim dimostra la nobiltà del suo lignaggio non tanto nella sua abilità sul campo di battaglia, quanto nella pietà e nell’amore devoto verso il suo re, in virtù del quale soltanto riesce ad abbattere il Re degli stregoni di Angmar. Tuttavia la bontà e la purezza del suo cuore dovevano essere liberate dal velo di oscura tristezza che aveva stretto il suo cuore in una morsa, e che nell’esperienza catartica che l’ha portata sin su l’abisso della morte hanno potuto rifiorire per restituirle la libertà.
In conclusione, la “redenzione” di Éowyn non poteva compiersi in maniera più discreta e graduale: una vera e propria conversione del cuore. Ed è esattamente la scelta di vivere nascosta fra le faccende della vita domestica, nella rinuncia ad ogni onore e gloria mondana, nell’amore puro e semplice per il suo sposo, nella quiete del servizio silenzioso e in quel prodigioso segreto che manifesta la gloria dell’umiltà, che fa di Éowyn una donna «come Dio comanda».
 
[1] 1Cor 15,10.
[2] Il Signore degli Anelli, cit. pp. 627-628.
[3] M. WHITE, Tolkien. A Biography, Little, Brown and Company 2001; ed. it. La vita di J.R.R. Tolkien, Bompiani, Milano, 2002, passim.
[4] Il Signore degli Anelli, p. 966.
[5] Ibidem.
[6] Ivi, 1040.
[7] Ivi, p. 1152.
[8] Sal 130,1-2.
[9] Ibidem.

lunedì 18 luglio 2016

[TOLKIENIANA] Legolas, gli elfi e la morte


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di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Nell’addentrarci fra le «sub-creature» e le antichità della Terra di Mezzo non possiamo non imbatterci in un colossale paradosso: gli elfi. Devo ammettere che la mia idea originaria era di trattare in un unico saggio Legolas e Gimli insieme, ma mi sono dovuto subito ricredere in quanto sia l’uno che l’altro, più che essere dei personaggi “gravidi di significati”, mi sono parsi dei pretesti e delle occasioni per dire qualcosa sulle loro razze.
Partiamo dal dato assodato che queste creature non sono un’invenzione di John Ronald Reuel Tolkien o, quanto meno, non nominalmente giacché appartengono in generale al patrimonio mitologico e religioso nordico e, in modo particolare, alle culture germanica e celtica. Creature leggendarie con il nome di «elfi» popolavano abbondantemente le tradizioni e i racconti trasmessi oralmente nell’Inghilterra pre-cristiana, anche se in inglese i termini «elf» e «gnome» molto spesso indicano le stesse creature e, di fatto, sono quasi sinonimi. Eppure, se approfondiamo la mitologia norreno-scandinava scopriremo che essa deriva a sua volta dalla più antica e, quasi post-diluviana, mitologia indoeuropea comune a molti popoli antichi del bacino mediterraneo, dalla penisola iberica fino al mar baltico.  Gli elfi perciò sono creature presenti, anche se con nomi e forme diversi, in tutte le culture e civiltà del ceppo indoeuropeo. Molto spesso considerati degli spiriti buoni assimilabili alle ninfe o agli angeli, guardiani dei boschi, depositari di un sapere soprannaturale sconosciuto agli uomini. Diversamente gli gnomi, nelle tradizioni leggendarie di un tempo, erano più spesso rappresentati come piccoli uomini barbuti abitanti nelle regioni sotterranee, considerati lavoratori di miniere e custodi di tesori. In questo alcune tradizioni sovrappongono indistintamente nani, elfi e gnomi. In effetti, la tradizione, per così dire, “elfica” dei popoli nord-europei si è trasmessa e arricchita, è d’uopo dirlo, grazie al cristianesimo e principalmente attraverso l’opera di recupero e conservazione dei monaci. Basti citare il celebre poema epico del nord conosciuto come “Edda”, frutto dell’opera filologica e poetica dello scrittore islandese cristiano Snorri Sturluson (1178-1241). Scritto in lingua islandese medievale che formava un unico idioma con il norvegese antico, l’Edda costituì per Tolkien, insieme ad altri manoscritti delle antiche civiltà nordiche, una copiosa fonte d’ispirazione.
Tuttavia, anche se il concetto di «elfo» è mutuato dalle tradizioni mitologiche norrene, certamente gli elfi («eldar») di Tolkien costituiscono delle creature del tutto originali con le quali si è aperto un modo del tutto nuovo di concepirli e rappresentarli.
Ma prima di entrare nel vivo della presente trattazione vorrei, ancora una volta, palesare il mio intento. A scanso di equivoci vorrei precisare che questi brevi saggi tolkieniani non hanno la benché minima pretesa di porsi come autorevoli e infallibili interpretazioni dell’opera di J.R.R. Tolkien né, tantomeno, di intraprendere un’opera rigorosa di studio e comparazione dei suoi testi di tipo “scientifico”. Personalmente trovo le analisi manualistiche di testi spirituali (perché le fiabe sono racconti eminentemente spirituali) profondamente noiose e astruse, nonché affette da una certa vena di razionalismo psicologista. Un po’ come avviene nella pseudo-esegesi biblica contemporanea in cui i testi ispirati della Sacra Scrittura vengono affrontati e letti con le stesse intenzioni con cui un grafologo si accosterebbe a una romantica lettera d’amore inviatagli dalla propria amata. Questo è semplicemente disumano, perché svuota la realtà della sua essenza profondamente spirituale cioè metafisica, riducendo ogni conoscenza a mero fenomeno empirico da possedere, manipolare e archiviare. Assumere un atteggiamento del genere nei confronti dei racconti fiabeschi o delle leggende (come d’altra parte della Sacra Scrittura) è, come dicevo, disumano perché ignora ciò che di eterno ed immutabile c’è in essi, relativizzandone le singole peculiarità in un flusso storicistico ed evoluzionistico contingente e sempre mutevole. Una tale visione è obiettivamente “esanime” cioè senz’anima, è materiale o meglio materialistica ed impedisce di scorgere la verità, alla quale non si può arrivare con l’enciclopedia e il microscopio ma solo con l’umiltà.
Pertanto la mia personale prospettiva è quella di considerare i manoscritti di Tolkien un po’ come la mappa di Thorin nella quale ci sono alcune cose che si leggono ad occhio nudo (le rune visibili), ed alcune altre che si possono scorgere solo «in trasparenza» cioè alla luce della luna, come le rune lunari. Queste lettere lunari “non le si può vedere – disse Elrond – non quando le si guarda direttamente. Si può vederle soltanto quando la luna brilla dietro di esse[1]. Ricercare ciò che a prima vista non è visibile, infatti, non significa cercare ciò che non esiste inseguendo le proprie vane illusioni, bensì contemplare l’intima consistenza della realtà sotto la luce discreta e delicata della grazia, per scoprire la causa prima della bellezza, della bontà e della verità che essa manifesta velatamente come il motivo di un canto antico che, per qualche recondita ragione, risuona nel nostro cuore come se, in fondo, l’avessimo sempre conosciuto.

Montagna Solitaria Mappa del tesoro di Thorin Scudodiquercia

Inoltre, non vorrei ripetere nulla di quanto autori ben più autorevoli del sottoscritto hanno affermato su Tolkien e le sue opere ma, ad imitazione dell’Apostolo San Giovanni, vorrei dire, se possibile, qualcosa che non è stato ancora detto. Personalmente amo la Passione di Cristo secondo San Giovanni più di tutti gli altri racconti evangelici, poiché il pathos che attraversa ogni sua singola pagina è la palpitante espressione di quell’agàpe che il giovane discepolo visse così intensamente tanto da meritare di essere amato dal Cristo più degli altri apostoli. Ma il tema della relazione tra conoscenza e amore lo abbiamo già affrontato precedentemente perciò non ci tornerò sopra in questa sede.
Insomma, per dirlo con un’altra metafora, per scorgere quella che definirei la «metafisica tolkieniana» bisogna inforcare le lenti soprannaturali, e intravedere così ciò che dietro la natura delle cose si cela animandone le fibre più intime e vitali. Ogni personaggio tolkieniano è portatore di valori e simboli diversi, ma nessuno di essi è riducibile ad una banale equivalenza del tipo «Gandalf corrisponde a Gesù», o «Saruman è Caifa», o «Galadriel rappresenta la Vergine Maria», no, non è così, e spero di non aver ingannato i lettori dando loro questa falsa e presuntuosa impressione. D’altra parte, lo stesso Tolkien ha più volte tenuto a prendere le distanze da qualsiasi forma di allegoria razionalista. Al contrario un uomo con una visione così penetrante della realtà come il nostro Professore di Oxford disse: «c’è una morale, suppongo, in ogni storia che valga la pena di essere raccontata» e in ogni storia vera «gli attori sono individui: ognuno di loro, naturalmente, contiene l’universale, altrimenti non vivrebbero affatto, ma non si rappresentano mai come universali»[2]. Vale a dire che in un hobbit, come in ognuno di noi, “c’è molto di più di quanto non colpisca la vista”.
Dunque. Da dove cominciare? Ah sì! …gli elfi!
Questi esseri fatati, nell’accezione antico-inglese di fatato cioè «faërie», non sono solo espressione della fantasia di popoli superstiziosi o, come ci ha abituato una visione evoluzionistica della storia del mondo, creazioni di una primitiva ed ingenua “età infantile” dell’umanità. No, gli elfi sono in qualche modo dentro di noi e intorno a noi giacché sono una rappresentazione plastica, ossia uno dei tentativi di dare un volto e un’identità ad uno degli aneliti più profondi e intimi dell’uomo: il desiderio dell’immortalità. Ma, a questo proposito, vorrei lasciare parlare direttamente il nostro Anfitrione di Oxford: “Elfi e uomini sono solamente due diversi aspetti dell’umanità, e rappresentano il problema della morte così come viene vista da persone finite ma consapevoli e di buona volontà. In questo mondo mitologico elfi e uomini sono affini nelle loro forme incarnate, ma nel rapporto dei loro spiriti con il mondo rappresentano esperimenti diversi, ognuno dei quali ha il suo naturale sviluppo e le sue debolezze. Gli elfi rappresentano l’aspetto artistico, estetico e puramente scientifico della natura umana ad un livello più elevato di quanto non si possa in realtà trovare negli uomini. Cioè: hanno un amore infinito nei confronti del mondo fisico, e il desiderio di osservarlo e di capirlo per la propria e l’altrui salvezza — in quanto realtà derivata da Dio così come loro stessi derivano da Lui — e non come materiale che può essere utilizzato per acquistare potere. Essi possiedono anche elevate capacità artistiche o «subcreative». Sono inoltre immortali. Non «per l’eternità», ma all’interno del mondo creato, finché questo dura. Se uccisi, perché la loro forma incarnata viene ferita o distrutta, non sfuggono al tempo, ma rimangono nel mondo, benché disincarnati, oppure rinascono. Tutto questo finisce per diventare un grave fardello man mano che le epoche si allungano, specialmente in un mondo in cui esistono malizia e distruzione[3].
Ho già accennato qua e là nei precedenti saggi che il tema centrale di tutto il Signore degli Anelli, e direi di tutto il «corpus tolkienianum», è proprio la Morte. In questo sfondo tutt’altro che melanconicamente romanticista ma anzi profondamente realista, Tolkien crea e inserisce i suoi elfi. In effetti, a ben pensarci, la realtà che più ci fa presente il valore e la consistenza della vita è proprio la morte. Costoro sono i primogeniti di Ilùvatar l’unico Dio che fa da sfondo alla sua cosmogonia, e al quale fa dire: “i Quendi [gli elfi n.d.r.] saranno le più leggiadre di tutte le creature terrene, e possederanno e concepiranno e produrranno più bellezza di tutti i miei Figli; e godranno della maggiore beatitudine di questo mondo. Agli Atani [gli uomini n.d.r.] però concedo un dono nuovo“. Ma al di là della loro oggettiva bellezza, della loro superiorità nell’arte e in ogni forma di scienza la loro condizione esistenziale non è per nulla invidiabile. Essi sono, come diceva, condannati ad una immortalità terrena cioè ad essere legati per sempre alla terra che d’altra parte essi amano ma che, a lungo andare, non riescono più a sopportare. Perciò, paradossalmente, questi esseri non rappresentano una condizione “ideale” né una proiezione del desiderio frustrato dell’uomo di non morire mai e di restare per sempre giovane sulla terra. Al contrario, essi sono l’espressione di quell’anelito profondissimo acciocché questa vita prima o poi abbia fine e ci traghetti in uno stato diverso, superiore e più perfetto fatto di requie e stabilità. “Le storie umane sugli elfi sono senza dubbio piene di Evasione dall’Immortalità”. E prosegue: “poche lezioni vengono impartite in esse più chiaramente del fardello di questo tipo di immortalità, o piuttosto di una serie senza fine di vite, da cui il “fuggitivo” vorrebbe scappare. Perché la fiaba è particolarmente adatta a insegnare cose di questo genere, di molto tempo fa e anche di oggi[4]. Il mostruoso mito del «forever young» destinato alla frustrazione, paradigmaticamente riassunto nel celebre “Ritratto di Dorian Gray”, ha sedotte e inebriate le anime di uomini, donne e ragazzini dal secondo dopo guerra in poi. Esso rappresenta proprio la sovversione di questo intimo desiderio dell’uomo di ricongiungersi al suo Creatore, scegliendo invece di radicarsi per sempre (così credono) su questa terra (di Mezzo). Potremmo dire che l’odierna «somatolatria», come la definì acutamente Romano Amerio, è la formulazione esistenziale e sociale dell’«aversio a Deo et conversio ad creaturas» cioè del peccato, consistente nel volgere le spalle all’eternità per attaccarsi spasmodicamente e in maniera disperata alla mutevolezza e caducità delle creature finite. D’altra parte la corrente gnostica che ricerca l’elisir di lunga vita o vuole risalire, per impadronirsene, all’albero della vita accompagna come un filo rosso, o un fiume sotterraneo, tutta la storia dell’umanità. Tolkien invece, da buon cattolico, aspirava “alle cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio”, pur non disprezzando quanto di buono, vero e bello c’è nella vita presente non aspirava ad altro che “alle cose di lassù, non a quelle della terra[5].

Il_Signore_degli_Anelli_205

Gli elfi, invece, sono in un certo senso un peso a se stessi, la loro esistenza è avvolta da una segreta invidia della condizione mortale degli uomini che possono invecchiare e spegnersi per transire, attraverso la morte, ad un altro stato dell’essere: l’eternità. E questo è un sentimento profondamente presente nella vita cristiana ossia la percezione che questa esistenza nella carne sia un peso, un fardello da portare ma che, alla fine, troverà la sua consolazione sulle sponde della Gerusalemme celeste. Scrive sant’Agostino: “quando Dio ti libera da te stesso, ti libera dal male”[6]. E se questa pericope del grande dottore della Chiesa rimanda forse più alla dimensione morale dell’uomo cioè al peccato e all’«uomo vecchio», certamente credo si possa applicare anche alla caducità della vita presente che al contempo è via e ostacolo alla visione di Dio. La vita mortale è cioè sia tempo propizio per meritare ed accrescere, attraverso la carità, il grado della gloria futura ma anche una barriera che ci trattiene dall’accedere alla visione beatifica. Questa vita mortale è in un certo senso caratterizzata da un desiderio bruciante e insopprimibile che potrà essere appagato soltanto dopo che essa si sarà consumata e, terminato il suo corso, approderà alla meta. È questa prospettiva d’eternità che manca agli elfi i quali pur sperimentando questo anelito non ne intravedono il compimento.
Si potrebbe pensare che questa visione «liberante» della morte abbia un so che di neoplatonico, al contrario essa è profondamente cristiana. Infatti, dopo la morte in Croce del Figlio di Dio, dopo il Sacrificio consumato dall’Amore sostanziale ed eterno, dopo che la Vita stessa si è lasciata vincere dalla morte sconfiggendola così in æternum la condanna che pesava sugli uomini si è tramutata in grazia, e l’amaro in dolcezza. Ciò che prima appariva (e lo era realmente) una maledizione che incuteva terrore agli “uomini mortali che la triste morte attende” è divenuta per loro la ianua coeli, porta d’accesso alla vera Vita. Solo la consolante rivelazione di Gesù Cristo agli uomini ha potuto far cantare a San Francesco d’Assisi “tanto è il bene che m’aspetto, c’ogni pena m’è diletto”. Solo una speranza che supera infinitamente le attese della umana natura poteva fargli invocare la morte come una devota «sorella» il cui arrivo è atteso non più con paura ma con incontenibile trepidazione.
A questo punto, senza rinnegare quanto detto finora, vorrei spingermi un poco oltre prendendo le distanze dalla predetta spiegazione simbolica della natura degli elfi per guardare a queste magnifiche creature anche da un’altra angolatura. «Elfi e uomini – spiega Tolkien – sono rappresentati come biologicamente affini nella storia, perché gli elfi nel mio piccolo mondo rappresentano alcuni aspetti degli uomini, e le loro doti e i loro desideri, incarnati. Hanno possibilità e poteri che anche noi desidereremmo avere, e la bellezza e il rischio e il dolore che si accompagnano al possesso di queste cose si leggono nella loro storia. […]»[7]. Non voglio sminuire il valore di questa spiegazione di Tolkien, eppure credo che essa non dia del tutto ragione dell’identità degli elfi e che possano anzi significare anche qualcosa di più di una semplice tendenza o aspirazione dell’animo umano. Infatti portando alle estreme conseguenze questa lettura del loro ruolo e della loro natura, gli elfi apparirebbero figure sostanzialmente effimere e negative poiché poco più che sventurati prigionieri di un mondo che “gli sta stretto” e da cui non possono veramente uscire se non una sorta di “lunga vacanza”: il solo pensiero dell’eterna reincarnazione mortale è terrificante. A questo proposito, per tentare di salvare gli elfi da un fato così insopportabile, mi riallaccio a quanto detto al principio di questa trattazione ossia alla presenza degli elfi in tutte le più antiche culture occidentali.
Spiriti buoni che popolano i boschi, custodi di fonti proibite, depositari di un arcano sapere, compassionevoli verso i deboli ma vendicatori terribili verso gli uomini empi. Questi elfi ricordano molto da vicino il ruolo di quelle creature spirituali, quei puri spiriti invisibili ma reali che portano il nome di “angeli”. Ma chi sono gli angeli? La Scrittura Sacra li descrive come “potenti esecutori dei suoi [di Dio] comandi, pronti alla voce della sua parola. Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere[8].

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La dottrina mirabile di San Tommaso ha il merito di aver definito la distinzione metafisica fondamentale tra «essentia» e «actus essendi» ovvero tra ciò che conferisce ad un ente particolare la sua propria natura specifica (il quid), e ciò che la fa esistere, o meglio «sussistere», realmente (l’atto d’essere). Sappiamo che tra gli enti creati sono più perfetti quelli che più assomigliano a Dio, ossia quelli che posseggono una natura totalmente spirituale cioè incorporea. In questo senso gli elfi rappresentano il divino nel mondo, non solo per la loro natura essenzialmente superiore alla umana ma anche perché essi sono, al pari degli angeli, i primogeniti della creazione. Gli elfi a giudizio dello stesso J.R.R., lo abbiamo visto, sono nel mondo ma in qualche modo non gli appartengono completamente e rimandano costantemente ad un’altra dimensione dell’essere che nel suo immaginario si chiama Valinor cioè “le terre di là dal mare”.
È questo un appiglio ermeneutico che da tempo mi ha persuaso della somiglianza secundum quid tra gli elfi e gli angeli. È pur vero che nella cosmogonia tolkieniana i Valar e gli Ainur sembrerebbero, prima facie, ciò che più si avvicina agli angeli e agli arcangeli della Rivelazione biblico-cristiana. Tuttavia, stando alle parole di Tolkien, ritengo che essendo gli elfi l’incarnazione di quanto di più nobile c’è nell’uomo, cioè l’anima spirituale, ed essendo ad ogni modo degli esseri distinti dagli uomini, essi siano per certi aspetti, e solo da un certo punto di vista, simili agli angeli.
Inoltre la pietas della fede cattolica ci ha insegnato che ci sono angeli preposti alla custodia di luoghi, popoli e persone specifiche. Anzitutto ognuno di noi è assegnato alla custodia di un singolo angelo guardiano. Ed è qui che entra in scena il nostro Legolas. Per chi fosse interessato alle genealogie elfiche ci sono pile di libri consultabili ma, per quanto mi riguarda, tenterò di guardare a questo protagonista con un occhio da “inesperto”.
Gli elfi tolkieniani, dicevo, sono avvicinabili, a mio avviso, agli angeli, anche se il paragone non è assolutamente sovrapponibile giacché i puri spiriti della Rivelazione biblico-cristiana sono creature al contempo bellissime e luminose quanto terribili e a volte spaventose per la loro potenza. Purtroppo siamo stati a lungo abituati ad immaginare questi emissari celesti o come ridicoli bambini paffutelli o con sembianze eccessivamente femminee, morbidamente in carne. «Ricorda il tuo angelo custode. Non una signora grassoccia con ali di cigno! Ma – almeno così penso e credo – in quanto anime dotate di libero arbitrio siamo fatti in modo da affrontare (o essere in grado di affrontare) Dio.
Ma Dio è anche (si fa per dire) dietro di noi, sostenendoci, nutrendoci (dato che siamo creature sue). Quel luminoso punto di potere dove il cordone della vita, il cordone ombelicale dello spirito termina, là è il nostro angelo, che guarda in due direzioni: a Dio dietro di noi, senza che noi possiamo vederlo, e a noi. Ma naturalmente non stancarti di contemplare Dio, nel tuo libero arbitrio e nella tua forza (che entrambi ti arrivano “da dietro”, come dicevo). Se non riesci a raggiungere la pace interiore, e a pochi è dato raggiungerla (men che mai a me) nelle tribolazioni, non dimenticare che l’aspirazione a raggiungerla non è inutile, ma un atto concreto. Mi dispiace di doverti parlare così e in modo così incerto. Ma non posso fare niente di più per te, carissimo. […][9]. Trovo queste parole che un padre rivolge al proprio figlio ormai uomo, estremamente toccanti poiché mostrano la fragilità e l’umiltà di un uomo segnato, in tutta la vita, dalla sofferenza e dalla morte e che proprio per la sua provata esperienza si trova a dover confessare, con onestà e franchezza, la propria impotenza. Eppure sa additare l’aiuto, il soccorso e il sostegno, potremmo dire “il vincastro che dà sicurezza” quando nella vita di ogni uomo arriva il momento di attraversare la valle oscura di Mordor. Questo vincastro, questo compagno fedele è il nostro angelo custode.

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Legolas appare ai nostri occhi una figura semidivina, eterea e nettamente superiore alle esigenze degli uomini, dei nani e degli hobbit. Nella lunga narrazione in cui si concretizza il Signore degli Anelli questo tiratore silvano proferisce poche e sagge parole. Certo la simpatica competizione tra lui e Gimli che li vede intenti in una gara nell’abbattimento dei nemici quasi fosse un tirassegno assai divertente, sembrerebbe poco consona ad una figura angelica. Eppure questi puri spiriti sono realmente dei guerrieri veloci e terribili contro i nemici di Dio e degli uomini, e che, potremmo dire, gareggiano gli uni gli altri per dare gloria a Dio. E non c’è gloria più grande che disperdere ed abbattere i nemici della Croce dando la vita per Cristo. Tra l’altro questa che potremmo definire “santa competizione” diviene, mano a mano che il rotolo del racconto si va svolgendo, il sostrato comune della singolare amicizia tra un elfo e un nano che durerà ben oltre la guerra dell’Anello: dimostrazione che la guerra, quando è santa, porta frutti di giustizia, di pace e di carità. Valga questo argomento, insieme alla passione che lo scrittore ha versato nel raccontare gli episodi dei combattimenti e degli scontri tra gli eserciti degli uomini dell’Ovest e le orde dell’Oscuro signore, una testimonianza dello spirito militante eminentemente cattolico di J.R.R. Tolkien. Bisogna persuadersi, infatti, che l’autore del Signore degli Anelli era tutt’altro che pacifista ma, onorando quello che è un autentico codice cavalleresco, riconosceva chiaramente la necessità di dover combattere per coloro che si amano e difendere il buono che c’è in questo mondo anche a costo della guerra, anche a costo di uccidere.
Gli angeli, perciò, combattono, e così i cristiani al fianco dei loro “elfi custodi”. Difatti l’angelo a cui il Signore ci ha affidati, è quel consigliere prudente e discreto che mentre ci avventuriamo nei sentieri nevosi del monte Caradhras ci avverte del pericolo che ci conduce verso lo strapiombo. Legolas guarda avanti e più lontano degli altri membri della Compagnia, è lui che possiede quella lungimiranza e quella sensibilità spirituale per distinguere il male che minaccia da lontano i suoi compagni di cammino. È l’angelo custode che ci avverte che, nella tormenta delle preoccupazioni della nostra vita, un’«empia voce», confusa e quasi indistinguibile, ci sta dirottando dal retto sentiero per smarrirci. Voci di guerra nell’aria, voci contrastanti e seducenti, clamori nel fitto del bosco, presenze oscure che incombono sulle nostre teste come orribili e immobili gargolle pronte a carpire le nostre anime e “nell’oscurità incatenarle”.
Il Male è all’opera in questo mondo da quando il peccato di quel primo “Isildur” ha condannato tutti gli uomini, elfi, nani ed hobbit a subirne l’influsso e le vessazioni. Ma ognuno di noi ha il suo Legolas, un potente e letale arciere che colpisce al cuore i nostri nemici. Quante volte le frecce infallibili del nostro “Guardiano” ci hanno difeso dalla morte (dell’anima), allontanandoci le tentazioni? Quante volte i suoi interventi invisibili hanno preservato i nostri piedi dalla caduta? Chissà quante volte il nostro angelo ci ha difeso e difende dai pericoli attuali in cui noi, per inavvertenza od avventura, cadiamo come topi in trappola? Perciò, quanta riconoscenza ed amore dovremmo mostrare noi per questo compagno fedele con il quale, come insegna San Tommaso d’Aquino, condivideremo eternamente, se ne saremo degni, la beatitudine del Paradiso? Solo in Cielo sapremo quanto è stato il bene e la carità che questi nostri sorveglianti ci hanno procurato mentre eravamo viatori in questa vita, fragili portatori del nostro fardello. Essi, poi, non sono solo una guardia armata e degli ottimi consiglieri ma sono anche coloro che provvedono al nostro nutrimento spirituale. Non a caso il lembas è il pan di via elfico similmente al Santo Viatico che la Chiesa loda e adora ammirandolo con queste parole “Ecce panis angelorum!”. Essi perciò ci accompagnano alla Santa Comunione, ci insegnano con quale atteggiamento di profonda adorazione dobbiamo accostarci ad essa e, nelle angustie della vita presente, si preoccupano di provvedercene una scorta sufficiente per il viaggio.
Secondo alcune interpretazioni il primo riferimento agli Angeli nella Sacra Scrittura è subito nel I° capitolo del libro della Genesi nel passo in cui Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Quel “facciamo” è certamente rivolto propriamente alle Tre Persone Divine, ma in maniera indiretta sembra coinvolgere anche le altre creature già create prima dell’uomo, cioè gli angeli. Personalmente mi immagino l’atto della creazione dell’uomo, vista dalla prospettiva angelica, come una scena ricca di tenerezza, bellissima, animata dallo stupore, nella quale Dio si volge verso i suoi angeli come un Padre ai suoi figliuoli coinvolgendoli con quello straordinario “facciamo”. Non perché gli angeli prendano parte all’atto creativo, come un bambino piccolo non realizza veramente il bel disegno che il padre sta preparando per lui, ma perché essi, con la contemplazione della Divina Sapienza prendono parte a tutto il bene che il loro Padre e Creatore produce dal nulla. Assorti, curiosi e trepidanti come tanti bambini eccitati, gli angeli cercano di vedere cosa il Padre stia preparando e creando in maniera tanto mirabile e sapiente. Mi immagino i “volti” degli angeli radiosi e sorridenti, pieni di meraviglia come i bambini quando davanti ai loro occhi i genitori chinati su di loro svelano per la prima volta il loro nuovo fratellino scoprendone il visino dal panno che lo avvolgeva. E noi battezzati siamo veramente i fratelli adottivi degli angeli, chiamati a condividerne la gloria e la luminosa compagnia. “Eppure l’hai fatto [l’uomo] poco meno degli angeli[10], cioè realmente inferiore a loro, come gli uomini rispetto agli elfi, ciononostante «Dio è il Signore, degli angeli, e degli uomini – e degli elfi. La Leggenda e la Storia si sono incontrate e fuse. Ma nel regno di Dio la presenza di ciò che è più grande non schiaccia ciò che è più piccolo. L’Uomo redento è ancora uomo. Il Racconto, la fantasia, continuano ancora, e dovrebbero continuare. L’Evangelium non ha abrogato le leggende; le ha santificate, specialmente nel “lieto fine”. Il cristiano deve ancora operare, con la mente come con il corpo, deve soffrire, sperare, e morire; ma ora può percepire che tutte le sue predisposizioni e facoltà hanno uno scopo, che può essere redento. Così grande è stata la liberalità con cui è stato trattato che ora egli può, forse, a ragion veduta supporre che nella Fantasia può effettivamente assistere al germogliare e al molteplice arricchimento della creazione»[11].
Cari amici, oggi più che mai sono persuaso che noi hobbit abbiamo ancora una parte, seppur minima, da recitare in questa storia, ma con l’angelo custode al nostro fianco attraverseremo valli oscure e scale tortuose, paludi mortifere e altopiani scoscesi e poi in su, verso il Monte della Morte, verso il luogo del cranio di Adamo, dove la Vita è appesa al Legno della Croce. Lassù, dove circondato da schiere oranti di spiriti angelici il Figlio dell’Uomo giace esanime, gloriosamente crocifisso. Benedìcite Dominum omnes Angeli eius: poténtes virtùte, qui fàcitis verbum eius, ad audiendam vocem sermònum eius (Ps 102,20).
 

[1] Lo Hobbit, Adelphi, Milano 2002, p. 69.
[2] Dalla lettera del 31 luglio 1947 a Sir Stanley Unwin, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.139.
[3] Dall’abbozzo di una lettera non datata, probabilmente del gennaio o febbraio 1956 (probabilmente), a Michael Straight, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.263.
[4] Da J.R.R.Tolkien, Sulle fiabe, in J.R.R.Tolkien, Il medioevo e il fantastico, Luni Editrice, Milano-Trento, 2000, pag.224.
[5] Col 3,1-2.
[6] dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo, Disc. 256, 1. 2. 3; PL 38, 1191-1193.
[7] Dall’abbozzo di una lettera del settembre 1954 a Peter Hastings, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.215.
[8] Sal 102,20-21.
[9] Dalla lettera del 8 gennaio 1944 a Christopher Tolkien, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.77.
[10] Sal 8,6.
[11] J.R.R.Tolkien, Il medioevo e il fantastico, Luni Editrice, Milano-Trento, 2000, pag.229.