Visualizzazione post con etichetta Impero Bizantino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Impero Bizantino. Mostra tutti i post

domenica 31 luglio 2016

A proposito di Crociate e terrorismo islamico

13529166_1114166521974602_2711187342818182299_n

Fonte: http://www.radiospada.org/

Data la grande confusione che dilaga nel mondo cristiano sulle spedizioni in Terra Santa, per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo un breve capitolo tratto dall’ultimo libro Quello che i cattolici devono sapere – Almeno per evitare una fine ridicola. Il contributo è giunto circa 48 ore prima del terribile attentato di Nizza, alla luce del quale acquista ancor più attualità. [RS]

 Crociate

di Agostino Nobile

Nonostante siano state pubblicate numerose ricerche storiche documentate che smontano il luogo comune sulle crociate, siamo costretti a sentire e a leggere lo stesso ritornello sui media e nelle reti internet: le crociate partirono verso l’oriente per interessi economici; l’Islam pacifico fu attaccato nella propria terra dalla brutale aggressione cristiana. Capi di Stato, come l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, sono convinti che gli attacchi terroristici in occidente sono una risposta alle  crociate. La fantasia e l’ignoranza degli statisti attuali è davvero disarmante. I buddisti della Thailandia e gli induisti dell’India, non hanno mai fatto crociate, ma le bombe e i morti causati dagli islamisti in queste terre non hanno fine. Ma non bisogna andare in Asia per confutare i commenti grotteschi di questi politici. Seguendo questo bizzarro ragionamento, gli europei avrebbero ragioni valide per seminare morte in terra germanica, per le mattanze operate nel secolo scorso dai soldati teutonici. Ma anche un napoletano e un siciliano che imbracciano Kalashnikov per fare strage di piemontesi avrebbero motivi da vendere. Senza contare che pure gli indiani d’America (seguendo lo stesso ragionamento), avrebbero tutte le ragioni del mondo se iniziassero a terrorizzare chi gli ha rubato le terre e sterminato gli avi. Ma per quanto riguarda i musulmani, nemmeno questa terribile logica dà loro ragione. Infatti non sono stati i cristiani che hanno occupato le terre dei musulmani, ma quest’ultimi che hanno ucciso e cacciato i cristiani che vivevano in Medio Oriente da sei secoli prima dell’avvento dell’Islam. Dunque, in realtà, le ragioni pacifiche e violente degli islamisti appartengono ad una logica prettamente religiosa: sottomettere e umiliare il mondo non musulmano, per volere di Allah.
Gli storici e i documenti dell’epoca ci dicono che gli stessi musulmani per secoli hanno considerato le spedizioni dei cristiani una guerra contro i Franchi, e non uno scontro di religioni. Solo dopo la fondazione dello stato di Israele, i musulmani hanno iniziato a utilizzare la definizione crociata, creata in occidente. Tra i primi autori della calunnia sulle spedizioni crociate troviamo lo storico luterano Johann Lorenz von Mosheim (1693-1755), seguito dagli Illuministi. Nell’800 e nel ‘900 gli storici marxisti hanno sviluppato la leggenda aggiungendo altri falsi storici che sono stati divulgati nei testi scolastici e nei mezzi di comunicazione.
Avvicinandoci seriamente alla Storia possiamo constatare che la definizione crociata è stata coniata nel ‘700, le spedizioni in Terra Santa in realtà erano considerate pellegrinaggi per legittima difesa. J. Riley-Smith, considerato uno dei maggiori esperti anglosassoni, a proposito della leggenda che considera i crociati come uomini senza scrupoli che partivano al fine di arricchirsi, scrive: «Sarebbe stato un gioco d’azzardo stupido liquidare i beni patrimoniali per investire dopo una marcia di tremila chilometri a Oriente (…) Ha più senso supporre che i crociati, in particolar modo le famiglie dei crociati, fossero motivati da idealismo. (…) Dietro a molti crociati stava un gran numero di uomini e donne, disposti a sacrificare i loro interessi per aiutarli a prepararsi a partire». (Breve storia delle crociate ed. Mondadori). Ma la principessa e storica bizantina Anna Comnena (1083-1153), non utilizza condizionali o supposizioni, anche perché, essendo testimone oculare, ne sa molto di più dello storico britannico. Nella sua Alessiade descrive come nella prima crociata indetta da papa Urbano II, si mobilitarono anche le donne con i loro figli: «Si produsse allora un movimento di uomini e di donne come non si ricorda di averne mai visto l’uguale: le persone più semplici erano davvero animate dal desiderio di venerare il Sepolcro del Signore e di visitare i Luoghi Santi. […] L’ardore e lo slancio di questi uomini era tale, che tutte le strade ne furono coperte; i soldati franchi erano accompagnati da una moltitudine di gente senz’armi più numerosa dei granelli di sabbia e delle stelle del cielo, che portava palme e croci sulla spalla: uomini, donne e bambini che lasciavano i loro paesi». Certo, ingenui, ma di grande amore per Gesù Cristo. Ma quale sconfinata perfidia dovevano avere quei calunniatori che, nonostante questi eventi strazianti, hanno divulgato le menzogne più meschine?                                                                                                Prima di continuare, dobbiamo ricordare che le famigerate cinture di castità non esistevano nei secoli delle crociate e nemmeno nel resto del Medioevo. Sembra che la leggenda sia opera del positivista britannico Eric J. Dingwall (1890 -1986), famoso  per i suoi libri di sessuologia e per i suoi interessi sul paranormale, ma già prima di lui non pochi mattacchioni si sono adoperati per divulgare questa bufala. Comunque sappiamo per certo che le cinture di castità oggi in mostra nei musei, sono state prodotte nel ‘800  per ovvi motivi diffamatori. Solo alla fine del ‘900 i responsabili dei musei francesi e britannici si sono resi conto che si tratta di falsi risalenti al XIX secolo. Ma nonostante questa evidenza in non pochi musei internazionali le cinture di castità sono sempre in bella mostra.
Le terre cristiane furono conquistate dai musulmani subito dopo la morte di Maometto, mentre la prima crociata è avvenuta nel 1095, dunque circa quattro secoli dopo l’invasione islamica. La decisione che coinvolse la Cristianità, fu la risposta alle continue violenze inflitte ai cristiani e alla distruzione dei luoghi sacri in Terra Santa. Già nel 1009 il califfo al-Hakim bi-Amr scatenò una brutale repressione contro i cristiani, dove anche le tombe dei cristiani furono devastate. La domenica 13 agosto fece abbattere la chiesa dedicata a Maria ad al-Qantarah, nel vecchio Cairo. Ma l’episodio che provocò la reazione della Cristianità fu la distruzione della Basilica della  Risurrezione di Gerusalemme. Fu una persecuzione e una distruzione continua, i musulmani cercarono di rimuovere anche il Santo Sepolcro, distruggendone gran parte.
Come prova che confermerebbe la violenza dei crociati, gli autori della leggenda nera utilizzano il sacco di Costantinopoli per mano della Quarta crociata. Certamente è una macchia indelebile delle spedizioni, ma la Chiesa non ha nessuna responsabilità. Al contrario. Papa Innocenzo III, sapendo che alcuni nobili di spicco, capi della crociata, erano intenzioni a detronizzare l’imperatore bizantino per imporre suo fratello Alessio Angelo, scrisse loro una lettera molto chiara, riportata dallo storico Thomas F. Madden nella sua ricerca Le Crociate – ed. Lindau. : «Che nessuno di voi si convinca sconsideratamente di poter occupare o saccheggiare territori greci con la scusa che essi mostrano scarsa obbedienza alla Sede Apostolica, o perché l’imperatore bizantino ha deposto suo fratello, lo ha accecato e ne ha usurpato l’Impero». Quando i nobili Bonifacio di Monferrato, Baldovino di Fiandra, Luigi di Blois e Ugo Saint-Pol decisero di fare di testa propria «centinaia di soldati defezionarono disgustati, dirigendosi da soli verso la Terrasanta». Altre centinaia se ne tornarono a casa e chi rimase «non era certo contento». I nobili che guidavano la Quarta crociata, che avrebbe dovuto trovarsi in Terrasanta, violarono il giuramento e la minaccia di scomunica del Santo Padre. Quando papa Innocenzo III seppe dei massacri «arrossì di vergogna». Dunque, una pagina nera che non può essere addebitata alla Chiesa. Tra l’altro, bisogna aggiungere che i continui tradimenti dei Basileus bizantini, i quali tramando spesso con i musulmani determinarono sofferenze e morte tra i crociati, accentuarono l’odio dei più fanatici.
Per avere un quadro completo delle spedizioni crociate non possiamo fare a meno di leggere  la ricerca di Rodney Stark Gli eserciti di Dio (Lindau 2010). Prima di addentrarsi nelle cuore delle vicende, corredate da documenti e lettere dei personaggi principali, Stark smonta quei luoghi comuni che vogliono i musulmani pacifici e i cristiani rozzi e violenti. Menzogne talmente radicate da ingannare – come sottolinea Stark – capi  di stato e religiosi cristiani. La Terra Santa, per i cristiani di quegli anni, era molto più importante di quanto siano stati per noi le torri del World Trade Center abbattute l’11 settembre 2001 e l’attacco al Pentagono, ed era molto più umiliante del terrorismo nelle città occidentali. Se a noi turba l’idea di morire ammazzati mentre andiamo a lavorare o mentre siamo seduti al caffè, i nostri antenati erano sconvolti dal fatto che non avrebbero potuto mai più visitare i luoghi dove è nato Gesù Cristo, accogliendo con orrore la notizia sulla distruzione dei luoghi sacri e del Santo Sepolcro.
La ricerca di Stark affronta anche gli aspetti culturali e scientifici delle due religioni, già noti a tutti gli storici, ma ignorati dal grande pubblico. Per esempio, pochi sanno che «dopo la conquista islamica dell’Egitto, del Nord Africa e dalla Spagna, da tutte queste terre scomparve la ruota». Che i numeri arabi in realtà sono indiani, che l’architettura come le scienze erano sviluppate e gestite dai cristiani ed ebrei colonizzati e non dagli invasori. Per fare solo due esempi. In Spagna l’arco moresco era presente un secolo prima dell’invasione araba; l’ Alhambra di Granada è stata realizzata da architetti cristiani e ebrei.
Per quanto riguarda le prove che confermano i motivi della reazione cristiana alla violenza musulmana, si apprende, tra l’altro, che lo storico siriaco del XII secolo al-‘Azimi «riconosce che nel 1093 i musulmani della Palestina impedirono ai pellegrini cristiani di raggiungere Gerusalemme. Secondo lo stesso al-‘Azimi furono proprio i racconti dei pellegrini sopravvissuti e ritornati in patria a causare l’inizio delle prime crociate». I soprusi esistevano da anni, come le tasse esose per chi non si convertiva all’Islam, o l’obbligo per i cristiani di portare al collo una croce di circa due chili, come accadeva nel periodo in cui salì al trono il sesto imam al-Hakim. Dunque, le crociate furono la reazione contro gli invasori violenti che distruggevano i luoghi sacri e tormentavano i cristiani che vivevano in quelle terre da sei secoli prima del loro arrivo.
Le crociate fanno parte di un movimento popolare mosso dallo spirito di fedeltà al Vangelo, che come unico fine aveva la liberazione della Terra Santa. Negando questa realtà, i nostri governi, gli pseudo storici di sinistra e i testi scolastici tradiscono chi ha difeso la Cristianità e l’Europa.

Agostino Nobile è autore di: “Quello che i cattolici devono sapere – Almeno per evitare una fine ridicola” e “Anticristo Superstar
 

sabato 23 luglio 2016

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI, COME LA RACCONTA MAOMETTO II. STUPRI, SCHIAVISMO, NEL DNA DELLO STATO TURCO

 
29922702-Details-of-the-final-assault-and-the-fall-of-Constantinople-in-1453-painting-in-Askeri-Museum-Istanb-Stock-Photo
 
“Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.”
Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da “Storia del signore della conquista” di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia. (vale a dire la storia ufficiale dello Stato ai turchi comincia con abbiamo stuprato le donne e i ragazzini).
 
Caida_13
 
Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Noi giudichiamo sempre i Crociati con standard attuali: a quei tempi la ferocia era la norma, al punto tale che la castrazione e il taglio del naso viene minacciato ai loro stessi soldati. I crociati lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno.
 
fall-constantinople-istanbul-turkey-october-captured-mehmet-panorama-museum-military-istanbul-turke-62964301
 
Da la realtà dell’orco
La presa di Costantinopoli, invece comincia ufficialmente con: abbiamo messo le mani sulle donne e sui bambini, che avevano il merito di essere belli. Gli altri sono stati passati a filo di spada mentre i difensori agonizzavano sugli spalti su cui i crocefissi si alternavano agli impalati.

sabato 15 marzo 2014

Cronaca della battaglia di Famagosta 1571

tratto da: pisahistory.it

Mappa di Famagosta a fine Cinquecento
Mappa di Famagosta a fine Cinquecento

   Famagosta è difesa da settemila uomini e da 500 bocche da fuoco. Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, è intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti "cavalieri", che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all'esterno sono circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d'attacco è difesa dall'imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, più basso il forte del Rivellino.

Per spaventare i difensori, Mustafà Pascià invia a Famagosta, racchiusa in una cesta, la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo. Ma il Capitano Generale di Famagosta, Marcantonio Bragadin, di antico e nobile casato veneziano, non s'impressiona, respinge ogni intimidazione di resa e dà tutte le disposizioni necessarie per quella lunga ed eroica resistenza "che resterà sempre monumento di gloria negli annali militari". Bragadin ed i suoi uomini sono convinti che Venezia non li lascerà in balia del turco e che, prima o dopo, arriveranno i sospirati e promessi soccorsi.

Il 22 settembre 1570 il blocco di Famagosta è completo, dopo che anche Creta è caduta in mano agli ottomani. Un esercito di 200 mila uomini l'assedia per via terra, una flotta di 150 navi per via mare. I turchi hanno completato l'accerchiamento della città fino ad un tiro di cannone. Sulle alture circostanti millecinquecento cannoni ed alcuni obici giganteschi tengono sotto il loro micidiale tiro sia la fortezza che i quartieri cittadini; invano i veneziani cercano di salvare i più importanti monumenti e le chiese, ricorrendo a "travate di sostegno e cumuli di sacchetti di sabbia": tutto crolla o brucia irrimediabilmente e la popolazione, terrorizzata, si rifugia nella fortezza aggravando la già precaria situazione dei combattenti. Tra gravi privazioni e sofferenze - scarseggiano viveri e munizioni - passa così l'inverno 1570.

Nella primavera del 1571 Mustafà Pascià, che fino ad allora si è illuso di far cadere Famagosta per fame, decide di passare all'offensiva. Così all'alba del 19 maggio i millecinquecento cannoni turchi scatenano un bombardamento di potenza inaudita che si prolunga senza soste, notte e giorno, per millesettecentoventotto ore, sino alla fine della battaglia, con una tattica di demolizione sistematica delle postazioni difensive e di debilitazione psicofisica degli avversari che troverà riscontro solo durante l'ultima guerra mondiale con il martellamento italo-tedesco di Malta e con quello americano su Pantelleria. Ma poiché non bastano a piegare Famagosta, le 170 mila cannonate sparate durante la battaglia, Mustafà Pascià passa alla "guerra delle mine", con un impiego di esplosivo talmente grande per quantità e potenza da risultare senza precedenti.

I turchi scavano nottetempo lunghissimi cunicoli sotto il fossato e raggiungono così le fondamenta dei forti, minandole con forti cariche di esplosivo. Vasti tratti di postazioni saltano improvvisamente per aria sotto i piedi dei veneziani, mentre i turchi attaccano selvaggiamente a più ondate. L'otto luglio cadono su Famagosta 5 mila cannonate: è il preludio ad un ennesimo attacco generale che l'indomani si scatena, più massiccio che mai, contro il forte del Rivellino. Per arrestare i turchi, Bragadin non esita a dar fuoco alle polveri ammassate nei sotterranei della piazzaforte, sacrificando trecento soldati veneziani ed il loro comandante, Roberto Malvezzi. Con loro sotto le macerie del forte rimangono sepolti migliaia di ottomani.

A difendere Famagosta sono rimasti ormai solo duemila uomini, in gran parte feriti, debilitati dalla fame e dalle fatiche. Da tempo, esaurite le vettovaglie, militari e civili ricevono come razione giornaliera un po' di pane malfermo ed acqua torbida con qualche goccia di aceto. La situazione è disperata, anche se finalmente la Santa Lega contro il turco è stata sottoscritta, il 20 maggio, da tutti gli Stati interessati. Ma la flotta spagnola arriverà a Messina, dove già si sono date appuntamento le altre navi alleate, solo alla fine di agosto, quando ormai Famagosta è costretta a capitolare.

Il 29 luglio i difensori respingono un'altra terribile offensiva del nemico: decine di migliaia di turchi si alternano all'attacco che continua ininterrotto per oltre 48 ore, fino alla sera del 31. Per la prima volta, dopo 72 giorni, i cannoni ottomani finalmente tacciono; centinaia e centinaia di turchi giacciono sul campo di battaglia e sotto le mura della fortezza. Tra gli altri, lo stesso figlio primogenito di Mustafà Pascià. Questi, ignorando le misere condizioni degli assediati e preoccupato per le gravi perdite subite, offre ai veneziani patti insolitamente generosi ed onorevoli: se si arrendono, tutti avranno salvi vita ed averi, la popolazione sarà rispettata, chi lo chiederà sarà trasportato in paese neutrale, onori militari per i vinti.

Marcantonio Bragadin non vuole nemmeno ricevere il messaggero turco e, presagendo quanto sarebbe accaduto in caso di resa, respinge sdegnosamente l'offerta. Ma la maggior parte degli ufficiali, dei soldati, la stessa popolazione invocano la fine di una battaglia troppo impari. Famagosta, abbandonata dalla madrepatria, non ha più alcuna speranza di salvezza: bisogna almeno salvare la vita ai superstiti e salvaguardare la popolazione civile. I rappresentanti dei cittadini, il Vescovo, i magistrati, appositamente convocati, optano tutti per la resa. Tanto più che al primo agosto rimangono solo munizioni per una giornata di fuoco, mentre i difensori ancora validi sono ridotti a settecento (in media uno ogni 50-60 metri del perimetro difensivo).

Così il 4 agosto, dopo dieci mesi di assedio, i turchi possono entrare a Famagosta. Come Bragadin, che non volle firmare l'atto di resa, aveva previsto, i turchi non rispettano i patti. Mustafà Pascià, esasperato per la morte del figlio e dalla mancata espugnazione di Famagosta, soprattutto dopo aver accertato l'esiguità numerica dei veneziani, fa massacrare a tradimento tutti gli ufficiali e deportare come schiavi i soldati. Il colonnello Martinengo, l'unico che aveva avuto il coraggio di accorrere il 24 gennaio 1571 in soccorso di Famagosta a capo di un piccolo manipolo di soldati, è impiccato per tre volte. Marcantonio Bragadin è scuoiato vivo dopo tredici giorni di atroci torture: "... e lentamente staccarono dal suo corpo vivo la pelle, spogliandola in un sol pezzo, a cominciare dalla nuca e dalla schiena, e poi il volto, le braccia, il torace e tutto il resto ...". La pelle riempita di paglia è esposta a guisa di trofeo sull'antenna più alta della nave di Mustafà Pascià.

I turchi lasciarono sotto le mura di Famagosta ben 80 mila uomini, quanti all'inizio avevano destinato alla conquista dell'intera Cipro; i veneziani circa seimila.

Mohammed contro Costantinopoli (di Ludwig von PASTOR)

tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 1 (1305-1458), p. 596-605.

Maometto II.

   Frattanto parve che s'allontanasse ancora una volta il pericolo, che da più d'una generazione minacciava Costantinopoli e tutto il mondo orientale , poichè, invece di dirigersi, come si temeva, contro Cipro, il sultano Mohammed si volse contro l'antico nemico del suo impero, il principe maomettano di Caramania. I bizantini, quando videro così occupato in Asia il loro più pericoloso nemico, con infausta cecità credettero di potere usare con lui un linguaggio minaccioso. Inviarono nel campo di Mohammed una ambasceria minacciante di metter su come pretendente al trono Urchan nipote del sultano, che veniva educato a Costantinopoli, qualora non si pagasse pel medesimo il doppio della pensione! Mohammed rispose a questa richiesta di imbecille avarizia con parole sbuffanti di rabbia, in tutta fretta concluse la pace col principe di Caramania e con sacrifici d'oro accontentò i giannizzeri allo scopo di potere, libero da nemici esterni e interni, impiegare tutte le sue forze contro Costantinopoli. Appena giunto ad Adrianopoli, proibì di consegnare all'imperatore le rendite delle contrade sullo Strimone, che erano destinate al mantenimento di Urchan, indi diede principio con sterminatrice sicurezza alle sue misure che miravano a strozzare alla lunga Costantinopoli . Prima di tutto mediante l'erezione d'una fortezza sul Bosforo, sopra Costantinopoli, dovevasi tagliare la comunicazione della città col Nord. I preparativi per questa costruzione cominciarono fin dall'inizio dell'inverno 1451. La notizia della cosa suscitò a Costantinopoli il più grande sbigottimento. «Ora» dicevasi «ecco la fine della città; ecco i segni precursori del tramonto della nostra razza, ecco i giorni dell'Anticristo. Che sarà di noi? Ci si tolga, o Signore, la vita piuttosto che gli occhi de' tuoi servi abbiano a vedere la rovina della città, affinché i tuoi nemici, o Signore, non dicano: ove sono i santi, che custodiscono la città?» .

L'imperatore Costantino mandò ad Adrianopoli degli ambasciatori per fare rimostranze sulla progettata costruzione della fortezza. Il sultano rispose, che farebbe scorticare chi venisse ancora a lui per tale cagione. Nella primavera del 1452 si cominciò la fabbrica della fortezza, della quale il sultano stesso aveva abbozzato il piano, scegliendo come sito quella località, ove il Bosforo é più stretto ed una forte corrente spinge le navi dalla costa d'Asia a quella d'Europa sul promontorio Ermeo.

In poco tempo ivi sorse una fortezza, di cui le mura erano grosse 22 a 25 piedi e le torri coperte di piombo alte 60 piedi. I Turchi le diedero il nome di Bogaz Kessen, cioè tagliatore dello stretto od anche del collo. Già Baiazid aveva eretto sul lato opposto un simile castello, che portava il nome di Anadolu Hissari. Le due fortezze dominavano appieno lo stretto e rendevano in ogni ora possibile al sultano di colpire nel modo più grave sul punto più sensibile le potenze marittime cristiane, specialmente Venezia e Genova, potendo a piacimento interdire e chiudere alle medesime il passaggio al mar Nero ed alle loro colonie là esistenti. Ora dipendeva dal suo beneplacito anche il tagliare a Costantinopoli l'indispensabile importazione e metterla con ciò in braccio alla fame nel caso d'un assedio.

Durante la costruzione della fortezza erano sorte con alcuni abitanti di Costantinopoli, che possedevano campi seminati nelle vicinanze, delle controversie, le quali condussero a sanguinosi conflitti. A questo punto l'imperatore greco si rivolse con una lettera seria e dignitosa al sultano, il quale tuttavia non si diede neanche la pena di scusarsi: fece anzi decapitare l'inviato e dichiarò la guerra all'imperatore (giugno 1452). Mohammed però fu prudente abbastanza di non cominciare subito la guerra, limitandosi ad una ricognizione delle mura, fosse e torri di Costantinopoli e ritornando il 1° settembre ad Adrianopoli.

Anche l'inverno seguente passò senza fatti di guerra; da una parte e dall'altra si fecero con tutte le forze i preparativi per la lotta, che doveva portare la terribile decisione . Adesso l'imperatore Costantino si mostrò nuovamente propenso all'unione coi Latini, senza dubbio per ottenerne l'aiuto contro i Turchi. Bisogna lasciar indeciso se ciò facendo egli avesse intenzioni del tutto leali, ma anche se si ammette la cosa, egli mancava tuttavia della potenza di fare eseguire la sua volontà presso il popolo eccitato contro i Latini sino al fanatismo. Ciò sarà stato riconosciuto anche a Roma: ad ogni modo là si era già abbandonata la speranza sì a lungo avutasi, che l'intiera Chiesa greca accetterebbe l'unione fiorentina . Comunque fosse, la Roma orientale doveva almeno officialmente adattarsi a riconoscere sulla base dell'unione fiorentina i diritti papali, prima che Niccolò V, senza ledere la propria autorità potesse lavorare attivamente a favore dei Greci .

Discussa con zelo e variamente sciolta fu allora in Roma la questione se s'avesse a concedere aiuto ai Greci. Sappiamo dei particolari in proposito da una dissertazione purtroppo anonima, scritta a Roma, (9) che con tutta l'eloquenza dell'umanismo e con grande impiego di scienza scende in campo a favore dell'aiuto da darsi ai Bizantini . Da essa riluce quanto differissero allora in Roma le idee sul modo di contenersi coi Greci. Stavano acutamente di fronte due tendenze: l'una, partendo dal principio che non si potesse tener commercio alcuno con eretici, scismatici e scomunicati, era contro la concessione dell'aiuto, ed i seguaci di questa opinione s'accordavano poi in questo, che quegli empi scismatici venissero colpiti dalle pene loro competenti . Contro questo esagerato rigore l'autore del lavoro polemizza con acutezza appellandosi a detti dei santi Padri e di classici pagani, come fra altri Aristotele, Sallustio, Valerio Massimo, Seneca . Egli appella alla carità cristiana, all'amore pei peccatori comandato dal Signore ed energicamente propugna la massima, che, malgrado lo scisma e la loro ingratitudine, si debba prestare aiuto ai Greci . Se si nega il soccorso, è da temersi che dopo la conquista di Costantinopoli avvenga un massacro dei cristiani . Se si dice, che i Greci vogliono perseverare nello scisma, gli è vero bensì, che molti così la pensano, ma non tutti però: anche fra essi vi sono pure molti uomini distinti e religiosi. Non si sa che cosa faranno costoro, ma non bisogna darsi pensiero del futuro; per ora conviene avanti tutto esaudire le preghiere dei così crudamente provati dai nemici del nome cristiano . Finalmente, pensa l'autore, va portato aiuto alla città di Costantinopoli pel suo glorioso passato. Là avevano vissuto molti uomini distinti per dottrina, pietà e purezza della vita, fra le sue mura la città nasconde numerose reliquie di santi e chiese riccamente ornate. Anche per onore dell'imperatore Costantino così benemerito del popolo cristiano e in ispecie della Chiesa romana si è obbligati ad impedire che la città sua cada nelle mani degli infedeli .

Proseguendo, l'autore mostra per quali motivi il papa abbia specialmente il dovere di darsi pensiero della conservazione di Costantinopoli e qui trovano onorevole menzione gli sforzi fatti da Eugenio IV di fronte al pericolo turco . Indi a vivaci colori si dipingono ancora i pericoli imminenti e si enumerano gli orrori commessi dagli infedeli: finalmente si fa risaltare quanto sia necessario, che si instauri in Italia una pace, se non stabile, almeno temporanea. In causa dei pericoli, di cui erano minacciate Costantinopoli, Cipro e tutte le coste del Mediterraneo, tutti i re e principi cristiani, in ispecie tutti i prelati ed ecclesiastici, dovrebbero prepararsi alla difesa della cristianità .

Tutti questi motivi, ai quali non poteva negarsi che fossero giustificati, erano stati sottoposti a severa considerazione in Roma e determinarono il papa a favore d'un aiuto da darsi ai Greci. Il momento però che veramente diede la decisione fu la circostanza, che la caduta di Costantinopoli minacciava di mettere in serio pericolo l'Italia stessa, perchè secondo ogni probabilità la sede del papato doveva essere il primo oggetto d'un assalto turco. Poichè inoltre l'imperatore Costantino si dichiarò pronto a riconoscere pubblicamente l'unione, il papa si decise a mandare uno speciale legato a Costantinopoli. La scelta cadde sul cardinal Isidoro, che già per le sue tendenze umanistiche stava presso di lui in grande favore. Isidoro lasciò Roma ai 20 di maggio del 1452 , portando 200 uomini di truppe ausiliari e trovandosi nel suo seguito Leonardo arcivescovo di Mitilene, di cui si conserva una relazione sulla tragica rovina dell'impero romano orientale.

La scelta del papa va dichiarata molto felice perchè il cardinale Isidoro conosceva in modo esattissimo le condizioni in cui si trovava Costantinopoli. Inoltre egli agì con grande senno e prudenza. Per questo e per la grandezza del pericolo da parte dei Turchi egli ottenne più di quello, che persino i più audaci avevano ardito di sperare. Egli il 12 dicembre 1452, circondato da 300 preti, promulgò in S. Sofia l'unione della Chiesa greca colla romana. Le stesse parole, le stesse preghiere pel papa, che 13 anni prima avevano risuonato a Firenze sotto la cupola del Brunelleschi, echeggiarono ora nell'incomparabile chiesa di Giustiniano. Ma la festa dell'unione rimase sostanzialmente limitata ai circoli di Corte. La massa del popolo s'attenne non all'imperatore, ma al fanatico Gennadio, che eccitava a nuovo odio contro i Latini e designava come apostati gli amici dell'unione . Di giorno in giorno si rese sempre più chiaro quanto era profondamente radicata a Costantinopoli l'avversione a tutto ciò che fosse occidentale.

Molti non vedevano nell'unione che un momentaneo mezzo d'uscita, nè rifuggivano dal dire apertamente: fate solo che sia passato il dragone turco e vedrete se ci atterremo o no agli azimiti. Il popolo e grande parte del clero mandarono nuovamente a vuoto l'unione. Un nuovo selvaggio scoppio del fanatismo successe in un momento, nel quale i Turchi avvicinavansi già alle mura di Costantinopoli. Preti scismatici, furenti per l'aperta adesione dell'imperatore all'unione, proclamarono solennemente l'anatema su tutti gli aderenti al concilio fiorentino. Nel confessionale rifiutavano l'assoluzione a coloro che erano intervenuti alla festa dell'unione, anzi esortavano gli ammalati a morire senza i santi sacramenti piuttosto che riceverli da un unito. La chiesa di S. Sofia venne infamata siccome caverna dei demoni e sinagoga dei Giudei. La plebaglia malediceva agli unionisti, i marinai del porto bevevano alla rovina del papa e dei suoi schiavi e vuotavano i bicchieri ad onore della Beata Vergine dicendo: a che ci abbisogna l'aiuto dei Latini? Naturalmente gli amici dell'unione non erano forti abbastanza per sostenersi contro questi sfoghi brutali d'un popolo fanatico, che consumava il resto della sua forza in odio selvaggio contro i Latini . Questa fanatica irritazione contro la comunione ecclesiastica con Roma si estese fino a circoli molto elevati di Bisanzio, donde anzi vennero allacciate trattative cogli utraquisti boemi . Il granduca Luca Notaras, l'uomo più potente dell'impotente impero, non ristette dal pronunziare la famigerata frase: vedrei più volentieri nella città il turbante turco che la tiara di Roma .

Non è da far meraviglia che fosse soltanto leggero lo zelo dei Latini per la salvezza di un popolo sì insanabilmente a ciecato e che a Roma ed altrove si difendesse l'opinione non doversi in generale concedere aiuto alcuno a questi scismatici . L'antilatinismo fanatico dei Greci spiega e scusa almeno in parte il fatto, che da parte delle potenze occidentali non fu prestato quel sollecito aiuto, che forse avrebbe potuto salvare la magnifica metropoli dell'Est.

Oltre al papa ed al re di Napoli , fra tutte le potenze occidentali solo le due repubbliche di Venezia e di Genova, ed anche esse principalmente soltanto per motivi molto poco ideali, prestarono aiuto reale all'imperatore greco. I Veneziani cioè ed i Genovesi sentirono molto bene quanto profondamente venissero toccati i loro interessi dall'assalto dei Turchi contro la capitale greca. Se cadeva la Roma orientale, andavano perduti non soltanto i beni e immobili di straordinario valore, che le due repubbliche e numerosi loro pertinenti possedevano a Costantinopoli, ma anche le ricche colonie del Mar Nero: tagliate dalla madre patria, esse senza scampo sarebbero divenute una preda del rapace nemico .

I Genovesi e la loro colonia di Chios mandarono materiale da guerra ed un'eccellente schiera di guerrieri, che, ben lungi dalla doppiezza dei loro concittadini di Pera, si dedicarono con tutta l'anima all'opera di difesa .

Uno zelo relativamente molto minore svolse la potente Venezia . Due volte nel 1452 comparvero nella città delle lagune gli inviati dell'imperatore greco a chiedere pressantemente aiuto e consiglio contro l'imminente assalto dei Turchi, ma non ebbero alcuna promessa determinata, perchè l'interesse delle persone dirigenti la repubblica concentravasi allora esclusivamente nella guerra contro il duca di Milano . Meramente il più vicino interesse materiale fu quello che mosse la Signoria a mandare alcune navi a Costantinopoli. A Venezia si partì dal disgraziato pensiero, che la flotta della repubblica avesse ad operare in unione colle navi promesse dal papa e da re Alfonso  e perciò si differì fino ai 7 di maggio del 1453 la spedizione di una maggior flotta di soccorso. Le dieci navi comandate da Jacopo Loredano, alla venuta ardentemente desiderata delle quali gli assediati avevano legato grandissime speranze, arrivavano ora troppo tardi . Caratteristiche idee sulle vere intenzioni della repubblica veneta suscita l'istruzione data a Jacopo Loredano. Nell'andare a Costantinopoli, vi si legge, tu non devi recar danno qualsiasi alle città, uomini o navi dei Turchi, trovandoci noi con essi in stato di pace. Poichè, sebbene abbiamo armata la flotta nostra in onore di Dio e per conservare la città di Costantinopoli, pure non vogliamo - se è possibile - impigliarci in guerra coi Turchi .

Per mala ventura sono estremamente lacunose e in parte contradditorie le notizie sull'aiuto dato da Niccolò V. Il diario dello scribasenato Infessura, fonte veramente molto sospetta, narra, che gli inviati dell'imperatore, invocanti soccorso furono tenuti a bada in Roma e non poterono ottenere decisione alcuna. Nella sua cronaca Antonino arcivescovo di Firenze riferisce, che Niccolò V negò direttamente agli inviati greci la concessione di un aiuto in denaro. Ma poiché per una iscrizione consta, che anche nel 1452 Niccolò V mandò denaro per fortificare le mura di Galata, questi dati possono non essere esatti . Aggiungi la testimonianza, che il papa stesso diede al cospetto dell'eternità.

Ai cardinali raccolti intorno al suo letto di morte Niccolò V dichiarò che, ricevuta la notizia dell'assedio di Costantinopoli, egli s'era tosto deciso a venire in aiuto dei Greci secondo le forze, ma che insieme era stato ben conscio di non trovarsi in condizione di potere opporre da solo e coi proprii mezzi una forza comechessia sufficiente alle straordinarie forze militari dei Turchi. Che pertanto egli aveva dichiarato «chiaro ed aperto» agli inviati greci, che quanto possedeva in oro, navi e uomini, era a disposizione dell'imperatore, ma che questi, a causa dell'insufficienza di tale soccorso, cercasse, al più presto quello pure di altri principi, dichiarando inoltre, che le forze ausiliarie del papa erano a disposizione siccome ferma base delle altre. Aggiunse che gli inviati sarebbero partiti del tutto soddisfatti di tale risposta, ma che, nonostante gli sforzi fatti presso varii principi, essi tornarono a Roma senza aver nulla concluso, e che allora egli (il pontefice) aveva dato il suo aiuto così quale era .

Conformemente a questo il 28 d'aprile Niccolò V diede ordine all'arcivescovo di Ragusa, Jacopo Veniero di Recanati, di accompagnare come legato a Costantinopoli le 10 galere pontificie ed un certo numero di navi fornite da Napoli, Genova e Venezia . Questa flotta italiana unita, alla quale legaronsi grandi e liete speranze , non arrivò a entrare nell'azione perchè fin dal 29 maggio sì decise il destino della metropoli del Bosforo.

venerdì 7 marzo 2014

Niccolò V contro i Turchi e per l'unione di Costantinopoli con Roma - Ludwig von PASTOR.

tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 1 (1305-1458), p. 592-596.


Niccolò V
Papa Nicolò V.

   Hunyady e Skanderbeg comunemente stanno insieme nel catalogo degli eroi, che nel secolo XV opposero rinomata resistenza al nemico ereditario della cristianità. Ricorderemo ancor più in particolare lo Skanderbeg quando tratteremo di Calisto III; qui sia semplicemente notato, che Niccolò V cercò di aiutare in tutti i modi anche questo «campione e scudo della cristianità contro i Turchi», il quale nel 1449 ottenne un importante successo contro gli infedeli .

Con questo non fu però esaurita l'azione del papa contro i Turchi. Colla massima attenzione egli seguì le singole fasi della guerra attorno a Rodi e in varia maniera si sforzò di venire in aiuto dei Giovanniti nella loro eroica resistenza . Similmente si diede pensiero della conservazione di Cipro, isola cotanto importante per la sua posizione e che nel 1451 sembrava seriamente minacciata dalla potenza turca. Il papa mandò forti invocazioni d'aiuto non solo all'imperatore, ma anche agli altri principi della cristianità, alla Francia, Polonia, Svezia, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, Scozia, Castiglia e Leon, Aragona, Portogallo e Navarra, come pure ai singoli Stati d'Italia, concedendo insieme un'indulgenza per tre anni. Per rifare le mura della fortezza di Nicosia Niccolò V mise più tardi a disposizione del re di Cipro la metà dei denari dell'indulgenza provenienti dal regno di Francia . Il papa lavorò zelantemente anche per sostenere le lotte degli Spagnuoli e Portoghesi contro i Mori .

Quanto abbiamo finora comunicato dovrebbe bastare per provare, che si è ingiusti con Niccolò V quando lo si incolpa di madornale trascuratezza della guerra contro gli infedeli . È falsa parimenti l'affermazione, che il papa abbia fatto il meno possibile per la salvezza del popolo greco . È vero, che di fronte ai Greci Niccolò V faceva dipendere la concessione dell'aiuto dalla esecuzione dei decreti fiorentini, ma come papa era suo dovere porre questa condizione, alla stessa guisa che d'altra parte egli dovette lottare contro l'allargarsi della propaganda scismatico-greca .

Le aspettative per l'attuazione dell'unione nell'impero greco erano purtroppo molto sfavorevoli. Contro l'opposizione del popolo fanatizzato, anche il nuovo imperatore Costantino, ultimo dei Paleologi, nulla potè stabilire: nel 1451 egli mandò uno speciale legato, Andronico Bryennios, a Roma allo scopo di quietare papa Niccolò V per la non eseguita unione .

Il papa rispose con energia, efficacia e grande franchezza in una lunga lettera, che porta la data dell'11 ottobre 1451 .

«Si tratta» vi dichiarava, Niccolò V «d'uno dei principali articoli della fede cristiana, dell'unità della Chiesa. Ora una Chiesa una non è concepibile se non esiste un solo capo visibile, che rappresenta il posto di quell'eterno pontefice, che ha il suo trono nel cielo e se tutti i membri non obbediscono a quest'unico capo. Ove comandano due padroni, non v'ha impero unito. Fuori dell'unità ecclesiastica non si dà salute: chi non era nell'arca di Noè, andò perduto nel diluvio. Gli scismi sono sempre stati puniti più rigorosamente che tutti gli altri delitti. Core, Dathan e Abiron, che vollero scindere il popolo di Dio, sono stati puniti molto più terribilmente, che coloro che si macchiarono d'idolatria.

L'impero greco stesso ne è una prova vivente. Un tempo sì ricca d'uomini santi e dotti, questa magnifica nazione è diventata la più miserabile fra tutte; quasi tutta la Grecia è caduta nelle mani dei nemici della Croce. Quale sarà mai la ragione di questo grave giudizio di Dio? Per due delitti fu già un tempo gravemente punito da Dio il suo popolo eletto. A causa dell'idolatria esso fu condotto nella cattività babilonica, per il deicidio, compiuto nel nostro Redentore Gesù Cristo, tutto il popolo fu dato nelle mani dei Romani, distrutta la città di Gerusalemme e fino ad ora l'intiera nazione vive in esilio dispersa per tutto il mondo. Ora noi sappiamo, che, da quando hanno abbracciata la fede cattolica, i Greci nè hanno adorato idoli, nè commesso un deicidio per essere dall'ira di Dio gettati nella servitù dei Turchi. Un altro delitto dunque deve essere a provocare la giustizia divina ed esso è lo scisma, che cominciò sotto Fozio e da allora ha continuato per cinque secoli. Pieni di dolore e col cuore oppresso solleviamo questa accusa, che più volentieri vorremmo seppellita sotto eterno silenzio, ma bisogna scoprire la ferita se la si vuol sanare.

Son quasi cinque secoli che Satana, autore d'ogni male, ma in ispecie delle discordie, ha condotto la chiesa di Costantinopoli alla disobbedienza verso il vescovo di Roma, successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo Nostro Signore. Innumerevoli trattative sono state condotte nel frattempo, si sono celebrati ben molti concilii, si mandarono e di qua e di là ambascerie senza numero, fino a che da ultimo, accompagnati da molti prelati e grandi, l'imperatore Giovanni e Giuseppe patriarca di Costantinopoli convennero a Firenze con papa Eugenio IV, i cardinali della Chiesa romana ed una ragguardevole quantità di prelati occidentali allo scopo di togliere colla grazia di Dio lo scisma e di concludere l'unione.

Queste trattive hanno avuto luogo sotto gli occhi di tutti e il decreto d'unione, redatto in greco e latino e sottoscritto di propria mano da tutti presenti, è stato promulgato a tutto il mondo. Ne è testimone la Spagna coi suoi quattro regni cristiani di Castiglia, Aragona, Portogallo e Navarra; ne son testi l'Inghilterra, l'Irlanda e la Scozia, le grandi isole giacenti fuor del continente; ne è teste la Germania abitata da numerose stirpi ed estendentesi su varie terre; ne è teste il regno dei Danesi, Norvegesi e Svedesi posto all'estremo settentrione; teste il celebre regno di Polonia, l'Ungheria e la Pannonia; teste l'intiera Gallia, che fra Spagna e Germania si stende dall'Oceano occidentale al Mediterraneo. Tutti costoro hanno esemplari del decreto d'unione, secondo i quali quell'inveterato scisma è finalmente tolto conforme alla testimonianza dell'imperatore greco Giovanni Paleologo, del patriarca Giuseppe e di tutti gli altri, che dalla Grecia vennero pel sinodo a Firenze e corroborarono l'unione colla loro firma.

Ed ora sono già passati tanti anni, mentre presso i Greci il decreto d'unione rimane inosservato: anzi non si scorge neanche una speranza, che si sembri disposti ad accoglierlo, si differisce l'affare di giorno in giorno e si presentano sempre le medesime scuse. I Greci non crederanno, che il papa e l'intiera Chiesa occidentale abbiano perduto l'intelletto per non comprendere qual senso posseggano le continue scuse e dilazioni. Essi lo veggono bene, ma lo sopportano dietro l'esempio dell'eterno pastore supremo, che al fico infecondo lasciò ancora del tempo per recar frutti.

Sappia quindi la tua imperiale altezza» prosegue Niccolò V, «che anche noi aspetteremo fino a che questa nostra lettera abbia trovato obbedienza in te, e se coi tuoi grandi e il tuo popolo prenderai miglior consiglio e accoglierai il decreto d'unione, tu troverai noi, i cardinali e l'intiera Chiesa occidentale ognora pronti per te e pel tuo bene. Ma se col tuo popolo ti rifiuti, allora voi ci costringereste a fare ciò, che è egualmente necessario pel vostro bene e pel nostro onore». Indi il papa aggiunge come condizioni per la pace, che l'imperatore richiami e rimetta in tutti i suoi onori il patriarca Gregorio, che sia accolto nei dittici il nome del papa e che in tutte le chiese greche si preghi pel medesimo. Se alcuni avranno dubbio su ciò, che è contenuto nel decreto d'unione, l'imperatore li mandi a Roma, ove sarà provveduto per togliere questi dubbii e trattare onorevolmente le persone in questione .

La lettera pontificia dell'11 ottobre 1451 è interessante anche perchè da essa risulta, che a Roma s'era capito come il mezzo tante volte prima tentato di istituire pubbliche dispute a Costantinopoli, non poteva condurre mai alla mèta, perchè coll'odio inconciliabile del popolo contro i Latini i nemici dell'unione potevano contare ognora su approvazione e tutela e perciò mettersi fuori con tanto maggior arditezza e asprezza mentre i bene animati dovevano temere la sollevazione del popolo e non potevano pensare a concessione nel senso dell'unione .