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sabato 6 maggio 2017

Cinque e Quattro giornate, tante differenze in un solo giorno

 
Da sinistra: il feldmaresciallo Josef Radetzky
e il generale Fiorenzo Bava Beccaris.
 
Oggi, 6 maggio, ricorre l'anniversario (spesso dimenticato) delle cosiddette Quattro Giornate di Milano nell'ambito dei moti popolari che infiammarono l'intero regno d'Italia nel 1898. Esattamente cinquant'anni dopo le ben più note Cinque Giornate, queste collocate nella turbolenta stagione del '48 europeo.
Benché i nomi siano simili e che, curiosamente, tra i due fatti intercorra mezzo secolo esatto, i due eventi non hanno poi così tanti punti di contatto nelle premesse, nei fatti e nei seguiti.
Le Cinque Giornate furono un vero e proprio episodio di guerra, in linea con ciò che accadeva nel resto d'Europa, tra due visioni del mondo e dello stato. Si trattava di vera e propria insurrezione armata aizzata in prima linea dalla borghesia e dalla piccola-media nobiltà liberale, che però sulle barricate mandava spesso e volentieri la popolazione civile. Il Feldmaresciallo Radetzky dovette intervenire in un contesto di pura battaglia urbana, tant'è che dopo quei terribili 5 giorni di scontri i morti tra i soldati dell'esercito furono circa un migliaio.
Fiorenzo Bava Beccaris, il generale piemontese protagonista delle Quattro Giornate, invece, ebbe a che fare con una schiera di affamati e indigenti schiacciati da una classe dirigente proveniente in parte da alcune di quelle categorie borghesi e nobili di stampo liberale che strizzò l'occhio alle cinque giornate. Vi era poi, oltre alla fame, tutto il ventaglio di rivendicazioni di natura socialista, anarchica e protocomunista, pressoché assenti o per lo più marginali nel '48 lombardo.
Differenti furono anche le reazioni dei due eserciti intervenuti. Se Radetzky, conscio del ruolo strategico ed economico di Milano, agì per lo più con lo scopo di contenere la situazione non usando l'artiglieria sui civili e risparmiando la città (anche quando ebbe riuscì a rientrare), l'esercito italiano di Beccaris intervenne in modo più aggressivo. Durante i moti del 1898 i morti tra i soldati furono solamente due, uno fucilato dai suoi stessi camerati per essersi rifiutato di sparare e l'altro che si sparò da solo per errore. Tra i manifestanti presi a cannonate e assaliti da bersaglieri e carabinieri si contarono tra gli 88 e gli oltre 300 morti, senza contare i feriti e gli arresti.
Una vicenda molto differente anche negli epiloghi. Radetzky procedette con diverse amnistie del nei confronti di diversi civili e nei confronti di quella parte di esercito che disertò, non per niente il Feldmaresciallo boemo poté vivere tranquillamente senza scorta fino alla sua morte a Milano. Inoltre dopo il 1848 emerse l'idea di istituire una milizia contadina per spalleggiare l'azione dell'esercito governativo nel controllo della borghesia e della nobiltà filo-sabauda, gli alti comandi italiani nel 1898 mai avrebbero potuto concepire un progetto simile.
Purtroppo però quel retrogusto di italia umbertina rimasto nell'Italia repubblicana di oggi fa in modo che si mitizzi, al fine di costruire una identità nazionale, un triste evento come quello delle Cinque Giornate e si preferisca insabbiare qualcosa di terribile come le Quattro Giornate.
Spetta dunque a chi ha la possibilità di ricordarsi e di far ricordare queste pagine provare a far rivere e diffondere un'altra versione dei fatti, per evitare che tutto diventi una semplice data sul manuale di storia

lunedì 9 gennaio 2017

Uno scorcio di "Memorie della guerra d'Italia degli anni 1848-1849"

Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien





Pria che le due parti dessero di piglio alle armi pubblicarono come di solito i loro manifesti. Il piemontese cercava di mascherare con declamazioni ed accuse la debolezza di un'ingiusta causa; quello austriaco era semplicissimo ed esponeva ai gabinetti ed ai popoli la verità.
Il Feldmaresciallo in un breve ordine del giorno ricordò alle truppe il loro valore e le vittorie, e terminava con additar loro Torino qual meta de' loro sforzi. A questo ordine del giorno aggiunse egli... una specie di manifesto, nel quale parlò più diffusamente del modo suo di procedere e di quello dell'avversario. Vi fu chi volle scorgere in quell'atto un linguaggio appassionato; noi non negheremo che fosse concepito in termini energici, e che lo scrittore di esso non fosse forse un diplomatico, era però l'espressione della verità; ed il gabinetto di Torno aveva dato al Feldmaresciallo sì replicati motivi di lagnanze e di scontento, che non è meraviglia se il vecchio Soldato perdette alla fine la pazienza, e diè sfogo alla bile tanto tempo repressa.
Il Feldmaresciallo diresse pure particolari manifesti agli abitanti della Lombardia e di Milano, esortandoli con quelli a mantenersi tranquilli.
Chrzanowsky (militare polacco a capo dell'Armata Sarda nella Battaglia di Novara, ndr) pure diresse incoraggianti parole all'esercito piemontese, eccitando i soldati al valore ed alla vittoria.
Ma le parole dello straniero duce alle truppe sconosciuto non potevano produrre nell'animo dei soldati piemontesi quell'entusiastico effetto, che le parole del Feldmaresciallo produssero sui suoi.
Mentre il soldato piemontese udiva con indifferenza la voce del suo condottiero, alla lettura dell'ordine del giorno di Radetzky eccheggiava l'aere delle grida di giubilo dei nostri; che egli promettevano di vincere o morire
[..]
Invece di recarsi a Lodi, come da tutti e dappertutto si credeva, il Feldmaresciallo piegò improvvisamente a destra, e giunse nelle ore pomeridiane col suo quartier generale a Sant'Angelo (Lodigiano).
[…]
Qui si rinnovò una di quelle scene che, che caratterizzavano lo spirito ond'era allora animato l'esercito d'Italia. Verso sera la musica di un reggimento suonava nel giardino del castello, dove i soldati affollati in gran numero, in fratevole concordia s'intrattenevano nella babelica confusione di lingue, colle quali, come s'esprime il poeta, s'implorarono le benedizioni dell'Imperatore.
Non andò guari che tutti furono invasi da letizia ed i soldati cominciarono a ballare; gli ufficiali si confusero tra i soldati, e perfino i vecchi Generali non andarono esenti dalla generale vertigine.


Tratto da: Memorie della guerra d'Italia degli anni 1848-1849

Alcuni estratti dei "Cenni storici e statistici sul Regno Lombardo-Veneto"

Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien

Alcuni estratti dei "Cenni storici e statistici sul Regno Lombardo-Veneto" tratto da "Nuova descrizione del Regno Lombardo Veneto", un testo di una casa editrice milanese scritto sotto forma di guida per i visitatori stranieri. Non mancheremo di pubblicare altro materiale tratto da quest'opera in quanto è offerta una panoramica molto ampia e dettagliata.

Per una lettura migliore si consiglia di scaricare l'immagine sul proprio computer.






I SISTEMI DI MISURAZIONE NEL REGNO LOMBARDO VENETO




I SISTEMI DI MISURAZIONE NEL REGNO LOMBARDO VENETO
Nel Regno Lombardo-Veneto il sistema di misura ufficiale era il sistema metrico decimale, esattamente come quello utilizzato oggigiorno. Tuttavia se è vero che oggi si usano abitualmente i metri, i litri e i loro multipli o sottomultipli, allora le consuetudini portavano le persone a ragionare con le unità di misura storicamente utilizzate nella r...ispettiva realtà locale. Consci del fatto che molti di queste unità di misura siano ormai sorpassati e forse sconosciuti, alleghiamo alle seguenti tabelle una breve descrizione.
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LOMBARDIA
-Trabucco: Unità di misura utilizzato in agraria usata per definire lunghezze, superfici e volumi.
Non in tutte le zone della Lombardia il trabucco assumeva lo stesso valore in metri.
Trabucco milanese (utilizzato a Milano, Como, Lecco, Lodi, Monza e Varese): 2,611 metri
Trabucco cremasco: 2,818 metri
Trabucco cremonese: 2,901
-Pertica (quadrata): Unità di misura di derivazione romana utilizzata per le superfici (e che prevedeva il Trabucco quadrato come sottomultiplo). Anche in questo caso tra le varie città del Governo di Milano la Pertica variava.
Pertica milanese (utilizzata a Como, Milano, Cremona e Pavia): 654,51 m2
Pertica cremonese alternativa: 808,04 m2
Pertica pavese alternativa: 769,79 m2
Pertica sondriese: 688,07 m2
Pertica bergamasca: 662,31 m2
-Soma: Unità di misura utilizzata anticamente in diversi stati italiani in particolare in Lombardia per la capacità dei solidi. Non ci sono offerti valori precisi riguardo la Lombardia, tuttavia oscillava tra i 70 e i 180 litri.
-Brenta: Unità di misura per il vino, a Milano 1 Brenta equivaleva a 75,55 litri
-Moggio:Unità di misura di derivazione romana utilizzata per indicare la capacità dei solidi. Nonostante fosse di uso comune nel Regno delle Due Sicilie, anche nel Lombardo-Veneto era possibile utilizzarlo.
Moggio milanese: 225,1 litri
Moggio comasco: 153,9 litri
-Marco: Unità di misura di derivazione tedesca utilizzata per pesare oro e argento

Tariffe e orari dei battelli a vapore sui laghi e mari del Lombardo-Veneto anche per tratte verso altri stati (Regno di Sardegna, Canton Ticino, Tirolo e Trieste).





giovedì 5 gennaio 2017

BRESCIA (per Bergamo)



Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien

Per raggiungere Brescia, partendo da Milano, si potevano compiere due percorsi.
Il primo prevedeva l’utilizzo della strada postale che, partendo da Porta Orientale (oggi Porta Venezia) portava ai centri abitati di Crescenzago (oggi inglobato in Milano) e successivamente a quello di Gorgonzola, all’epoca abitato da 4mila persone già al tempo indicato come famosa località di produzione di “stracchini assai ricercati de’ quali si fa un esteso commercio”. Dopo Gorgonzola la postale giungeva a Fornaci (oggi noto come Villa Fornaci e diviso amministrativamente tra Bellinzago Lombardo e Gessate) dove si divideva in due rami. Il primo che, tramite il percorso Inzago-Cassano-Treviglio portava direttamente a Brescia, il secondo, invece, portava a Brescia passando per Bergamo attraverso i paesi di Vaprio, Canonica, Osio di Sotto.
Bergamo all’epoca contava circa 35mila abitanti ed era capoluogo della omonima provincia. Era una città strategica per posizione e attiva economicamente per via delle numerose risorse naturali che le tre principali vallate (Seriana, Canonica e Brembana) offrivano.
L’I.R Delegazione Provinciale si trovava in quella che oggi è la Cittadella Viscontea, la Congregazione Municipale si trovava in Palazzo Nuovo, oggi sede della biblioteca civica. Quest’ultima si trovava nel Palazzo della Ragione e conteneva più di 90mila volumi. Come edifici per la pubblica assistenza si potevano trovare il vasto Ospedale di San Marco, una Casa d’Industria, un ricovero per anziani, diverse scuole ed asili infantili.
Le tre vallate erano molto popolate, contavano circa 100mila abitanti, e il numero di paesi e abitati minori era notevole.
Da Bergamo era poi possibile raggiungere Brescia per mezzo della ferrovia che collegava le due città. Le stazioni attraversate erano quelle di Palazzolo (all’epoca abitato di circa 4mila abitanti), Coccaglio e Ospedaletto (abitati da circa 2mila abitanti).
La seconda via percorribile era quella ferroviaria. Partendo da Porta Nuova a Milano si prendeva il treno per Treviglio e si passava per le stazioni di Limito e Melzo scorgendo anche già ricordato centro abitato di Cassano (oggi Cassano d’Adda, ricordato per essere stata la località in cui i francesi furono sconfitti nel 1705 da Eugenio di Savoia e dalle armate austro-russe guidate da Suvorov nel 1799, vittoria che consentì una effimera restaurazione del Ducato di Milano).
Da Treviglio, fino al completamento del tratto Treviglio-Coccaglio, si prendeva la diligenza che portava alle porte di Brescia attraverso i paesi di come Caravaggio, Mozzanica, Calcio, Chiari (all’epoca città di 9mila abitanti).
BRESCIA
Brescia è fino ad ora, dopo Milano, la città più popolosa che abbiamo visto. Contava al tempo 40mila abitanti.
A Brescia si trovavano ben sei alberghi (il Reale, il Gambaro, Le Due Torri, La Torre di Londra, I Tre Re, Lo Scudo di Francia) e tre cafè (di cui uno in Piazza Duomo e l’altro alla stazione ferroviaria).
La città possedeva 72 fontane pubbliche e l’intera rete idrica, anche privata, era alimentata dal solo canale di Mompiano, canalizzazione di epoca romana.
Le istituzioni municipali si trovavano nel Palazzo della Loggia, come altre istituzioni sociali Brescia contava su diversi ospedali, asili, Cassa di risparmio, un Monte di Pietà, diversi seminari, collegi, un liceo, diverse scuole elementari e atenei scientifici e umanistici.
All’epoca Brescia era attiva commercialmente grazie a una significativa industria di armi da fuoco ed armi bianche nonché per le industrie tessili e di centri di lavorazione del bronzo.

PROSSIMA CITTA’: VERONA (E DINTORNI)


mercoledì 21 dicembre 2016

COMO (E DINTORNI)

Fonte: Regno-Lombardo-Veneto-Königreich-Lombardo-Venetien



Partendo da Milano si giungeva a Como tramite due possibili strade.
La prima prevedeva l'utilizzo del servizio di messaggerie postali che collegavano Milano e Como con cambio a Barlassina (MB). Il tragitto prevedeva l'uscita da Milano attraverso Porta Comasina (quella che oggi è nota come Porta garibaldi) per giungere poi ad Affori (allora non parte di Milano) e proseguire seguendo la linea di quella che oggi è la strada provinciale Milano-Meda-Lentate per poi continuare per i comuni di Fino, Vertemate, Casnate e Bernate giungendo infine a Camerlata (allora non parte del comune di Como).
L'altra alternativa era la strada ferrata Milano-Monza-Como, seconda ferrovia per antichità costruita in Italia e nell'Impero d'Austria, inaugurata nel 1840. Il capolinea milanese era la stazione di Milano Porta Nuova, appena fuori dalla città, ma collegato con Piazza Duomo attraverso il servizio omnibus cittadino al prezzo fisso di 30 centesimi di lira austriaca. La linea attraversava diversi centri abitati su cui, per ragioni di lunghezza, non ci soffermeremo. I paesi attraversati erano Sesto San Giovanni che, proprio grazie a questa linea si sviluppò considerevolmente, Desio, Seregno (all'epoca paesi di 5000 abitanti, in particolare da Seregno partivano tutte le linee di diligenza per la Brianza, Erba e Vallassina), Camnago, Cucciago (all'epoca abitato da appena 900 persone) e Camerlata, piccolo borgo (oggi parte di Como) da cui partiva la Diligenza postale del San Gottardo prima che nel 1871 si inaugurò il tratto ferroviario Camerlata-Como-Chiasso (CH).
Piccolo spazio va dedicato sicuramente a un'altra città attraversata dalla ferrovia, Monza. In particolare a Monza la ferrovia attraversava già allora parte della città sottoterra, particolare sicuramente degno di nota se considerata la tecnologia ferroviaria a disposizione all'epoca.
Monza era abitata allora da 22mila persone ed era una importante città per dal punto di vista simbolico, soprattutto perché era il luogo in cui si conservava il simbolo del Regno Lombardo-Veneto, la Corona Ferrea. A Monza vi era la Villa Reale, risalente al governo di Maria Teresa d'Austria, e l'annesso parco cintato che nei primissimi anni di vita del Regno Lombardo-Veneto venne aperto al pubblico espressamente dal Viceré Ranieri per offrire un luogo di svago alla cittadinanza.
COMO
Come già detto, non vi era una stazione ferroviaria proprio a Como, ma il capolinea era nel villaggio vicino di Camerlata. Tuttavia la città era comunque ben collegata alla stazione. Fuori città vi erano due alberghi chiamati La Corona e Il Monte di Brianza, mentre dentro città vi erano L'Angelo e L'Italia, entrambi affacciati sul porto che all'epoca formava una vera e propria insenatura. Como contava 20mila abitanti e coerentemente con la sua storia di città di confine anche allora era un centro abitato di grande importanza, nonostante le modeste dimensioni.
Oltre agli edifici religiosi quali il Duomo e la chiesa di San Fedele e quelli storici come l'antico edificio comunale, Como ospitava una biblioteca comunale, un Ginnasio, diverse scuole elementari, un collegio, due conservatori di musica, un convento, un ospedale, un istituto per orfani di entrambi i sessi, diversi asili infantili e infine tutte le istituzioni commerciali, giudiziarie e municipali per l'amministrazione provinciale e comunale. Non solo, a Como si trovava un altro ginnasio, noto all'epoca come Liceo, in cui si apprendeva religione, filosofia, metafisica, retorica, grammatica, geometria e fisica in cui divenne direttore e insegnò anche Alessandro Volta, per questa ragione il Liceo tutt'ora presente è intitolato proprio al fisico comasco.
L'origine di questo liceo si deve alle riforme teresiane e giuseppine di fine Settecento quando, abolita la Compagnia di Gesù, il collegio in mano all'ordine religioso venne posto sotto autorità dello stato e trasformato in Real Ginnasio di Como.
Diversi erano poi i villaggi e cittadine della provincia comasca (che al tempo inglobava anche quelle di Varese e Lecco). Queste ultime due all'epoca erano due centri abitati da circa 9-10mila persone, in particolare Varese nel 1816 venne elevata da Francesco I d'Austria al rango di città. Nell'estrema parte ovest della provincia comasca vi era inoltre la delicata frontiera con il Piemonte che era separato dal fiume Ticino e dal Lago Maggiore. Diverse erano le dogane e i porti dove le navi militari pattugliavano la frontiera.
Verso Lecco diversi erano i centri abitati importanti dal punto di vista economico e turistico soprattutto perché, così come i paesini del Lario, la Brianza comasca era sede di diversi ville e abitazioni di benestanti famiglie milanesi. In direzione Lecco si arrivava al grosso borgo di Erba, si segnalavano poi altri centri minori verso Monza quali Merate, Cernusco Lombardone e molti altri.
Per quanto riguarda la parte di provincia che si affacciava sul Lago di Como molto ci sarebbe da dire sulle diverse ville e residenze nobiliari, ma all'epoca i molti paesini (quasi tutti piccoli centri di pescatori) non avevano nulla di rimarchevole. Nonostante ciò la navigazione del lago era possibile dal 1826 con battelli a vapore (i primi si chiamavano Lario e Plinio) da quando a Milano nacque la Società Privilegiata fondata dal duca Carlo Visconti di Modrone e soprattutto dal 1843, anno in cui entrò in concorrenza la Società Lariana con sede a Como e che nel corso degli anni venne preferita dai cittadini locali rispetto alla società milanese.
Si possono citare tra i tanti Varenna e Bellagio poiché in questi due borghi (posti rispettivamente a nord e al centro del Lago di Como) fece tappa l'Imperatore Ferdinando d'Austria nel 1838 durante il suo viaggio per essere incoronato Re del Lombardo-Veneto nel Duomo di Milano.
PROSSIMA CITTA': Brescia (per Bergamo e dintorni)

lunedì 5 dicembre 2016

MILANO E DINTORNI

Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien


MILANO, in quanto città chiave dell'intero Regno Lombardo-Veneto, era ricca di luoghi e infrastrutture strategiche (a dispetto dell'estensione allora incredibilmente inferiore rispetto a quella attuale).

ALL'INGRESSO DELLA CITTÀ
"Ogni forestiero arrivando alle porte della città deve consegnare il proprio passaporto pel quale gli viene rilasciata una ricevuta coll'ingiunzione di presentarsi entro 24 ore alla Direzione Generale di Polizia (Contrada Santa Margherita). Nei convogli delle Strade Ferrate un ufficiale di Polizia è incaricato di ritirare i passaporti e rimettere la ricevuta. Se il forestiere intende trattenersi a Milano più di tre giorni necessita che ne ottenga la carta di soggiorno per la quale si paga una tassa di 6 lire austriache."
ALBERGHI:
-Albergo Delle Ville: Corso Francesco (oggi Corso Vittorio Emanuele).
-Albergo Reale: Situato in Contrada dei Tre Re (poi Tre Alberghi), dove fino agli anni '30 del 1900 vi era il quartiere del Bottonuto (in zona dell'attuale Piazza Diaz).
-Albergo Reichmann: Corso di Porta Romana.
-Albergo Della Gran Bretagna: Corsia della Palla (forse l'attuale Via della Palla, in zona Piazza Missori).
TRATTORIE
Canetta: Contrada San Giuseppe, vicino al Teatro Alla Scala.
Il Rebecchino: Situato nell'ormai scomparso Rione del Rebecchino, nei perimetri di Piazza Duomo.
La Cervetta: Idem
L'Aquila: Contrada Santa Margherita (probabilmente l'attuale Via Santa Margherita).
Il Popolo: Situato in Vicolo del Popolo (vicino alla Pescheria Vecchia, zona di Piazza Mercanti).
Il Gallo: Piazza dei Mercanti.
CAFÈ PRINCIPALI
Cova: Contrada San Giuseppe, vicino al Teatro Alla Scala
L'Europa: Corso Francesco (oggi Corso Vittorio Emanuele).
San Carlo: Idem
Martini: Idem
L'Accademia: Contrada Santa Margherita (probabilmente l'attuale Via Santa Margherita)
Biffi: Situato a fianco del Duomo di Milano.
EDIFICI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
-I.R Palazzo di Corte: Più noto oggi come Palazzo Reale.
-I.R Villa: Si intende Villa Belgioioso, già residenza di Radetzky.
-Palazzo Marino: Era allora la sede degli uffici e dei magazzini della I.R. Dogana e della Cassa centrale.
-Palazzo di Governo: Attuale Palazzo Diotti, in Corso Monforte.
-Palazzo dell'Arcivescovato: Situato presso il Duomo di Milano.
-Palazzo della Contabilità: Allora situato nei pressi del Ponte di Sant'Andrea (ormai sparito e collocabile nell'omonima via).
-Palazzo del Monte del Regno Lombardo-Veneto: Probabilmente il più noto Monte di Santa Teresa, via Montenapoleone.
-Palazzo del Comando militare: Situato in Via Brera, si affacciava sull'orto botanico tutt'ora presente.
-Casa di Correzione: Luogo in cui i carcerati venivano impiegati per lavori manuali situata nell'attuale zona di Porta Nuova.
-Zecca:Idem
-Palazzo dei tribunali:Situato in Contrada de' Clerici .
-Posta delle lettere:Non solo sede degli uffici postali, ma anche degli uffici delle Diligenze del Governo, era situato in Contrada dei Rastrelli nelle immediate vicinanze del Duomo di Milano.
CASERME
-Caserma del Castello: L'attuale Castello Sforzesco.
-Caserma San Francesco: Situata nelle vicinanze della Basilica di Sant'Ambrogio.
STABILIMENTI DI BENEFICENZA
-Palazzo di Brera: Quella che oggi è nota col nome di Pinacoteca di Brera ospitava allora decine di istituzioni relative alle belle arti, alla letteratura e alle scienze .
-Biblioteca Ambrosiana: Luogo di reputazione europea nato con la donazione della biblioteca personale di Federigo Borromeo. All'epoca si contavano già 120.000 libri stampati.
-Museo civico: Fondato nel 1838, oggi è noto come Museo Civico di Storia Naturale.
-Conservatorio di Musica: Situato nell'omonima via, si tratta dell'attuale Conservatorio G. Verdi.
-Scuola di Veterinaria: Istituzione di epoca napoleonica contava una parte di posti gratuiti e una parte a pagamento.
-Scuola dei sordo-muti: Istituzione che accoglieva un massimo di 30 maschi e 30 femmine affetti da tale disabilità provando a specializzarli in un mestiere adatto alla loro condizione.
OSPEDALI (OSPITALI)
-Ospedale Maggiore: Con un reddito di 60 milioni di lire austriache e con un massimo di 2600 posti letto, l'Ospedale Maggiore di Milano era uno dei più ricchi d'Europa.
-Ospedale Militare:Situato vicino alla Basilica di Sant'Ambrogio.
-Ospedale Fate Bene Fratelli:Struttura prettamente maschile era posto lungo il naviglio di Porta Nuova e contava 90 posti letto.
-Ospedale Fate Bene Sorelle:Struttura prettamente femminile era posta in Contrada Sant'Angelo.
OSPIZI
-Ospizio degli orfani: Capace di accogliere 270 orfani, offriva loro una istruzione elementare e una formazione per un mestiere scelto dagli stessi orfani.
-Ospizio delle orfane: Ospitava orfane offrendo loro una piccola dote per quando avessero raggiunto l'età per sposarsi.
-Ospizio dei Trivulzi: Struttura mista, ospitava tutte le persone bisognose con più di 70 anni. A Milano è noto anche con il nome di “Baggina”.
-Lazzaretto: Posto appena fuori Porta Orientale (oggi Porta Venezia), ospitava 290 famiglie artigiane.
-Gli Asili d'infanzia: Introdotti nel 1836, se ne contavano già diversi dopo pochi anni.
-Pia Istituzione di Patronato: Fondato nel 1845 e ingrandito nel 1854, ospitava i liberati dal carcere offrendo loro lavoro.
-Pio Istituto di Soccorso: Struttura che offriva a un costo di 20 lire austriache (una tantum) e 12 lire ogni anno una rendita alle vedove e ai figli di medici e chirurghi infortunati o deceduti.
-Pio Istituto Tipografico: Permetteva una rendita ai disoccupati e ai malati cronici.
-Pio Istituto Filarmonico: Provvedeva a sostentare con una pensione i malati indigenti degli ascritti all'Istituto nonché alle vedove e ai figli di questi, a cui l'Istituto provvedeva a fornire loro una istruzione basilare.
-Pio Istituto dei ciechi: Istituto per i nati e residenti a Milano, fondato nel 1840 con classi miste istruiva i bambini non vedenti tra i 7 e i 15 anni di età a leggere, scrivere, far di conto e a suonare uno strumento.
-Luoghi Pii Elemosinieri: Struttura che riuniva i 39 luoghi omonimi precedentemente sparsi per la città, offriva diversi servizi di assistenza facendo conto su risorse pari a 50 milioni di lire austriache.
TEATRI
-I.R Teatro Alla Scala
-I.R Teatro della Canobbiana: A fianco dell'Albergo Reichmann, progettato da Piermarini. Descritto come un Teatro Alla Scala in scala minore.
-Teatro Re: Piccola, ma elegante, struttura posta in una contrada ormai sparita posto in prossimità dell'attuale Via Silvio Pellico. Adatto sia per l'opera che per la commedia.
-Teatro Carcano: Tutt'ora presente, è posto in Corso di Porta Romana
-Teatro di San Radegonda: Idoneo per opere e commedie, era posto in prossimità del Duomo, fondato dall'Imperatore Giuseppe II.
-Teatro Filo-Drammatico: Progettato da Piermarini e Pollack è tutt'ora esistente (nonostante la facciata non sia quella originale). Posto nell'omonima via. Teatro a ingresso gratuito in cui si esercitavano gli attori dilettanti.
-Teatro Lentasio:Posto in Corso di Porta Romana
-Teatro Filando: Teatro di fantocci posto in Contrada San Martino
-L'anfiteatro dell'Arena: L'attuale Arena Civica intitolata oggi a Gianni Brera
-Bagno di Diana: Prima piscina pubblica (di lusso) in Italia, fondato nel 1842 appena fuori Porta Orientale (oggi Porta Venezia).
TRASPORTI CITTADINI:
-Flacres: Carrozza a due cavalli. Singola corsa 1.77 lire austriache.
-Broughams: Carrozza a un solo cavallo equiparabile a un moderno taxi. Singola corsa 1 lira austriaca.
-Omnibus:Carrozza trainata da più cavalli equiparabile a un moderno bus urbano. Tariffa fissa per qualsiasi durata e percorrenza di 30 centesimi di lira austriaca.
“Milano contiene tutto ciò che può contribuire agli agi della vita, e quanto può favorire l'istruzione, incoraggiare le lettere, le scienze e le arti. Il suo clima è ordinariamente sano, benché alquanto umido: la temperatura media è di 10 gradi del termometro di Réaumur (circa 12 gradi Celsius).”
PROSSIMA CITTÀ : Pavia (e dintorni)

domenica 4 dicembre 2016

PAVIA E DINTORNI



Per arrivare a Pavia partendo da Milano si consigliava di uscire da Porta Ticinese (al tempo praticamente il confine esterno della città) per i...ncamminarsi lungo la strada, tutt'ora esistente, che costeggiava il Naviglio Pavese. Dopo 15 miglia di viaggio si raggiungeva il centro abitato di Binasco (all'epoca abitato da appena 1500 persone) che nulla aveva di rimarchevole tranne il Castello Visconteo tutt'ora presente. Abbandonato Binasco e proseguendo lungo la via del Naviglio Pavese si giungeva alla Torre del Mangano e alla famosa Certosa di Pavia, complesso monumentale di epoca viscontea adibito per secoli a monastero.
Proseguendo per altre 5 miglia si giungeva a Pavia, capoluogo dell'omonima provincia.
Pavia all'epoca contava appena 25 mila abitanti, ma le modeste dimensioni non la rendevano comunque una località poco interessante e funzionale.
Nella città vi erano due albergi chiamati La Lombardia e La Croce Bianca e come luoghi indicati ai turisti vi erano le diverse chiese come quella in stile gotica di Santa Maria del Carmine o quella di Canepanova.
Tra le istituzioni del governo presenti a Pavia vi erano il Tribunale di prima istanza, la Camera di Commercio e l'Intendenza della Guardia di Finanza.
Come strutture per la cittadinanza si poteva contare sulla Scuola comunale di Disegno posta nello stesso luogo della Pinacoteca Malaspina la quale tuttavia non si trovava nel Castello Visconteo della città, come ai giorni nostri, bensì nell'omonimo Palazzo Malaspina.
Vi si trovavano poi importanti collegi come quello Borromeo e quello Ghisleri, di gestione statale, tre teatri, due ospizi per gli orfani, una Casa d'Industria per assistenza ai malati, un Monte di Pietà, diversi asili di infanzia e rifugi per le figlie “derelitte” e “pentite”.
Nonostante tutte queste istituzioni di servizio sociale uno degli edifici che può di tutti a Pavia è degno di nota è l'Università (già presentata nelle notificazioni del governo come il "centro di istruzione nazionale" della Lombardia Austriaca).
La fondazione dell'Università secondo alcuni è da attribuire a Carlo Magno, tuttavia è riportata una fondazione non anteriore alla metà del 1300. L'Università era, come già ricordato, uno dei centri della massima istruzione lombarda. Frequentata da circa un migliaio di studenti, la sua storia si intreccia profondamente con lo spirito riformatore e illuminista della Lombardia austriaca di tardo Settecento. I lavori di ammodernamento e estensione delle aule sono legati alle politiche di Maria Teresa d'Austria e di Giuseppe II il quale coerentemente con la sua politica di statalizzazione di molti enti religiosi soppresse diverse strutture clericali in zona per ampliare la struttura universitaria commissionando i lavori al milanese Piermarini e al viennese Pollack. A loro si deve la facciata dell'Università nonché il Cortile Volta. Da non dimenticare, inoltre, la realizzazione delle aule Volta e Scarpa le quali fecero rivivere l'intero polo universitario e che testimoniano la presenza come professori universitari del fisico comasco Alessandro Volta e di Antonio Scarpa, figura di spicco degli studi di anatomia che si era proposto di fare proprio di Pavia il polo cardine di tutta Europa nella sua disciplina.

PROSSIMA CITTA': Como (e dintorni)

martedì 1 novembre 2016

Raccolta fondi per pubblicare epigrafi del centenario della morte di Franz Jospeh sui quotidiani.





Testate coinvolte: Messaggero Veneto, Piccolo e Primorski Dnenvik; su richiesta anche altre. Eventuali resti di donazioni in eccesso, saranno devoluti a Medici senza Frontiere. Per informazioni sui propri versamenti o sul bilancio della raccolta, consultare la Pagina FB "Vota Franz".


venerdì 14 ottobre 2016

Il Veneto nel 1866 non è mai stato ceduto all'Italia (seconda parte)



Nella prima parte avevamo lasciato il prode commissario italiano Thaon di Revel alle prese con una grana diplomatica non da poco: il Governo italiano aveva indetto il plebiscito, fissato le date e stabilito le modalità con un Regio Decreto ufficiale ignorando completamente il ruolo di garante internazionale del commissario francese Leboeuf, il quale, lo ricordiamo, rappresentava l'Impero Francese, che in quel momento aveva una sorta di protettorato internazionale temporaneo sul Veneto.

Il bravo Revel, dopo qualche bugia, un po' di riverenze e delle false rassicurazioni all'offeso commissario francese Leboeuf, conclude la sua lettera di scuse riconoscendo il ruolo del commissario francese: “Io posso quindi dichiararvi nel modo il più formale, che il Governo del Re [Vittorio Emanuele II], mio augusto Sovrano, non ha inteso, né intende intralciare menomamente l'opera vostra, quale Commissario di Sua Maestà l'Imperatore dei Francesi. Non prenderò ingerenza nelle cose di queste provincie se non quando per la retrocessione che avete missione di fare, diventate libere, mi richiedessero del mio intervento. [...] Mi lusingo che accogliendo queste mie leali assicurazioni, darete corso alla vostra missione, ricevendo la consegna di Venezia dalle Autorità austriache e rimettendo il Veneto ai tre notabili, che avete chiamati a voi e che stanno aspettando i vostri ordini.”
Il Leboeuf crede alle rassicurazioni mendaci del commissario italiano, e risponde il 18 scrivendo: “Ho l'onore di informarvi della ricezione della lettera con cui mi fate sapere che il Governo di Firenze non ha mai pubblicato come Decreto, ma semplicemente delle istruzioni relative al Plebiscito. In conseguenza di questa dichiarazione, mi felicito di potervi dire che nulla s'oppone più alla remissione di Venezia e del Veneto [originale: “de Venise et de le Vénétie”], che potrà aver luogo domani mattina, così com'era stato inizialmente convenuto”.
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Appena il francese viene riportato alla convinzione iniziale, Revel telegrafa al Ministero della Guerra a Firenze [allora Capitale del Regno d'Italia]: “Domani alle 8, senza alcuna solennità, nell'alloggio di Leboeuf, si farà cessione Venezia retrocessione ai Notabili. Leboeuf pronunzierà allocuzione ai Notabili, dalla quale eslcusa ogni allusione al modo di votazione del Plebiscito.”
E così avvenne. La cessione del 19 ottobre venne proclamata con questa formula, pronunciata dal commissario Leboeuf: “A nome di Sua Maestà l'Imperatore dei Francesi ed in virtù dei pieni poteri e mandato che ha voluto conferirmi [...] dichiariamo di rimettere la Venezia a sé stessa, affinché le popolazioni padrone dei loro destini, possano esprimere liberamente, con suffragio universale, il loro volere a riguardo dell'annessione della Venezia al Regno d'Italia”.
Ma Revel ci descrive anche gli interessanti momenti successivi: “Ciò detto, il conte Michiel a nome della Commissione diede atto al generale Leboeuf della rimessione della Venezia a sé stessa. Firmarono il processo verbale in duplice copia: Leboeuf – Luigi Conte Michiel – Edoardo Cav. De Betta – Emi-Kelder dott. Achille [sic]”.
Come avrete notato dalle rimostranze del commissario francese, dalle paure e dalle ammissioni del commissario italiano, dalla formula di cessione utilizzata e dalle firme delle 4 persone che hanno sottoscritto l'atto di cessione, i personaggi coinvolti in quel 19 ottobre sono il commissario francese Leboeuf, a rappresentare la Francia, e i tre notabili, a rappresentare il Veneto: la Francia, insomma, ha ceduto il Veneto a sé stesso, cioè, come prevedeva l'accordo internazionale, gli ha concesso di autodeterminarsi con una consultazione popolare autogestita.
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Ecco dunque, che il Plebiscito avrebbe dovuto essere liberamente organizzato dai 3 rappresentanti delle libere popolazioni venete, cui era riconosciuto uno status internazionale particolare, con la piena possibilità dell'opzione “indipendenza”, temuta fortemente dal Governo italiano (cit. “si creava un'autorità speciale sul Veneto, che poteva dar luogo a qualche aspirazione autonoma od anche repubblicana per Venezia”), che approntò i metodi mafiosi e liberticidi che ormai tutti conosciamo proprio per negare ai Veneti il diritto di autodeterminarsi come riconosciuto, garantito e sancito dalla Pace di Vienna del 3 ottobre 1866: la sovranità dei Veneti riconosciuta con un trattato internazionale dai due Stati più potenti dell'Europa continentale (l'Impero Austriaco e l'Impero Francese), dal Regno d'Italia stesso, e col benestare del Regno di Prussia (alleato dell'Italia nella guerra del 1866).
A riprova di questa ricostruzione, poi, c'è il fatto che i 3 notabili “rappresentanti” del territorio veneto si sono recati dal Re d'Italia Vittorio Emanuele II il 4 novembre 1866 a consegnare i risultati ufficiali del plebiscito veneto del 21-22 ottobre, che essi stessi notabili avrebbero dovuto organizzare in tutto il Veneto che rappresentavano per investitura internazionale. La rappresentanza è tale che sono quei 3 notabili che consegnano il Veneto nelle mani, letteralmente, del Re d'Italia. Non è un caso, si osservi, che il Regio Decreto di annessione delle “provincie [sic] della Venezia e di quella di Mantova” possa essere promulgato proprio con data “Torino, 4 novembre 1866” (RD n. 3300 del 4.11.1866, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il giorno successivo).
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Perciò, se qualcuno ancora si chiedesse “Ma allora, se non fossimo in Italia, saremmo tornati con l'Austria?”, sappia che storicamente la vera alternativa per i Veneti nel 1866 non era tra un Veneto italiano o un Veneto austriaco (né un Veneto francese, come ha ipotizzato qualcuno), ma tra un Veneto italiano, o un Veneto indipendente.
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Alessandro Mocellin

Fonte: http://www.veja.it/

giovedì 13 ottobre 2016

IL VENETO NEL 1866 NON È MAI STATO CEDUTO ALL’ITALIA (PRIMA PARTE)

Fonte: http://www.veja.it/



E’ diventato ormai noto presso i Veneti,  ma non solo, che la nostra terra è stata annessa al Regno d’Italia con un plebiscito farsesco, organizzato domenica 21 e lunedì 22 ottobre dell’anno 1866.
Ricorre in questi giorni il 145esimo anniversario di quegli eventi, giusto per ricordare che le istituzioni italiane festeggiano i 150 anni dell’Italia Unita, senza il Veneto, ovviamente.

Ritengo, però, che si sia finora travisato il vero valore di questa procedura referendaria. Molti studiosi ed esperti della materia hanno descritto le operazioni di voto come “cosmetiche”, portando alla luce le violazioni compiute (pressioni, intimidazioni, voto palese) come offensive principalmente sul piano morale e storico, come una ciliegina amara su una torta pasticciata.

L’idea diffusa è che il voto del plebiscito sia stato solo una formalità, stante che, come da più parti si dice, la cessione del Veneto era avvenuta addirittura prima del voto!

Recitava infatti un trafiletto sulla “Gazzetta di Venezia” di sabato 20 ottobre 1866:
Questa mattina [cioè venerdì 19] in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto”.
Occorre fare attenzione, però, a non saltare a conclusioni affrettate: è infatti scientificamente scorretto interpretare una fonte storica alla luce di ciò che avverrà, cioè sapendo già come andrà a finire. Non è scritto da nessuna parte, infatti, che quel giorno, in quell’albergo, il Veneto sia stato ceduto all’Italia.


E’ sulla base di tale interpretazione, secondo me errata, che si basano le visioni storiche che qualificano il plebiscito del 1866 come una inutile formalità di adesione ad una situazione di fatto già sostanzialmente costituita e decisa da altri, come a dire che “il 19 ottobre il Veneto era già passato dalla Francia all’Italia, due giorni prima del plebiscito”, ma non è affatto così.

Ma se non è stato ceduto all’Italia, il Veneto a chi è stato ceduto? La risposta non è ovvia, ed è forse la più impensabile: il Veneto è stato ceduto a sé stesso.

La questione veneta, “risolta” nel 1866, ha visto come attori partecipanti, nell’ordine, l’Austria, la Francia, l’Italia, e… il Veneto (o, meglio, “la Venezia”, cioè tutto il territorio dell’attuale Regione Veneto, con anche Pordenone ed Udine, “ e Mantova”, riconosciuta come provincia non appartenente al territorio della Venezia).

Queste 4 parti sceniche sono invece personificate da 6 attori: il commissario austriaco Gen. Karl Moering, il commissario francese Gen. Edmond Leboeuf, il commissario italiano Gen. Genoa Giovanni Thaon di Revel, e i 3 notabili rappresentanti del territorio conteso, due veneti (l’assessore della municipalità veneziana Conte Luigi Michiel ed il podestà di Verona, Edoardo De Betta) e un mantovano (Achille Emi-Kelder, assessore della municipalità di Mantova).

Analizzando opportunamente le memorie, quasi una confessione, del commissario italiano Thaon di Revel, scopriamo cosa è successo davvero in quell’albergo la mattina del 19 ottobre di 145 anni fa.

Pare opportuno partire dal ruolo dei 3 notabili, comprese le modalità della loro scelta. Scrive Thaon di Revel:
Dovevo pure risolvere la questione dei tre notabili, scelti dalla Francia e chiamati a ricevere da questa il Veneto a lei ceduto dall’Austria. […] Le idee di Leboeuf su tale funzione, dapprima incerte, tendevano ora a darle grande solennità. […] Scegliendo gl’individui che si proponevano da Parigi si creava un’autorità speciale sul Veneto, che poteva dar luogo a qualche aspirazione autonoma od anche repubblicana per Venezia. Dovrebbero essi indire il Plebiscito od affidarne l’incarico ai Municipi?”

Revel appena dopo parla anche apertamente dei metodi  mafiosi usati per pilotare la scelta dei notabili, e pare quasi compiacersi della sua abilità diplomatica:
Miniscalchi, Strozzi, Giustiniani ed altri eran degnissimi gentiluomoni e perfettamente adatti per tale scelta, se non vi ostassero le considerazioni sovraesposte; perciò pensai bene, sin dai primi giorni, di esporre confidenzialmente le mie idee a Ricasoli, fra le quali eravi quella di far sentire a quei signori, che sarebbero richiesti [cioè “chiamati”] da Leboeuf, direttamente o per intermediario, che il Governo [italiano] desiderava ch’essi declinassero l’invito. Mi riservavo poi di condurre Leboeuf, senza che si avvedesse del partito preso, a richiedere Michiel, De Betta ed Emi-Kelder”.

Se la scelta dei notabili è stata pilotata, modalità di svolgimento del plebiscito invece sono state decise unicamente dall’Italia.
Ci confessa Revel:
Quando la sera del 16 di ritorno da Verona, giunsi all’albergo [a Venezia], vi trovai 1300 copie del manifesto Reale pel Plebiscito […]. Telegrafai subito a Cugia [Efisio Cugia, Ministro della Guerra italiano dal 22 agosto 1866]: ”Ricevuto manifesto, ignorandone esistenza non potei preparare Generale francese. Temo protesta motivo data da nessuna menzione in esso della Francia. Voglia Vostra Eccellenza tenere a calcolo difficoltà della posizione””.

Poi Revel continua a narrare:
Altro che cessione! Il 17, alle 8 del mattino, mi vedo arrivare Leboeuf con in mano un giornale, nel quale era stampato tutto il Decreto Reale! Era fuori di sé; non parlava, non gridava, ma urlava, che era una violazione del trattato, un insulto alla Francia, e protestava che senza un ordine preciso del suo Imperatore, non cedeva il Veneto. […] Avevo davanti ai miei occhi il Regio Decreto in data 7 ottobre, firmato Vittorio Emanuele, che fissava il 21 e 22 stesso mese per la votazione del Plebiscito, e non solo lo leggevo stampato nel giornale, ma sapevo che era affisso in tutta la provincia di Treviso; ne avevo 1300 copie per Venezia ed estuario; Leboeuf me ne aveva portato una copia; e si voleva [dal governo italiano] che dicessi al Commissario francese ch’egli si sognava un Regio Decreto che non esisteva!”.

Sembra una farsa, ed anzi lo è, ma è proprio con queste premesse e con questi metodi che il Regno d’Italia ha ottenuto di annettere il Veneto nel 1866, ma con quali altri inganni e nascondimenti?

FINE PRIMA PARTE

Alessandro Mocellin



domenica 2 ottobre 2016

Veneto libero e indipendente. La storia dà ragione ad un popolo


Fonte:http://www.lindipendenzanuova.com/

di ROMANO BRACALINI –Il Veneto fu un losco bottino di guerra. L’Italia lo ebbe grazie alla mediazione francese tra Prussia ed Austria perché apparisse meno scandaloso il fatto che gli unici a trarre profitto dalla campagna del ’66 fossero gli italiani che, alleati dei prussiani, vincitori sul campo, erano stati sconfitti a Custoza e Lissa dagli austriaci. Bisognava dare al nuovo acquisto una parvenza di legittimità popolare, e il 21 ottobre si svolse il plebiscito con il quale si raggirò un’altra volta il popolo veneto. Già il nome, plebiscito, celava l’inganno: un risultato che si dava per scontato. E infatti su 647.426 votanti (su una popolazione di 2.603.009 abitanti) i voti contrari, secondo i dati ufficiali, “furono solamente 69”.
La truffa era evidente. A lungo rimase vivo nel sentimento d’ogni veneto, il rammarico e l’umiliazione d’essere stati considerati poco più che merce di scambio. La Serenissima, San Marco, divennero riferimenti di nostalgia. Il Senato di Venezia parlava veneto, lingua d’uso della Repubblica e della letteratura. Annesso all’Italia, il Veneto divenne un territorio marginale, politicamente irrilevante, in cui la povertà diffusa costringeva gli abitanti all’emigrazione, come le plebi meridionali. I veneti erano chiamati “terroni del Nord”, si rideva dei veneti ubriaconi, le servette del cinema romano parlavano veneto, i pochi carabinieri settentrionali erano veneti. La stessa parlata veneta era oggetto di divertimento e di canzonatura.
Sotto l’Italia il Veneto decadde da ogni ruolo. La politica la facevano i piemontesi e i meridionali. Lombardi e veneti ne diffidavano. Il Veneto aveva conosciuto altre stagioni di decadenza e di abbandono. Dopo la caduta della Repubblica, Venezia cadeva a pezzi; sembrava destinata a morte sicura. I 3000 gondolieri si erano ridotti a un decimo. Si calcolava che i poveri fossero più di 10.000 su una popolazione che in pochi anni era scesa da 175.240 a 100.00 abitanti (l’antica nobiltà perduto ogni ruolo, s’era come eclissata). L’imperatore Francesco I d’Austria volle prendere qualche misura in suo favore e il 29 febbraio 1829 la dichiarò porto franco. In pochi anni Venezia rinacque. Il centro storico venne risanato anche per iniziativa dei proprietari di case, dei commercianti, degli imprenditori che avevano spinto l’amministrazione comunale ad ampliare, demolire, migliorare campi e strade, costruire ponti, interrare canali. Venne costruito il ponte ferroviario che collegava Venezia alla terraferma. La città ebbe l’illuminazione a gas e un nuovo macello nel sestiere di Cannaregio.
Fu l’Austria a intuire le straordinarie capacità d’attrazione della città, varando un programma di valorizzazione del patrimonio storico e artistico e incrementando il fenomeno nuovo del turismo di massa, che contribuì a risanare le casse pubbliche e a ridare nuovo impulso ai commerci. La vita di Venezia scorreva spensierata e allegra. Per il carnevale del 1848 arrivarono in città dai sessantamila ai settantamila forestieri; i caffè di piazza San Marco erano affollati, le divise bianche degli austriaci non costituivano alcun imbarazzo. Venezia austriaca non sarebbe sembrata più straniera di quella italiana. L’amministrazione, al contrario di quelle italiana, era efficiente e equa. Gli stessi avversari del governo erano costretti a riconoscere: “C’era uguaglianza dinanzi alla legge, uguaglianza nelle tassazioni, tolleranza universale e assenza di arbitrio”.
Il teatro La Fenice, dopo l’incendio del 1836, era stato ricostruito a tempo di record, e più bello di prima. Nel 1841, con la posa della prima pietra del ponte lagunare fra Venezia e la terraferma, 3600 metri su 333 archi, ebbero inizio i lavori della “Ferdinandea”, la ferrovia Milano-Venezia. Alla fine del 1842 venne inaugurato il primo tratto fra Padova e l’inizio della laguna, 65 minuti di percorso. Lo sviluppo della rete stradale rese più celere il servizio postale. Le poste nei territori soggetti all’Austria costituivano una privativa regia. La direzione generale delle poste era a Verona. Doveva venire l’Italia per rimpiangere l’Austria.
L’Italia fece peggio dappertutto, avendo l’aria di fare meglio degli antichi Stati. Si cancellarono secolari tradizioni, culture, identità, sotto il pretesto dell’uniformità nazionale. Si ottenne esattamente l’effetto opposto. Né il nuovo Stato apparve più dinamico e moderno. Ma i veneti, più di tutti, conservavano il ricordo della repubblica durata più a lungo. “Marco, Marco” era il grido di guerra della Serenissima; grido che insieme alla bandiera torna a ispirare l’antico sentimento di nazione.

martedì 27 settembre 2016

La giornaliera Diligenza del San Gottardo




Carrozza utilizzata per collegare Camerlata (zona di Como capolinea della I.R Ferrovia Milano-Monza-Como) a Flüelen (Canton Uri) per mezzo della giornaliera Diligenza del San Gottardo istituita nel 1842, tra la Confederazione Svizzera e il Lombardo-Veneto, e operata dal servizio postale svizzero. La linea permetteva di collegare Milano e Basilea in circa 50 ore, di cui 23 proprio per perorrere questa linea rimasta attiva fino al 1892, anno in cui fu aperta la galleria ferroviaria.
Nella seconda foto la targhetta riporta interessanti riferimenti cronologici e dati sulla circolazione.
Landesmuseum Zurigo, circa 1842



Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien

sabato 17 settembre 2016

Beggiato versus Romano su Veneto e Serenissima, per non dimenticare come l’Italia crede alla libertà

Fonte: http://www.lindipendenzanuova.com/

Ed ecco il botta e risposta citato da Gilberto Oneto tra Ettore Beggiato e Sergio Romano.
(http://www.lindipendenzanuova.com/venetismo-senza-padanismo-destinato-alla-sconfitta/)
Lo riproponiamo qui integralmente, per non dimenticare….
Le date vanno ritarate rispetto all’evento, che si consumò il 25 maggio 2013.
di REDAZIONE
Pubblichiamo, di seguito, il “botta e risposta” fra Ettore Beggiato e Sergio Romano, apparse nella rubrica “La lettera del giorno” su “Il Corriere della Sera” di oggi.
Nella sua risposta a una lettera pubblicata sul Corriere del 13 maggio, lei ricorda giustamente che la Scozia e la Catalogna sono nazioni storiche, mentre la Padania no: giustissimo. Io credo che nazione storica d’Europa si possa tranquillamente definire il Veneto, popolo che si identifica nella Serenissima Repubblica Veneta che ha avuto ben 1.100 di indipendenza, e che ha ancor oggi ha una propria lingua, una propria identità, un proprio modello economico. O no? (Ettore Beggiato)
LA RISPOSTA DI SERGIO ROMANO:
Caro Beggiato, il Veneto è certamente una regione storica, ma credo che nella sua identificazione con la Serenissima vi sia una forzatura leghista. Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Udine hanno le loro storie, alquanto diverse da quella di Venezia e della sua Repubblica. Sono state assorbite dal loro grande e fortunato vicino in tempi diversi, ma la classe dirigente della Repubblica è stata per molti secoli prevalentemente veneziana e la elezione di un doge friulano coincide, guarda caso, con l’agonia dello Stato. Nella storia della Repubblica i veneti di terraferma hanno avuto un ruolo importante, ma sono in ultima analisi soltanto una delle quattro principali nazionalità da cui la Repubblica era composta. Venezia partecipò attivamente alle vicende italiane e cercò di estendere la sua influenza nella penisola, ma fu soprattutto un piccolo impero multinazionale e multiconfessionale dell’Adriatico e dell’Egeo.
Mentre quasi tutte le città italiane erano papali o ghibelline e comunque legate, in maggiore o minore misura, alla storia dell’Impero d’Occidente e del Sacro Romano Impero, Venezia fu una costola dell’Impero d’Oriente. La sua gente era cattolica, ma la sua maggiore basilica ricorda gli edifici religiosi di Costantinopoli molto più di quanto assomigli alle chiese del retroterra veneto e della penisola italiana. I veneti di terraferma furono certamente sudditi della Repubblica, ma non diversamente dai croati della Dalmazia, dagli albanesi dell’Adriatico meridionale e dai greci delle isole dell’Egeo. Negli ultimi giorni della sua esistenza non fu difesa dai veronesi, dai padovani e dai vicentini. Si batterono per la Repubblica i suoi schiavoni, molto più fedeli a San Marco di quanto fossero i suoi sudditi italiani. Qualche mese fa, durante un viaggio ad Atene, un amico greco mi ha detto: «Si parla molto dell’influenza che la Turchia ha avuto sui nostri costumi e sulle nostra mentalità, ma si dimentica che una parte della Grecia è stata per molto tempo veneziana ». Un’ultima osservazione, caro Beggiato. Quando fu conquistata dai francesi e, più tardi, ceduta da Napoleone all’Austria, Venezia era ormai da molto tempo l’ombra di se stessa. Possiamo essere orgogliosi del suo grande passato, ma non della sua morte.

Meglio Radetzky di Bava Beccaris

di ROMANO BRACALINI - Fonte: http://www.lindipendenzanuova.com/


Il Concerto di Capodanno da Vienna, si conclude com’è tradizione con la Marcia di Radetzky. Ha ancora la magia di riportare alla mente il mondo calmo e ordinato della Mitteleuropa, di cui fece parte anche il Lombardo-Veneto; un mondo che nostalgicamente contrasta per stile e concezione col “bordello” italiano.
Contro la marcia di Radeztky regolarmente protestano ad ogni inizio d’anno i “patrioti” italiani che avrebbero voluto che l’orchestra di Vienna la cancellasse dal suo programma di Capodanno. Il motivo era che la marcia offendeva i sentimenti degli italiani. Niente di più cretino. Al provincialismo si aggiungeva il ridicolo. Sarebbe come abolire le opere “patriottiche” verdiane per non offendere gli austriaci. Se l’identità italiana è debole, o inesistente, non è colpa di Radeztky che sul campo di battaglia sconfisse più volte i vili e fiacchi italiani e Johann Strauss lo celebrò giustamente come il più popolare eroe dell’Impero, dopo il principe Eugenio. Radetzky non è stato il mostro descritto dalla propaganda italiana che non ha trovato metodi meno ripugnanti e falsi per denigrare un prode soldato.
Nel 1848, allo scoppio delle Cinque Giornate, Radetzky disponeva di un esercito di 16.000 uomini, pochi ma sufficienti a soffocare la rivolta popolare milanese se solo avesse fatto uso dell’artiglieria. Avrebbe potuto farlo, non lo fece perché, disse, non voleva passare per un novello Barbarossa. Uscendo dal Castello la sera della quinta giornata, ossia il 22 marzo, giunto a Porta Romana, sulla strada che lo avrebbe ricondotto nel Quadrilatero, si voltò verso la città che abbandonava giurando che sarebbe presto ritornato. Mantenne la promessa sconfiggendo il debole Carlo Alberto a Custoza e rientrando a Milano ad agosto dello stesso 1848, mentre i borghesi voltagabbana si toglievano il tricolore dal bavero e gridavano “Viva Radetzky”. Non ebbe gli stessi scrupoli morali l’oscuro generale piemontese Bava Beccaris, che non s’era distinto in nessuna campagna del risorgimento, il quale nel 1898, esattamente mezzo secolo dopo, prese a cannonate il popolo di Milano, accusato dal capo del governo marchese Di Rudinì, siculo di pelo rosso, di volere la rivoluzione secessionista. Magari. Ma non era vero. Il popolo milanese protestava per le tasse, per il caro pane, per la fame. Non bisognerebbe mai perdere di vista i migliori esempi della storia, come quando nel 1814, sotto i francesi, i milanesi insorsero contro l’oppressione fiscale dando l’assalto al palazzo di Giuseppe Prina, ministro delle finanze, lo massacrarono e lo scaraventarono dalla finestra.
Il dominio austriaco ha lasciato tracce profonde nella città, nel costume, nella civiltà dei comportamenti, che col tempo e sotto l’influenza italiana, si sono affievoliti. Le tasse erano gravose ma restavano sul territorio.Venezia rinacque sotto la buona politica territoriale di Vienna. Maria Teresa aveva introdotto il catasto del quale ancora oggi non c’è traccia in gran parte del Sud Italia. Le grandi istituzioni culturali milanesi e lombarde risalgono all’epoca austriaca: il Teatro alla Scala, la Biblioteca di Brera, il Palazzo Reale, la Villa Reale di Monza. Solo dopo la definitiva partenza degli austriaci dalla Lombardia, nel 1859, i milanesi si accorsero di ciò che avevano perduto. Avevano rinunciato alla civile Austria per darsi alla torva e levantina Italietta, famosa in Europa come fedifraga e ladra di terre.
Pur ammettendo che nessun popolo ha maggiori diritti di un altro, Carlo Cattaneo riconosceva che se un popolo raggiunge traguardi più avanzati di incivilimento vuol dire che ha caratteri originari che lo distinguono dagli altri. Era il caso dell’Austria. Con l’Austria, prima del 1848, quando poi il Piemonte regio si impadronì della vittoria del popolo milanese, Cattaneo pensava di poter usare il linguaggio della ragione e non quello delle armi, e proponeva si rinunciasse ad ogni progetto insurrezionale per indurre il governo austriaco a concedere le riforme richieste. Restava fermo nel proprio convincimento, contrario alle “opere di violenza”, anche quando erano in gran parte conflitti per la libertà. Era convinto, senza sbagliare, che ai lombardi convenisse più la civilissima Austria che l’Italia della gabola e della truffa. Gli avessero dato retta, la Lombardia e il Veneto, riuniti sotto un unico scettro, avrebbero continuato a far parte dell’Impero e di un patrimonio di civiltà comune.
Radetzky appartiene alla storia, legittimamente anche alla nostra. Parlava perfettamente italiano, amava Milano, abitava in via Brisa, una piccola strada che incrocia l’attuale corso Magenta, amava le partite a carte, la buona tavola, le osterie popolari; conviveva con una milanesona, la Giuditta Meregalli, che faceva la stiratrice. Ogni mattina andava a piedi, senza scorta, fino al Castello e all’ingresso i mendicati gli andavano incontro ed egli, uomo di buon cuore, dava un obolo a tutti. Morì nel 1858 e volle restare a Milano, finchè gli avvenimenti politici glielo consentirono. I suoi resti vennero traslati a Vienna nel 1859, quando la Lombardia, con il solito imbroglio italiano, venne annessa al Piemonte.
Leonardo Sciascia diceva che Milano è diversa perché ha avuto Maria Teresa e il dominio austriaco, lo diceva da siciliano; Napoli è quella che è perché ha avuto gli spagnoli e i Borboni. La differenza si vede. Stoffa diversa. Radeztzy era il leale difensore dell’Impero, di gran lunga il più civile e tollerante del nefasto regno d’Italia. Bava Beccaris è stato dimenticato, Radetzki vive nella memoria e nella devozione degli antichi ex sudditi dell’Impero.

sabato 10 settembre 2016

La risposta di Ettore Beggiato a Gian Antonio Stella pubblicata su Libero di mercoledì 7 settembre 2016


Sono da sempre un attento lettore dei libri e degli articoli di Gian ...Antonio Stella e sono rimasto francamente deluso dal pezzo che ha scritto sul Corriere di ieri, sei settembre, sul mio libro “1866:la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” e del relativo acquisto da parte del Consiglio Regionale del Veneto.
Chiariamo subito cifre ed euro (cosa che Stella non fa) : sono stati acquistati 100 libri dal costo di 10 euro e con il sconto del 10% per un totale di 900 (novecento) ; se pensiamo a quanti milioni di euro sono stati spesi per i 150 anni dell’Unità ‘Italia per iniziative discutibilissime, credo ci possa stare anche l’acquisto di qualche copia di una voce fuori dal coro...
Ma è il contenuto dell’articolo che mi lascia perplesso: un pistolotto farcito di retorica patriottarda (sembra di tornare ai tempi del Minculpop…) con riferimenti che non c’entrano nulla con il mio libro incentrato sul plebiscito; cosa c’entrano Daniele Manin (Presidente della Repubblica veneta del 1848/49), Calvi, Lobbia, i fratelli Bandiera (morti nel 1844) con il plebiscito del 1866 ?!?
E comunque sia Gian Antonio Stella che il prof. Isnenghi si guardano bene di contestare le mie tesi, i documenti che propongo, anzi Isnenghi ammette, bontà sua, che “Ci furono pressioni e persino dei trucchi? Può darsi” ammettendo che le mie denunce non sono invenzioni…
Ma vediamo, per i lettori di “Libero” da vicino gli aspetti centrali della questione, quelli che i lettori del “Corriere” non hanno potute approfondire…
1) Alla fine della terza guerra d’indipendenza, il Regno d’Italia, nonostante le due disastrose sconfitte di Custoza e Lissa, si siede dalla parte dei vincitori grazie all’alleanza con la Prussia che ha sbaragliato l’esercito austriaco a Sadowa. L’Austria si rifiuta di cedere direttamente il Veneto, il Friuli e il Mantovano direttamente ai Savoja e lo gira alla Francia affinchè questa lo giri ai Savoja “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate” testuale dal trattato di pace fra Italia e Austria firmato il 3 ottobre 1866 e fedelmente riprodotto nel mio libro.
2) Il plebiscito viene convocato per i giorni 21 e 22 ottobre 1866;
3) due giorni prima del voto, venerdì 19 ottobre, il Veneto passa al Regno d’Italia in una oscura camera dell’Albergo d’Europa lungo il Canal Grande a Venezia. La notizia viene riportata nella “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” datata 19 ottobre 1866, che i lettori di “Libero” e Gian Antonio Stella possono trovare facilmente anche su internet.
4) I veneti vanno a votare il 21 e 22 ottobre quando tutto è già stato deciso, altro che “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”! E questa, per me, è una truffa, una grande truffa.
A meno che, per Gian Antonio Stella, la firma sotto un trattato di pace, sotto un trattato internazionale sia una cosuccia da nulla…
5) Il voto si svolge fra brogli, minacce, intimidazioni varie e il risultato parla di 641.758 SI, 69 NO, e 273 nulli; oltre a considerazioni di carattere storico, culturale e sociale, il dato dev’essere visto anche sotto la dimensione statistica: è matematicamente impossibile che su una massa di quasi 650.000 votanti ci sia il 99,99 % di SI.
Non parliamo delle operazioni di voto: in un documento che ho trovato all’archivio di stato di Padova che in due seggi di Padova città ci furono ben 548 (cinquecentoquarantotto) voti in più…documento dell’archivio di stato !!!
6) non solo quello veneto ma tutti i plebisciti organizzati dai Savoja furono truffaldini e a questi ho dedicato un capitolo intero del mio libro, con copiosa documentazione;
7) Il prof. Sabino Acquaviva così inizia la sua prefazione alla prima edizione (1999) "Un libro importante, culturalmente e politicamente. Ci parla della nostra storia, di quanto è accaduto di quando il Veneto è stato annesso all'Italia. Ci narra quel che è veramente successo, oltre ogni descrizione oleografica, falsa e falsata per motivi politici"

8) E per finire, consiglio a Gian Antonio Stella di andare all’archivio del Corriere, ricercare il quotidiano del 23/11/1997 e leggere l’articolo del grande Indro Montanelli che scrisse “L’Italia è finita. O forse, nata su plebisciti-burletta come quelli del 1860-61, non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere.” Pericoloso indipendentista veneto anche Indro Montanelli?

ETTORE BEGGIATO

giovedì 18 agosto 2016

Evento consigliato: 1916 – 2016 Centenario della morte di S.M.I. & R.A. Francesco Giuseppe I – Celebrazioni a Vienna e Milano



In occasione del 186°  GENETLIACO IMPERIALE di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica FRANCESCO GIUSEPPE I, con immutata devozione e sempre maggior affetto, ricordiamo che:

Ricorrendo il centenario del Pio Transito di S.M.I. & R.A. l’Imperatore Francesco Giuseppe I, di v.m., annunciamo fin d’ora le due commemorazioni previste per il mese di novembre p.v. :
  • VIENNA – Domenica 27 Novembre 2016
Santa Messa Solenne nel Duomo di Santo Stefano (ore 12.00 ca.);
A seguire, corteo fino alla Chiesa dei Cappucini e omaggio all’Imperatore nel Kaisergruft.
  • MILANO – Sabato 19 Novembre
Convegno di Studi Mitteleuropei e Santa Messa a suffragio di S.M.I. & R.A. Francesco Giuseppe I.

N.B. 1 – VERRANNO FORNITE (NON APPENA POSSIBILE) ULTERIORI INFORMAZIONI CIRCA IL PROGRAMMA DELLE CELEBRAZIONI, E LE MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE.

N.B. 2 – IL CRLV PARTECIPERA’ ALLE CELEBRAZIONI VIENNESI: E’ NOSTRA INTENZIONE ORGANIZZARE UN GRUPPO.

PER RICEVERE INFORMAZIONI IN MERITO ALLE CELEBRAZIONI (COMUNICAZIONI E-MAIL E INVITO CARTACEO), SI PREGA DI SOTTOSCRIVERE IL PRESENTE MODULO: https://lombardoveneto.wordpress.com/2016/08/12/1916-2016-centenario-della-morte-di-s-m-i-r-a-francesco-giuseppe-i-celebrazioni-a-vienna-e-milano/

mercoledì 20 luglio 2016

20 luglio 1866 - 20 luglio 2016: 150 anni dalla vittoria navale Austro-Veneta a Lissa contro l'aggressione "italiana".

Francobolli delle poste croate e slovene per il 150° anniversario della battaglia di Lissa.

Oggi, 20 luglio 2016, commemoriamo la grande vittoria navale Austro-Veneta di  Lissa contro l'aggressione "italiana"! Viva l'Austria! Viva l'Imperatore! Viva San Marco!
 
 
 
 
Di Redazione A.L.T.A.