martedì 13 ottobre 2015

DONDE VIENE LA PROSPERITÀ DEI POPOLI E DONDE LA LORO DECADENZA (Estratto dall'opera di mons. Delassus "Il Problema dell'ora presente" Tomo II°)

 
 
Nessuna società può sussistere senza la mutua assistenza; aiuti dei grandi ai piccoli, servigi dei

piccoli ai grandi; ed è cosa incontestabile che, acciocché questa mutua assistenza sia efficace, e

possa far regnare la pace e la prosperità nella società, non deve solamente essere occasionale, ma

costante, e per essere costante, deve essere organizzata socialmente.

Non lo si è sempre compreso nella cristianità come nella antichità pagana: e sempre la pace sociale

ed i beni che ne derivano hanno seguito le oscillazioni a cui la fedeltà ai doveri scambievoli andò

soggetta. Bisogna aggiungere che sempre l'infedeltà si è dapprima manifestata nelle regioni

superiori. Le classi alte a poco a poco si rinchiusero nel godimento dei beni che la loro situazione

procurava, e seguendo la medesima china, le classi inferiori se ne sono da esse staccate per finire

col ribellarsi contro coloro che per dei secoli erano stati il loro sostegno.

Un colpo d'occhio gettato sulla storia antica, poi sulla storia moderna ci farà assistere alla

riproduzione, presso di noi, delle fasi di decadenza che la società pagana ha subite, e questo, quale

effetto delle medesime cause. Come abbiamo fatto altre volte, metteremo a profitto un triplice
studio di Frantz Funk-Brentano,(1) il quale ha anche messo a contribuzione fra altre opere, La cité

antique, di Fustel de Coulanges, e Les origines de l'ancienne France, di Giacomo Flach.


"I cambiamenti che si manifestano nella costituzione delle società - dice Fustel de Coulanges - non

possono essere l'effetto del caso né della sola forza; la forza che li produce deve essere potente, e,

per essere potente, questa causa deve risiedere nell'uomo. Infatti, è dal cuore dell'uomo che nascono

le virtù che elevano ed i vizi che abbassano, ed a forza di abbassare fanno sparire gli Stati come le

famiglie. Presso tutti i popoli, l'epoca in cui le qualità morali donde emanano le scambievoli

obbligazioni, che sono state molto diffuse e sono entrate ben profondamente nei caratteri per

penetrare quindi nei costumi e nelle abitudini, costituisce il tempo in cui quel popolo ha

maggiormente brillato per la sua forza e pel suo splendore. Coll'oblio di questi doveri è venuta la

decadenza. Sempre e dappertutto, il principio di questa decadenza si è trovato dapprima

nell'aristocrazia. Quand'essa ha trascurato i suoi doveri verso i suoi clienti; quando ha cessato di

portar loro affetto nel suo cuore, e per conseguenza ha cessato di prestar loro assistenza e

protezione, i sentimenti che formavano l'autorità dei padroni si sono affievoliti, ed hanno finito

collo spegnersi nel cuore dei loro inferiori. Allora un'aristocrazia meno nobile è succeduta ad

un'aristocrazia più nobile, poiché i popoli non sono mai senza aristocrazia. In Francia, come in

Grecia, come nell'antica Italia, si vide l'aristocrazia feudale in conseguenza dell'oblio de' suoi doveri

cedere il posto ad un'aristocrazia fondiaria e questa ad un'aristocrazia del danaro. Le stesse epoche

storiche si sono succedute nello stesso ordine, nell'antichità e nei tempi moderni: a misura che le

tradizioni cedettero all'azione del tempo e delle passioni umane, il regime patriarcale diede luogo al

regime agrario, e questo a sua volta al regime amministrativo.

In Grecia, da quando gli Eupatridi cominciarono a dimenticare i loro doveri verso i loro clienti, le

antiche credenze, che formavano la loro autorità nell'anima degli inferiori, progressivamente

vennero ad estinguersi. Non rimase come sorgente d'influenza che la proprietà fondiaria, la quale

poté appartenere tanto ai plebei quanto ai nobili. La legislazione di Solone proclamò allora che i

diritti, gli onori, gli uffici, e le obbligazioni dei cittadini si calcolerebbero secondo l'importanza

delle loro proprietà fondiarie. Di modo che, all'aristocrazia di razza, successe un'aristocrazia di

proprietarii.


Ben tosto si produsse un'altra rivoluzione. Fin dal tempo di Solone si fece strada il commercio

ateniese, e ben presto prese considerevole sviluppo. Il proprietario del suolo vide scemarsi la sua

importanza di fronte a quella del negoziante a cui le navi portavano le ricchezze lontane.

A Roma, le trasformazioni furono le stesse. La classe dei cavalieri, uomini d'affari, sostituì l'antica

aristocrazia che disparve.

Noi vedremo i medesimi cambiamenti prodursi in Francia.

Ma prima, noi dobbiamo ricercare quali ne furono le conseguenze presso i popoli antichi.

Fin tanto che le famiglie patrizie vissero sulle loro terre, circondate dai loro clienti, la miseria fu

cosa sconosciuta: l'uomo, in caso di necessità, era assistito dal suo capo; colui al quale egli

consacrava il suo lavoro e la sua sudditanza dovea sovvenire a' suoi bisogni. Ma fu ben altrimenti

quando l'aristocrazia del danaro prese il posto dell'aristocrazia fondiaria. Allora si spezzò il legame

permanente fra i piccoli ed i grandi. Il povero fu e rimase isolato: nessuno più si prendeva cura di

lui, nessuno più lo conosceva, né voleva soccorrerlo. Allora Cicerone pronunciò questa sentenza:

"Nessuno sente compassione, a meno che non sia un folle od uno stordito".(2) E Plauto ne spiega la

ragione: "Dando il vostro pane a quelli che non ne hanno, voi perdete il vostro bene, ed aiutate

questi sventurati a prolungare un'esistenza che per loro non è che un peso".

Ma i poveri non si sottomisero. Essi organizzarono una guerra regolare contro i ricchi. Usarono dei

loro diritti di suffragio per aggravarli d'imposte, per decretare l'abolizione dei debiti od operare delle

confische generali.

Plutarco racconta che a Megare, dopo una insurrezione, si decretò che i debiti sarebbero aboliti, e

che i creditori, oltre la perdita del capitale, sarebbero tenuti a rimborsare gl'interessi di già pagati.

Nel 412, il popolo di Samos massacrò duecento ricchi, ne esiliò quattrocento altri e si divise le loro

terre e le loro case. A Corcira il partito dei ricchi fu quasi interamente distrutto. Quelli che si erano

rifugiati nei templi furono murati e lasciati morir di fame. "Ovunque si videro - come dice Tucidide

- crudeltà di ogni specie, barbarie d'ogni sorta, naturali in gente che spinta da un cieco sentimento di

eguaglianza si slancia inesorabilmente sopra i rivali". "In ogni città - scrive Fustel de Coulanges - il

ricco ed il povero erano due nemici. Fra di loro nessuna relazione, nessun servigio, nessun lavoro

che li unisse. Il povero non poteva acquistar la ricchezza che spogliando il ricco, il ricco non poteva

difendere il suo avere se non con estrema abilità o per mezzo della forza. Essi si guardavano di

mal'occhio; in ogni città esisteva una doppia cospirazione, i poveri cospiravano per cupidigia, i

ricchi per paura. Non è possibile il dire quale dei due partiti commettesse maggiori crudeltà e

maggiori delitti. Gli odii cancellavano nei cuori ogni sentimento d'umanità. Vi fu a Mileto una

guerra fra i ricchi ed i poveri; questi ebbero dapprima il sopravvento e sforzarono i ricchi a fuggire

dalla città; ma poi, dolenti di non aver potuto sgozzarli, presero i loro bambini, li raccolsero nelle

aie e li fecero tritare sotto i piedi dei buoi. I ricchi rientrarono in città e ne divennero di nuovo i

padroni. Presero i figliuoli dei poveri, l'intonacarono di pece e li bruciarono vivi".

Che divenne la Grecia, sì grande una volta, in questa spaventevole guerra? Lo storico Polibio ci

dice: "Nei campi, la coltivazione delle terre; nelle città i tribunali, i sacrificii, le cerimonie religiose

sono abbandonati. I Greci vivono nella guerra civile da dieci generazioni. Questa è divenuta lo stato

abituale, regolare, normale della razza, vi si nasce, vi si vive, vi si morrà. Si vedono delle città

divenute deserte, e, per colmo di dolore, i Greci non possono attribuire che alla loro propria follia le

calamità dalle quali sono colpiti".

La storia della democrazia romana dà il medesimo insegnamento che la storia della democrazia

greca. E se la lotta non fu accompagnata da crisi così sanguinose, è mestieri attribuirlo ad una

doppia causa. In primo luogo, alle conquiste fatte dai Romani, di immensi territorii, le cui terre

davano alla plebe; in secondo luogo, alle armi che, disposte sulle frontiere in continua lotta contro i

barbari, divoravano un gran numero di plebei.

In Francia, come in Grecia, come in Italia, la civiltà ha cominciato ed è stata portata al suo apice da

un'aristocrazia feudale, alla quale è succeduta, dal tempo del Rinascimento fino a quello della

Rivoluzione, un'aristocrazia territoriale. Attualmente noi abbiamo questa aristocrazia pecuniaria che

segnò la fine della civiltà ellenica e la fine della civiltà romana.

Le origini della nostra civilizzazione rimontano al VI secolo. Lo sforzo civilizzatore è

proporzionato alla resistenza della barbarie. Essa partorisce i suoi tipi più mostruosi, ed a fianco di

essi si vedono le splendide figure della più pura vita cristiana. Questo secolo ed il seguente, che

appariscono come i più barbari di tutti, sono l'epoca in cui i santi fioriscono in grandissimo numero,

ed esercitano l'azione la più decisiva sull'orientamento della nostra società. Per ciò, Godefroy Kurth
ha potuto dire, nelle sue Origines de la civilisation moderne: "In meno di un secolo tutta la scena


del mondo è rinnovata. La occupano altri attori e rappresentano un altro dramma".

Dio avea gettato sul nostro suolo, da quattromila anni occupato da barbari, delle popolazioni

giovani ed aperte alle nobili aspirazioni della Chiesa che le aspettava per formare la loro

educazione. "Basta aprire gli occhi - dice ancora Kurth - per vedere con qual forza i popoli barbari

erano tratti dalle migliori tendenze della loro natura nel seno della Chiesa cattolica", allorché

l'arianesimo li tentava.

E questi selvaggi pieni di passioni pagane, ma anche pieni di forza e di vigore, la Chiesa li innestava

sulla vigna piantata dal divin Salvatore. Essa faceva passar nelle loro vene la carità evangelica: cioè

l'amor di Dio e l'amor del prossimo. L'essenziale era di determinarli a dire una volta con

convinzione e risoluzione: Io sono cristiano; e da quel momento molti lo erano fino all'eroismo.

Allorché i Franchi conquistarono la Gallia, le città impoverite non erano che aggiomeramenti

d'artigiani. La potenza e la ricchezza erano passate alla campagna. Quivi, in mezzo ad immensi

dominii signoreggiavano su popoli di poveri e di schiavi le grandi famiglie le quali non vivevano se

non per godere. I Franchi si divisero queste terre colla stessa avidità che prima usarono nella

divisione dei cavalli, delle armi e dei tesori. Ognuno stabilì la sua dimora nella porzione che era

divenuta sua, e s'identificò con questa terra divenuta suo retaggio (Alod) e quello de' suoi propri

figliuoli.

Tali furono le origini dei primi signori. Alcuni restarono pagani, altri dopo aver ricevuto il

battesimo continuarono nelle loro sociali relazioni ad usare un'odiosa crudeltà. Ma vi furono pure

famiglie in cui la grazia di Cristo, ritrovando un sangue generoso, produsse le virtù che formarono

da se stesse la nostra aristocrazia, prima nell'ordine del tempo, ed eziandio nel valore morale come

nel valore marziale. Sotto gli auspicii della Chiesa, esse appresero a conoscere ed a praticare i

doveri verso il prossimo, e la carità cominciò presso di noi a stabilire il suo impero. Tutti i

documenti di atti di emancipazione che ci hanno lasciati i primi secoli del medio evo, attestano il

pensiero religioso che li ha dettati: "Non bisogna ritenere nelle catene coloro che il Cristo ha reso

liberi mercé il battesimo, perché agli occhi suoi non havvi differenza di condizione, ma tutti sono

eguali dinanzi a lui".

Le istituzioni sociali che sorsero allora erano informate di questo spirito. "La civiltà moderna non è

frutto né delle vecchie istituzioni d'una nazione in decadenza (i Romani) - dice l'autore dell'opera

economica di Montchrétien, - ancor meno di grossolane abitudini di bande appena disciplinate (i

Germani), ma della forza, dell'intensità di affezioni, diffuse nell'intera popolazione (dai monaci,

vescovi e santi), affezioni che si trasformano in obbligazioni scambievoli e abituali, e quindi in

diritti corrispondenti".

Noi qui vediamo ricomparire, ma depurate e santificate, le relazioni sociali che abbiamo ammirato

nella clientela romana ed ellenica. Esse avvolgeranno tutta la società come in una immensa rete,

non solo grandi feudatarii e piccoli signori, non solo signori e vassalli, ma eziandio padroni ed

operai. Si conosce la bella legislazione che Stefano Boileau diede alle corporazioni operaie nel

secolo XIII.

Questo tredicesimo secolo fu l'apogeo dell'aristocrazia feudale e della grandezza della Francia. Essa

avea allora fondato il territorio e creato il genio francese formato innanzi tutto di generosità.

Un'altra aristocrazia le succedette. Non la si vide sostituirvisi tutto ad un tratto, ma entrare nelle sue

file a poco a poco. I pronipoti dei primi signori più non possedevano le virtù primitive dei loro

antenati; essi si "civilizzarono" più o meno, nel cattivo senso della parola; e di mano in mano

vedevano elevarsi insensibilmente nel loro grado famiglie che loro erano estranee: di guisa che si

può porre tra il quattordicesimo e quindicesimo secolo l'avvenimento dell'aristocrazia detta

territoriale per distinguerla dall'aristocrazia feudale. Questo secondo ramo uscito dal ceppo

generoso della razza franca non ebbe il valore del primo. Il primo succo vitale è sempre il più forte.

Perciò, mentre questo conservò il suo vigore per ottocento anni, l'altro non poté giungere che ad una

metà di questo tempo. Esso d'altronde ebbe la sciagura di giungere contemporaneamente al

Rinascimento, ad essere più tardi sopraffatto dall'assolutismo reale, ed infine a sentirsi inoculare il

veleno filosofico.

Nulladimeno la Francia poteva ancora gloriarsi di essa (aristocrazia) che molto fece per la

grandezza del paese, ed in tutti i sensi.

Essa si reclutava continuamente fra le famiglie le quali mediante lunghe tradizioni di lavoro e di

virtù tanto si elevarono da raggiungere la generosità d'animo che costituisce la nobiltà. Quando non

vi era altra sorgente di ricchezza che l'agricoltura, ogni famiglia ricca non era ricca se non perché

erasi a poco a poco nobilitata in questi sentimenti mercé la lunga pratica delle virtù famigliari; e fin

d'allora poteva essere nobilitata. Era una famiglia antica, rispettabile, una buona famiglia, secondo

l'espressione accettata. Per giungere a ciò essa dovette educare, ed educare sempre meglio una

lunga successione di generazioni; ed era mestieri che in questa successione non vi fosse deficienza

né interruzione in verun anello della catena, perché in tal caso tutto era da ricominciare. Come dice

Blanc de Saint-Bonnet: "I secoli venivano a posarsi come tante gemme sulla sua corona, ed era il

tempo che si avanzava per consacrarla".

Questa seconda aristocrazia visse come la prima, militarmente, patriarcalmente, ed agricolamente,

sottomettendo alla coltivazione il terreno conquistato da' suoi padri, difendendolo e diffondendo

intorno a sé la giustizia, il valore e il disinteresse. Con questo essa conservò il triplice capitale della

nazione: capitale materiale, capitale intellettuale e capitale morale. Ecco in quali termini ne parla

Taine: "Il signore è proprietario residente e benefico, promotore volontario di tutte le intraprese

utili, tutore obbligato dei poveri, amministratore e giudice gratuito del cantone, deputato senza

stipendio presso il Re, cioè conduttore e promotore, come per lo innanzi, mercé un patronato nuovo

appropriato alle circostanze".

Sgraziatamente questi salutari costumi, vincolo di unione e di affetto che collegavano tutti i cittadini

dall'alto al basso della scala sociale, a poco a poco si rilassarono. La politica di Luigi XIV si applicò

a separare i gentiluomini dal popolo attirandoli alla corte e negli impieghi. Credendo di

consolidarsi, la dignità regale distrusse colle proprie mani il fondamento su cui era stabilita.(3)

Enrico IV era stato meglio ispirato. "Egli dichiarò a' suoi nobili - dice Perefixe - essere suo volere

che si abituassero a vivere dei propri beni, e per questo effetto egli sarebbe ben lieto, poiché si

godrebbe la pace, che andassero a vedere le loro case e a dare ordine di far produrre le loro terre.

Così, egli li sollevava da enormi e rovinose spese alla corte, rinviandoli nelle provincie, e loro

insegnava che il miglior fondo che si potesse fare è quello d'un buon governo di casa. Con ciò,

sapendo che la nobiltà francese si piaceva d'imitare il Re in tutto, egli mostrava loro col suo

esempio a levare le superfluità degli abiti; poiché egli andava ordinariamente vestito di panno

grigio, con un farsetto di seta o taffetà senza frastagli, senza galloni d'oro né ricamo. Egli lodava

quelli che vestivano nella stessa maniera e si rideva degli altri, che portavano, diceva egli, i loro

mulini e gli alberi di alto fusto sul loro dorso".

Sotto Luigi XIV la nobiltà ricevette altre lezioni e disgraziatamente si lasciò trascinare da ben altri

esempi; e si sa quali ne furono le conseguenze.

L'assenteismo materiale - disse M. de Tocqueville - ricondusse a poco a poco nei signori un

assenteismo del cuore. Quando il gentiluomo riappariva in mezzo ai suoi, egli mostrava le viste e i

sentimenti che in sua assenza aveva il suo fattore. Ne' suoi coloni, egli non vedeva altro che

debitori, dai quali rigorosamente esigeva quanto gli era dovuto secondo la legge o la consuetudine.

Di qui sentimenti di rancore e di odio. Inoltre, per effetto di questo medesimo assenteismo, mancava

ogni direzione generale, e le terre cadevano in un deplorevole abbandono. La nobiltà bentosto non

formò che una casta, fiera de' suoi titoli e gelosa de' suoi privilegi, i quali non si giustificavano più,

né gli uni né gli altri, per la direzione data alla vita della nazione.

Quando scoppiò la Rivoluzione, da oltre un secolo, ogni classe aveva camminato a parte, ma

conservando ed accrescendo i propri pregiudizi e gli odi verso la classe divenuta rivale da alleata

ch'essa era. Ciò spiega, in parte almeno, quello che avvenne nelle campagne. Si può osservare che

dappertutto ove i proprietari di fondi avevano conservato il contatto coi loro affittuali,

l'antagonismo di classe non si è manifestato. Ne è una prova ciò che avviene in Vandea, in Anjou,

in Poitou, in Brettagna e in Normandia, dove i signori hanno amministrato i loro beni per mezzo dei

fattori, dove, in una parola, si perdette il contatto tra i ricchi e i poveri, l'antagonismo sociale si

manifestò con grande violenza. Taine ha stabilito questo fatto in più luoghi de' suoi scritti.

L'aristocrazia fondiaria, in tal modo caduta, diè luogo, come in Atene ed in Roma, all'aristocrazia

pecuniaria.

 
Note:

(1) La famiglia fa lo Stato. Grandezza e decadenza delle aristocrazie. Grandezza e decadenza delle

classi medie. - Dalla Collezione "Science et Religion" edita da Bloud e Comp.

(2) Pro Murena.


(3) Bourdaloue ricordava così ai signori del gran secolo i loro doveri: "Aristotele, il principe dei

filosofi, non aveva alcun principio di cristianesimo, e nondimeno comprendeva questo dovere,

quando diceva che i re, nel loro alto grado di elevazione che ce li fa riguardare come altrettante


divinità sulla terra, non sono, al fin dei conti, che uomini fatti per gli altri uomini, e che non è per se

stessi che sono re, ma per i popoli.

"Ora se questo è vero, della dignità regale, nessuno di voi mi accuserà di portare a suo riguardo la

cosa troppo lungi, se sostengo, che non si può essere niente nel mondo, né elevarsi, sebbene
per vie

rette e legittime agli onori del mondo, se non, in vista di prestarsi, d'interessarsi, di consacrarsi, e di

sacrificarsi anche al bene di coloro che la Provvidenza fa dipendere da noi, che un uomo per

esempio, rivestito d'una dignità, non è che un soggetto destinato da Dio e scelto pel servizio d'un

certo numero di persone a cui egli deve le sue cure; che un particolare che assume un officio, non lo

ha per sé, ma pel pubblico; che un superiore, un principale, non ha l'autorità in mano se non per
essere utile a tutta una nazione, mentre che senza autorità non può esserlo. Praees, diceva san


Bernardo, scrivendo ad un grande del mondo, e mettendogli dinanzi agli occhi l'idea che dovea
avere della sua condizione, praees non ut de subditis crescas, sed ut ipsi de te. Voi siete investito


del comando, ed è giusto che vi si obbedisca. Ma ricordatevi che questa obbedienza non vi è dovuta

che a titolo oneroso, e che voi siete prevaricatore se non la fate servire a tutto profitto di coloro che

ve la devono.