lunedì 1 ottobre 2012

Da soldato Borbonico in Sicilia alla battaglia di Custoza: Pittore e decoratore Salernitano

A cura del suo pronipoteAriberto Salati

17 Marzo 2009
Da Zezon – 3° Reggimento di linea 1853
Da Zezon – 3° Reggimento di linea 1853
VINCENZO ADAMO
Vincenzo Adamo, padre di mia nonna paterna Adelia, nacque a Salerno il 2 gennaio 1837 alle ore 15 nella casa di abitazione “ sita in Strada S. Domenico.Adelia Adamo Salati 1876 - 1959. Fu battezzato il 3 gennaio nella chiesa di S. Maria della Porta (S. Domenico). Il padre Antonio esercitava l’arte del barbiere, mentre la madre Gaetana Guercio era casalinga. Esercitò, fin da giovane, l’arte di pittore e decoratore. A 23 anni compiti, il 3 gennaio 1860, fu ammesso alla leva militare e il 6 gennaio fu inviato “quale soldato di leva al 15° Reggimento di linea (Fanteria) al servizio delle Due Sicilie al numero 1900 di matricola per anni cinque in attivo servizio e cinque di riserva”. Il 15° Rgt. Fr. di linea “ Messapia” nel 1860 era di stanza nella Sicilia Orientale e prese parte alla battaglia di Catania contro l’esercito invasore garibaldino.
Vincenzo Adamo, padre di mia nonna paterna Adelia, nacque a Salerno il 2 gennaio 1837 alle ore 15 nella casa di abitazione“ sita in Strada S. Domenico.Adelia Adamo Salati 1876 - 1959. Fu battezzato il 3 gennaio nella chiesa di S. Maria della Porta (S. Domenico).
Il padre Antonio esercitava l’arte del barbiere, mentre la madre Gaetana Guercio era casalinga. Esercitò, fin da giovane, l’arte di pittore e decoratore. A 23 anni compiti, il 3 gennaio 1860, fu ammesso alla leva militare e il 6 gennaio fu inviato “quale soldato di leva al 15° Reggimento di linea (Fanteria) al servizio delle Due Sicilie al numero 1900 di matricola per anni cinque in attivo servizio e cinque di riserva”. Il 15° Rgt. Fr. di linea “ Messapia” nel 1860 era di stanza nella Sicilia Orientale e prese parte alla battaglia di Catania contro l’esercito invasore garibaldino.
Questo Reggimento era di nuova composizione, nel novembre del 1859 il comando e l’organizzazione sono affidati al colonnello Raffaele Ferrari, poi passato al ruolo sedentaneo il 20 marzo 1860; il comando è affidato provvisoriamente al maggiore Marquez, ex allievo della Nunziatella. Maggio 1860: il Rgt. Combatte per le strade di Catania, il 31, spiccano le alte figure del Magg. Marquez e del Ten. De Martino. Giugno 1860: al comando del corpo fu assegnato il Col. Ruiz.
Le quattro compagnie scelte erano di guarnigione ad Augusta al comando del Magg. Aldanese. Nell’agosto 1860, le otto compagnie del Rgt. furono inviate in Calabria.
Nel settembre 1860, il Rgt. si sciolse a Saveria Manelli per il tradimento del gen.le Ghio che fece arrendere a Garibaldi circa 15.000 soldati napoletani. Ma, gruppi di soldati isolati del 15° con il Magg. Marquez raggiunsero il Volturno.
Una compagnia combatterà valorosamente il 19 a Roccaromana ove furono decorati per il coraggio mostrato sul campo il Cap. Follo e il Ten. Mirabito; novembre 1860, le frazioni rimanenti capitoleranno nella battaglia di Capua.
E’ probabile che Vincenzo Adamo, raggiunta Salerno proveniente dalla Calabria, facesse ritorno in famiglia. So per certo, perché me lo raccontava mia nonna, che non volle aderire al R.D. 24 aprile 1861, che ordinava agli ex soldati Borbonici di consegnarsi alle autorità militari d’occupazione.
Questo decreto andò incontro ad un grande insuccesso: il termine perentorio di presentazione stabilito dovette essere prorogato al 1° giugno, ma a questa data si presentarono solo 20.000 uomini su 72.000 previsti.
Dovunque esso trovò opposizione, le reclute fuggirono a migliaia, si diedero alla macchia in montagna e per catturarle ricorsero a crudeli ritorsioni e rappresaglie; si costrinsero, in alcuni casi, le famiglie dei ricercati ad acquartieramenti forzati. Infatti, dopo tre anni di latitanza, il nostro, il 1 novembre 1863 fu denunciato di diserzione.
A questo, certamente, contribuì il proclama d’addio del 14 febbraio 1861 che S.M. Francesco II emanò da Gaeta, suscitando negli animi della popolazione e in particolare in quella dei giovani, che gli avevano giurato fedeltà, nuovi entusiasmi di restaurazione; infatti, il Re nel suo proclama conclusivo diceva: ”non vi dico addio ma arrivederci; serbatemi tutta la lealtà come eternamente vi serberò gratitudine e amore. Il vostro Re Francesco.”Il 19 novembre 1863, “fu arrestato a Salerno e tradotto in quelle carceri in attesa di giudizio.”
Il dicembre 1863, fu preso in forza dal 1° Deposito per compiere il servizio d’ordinanza con la ferma di anni otto “ai termini della circolare N° 9 del 27 febbraio 1861 (Gabinetto) e non giunto per trovarsi nelle carceri.”Il processo fu celebrato il 19 dicembre 1863, fu condannato “ad un anno di reclusione con sentenza del tribunale militare di Salerno”.
Le condizioni carcerarie in quel periodo erano, è dir poco disumane: le carceri, eccessivamente affollate, mancavano di ogni forma d’igiene e la promiscuità di soldati e di intellettuali con delinquenti comuni era la regola, senza alcuna forma di privasi erano guardati a vista dalle guardie.
Il deputato Macchi, relatore della commissione incaricata di esaminare lo schema di legge per il riordino delle carceri giudiziarie del nuovo regno, così si espresse:”Lo stato delle prigioni, massime in alcune province, è tale che fa veramente raccapriccio. E’ un continuo oltraggio alla moralità; è un’onta alla civiltà del secolo.”
Anche il parlamento inglese si occupò dell’argomento, dove lord Henry Lennox riferì, nella seduta dell’8 maggio 1863, del suo viaggio nelle antiche province napoletane.
Il suo lungo resoconto che è una interminabile sequela di denunzia sullo stato di degrado delle strutture e degli arbitrii dei poteri costituzionali. Riferisce di aver visitato le prigioni di Napoli: S. Maria Apparente, la Concordia, S. Maria Agnone, la Vicaria, quest’ultima sufficiente per 600 persone, è stipata di 1200 detenuti distribuiti in cinque stanze senza porte ma divise da cancelli di ferro.
A Salerno, il direttore delle carceri confessa che una struttura capace di ospitare 650 prigionieri è costretto a tenerne 1.359 e che in conseguenza di ciò poco tempo prima è scoppiata una virulenta infezione tifoidea per la quale sono morti un medico e una guardia.
Alla luce di quanto descritto, al povero Vincenzo non restava che pregare Iddio che gli offrisse l’opportunità di uscire vivo dalla situazione in cui si trovava.
L’occasione si presentò quando fu promulgato il R.D. 7 settembre 1863 con cui il re, il “Padre della Patria”, concesse ampia amnistia ai soldati dell’ex esercito Borbonico che si trovavano nelle patrie galere; però dovevano riscattare la parte restante della pena con un’ammenda pecuniaria (debito di massa).
Leggiamo quanto è riportato sul foglio matricolare: Condonata la restante pena cui nella sentenza in data del 19 dicembre 1863 sopra indicata in seguito al Regio Decreto 7 settembre 1863. Uscito dalla reclusione militare il 14 settembre 1864 e giunto al corpo il 15 settembre 1864.
Il 1 ottobre 1864 fu assegnato al 14° Deposito; ove fossero ubicati questi depositi sul foglio matricolare non è riportato.
Trascorse, quindi, in carcere circa 11 mesi, dal 19 novembre 1863 al 14 settembre 1864; furono mesi di sofferenza e di umiliazioni che dovette sopportare con grande stoicismo.
Il 5 gennaio 1865 fu posto in congedo illimitato “a mente della circolare N° 31 del 6 dicembre 1864 divisione bassa forza Sez. 3 ed assegnato alla classe 1836 con cui ave comune la sorte”.Ma, il 26 maggio 1866 fu richiamato alle armi con la sua classe e inviato al corpo (40° Rgt. Fr. Bologna). Apprendiamo che “ha fatto la Campagna di guerra dell’anno 1866 contro gli Austriaci per l’Indipendenza d’Italia.”. Nel 1866 si presentò per gli italiani la grande occasione di togliere Venezia all’Austria.Da tempo esisteva una profonda rivalità fra Austria e Prussica, che si contendevano il predominio su tutti i popoli tedeschi.
Il ministro prussiano Ottone di Bismarck propose all’Italia un’alleanza, le due nazioni avrebbero combattuto insieme, impegnandosi a non sottoscrivere una pace separata; all’Italia sarebbe toccato in compenso il Veneto.
L’ Austria, informata, corse ai ripari offrendo all’Italia subito e gratis il Veneto, perché questa reclinasse l’alleanza.
Ma l’Italia, in quel momento, voleva una guerra vittoriosa e gloriosa che suggellasse e giustificasse la rivoluzione nazionale. Era un punto dolente che la Lombardia era stata un dono di Luigi Napoleone, Napoli e la Sicilia di Garibaldi, la Toscana e la Romagna di quelli italiani del Centro che avevano insistito per essere annessi.
L’alleanza fu firmata l’8 aprile 1866, ma gli italiani rifiutarono di coordinare la manovra con l’esercito prussiano, pensando a una diminuzione di prestigio.
Lamarmora e Cialdini si erano diviso il comando; in giugno scoppiava la guerra.
Gli italiani erano forti di numero ma male armati ed equipaggiati. Il re si riteneva uno stratega nato, i due comandanti erano molto gelosi l’uno dell’altro ed agirono senza alcuna coordinazione.
Bastò un attacco austriaco sferrato inaspettatamente sul lato sinistro del lungo schieramento italiano, che in tre giorni, una piccola sconfitta a Custoza fece barcollare indietro di più di trenta miglia lo schieramento italiano.
I comandanti persero la testa, e ottantamila italiani indietreggiarono davanti a quarantamila austriaci, scoprendo l’intera Lombardia, lasciando sul terreno, durante la fuga armi e materiali.
L’unico a riportare vittoria fu Garibaldi, che con i suoi volontari, mal armati e mal equipaggiati, spinsero indietro gli austriaci, giungendo a dominare le due valli che dal Garda conducono a Trento.Ma proprio allora giunse l’ordine di Lamarmora di fermarsi perché la Prussia vittoriosa a Sadowa stava firmando un armistizio con l’Austria. Costretto a fermarsi Garibaldi pronunciò un amaro “Obbedisco” e depose le armi per far ritorno a Caprera. Non felice fu la campagna per mare; Persano, sebbene avesse una flotta più potente e numerosa, subì una colossale sconfitta sul mare di Lissa, ma questa gli costò i gradi, le decorazioni e lo stipendio. Ultimata questa campagna, smaltiti i bollori dei capi alle conquiste, l’esercito fu smobilitato e Vincenzo Adamo, per la seconda volta, in un esercito in ritirata, il 20 ottobre 1866 fu posto in congedo illimitato colla sua classe, fece, per Grazia di Dio, ritorno definitivo in famiglia. Il 15 dicembre 1868, fu “ rimesso in congedo assoluto al Comandante Militare della Provincia di Salerno avendo ultimato la sua ferma e non essendo in grado di pagare il debito di Massa in lire diecisette e millesimi seicento cinquantasette”. Fu….” Autorizzato a fregiarsi della medaglia istituita con R.D. 4 marzo 1865 per le guerre combattute per l’indipendenza e l’unità d’Italia colla fascetta della campagna 1866”
Così finì l’avventura militare del nostro bisnonno Vincenzo; Si sposò con Giuseppa Di Giuseppe da cui ebbe tre figlie femmine e forse due maschi; (bisognerebbe fare una ricerca approfondita negli atti dello stato civile presso l’Archivio di Stato di Salerno).Comunque, so per certo che riprese a svolgere il suo lavoro di pittore decoratore.
Nella chiesa di S.Pietro in Vinculis a Salerno mentre eseguiva, con il figlio Tonino di 13 anni, dei lavori di restauro all’interno della cappella, questi cadde dall’impalcatura e morì per il trauma riportato alla testa.
Nel 1871, fu chiamato da Gaetano D’Agostino a lavorare alle decorazioni del teatro Comunale G. Verdi. Questo gli valse, in seguito, il privilegio di assistere gratuitamente alle rappresentazioni teatrali, alle quali si recava in compagnia di mia nonna Adelia. Il 31 Dicembre 1871: “Cancellato dai ruoli a termine della circolare N° 2 (giornale) Militare 1872 sebbene non abbia ritirato il foglio di congedo assoluto avendo lasciato il suddetto debito di massa”.Non ho altre notizie di Vincenzo Adamo se non quelle che ho ritrovato in alcune lettere indirizzate a mio padre:Il 24 luglio 1934, mio nonno Ariberto genero di Vincenzo, presso il quale dimorava, scrisse una cartolina a mio padre informandolo, tra le altre cose, che: “ ….Il Nonno sta grave. Abbiti i saluti di tutti. Ariberto “Il 30 luglio 1934, mio padre scriveva a mia madre, allora fidanzati, una lunga lettera in cui fra le tante cose di cui potevano dirsi due fidanzati, che:…. I miei stanno bene, ho ricevuto un’altra cartolina di papà…….Mi dispiace per il nonno che sta male, ma cosa ci si può fare, del resto è molto vecchio e il suo stato non è malattia ma troppa vecchiaia. Io ricordo sempre le sue parole e mi auguro che non siano questi i suoi ultimi giorni della sua lunga vita.”….
Infatti, aveva 97 anni e 7 mesi. (La data della morte non la conosco, sarebbe utile richiedere al Comune di Salerno un atto di morte).


Fonte:

http://www.dentrosalerno.it/