domenica 12 giugno 2016

Uno sguardo ad Adolf Hitler.

hitler
 
 
Volentieri, riportiamo in seguito a segnalazione, questa intervista a Giorgio Galli che ben si inserisce anche nel quadro delle notizie d’attualità. Grassettature e sottolineature nostre [RS]
 
«Hitler fu l’ultimo teorico della guerra tra razze», apparsa su Il Giornale a cura di Luca Gallesi, 9 giugno 2016.
Giorgio Galli, uno dei maggiori politologi italiani, ha insegnato Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano per più di trent’anni. Nella sua folta produzione saggistica, occupano un posto particolare i suoi studi sui rapporti tra politica ed esoterismo, e in particolare l’argomento del cosiddetto «nazismo magico», ovvero l’analisi dell’influenza della cultura esoterica sul pensiero politico nazionalsocialista in generale e hitleriano in particolare, come si evince dalla lettura del Mein Kampf.
Professor Galli, perché il libro di Hitler è stato, e in parte lo è ancora, considerato un tabù, tale da meritargli l’etichetta di libro proibito?
«Nel libro di proibito non c’è nulla, ma c’è molto antisemitismo, che diventerà, ovviamente dopo la pubblicazione del Mein Kampf, un tema politico drammatico, trasformando il libro nel riferimento teorico di uno delle maggiori tragedie del Ventesimo secolo. Ecco perché è diventato un libro proibito in molte nazioni, anche se ora non lo è più, tanto che è stato pubblicato persino in Israele ed è diventato un classico del pensiero politico; ad esempio, nel libro di storia delle dottrine politiche di Chevallier, un manuale adottato in molte università italiane, viene dato molto spazio al libro di Hitler».
Quindi, non è solo un manuale dell’orrore, ma un testo di teoria politica
«Sì, è un testo che vuole interpretare la storia umana come un conflitto tra razze; se la storia liberale, che è quella crociana, interpreta la storia umana come un progressivo affermarsi del concetto di libertà, e la storia marxista, invece, è determinata dai modi di produzione e dalla conseguente lotta di classe, il Mein Kampf si riallaccia a un altro filone di pensiero, anche questo piuttosto diffuso nell’Ottocento, che risale al Conte de Gobineau e che interpreta la storia come un conflitto di razze. Se per il de Gobineau la decadenza era inarrestabile e la razza bianca era destinata a soccombere davanti all’avanzata del meticciato, per Hitler un intervento dello Stato, con una adeguata politica razziale, avrebbe potuto invertire questa tendenza. Accanto alla politica razziale, il Mein Kampf è ricco di osservazioni geopolitiche: l’espansione a Est, il possibile accordo con l’Inghilterra, l’alleanza con l’Italia erano tutte misure efficaci a contrastare il meticciato, grazie a un territorio esteso e autosufficiente il famoso Lebensraum – dove una politica efficace avrebbe potuto fermare il processo di decadenza».
Dobbiamo considerare il Mein Kampf un vero e proprio manifesto politico?
«Sì, è un progetto politico positivista, con basi teoriche piuttosto diffuse nell’Ottocento, al quale, nella prima parte, Hitler aggiunge la propria autobiografia, con la descrizione della sua giovinezza e l’affermazione che a vent’anni il suo pensiero era già compiuto. A questo proposito, mi ha colpito la sua estrema reticenza nel citare la cultura esoterica, che gli era familiare e che continuò a studiare fino alla fine della sua esistenza».
La continua demonizzazione di Hitler non ha forse contribuito ad aumentarne il fascino?
«Sicuramente, anzi, ne ha fatto quasi una leggenda: tutto ciò che è proibito, ne accresce il fascino a dismisura, fascino che si estende alla sua opera, che non è efficace come i libri di Lenin o agile come quelli di Mussolini».
Hitler, quindi, non si può considerare un pazzo o un ignorante?
«No, non lo era affatto. L’idea di un mondo nel quale la razza bianca avesse diritto di primogenitura e di dominio è un’idea molto diffusa nel Diciannovesimo secolo e all’inizio del Ventesimo. E la possiamo trovare espressa chiaramente anche in Kant o in Hume; quello che cambia, invece, è l’esasperazione del tema ebraico. Ed è curioso osservare come per Hitler l’ebreo sia considerato in modo ambivalente: per un verso è un sottouomo, ma dall’altro è il depositario di un sapere occulto, quello della Cabala, che lo rende superiore e addirittura in grado di conquistare il mondo. Questo, secondo me, è una conseguenza della cultura esoterica di cui Hitler era imbevuto, che vede anche nella purezza del sangue un elemento distintivo, che era comune sicuramente alla cultura ebraica e che doveva diventare comune anche per la razza ariana. Sulla cultura politica normale si innesta, quindi, una vena esoterica e messianica che distingue il nazionalsocialismo dagli altri movimenti nazionali, come si vede chiaramente dal Mein Kampf, dove c’è scritto tutto quello che Hitler avrebbe fatto una volta conquistato il potere: il Lebensraum da conquistare a oriente e tutto il resto. Al contrario dei politici liberali, Hitler mantenne sempre le promesse: il problema è che nessuno gli credette…».
Cosa resta del Mein Kampf: è un documento del passato o ci possono essere riferimenti all’attualità?
«È un classico del pensiero politico, ma è quasi definitivamente passato. Adesso, la visione di una competizione mondiale geopolitica rimane valida, come ho scritto nel libro Scacco alla superclass, appena pubblicato da Mimesis, dove tratteggio la storia del ‘900 come la sequenza di una nuova guerra dei trent’anni (1914-1945), seguita dalla rivoluzione anticolonialista che porta al mondo governato da cinquecento multinazionali. Rimane comunque ancora oggi fondamentale la competizione geopolitica tra stati continentali, che era una delle intuizioni principali del pensiero politico di Hitler, che non a caso conosceva e ammirava Karl Haushofer, teorico principale della geopolitica, le cui idee permeano il Mein Kampf».

sabato 11 giugno 2016

Tra Prammatica sanzione del 1759, Corona di Spagna, delle Due Sicilie e di Parma e "perplessità neoborboniche/neolegittimiste"

E' vero che la Prammatica Sanzione di S.M.C. Carlo III di Spagna del 1759 determinò la separazione definitiva tra la Corona di Spagna e la Corona delle Due Sicilie ( e anche quella di Parma) così che il legittimo Re di Spagna non possiede voce in capitolo nei confronti del ramo di Napoli (e anche nei confronti di quello di Parma)? No! E ciò si può spiegare in 3 punti:

1º. Una prammatica sanzione è una norma di rango inferiore alle leggi fondamentali. In ogni caso, la prammatica del 1759 è complementare a dette leggi e non le contraddice.

2º. Le monarchie di Napoli e Parma sono state costituite come suffraganee, vale a dire, semi-sovrane. Prova di ciò è che il Re di Napoli e i Duca di Parma utilizzavano il titolo di Infante di Spagna prima di quello inerente alla propria semi-sovranità o tra i titoli ad essi appartenenti.

3º. Ciò che Carlo III fece fu separare i rami (ramo maggiore, ramo di Napoli, ramo di Parma) per evitare il cambio di corone (se stesso alla morte dei suoi fratelli, è stato prima Duca di Parma, poi Re di Napoli e Sicilia e, infine, Re di Spagna) in modo che, non essendoci discendenza di Filippo V maggiore alla sua persona, succedesse il figlio a Napoli e in Sicilia ( così come il fratello ed i suoi figli mantennero la semi-sovranità su Parma). Per tutto il resto, rimangono in vigore le disposizioni legislative di successione spagnola.

La pretesa di una dinastia delle Due Sicilie o di Parma completamente indipendenti è storicamente e legalmente ridicola.


Riguardo agli “ostinati relativisti” che si aggrappano, o cercano di aggrapparsi, a ciò che non c’è, e nello specifico a coloro che rinnegano la condizione di Infanti di Spagna dei membri dei rami Ispanoitaliani di Napoli e Parma, riporto una serie di “punti esplicativi”.

Primo esempio:

 


Ricordiamoci che Ferdinando I di Parma (Parma, 20 gennaio 1751Fontevivo, 9 ottobre 1802) non era figlio del Re di Spagna! Egli era figlio di Filippo I di Parma, figlio a sua volta di Filippo V di Spagna e fratellastro minore di Ferdinando VI di Spagna e fratello minore di Carlo III di Spagna. 

Un altro esempio sull'aggiunta del titolo di Infante di Spagna prima di quello inerente alla propria semi-sovranità o tra i titoli appartenenti ai membri dei rami Ispanoitaliani è il seguente:

 




Infante di Spagna (vale a dire un suddito del Re di Spagna), era il Duca di Parma Roberto I (1848-1907), ed è qualcosa di universalmente conosciuto e riconosciuto:


L'Infante di Spagna è un suddito del Re di Spagna e soggetto alle leggi di successione spagnola! Per chi afferma che i re delle Due Sicilie o i duchi di Parma non aggiunsero in tutti i documenti l’intera lista dei titoli a loro correlati, vorrei ricordare che nemmeno il Re di Spagna usava la sua titolatura completa in tutti gli atti legislativi, naturalmente.

Vorrei riportare un Concordato con la Santa Sede come un esempio di atto legislativo di alto livello nel quale viene riportato il titolo di Infante di Spagna prima degli altri  titoli:

 



Sono stati Infanti di Spagna, e quindi sudditi del Re di Spagna, tutti i Re di Napoli e tutti i duchi di Parma dalla restaurazione ispanica di questi stati da parte di Don Filippo V.

I membri del ramo Due Sicilie usarono il titolo di Infante di Spagna,  cosa che smisero di fare e ripresero pubblicamente nel corso del travagliato secolo XIX, specie dopo che la successione spagnola  subì le  complicazioni derivanti dall’usurpazione liberale. Durante la terza guerra carlista riutilizzarono quel titolo apertamente, pur non essendo né loro né i membri della ramo di Parma figli o fratelli del Re di Spagna.

Per essere più chiari , se il successore alla Corona delle Spagne è un fratello  o un cugino del Re, per esempio, non è Principe delle Asturie, titolo che spetta  solo al primogenito del regnante, ma  è  Infante ereditario.

In maniera definitiva con Filippo V e, fuori da ogni dubbio, con Carlo III, i figli degli Infanti di Spagna che non sono incorsi in causa di esclusione sono Infanti di Spagna a loro volta. E’ questo il caso dei Borbone-Parma e Borbone-Due Sicilie i quali usarono questo titolo apertamente durante la Terza Guerra Carlista, come detto precedentemente. 
E’ impossibile per un Borbone possedere il diritto al Trono delle Spagne  senza essere Infante di Spagna. Quando Ferdinando II delle Due Sicilie protestò contro  la "prammática sanzione" con la quale Ferdinando VII pretendeva  di alterare  l’ordine successorio spagnolo, lo fece tra le altre ragioni anche perché tale atto pregiudicava i propri diritti al Trono più alto (quello di Spagna). Ciò implica, anche se non l’ha usato  (diplomáticamente) in questo documento, che si riconosceva  come Infante di  Spagna:



Per chi non demorde e si aggrappa al “Per la grazia di Dio” e non “Per la grazia del Re di Spagna” è utile ricordare che "Per la grazia di Dio" governa qualunque governante. La dottrina cattolica insegna che tutti i poteri  vengono da Dio. Questo non ha nulla a che fare con la dottrina del “diritto divino” dei re, che è protestante.

Per concludere, osservate attentamente lo stemma reale delle Due Sicilie: nelle armi reali delle Due Sicilie, che sono quelle di Spagna con aggiunte, è chiaro che appartengono ai Borbone di Spagna. Il linguaggio araldico era molto chiaro per i nostri antenati.
Infine, ricordiamoci che ciò non significa che il Regno delle Due Sicilie fosse un "Viceregno", appellativo scorretto da usare anche quando ci si riferisce al periodo così detto spagnolo, ma che il Re delle Due Sicilie (come il Duca di Parma), essendo Infanti di Spagna, erano (e sono) sudditi del Re di Spagna al quale devono la propria infeudazione.  

Ringraziamo gli amici della Comunión Tradicionalista  per averci fornito il materiale presentato in questo articolo. 

Redazione A.L.T.A.  
 

venerdì 10 giugno 2016

[TOLKIENIANA] Meriadoc e Peregrino: un tempo per ogni cosa

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di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nel sedermi alla mia “scrivania” (così mi piace definire il piccolo tavolo che unisce e divide la cucina dal mio modesto salotto) avevo un’intenzione più o meno chiara di scrivere qualcosa di sensato su Saruman, ma ancora una volta il mio cuore prepotente ha il sopravvento, e delle semplici note di una musica riescono a deviare il corso della mia flebile volontà. Queste sole parole mi salgono in mente mentre cerco di fare chiarezza su cosa scrivere: “C’è un tempo per ogni cosa”. Frattanto la mia piccola Giacinta, meraviglioso prodigio che supera ogni mia comprensione, versa goccia a goccia l’acqua del suo bicchierino sopra il suo seggiolone osservando stupita il “fenomeno” come un scienziato botanico studierebbe il seme di una specie rara. Ed è anche a causa di questo contesto di ordinaria semplicità che l’unico soggetto di cui ora sento di poter scrivere sono i «piccoli», così straordinari quanto sottovalutati. Eppure, sub specie aeternitatis, essi valgono quanto tutti gli altri uomini, se non di più, agli occhi di Colui che solo è l’«Altissimo», qui deposuit potentes de sede et exaltavit humiles.
Meriadoc Brandibuck e Peregrino Tuc, cugini tra loro e con Frodo Baggins, nonché, racconta Tolkien, suoi «amici per la pelle». Una trattazione su di loro potrebbe essere caratterizzata dal tema dell’amicizia, e così di fatto è, giacché la loro unione è talmente forte da superare la distanza, la paura della morte, e il dolore di non essere più insieme.
Certo, di acqua sotto ai ponti ne è passata da quando i due giovani hobbit hanno dovuto abbandonare le comodità, le allegre bevute e i lazzi senza numero al Drago Verde. Non si tratta più di rubacchiare patate e funghi al Vecchio Maggot né di organizzare feste a casa Baggins, i due sprovveduti hanno messo i loro piedi pelosi fuori dai confini delle terre di Buck ben oltre la vecchia foresta, in una via oscura e sconosciuta che conduce… beh, non si sa. Una sola certezza nella loro disavventura guidata, come quella degli altri del resto, dalla mano invisibile della Provvidenza: accompagnare il loro congiunto Frodo nella sua missione. Questo gesto di sconsiderata generosità costerà loro molto caro: conosceranno la «serietà della vita», come la conobbe il buon Tolkien. Verranno loro chieste le grandi responsabilità che un hobbit mai e poi mai vorrebbe intenzionalmente, se non nella forma di slanci generosi di idealità al sicuro del proprio salotto hobbit. Quei sogni di trascendenza che solo una storia ancestrale di elfi e avventure misteriose ben raccontata sa evocare; un incantevole viaggio dell’anima nella cornice di una taverna al termine di una lunga serata con gli avventori radi nella sala come gli ultimi fiori d’autunno, mentre la fiamma crepitante danza sinuosa e la birra scende fredda e schiumosa per il gargarozzo al suono della voce profonda del vecchio Gandalf, interrotta solamente da lunghi sbuffi di fumosa erba pipa. E no, cari hobbit, ora non è più un semplice bel sogno a pancia piena ma la ruvida realtà fra i morsi della fame. Ma la virtù di questi piccoli inglesi in miniatura è proprio la loro tempra in mezzo alle strettezze fisiche e morali e la loro capacità di «andare oltre» le afflizioni dell’hic et nunc. E parrebbe essere proprio questo spirito di speranza cristiana che gli hobbit Merry e Pipino trasportano in tutto il Libro dovunque si trovino, che Tolkien raccomandò a suo figlio Cristopher di conservare mentre si trovava a condividere, come suo padre prima di lui, l’esperienza della guerra: «Beh, eccoti qua: uno hobbit in mezzo agli Urukhai. Conserva nel cuore la tua hobbitudine, e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo. Tu sei dentro una storia molto grande!». Ma gli uruk-hai cui si riferisce J.R.R. non sono i “nemici della corona”, bensì gli stessi commilitoni di Cristopher, persone di bassa moralità i quali, visti dall’interno, sembrano molto meno “eroici” di quanto la storiografia dei vincitori non abbia ammesso.
Ma torniamo a Meriadoc e Peregrino. Rapiti da un marmaglia di luridi uruk-hai e travolti dagli eventi di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili si ritrovano nella vecchia foresta di Fangorn soli e sperduti all’insaputa del resto del mondo e dei loro amici, impegnati chissà in quale scenario a combattere contro gli eserciti di Mordor e di Isengard. Fangorn, foresta vecchia più che antica, perché invecchiata dall’inedia, dallo statico isolamento che devitalizza e inacidisce. «Buia e soffocante», così la definisce infastidito Pipino al suo entrarvi, e sembra quasi ricordare quelle antiche sagrestie odoranti di incenso che l’umidità ha fissato nella calce, semiabbandonate o abitate dall’abitudine che troppo in fretta ha fatto invecchiare i suoi custodi. Eppure sia l’una che l’altra attendono un «risveglio» dirompente che faccia di nuovo penetrare la luce fra le foglie e profumare di rigogliosa estate i paramenti anneriti e consunti.
Proprio per questo i due cugini-amici sono stati inviati là, per dare il via a uno smottamento che scuota le fondamenta stesse della terra. Ma come potrebbero mai un Tuc e un Brandibuck, più adatti a fumare l’erba pipa e bere birra della Contea che a intrattenere rapporti diplomatici con gli esseri più antichi della Terra (gli ent), incidere così decisamente sulla storia e gli eventi, diremmo noi, “mondiali”? Eppure, la loro utilità risiede proprio nella loro apparente inutile leggerezza, che confonde sapienti e strateghi. I due hobbit sono i piccoli e impercettibili sassolini che all’insaputa dei più, si staccano discretamente dal fianco della montagna provocando una frana travolgente. Sono proprio quei personaggi così imprevedibili che il Nemico, nella sua superbia, non può neanche concepire come un ostacolo per sé. Essi sfuggono alla sua comprensione per la loro disprezzabile piccolezza, per la loro insignificanza: non si può ricevere potere da coloro che non possiedono nulla, da coloro che sono poco più che humus, degli hobbit, appunto. Ma essi sono coloro che Iddio guarda con amore, suscitandoli in imprese che li superano enormemente, al fine di confondere i piani dell’Avversario, fine stratega e provato psicologo, e che, proprio perché rinchiuso nella “legge” della sua psicologia, non riesce a scorgere quei movimenti secondari che il Buon Dio guida ai fianchi della battaglia. Colui che è l’artefice e governatore invisibile di tutto ciò che possiede consistenza è lo stesso che sceglie ciò che è nascosto, piccolo, riprovato dagli uomini ma infinitamente prezioso ai suoi occhi: quia respéxit humilitatem ancillae suae. E, spiega Tolkien, «come i primi racconti erano visti attraverso gli occhi degli elfi, quest’ultima grande storia, che dal mito e dalla leggenda scende alla terra, è vista soprattutto attraverso gli occhi degli hobbit: in questo modo, in effetti, diventa antropocentrica. Ma attraverso gli hobbit, e non gli uomini, perché l’ultima storia deve chiarire del tutto un tema ricorrente: il posto che nelle “politiche mondiali” occupano gli atti di volontà imprevisti e imprevedibili, e le buone azioni di chi apparentemente è piccolo, poco eroico e dimenticato invece dai saggi e dai grandi (sia buoni che malvagi)»[1]. In effetti è questo un tema a lui particolarmente caro che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle trattazioni di Frodo e Sam: «senza l’alto e il nobile il semplice e il volgare è destinato a rimanere tale; e senza il semplice e volgare il nobile e l’eroico non hanno senso»[2].
Dicevamo poi dell’amicizia fra Merry e Pipino, di quell’intimo e mutuo affetto e dell’unità di cuore che Aristotele considerava un bene indispensabile per la perfezione morale dell’uomo. Nulla di perverso ed erotico nella bellezza dell’amicizia che è di per sé stessa avvolta dalla purezza e dalla pudicizia. Oggi è così difficile concepire e vivere delle autentiche amicizie giacché ogni intimità di cuore è guardata con il puritano sospetto che qualcosa di illecito e freudianamente erotico si annidi alla base dell’amicizia fra uomini. Dall’altra parte, la reazione per eccesso conduce alla volgarizzazione del maschio chiuso in sé stesso, incapace di donarsi con dedizione assoluta e totale per «un altro». E questa, credo, sia una delle molteplici cause del crollo delle vocazioni religiose di tanti giovani, incapaci di eroismo, incapaci, in ultima istanza, di amicizia. Per non parlare della sovversione della donna la quale, per compensare l’assenza di una autentica virilità assume in maniera al contempo indotta e inconscia i caratteri grotteschi di una virilità caricaturale, ed ecco quella che è una perversione dolorosa e radicale peggiore, a mio avviso, dell’effeminatezza dell’uomo, che è il lesbismo. Ma tutto ciò è del tutto alieno all’opera di Tolkien, il quale già vedendo attorno a sé i prodromi della sovversione morale che le due Guerre mondiali accelereranno drasticamente, volle scrivere della «bellezza» che, alla fine, dopo che il male avrà fatto il suo corso in questo mondo, trionferà.
Merry e Pipino, dunque, amici per la pelle, al pari di Tolkien e i suoi compagni della T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) quando ancor giovane studente alla King Edward’s School di Birmingham avanzava faticosamente nei suoi studi.
L’amicizia di questi due “fratelli”, più che cugini, non consiste nella mera compagnia triviale e irriverente cui siamo troppo abituati in questi nostri giorni oscuri, no. Ma non è neanche quell’«amicizia spirituale», elevata e soprannaturale di cui tratta meravigliosamente sant’Aelredo, abate di Rievaulx. Quella che scorre tra i due inseparabili hobbit è, potremmo dire, un amicizia “fanciullesca”, fresca e sincera ma profonda e fedele come il cuore degli hobbit, ben ancorati alla loro terra. Molto spesso essa è leggera, non nel senso di “superficiale”, ma piuttosto che non si esprime in discorsi o speculazioni elevate. E questo non per loro colpa, d’altra parte la Contea non è terra di filosofi, e comunque, pur nelle loro scorrerie diuturne, mai si rinviene una nota di volgarità o di perfidia vandalica. Generosamente devoti l’uno all’altro, i due condividono un destino che li trascende infinitamente e, nel loro “viaggio inaspettato”, scoprono di avere anch’essi un ruolo determinante da giocare nella Guerra dell’Anello.
Separati dagli eventi e dalla necessità, svolgono un ruolo analogo presso i due reami in cui entrano a prestar servigio. Ma mentre Merry è un vero servo di Re Theoden, Pipino non è un scudiero di Denethor giacché costui non è il “Re”. Peregrino figlio di Paladino è una guardia della Cittadella e sarà lui che dall’interno delle mura di Minas Tirith salverà l’ultimo virgulto della dinastia dei sovrintendenti di Gondor dalle «fiamme e la follia».
Frattanto, ai piedi delle mura di Minas Tirith, Meriadoc Brandibuck, un hobbit della Contea, si trova a fronteggiare il Nazgul, il Re degli stregoni di Angmar. «Merry  – racconta nonno Tolkien – non era per lui che un verme nel fango»[3]. Eppure, quell’insignificante creatura trafiggerà alle spalle la «Morte», «colpendo il tendine del suo possente ginocchio»[4]. Così svanisce, l’angelo sterminatore, l’emissario delle tenebre, ferito dalla creatura più improbabile, colpito a morte e rispedito nel suo vuoto “nulla” dall’intrepida purezza di una donna. Ed ora, dopo tanto terrore, dopo tanta devastazione ubi est, mors, victoria tua? ubi est, mors, stimulus tuus? Con questo episodio particolare Tolkien credo ci abbia voluto trasmettere, forse inconsciamente, una verità metafisica: l’hobbittudine, che sta per «umiltà», abbatte la tracotanza dei dominatori di questo mondo. Essa è il piccolo sasso che si stacca dalla Montagna e, rotolando inesorabile, abbatte la minacciosa inconsistenza del gigante dai piedi d’argilla.
In questo senso mi pare di vedere che la bellezza della prospettiva subcreativa di Tolkien è che ogni personaggio svolge, e non può essere altrimenti, il suo ruolo benefico ai fini della vittoria sul Male. Ognuno, cioè, è degno di onore, ognuno contribuisce, nei limiti della propria condizione, a determinare il trionfo del bene. Il coraggio che Pipino e Merry scopriranno di avere sarà il più grande tesoro che riporteranno in patria al termine della loro avventura. La piccineria esteriore e interiore degli hobbit tipica dei provinciali terra terra, deve deve «far risaltare, in creature di così piccola forza fisica, l’eroismo sorprendente e inaspettato che ogni uomo dimostra quando messo alle strette»[5].
Guardia della cittadella e Cavaliere del Mark, ecco i titoli che due mezz’uomini possono vantare fra la loro contadina gente dopo essere stati messi alla prova. Infatti, tornati alla Contea saranno proprio loro a guidare la rivolta contro l’occupazione di Sharkey che, nel frattempo aveva schiavizzato il «piccolo popolo».
La vicenda di Meriadoc e Peregrino può essere descritta come un iter di maturazione spirituale che, attraverso il “fuoco e l’acqua”, li ha traghettati dall’età dell’adolescenza spensierata alla pienezza dell’età virile, ossia all’eroismo della vita che si esprime con una parola: sacrificio.
Dirà il buon nonno Tolkien: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so»[6]. E questo testimonia che chi vive e si sostanzia della fede in Colui che dà la propria vita per il mondo, in Colui che non solo insegna se stesso come Via della Vita, ma trasmette anche con la sua Grazia la capacità di imitarne le virtù gettandosi sulle spalle la propria croce e calcarne le orme verso il Calvario e, ben oltre questo, verso la gloria dell’Ascensione, costui solo, può portare copiosi frutti.
La bellezza che il Signore degli Anelli trasuda non è, in ultima istanza, il mero frutto dell’estro o del genio di un artista incompreso che in una notte di travaglio partorisce nel caos, la nicciana stella danzante, no. La bellezza, J.R.R. lo sapeva, ed ora che La può contemplare de visu lo sa per «contatto», si prepara, viene gestata ed, anzitutto, contemplata. Essa non viene dall’interno dell’uomo ma dall’alto, o meglio, dalle «altezze». In fin dei conti, tutte le vicende dei personaggi del Signore degli Anelli sembrano evangelicamente ripetere: duc in altum! E nel noto componimento di Bilbo in cui la via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte echeggia l’invito a mollare gli ormeggi delle catene terrene per incamminarsi spediti verso il faticoso, ma retto sentiero della Vita.
Non a caso il primogenito di Tolkien, John Francis Reuel, il cui secondo nome “Francis” ricevette in onore di P. Francis Morgan che venne appositamente da Birmingham per battezzarlo, diventerà sacerdote di Santa Romana Chiesa.
Sono questi i doni immensi, unici, quasi impronunciabili per chi avverte l’irresistibile nostalgia del Paradiso, per chi ha vagamente compreso che il Mondo intero non vale un’anima e che, in ultima istanza, la morte è migliore della vita. Il dono dei figli è certamente cosa già bastevole per spingere un padre ad innalzare eternamente lodi al Signore, ma che quello stesso «Signore» li chiami a sé con un amore di predilezione angelica per farli riposare sul suo cuore che batte d’amore infinito, questo è di certo un dono umanamente incomprensibile, e che tuttavia, il Signore elargisce, in maniera imperscrutabile, ai suoi servi fedeli e umili. Ma da cosa capiamo che Tolkien fosse un “servo fedele e umile”? «Mi ero alzato alle cinque per andare alla messa del Corpus Domini – racconta Tolkien quando portava i figli, contro la volontà della moglie, ad assistere frequentemente alla Santa Messa – Domenica Prisca e io abbiamo pedalato sotto la pioggia e nel vento fino a St Gregory. Prisca stava combattendo contro un raffreddore e altri malanni, e questo non le ha fatto molto bene, anche se adesso sta meglio; ma abbiamo avuto uno dei migliori (e più lunghi) sermoni di padre C».
In altre parole, sono le azioni che noi compiamo con indefessa perseveranza e carità che erigono una solida scala verso il Paradiso, affrettando la venuta dei “giorni del Re”.
Infine, per concludere questa breve “avventura” letteraria in autentica hobbittudine, vorrei intrattenermi in compagnia di un Brandibuck e di un Tuc, seduto sulla panchina di legno di casa Baggins, fumacchiando (se mai lo sapessi fare) un po’ di erba pipa del Vecchio Tobia a raccontar storie di draghi e di elfi. E in tale allegra compagnia, guardare il sole dipingere nel cielo le sue ultime fiamme rosarancio laggiù, nell’orizzonte lontano dove dietro il suo sconfinato crinale, terra e cielo si fondono, spingendo gli occhi della mente verso il riposo della Montagna solitaria, e poi volgermi ad ovest verso il mare, e più oltre ancora, verso quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo (né tanto meno di hobbit), ma che lì attendono quiete il festoso arrivo di noi tutti, grigi pellegrini.
Coraggio, cari hobbit, sapete meglio di me che “c’è un tempo per ogni cosa”. In alto i cuori e sempre avanti: in marcia! ancor non siam giunti alla vetta.




[1] Dalla lettera della fine del 1951 a Milton Waldman, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.182.
[2] Ibidem.
[3] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1999, p. 1011.
[4] Ibidem.
[5] Dalla lettera a Milton Waldman, probabilmente della fine del 1951, ma non datata, in op. cit., pag.180
[6] Dalla lettera del 2 dicembre 1953 a Robert Murray S.J., op. cit., p. 195.

giovedì 9 giugno 2016

GUERRA PREVENTIVA CONTRO L'ITALIA

Arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen
Fonte: Vota Franz Josef.

Nel 1877 il traditore napoletano e massone Imbriani, fondò la società "In pro dell'Italia irredenta". Con lui davanti alla bara del padre, il socio generale (sempre traditore) napoletano Avezzana, naturalmente massone. Tra gli altri fondatori della sceneggiata c'erano i traditori:

- Giovanni Bovio, pugliese napoletanizzato, repubblicano e padre dell'autore di «O Paese d' 'o sole, Tu ca nun chiagne , Reginella, Guapperia, Canzone Garibaldina, T'ammuriata d'autunno» eccetera.
- Luigi Zuppetta nato in un paese del foggiano, napoletanizzato, massone e giurista.
- Roberto Mirabelli nato sulle montagne di Cosenza, nobile, proprietario terriero e massone, compagno di studi di Salandra.

Dall'anno precedente usciva la rivista irredentista "L'Italia degli italiani", non è mai stato indagato di chi fossero i fondi.
La "Società Irredenta" ebbe subito l'appoggio esterno di Garibaldi, Carducci, Saffi, Campanella, Cavallotti, Missori, Canzio, Bertani. Costoro erano tutti massoni, Carducci era il famoso autore di un'ode satanista ed il quinto di essi avrebbe scritto nel 1898: "Non è vero che i massoni sono tutti delinquenti ma è anche vero che non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse massone".
L'organizzazione criminale e terrorista avrebbe realizzato entro pochi anni l'attentato di Oberdank ed avrebbe cambiato nome alla loro rivista chiamandola "Pro Patria". Le pretese della Società Irredenta erano di conquistare il Canton Ticino, il Cantone dei Grigioni, la Corsica, Malta, il Tirolo, il Litorale Austriaco, Fiume e la Dalmazia. Furono loro ad alimentare per primi i miti neoclassici dell'antica roma ed introdurre nella retorica patriottica Dante Alighieri, spacciato per profeta dell'Italia quando tutti sappiamo che era ghibellino ed anti italiano.
Ma non divaghiamo e non saltiamo in avanti... questo era il preambolo per definire chi furono gli organizzatori dei moti irredentisti del 1878, senza dimenticare che anche se De Pretis ed in seguito altri "premier" italiani contrastarono l'irredentismo lo fecero solo sulla carta perchè lo statuto della società terrorista era esattamente in linea con i principi risorgimentali del loro Stato.
Altresì è evidente che l'irredentismo fu finanziato più o meno occultamente dallo Stato, come risultò nel 1915 dalle ingenti cifre ritrovate nelle contabilità segrete delle sedi triestine e fiumane della Lega Nazionale, braccio didattico dell'irredentismo che aveva condotto l'opera di italianizzazione di croati ma anche di sloveni, tramite l'aggressiva politica di apertura di scuole italiane in territori slavofoni, contrastata senza altrettanta efficacia dalla concorrente Cirillo e Metodio che riuscì a ridurre l'assimilazione di una parte degli slavi istriani e dalmati, ma non si sognò mai di portare istruzione slava in territori a maggioranza neo romanza.
Prima di proseguire è utile ricondurre la politica alla sua essenza: cosa ci guadagnavano gli irredentisti, dal loro imperialismo? Potere... sarebbe stata la loro Intelligencija massonica a comandare nelle nuove terre conquistate e le loro caste professionali avrebbero avuto nuovi territori dove espandersi.
Inoltre, c'era almeno 1 milione di contadini da assogettare, classe sociale ed economica storicamente difesa dall'Austria ma sfruttata e ridotta in ultra miseria negli stati massonici, a beneficio dei loro borghesi che compravano i terreni espropriati per un pezzo di pane e che avrebbero goduto di manovalanza disperata a bassissimo costo, senza protezioni sociali o sindacali.
Probabilmente Imbriani non arrivava a tanto ed era un semplice esaltato, ma i gradi massonici più alti di lui erano perfettamente consci di tali scopi ultimi. I gradi più bassi si accontentavano di sapere che avrebbero preso il posto dei funzionari asburgici e che gli odiati slavi sarebbero stati perseguitati.
Siamo nel 1878, Congresso di Berlino. Esso era sorto in conseguenza delle recenti guerre balcaniche con le due più importanti che videro gli ottomani battere i serbi e con la successiva rivolta con invasione russa che si fermò alle porte di Costantinopoli dopo aver lungamente lottato in Bulgaria. All'uopo c'era stata un'alleanza tra Russia ed Austria Ungheria, la prima si era impegnata a non creare una "Grande Serbia" e la seconda si era fatta promettere la Bosnia Erzegovina, territorio strategico per subentrare alla Porta d'Oriente e fermare l'espansionismo slavo e/o lo sbocco zarista al mare adriatico, che unito alle follie italiane avrebbe potuto tagliare il cordone ombelicale marittimo che univa l'Austria al mondo.
Nel prosieguo di quella guerra, la Russia rinnegò la "convenzione di Budapest" ed il "protocollo di Vienna" tra le due potenze. L'Austria offesa ed ora assediata (dall'iniziativa russa sarebbero scaturiti i Regni di Bulgaria e di Romania) studiò delle contromisure ma la mobilitazione in Transilvania fu scartata perché non era sostenibile una guerra solitaria contro la Russia, che poteva schierare un esercito doppio se non triplo.
La ricerca di alleanze non andò a buon fine: la Gran Bretagna spingeva l'Austria Ungheria verso una mobilitazione generale in cambio di non precisati aiuti economici e la vaga promessa di impegnare un irrisorio contingente militare; l'invio della ancora potente Mediterranean Fleet nel Bosforo, era poco più che dimostrativa.
Bismark promise assistenza sul fronte occidentale della Galizia, la Germania teneva ancora il piede nella scarpa russa ma vasti strati dell'opinione pubblica erano riconoscenti all'Austria Ungheria che non aveva approfittato della guerra franco-prussiana del 1871 per riprendersi la Slesia. Anche questa fu una decisione di Franz Joseph ormai pacifista, nonostante l'AU fosse in grado di mobilitare 600 mila soldati.
Tuttavia le promesse germaniche erano inconsistenti e gli alti gradi militari non si fidavano di Bismark. L'Arciduca Alberto aveva detto: "Il mio sogno prima di morire, è di impugnare nuovamente la spada contro i perfidi traditori prussiani".
Nell'Austria Ungheria era forte la fazione anti russa, rappresentata dall'opinione pubblica ungherese e rappresentata dal ministro degli esteri AU Andràssy. Sembra che l'Ungheria volesse vendicarsi dell'intervento russo del '48. Un'altra corrente anti russa era rappresentata dai liberali tedeschi. Tra di essi era prevalente il sentimento pangermanico e solo con esso si spiega la loro costante alleanza con l'Ungheria, per limitare le spese per le forze armate, che vedeva l'Austria Ungheria all'ultimo posto delle potenze europee dall'Ausgleich in poi. Non volevano la sopravvivenza dell'AU, volevano entrare in uno Stato tedesco senza slavi.
Gli ungheresi osteggiavano le spese per l'esercito e la marina comuni KK (dal 1882 KuK in seguito ad una iniziativa di Andràssy) perchè pretendevano di rafforzare la loro Honvedszèg. Posero anche il veto alle iniziative autonomiste per la Boemia ed erano ferocemente anti slavi. La loro cecità portò l'Austria Ungheria nella 1° GM con delle forze armate scarne e male armate, ma con una buona Marina perchè quella era in comune e portava commesse ad industrie e cantieri nazionali.
Però l'Ungheria tirò la corda ma mollò sempre quando l'Austria indebolita mostrava i muscoli, come con la mobilitazione contro l'Ungheria del 1905 ed in varie altre occasioni. Attenzione, quando diciamo "gli ungheresi" generalizziamo moltissimo, la loro rappresentatività popolare al parlamento di Budapest era ridotta al 6%. Ma il Paese era in mano ad una certa elite, quella dei "Magnati" esentasse.
Torniamo al Congresso di Berlino, nel quale gli italiani riponevano assurde speranze territoriali dal ribaltamento balcanico. La stampa nazionalista pompò i piagnistei ed ottenne delle aggressive manifestazioni irredentiste. Il 28 giugno a Congresso in corso, i quotidiani italiani pubblicavano, insieme alle polemiche sulla tassa sul macinato ancora vigente, che a Venezia era stata impedita una manifestazione ad Imbriani e che la conseguenza fu un tumulto durante il quale la banda cittadina suonava la Marcia Reale, mentre i dimostranti rompevano le finestre del Consolato Austro Ungherese ferendone alcuni dipendenti.
Nel corso del Congresso, i rappresentanti italiani appoggiarono tutte le istanze che avrebbero potuto indebolire l'Austria Ungheria, come ad esempio quella espansionista greca.
I giornali italiani scrivevano letteralmente in quei giorni: "La città di Parenzo sebbene politicamente disgiunta dalla nazione italiana offre lire 600 per il monumento che sarà eretto a Roma per il Re Vittorio Emanuele" (5 luglio). Pubblicavano la notizia che nella seconda domenica di giugno ci furono manifestazioni irredentiste a Parenzo e Rovigno.
Il 14 luglio al Politeama di Ravenna si inscenò una manifestazione irredentista, condotta dal nazionalista Corradini. I manifestanti uscirono dal teatro e si recano a manifestare sotto le finestre del vice consolato austro ungarico. Nella notte i muri furono riempiti di scritte "Abbasso l'Austria, viva Trento e Trieste", le autorità fecero cancellare solo la prima frase e lasciarono intatta la seconda. Idem a Firenze, i tumulti iniziarono lo stesso giorno al teatro "Arena Goldoni".
Al teatro Sannazzaro di Napoli le cose avvennero più in grande con la partecipazione del gen. Avezzana e di Imbriani in persona. Si manifestò contro il Congresso di Berlino, si inveì contro l'Austria e si gridarono farneticazioni su Trento e Trieste. Il 19 il conte Corti rientrò da Berlino e riferì al Re, altre agitazioni irredentiste a Bologna. Il 21 manifestazione al Politeama di Roma con discorso di Menotti Garibaldi, che inveì contro il Congresso di Berlino ed invitò i romani a mandare una "parola di conforto" a Trento e Trieste. Parlarono Imbriani, Fratti e Parboni con violentissimi accenni al Congresso di Berlino. Più tardi, dimostrazione in Piazza Colonna.
22 luglio: la "Republique Francaise" scrisse che molti Stati erano rimasti scontenti dal Congresso di Berlino ma che si manifestava solo in Italia. Altri giornali internazionali scrissero che le pretese su Trento e Trieste erano folli, non essendo all'ordine del giorno e non essendo l'Italia coinvolta nel riassetto dei Balcani, se non in modo molto marginale.
24 luglio: dimostrazione all'Aquila, interrotta e sedata dalla forza pubblica; il giorno prima si pubblicava che l'Austria avrebbe inviato una nota diplomatica all'Italia. Si pubblicarono attestazioni di solidarietà all'Italia da parte di alcuni giornali francesi massoni ed anti germanici.
25 luglio: l'Associazione del Progresso annunciò grandiose manifestazioni a Venezia per Trento e Trieste. il 26 luglio la Neue Freie Presse pubblicò un articolo dove si denunciavano come completamente pretestuose le manifestazioni italiane contro il Congresso di Berlino. Si disse che essa fu offesa dalla Gran Bretagna con l'occupazione di Cipro che limitava gli interessi commerciali italiani, non dall'Austria che non levò un dito contro l'Italia. Concluse dicendo che se gli italiani cercavano il pretesto per rivendicare Trento e Trieste, avrebbero dovuto sconfiggere l'Austria in almeno 20 battaglie di fila e tutte vittoriose. In realtà si sarebbero limitati ad 11.
28 luglio: manifestazione irredentista nel teatro Vittorio Emanuele di Ancona, condotta da Imbriani.
1 agosto: lancio di volantini color "rosso Solferino" dal Duomo di Milano sulla folla che accoglieva la visita del Re d'Italia; la scritta a caratteri molto grandi era "Trento e Trieste". 4 agosto: comizio irredentista a Cesena di Aurelio Saffi e dimostrazioni. 5 agosto: Garibaldi pubblicò una amorevole lettera di ringraziamento "agli studenti di Trento e Trieste" che gli avrebbero inviato un album fotografico.
11 agosto: manifestazione irredentista al teatro Brunetti di Bologna, con la partecipazione di Saffi, Carducci, Golinelli; gli argomenti erano i soliti del Congresso di Berlino e le pretese su Trento e Trieste. 19 agosto: i giornali italiani pubblicarono la notizia che un certo Piero Bressani avrebbe affisso in Gorizia, dei manifesti anti austriaci in occasione del genetliaco dell'Imperatore.
22 agosto: dimostrazione irredentista a Catanzaro. 24 agosto: affissione notturna di manifesti irredentisti a Firenze inneggianti alla conquista di Trento e Trieste. A Genova un soldato fu condannato alla fucilazione al petto per insubordinazione contro un superiore (OT ma troppo forte). 23 agosto: dimostrazione irredentista a Russi (Romagna).
Settembre: le manifestazioni irredentiste si affievolirono, non così la propaganda mediatica. Il giorno 20 fu pubblicata la notizia che a Trieste era stato arrestato Pietro Bressan, "vilmente tradito" da Giovanni Miseri. Si corredava la notizia con l'informazione ed una copia di puerili informazioni militari e schizzi inviati a Canzio con scopi insurrezionali, da parte dell'unico garibaldino della Contea di Gorizia: il decrepito Marziano Ciotti, sempre a piede libero e diventato una macchietta inoffensiva.
Le minacce irredentiste avevano portato l'Austria a rafforzare i confini tra luglio ed agosto, con 18 battaglioni di guardie confinarie. A questo punto i vertici militari austriaci, allontanati i rischi di guerra con la Russia grazie al Congresso di Berlino, ripresero in mano la proposta dell'Arciduca Alberto di due anni prima: la guerra preventiva contro l'Italia.
Lo scopo non era la conquista territoriale ma la difesa dei confini. Qualsiasi guerra avesse dovuto affrontare l'Austria Ungheria sia a nord ovest contro la Germania che a nord est e ad est contro la Russia che a sud e sud est nei Balcani; avrebbe dovuto lasciare cospicue forze a difesa dei confini italiani, certi che gli italiani avrebbero attaccato alla prima occasione.
Inoltre, le esigue risorse belliche austro ungariche costringevano l'Austria Ungheria a guerre brevi, non potendo essa sostenere scontri prolungati contro potenze meglio armate e più numerose come la Germania, o straordinariamente più numerose e favorite dal territorio come la Russia. Non poter sostenere una guerra prolungata rendeva deleterie le guerre difensive e poneva in primo piano le guerre di attacco, che non potevano essere altro che "preventive".
Attaccare l'Italia era diventata quindi un'esigenza di sopravvivenza primaria per l'Austria Ungheria. La minaccia irredentista del 1878 aveva riproposto la questione, che fu rimandata. Naturalmente gli stati maggiori non si muovevano solo per le folkloristiche manifestazioni italiane; le informazioni dell'Evidenzbüro presentavano i piani di guerra italiani contro l'Austria, la costruzione di ferrovie militari, di foritificazioni e dell'ingente sforzo belllico che superava come spesa totale, quello della più grande Austria Ungheria.
Nel luglio del 1879 fu presentato all'Imperatore un piano dettagliato di mobilitazione e di guerra preventiva contro l'Italia: l'esercito KuK meglio armato avrebbe invaso l'Italia del nord cercando una specie di "Blitzkrieg", la Landwher e la Honved avrebbero dato il cambio nell'occupazione, mentre le forze KuK sarebbero rientrate velocemente per schierarsi contro il nemico principale che era la Russia, da fiaccare con un'avanzata dalla Galizia verso nord e conseguente aggiramento, sia con l'aiuto germanico che con la sua assenza. Si contava sui tempi di mobilitazione russi che erano molto lunghi.
I piani di guerra preventiva furono tutti rifiutati dall'Imperatore. I loro fautori erano stati l'Arciduca Alberto "ispettore generale dell'esercito", cosmopolita; il "vize Kaiser" Beck del Baden Württemberg, il capo di stato maggiore e feldmaresciallo Anton Schönfeld, praghese.
Questi tre grandi "vecchi austriaci" (Alberto odiava più di tutti il nazionalismo tedesco) vedevano nel futuro. A prescindere da un'eventuale guerra con la Russia, l'attacco all'Italia avrebbe non solo liberato le terre da essa ingiustamente conquistate con tradimenti, alleanze ed aggressioni. Ma avrebbe privato il mondo del piacere di vedere la Mafia ed il Fascismo, nascere e diffondersi nel Mondo.
Il quasi milione di persone sterminate tra Libia, Yugoslavia, Grecia, Eritrea, Somalia ed Etiopia, avrebbe avuto salva la vita. Idem per i nostri 450 mila caduti sul fronte italiano della 1 GM, idem per i nostri parenti che non abbiamo mai potuto conoscere perchè deceduti e/o espulsi prima della nostra nascita. Idem per buona parte dei nostri parenti deceduti a causa della "malasanità italiana" e di quelli mai nati a causa della miseria italiana.
Ci avrebbero guadagnato anche gli italiani che si sarebbero risparmiati gli immensi lutti di tutte le loro guerre. Non si sarebbero presentati al Congresso di Versailles con le pezze al sedere ed indebitati per la vita dopo un secolare sfruttamento ma avrebbero avuto uno o più Stati ricchi o per lo meno benestanti.
Non farebbero parte di uno Stato mafioso e corrotto, non avrebbero mai conosciuto le "stragi di Stato", non sarebbero stati tenuti deliberatamente in uno stato di ignavia e di ignoranza, non avrebbero 38 mila euro di debito pubblico procapite, potrebbero sperare nelle loro pensioni ed in un futuro tranquillo di lavoro, cultura, amore, matrimoni e formazione di famiglie.

Ma non lo possono capire, in fin dei conti sono solo italiani.

mercoledì 8 giugno 2016

L'Impero in difesa dell'Albania


Truppe Imperiali incontrano le truppe Albanesi a Durazzo; presumibilmente
nel gennaio 1916.
Fonte: Vota Franz Josef

L'Austria ha sempre difeso l'Albania dalle mire imperialiste serbe ed italiane oltre che degli altri staterelli balcanici, dopo la dipartita della Porta d'Oriente. Partecipò ed organizzò i blocchi navali internazionali durante le guerre balcaniche, nel gennaio 1914 diede un ultimatum alla Serbia che aveva invaso l'Albania ed ebbe successo ma non lo diede all'Italia che nell'ottobre dello stesso anno si pappò l'isola di Saseno e poi Valona con il tratto di costa prospicente. Ed erano "neutrali" ed "in pace".
L'Austria era stata anche capofila della cordata internazionale per creare uno Stato indipendente albanese capace di autodifendersi, il principe di Werd che avrebbe dovuto assumere la Corona, partì proprio da Trieste nell'estate del 1914. Ma i complotti degli italiani con alcuni signorotti locali oltre a quelli degli altri familici stati circostanti fecero durare quel tentativo solo poche settimane e l'Albania restò terra di conquista.
L'Austria aiutò la resistenza albanese, inviò armi e cannoni che quando furono catturati dagli albanesi traditori, spararono anche contro la sua flotta. Nel 1916 ci fu l'offensiva che ricacciò in parte gli italiani, che guardacaso si erano espansi su tutta la costa.
Quando gli italiani parlano della campanga per salvare l'esercito serbo mentono: essi prestarono le navi per evacuare i fuggitivi, solo dopo aver spostato e rifornito tutti i loro contingenti in Albania... con l'aiuto dei loro alleati che vigilavano le coste pensando di agire per il bene comune dell'Intesa.
Nel 1919 ci fu la rivolta dei soldati italiani ed anche dei bersaglieri che non volevano andare in Albania, nel 1920 con morti e feriti. In quel periodo era primo ministro il famoso "liberale" Giolitti e questo la dice lunga su quale mostro imperialista, sia sempre stata l'Italia ben prima del famoso "fascismo" che gli sarebbe piovuto sulla testa dal pianeta Marte.
 

martedì 7 giugno 2016

“È una storia dolorosa quella che mi accingo a raccontare…”: la Brigata Estense e la rivoluzione italiana

Luca2
 
 
Quando nel 1875 il principe Umberto di Savoia venne a trovarsi a Vienna per partecipare ai funerali dell’Imperatore Ferdinando, Francesco V, ormai al termine del suo cammino terreno, non volle avere con lui alcun rapporto, nemmeno protocollare, e si comportò semplicemente come se Umberto non ci fosse.
Erano stati proprio i Savoia a privarlo di quel Ducato di Modena che il Congresso di Vienna, nel 1814, aveva assegnato alla sua famiglia, gli Asburgo-Este, un ramo cadetto della casa imperiale. Vittorio Emanuele II, facendosi beffe di ogni diritto, glielo aveva strappato con l’inganno, una truffa sancita in seconda battuta da un plebiscito farsa.
Nel freddo della capitale imperiale a Francesco non rimaneva più nulla, solo l’amata consorte, Andelgonda di Baviera, sposata a Monaco nel 1842, e un cumolo di ricordi così ingombrante da togliere il sonno, più dolore che piacere. A rincuorarlo non vi era nemmeno l’onore guadagnato sul campo di battaglia. Anche Papa Pio IX e Francesco II di Borbone erano stati sconfitti, ma loro almeno avevano combattuto, avevano tentato di opporsi all’invasore sabaudo. Il Duca aveva solo un manipolo di uomini a disposizione, quanto bastava  per mantenere l’ordine all’interno dei confini dello stato, ma nulla più. Nel 1859, dopo le prime rivolte e l’arrivo delle truppe franco-piemontesi dalla Toscana, Francesco V dovette arrendersi. I rinforzi giunsero da Vienna in quantità sufficiente a ritardare l’occupazione, ma non a fermarla.
Il Duca, notoriamente un uomo accorto e lungimirante, fu tra i primi a cogliere la portata rivoluzionario del Risorgimento. Fedelmente ancorato ai valori del cattolicesimo e della cultura politica ancien régime, Francesco V capì che i Savoia si erano prestati, come docili burattini, a fare il gioco dei massoni, dei liberali e degli anticlericali, le stesse forze che, qualche decennio dopo, avrebbero scalzato dal trono anche loro.
Fu così che l’11 giugno 1859 la corte lasciò per sempre le terre del Ducato in direzione dell’Austria. La Brigata Estense – poco più di 3000 uomini – fu l’unico fra gli eserciti italiani a seguire il sovrano in esilio e lo fece esclusivamente per incondizionato amore verso il Principe e per rispetto dei giuramenti prestati, offrendo un esempio straordinario che meravigliò anche i più accesi antiduschisti. Scriveva Teodoro Bayard De Volo, Ministro residente a Vienna:« Una truppa la quale segue il proprio sovrano non il giorno del trionfo ma in quello della sventura, senza esitare un istante, pronta a qualsiasi evento, non protesta essa forse, con tutta l’energia di una fede antica, contro alla vituperevole cedevolezza dei tempi nuovi?».
In esilio con il Duca, brillante saggio della storica cattolica Elena Bianchini Braglia, racconta la dolorosa vicenda di questi uomini, soldati che rinunciarono a tutto, alla casa, agli affetti e, sovente, a una vita di dignitoso ritiro, pur di continuare la guerra contro il nemico, una guerra ideale, un conflitto di testimonianza, ma non per questo meno significativo.
Forse fu proprio la loro riottosità allo scioglimento ad animare diverse insurrezioni filoducali che si verificarono a Modena e dintorni durante i primi anni dell’occupazione piemontese.  Le speranze, però, crollarono presto. Le rivolte furono domate facilmente e la proclamazione della nascita del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861, spense anche gli spiriti più infuocati.
Il generale Agostino Saccozzi e i suoi uomini furono stanziati in Veneto e lì rimasero fino alla soppressione ufficiale del corpo, avvenuta il 24 settembre 1863 a Cartigliano Veneto.
Domenico Panizzi, uno dei soldati della Brigata, alla morte di Francesco V volle dedicare alla Duchessa una commovente narrazione del momento dello scioglimento dell’esercito estense. Le prime parole dello scritto narrano con amarezza di un’epoca gloriosa ormai passata, sostituita dalla nuova barbarie rivoluzionaria: «È una storia dolorosa quella che mi accingo a raccontare…»
Luca Fumagalli
Il libro: Elena Bianchini Braglia, In esilio con il Duca. La storia esemplare della Brigata Estense, Rimini, Il Cerchio, 2007, pp. 153, Euro16.

lunedì 6 giugno 2016

I "cordoni sanitari" italiani dopo la Grande Guerra

Fonte: Vota Franz Josef

Tutti i nostri nonni furono internati, non solo i tirolesi. Schützen, altri volontari come quelli del See Baon Triest ed eroi di guerra pluridecorati, prima di tutti. Dove gli italiani si piazzarono per tempo come i dintorni di Trieste, fecero un cordone sanitario con dei campi di concentramento dove mettevano tutti i reduci che tornavavano a casa, nel frattempo che i carbinieri facevano indagini sul loro "patriottismo". La notizia si diffuse lungo le ferrovie dell'ex Impero e molti dei nostri nonni non ebbero rogne perchè scesero a piedi ed attraversarono il "cordone sanitario" di nascosto.
Dove arrivarono in ritardo come nelle valli alpine, fecero delle vere e proprie retate di reduci nelle case e nei locali pubblici. In alcuni casi li ammazzarono direttamente, vedi il caso di alcuni finanzieri in una valle del Tirolo. Inoltre, ascoltavano le segnalazioni dei "comitati di epurazione", costituiti in Tirolo da quegli schifosi della "legione trentina" e nel Litorale dai pochi "volontari giuliani" sopravissuti ed altri irredentisti. Internarono anche sacerdoti, intellettuali sloveni, presunti agitatori politici eccetera.
Un'altra fonte di internati erano quegli schifosi dell'ITO, il servizio segreto militare. Lo stesso che incarcerò De Banfield e che uccise alcuni dei reduci del servizio segreto della Marina KuK ad Innsbruk.
I nostri nonni che venivano fermati per strada dai carabinieri, venivano portati nelle loro prime caserme, come ad esempio quella di via Udine a Trieste. Lì venivano sbeffeggiati, ci hanno raccontato che gli toglievano le fibbie con l'aquila a due teste ed anche i bottoni delle monture. Alcuni furono picchiati. Una parte andava nelle carceri locali come il castello di San Giusto, dove furono mandati molti ragazzi del See Battalion Triest. Altri venivano mandati nelle fortezze militari e nei campi di concentramento come quello di Isernia e vari altri.
In quei luoghi ne restarono molti fino alla fine del 1920 quando fu applicato il trattato di pace. La loro detenzione era comunque abusiva e contraria alle convenzioni dell'Aja. Insieme a loro arrestati fino ai primi mesi del 1919, c'erano quelli arrestati prima e durante l'armistizio, come ad esempio le migliaia di "cecoslovacchi" che non avevano voluto arruolarsi nella legione cecoslovacca; essi erano quasi tutti nei campi di concentramento di Busto Arsizio, dove furono registrati decessi fino a dicembre del 1920 e dove tra il '18 ed il '19 ci furono ecatombi causate dalla spagnola ma anche dal tifo ed altre epidemie.
Tra il '18 ed il '19, alcune prigioni registrarono l'80% di mortalità, come fu il caso della "fortezza" di Verona, la stessa che avrebbe visto incarcerati il genero di Mussolini e gli altri cospiratori del fascismo.
Morirono parecchi dei nostri nonni arrestati dopo l'armistizio ed i loro decessi furono tenuti più segreti possibile, vedi il caso di Obiz che abbiamo pubblicato due giorni fa.
I militari italiani facevano quello che volevano, avevano autorità assoluta nelle nostre terre che erano zone di occupazione militare. Che fossimo diventati "Italia" nel 1918 con il loro arrivo, è solo una delle più grandi balle che quegli infami hanno raccontato. Nel Litorale non ci furono elezioni fino alla primavera del 1921, proprio perchè non eravamo "Italia" ed era impossibile che ci fossero.
Fino alla marcia su Roma non c'era alcun "fascismo", era solo Italia con 5 governi "democratici" e 7 presidenti del consiglio di vari partiti democratici. Dopo la marcia su Roma, ci fuorno altri due anni di governi di coalizione, compresi i liberali come Giolitti.
Ed oggi quegli schifosi, pretenderebbero che ci sentissimo italiani.