lunedì 3 novembre 2014

VOCI DALL'ALTO (Estratto dall'opera di mons. Delassus "Il Problema dell'ora presente" Tomo II°)

 
 
 
Guido Reni, San Giovanni evangelista
Guido Reni, San Giovanni evangelista
Dopo aver sentito i dotti, i pontefici e i santi, ci sarà egli permesso di aprire il libro delle divine

Scritture, e d'interrogarlo intorno al presente ed al prossimo avvenire della Chiesa? Ciò non ci è per

nulla interdetto, purché lo facciamo con la necessaria discrezione e riservatezza.

Il primo libro della Bibbia, la Genesi, ci fa assistere alla creazione del mondo, l'ultimo, l'Apocalisse,

alla sua fine.


L'apostolo S. Giovanni, che l'ha scritta, disse nella prima pagina: "Beato colui che legge ed ascolta

le parole di questa profezia, e che mette in pratica ciò che essa contiene". Non havvi in queste

parole un incoraggiamento a leggere questo libro e una data assicurazione che esso può essere

compreso e che porterà a chi ne avrà l'intelligenza, consolazione e stimolo al bene?

Bisogna tuttavia riconoscere che questa intelligenza difficilmente si acquista, e che non è mai

intieramente sicura di se stessa. Nessun libro è più ripieno di misteri e di misteri più oscuri. Perciò

S. Giovanni non si contenta di dire: "Beato colui che legge", egli aggiunge: "e che ascolta le parole

di questa profezia". Il lettore non deve rimettersi alle sue proprie ispirazioni, ma deve interrogare ed

ascoltare quelli che han ricevuto la grazia, e di penetrare il senso della profezia e di esporlo. Ma non

tarda ad accorgersi che gl'interpreti non vanno d'accordo nelle loro spiegazioni sopra molti punti,

sopratutto in quanto agli avvenimenti che sono ancora suggellati. Egli dunque deve interrogarne

molti, sceglierli con discernimento, e non dimenticare che niun commentatore dell'Apocalisse può

affermare che la sua spiegazione riproduce in un modo sicuro il significato profetico.

L'Apocalisse si definisce da se medesima: "La rivelazione di Gesù Cristo che Dio diede a lui per far

conoscere a' suoi servi le cose che devono accadere". Essa comprende, come disse S. Agostino nella
Città di Dio, "gli avvenimenti che devono accadere dopo la prima venuta di Gesù Cristo sulla terra,


fino alla sua venuta nell'ultimo giorno".

"Questa profezia - è ancora l'Apocalisse che parla - Dio l'ha significata inviando il suo angelo al suo

servo Giovanni, il quale attesta essere parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo, tutto ciò che

vide e scrisse". Ciò che l'Apostolo vide, ciò che scrisse, è una serie di visioni simboliche. Fa d'uopo

conchiudere che il senso allegorico è il senso proprio, come il senso mistico è il senso proprio del
Cantico dei cantici. Il primo lavoro dei commentatori è dunque quello di ricercare la chiave di


questi simboli, affine di scoprire le verità ch'essi nascondono.

Qual regola si deve seguire in questa ricerca? La Bibbia, malgrado la moltiplicità e la diversità de'

suoi libri, non ha che un solo autore, Dio; e quindi non ha che un solo oggetto: pigliare l'uomo dalla

sua nascita dalle mani del Creatore, e condurlo a' suoi eterni destini. Essendo così, per averne

l'intelligenza, è necessario confrontare le espressioni e le figure che s'incontrano in quel libro (della

Bibbia) che si vuole studiare, e particolarmente nell'Apocalisse, a quelle simili o analoghe che si

leggono negli altri libri santi, quelle specialmente che hanno usate i profeti. Di più, questi simboli

devono essere sempre interpretati nel medesimo modo tutte le volte che s'incontrano nel libro di S.

Giovanni.

A primo aspetto, si scorge che tutto quello che è contenuto in questa profezia è classificato colla

cifra di sette. Vi sono le sette Chiese, rappresentate dai sette candelabri e dalle sette stelle che

raffigurano i loro angeli: i sette sigilli del libro misterioso, le sette trombe che annunziano gli

avvenimenti e le sette coppe della collera divina.

Gl'interpreti più autorevoli hanno creduto che sotto questi diversi emblemi sono dipinte le diverse

fasi per le quali deve passare la Chiesa militante dalla sua nascita fino alla sua glorificazione in

cielo. Essi han veduto o creduto di vedere sette epoche successive, più o meno lunghe, secondo la

natura degli avvenimenti che vi sono predetti, e secondo il carattere particolare di ciascuna di esse,

simboleggiato da ciò che vi è detto di ciascuna Chiesa e di ciascun sigillo. Le visioni dell'Apostolo

che si riferiscono alle ultime età e sopratutto al tempo dell'Anticristo, sono più numerose e più

particolareggiate delle altre, perché in questi tempi la santa Chiesa avrà maggior uopo di

avvertimenti e di lumi.

Secondo gl'interpreti che noi crediamo di poter seguire, noi saremmo attualmente alla sesta età della

Chiesa e la settima età sarebbe quella dell'Anticristo.

Non havvi perfetto accordo circa l'estensione di ciascuna di queste età.

Secondo de Saint-André,(1) la prima età sarebbe il periodo apostolico, che decorre dall'anno 30 alla

persecuzione di Nerone.

La seconda comprende le dieci grandi persecuzioni, da Nerone a Costantino, dall'anno 64 al 313.

La terza correrebbe da Costantino a Teodosio il Grande, morto nel 395. È il periodo dei grandi

dottori.

La quarta, molto più lunga, comprende il regno di mille anni che corre dalla conversione di

Clodoveo e dei Franchi, 496, al pontificato di Alessandro VI, 1492. Essa si distingue

dall'incatenamento e scatenamento di Satana, al principio e alla fine di questo periodo. Il carattere

distintivo di quest'età è il regno spirituale dei santi dei primi secoli e di Gesù Cristo sulla società

cristiana nella Chiesa e per mezzo della Chiesa. In quest'epoca, infatti, Gesù Cristo regna nella

persona del suo Vicario divenuto sovrano della città dei Cesari. Tutti i re dell'Europa marciano sotto

la bandiera della Chiesa. La religione cattolica è la base di tutti i governi e il Vangelo la regola della

loro legislazione. Gesù Cristo è proclamato vincitore del mondo e dell'inferno. Dappertutto i suoi

martiri e i suoi santi sono ricolmi dei più splendidi onori, dappertutto i suoi ministri sono rispettati

ed obbediti. Ciò nondimeno osserviamo che questo regno ebbe, come ogni altro, i suoi periodi di

cominciamento, di accrescimento, di splendore, di decadenza, e infine di rovina.

Le tre ultime età ci mostrano i demoni scatenati: da prima uno che esce dal pozzo dell'abisso con

Lutero e il protestantismo nella quinta età.

Nella sesta, altri quattro demoni sono sciolti dalle loro catene. Quest'età incomincia col XVIII

secolo, il suo fine è nel secreto dell'avvenire.

La settima, che sarà senza dubbio anche breve, e forse più breve della prima, andrà distinta dal

regno dell'Anticristo.

Di mano in mano che scorrono i secoli, gli avvenimenti passati ci permettono di meglio

comprendere i disegni di Dio sopra la sua Chiesa, e di meglio interpretare i simboli sotto i quali

sono nascosti. E perciò l'intelligenza dell'Apocalisse è più facile e più certa di quello che altra volta

non poteva essere.

La grande questione che si dibatte nel mondo fin dalle sue origini, e sopratutto dopo la Redenzione,

è quella che noi abbiamo dimostrato più urgente, più angosciosa che mai nell'epoca in cui ci

troviamo, vo' dire durante la Rivoluzione. A chi apparterrà il genere umano? A Dio che l'ha creato,

a Gesù Cristo che lo redense, o al demonio al cui servizio l'uomo si è dato fin dalle sue origini, e al

quale si dà ancora col peccato e sopratutto coll'apostasia sociale? L'Apocalisse risponde: "Esso

apparterrà definitivamente a Dio, ma attraverso crudeli peripezie di cui fece la descrizione. Si

scorge il demonio che fa i più grandi sforzi dapprima per riprendere, poi per conservare più lungo

tempo che è possibile l'impero di cui la croce l'ha spogliato in diritto e in principio, ma che l'uomo,

pel cattivo uso della sua libertà, gli conserva in fatto, più o meno intieramente, secondo i tempi e i

luoghi".

La Redenzione completa della stirpe umana avrà luogo quando la Chiesa cattolica avrà accumulato

nella lotta, onde si sforza di strappare gli uomini dalla schiavitù dei demoni, la somma dei meriti

stabiliti dalla sapienza divina.

L'Apocalisse ci fa assistere a questo gran dramma.

D'età in età le prove, per le quali la Chiesa deve passare, sono più terribili e rivestono di più il

carattere dell'universalità.

"Godo di quello che patisco per voi - dice S. Paolo ai Colossesi - e do nella mia carne compimento a

quello che rimane dei patimenti di Cristo a pro del corpo di lui, che è la Chiesa". È necessario che

l'uomo patisca con Gesù Cristo per espiare il passato, è necessario che l'uomo lotti assieme a Gesù

Cristo per meritare di ottenere la gloria del trionfo. S. Giovanni, nella visione preparatoria alle

rivelazioni, ci mostra un angelo che sta presso l'altare dell'Agnello tenendo in mano un turibolo

d'oro. Il profumo ch'egli riceve e che offre a Dio sono le preghiere dei santi e i meriti che si

acquistarono durante la prova; e perché essi diventino sempre più numerosi e più degni di essere

offerti al Signore, la prova diviene sempre più generale, ed esige atti sempre più eroici.

S. Giovanni comincia col dire in qual modo fu introdotto nella conoscenza dei misteri della vita

della Chiesa: "Io vidi, egli dice, una porta aperta nel cielo, e una voce dissemi: "Ascendi qui, ed io ti

mostrerò quello che deve accadere in avvenire". E tosto vi fui in ispirito".

S. Giovanni descrive allora la Corte celeste e il trono di Dio, poi dice: "Io vidi nella mano destra di

Colui che era assiso sul trono, un libro scritto dentro e fuori, suggellato da sette sigilli".

Questo libro scritto dentro e fuori contiene l'avvenire della Chiesa sotto due punti di vista. Le

visioni dei sette sigilli sono scritte al di fuori della pergamena arrotolata. Esse contengono la

predizione delle prove che la Chiesa subirà al di fuori, cioè nelle battaglie che le daranno i poteri

umani ostili a Dio e al suo Cristo. È l'Agnello, il quale, svolgendo la pergamena, rompe

successivamente i sette sigilli, perché a Lui Dio ha dato in eredità le nazioni, ed è Lui che innalza e

rovescia gl'Imperi. Le visioni che seguono gli allarmi dati dalle sette trombe, sono scritte dentro il

libro.

Esse narrano le lotte e le prove interne della Chiesa cagionate dagli scismi e dalle eresie, sopratutto

dalle eresie madri. Il fuoco di cui si parla in presso che tutte queste visioni, è il simbolo espressivo

dell'eresia.(2)

Nelle sette epistole, sono enumerate le opere della Chiesa e i meriti ch'essa acquista nelle battaglie

che le son date all'interno e all'esterno.

Non è punto nostra intenzione di spiegare le sette epistole, né le visioni di S. Giovanni all'apertura

dei sette sigilli e al suono delle sette trombe, ma soltanto la visione relativa alle tribolazioni che la

Chiesa subì nella sesta età pel fatto della grande eresia del giorno, visione che si presentò agli occhi

dell'Apostolo, dopo che il sesto angelo ne diede l'avviso col suono clamoroso della sua tromba.

La descrizione della quinta età termina con queste parole: "La prima calamità è passata: ecco che

giungono altre due calamità".

Queste due calamità sono: 1° Le rovine che fa la sètta la quale, nella sesta età, continua ed estende

sempre più lontano questi fatti per mezzo del protestantismo; e 2° l'ultima prova e le ultime

calamità, le quali saranno inflitte dall'Anticristo.

Il protestantismo, o l'eresia della quinta età, è stata presentata sotto la figura d'un nuvolo di

cavallette; la setta che regna durante la sesta viene raffigurata da un esercito di duecento milioni di

cavalieri. Con ciò è indicata la differenza tra l'eresia di quest'età e quella delle età precedenti. Fin

qui, gli eretici devastavano la Chiesa colla propaganda dei loro errori e dei loro vizi, come le

cavallette devastano un campo, andando e tornando, portando la desolazione qui e colà senza

ordine, senza direzione. Laddove un esercito e sopratutto un esercito sì numeroso ha il suo generale,

i suoi ufficiali, il suo piano di battaglia, e perciò l'unità d'azione si è aggiunta alla rapidità che i

cavalli possono dare all'esecuzione.

Questi tratti si possono facilmente applicare alla setta, la quale, ai nostri giorni, dà alla Chiesa la

grande battaglia di cui siamo testimoni e che sosteniamo.

Infatti, quello che distingue la framassoneria dalle sètte precedenti, si è ch'essa è costituita come un

governo potente e che agisce come un esercito che ha un capo il quale comanda ad ufficiali

subalterni. Essa ha le sue logge o le sue compagnie; al disopra delle logge i suoi grandi orienti o i

suoi reggimenti; logge e grandi orienti, classificati sotto diversi riti, formano vari corpi d'armata.

Superiore a questa prima organizzazione, trovasi quella delle retro-logge che risultano dai grandi

consigli, e al disopra di tutto, il suo patriarca che tutto governa. Tutta questa organizzazione,

corrisponde molto bene all'organizzazione militare.

Questo esercito muove contro la Chiesa. Esso ha un piano di battaglia imperturbabilmente seguito

da due secoli almeno, una direzione data e osservata in tutti i paesi, in America e in Asia come in

Europa, una consegna la cui osservanza ciascuno dei congiurati promette ed assicura con terribili

giuramenti.

L'Apocalisse stabilisce il loro numero di duecento, milioni. Questo numero spaventoso è egli reale o

simbolico? I numeri tre, quattro, sette, dodici, ecc., sovente sono simbolici nella Scrittura. Ma di che

potrebbe esser simbolo una simile cifra? A quale idea può essa riferirsi? all'idea d'una quantità che

supera i nostri concetti? Ma, per rendere un numero indeterminato, lo Spirito Santo non si serve di

cifre determinate. Egli dice, per es., in altri luoghi dell'Apocalisse "la terza parte", ovvero: "Io vidi

una grande moltitudine che nessuno poteva noverare". Questi duecento milioni designerebbero

adunque, in cifre rotonde, il numero degli aderenti che avrà potuto contare la nuova eresia, in tutta

la durata della sua esistenza, e su tutta l'estensione del mondo, dalle sue origini fino al trionfo che la

Chiesa riporterà un giorno sopra di essa.

Questo esercito è radunato e condotto da quattro demoni.

"Il sesto angelo suonò: allora intesi una voce che veniva dai quattro corni (lati) dell'altare d'oro che

è davanti a Dio, e diceva al sesto angelo che teneva la tromba: "Sciogli i quattro angeli cattivi che

sono incatenati sul gran fiume Eufrate". E i quattro angeli che erano pronti per l'ora, il giorno, il

mese e l'anno furono sciolti, affine di uccidere il terzo degli uomini".

Pel corso di molti anni, questi quattro angeli maledetti non aveano avuto azione nocevole che nei

limiti dei paesi irrigati dall'Eufrate.(3) Essi erano incatenati, senza poter far nulla al di là.

Ma essi si tenevano pronti per l'ora, il giorno, il mese e l'anno, cioè pel momento molto preciso, in

cui i progressi dell'incredulità e dell'immoralità, ed anche un concorso di circostanze favorevoli, lor

preparassero la via a dei futuri successi fra i popoli cristiani.

Viene il XVIII secolo. Il protestantismo, il gallicanismo, il giansenismo e il filosofismo hanno

disposto le menti e i cuori a tutte le ribellioni. In questo preciso momento la coppa della giustizia

divina è colma. Essa trabocca. I quattro demoni dell'Eufrate sono scatenati, e mediante l'iniziazione

che avea ricevuto dagli Ebrei ai misteri cabalistici, la massoneria offre loro un terreno ben

preparato; essi ne prendono possesso.

Ciò non deve per nulla recarci stupore.

Daniele, al capo X del suo libro, ci fa vedere i santi arcangeli Michele e Gabriele preposti alla guida

del popolo di Dio, che discutono cogli angeli custodi dei Persiani e dei Greci la fine della cattività

del popolo di Dio e le conseguenze che avrebbe per le nazioni ancora sepolte nelle tenebre

dell'idolatria.

Ma non vi sono i soli angeli buoni, vi sono eziandio i cattivi; e questi come quelli si occupano di

noi, sono in relazione col nostro mondo. Abbiam veduto che il conflitto cominciato in cielo,

all'origine delle cose, continua quaggiù, e che gli uomini e i popoli possono in questa lotta schierarsi

sotto il vessillo di S. Michele o sotto quello di Satana.

Adamo ha posto tutta la sua discendenza sotto l'impero del demonio; e Gesù Cristo, alla vigilia

dell'atto redentore, disse: "Ora è la crisi del mondo, ora il principe di questo mondo sarà buttato

fuori". Infatti, fin d'allora incominciò la liberazione; il battesimo ha strappato gl'individui, e la fede i

popoli alla schiavitù del demonio.

Ma individui e popoli rimangono sempre liberi di riporsi sotto il giogo di Lucifero e de' suoi. Non è

Dio che allora li scatena, ma la nostra empietà e la nostra infedeltà. I demoni non ebbero e non

avranno mai altra entrata nel mondo che quella che l'uomo volle o vorrà conceder loro.

Come leoni ruggenti si aggirano tanto intorno agl'individui quanto intorno ai popoli che non hanno

potuto ritenere sotto il loro giogo per riconquistare sopra di loro l'antico impero.

È loro desiderio di rendere la condizione del genere umano peggiore di quella che era prima della

venuta di Gesù Cristo (Luc. XI, 26). Nell'ora presente, essi sono per colpa nostra più numerosi e più

potenti di quello che non lo furono mai dopo il sacrificio del Calvario. Gli è perciò che Leone XIII e

Pio X ci fanno pronunciare ogni giorno ai piedi dell'altare l'esorcismo che ha per iscopo di cacciar

giù nell'inferno Satana e gli spiriti maligni che Voltaire evocò col suo grido satanico tante volte

ripetuto nelle logge.

L'Apocalisse ci dice che tutti questi demoni sono sotto gli ordini e la guida dei quattro capi usciti

dal paese della Cabala per dirigere e governare questa figlia della Cabala giudaica che ci domina,

che ci uccide: la massoneria.

Il libro ispirato - se l'applicazione che facciamo del suo testo è esatta - ci presenta questa setta sotto

il simbolo del cavallo, ma d'un cavallo mostruoso. In generale, nella santa Scrittura, "la bestia",

simboleggia le potenze umane in guerra con Dio. Sono rappresentate sotto la figura d'animali di

varie specie o anche d'animali chimerici, i cui tratti si affanno alla parte che queste potenze si sono

assunta nel mondo. I cavalli che compongono l'esercito di cui si è parlato nella sesta età sono così

descritti: le loro teste erano come teste di leone, le loro code erano simili a serpenti. Queste orribili

bestie aveano dunque la testa di leone, il corpo di cavallo e le loro code erano composte di serpenti

la testa dei quali discendeva verso la terra

Che cosa si può vedere sotto questo simbolo?

Il cavallo è un animale domestico cui l'uomo che lo monta domina e mena a suo talento per la

briglia e il morso. Havvi uomo più schiavo del framassone mercé i suoi giuramenti? Dove trovare

un'abdicazione più perfetta della personalità e una docilità più cieca a tutti gl'impulsi? E ciò che si

avvera in ogni framassone sì verifica egualmente di tutta la setta Questa orribile cavalla è montata

da un personaggio ch'essa non conosce punto e che la conduce ove gli piace. Come il cavallo può

sentire il suo cavaliere, ma non può vedere il sembiante di colui che porta sul suo dorso, così essa

ha cento volte confessato per mezzo de' suoi adepti meglio informati, che non sa né chi la governa,

né a qual fine sono prescritti i movimenti che è costretta di eseguire.

Lo Spirito Santo dà a questa bestia, agli occhi dell'Apostolo, una testa di leone; il leone, collerico e

terribile, simboleggia nelle Scritture gli orgogliosi e gli ambiziosi, i potenti e persecutori. Qui, è

l'orgoglio di cacciar Dio dal trono, di respingerlo dalla società, l'ambizione di sottomettere a sé il

genere umano. Son cotesti i caratteri salienti della framassoneria. Nelle sue origini, si è incorporata

quanto ha potuto i protestanti, i giansenisti, i rivoltosi d'ogni natura e i miscredenti d'ogni specie.

Oggi, chiama a sé tutti quelli che vogliono arrivare agli onori, tutti quelli che vogliono sentire

l'ebbrezza del potere, e si arma delle loro passioni nella sua guerra alla Chiesa.

Se, nella framassoneria, il complesso dei capi forma la testa, e se la massa di quelli che non furono

giudicati degni o capaci d'iniziazione più intima costituisce il corpo, al corpo si attacca la coda delle

sètte che la massoneria trascina dietro di sé: carbonari, nichilisti, internazionalisti, socialisti, ecc.,

tutti quelli che nutrono in cuore l'odio della società e non hanno altro desiderio che quello di

nuocerle. Perciò l'Apostolo li vede sotto forma di serpenti; serpenti, notatelo bene, aventi teste che

lor permettono di nuocere colle loro morsicature e col veleno che esse introducono in quelli che

feriscono.

Il profeta porta più lontano la descrizione della pena che il suono della sesta tromba ha fatto

svolgere sotto i suoi occhi. La potenza di questi cavalli, ei dice, sta nella lor bocca, e da questa

bocca esce fuoco, fumo e zolfo. Tre volte egli chiama l'attenzione su questa bocca. Sarebbe forse

per indicare che, più che le eresie, questa archieresia ha la potenza della bocca e della parola?

Nessuna setta, infatti, insegnò l'errore in un modo sì radicale e così universale come la

framassoneria.

Abbiam veduto che la sua grande potenza di seduzione deriva dall'arte con cui essa cangia il senso

delle parole, altera tutte le nozioni, perverte la verità, se così può dirsi, appiccicandovi le apparenze

su tutti gli errori. È la sua parola che ha scatenato la libertà della stampa; è la sua parola che

trasporta i merciaiuoli ambulanti in ogni luogo; è la sua parola che si offre a tutti nelle biblioteche

pubbliche e in quelle delle strade ferrate, nei gabinetti e nelle sale di lettura, per mezzo dei libri,

delle riviste e dei giornali sotto forma letteraria, scientifica, filosofica, storica, politica; è dessa

ancora che si ode dalla tribuna del Parlamento come da quella dei circoli, nelle accademie come nei

congressi. nelle cattedre di alti studi come nelle scuole dei villaggi, ai banchetti politici come sulle

tombe dei morti. Attualmente, essa usurpa il monopolio dell'insegnamento. e non vuole si ascolti

altro maestro fuori di essa.

Quello che questa parola diffonde in tutti, quello che esce dalla bocca della bestia, il profeta lo
distingue col fuoco, col fumo e col zolfo: De ore eorum procidit ignis et fumus et sulphur.


Gl'interpreti veggono in queste tre cose il simbolo espressivo dell'errore dommatico, dell'errore

sociale e dell'errore morale. Il fuoco è sempre stato il simbolo dell'eresia in tutte le visioni

precedenti. Il fumo simboleggia quella nube onde i principii moderni hanno intenebrata la società;

lo zolfo significa l'infezione che risulta dalla corruzione della dottrina e dalla depravazione dei

costumi che ne è la conseguenza, esso ricorda le città impudiche ed il castigo inflitto alla loro

lussuria.

"Per mezzo del fuoco, del fumo e dello zolfo che usciva dalla lor bocca fu uccisa una terza parte

degli uomini", uccisa di morte spirituale, poiché si tratta di errori e di vizi. A quante anime la belva

massonica ha fatto perdere la vita della grazia: la fede e la carità divina! Il profeta porta il loro

numero alla terza parte; uno su tre sono stati colpiti dal contagio. Statistica spaventevole; ma scema

lo stupore se si riflette alla moltitudine di quelli che son tratti in tante associazioni che la

framassoneria ha saputo creare intorno a sé, o di cui essa ha saputo impadronirsi per dirigerle o

ispirarle, e alla moltitudine ancora più grande di coloro che si lascian corrompere dall'insegnamento

delle scuole e dalla lettura dei giornali.

Dopo queste terribili descrizioni vengono le parole di consolazione e di speranza.

"Io vidi un altro angelo, forte, che discendeva dal cielo, coperto d'una nuvola, ed avea sul capo

l'iride, e la sua faccia era come il sole e i suoi piedi come colonne di fuoco. Egli teneva in mano un

piccolo libro aperto, e posò il suo piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, e gridò ad alta voce,

qual rugge un leone. Tosto i sette tuoni misero fuori le loro voci. Or quando i sette tuoni ebbero

dato fuori le loro voci, io stava per iscrivere; ma udii una voce dal cielo, la quale mi disse: Sigilla

quello che hanno detto i sette tuoni e non lo scrivere.

"E l'angelo ch'io vedeva ritto sul mare e sulla terra, alzò la mano destra al cielo, e giurò per Colui

"che vive ne' secoli dei secoli, che creò il cielo, e ciò ch'esso contiene; e la terra, e quanto in essa

contiensi; e il mare, e ciò ch'esso rinchiude: che non saravvi più tempo;(4) ma che nei giorni del

parlare del settimo angelo, quando comincierà a dar fiato alla tromba, sarà compito il mistero di

Dio, conforme annunziò pei profeti suoi servi.

"E udii la voce dal cielo che di nuovo mi parlava e diceva: "Va', e piglia il piccolo libro aperto nella

mano dell'angelo che posa sulla terra e sul mare". "Io andava dall'angelo per dirgli che mi desse il

piccolo libro. Ed ei mi rispose: "Prendilo e divoralo; esso sarà amaro al tuo ventre, ma alla tua

bocca sarà dolce come il miele". "Io presi dunque il piccolo libro dalla mano dell'Angelo e lo

divorai, ed era alla mia bocca dolce come il miele; ma divorato che l'ebbi, il mio ventre ne fu pieno

di amarezza. Allora mi fu detto: "Fa d'uopo che tu profetizzi di bel nuovo a genti e a popoli, a

linguaggi e a molti re"".

Allorché l'Apostolo disse qui: "Io vidi un altro angelo", egli non vuol più parlare di angeli decaduti,

poiché mostra questo discendente dal cielo. Vi è qui l'annunzio d'un intervento di Dio a favore della

sua Chiesa. Questo soccorso sarà potente, perché l'angelo porta il titolo di "forte".

Questa espressione non si trova che in tre luoghi dell'Apocalisse, e sempre in circostanze in cui,

secondo il testo, Dio agisce o si prepara ad agire in una maniera particolare contro Satana e contro

le opere sue (Ap. V, 2 e XVIII, 21).

D'altronde è da notare che l'Angelo il quale fu il messaggero dell'Incarnazione, il più potente, il più

ammirabile intervento di Dio a favore del genere umano, è chiamato Gabriele, che è quanto dire

Virtù di Dio. Noi dunque possiamo credere che quello che è indicato qui dover accadere in un certo

momento della sesta età, sarà un'azione forte e straordinaria contro i nemici della Chiesa.

A questo titolo di "forte", l'Apostolo aggiunge la descrizione degli attributi sotto i quali l'angelo si

presenta. Egli è rivestito di una nube che lascia scoperta la faccia, le mani, le gambe ed i piedi.

Nella Bibbia, la nube nasconde la maestà divina agli sguardi degli uomini. Fa egli mestieri

conchiudere che in questo intervento Dio in parte si nasconderebbe? Sarebbe questa un'azione

divina ben distinta, ma che non uscirebbe dall'ordine provvidenziale. Dio agirebbe non

miracolosamente, ma sotto il velo degli avvenimenti in guisa però che il suo intervento fosse

evidente.

Un'iride era sul capo dell'angelo. L'iride è simbolo della pace e della misericordia; l'angelo che se ne

mostra coronato, annunzia la fine delle prove e dei castighi.

La sua faccia era come il sole e i suoi piedi come colonne di fuoco. Il suo messaggio sarebbe

adunque un messaggio di luce. Egli porterebbe agli uomini la luce-divina: la verità tanto oscurata,

tanto sfigurata nel corso di questa età, splenderebbe come il sole, e s'imporrebbe a tutti. Ecco quello

che sembrano dire di primo acchito i primi versetti di questo capo (X) decimo. Ma vi si possono

vedere anche altre cose.

La nube non è soltanto il simbolo d'una operazione divina velata; i santi Padri nei loro Commentari,

ne fanno altresì la figura profetica di Maria. Essi applicano alla Santissima Vergine quello che è

detto nel terzo libro dei Re (cap. XVIII, v. 44): "Ecco che apparve una piccolissima nube elevantesi

dal mare". Ora nella visione di S. Giovanni la nube porta l'iride.

È dunque per mezzo di Maria che ci verrà, in mezzo alla desolazione della sesta età, la certezza

della misericordia e il pegno della pace. Difatti, la definizione del dogma dell'Immacolata

Concezione non ha essa diffuso la speranza in tutti i cuori, e Maria non è venuta nell'oscuro periodo

di questa età a dire a Parigi, alla Salette, a Lourdes, a Pontmain: Non temete, io sono con voi ed

intercedo per voi? Nel 1830 Ella fece la sua prima manifestazione, venne a darci la medaglia

miracolosa, cioè nel momento stesso in cui la framassoneria, essendosi riorganizzata, tramava per

mezzo dell'Alta Vendita le sue più nere cospirazioni.

La nube e l'iride non sono i soli oggetti sui quali l'Apostolo chiama la nostra attenzione e per mezzo

dei quali annunzia la venuta d'un aiuto divino.

L'angelo, ei dice, teneva in mano un piccolo libro aperto. Un libro aperto è un libro la cui lettura, o

la composizione è cominciata e non è finita. È quindi un libro che non è misterioso, la cui apertura

indica che esso è accessibile a tutti. Che cosa ci annunzia questo libro? Il P. Holzhauser, che

pubblicò un'interpretazione dell'Apocalisse assai autorevole, dice che questo piccolo libro in mano

dell'angelo era la profezia del più grande e dell'ultimo dei concilii e che questo concilio si terrebbe

nella sesta età. Essa era scritta verso il 1650, più di due secoli avanti l'apertura del Concilio

Vaticano. Il Venerabile aggiunse che questo concilio si sarebbe trovato in faccia al più profondo

degli errori, l'ateismo, il che lo metterebbe nella necessità di condannarlo. Il protestantismo non

faceva allora che portar le sue negazioni e le sue proteste contro la Chiesa e contro alcuni de' suoi

dogmi, ma non contro il dogma fondamentale, l'esistenza di Dio. Oggi l'ateismo si professa non più

soltanto da qualche individuo, ma da tutta la setta e dallo Stato medesimo.

Cosa assai singolare, l'anticoncilio tenuto a Napoli nel 1869, come una provocazione al Concilio

Vaticano, aperto in quel medesimo anno, fece questa dichiarazione: "Considerando che l'idea di Dio

è la sorgente e il sostegno di ogni dispotismo e d'ogni iniquità, considerando che la religione

cattolica è la più completa e la più terribile personificazione di quest'idea ..., i liberi pensatori si

assumono l'obbligo di lavorare all'abolizione pronta e radicale del cattolicismo".

Dal canto suo il Concilio Vaticano si trovò nella necessità di mettere nella luce più viva l'idea di

Dio e di circondarla di tutte le sue prove teologiche ed anche filosofiche. Il che fece nella
costituzione Dei Filius.(5)


Vi sono altre cose degne d'attenzione.

"L'angelo posò il piede destro sul mare e il piede sinistro sulla terra". In tal guisa si stabilì su tutto

l'universo. I suoi piedi che ne prendono possesso, brillano dello splendore del fuoco: vale a dire che

nella sesta età verrà un momento in cui la luce della verità splenderà su tutta la superficie del globo,

e per un certo tempo lo soggetterà al suo impero.

Come e per quali mezzi le vie saranno preparate ad un cangiamento sì meraviglioso? Un'altra

azione simbolica dell'angelo ce lo fa conoscere. "Egli mandò fuori un grido forte, come un leone

che rugge. Tosto sette tuoni diedero la loro voce". Quando nell'Antico Testamento si dice che il

Signore ruggisce come un leone (Ierem. XXV, 30; vedasi pure: Ioel, III, 16, ecc.), gl'interpreti

s'accordano nel riconoscere che queste espressioni significano che Dio esercita una terribile

vendetta. L'atto simbolico dell'angelo annunzierebbe adunque che alla fine della sesta età, il Signore

colpirà i nemici della Chiesa con punizioni spaventevoli. Senza dubbio che avvenimenti politici e

sociali, che ormai anche troppo si preveggono, accompagnati da altri fatti, che i sapienti del secolo

non avranno potuto prevedere, verranno a contrariare i loro calcoli e rompere le loro trame; e quindi

rovesciare il piano dei nemici della Chiesa, ridurli all'impotenza e ad atterrarli. Gli uomini vedranno

che questi fatti calamitosi sono le conseguenze dei principii e delle pratiche della setta e se ne

staccheranno. La verità si farà strada nelle intelligenze; si vedrà, si comprenderà che la sola Chiesa

cattolica possiede la sapienza divina per conservare in pace le società e dirigerle.


Ai ruggiti dell'angelo fecero eco le voci dei sette tuoni. L'abate Drach osserva qui (Ap., pag. 106)

che santa Brigida ebbe la confidenza di chiedere a Dio quello che avevano detto i sette tuoni, e le fu

risposto che avevano fatto le più terribili minacce contro i persecutori della Chiesa.(6)

Ma il Signore non colpirà la setta fino alla completa distruzione; Egli non distruggerà intieramente

la città del male, la cui rovina definitiva non deve accadere che più tardi, dopo i giorni

dell'Anticristo. Ciò sembra risultare dai versetti seguenti: "E quando i tuoni ebbero fatto udire le

loro voci, io andava a scrivere, ma intesi una voce dal cielo che diceva: "Sigilla le parole dei sette

tuoni e non le scrivere"". L'ordine di suggellarle non vuol dire che non si eseguiranno, ma che sono
tenute sospese e si adempiranno più tardi. Sono forse le sette ultime piaghe, plagas novissimas,


colle quali Dio punirà gli uomini della settima età e comincierà la distruzione definitiva della città

del male.
Note:

(1) Pseudonimo. È dal suo libro Framassoni ed Ebrei (sesta età della Chiesa, secondo l'Apocalisse)


che abbiamo tolto la maggior parte delle idee qui espresse.
(2) Nel libro dei Proverbi lo Spirito Santo disse: "Vir impius fodit malum et in labiis eius ignis

exardescit (XX, 27). L'empio, per fare il male, si prende la pena di colui che scava la terra, e sulle


sue labbra havvi un fuoco ardente". Un commentatore, Rodolfo Bayne, spiega così questo passo

della Scrittura: "Per l'uomo empio intendiamo l'apostata e l'eretico che si travaglia molto nel campo
delle Scritture, e che accende colle sue labbra il fuoco delle divisioni religiose, ovverosia il fuoco


dell'empietà".

(3) Se crediamo all'ab. P. Martin, la Caldea sarebbe anche ai nostri giorni un centro d'onde la

Cabala si estende fino in Europa. Popolazioni nomadi chiamati Iesidi (Iesidi è nel linguaggio turco

il nome del diavolo) o Schamanites, che hanno un culto e una religione cabalistica e satanica,

abitano questa contrada. Esse si estenderebbero nella Mesopotamia, nella Media, nel Kurdistan e

nei monti Sindier. La loro popolazione giungerebbe a più milioni (La Caldea, Saggio storico per

l'ab. P. Martin, cappellano di S. Luigi dei Francesi, Roma, 1867).

M. Gougenot des Mousseaux disse pure: "La massoneria cabalistica ha ancora uno de' suoi centri e

forse il suo centro primitivo nella Caldea, paese natale della Cabala. La Cabala, molto anteriore al

popolo ebreo, fu accolta da loro quando si diedero al culto pubblico delle divinità della Caldea (IV
Reg. cap. XXIII). Fin d'allora, essa s'infiltrò nei loro libri dottrinari e si radicò nei loro costumi. I


Talmudisti hanno rinnovato questa Cabala". "Essi ce l'insegnano - dice il prof. Limagia, Eliphaz

Lévi - dopo averne ricevuto il deposito dai Caldei Sabeisti, derivati da Cham, e che, secondo

un'opinione molto accreditata nella scienza (magica), erano gli eredi della dottrina dei figli di

Caino".
(4) Si traduce ordinariamente: "non vi sarà più tempo". La parola greca tradotta per tempus é il

sostantivo crouoj. Questa parola non ha il significato di tempo opposto all'eternità, essa vuol dire


"lunghezza di tempo" e per conseguenza "ritardo". Non saravvi più ritardo. Se si dovesse intendere

diversamente, il versetto 6 direbbe che il tempo è finito, e il versetto 7 annunzierebbe che vi sono

ancora dei "giorni" durante i quali Dio compirà la profezia.


(5) Se l'interpretazione del P. Holzhauser è esatta - e sembra che non abbia potuto essergli suggerita

che da un lume profetico - noi avremmo qui, come osserva De Saint-André, una data storica e un

punto di riscontro per l'interpretazione di questa parte dell'Apocalisse. Il secondo versetto del capo

X annunzia un fatto che dev'essere inscritto per gli anni 1869 e seguenti. Di qui risulterebbe che la

seconda visione della sesta tromba, dove si trova questo versetto, riguarda il nostro tempo, e che la

prima visione di questa medesima tromba altresì gli appartiene; e fin d'allora la grande eresia dei

nostri giorni, l'eresia massonica è simbolicamente predetta nell'orribile esercito equestre radunato

dai quattro demoni dell'Eufrate.
(6) Rivel. di S. Brigida, lib. VI e X.

domenica 2 novembre 2014

[INDULGENZE PER I DEFUNTI] Normativa generale e per il mese di Novembre

Purgatory
 
Condizioni per l’Indulgenza Plenaria 

1 – Adempiere l’opera prescritta, con l’intenzione (almeno abituale e generale) di guadagnare l’indulgenza.
2 – Confessione e comunione (anche nella settimana che precede o segue l’opera prescritta).
3 – Visita, se richiesta, di una Chiesa o Oratorio pubblico; si può fare dal mezzogiorno del giorno precedente.
4 – Pregare in qualunque modo, secondo le intenzioni dei Sommi Pontefici, cioè:
Esaltazione della Fede;
Estirpazione delle eresie;
Conversione dei peccatori;
Pace tra i principi cristiani.
5 – Essere in stato di grazia.
I - Tutto l’anno
1 - Requiem æternam… : 300 giorni o.v. (ogni volta)
2 - Pie Jesu Domine, dona eis requiem sempiternam: 300 giorni o.v.
3 - Mattutino e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 7 anni, Plenaria se durante un mese. CC
4 - Un Notturno e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 5 anni, Plenaria se durante un mese. CC
5 - Vespro dell’Ufficio dei Morti anni: 5 anni.
6 - De profundis: 3 anni [5 durante il mese di Novembre], Plenaria se durante un mese. CC
7 - Pater- Ave- Requiem: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
8 - Miserere: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
9 - Dies Iræ: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
10 – Visita di un cimitero, con qualunque orazione, anche mentale, per i defunti: 7 anni.
11 – Recita di qualunque orazione o esercizio di pietà per i defunti con l’intenzione di proseguire durante 7 o 9 giorni successivi: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se durante 7 o 9 giorni successivi alle consuete condizioni.

II - Mese di novembre
Qualunque orazione o esercizio di pietà in suffragio dei defunti: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se ogni giorno del mese, alle consuete condizioni.
III - Durante l’Ottava della Commemorazione dei defunti
(dal 2 al 9 Novembre), Indulgenza Plenaria per la visita a un cimitero con un’orazione qualunque, anche mentale, per i defunti. Una volta al giorno alle consuete condizioni.
IV - Il 2 novembre e la Domenica successiva
(dunque nell’Ottava) Indulgenza Plenaria per la visita di una chiesa o oratorio pubblico recitando 6 Pater-Ave-Gloria. Ogni volta.
V - Per i fedeli che hanno fatto l’Atto eroico di carità per le anime del Purgatorio,
Indulgenza Plenaria, alle consuete condizioni:
- tutto l’anno ad ogni comunione fatta in una chiesa o oratorio pubblico.
- ogni lunedì - e, se non si può, la domenica successiva - nell’assistere ad una Messa per le anime del Purgatorio.
- Per i sacerdoti che hanno fatto l’Atto eroico di carità, altare privilegiato.
Note CC = Consuete condizioni o.v. = ogni volta
Tratto da: Enchiridion indulgentiarum, Poliglotte Vaticane 1950

Fonte: www.sodalitium.it

sabato 1 novembre 2014

L'Impero degli Asburgo: suoi principali errori politici (Parte Quarta)



Governo di Francesco II , fine del Sacro Romano Impero e Congresso di Vienna



File:Johann Zoffany 006.jpg
Francesco nel 1775.
Francesco Giuseppe Carlo Giovanni nacque a Firenze il 12 febbraio 1768, secondo figlio e primo maschio dell'allora Granduca di Toscana Pietro Leopoldo I , successivamente Imperatore del Sacro Romano Impero Leopoldo II, e di Maria Ludovica di Borbone-Spagna.  Nel 1784 lo zio di Francesco, l'Imperatore Giuseppe II pretese che questi completasse la sua formazione presso di lui a Vienna affermando che Francesco apparteneva alla Monarchia asburgica e non al Granducato di Toscana. Nell’ottava guerra contro il Turco (1788 – 1791) il giovane Francesco fu spedito al fronte per volontà dello zio. Dopo la morte di quest’ultimo, il padre di Francesco, Leopoldo, gli successe come erede asburgico e come imperatore, però, come abbiamo visto,  gli furono concessi solo un paio di anni di governo quale Sacro Romano Imperatore.
Nel 1792 Francesco, molto prima di quanto si aspettasse, divenne Re di Ungheria e Boemia e signore dei domini della monarchia asburgica. Dopo che il 6 giugno era già stato incoronato Re in Buda, e poco dopo Francesco veniva incoronato Sacro Romano Imperatore nel duomo di Francoforte con il nome di Francesco II .
Seguì poi il 9 agosto l’incoronazione di Re di Boemia a Praga, ma sui festeggiamenti per l’incoronazione gravò l’ombra della dichiarazione di guerra da parte della Francia rivoluzionaria  (20 aprile 1792), che diede inizio alla Guerra della Prima coalizione, che si protrasse fino al 1797 e che al termine comportò per la Corona Imperiale la perdita definitiva dei Paesi Bassi ma contemporaneamente l’acquisizione della decaduta Repubblica  di Venezia e dei suoi territori, dell'Istria e della Dalmazia (Trattato di Campoformio, 17 ottobre 1797). Da quel momento il destino di Francesco II fu indissolubilmente legato alla minaccia rappresentata da Napoleone Bonaparte.

Francesco II nelle vesti di Sacro Romano Imperatore
Francesco II del Sacro Romano Impero
La guerra della Seconda coalizione (1799-1801), dopo i primi successi in Italia, dovuti anche all’intervento delle truppe russe del generale Alessandro Suvorov, si risolse in una disfatta e con il trattato di Lunéville (1801), la Corona asburgica perse tutti i suoi domini sulla riva sinistra del Reno, con la formale rinuncia, che rappresentò uno dei tanti errori di la da venire ,  a qualsiasi pretesa futura da parte del Sacro Romano Impero su questi territori.
La guerra della Terza coalizione (1805) vide la perdita dell'area  Lombardo-Veneta da parte dell'Impero a favore della Francia bonapartista . L’11 agosto 1804 Francesco II, con una nefasta decisione , aveva proclamato l’Impero d'Austria, rinunciando di fatto all’attribuzione di Imperatore dei Romani (cosa che avvenne formalmente due anni dopo), ponendosi così allo stesso livello dell'usurpatore Napoleone, che pochi mesi prima aveva proclamato, o per meglio dire si era inventato , l’"impero di Francia".


Bisogna considerare anche il fatto che , dopo i nefasti cambiamenti avvenuti nel collegio dei Principi elettori a seguito delle decisioni della Deputazione del Reich (ad esempio, la non casuale abolizione dei Principati Cattolici di Colonia e di Treviri e l’aggiunta dei Principati del Baden, del Württemberg e dell'Assia), la prossima scelta di un Asburgo come Imperatore a seguito di una sua eventuale morte improvvisa sarebbe risultata piuttosto problematica. Il riconoscimento di questo titolo imperiale era effettivamente problematico in un'Europa avvolta dal cancro Rivoluzionario , ma quello di imperatore d’Austria fu in breve tempo riconosciuto da tutti gli stati di quel mondo moralmente decadente. L’abolizione del titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero ebbe luogo formalmente solo nel 1806 , e Francesco II del Sacro Romano Impero divenne Francesco I d'Austria, una pallida ombra del glorioso passato.


Napoleone Bonaparte
La firma del trattato di Presburgo, firmata il 26 dicembre 1805 nella città omonima (l'odierna Bratislava), stipulato tra l'imperatore Francesco I d'Austria e Napoleone Bonaparte e che rappresentò l'evento conclusivo della guerra della terza coalizione, oltre alle clausole che stabilivano pace ed amicizia e la ritirata austriaca dalla Terza Coalizione, il trattato sottrasse all'Austria diversi ed importanti territori europei, che passarono sotto il controllo degli alleati della Francia: la contea del Tirolo e il Vorarlberg furono cedute alla Baviera, Costanza e la Brisgovia al Baden, mentre il resto dell'Austria Anteriore venne spartito tra Baden e Württemberg. Il Veneto, Gorizia, l'enclave di Monfalcone (poi riceduta all'Austria nel 1807 a seguito della Convenzione di Fontainebleau), l'Istria, la Dalmazia e Cattaro - che erano state acquisite dall'Austria nel 1797 in seguito al trattato di Campoformio e riconfermate nel 1801 dal trattato di Lunéville - furono cedute al napoleonico Regno d'Italia . La libera città di Augusta fu infine assegnata alla Baviera. Un ultimo punto del trattato prevedeva infine un'indennità di 40 milioni di franchi da versare alla Francia.
In compenso, l'Austria ottenne il principato di Salisburgo (corrispondente all'attuale Salisburghese e già retto da un principe-arcivescovo), così come Berchtesgaden.
Il trattato segnò la fine effettiva (dopo 1006 anni) del Sacro Romano Impero e come detto precedentemente a Francesco II rimase il titolo di Francesco I d'Austria. Oltre a dover rinunciare alle rivendicazioni sugli stati tedeschi senza eccezione, l'Austria fu obbligata a riconoscere Napoleone come imperatore ed a riconoscere la sovranità dei nuovi re di Baviera e del Württemberg, nonché del granduca del Baden. Inoltre dovette dare il suo assenso preventivo alla costituzione della Confederazione del Reno, un nuovo stato fittizio creato da Napoleone grazie all'alleanza tra vari principi tedeschi.
La Santa Sede rifiutò di considerare valida l'abdicazione di Francesco II , avvenuta senza consenso papale. Tuttavia dopo la morte dell'Imperatore , avvenuta nel 1834, fu sollevata la questione di come si dovessero mutare le orazioni per l'Imperatore Romano contenute nel Messale per il Venerdì e Sabato Santo. Due decreti della Sacra Congregazione dei Riti (n. 2800 del 31 agosto 1839 e n. 3103 del 27 settembre 1860) ordinarono di lasciare intatte le preghiere, ma di aggiungere una rubrica che dichiarasse che erano ormai da omettere del tutto.



Ricapitolando: la Rivoluzione Francese riaccese, ancora una volta, i conflitti fra la Francia ed il Sacro Romano Impero, conflitti che durarono fino all'Impero napoleonico. Toccò a Napoleone, fra altri meriti funesti, quello di liquidare il Sacro Impero.
Il Sacro Romano Impero dal 962 al 1806.
 Nel dicembre del 1805, Napoleone sconfisse l'esercito austro-russo ad Austerlitz, nella famosa battaglia dei tre imperatori. L'anno successivo, "obbligò" Francesco II a rinunciare al titolo di Sacro Romano Imperatore, conservando solo quello di Imperatore d'Austria. Così finì il Sacro Romano Impero Germanico, che aveva avuto gloriosa origine nelle grandi gesta di Carlo Magno, e che aveva segnato in modo profondo la vita della Cristianità.
 
Francesco I , nel 1809, approfittando degli impegni militari di Napoleone in Spagna dove la popolazione si ribellava in nome della Corona legittima e di Dio , dichiarò ancora una volta guerra alla Francia ma il precipitoso ritorno di quest'ultimo nel nord Europa e la sconfitta inflittagli dalla Grande Armée ad Wagram lo spinsero a firmare  la Pace di Schönbrunn, con la quale perse, a favore della Francia, la fedele città di Trieste e le Province illiriche. Il matrimonio della figlia Maria Luisa con il Bonaparte, avvenuto l'anno successivo, con la quale Napoleone cercava di legittimarsi,  sancì un'alleanza apparentemente stabile fra i due Imperi tanto diversi tra loro :  uno, l'Austria, legittimo e che avrebbe dovuto combattere i nemici del Trono e dell'Altare,    e l'altro,  l'"impero bonapartista", , illegittimo e figlio della Rivoluzione  che durò fino al 1813 quando, dopo la disastrosa campagna di Russia , l’Austria ruppe l’alleanza con la Francia schierandosi con i precedenti alleati: Inghilterra, Prussia e Russia.



Dopo la sconfitta del Bonaparte , le Potenze vincitrici si riunirono a Vienna in Congresso finalizzato alla Restaurazione d'Europa , ma le cose non andarono come avrebbero dovuto.
Il Congresso di Vienna (1814), contaminato da elementi della setta e dagli ideali settari,  e la disfatta definitiva di Napoleone a Waterloo restituirono a Francesco I d’Austria gran parte dei territori perduti negli ultimi quindici anni.
 I 300 Stati che formavano il Sacro Romano Impero, dal Congresso di Vienna ridotti a 38, divennero la Confederazione Germanica, sotto la presidenza dell'Austria. Il vice-presidente della Confederazione era il protestante Re di Prussia.


Nonostante la vittoria su Napoleone, il Sacro Romano Impero non fu restaurato! I sostenitori dell'Austria pretendevano di unificare tutte le popolazioni germaniche nella cosiddetta Grande Germania. I sostenitori della Prussia, a loro volta, preferivano costituire la cosiddetta Piccola Germania, dalla quale la Cattolica Austria sarebbe stata esclusa.
A partire dal 1818, per iniziativa della protestante Prussia, si cominciarono ad abolire tutte le tasse doganali fra gli Stati tedeschi, costituendo l'unione doganale detta di Zollverein. Questa unione portò ad essi grandi vantaggi economici, e servì da base per la futura e deleteria unificazione politica. L'Austria, appoggiata dagli Stati tedeschi del sud, di formazione Cattolica, tentò svariate volte di entrare nello Zollverein, ma fu sempre ostacolata dalla Prussia, che contava sull'appoggio degli Stati del nord, di formazione protestante. L'esclusione della Cattolica Austria provocò un ulteriore e marcata diminuzione della sua influenza sugli Stati germanici a beneficio dell'ambiziosa Prussia.



File:Francis II, Holy Roman Emperor by Friedrich von Amerling 003.jpg
Francesco I d'Austria
A tutti i sovrani più influenti del Congresso di Vienna entrava certamente innanzi l'imperatore Francesco I d'Austria, in quanto ad ortodossia e religiosità personale, ed a sentimenti d'inflessibile giustizia. Egli poi aveva inoltre il vantaggio di avere al suo fianco l'uomo allora più celebrato per accortezza e valore intellettuale, che vantasse la diplomazia di tutta l'Europa. Ma se era vero, che sovrano e ministro detestavano la setta massonica, e che sino dal 1801 il libero muratore era per decreto imperiale escluso dagl'impieghi governativi, tuttavia il sistema religioso onde l'impero governavasi, non era se non il frutto delle istituzioni di Giuseppe II, il quale avevale create con vero spirito massonico. E d'altra parte i dicasteri governativi abbondavano in Vienna ed in Milano di aggregati apertamente o di nascosto alla massoneria .
Nemmeno a Francesco I  e al  Metternich potevano riuscire gradite le norme emanate da S.S. Pio VII, onde la Sede Apostolica e il governo di Roma intendevano governare la Chiesa ed il principato romano, ed insieme presentare un esempio, secondo il quale giudicavano doversi Restaurare la morale e la politica cristiana presso tutti i governi d'Europa.
Ma il governo viennese, come gli altri , non l'intesero; e mentre la tempesta rumoreggiava vicina, minacciando di travolgere tutto in una seconda fiumana, il governo asburgico e gli altri del Congresso si facevano a rimproverare al Papa l'uso appunto di quelle provvidenze, le quali erano ordinate invece ad allontanare nuovi pericoli e danni da Roma e da tutta Europa.
Ma i saggi consigli non vennero ascoltati.


Principe di Metternich
Klemens von Metternich.
La storica reputazione  di Francesco I come Imperatore dei molteplici popoli che formavano l'impero asburgico è inscindibilmente legata al nome del grande  Klemens von Metternich, che dal 1809 in avanti si trovò a ricoprire le più alte cariche dello stato e che esercitò di fatto il corrispondente potere politico, mentre l'imperatore  esercitava una funzione meramente rappresentativa dei suoi poteri.
Ciò nondimeno Francesco I era conscio della propria investitura per grazia divina e rifiutava tutto quello che poteva indicare una direzione verso l'astratta sovranità popolare; ma continuò ad esercitare una forma monarchica assoluta in linea con quella del padre e dello zio anche se , a differenza dei due predecessori , non appoggiò ne si affilio alla massoneria ma lotto contro di essa , anche se in maniera insufficiente , e contro la rete di sette che in tutto l'Impero minacciavano la quiete pubblica .
Il sistema di Metternich e di Francesco I , condizionato soprattutto dagli eventi francesi del 1830 (Rivoluzione di Luglio),  i quali vennero gestiti malissimo dal governo viennese , fu improntato ad un rigido e inutile  conservatorismo che non rappresentava nessuna soluzione alla minaccia settaria ma significava soltanto mantenere delle apparenze geopolitiche legittime infettate dalla stessa rivoluzione. Tuttavia né Metternich né Francesco I , nella gestione della polizia e delle operazioni anti massoniche e anti rivoluzionarie ,  erano minimamente paragonabili per durezza ed efferatezza, a quanto si verificò in Francia durante il Terrore  o sotto l'impero di Napoleone "I". A questo proposito, va ricordato il celebre Processo Maroncelli Pellico et alli del 1821: dopo che il tribunale ebbe emanato la sentenza e pronunciato la condanna a morte dei principali imputati  i quali erano affiliati alla setta , l'Imperatore firmò invece un provvedimento con cui commutava le pene in altre più lievi:  Piero Maroncelli veniva condannato a venti anni di carcere duro, Silvio Pellico a quindici. Col senno di poi, avrebbero dovuto gestire le cose in modo assai più severo.
Personalmente, Francesco I è da considerare  un " sovrano tendente alle usanza borghesi" . In molte rappresentazioni non lo si vede solo in abbigliamento ufficiale ma spesso lo si vede in frac come un normale borghese. Anche nei ritratti della famiglia asburgica si ritrova il suo tratto di semplicità e familiarità. L'ideale culturale della borghesia si impose anche alla persona dell’imperatore in misura maggiore che alla sua politica, ma ciò bastò a screditarne l'immagine e l'autorevolezza.
Francesco I morì  il 2 marzo 1835 a Vienna. Il suo governo venne caratterizzato da continui compromessi volti alla salvaguardia della Corona, mentre la difesa   della Fede venne tralasciata.
Alla sua morte la dignità imperiale passò al figlio più anziano, Ferdinando, che venne  affiancato da  un consiglio dei ministri appositamente scelto da Francesco I .


Governo di Ferdinando I e la Rivoluzione del 1848



Ferdinando nel 1793
Sin dalla propria gioventù, Ferdinando ebbe una costituzione debole, soffrendo di epilessia e idrocefalo, il che non gli consentì di avere un'educazione appropriata al ruolo che avrebbe un giorno dovuto ricoprire. I suoi studi favoriti, ad ogni modo, furono l'araldica e lo studio delle tecnologie, oltre all'agricoltura che prediligeva largamente.
Nell'aprile del 1802 la sua educazione venne affidata al tutore Francesco Maria Carnea Steffaneo, il quale tentò di avvicinarsi notevolmente alla personalità del bambino, acculturandolo notevolmente. La madre Maria Teresa, ad ogni modo, non si curò mai eccessivamente del piccolo e finì per relegarlo nelle mani di governanti e dame del suo seguito. La prima misura adottata dalla sua matrigna Maria Ludovica, poi, fu il licenziamento di gran parte degli insegnanti che seguivano Ferdinando ritenendo che essi fossero solo un'inutile spesa da sostenere nei confronti di "una causa persa".
All'età di 15 anni, Ferdinando prese come educatore, su proposta della matrigna, il Barone Joseph von Erberg, il quale contrariamente a quanto previsto lo educò però all'indipendenza dalla madre, insegnandogli anche se tardivamente a leggere ed a scrivere, oltre a cavalcare, danzare e lo introdusse allo studio del pianoforte. Successivamente si acculturò nelle arti militari, scientifiche e tecniche.
Egli prese confidenza con il consiglio di stato solo a partire dal 1829, ma per lo più escluso dalle decisioni di rilievo.
Il 28 settembre 1830, infine, avvenne la sua incoronazione ufficiale a Principe ereditario, anche se questo avrebbe significa la sua ascesa al Trono alla morte del padre, circostanza che fu oggetto di dispute a causa della sua personalità.
Nell'estate del 1832 scampò per poco ad un tentativo di assassinio da parte del Capitano e massone Franz Reindl.



File:Tominz Ferdinando I.jpg
Ferdinando I d'Austria
Dopo la morte di Francesco I, il 2 marzo 1835  Ferdinando ne fu il successore sul Trono imperiale, il che però diede ampio spazio al suo consiglio dei ministri che ebbe mano libera  data la sua scarsa capacità di imposizione.  Ferdinando I , a causa delle sue problematiche di salute e per via dell'educazione impartitagli , era  uno "spirito debole".
Malgrado questo, Ferdinando I aveva una buona conoscenza del suo Impero, come pochi alla sua epoca: egli conosceva cinque lingue, sapeva suonare due strumenti tipici ed era in grado di disegnare molto bene e la sua passione per l'agricoltura lo portarono a puntare a nuove riforme per questo campo.
I suoi consiglieri più fidati furono del resto suo fratello Francesco Carlo (padre del futuro imperatore Francesco Giuseppe I ), il ministro Metternich ed il Conte Franz Anton von Kolowrat-Liebsteinsky, che si dimostrò inaffidabile nel momento del bisogno, oltre all'Arciduca Luigi d'Asburgo-Lorena, suo zio.
Il 7 settembre 1836 egli ricevette ufficialmente anche la Corona di Boemia a Praga, atto che culminò con la donazione di 50.000 ducati per opere pubbliche e caritatevoli. Il giorno della sua incoronazione a Re del Regno Lombardo-Veneto (6 settembre 1838) promulgò un'amnistia generale per tutti i reati politici nelle province del Regno.
Ferdinando I aveva inoltre sposato Maria Anna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I, che mantenne sempre stretti contatti col suo paese d'origine e con le sorelle: Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), Duchessa di Modena; Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie   e Maria Teresa di Savoia (1803-1879) Duchessa di Lucca e poi di Parma. La coppia imperiale non ebbe figli.
Era il 1848, e le braci preparate negli anni precedenti e disposte dal Congresso massonico  di Strasburgo dell'anno precedente scatenavano l'incendio rivoluzionario che colpì tutta Europa e l'Impero d'Austria. Gli  animi corrotti di una parte dei "colti ceti" scatenarono il caos in tutto l'Impero; gli obbiettivi primari dei sovversivi erano di eliminare il governo dell'Imperatore Ferdinando I d'Austria e soprattutto del Cancelliere Klemens von Metternich, il quale si proponeva come leader dell'antinazionalismo e dell'antisettarismo.
I vari gruppi nazional-settari dell'Impero austriaco, volevano sovvertire l'ordine legittimo e creare stati indipendenti dall'Impero asburgico; questo sentimento era onnipresente soprattutto tra i rivoluzionari ungheresi. Nella penisola italiana la setta odiava il governo asburgico in quanto esso rappresentava l'ostacolo primario ai loro loschi fini.

La barbara impiccagione del  ministro della guerra
 Theodor Graf Baillet de Latour.
A Vienna una folla di studenti universitari protestarono chiedendo un governo più liberale, la cacciata di Metternich dalla Cancelleria imperiale e una costituzione, questi si accalcarono intorno alla statua equestre di Giuseppe II e da lì circondarono la Hofburg, ponendola sotto un vero e proprio assedio. La famiglia Imperiale insieme all'Imperatore Ferdinando si mise al sicuro a Innsbruck, lasciando tutto in mano all'esercito ed ai ministri, che dapprima tentarono di placare i rivoltosi e poi dopo le prime rappresaglie dei radicali  in parte ripiegò  dalla città, e in parte si scontrò con i sediziosi .

Visto il disordine perpetuo causato dai sovversivi , venne affidato il compito di sopprimere la rivolta a Vienna al Generale, poi Feldmaresciallo Windisch-Graetz, assieme a lui marciò verso la capitale asburgica anche il bano di Croazia Jellacic con 40.000 uomini. Nella città in preda alle barbaria  veniva dato fuoco agli edifici che simboleggiavano il potere imperiale , venne anche linciato e impiccato a un lampione il ministro della guerra Theodor Graf Baillet de Latour.


Franz Anton von Kolowrat-Liebsteinsky
L'infiltrato della Rivoluzione all'interno del governo , messo in tal posizione di spicco da Francesco I , che acquisì vantaggio dalla divampata Rivoluzione era il Conte Franz Anton von Kolowrat-Liebsteinsky.  Moderato liberale, oppositore del Principe Metternich e della sua politica fin dal Congresso di Vienna,  Kolowrat fu uno dei membri del consiglio di reggenza per l'Imperatore Ferdinando I d'Austria dal 1835 al 1848.
Alla morte dell'Imperatore Francesco I d'Austria nel 1835, egli fu tra i promotori della salita al trono del figlio di questi, Ferdinando il quale era stato da lui educato proprio agli ideali liberali. Nominato membro del consiglio di reggenza, dovette però qui confrontarsi con il cancelliere imperiale Metternich col quale, come già accennato in precedenza , era in netto contrasto già dall'epoca del Congresso di Vienna.
Allo scoppio della Rivoluzione del marzo del 1848 che coinvolse Vienna ed altre importanti città dell'Impero austriaco, nonostante la politica conservatrice del Metternich godeva di forte sostegno all'interno del governo , egli, grazie appunto alla Rivoluzione ,  venne nominato in tal guisa Primo Ministro dell'Impero austriaco, il primo di spirito costituzionale, e resse questo incarico dal 20 marzo al 19 aprile 1848. Egli, in odor di massoneria, contribuì a creare ulteriore disordine in una situazione già caotica per il governo imperiale; tutto ciò per brama di potere. Egli fu il vero responsabile della cacciata del Metternich da Vienna.

Nel 1849 la città di Vienna in mano ai rivoluzionari venne messa sotto assedio e i circa 200 cannoni aprirono il fuoco , una volta aperta una breccia nelle difese dei ribelli, l'esercito imperiale riuscì facilmente a sbaragliare i rimanenti sovversivi che si erano arroccati dietro le barricate (costruite dagli stessi ribelli durante l'occupazione della città).


Francesco Giuseppe I d'Austria
Intanto la famiglia reale si spostò da Innsbruck in Boemia dove venne radunata una Camera dei Primi ministri, presieduta dal futuro Cancelliere Philiph Schwarzemberg che aveva il compito di creare una costituzione. Quando questa venne ufficializzata su tutte le terre asburgiche nello stesso 1849, in Ungheria venne proclamata l'indipendenza sotto la guida del settario Kossuth, poiché la Costituzione privava i nobili ungheresi e soprattutto l'Ungheria in sé dei suoi antichi privilegi (rimasti intatti dal medioevo), facendola diventare una semplice regione dell'Impero . La guida dell'esercito venne tolta a Windisch-Graetz e venne affidata al generale Wesel, che assieme a Jellacic marciò su Pest, subendo però gravi sconfitte, che portarono le forze imperiali in svantaggio.
Intanto, Ferdinando I , da sempre emarginato in politica e manovrato nelle decisioni, abdicò in favore del giovane nipote Francesco Giuseppe, figlio di suo fratello.


Nicola I
Nicola I di Russia
L'Impero d'Austria però come membro della Santa Alleanza, poteva chiedere aiuto all'Impero Russo e il Regno di Prussia, poiché la Prussia era anch'essa impegnata a sopprimere ribellioni in Sassonia e nel Baden, il nuovo Imperatore Francesco Giuseppe I chiese aiuto allo Zar di tutte le Russie, Nicola I accettò di avanzare verso la sponda sinistra del Danubio, annientando ben presto l'esigua resistenza dell'esercito rivoluzionario magiaro. L'esercito russo riuscì assieme agli austriaci che avanzavano da Ovest a sconfiggere l'Ungheria rivoluzionaria. L'errore politico che il governo di Vienna commise fu quello di rendere da quel momento l'Ungheria una semplice regione dell'Impero privandola delle sue precedenti larghe autonomie.
Gli anni successivi videro l'Austria riprendere le proprie posizioni sulla scena internazionale dopo il disastro del 1848-1849. Sotto la guida di Schwarzenberg, l'Austria fu in grado di arginare lo schema prussiano di creare una nuova Confederazione tedesca sotto la guida della Prussia stessa, dalla quale l'Austria sarebbe stata esclusa.



Fine Parte Quarta...


Fonte:

Konrad Kramar, Petra Stuiber: „Die schrulligen Habsburger – Marotten und Allüren eines Kaiserhauses“. Ueberreuter, 1999
Schimmer, "Ferdinand I.", Wien 1849
  • Holler Gerd, "Gerechtigkeit für Ferdinand. Österreichs gütiger Kaiser". Wien 1986
  • Weissensteiner Friedrich, "Die österreichischen Kaiserinnen", Piper 2005
  • Franz Herre, Francesco Giuseppe, Collana Le grandi biografie, Milano, Fabbri, 2000, pp. 516.


  • Scritto da:

    Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.

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    [Del grande disegnatore Conti, tratte dal volume "Cultura religiosa popolare"]