giovedì 1 settembre 2011

Enrico V, conte di Chambord (1820-1883): un principe al servizio della Contro-Rivoluzione.



di Massimo Introvigne

Gli studi e le pubblicazioni su Enrico V, conte di Chambord (1820-1883), si sono moltiplicati in questi ultimi anni, a mano a mano che sono esaminate e utilizzate le sue carte (una ventina di casse, che si credevamo perdute) emerse dall’Archivio di Stato di Lucca, dove erano state deposita...te dalla principessa Beatrice di Borbone Massimo (1874-1961), nipote del cugino – e secondo alcuni successore – di Enrico V, Giovanni III di Borbone (1822-1887). La principessa Beatrice aveva ereditato nel 1931 il castello di Frohsdorf, sito a 34 chilometri da Vienna, dove Enrico V aveva passato la maggior parte della sua vita. Il castello – che oggi appartiene alle Poste austriache – fu saccheggiato nel 1945 dall’Armata Rossa sovietica, ma non tutto è andato perduto e altri documenti, oltre a quelli di Lucca, stanno gradualmente emergendo.
Questi ritrovamenti hanno spinto alcune famiglie che detengono nei loro archivi privati documenti essenziali a metterli a loro volta a disposizione degli storici. Sulla base delle carte di Lucca Daniel de Montplaisir, storico che lavora presso l’Assemblea Nazionale francese, di religione protestante, ha prodotto una monumentale biografia di Enrico V, di 735 pagine: Le Comte de Chambord. Dernier roi de France (Perrin, Parigi 2008). Tra le trouvaille recenti, la più notevole è il diario di Enrico V, emerso da un archivio familiare e pubblicato dallo storico e giornalista Philippe Delorme come Journal du Comte de Chambord (1846-1883) - Carnets inédits (François-Xavier de Guibert, Parigi 2009). La seconda opera completa e illustra la prima – benché Montplaisir e Delorme siano divisi nelle simpatie dinastiche su chi siano oggi i legittimi successori al trono di Francia –, mentre non apporta grandi elementi complementari l’ulteriore biografia Le Comte de Chambord: Henri V di Georges Poisson (Pygmalion, Parigi 2009), caratterizzata da una notevole antipatia per il protagonista e per la causa cattolica alla cui difesa Enrico V consacrò tutta la vita. Va piuttosto segnalato come utile fonte aggiuntiva il sito www.comtedechambord.fr, che ha tra l’altro il merito di proporre le biografia anche dei più fedeli collaboratori negli anni dell’esilio.
Seguirò qui la biografia di Montplaisir – che non ha natura apologetica, dal momento che l’autore non condivide tutte le idee di Enrico V, ma che costituisce a mio avviso a tutt’oggi la migliore e più completa introduzione alla figura del principe – per riassumere la vita e le idee di un personaggio cui si deve riconoscere un ruolo essenziale nella storia dell’Europa del XIX secolo, della Chiesa Cattolica e della scuola cattolica contro-rivoluzionaria. Come nota giustamente Montplaisir, Enrico V è il primo monarca – anche se il suo regno è durato, a rigore, poche ore – di cui si può dire che non solo ha realizzato un programma politico, ma ha elaborato un pensiero, attraverso scritti non sistematici ma di cui «l’insieme costituisce una summa piuttosto coerente e soprattutto unica nella storia: mai un monarca aveva lasciato una tale eredità dottrinale (…). Enrico V è il solo re di Francia ad avere elaborato un progetto politico, quasi un programma» (p. 346).
Così pure, se altri principi hanno certo operato per la Contro-Rivoluzione, Enrico V si è sentito esplicitamente parte della scuola cattolica contro-rivoluzionaria. Montplaisir segnala l’influenza decisiva sul principe delle opere di Joseph de Maistre (1753-1821), che è alle origini di tale scuola, e di Antoine Blanc de Saint-Bonnet (1815-1880), autore a sua volta decisivo per il passaggio di questa scuola – secondo l’espressione di Giovanni Cantoni – da una fase «patristica» a una «scolastica», e che al dire del biografo «ha profondamente segnato lo spirito del principe» (p. 351). Nato e morto negli stessi anni di Blanc de Saint-Bonnet, il vescovo di Poitiers e dal 1879 cardinale Louis-Édouard Pie (1815-1880) è anch’egli una figura decisiva per il passaggio dalla «patristica» alla «scolastica» contro-rivoluzionaria, ed è anche uno dei più ascoltati amici e confidenti di Enrico V, su cui ha una «influenza determinante» (p. 350), radicata in una profonda «identità di vedute» (ibidem).
Il programma di Enrico V è cattolico e contro-rivoluzionario nella sua essenza. «Qualche volta – dichiara nel 1871 – mi si chiede quale sarà il mio programma. È molto semplice. È il Vangelo nella sua purezza, senza toglierne un solo iota, perché ho la convinzione profonda che il Vangelo è il codice dei governi così com’è quello degl’individui» (ibidem). E nel 1878 aggiunge: «Sì, l’avvenire è degli uomini di fede, ma a condizione che siano anche uomini di coraggio, che non abbiano paura di dire in faccia alla Rivoluzione trionfante quello che essa è nella sua essenza e nel suo spirito, e alla Contro-Rivoluzione che cosa deve essere nella sua opera di riparazione e di pacificazione» (p. 565). E la Rivoluzione «nella sua essenza» è il tentativo di perseguire «l’ideale di uno Stato senza Dio, cioè contro Dio» (ibidem).
La nascita di Enrico V è percepita da molti come un miracolo. Il primo figlio del re Carlo X (1757-1836) – fratello minore dei re Luigi XVI (1754-1793) e Luigi XVIII (1755-1824), e re di Francia dal 1824 al 1830 –, Luigi Antonio, duca di Angoulême (1775-1844), sposa la cugina Maria Teresa di Francia (1778-1851), figlia di Luigi XVI e unica componente della famiglia di quest’ultimo a essere sopravvissuta alla Rivoluzione. Ma i due coniugi non hanno figli, né ne aveva avuti Luigi XVIII. Le speranze di un erede per i Borboni si concentrano dunque sul figlio minore di Carlo X, Carlo Ferdinando, duca di Berry (1778-1820). Dal matrimonio di quest’ultimo con la principessa Carolina delle Due Sicilie (1798-1870), figlia del re Francesco I delle Due Sicilie (1777-1830), nasce nel 1819 una figlia, Luisa (1819-1864: sarà tra l’altro la nonna dell’imperatrice Zita di Borbone-Parma,1892-1989, moglie dell’imperatore d’Austria Beato Carlo d’Asburgo, 1887-1922). Ma in Francia le donne non possono ascendere al trono. Il 13 febbraio 1820 il duca di Berry è assassinato all’Opéra di Parigi da un operaio bonapartista, Louis Pierre Louvel (1783-1820), che spera così di estinguere la dinastia. Ma la duchessa Carolina è incinta, e l’Europa trattiene il fiato: nascerà un maschio? Alle due del mattino del 29 settembre 1820 la duchessa grida dalla sua camera del Palazzo delle Tuileries a Parigi. «Venite, presto, è Enrico! » (p. 42), con riferimento al nome che si è convenuto di dare all’eventuale erede maschio, cui è pure riservato il titolo di duca di Bordeaux.
La corte si aspetta obiezioni e sospetti dalla branca «orleanista» della famiglia reale francese, rappresentata dai figli di Luigi Filippo II d’Orléans (1747-1793), il principe che – dopo essere stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria francese nel 1771 – aveva aderito alla Rivoluzione francese cambiando il suo nome in “Philippe Egalité” e, eletto deputato, aveva votato a favore della condanna a morte del cugino Luigi XVI, il che non lo aveva salvato dall’essere a sua volta ghigliottinato nel 1793. Gli “orleanisti” – che, almeno secondo la loro interpretazione, in assenza di un discendente diretto maschio di Carlo X diventerebbero i legittimi eredi del trono di Francia – diffondono in effetti il sospetto che il piccolo Enrico non sia davvero il figlio della duchessa di Berry. Ma il taglio del cordone ombelicale è avvenuto di fronte a testimoni, fra cui un rispettato militare di formazione bonapartista, al di sopra di ogni sospetto, il duca di Albufera (Louis-Gabriel Suchet, 1770-1826), il quale si dichiara «più sicuro del fatto che il duca di Bordeaux sia il figlio della duchessa di Berry di quanto non sia sicuro del fatto che mio figlio è figlio di sua madre» (p. 44). Nonostante questo, gli orleanisti continueranno a diffondere dubbi e sospetti per decenni.
L’entusiasmo in Francia e in tutta Europa è alle stelle. È nato un figlio del miracolo, la prova che la Provvidenza veglia ancora sui Borboni e sulla Francia. Le iniziative in onore del duca di Bordeaux si moltiplicano: fra queste la creazione da parte dell’industria tessile di un nuovo colore, chiamato «bordeaux» in onore del piccolo principe (p. 51) – benché successivamente si sia voluta dimenticare questa origine riferendo il colore non al duca ma al vino della città francese, che peraltro acquista la sua prominenza europea proprio grazie ai festeggiamenti per la nascita del duca Enrico. La Francia intera si quota per una pubblica sottoscrizione che acquista e offre al piccolo Enrico nel 1821 il castello di Chambord, da cui deriva il titolo – che lo accompagnerà per tutta la vita – di conte di Chambord.
Il re Carlo X e gli zii, i duchi di Angoulême, adorano il piccolo Enrico, che riceve la migliore educazione nella religione, nelle scienze, nelle lettere, nella scherma, nel tiro, nell’equitazione. Sia Carlo X sia la madre del principe, la duchessa di Berry, derivano dagli avvenimenti che hanno personalmente vissuto – in Francia come a Napoli – un odio per la Rivoluzione, cui non si accompagna però, a differenza di quanto avverrà poi per Enrico V, una capacità di pensare a fondo le cause e le conseguenze del processo rivoluzionario. Il 25 luglio 1830 Carlo X cerca di reagire ai progressi dello spirito rivoluzionario in Francia con una serie di ordinanze che sciolgono le Camere e sospendono la libertà di stampa. Se le ordinanze entusiasmano la duchessa di Berry, offrono anche l’occasione alle logge massoniche e al partito orleanista per scatenare a Parigi una rivolta di piazza – la «rivoluzione di luglio» del 27-29 luglio 1830.
Ingannato da cortigiani che ingigantiscono la dimensione delle forze su cui può contare la Rivoluzione e restio (come lo era stato a suo tempo il fratello Luigi XVI) a ordinare un intervento militare che farebbe scorrere per ordine del re di Francia il sangue di francesi, Carlo X s’induce ad abdicare. Dal momento che subito dopo anche il duca d’Angoulême (che diventa quindi, ma solo per qualche minuto, Luigi XIX) rinuncia ai suoi diritti sul trono, il nuovo re è il piccolo Enrico V, mentre in uno sforzo di conciliazione Carlo X nomina «luogotenente generale del Regno» Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850), figlio di «Philippe Egalité» e capo del partito orleanista. Ma non è quello che vogliono gli orleanisti, che fanno proclamare Luigi Filippo re non della Francia,ma «dei francesi», e re non «in quanto Borbone» ma «benché Borbone» (p. 99).
Si discute, nota Montplaisir, se la comparsa in Parlamento della duchessa di Berry con il popolarissimo Enrico V sulle ginocchia non avrebbe potuto rovesciare il corso degli eventi. Ma Carlo X non vuole una prova di forza, e se ne va in esilio con la famiglia percorrendo peraltro le strade che lo portano al porto di Cherbourg, da cui deve imbarcarsi, con studiata lentezza, tra popolazioni che spesso lo acclamano e si entusiasmano per Enrico V. Alla fine, tuttavia, i reali s’imbarcano per l’esilio britannico nei castelli prima di Lulworth, nel Dorset, e poi di Holyrood, a Edimburgo, quest’ultimo legato alle memorie e alla tragedia di Maria Stuarda (1542-1587).
Mentre l’educazione di Enrico V prosegue in castelli che il principe trova troppo freddi e troppo britannici, la duchessa di Berry non si rassegna a quella che considera, con buone ragioni, un’usurpazione. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1832 sbarca in Francia, dove spera di risollevare la Vandea – che già si era levata in armi contro la Rivoluzione francese – per rovesciare Luigi Filippo. Mal preparata e non sostenuta dalle potenze europee – tranne che, discretamente, dal Papa Gregorio XVI (1765-1846) che la duchessa aveva visitato a Roma nel 1831 – l’insurrezione fallisce. La polizia di Luigi Filippo non riesce però a trovare e ad arrestare la duchessa, che proprio sfuggendo ripetutamente ai tentativi di cattura costruisce la sua fama e leggenda di eroina romantica. Alla fine è tradita da Simon Deutz (1802-1844), figlio del Gran Rabbino di Francia Emmanuel Deutz (1763-1842) che – così come il cognato, l’erudito e cabalista David-Paul Drach (1791-1868) – si era convertito al cattolicesimo, ed era stato raccomandato alla duchessa personalmente dal Papa. Deutz, nominato dalla duchessa suo agente generale, la vende alla polizia di Luigi Filippo diretta in qualità di Ministro dell’Interno dal futuro presidente del Consiglio e presidente della Repubblica Francese Adolphe Thiers (1797-1877). L’8 novembre 1832 la duchessa di Berry è arrestata a Nantes.
Togliendo dall’imbarazzo Luigi Filippo – che liberandola si mostrerebbe debole, e facendola giustiziare il degno erede del padre che aveva partecipato alla condanna a morte di Luigi XVI – la duchessa si dichiara incinta. Gli orleanisti utilizzano la gravidanza per screditare la duchessa, accusata di rapporti immorali con l’uno o l’altro dei nobili vandeani che l’avevano seguita nella rivolta, e la stessa causa legittimista. La dichiarazione della duchessa secondo cui non si tratta del frutto di una relazione illecita ma del matrimonio contratto a Roma con il conte Ettore Carlo Lucchesi-Palli (1806-1864), figlio del viceré della Sicilia, tenuto segreto perché un nuovo matrimonio avrebbe potuto smorzare qualche entusiasmo legittimista, è liquidata come un po’ troppo comoda.
Montplaisir, che si era già occupato della questione, riferisce tuttavia come nel 2007 dagli archivi del Vicariato di Roma sia emersa la certificazione definitiva e inconfutabile del matrimonio tra il conte Lucchesi-Palli e la duchessa di Berry, celebrato il 14 dicembre 1831, dunque ben più di nove mesi prima della nascita nel 1833 della piccola Anna Maria, che peraltro vivrà soltanto qualche ora. Ma il documento non è conosciuto nel 1832, e la propaganda orleanista riesce a screditare la duchessa nell’ambito della sua stessa famiglia, anche se il fascino di un’eroina che sa combattere e sparare come un uomo non viene meno nel popolo legittimista in Francia e in tutta l’Europa.
Nel frattempo il ragazzo Enrico si è trasferito con la famiglia nell’Impero Austro-Ungarico, dove rimarrà per il resto della sua vita, e ha preso residenza nel castello reale di Praga, all’epoca il più grande castello del mondo. Per ragioni religiose e politiche Enrico V – come Carlo X – apprezzerà sempre l’Impero Austro-Ungarico ben più della monarchia britannica, vi troverà generosa ospitalità e avrà un rapporto di vera amicizia con alcuni membri della famiglia imperiale, compreso – più tardi – l’imperatore Francesco Giuseppe I (1830-1916). Molti storici pensano che al contrario i governi austriaci , in particolare il potente principe Klemens von Metternich (1773-1859), abbiano visto con scarso favore la restaurazione di una monarchia tradizionale, popolare e potente in Francia, e non l’abbiamo mai veramente favorita.
La notizia del secondo matrimonio della madre è data con cautela e ritardo al piccolo principe dal nonno Carlo X, che non lo perdonerà mai alla duchessa di Berry. Enrico V, al contrario, svilupperà una graduale amicizia con il patrigno Lucchesi-Palli, s’intratterrà volentieri con lui degli affari italiani e provvederà generosamente alle tre figlie e al figlio che la madre darà al nobile napoletano. Carlo X si occupa ampiamente, negli ultimi anni della sua vita, dell’educazione del nipote. Se non mancano le polemiche alimentate da ambienti orleanisti, che accusano questa educazione di clericalismo e criticano la presenza di padri gesuiti, è difficile non riconoscere gli sforzi di Carlo X per dare all’adolescente Enrico il meglio dell’istruzione del tempo. Per la matematica, per esempio, fa venire Augustin-Louis Cauchy (1789-1857), certo cattolico fervente e monarchico ma nello stesso tempo una delle glorie della scienza matematica francese.
Nel 1833 Enrico V ha tredici anni, la maggiore età per i re francesi. I legittimisti lo festeggiano a Praga, che la famiglia reale francese dovrà peraltro lasciare a breve. Il nuovo imperatore d’Austria, Ferdinando I (1793-1875), vuole ribadire i suoi diritti di re di Boemia occupando personalmente il castello di Praga. Quelli che la stampa austriaca chiama i «tre re» – Carlo X, Luigi XIX ed Enrico V – si trasferiscono nel 1836 nel grazioso castello di Gorizia. Qui, il 6 novembre 1836, muore Carlo X, pianto dall’affezionatissimo nipote. Era stato un re di cui si erano potute mettere in dubbio le capacità politiche, non la profonda fede cattolica né il sincero attaccamento alla causa della Francia e della Chiesa. Per sua volontà, è sepolto nella cripta del convento francescano di Castagnevizza, che oggi si trova in Slovenia, a Nova Gorica, seppure a pochi metri dal confine italiano. Nel 1845 Enrico V trasferirà la sua residenza principale a Frohsdorf, ma rimarrà sempre legato sia a Gorizia sia ai francescani di Castagnevizza.
L’educazione di EnricoV si completa sotto la vigilanza dello zio, il duca di Angoulême, che per i legittimisti è Luigi XIX. Tra l’ottobre 1839 e il gennaio 1840 il diciannovenne principe soggiorna a Roma, accolto da Papa Gregorio XVI come un autentico re di Francia. Si tratta di una vera e propria consacrazione: da un certo punto di vista, «Roma ha sostituito Reims» (p. 141), sede tradizionale dell’incoronazione dei re di Francia, e la consonanza d’idee fra il principe e il Papa appare piena e profonda. Enrico visita anche la terra d’origine dei suoi avi materni, Napoli, e comincia a pensare a un programma politico. Nel 1841 una caduta da cavallo lo lascia lievemente claudicante: un fastidio che durerà tutta la vita (per una singolare coincidenza un anno dopo, in un incidente analogo, muore Ferdinando d’Orléans, 1810-1842, figlio primogenito del «re dei francesi» Luigi Filippo).
Nel 1843 Enrico V affitta un palazzo a Belgrave Square, a Londra, dove riceve i sostenitori francesi e lancia un appello alla restaurazione della dinastia legittima. Fra coloro che hanno lavorato all’appello di Belgrave Square c’è lo scrittore visconte François-René de Chateaubriand (1768-1848), legato a Enrico V da una sincera devozione ma che emerge dalle pagine di Montplaisir nel ruolo ambiguo di un monarchico romantico, sempre pessimista sull’esito finale delle cause per cui pure si batte e cultore spesso più della bellezza estetica del gesto – tanto più bello, si direbbe, quanto più si è certi che la battaglia è perduta – che del suo esito sociale e politico.
Enrico V diventa capo indiscusso della casa reale legittima di Francia – tra i cui sostenitori non mancava chi metteva in dubbio la validità delle abdicazioni di Carlo X e di Luigi XIX nel 1830 – dalla morte del duca di Angoulême, sopravvenuta nel 1843 (anch’egli è sepolto nel convento di Castagnevizza). Al duca sopravvive fino al 1851 la moglie Maria Teresa, che – come si è accennato – era la figlia di Luigi XVI, incarcerata con il fratello Luigi XVII (1785-1795) nella prigione del Tempio, cui era quasi miracolosamente sopravvissuta. Gli ultimi anni della sua vita sono turbati dagli scontri con i «naundorfisti», cioè con coloro che credono alla pretesa dell'avventuriero Louis Naundorff (1785-1845) di essere Luigi XVII, che non sarebbe morto al Tempio nel 1795. La sorella rifiuta di riconoscere in Naundorff – sostenuto anche da un certo numero di cattolici, che vedono in rivelazioni private, riconosciute e non dalla Chiesa, oscuri accenni alla sopravvivenza di Luigi XVII – il fratello perduto da tanti anni. Ne seguono polemiche e anche processi nei tribunali. Dopo la morte della zia Maria Teresa, Enrico V dirà a un naundorfista: «Non dimenticherò mai che avete avvelenato gli ultimi mesi di vita di mia zia con la vostra favola assurda di Luigi XVI e con il vile impostore che avete voluto fargli riconoscere come suo fratello. Avete turbato l’anima di una santa perfino nella sua agonia» (p. 262).
Dopo la morte di Carlo X e Luigi XIX, Enrico V può frequentare più liberamente la madre, i cui rapporti con il nonno e lo zio – dopo il secondo matrimonio – erano rimasti problematici, che lo invita spesso a Venezia, città che ama particolarmente e dove soggiorna spesso. Con la duchessa di Berry, Enrico V frequenta le famiglie reali degli Stati pre-unitari italiani. Sembra che s’invaghisca della bella figlia del duca di Modena Francesco IV (1779-1846), Maria Beatrice (1824-1906). Ma questa gli confessa che è promessa a Juan Carlos di Borbone (1822-1887), cugino di Enrico V e pretendente al trono di Spagna secondo la posizione dinastica detta carlista, che sposerà nel 1847. Le attenzioni del principe francese si spostano allora sulla sorella di Maria Beatrice, Maria Teresa (1817-1886), che sembra una «seconda scelta», dal momento che le difficoltà della sua nascita hanno reso la sua figura sgraziata e sproporzionata.
Enrico V la sposa nel 1846, e il matrimonio è alle origini di molte maldicenze. Si dirà che Maria Teresa, preoccupata per la sua scarsa avvenenza, non ci tenga a diventare regina. E quando sarà chiaro che la principessa non può avere figli, si vedrà nella sua scelta come sposa di Enrico V una manovra di Metternich perché la linea diretta di discendenza dei Borboni di Francia si estingua con il figlio della duchessa di Berry. Calunnie: perché la scienza medica del tempo non era in grado di prevedere la sterilità, mentre è certo che il matrimonio fu – da tutti i punti di vista, tranne quello della progenie – straordinariamente felice. Maria Teresa seppe compensare con l’intelligenza e la pietà una mancanza di avvenenza che non era del resto un unicum fra le principesse del tempo.
Sposato, e con una incipiente consapevolezza della difficoltà di avere un erede (per cui moltiplica le preghiere e le novene, che non avranno esito), Enrico V assiste agli avvenimenti del 1848 in Europa. Scrive che «il solo ostacolo all’instaurazione di una saggia e vera libertà» che assicuri i diritti dei corpi intermedi, la liberazione da tasse eccessive e ingiuste, un’autentica partecipazione di tutti alla vita politica e la decentralizzazione è in realtà «lo spirito rivoluzionario» (p. 224). Ma il 1848, se determina la caduta di Luigi Filippo, lancia l’astro di Luigi Napoleone (1808-1873), nipote di Napoleone I Bonaparte (1769-1821), che diventa presidente della Repubblica Francese prima di farsi riconoscere nel 1852 come l’imperatore Napoleone III.
Con una politica che – se da una parte non manca di celebrare Napoleone I – dall’altra rassicura con il suo conservatorismo le classi agiate, la nobiltà e anche non pochi vescovi, Napoleone III porta dalla sua parte un buon numero di ex legittimisti. Di fronte al consenso di cui per diversi anni gode Napoleone III, i legittimisti comprendono che la loro debolezza deriva in buona parte dalle loro divisioni. Più che Napoleone III i sostenitori di Enrico V sono impegnati a combattere gli orleanisti, e viceversa. La morte in esilio di Luigi Filippo, nel 1850, apre la possibilità di una riconciliazione. È il movimento detto «fusionismo», un’espressione che sarà ripresa nel secolo XX negli Stati Uniti per indicare la collaborazione fra correnti di destra di diverso orientamento ideologico ma che nasce in Francia negli anni 1850.
L’idea del «fusionismo» come unico strumento per far cadere Napoleone III e sostituirgli una «monarchia tradizionale» è lanciata per la prima volta nel 1852 dal teorico della Contro-Rivoluzione marchese Juan Donoso Cortés de Valdemagas (1809-1853), all’epoca ambasciatore spagnolo a Parigi, il quale invoca «la riconciliazione franca, sincera, generosa di tutti i membri della famiglia reale con il suo capo legittimo» (p. 284), cioè con Enrico V. La saga del «fusionismo» che inizia nel 1852, fra passi avanti e passi indietro, non si concluderà mai veramente con esito positivo. Con atteggiamenti diversi, i quattro figli maschi superstiti di Luigi Filippo (il primo, si ricorderà, era morto cadendo da cavallo nel 1842) si mostrano di tanto in tanto disponibili a riconoscere in Enrico V il legittimo re di Francia. Ma non a condividerne le idee e il programma contro-rivoluzionario, in quanto figli di quel Luigi Filippo che nel suo testamento aveva chiesto a chi fosse stato il suo erede di essere «servitore appassionato ed esclusivo della Francia e della Rivoluzione» (p. 295).
Nonostante gl’insuccessi del «fusionismo», Napoleone III cade comunque: non per opera dei monarchici ma per la sciagurata avventura militare della guerra franco-prussiana del 1870, sfociata in una disastrosa sconfitta e nella deposizione dell’imperatore, con la proclamazione della Repubblica, la rivolta sociale della Comune di Parigi e la sua durissima e sanguinosa repressione. Le elezioni del 1871 portano nel Parlamento francese una maggioranza monarchica. Il ritorno alla monarchia – e a Enrico V – sembra a tutti inevitabile. Il nuovo Parlamento abroga le disposizioni sull’esilio dei Borboni: dopo quarant’anni, il conte di Chambord torna in Francia. Ma gli uomini politici repubblicani prendono tempo. Thiers – l’antico persecutore della duchessa di Berry – governa con il titolo di «capo dello Stato» dal 1871 al 1873. L’eroe della guerra franco-prussiana, il maresciallo duca Patrice de Mac-Mahon (1808-1893) – che si dichiara monarchico, ma che ha un ruolo ambiguo – gli succede con lo stesso titolo dal 1873 al 1875, quando diventa presidente della Repubblica.
Molti pensano a manovre parlamentari intese a determinare come e con quali uomini regnerà Enrico V. Ma la proclamazione della monarchia tarda: ancora una volta,il «fusionismo» fallisce, orleanisti e sostenitori di Enrico V non riescono a mettersi d’accordo. In una serie di manifesti famosi – di cui anche gli avversari ammirano il tono, che sa elevarsi al di sopra delle divisioni politiche e delle beghe parlamentari – Enrico V annuncia un vasto programma di restaurazione delle istituzioni, e insiste su un segnale di discontinuità rispetto allo spirito rivoluzionario: la bandiera tricolore alla cui ombra sono stati ghigliottinati gli antenati del re e che si è levata per sostenere tutti gli usurpatori dovrà essere sostituita dalla tradizionale bandiera bianca dei Borboni. Si tratta di una questione su cui sono stati scritti decine di volumi. La vulgata su Enrico V lo presenta come un personaggio paradossale, la cui ostinazione su una questione meramente simbolica – la bandiera – impedisce una restaurazione monarchica per cui esiste una salda maggioranza parlamentare, consegnando per sempre la Francia alla Repubblica. Nel migliore dei casi, Enrico V è presentato come un romantico attaccato ai simboli e incapace di dare prova, quando sarebbe necessario, di un sano realismo. Nel peggiore, si afferma che il principe – e la sua consorte – almeno inconsciamente non vogliano davvero regnare.
Ma è veramente così? L’opera di Montplaisir fa giustizia di molti miti. Enrico V si è preparato per tutta la vita a regnare, non ha mai rinunciato ai suoi diritti né abdicato, e salire sul trono dei suoi avi è sempre rimasto lo scopo della sua azione e il suo più profondo desiderio. Ma non a ogni costo. Enrico V non è disponibile a essere il re di una qualunque monarchia, o peggio di una repubblica coronata. Vuole il ritorno di una monarchia tradizionale, cattolica, decentralizzata dove il re regni e governi sulla solida base delle libertà pubbliche e dei diritti dei corpi intermedi. Non è interessato a mettere il suo cappello su una costituzione che sostanzialmente conservi lo spirito della Rivoluzione. La questione della bandiera non può essere considerata da sola, come forse fa da Roma il Papa Beato Pio IX (1792-1878), il quale fa sapere a Enrico V, per cui pure ha grande stima, che l’accettazione del tricolore non dev’essere considerata come moralmente illecita, e che la Santa Sede ritiene prioritario il bene della restaurazione di una monarchia cattolica in Francia (p. 479).
Al Pontefice risponde rispettosamente ma fermamente monsignor Pie (che, forse anche a causa di questo episodio, riceverà la sua attesa berretta di cardinale solo dal successore del Beato Pio IX, Leone XIII, 1810-1903) che «la bandiera tricolore, in quanto bandiera semplicemente politica, è irrimediabilmente rivoluzionaria (…). Per i principi Borbone, che siano della branca principale o cadetta, produrrà di nuovo quanto ha prodotto nel 1830 e non ha potuto evitare nel 1848 (…). Da parte mia penso che nessuno ha il diritto di esigere dal re, per quanto rassegnato egli sia a qualunque sacrificio per farci uscire dall’abisso, che si getti in una corrente dove è certo di annegare insieme a noi. È chiedere troppo al salvatore domandargli di legarsi al collo la stessa pietra che ha già trascinato in fondo all’acqua i migliori nuotatori» (pp. 475-476).
Nel 1880 – ritornando sugli avvenimenti del decennio precedente – Enrico V riassumerà così la sua posizione: «Mi si è talora rimproverato di non voler regnare e di aver lasciato passare accanto a me l’occasione di tornare sul trono. Ci si è radicalmente sbagliati, ditelo ad alta voce. La mia ambizione è la monarchia come un deposito sacro, come un dovere: mai come un’avventura! (…) Il re di Francia deve tornare come un buon pastore tra le sue pecore, o restare in esilio. Se non dovessi tornare, la Provvidenza terrà conto del mio dovere compiuto verso il popolo francese e dell’onestà delle mie intenzioni. In mezzo alle ignominie di questo secolo, è bene che la vita e la politica di un re in esilio si distinguano per il loro carattere limpido e leale. Mi citerete il proverbio “Aiutati che Dio ti aiuta”. Lo conosco, ma non mi fa dimenticare che la Provvidenza ci viene in aiuto quando e come meno ce lo aspettiamo. Credo nella politica di Dio, e nessuno riuscirà a sradicare questa fede dal mio cuore. È meglio non regnare che essere un re svilito e dimezzato. La questione della bandiera ha avuto diverse fasi, dal 1849 a oggi. Non l’ho creata io. È un pretesto, un espediente di cui rifiuto la responsabilità di fronte a Dio e alla storia» (pp. 577-578).
Ultimamente la questione della bandiera è il riassunto di molte altre. C’è una maggioranza al Parlamento francese per la monarchia, non ce n’è una per una monarchia tradizionale e contro-rivoluzionaria. Per questo, il 21 novembre 1873, Enrico V riprende – stavolta per sempre – la via dell’esilio. Ma rimane un quesito: il Parlamento rappresenta davvero il Paese? I tumulti in numerose località di provincia contro parlamentari eletti per riportare sul trono Enrico V che hanno finito per votare la Repubblica convincono molti nella cerchia del sovrano che il Parlamento non rappresenta il Paese, e che quanto non è stato ottenuto con un voto dell’Assemblea va perseguito attraverso la via del colpo di Stato, che godrà d’immediato e sicuro consenso popolare.
A questa via, per ragioni morali e politiche, Enrico V inizialmente si oppone. La coltiverà fra il 1879 e il 1881, con modalità che ci sono in parte ignote perché – dopo il fallimento dell’iniziativa – il principe farà distruggere numerosi documenti, allo scopo di non compromettere i suoi collaboratori e seguaci. Si sa che nel progetto gioca un ruolo il sociologo e pensatore contro-rivoluzionario René de La Tour du Pin (1834-1924), divenuto ascoltato consigliere di Enrico V, e che il cardinale Pie lo approva. Il principe ha cambiato idea di fronte alla politica anticlericale della Terza Repubblica. Se non considera lecita l’avventura del colpo di Stato, con tutti i suoi rischi, per difendere la legittimità e la monarchia, Enrico V è disponibile a prenderla in considerazione quando sono in gioco la fede e la libertà della Chiesa. Ma non senza condizioni. Non deve trattarsi di un progetto azzardato: «questo lo potrebbe osare un Bonaparte. Ma non ha nelle vene il sangue di cinquanta generazioni di re. Non si chiama Francia» (p. 577). Le condizioni per un progetto serio non ci sono. Enrico V rinuncia.
All’alba del decennio 1880 ormai è chiaro che, salvo miracoli, Enrico V non è destinato a regnare. Ma rimane un punto di riferimento per i cattolici contro-rivoluzionari di tutta l’Europa. Sempre di più attraverso gli scritti, i manifesti, le interviste il principe espone un programma completo di restaurazione che va al di là della Francia. Il progetto parte dalla monarchia tradizionale, diversa tanto dalla repubblica coronata orleanista quanto dalla monarchia assoluta. Enrico V non propone di tornare al 1788: l’anno dopo sarà, inesorabilmente, il 1789. Denuncia anzi il centralismo e lo statalismo dell’ultimo Ancien Régime, cui oppone una severa difesa delle libertà dei corpi intermedi: le province, le città, le corporazioni, le professioni. Come l’amico La Tour du Pin, Enrico V ha simpatia per le rivendicazioni degli Stati Provinciali del 1788 cui la Rivoluzione ultimamente non ha dato alcuna risposta soddisfacente.
Nello stesso tempo, le sue idee sulla decentralizzazione – che pure invitano a non imitare passivamente modelli che si radicano in una storia molto diversa da quella francese, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti – appaiono sorprendentemente attuali, e rispondono a preoccupazioni ed esigenze che sono vive ancora oggi. Il principe non esclude neppure il suffragio universale per un’assemblea elettiva destinata ad affiancare il monarca. Pensa a un suffragio universale «onestamente praticato» (p. 354), senza limiti censitari che privilegino i soli ricchi ma con possibili correzioni che premino con voti aggiuntivi legati al numero dei figli le famiglie numerose. Enrico V pensa anche di affiancare a una camera bassa eletta a suffragio universale una camera alta che rappresenti le regioni e le professioni.
Soprattutto, in aperto contrasto con lo stretto legame intrattenuto dalla monarchia orleanista, da Napoleone III e dalla Terza Repubblica con i «poteri forti» rappresentati dai banchieri e dalle nascenti oligarchie industriali e finanziarie, Enrico V sostiene le idee dei «monarchici sociali»come La Tour du Pin e il conte Albert de Mun (1841-1914), affrontando con idee coraggiose e innovative i problemi degli agricoltori e degli operai, con la Lettera sugli operai del 1865 e la Lettera sull’agricoltura del 1866. La prima anticipa in modo significativo l’enciclica Rerum novarum che Leone XIII pubblicherà nel 1891, e nella cui preparazione avrà a sua volta un ruolo La Tour du Pin. Rispetto alle posizioni orleaniste, bonapartiste e anche di molti repubblicani c’è nella Lettera sugli operai del principe un «progresso spettacolare» (p. 379): pur lodando molti imprenditori francesi, che «non hanno affatto abusato delle loro posizioni e hanno spesso contribuito in modo determinante alla creazione di un embrione di sistema di protezione sociale in nome della carità cristiana» (ibidem), Enrico V prospetta un ampio riconoscimento del diritto di associazione, e un ruolo non solo per le associazioni miste d’imprenditori e operai ma anche per i sindacati composti dai soli lavoratori.
E nella Lettera sull’agricoltura, dove affronta con grande competenza i problemi specifici alle diverse coltivazioni, il principe illustra come il libero commercio e la riduzione troppo rapida delle tariffe doganali internazionali siano state promosse nell’esclusivo interesse di alcune industrie, trascurando le legittime esigenze degli agricoltori francesi – ancora una problematica che, come si può facilmente vedere, è attuale ancora oggi. Questi testi aiutano a superare l’equivoco secondo cui anche dal punto di vista sociale nel secolo XIX i repubblicani sarebbero sempre e necessariamente «progressisti» e i legittimisti «conservatori». Enrico V spiega e dimostra che è precisamente il contrario: solo una monarchia cattolica è veramente attenta alle esigenze della persona, solo una monarchia tradizionale e forte può permettersi di riconoscere i diritti dei lavoratori senza che si scatenino le forze dell’anarchia e del socialismo di cui l’Europa dopo la Comune ha tanta paura.
Al primo posto tra le preoccupazioni di Enrico V stanno i diritti della Chiesa – minacciati dalla marea montante dell’anticlericalismo – e della famiglia. La lotta contro il divorzio e quella per la libertà di educazione ritornano in numerosi scritti del principe. La monarchia che intende restaurare è tradizionale perché è cattolica: i re non sono che «sergenti di Dio» (p. 357) e suoi luogotenenti per l’amministrazione delle nazioni. «Bisogna tornare al vero principio. La Chiesa Cattolica non è solo una religione. È anche una società, divinamente fondata dallo stesso Gesù Cristo per chiamare tutti gli uomini alla partecipazione ai beni spirituali, presenti e futuri, di cui Dio l’ha dotata» (p. 309).
S’inganna, però – quando non è in mala fede –, la polemica che vede in Enrico V un clericale incapace di riconoscere la giusta autonomia della politica. Al contrario, il principe scrive che «politicamente parlando, ne so più del Papa e non sono tenuto a chiedere la sua opinione né il suo consiglio su questioni tecniche che conosco meglio di lui (…). Se crediamo alle grazie date da Dio ai capi di Stato che si sforzano di marciare nella Sua via e di praticare e proteggere il Suo culto, dobbiamo anche credere che conceda loro dei lumi per guidare i popoli che ha affidato alla loro direzione» (p. 310).
Certo, la politica di Enrico V è sostenuta da un’intensa vita spirituale, che condivide con la moglie Maria Teresa. Con rare eccezioni legate ai viaggi – fra cui insiste per compiere il disagevole pellegrinaggio in Terra Santa – Enrico V resta fedele alla Messa quotidiana, ascoltata anzi due volte nei giorni di festa, alla confessione e alla comunione frequenti, e a numerose pratiche di pietà e letture devote. Molti che lo incontrano – anche fra gli oppositori politici – hanno l’impressione di trovarsi di fronte a un santo, ancorché non si tratti di un bigotto ma di un gentiluomo che apprezza pure i piaceri della caccia, della musica, dell’arte e della buona tavola. Da altri piaceri – contrari alla morale – il principe sa invece astenersi, il che non è scontato fra le teste coronate del tempo. A differenza del padre, piuttosto libertino, nessuna voce di relazioni illecite o di figli illegittimi sfiora la reputazione di Enrico V.
La vita di preghiera s’intensifica negli ultimi anni di vita, segnati da persistenti e dolorosissimi mal di stomaco. C’è chi li attribuisce alla severa dieta in cui il principe – che era arrivato a pesare 110 chili – ne ha persi trenta in un anno, seguendo i consigli di medici che all’epoca cominciamo appena a occuparsi di dietologia. Luminari accorsi dalla Francia per esaminare una malattia che preoccupa tutte le case regnanti europee parlano di un cancro allo stomaco. Senza trascurare i soccorsi della medicina, Enrico V convoca a Frohsdorf un suo corrispondente torinese in cui ripone da anni la più grande fiducia: San Giovanni Bosco (1815-1888). Don Bosco arriva a Frohsdorf il 13 luglio 1883, mentre i medici danno il principe per morente e in molte chiese di Francia e d’Europa si tengono veglie di preghiera per lui.
Si è nei giorni della festa di Sant’Enrico II Imperatore (973?-1024). Don Bosco invita a pregarlo e il principe si sente completamente guarito. Nei giorni successivi si rimette e può perfino riprendere ad andare a caccia, fra lo stupore dei medici. Don Bosco torna a Torino, non senza avere messo in guardia i familiari del principe contro rischi legati a minacce diverse dalle malattie: «Diffidate dei massoni – raccomanda il santo –; il loro braccio è lungo. S’introducono e agiscono perfino nelle nostre case religiose (…)» (pp. 595-596).
Dopo quasi un mese di apparente buona salute, Enrico V ha una ricaduta il 10 agosto. Si rimette a letto e la sua condizione non fa che peggiorare. Dopo avere fatto i suoi addii a tutti i familiari, muore il 24 agosto 1883 assistito dalla moglie. La sua ultima parola è «Francia». La morte è stata naturale? I medici non ne sono sicuri, e suggeriscono un’autopsia: non per confermare le voci di avvelenamento – che causano turbative politiche sgradite in Francia a tutti i partiti – ma per escluderle. Maria Teresa rifiuta, ma i medici la convincono a fare imbalsamare il corpo del defunto, il che permette comunque un esame. Con loro grande sorpresa, del presunto cancro i dottori non trovano traccia. Si esclude la presenza di un veleno minerale o vegetale, e la morte è attribuita a profonde lacerazioni dello stomaco. Queste possono essere causate, ipotizzano i medici per rassicurare l’opinione pubblica, da «un osso rimasto nascosto nella carne» che il principe ha mangiato (p. 597).
Ma i luminari venuti da Parigi sono turbati, e riconoscono che ferite simili non sono consuete. Sarebbero assai più facilmente compatibili con un metodo di assassinio non ignoto alle cronache criminali del tempo: «polveri di vetro o di diamante mescolate agli alimenti» (ibidem) per un certo periodo di tempo. Che avesse avuto ragione Don Bosco? Gl’interessati a una prematura sparizione del principe non mancavano: la massoneria, certo, che vedeva in Enrico V il punto di riferimento politico della Contro-Rivoluzione europea, ma anche i partiti nemici di una restaurazione dei Borboni in Francia, e potenze straniere che da questa restaurazione avevano tutto da perdere.
Morto Enrico V, la cui statura morale e intellettuale è riconosciuta anche dalla stampa politicamente ostile, rimane la vedova, Maria Teresa, fedele custode della sua memoria, un impegno che riafferma simbolicamente trasferendosi a Gorizia per potersi recare ogni giorno sulla tomba del marito che è stato sepolto nel convento di Castagnevizza. Le sue posizioni politiche sono rarissime. Preferisce diffondere i documenti del defunto marito, far riordinare le sue carte e prepararsi alla morte – che sopraggiunge tre anni dopo quella di Enrico V, nel 1886 – attraverso la preghiera. Tuttavia, sostiene discretamente i legittimisti francesi. In questa chiave – smentendo diffuse leggende – Montplaisir mostra come non nasconda alcun mistero il piccolo sussidio inviato dalla principessa al parroco del paesino di Rennes-le-Château, don Berenger Saunière (1852-1917), a proposito del quale è nata una leggenda, che ne fa il detentore di misteriosi segreti, alle origini – fra l’altro – del discusso romanzo del 2003 dello scrittore statunitense Dan Brown Il Codice da Vinci. Saunière era uno dei tanti parroci privati del loro stipendio dalla Repubblica – in pendenza di un regime concordatario in cui i sacerdoti con cura di parrocchie erano sostenuti economicamente dallo Stato – per la dichiarata fedeltà a Enrico V. La principessa ne sosteneva molti, così come aiutava giornalisti e artisti legittimisti: il caso di don Saunière non ha dunque nulla di eccezionale, e non cela alcun mistero.
Di fatto, con Enrico V muore – anche se molti non se ne rendono subito conto – ogni seria possibilità di restaurare la monarchia in Francia. Il principe non ha discendenti diretti: le tristi polemiche al funerale su chi debba sedersi ai primi posti mostrano che il «fusionismo» tra Borboni del ramo principale e Orléans non ha fatto passi avanti. Montplaisir insiste sul fatto che Enrico V morendo non ha voluto lasciare alcuna indicazione sulla successione, nonostante quanto voci interessate sosterranno in seguito. Per il principe non spetta ai re di Francia designare i loro successori, ma alla legge dinastica. L’interpretazione di questa legge però non è chiara. La maggioranza dei monarchici francesi riconosce – con maggiore o minore entusiasmo – che l’estinzione del ramo principale dei Borboni con Enrico V fa passare i diritti al ramo cadetto degli Orléans, dunque al conte di Parigi Filippo d’Orléans (1838-1894) e ai suoi discendenti. I sostenitori di questa successione sono detti «bianchi d’Eu», dal nome del castello normanno degli Orléans.
A loro si contrappongono i «bianchi di Spagna», membri del nucleo più fedele alle idee di Enrico V (discretamente sostenuti dalla sua vedova), i quali pensano che la successione spetti ai discendenti del più giovane dei due figli del «Gran Delfino» Luigi (1661-1711), figlio del re Luigi XIV (1638-1715) – il cui primogenito, Luigi duca di Borgogna (1682-1712), padre del re Luigi XV (1710-1774), è alle origini del ramo che termina con Enrico V –, cioè al re di Spagna Filippo V (1683-1746). La rinuncia al trono di Francia di Filippo V con i Trattati di Utrecht del 1713 è interpretata dai «bianchi di Spagna» come rinuncia alla fusione delle corone di Spagna e di Francia in un’unica corona e in un unico Stato, non invece come rinuncia alla successione francese per quei discendenti di Filippo V che non siano re di Spagna. Questi discendenti, al momento della morte di Enrico V, sono i pretendenti detti «carlisti» alla corona di Spagna, rappresentati dal cognato di Enrico V, Juan Carlos di Borbone, e dai suoi discendenti.
Dietro le complesse questioni di diritto dinastico, per i «bianchi di Spagna» la scelta carlista ha una valenza dottrinale, dal momento che le idee carliste e quelle di Enrico V fanno comune riferimento alla Contro-Rivoluzione, mentre gli Orléans si considerano eredi dell’adesione di «Philippe Egalité» e di Luigi Filippo alle idee rivoluzionarie. Ancora ai giorni nostri «bianchi di Spagna» – che considerano legittimo erede al trono di Francia il principe Luigi Alfonso di Borbone, nato nel 1974, «Luigi XX» – e «bianchi d’Eu», il cui candidato è il conte di Parigi Enrico d’Orléans, nato nel 1933, rimangono divisi. Tristemente, si sono occasionalmente affrontati anche nei tribunali per questioni di nomi e di titoli (mentre rimangono in Francia anche piccoli gruppi di monarchici naundorfisti e di bonapartisti fedeli agli eredi di Napoleone III).
La questione, dunque, turba il movimento monarchico francese fino ai giorni nostri. Certamente, la mancanza di un candidato al trono insieme cattolico, fedele alla dottrina sociale della Chiesa e suscettibile di radunare un vasto consenso gioca un ruolo nelle scelte della Santa Sede che determinano due grandi spaccature nel mondo cattolico francese, e due traumi i cui effetti si fanno sentire ancora oggi. La prima è il ralliement (“adesione”), cioè l’accettazione in linea di principio della Repubblica Francese voluta da Leone XIII e consacrata dall’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1892. La seconda è la decisione di Papa Pio XI (1857-1939) di rendere pubblica nel 1926 la condanna dell’Action Française, il movimento monarchico francese fondato e guidato dal non cattolico Charles Maurras (1868-1952), che il Sant’Uffizio aveva pronunciato nel 1914 con un decreto che San Pio X (1835-1914) aveva confermato ma aveva ordinato di non pubblicare per ragioni di opportunità.
L’atteggiamento sul ralliement prima e sull’Action Française poi dividerà gli stessi fedeli di Enrico V: La Tour du Pin si opporrà al ralliement, Mun vi aderirà (dopo che entrambi, senza entusiasmo, avevano ritenuto che la legge dinastica francese desse ragione ai «bianchi d’Eu»), determinando la spaccatura del movimento monarchico sociale. Né sarà maggioritario il sostegno dei superstiti amici di Enrico V a Maurras, sia per ragioni religiose – con obiezioni simili a quelle di Pio XI – sia perché il fondatore dell’Action Française, sia pure in chiave «fusionista» e senza aderire alle tradizionali idee orleaniste, riconoscerà le pretese della casa di Orléans.
Enrico V sarà evocato anche in occasione della terza crisi che dividerà i cattolici francesi di sensibilità tradizionale, quella relativa alla guerra d’Algeria del 1954-1962 e all’indipendenza della ex-colonia francese. Enrico V, infatti, si era occupato a lungo della questione algerina, raccomando che la presenza francese si accompagnasse a una diffusione della cultura e della religione cattolica, auspicando che in Algeria come altrove si operasse perché «la croce rovesciasse la mezzaluna» (p. 370) islamica, di cui prevedeva profeticamente il risveglio e i rischi. Dal canto suo, il generale Charles de Gaulle (1890-1970) – la cui posizione finì per rivelarsi opposta a quella dei cattolici contro-rivoluzionari che rifiutavano la separazione dell’Algeria dalla Francia – si dichiarava ammiratore di Enrico V e si rammaricava del fatto che il suo progetto di restaurazione non avesse avuto successo. Secondo Montplaisir, il suo modello di repubblica presidenziale “prese a prestito molti elementi dallo chambordismo” (p. 631).
Nel dibattito che è seguito alla pubblicazione del testo di Montplaisir, l’autore ha rivendicato alla sua opera – rispetto alla vasta letteratura su Enrico V – il merito di avere chiarito tre questioni: l’onore della duchessa di Berry, che – benché il padre di un bambino sia, secondo la massima del diritto romano e prima dell’epoca degli esami del DNA, semper incertus – aveva con ogni probabilità concepito la bambina Anna Maria nata (e subito morta) nel 1833 nell’ambito di un legittimo matrimonio con il conte Lucchesi-Palli; la presunta rinuncia al trono da parte di Enrico V, un semplice mito diffuso dalla propaganda ostile; e la posizione del principe sulla sua successione: una posizione mai presa, e lasciata al diritto e alla Provvidenza.
Se su quest’ultimo punto si può prevedere che le polemiche dinastiche non si placheranno (lo stesso curatore del diario del principe, Delorme, a differenza di Montplaisir sostiene la successione orleanista) , la vera lezione della vita di Enrico V è un’altra, e vale per chiunque abbia oggi simpatia per una causa monarchica. Per tutta la sua esistenza, il conte di Chambord ha insistito sulla priorità del principio sul principe. Chi sia il principe è importante, ma non è essenziale; neppure –come dimostra la vicenda che trova il suo simbolo nella questione della bandiera – è essenziale, o è sufficiente, che sul trono vi sia un re. Una monarchia con un re «svilito e dimezzato» (p. 578) non serve. Anziché dividersi sulle questioni dinastiche, coloro che hanno a cuore la causa di una forma di Stato cattolica e contro-rivoluzionaria dovrebbero preoccuparsi anzitutto delle dottrine e dei contenuti. Nessuno lo ha detto meglio dello stesso Enrico V: alla Francia è necessario «que Dieu y rentre en maître pour que j’y puisse régner en roi» (p. 566) – «che Dio vi rientri come padrone perché io possa regnarvi come re». Una frase che, tenendo conto del diverso modo di esprimersi della lingua italiana, potrebbe anche essere tradotta – senza tradirla – facendo riferimento alla necessità che in Francia «anzitutto regni Dio perché vi possa regnare io».

La Monarchia tradizionale unica soluzione globale alla crisi del mondo moderno.



di Giovanni Cantoni

Il testo nasce come prima parte dell’intervento svolto al convegno promosso dal FMG, il Fronte Monarchico Giovanile, dell'Emilia-Romagna, a Monteombraro, in provincia di Modena, dal 24 al 26 settembre 1971, sul tema La monarchia tradizionale, organica, rappresentativa, come alternativa globale al siste...ma partitocratico e repubblicano. È comparso in monarchia. Mensile contro-rivoluzionario del Fronte Monarchico Giovanile dell’u.m.i., anno I, [n. 2], Modena marzo 1972, pp. 2-4. Il titolo e i sottotitoli sono della redazione della rivista. La seconda parte dello stesso intervento era la Circolare riservata CR 4, del 25 maggio 1971, raccolta in Per la buona battaglia, Cristianità, Piacenza 1991, pp. 35-47.
Rispetto all'originale è stato variato il modo della citazione e sono state aggiunte le note relative alle citazioni dirette.


«Minacciati nella nostra esistenza da un radicalismo erede di tutti gli errori e di tutti gli odii contemporanei, da un radicalismo che vuole spegnere la fede, i costumi, la fami-glia, l’autorità, tutte le istituzioni da cui dipende l’ordine so-ciale, noi non potremo essere salvati che da un altro radicalismo, erede delle tradizioni antiche che furono la nostra gloria e la nostra vita» [(1)]. Queste parole decise, pronunciate esattamente cento anni or sono dal R. P. Monsabré O.P., in Notre Dame, durante una predica per la Quaresima del 1872, non hanno perso nulla della loro puntualità. Le assumiamo perciò a definire la prospettiva alla quale intendiamo attenerci.

Forse vi è stato un tempo in cui i termini «tradizione», «tradizionalismo», «tradizionale», «tradizionalistico» hanno avuto un significato univoco, al riparo da ogni possibile fraintendimento. Ugualmente forse è accaduto per «ControRi-voluzione», «controrivoluzionario», «reazione» e «reazionario». Se vi è stato questo tempo, oggi è finito, non soltanto per l’uso che si fa di questi termini nella comune conversazione, ma anche per l’abuso che se ne fa a tutti i livelli in quell’area sociologica denominata Destra nazionale.

Oggi è perciò pressoché impossibile servirsi di queste parole al riparo da ogni equivoco, ed è di conseguenza indispensabile tentare una explicatio terminorum, dalla quale non si può prescindere perché ogni rapporto umano, e soprattutto ogni conversazione, non cada soggettivamente nel soliloquio, oggettivamente nel vaniloquio.

Nell’evidente impossibilità di esaminare e rifondare ex novo concettualmente tutti i termini, sempre che ne avessimo la capacità, ci limitiamo a situarli culturalmente, cioè attraverso un riferimento esigente da parte del lettore una certa informazione, che diamo assolutamente per scontata, almeno argumentandi causa, come si dice, almeno per poter parlare, per poter cominciare un discorso. Quindi i suddetti termini saranno da noi usati nel senso che hanno all’interno del pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento e della sua continuazione nel nostro secolo ad opera dei viventi Plinio Corrêa de Oliveira, Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra Ciudad, Marcel De Corte, Léon de Poncins e Gustave Thibon. Si tratta di un senso sufficientemente univoco e dichiaratamente cattolico, quindi libero da ogni suggestione magistica, esoteristica, orientalistica e ancor più occultistica.

Dopo aver risposto al quesito «Chi fur li maggior tui» [(2)], veniamo al tema.


Società tradizionale e società moderna

Con il termine «tradizione» si intende sia l’atto di trasmettere qualche cosa sia la cosa trasmessa, tanto la traditio quanto il traditum; esso indica cioè due realtà: lo sforzo soggettivo di trasmettere qualche cosa e questo qualche cosa oggettivo che si vuole trasmettere, preesistente allo sforzo stesso e sostanzialmente da esso indipendente.

Con il termine «società tradizionale» si indica una comunità, un insieme di famiglie, che vive di una realtà oggettiva che sta a monte di essa e attorno a cui si ordina, per la quale la verità è un dato da tradurre e da trasmettere ma non da inventare, per la quale esiste una veritas divinitus tradita, una verità rivelata attraverso la natura — rivelazione seconda, come dice Pio XII — e attraverso la Rivelazione in senso stretto. Questa comunità è cioè sociata, è iuncta da uno jus naturale, da un diritto naturale divino e dalle conseguenze sociali e giuridiche del depositum fidei: è quindi una sacra societas, una società sacrale.

«Società moderna» è al contrario una collettività, un insieme di individui della specie umana uniti da un modus, da una volontà, da un timore, comunque da un contratto, una sorta di impresa collettiva che non ha a monte una verità, ma che produce verità temporanee, cioè mode, figlie del tempo, della violenza e di altro, comunque accidentali. Si tratta di una societas profana, che non ha al proprio centro un fanum, un templum, un territorio delimitato e sottratto all’uso economico, che non vive una vita liturgica, cioè un tempo anch’esso sottratto all’impegno economico: è dunque una società secolarizzata.

«Società contemporanea» è semplicemente la comunità con cui ogni essere umano è in rapporto, di cui ogni uomo fa parte nell’arco della sua vita terrena. Si può dire anche «odierna», «di oggi», ma non ha alcuna valenza qualitativa e può essere tradizionale oppure moderna a seconda dei casi e indifferentemente. Non è certo un tertium genus, ma come «società antica» indica la relazione temporale che abbiamo con essa, di compresenza o di non presenza.

Queste definizioni si potrebbero anche sostanziare introducendo i termini Civitas Dei, civitas diaboli e civitas humana. La civitas humana è la società contemporanea, la città degli uomini, mentre la società tradizionale è il risultato dello sforzo della civitas humana di modellarsi secondo i caratteri della Civitas Dei; e la decadenza della società contemporanea a società moderna è la sua caduta a livello di civitas diaboli.

Società tradizionale e società moderna sono dunque due termini indicanti una qualità e possono essere assunti come categorie, come possibilità offerte alla libertà dell’uomo, alla sua capacità e alla sua volontà di scelta, al suo dovere di scelta. Il modo di essere della società tradizionale, il suo status, che fonda la sua stabilità, la sua permanenza, il suo resistere all’usura del tempo, comporta l’esercizio dell’autorità spirituale, che nella ecclesia, nell’adunata all’appello militare per l’annuncio della buona novella, dello euanghélion, ne detta la legge morale e spirituale come esegesi del depositum fidei. Comporta inoltre la potestas, l’esercizio del potere temporale per proteggerla dal nemico esterno con la guerra, dal nemico interno con la giustizia e per amministrarne e regolarne la vita economica. E la potestas, l’esercizio del potere temporale, nella sua massima espressione, in tesi universale, è sacrum imperium, non conosce nemico esterno ma solo nemico interno, e definisce il luogo della libera e totale evangelizzazione.


Il Regno


Analogo all’imperium, ma non identico, il regnum è definito dall’esercizio del potere temporale in modo non universale neppure in tesi, ma generale; non per tutti gli uomini, non erga omnes, ma erga nationem, relativamente cioè a un gruppo storico culturalmente determinato.

Il regnum è, in quanto Stato, societas perfecta, ed è compimento di questa perfezione perché è retto da una regiminis forma praestantior rispetto ad aristocrazia e a democrazia, cioè dal regime monarchico. È strutturato quindi in modo tale da riprodurre al suo vertice con una dinastia, e perciò nella sua versione ereditaria, il tipo della famiglia, cellula elementare della società e al dire di Cicerone «fundamentum civitatis et quasi seminarium rei publicae» [(3)].

La monarchia tradizionale è dunque una società tradizionale retta a regime monarchico ereditario, cioè una società che vive della tradizione ed è retta da una famiglia. Appare dunque chiaro che nel concetto di monarchia tradizionale, così come in quello di società tradizionale, dal punto di vista sostanziale l’accento cade sull’aggettivo, ed è perciò legittimo parlare di una aristocrazia tradizionale e di una democrazia tradizionale, cioè di diverse forme di regime della società tradizionale, anche se meno perfette della monarchia tradizionale a cui conclude la prima società naturale autosufficiente. In analogia, purtroppo, si può anche parlare di un impero moderno, di una Repubblica Universale, di cui la Società delle Nazioni e l’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite sono tragiche prefigurazioni.

Alla stessa definizione di monarchia tradizionale si può giungere osservando che cosa racchiude la monarquía tradicional dei teorici carlisti. Ci aiuta il lemma carlista nella sua completezza. Esso recita: «Dios, Patria, Fueros, Rey». Il Rey è cioè custode della Santa Tradición, cioè della fede, della integrità nazionale e dei diritti acquisiti. Al Rey viene richiesta non solo la legittimità di diritto, cioè dinastica, ma anche la legittimità di esercizio, cioè il rispetto e la difesa della Santa Tradición, che fa sì che la monarquía tradicional sia non soltanto social e representativa ma anche limitada dalla legge divina e naturale e dai legittimi diritti acquisiti.

Monarchia tradizionale non è dunque termine atto a indicare una realtà sociopolitica caratterizzata dalla presenza di un capo denominato Re o comunque da una carica suprema ereditaria, ma descrive il regnum christianum fondato sulla religione cattolica, apostolica e romana, e ordinato nei suoi stati con un clero, una nobiltà, un popolo e al di sopra l’Imperatore e quindi il Sommo Pontefice. DESCRIVE CIOÈ UNO STATO IN CUI AI SUDDITI E AL RE È UGUALMENTE CHIARO CHE OGNI AUTORITÀ VIENE DA DIO.

Quanto abbiamo cercato di descrivere in termini assolutamente teorici, si è presentato in Occidente senz’altro fino all’oltraggio di Anagni, e in misura minore fino alla Rivoluzione francese. Entrambi gli avvenimenti sono emblematici e tollerano sopravvivenze parziali posteriori.


Decadenza della Monarchia tradizionale

Proseguiamo ora indicando i passaggi della decadenza della realtà «monarchia tradizionale», sempre in termini teorici.

La monarchia tradizionale, dunque, in quanto tradizionale, è una società che traduce nelle contingenze storiche la verità naturale e le norme sociali derivanti dalla Rivelazione, interpretata dal Magistero della Chiesa. Finché il regime politico-sociale è quello del regnum, il tipo umano in esso educato e che quindi lo caratterizza è quello del suddito, dell’uomo cioè sottoposto alla legge di Dio e sottomesso alle leggi della comunità. Il suddito non conosce alternativa al suo stato, se non come deviazione, insubordinazione, peccato. Solo in casi molto rari è consapevole del bene costituito dal Regno e così solo in casi molto rari è esplicitamente monarchico; nella generalità dei casi lo è solo implicitamente.

Quando la Rivoluzione, continuazione nella storia del non serviam di Lucifero, dopo aver attaccato la Chiesa con la PseudoRiforma e aver compromesso l’Impero servendosi anche dl prevaricazioni regali, investe il Regno, talora non lo abbatte sic et simpliciter, ma lo svuota delle sue realtà strutturali, cioè tradizionali, e spesso lo lascia sopravvivere a coprire con le sue forme istituzionali una sostanziale democrazia rivoluzionaria, in evoluzione verso la democrazia totalitaria. L’aristocrazia viene ridicolizzata e vanificata allontanandola dalle sue funzioni, i corpi intermedi abbattuti e al suddito si sostituisce il cittadino: è la monarchia liberale, in cui sopravvivono i monarchici impliciti, paghi delle forme o che non colgono cosa lavora sotto le forme, mentre cominciano a manifestarsi i monarchici espliciti, cioè caratterizzati da una consapevole scelta non solo istituzionale ma soprattutto di regime, preoccupati che venga mantenuto il legame tra la monarchia e la tradizione, e che non vengano infranti i diritti acquisiti sia nei rapporti fra Stati che nei rapporti fra individui. L’Italia ha conosciuto con il conte Clemente Solaro della Margarita un eccezionale esempio di questo tipo di monarchico «sveglio».

Quando poi anche le forme del Regno cadono, dopo che la Rivoluzione ha tentato l’ultimo inganno, quello costituito da una ipotetica monarchia socialista, il cittadino ha la meglio sul suddito e all’usura del tempo sopravvivono soltanto monarchici espliciti, mentre il coro dei monarchici impliciti si affievolisce, fino a scomparire, dopo essere passato attraverso la fase del puro legittimismo, della semplice fedeltà a una dinastia.

Come dall’arte per Dio si passa, attraverso l’arte per l’uomo e l’arte per il popolo, all’arte per l’arte e quindi alla morte dell’arte in pro della funzionalità tecnica, così dalla monarchia tradizionale, attraverso la monarchia liberale e la monarchia socialista, si giunge alla monarchia per la monarchia e quindi alla difesa del l’istituto monarchico perché funzionale rispetto a un regime tecnocratico.


Il monarchico esplicito

La società, nella sua forma di democrazia totalitaria, non è più seminarium di uomini tradizionali, di sudditi e quindi di monarchici, se non in modo marginale, come si direbbe in gergo sociologico, se non come scarti del ciclo di produzione del cittadino, un po’ come gli anarchici. La prospettiva tradizionale, e quindi monarchica, diviene una prospettiva minoritaria, patrimonio di persone che ricordano un Re e una bandiera, che hanno assistito da un molo alla partenza per l’esilio, ma destinate per leggi biologiche fatali a scomparire. Ed è patrimonio anche di pochi altri che desiderano, sulla base di quel ricordo riflesso che è la cultura.

Finché i due gruppi umani convivono — e il tempo regola la durata di questa convivenza — in questa realtà sociologica marginale si manifestano due linee, due correnti, il cui scontro è inevitabile, anche se pubblicamente attenuato. Il primo gruppo ricorda l’ultima espressione del Regno, il secondo gruppo desidera inevitabilmente la sua prima incarnazione, più carica di prestigio e di significato, quel principio che non è solo primo tempo ma anche norma.

QUALE DELLE DUE LINEE HA LA MEGLIO? SENZA DUBBIO LA SECONDA, E, MI PARE, NON SOLO DI FATTO MA ANCHE DI DIRITTO.

Non si tratta, sia ben chiaro, di uno scontro di generazioni nel senso corrente del termine, ma di inevitabili diversità di consapevolezza, di modi diversi di essere monarchici sulla base di diverse situazioni esistenziali. Inoltre per il primo gruppo è impensabile non unire alle proprie scelte, non sposare ai proprio atteggiamenti elementi di nostalgia; per il secondo gruppo questa nostalgia non si può dare, se non in modo patologico, cioè come ricordo di realtà non conosciute.

Viene infine un giorno in cui i monarchici di desiderio sono gli unici monarchici, e questo giorno ha le sue specifiche necessità, i suoi caratteri che richiedono di essere studiati, e non solo per completezza teorica, MA PERCHE’ QUESTO GIORNO CI PARE VICINO? È FORSE QUESTO CHE STIAMO VIVENDO?

Abbiamo qualificato i monarchici nelle tre fasi di Rivoluzione latente, di Rivoluzione operante e di Rivoluzione trionfante, come impliciti e poco consapevoli del bene posseduto, quindi come sempre più espliciti e sempre più consapevoli del bene in pericolo e infine scomparso. La crescita della consapevolezza è crescita della coscienza del bene costituito dall’Antico Regime, nelle sue forme e soprattutto nei suoi elementi strutturali, nelle sue istituzioni visibili e soprattutto nella sua sostanza di regime intrinsecamente legittimo in quanto conforme ai principi del diritto naturale divino e della Rivelazione, confermati dall’esperienza sociale e storica.

La crescita nel monarchico del tradizionalista, di colui che desidera divenire uomo tradizionale, uomo di principi, è crescita che passa attraverso l’attaccamento alle istituzioni e alle forme, cioè attraverso il conservatorismo, per quindi cogliere di dette istituzioni e dette forme l’anima, le ragioni più profonde e le condizioni di vitalità. E quando il monarchico tradizionalista decide di passare all’azione per restaurare quest’anima e queste condizioni, che sole possono permettere il rifiorire di istituzioni e forme, in lui è nato il controrivoluzionario.


Il controrivoluzionario

«Allo stato attuale — insegna Plinio Corrêa de Oliveira — controrivoluzionario è chi conosce la Rivoluzione, l’Ordine e la Contro-Rivoluzione nel loro spirito, nelle loro dottrine, nei loro rispettivi metodi.

«— Ama la Contro-Rivoluzione e l’Ordine cristiano, odia la Rivoluzione e l’anti-Ordine.

«— Fa di questo amore e di questo odio l’asse attorno al quale gravitano tutti i suoi ideali, le sue preferenze e le sue attività» [(4)].

A questo punto il sostenitore della monarchia tradizionale è tout court un controrivoluzionario e si guarda bene — insiste il de Oliveira — dal «[...] presentare la Controrivoluzione come fosse una semplice nostalgia (non neghiamo d'altra parte [è chiaro,] la legittimità di questa nostalgia) o un puro dovere di fedeltà personale, per quanto santo e giusto sia. Tutto ciò sarebbe presentare il particolare come fosse il generale, la parte come fosse il tutto, sarebbe un mutilare la causa che si vuole servire» [(5)].

Egli sa che l’antiOrdine è il luogo geometrico di concezioni erronee e di verità parziali impazzite e sterili, elevate alla dignità di verità assolute e feconde. Combatte quindi la concezione immacolata del singolo e della maggioranza, dello Stato e del capo carismatico, della nazione, della razza e della classe; e combatte anche, in se stesso, la concezione immacolata del Re e della dinastia. Sa che la maggioranza non ha sempre ragione, così come non hanno sempre ragione né lo Stato, né il capo carismatico, né la nazione, né la razza né tanto meno il proletariato, e quindi sa anche che neppure il Re ha sempre ragione. Gli pare evidente la follia di un mondo «illuminato», pieno di oracoli «infallibili», mentre l’infallibilità autentica, l’autentica vox Dei è circondata da tante legittime cautele. Perciò, come da buon cattolico, secondo le leggi della Chiesa, presta il suo assenso a quanto in certe forme e a certe condizioni è proclamato da Pietro, così da buon monarchico grida alto il suo Viva il Re, nonostante tutto! e continua nella sua lotta, per l’ordine naturale e cristiano, certo che esso, rispettoso com’è di ogni legittimo diritto, ordinariamente conclude alla monarchia.

Poiché vuole la monarchia tradizionale, vuole anzitutto le istituzioni che la sostanziano, non una esclusa. La regalità, certo, ma anche il riconoscimento dell’autorità dello Stato, ma anche il continuo rinnovamento dell’aristocrazia, ma anche la pacificazione del rapporto fra le classi attraverso la corporazione, ma anche l’esistenza della proprietà privata come espressione economica della libertà ma anche, alla base, la famiglia, perché alla base della società tradizionale sta la famiglia e al vertice della società tradizionale perfetta sta la famiglia reale.


* * *


Diceva De Maistre: «Qualcuno afferma: “Non vi è più mezzo per ristabilire l’antico ordine di cose: gli elementi stessi non esistono più”. Ma gli elementi di tutte le costituzioni sono gli uomini: non vi sarebbero per caso assolutamente più uomini in Francia?» [(6)].

E IN ITALIA?

«La tecnica moderna [doma le acque, rende fertili i deserti;] costruisce un grattacielo in qualche settimana; ma per far maturare una semplice spiga di grano è necessario tutto il sole di una estate. E quanti anni necessitano per formare e far maturare un uomo?» (Paul Ryckman, exgovernatore generale del Congo belga) [(7)].

QUALCUNO CREDE DI POTER ANCORA RIMANDARE?

Marchese Orazio De Attellis Grande Oratore della Grande Loggia simbolica del Grande Oriente delle Due Sicilie:Prefazione per gli Statuti Generali della Massoneria scozzese editi in Napoli nel febbraio del 1821.

Lettore Fratello,
Vada pur altri a cercare il primo anello massonico nella culla del mondo, e nell’arca di Noè, nella torre di Babele, nel decalogo di Moisè, nel tempio di Salomone. Altri ti conduca a visitare i templi di Menfi, di Tebe, di Saïs, di Eliopoli, e quello che ad Iside fu eretto in mezzo a Roma, ove, al dir di brillante scrittore, anche que’ fieri conquistatori pretesero di appropriarsi la influenza morale delle iniziazioni. Neppur farò dispute con Waburton e Robin, se nel sesto libro della Eneide siasi simboleggiata la iniziazione di Augusto a’ misteri eleusini dopo la battaglia di Azio. Lasciamo l’albero genealogico della massoneria da banda.
Vo’ però dirti che né gli esterminj di Nabuconodonosor e di Tito Vespasiano; né le persecuzioni di Costanzo, di Graziano e di Teodosio; né la distruzion de’ sacrificj de’ Druidi; né il diluvio di sangue che risommerse il mondo morale nel caos per le conquiste di Maometto e di Omar in oriente, e per le incursioni de’ Goti, de’ Vandali e de’ Borgognoni nell’occidente; né la orribil catastrofe de’ Templari; né le riforme più speciose che utili de’ Cronwell e degli Orleans; né gli anatemi di Clemente XII, e di Benedetto XIV; né quante proibizioni o persecuzioni ebber luogo nel 1735 in Olanda; nel 1737 in Francia, a Gand nelle Fiandre, ed in Isvezia; nel 1739 in Polonia; nel 1740 in Ispagna e nel Portogallo; nel 1741 in Malta; nel 1743 in Austria, e nel 1751 in Napoli [1]; né la calunniosa superstizione, né le prostitutrici protezioni dell’abile tirannide, poteron mai abbatter l’ordine de’ liberi muratori. La falce del tempo, cui nulla resiste, ha dovuto rispettarlo.
Donde un simil prodigio? Da due potentissime cagioni: santità di principj, e perfetta uniformità di dottrine, di riti e di leggi in tutti gli angoli della terra.
È superflua ogni dimostrazion della prima. Ad un iniziato il re d’Inghilterra Arrigo VI dimandò: un massone m’insegnerà egli le stesse arti che voi avete imparato? Ripigliò l’altro: vi s’insegneranno se ne sarete degno, e se sarete capace di apprenderle. Federico II era un re, e pur meritò di esser massone.
Non è ella prodigiosa una società che tutta gerarchica nelle sue apparenze, tutta distinzioni e privilegj, non produce in sostanza che uguaglianza di diritti, e rovesci di tirannide? Una società, su’ di cui troni ascende l’ultimo come il primo tra’ cittadini, e donde lo allegorico sovrano discende con la stessa gioja con cui vi ascese? Una società non sostenuta che dalle considerazioni dovute a’ lumi ed alle virtù, e dalla opinion libera de’ suoi membri?
Generalizzata con ta’ mezzi misteriori ne’ petti umani la conscienza della propria dignità, ben tosto la sovranità inalienabile de’ popoli abbatte la decantata legittimità de’ troni non consacrata che dal diritto della bajonetta. Sciolte in tal guisa le menti ed i cuori da’ lacci della servilità, sorgeranno senza quasi volerlo, né saperlo, i popoli-re.
Pur v’ha de’ massoni intrusi che accusan la massoneria, specialmente scozzese, di despotismo… Essi non si acchetano se non sien salutati membri del 33, o non si accordin loro tutti i gradi della massoneria ermetica o cabalistica [2]. Così è. Si predica la libertà per giungere a dispotizzare. Il libero muratore, talun dice, non dee conoscer gerarchie, né distinzioni… Voi siete despoti, io rispondo a costoro, o pazzi che correte a farvi caricar di catene. Voi liberi per la difesa de’ vostri diritti contro l’abuso del potere altrui, non per abbattere ogni potere, e quella gerarchia, ch’è tanto più rispettabile in quanto è convenzionale e spontanea, e la quale intrattiene ciascun de’ socj nella sfera, in cui natura ha sovranamente circoscritte le di lui qualità morali e fisiche. Chi vi obbliga ad esser massoni? È un vile speculatore, o un imbecille, e sempre spergiuro chi tiene il vostro linguaggio.
Studiate e vedrete chiaro. La massoneria, ben dicesi ne’ statuti di Milano, comunque da’ profani creduta gergo sterile ed insignificante, è la più sublime delle scienze. Dessa esercita la ragione, fissa l’attenzione, stimola l’attività, e fa progredire lo spirito spontaneamente da sé. Ma nulla si giunge mai a conoscer d’importante che a misura dello sviluppo analitico delle dottrine di ciascun grado, mirabili prodotti di lunghe ricerche, di replicati tentativi, e di una fermezza di spirito a tutte pruove.
Son queste dottrine, che arcanamente operando la perfezion morale, intellettuale e fisica dell’individuo, preparan quella di tutta la specie. Chi si arresti a mezza strada non si dolga di ciò che non giunga a conoscere; e chi giunga per salti a gradi sublimi, carpirà forse un diploma, ma non sarà massone.
La seconda dimostrazione parte dal fondo della cosa. Non vi è società senza leggi. Ma la diversa legislazione forma la diversità de’ popoli, ed il popolo massonico non è indistruttibile se non per la sua unità ed indivisibilità su tutta la faccia del globo. Dunque una e intangibile dev’esser sul globo tutta la massonica legislazione.
La deficienza di statuti generali ben completi e regolarmente ordinati, così nelle due Sicilie che dovunque, se non ha finora distrutto l’ordine de’ liberi muratori, ha certamente reso frustraneo tutto il bene che si avea diritto di attenderne. La ignoranza, la difformità e l’arbitrio hanno avuto luogo di legge ne’ nostri templi [3]. La penna rifugge dal tracciare i disordini liberticidi e demoralizzatori che sonosi moltiplicati al raggio medesimo del divino delta [4]. Ecco perché ho avuto l’ardimento di por mano ad una redazione immensamente al di sopra delle mie forze.
Non son però io corso sulle rive del Giordano a consultar gli statuti degli anacoreti del Libano o della Palestina. Neppure ho svolto gli archivj di Edimbourg, o di Upsal nella Svezia per rinvenirvi le costituzioni ivi depositate dagli 81 deputati de’ FF. crociati, che si stabilirono in Gerusalemme all’epoca delle prime conquiste di Buglione. Ho data la preferenza a’ statuti scozzesi pubblicati in Milano nel 1806, 1°. perché meno incompleti, più autentici degli altri, e mediocremente ordinati; 2°. perché redatti per la nostra Italia, e da mano italiana sommamente religiosa nel rispettare la primitiva purità e severità della legislazione universale dell’ordine.
I statuti di Milano, da’ quali ho solamente risecato le amfibologie, i pleonasmi, e quanto evvi di parasito, disponendo in modi più convenevoli le materie progressivamente articolate, sonosi nel resto da me quasi ad literam copiate. Il difficile era il riempirne i vuoti, onde il mio insieme niente lasciasse a desiderare. Vi ho supplito; e bastan le più superficiali cognizioni della vera ed antica massoneria per convincersi che a nulla ha contribuito la mia fantasia. Son ricorso a’ regolamenti generali in Edimbourg nel 1090, quando non conoscevasi massoneria al di là dell’attuale 14.mo grado. Son ricorso a’ statuti particolari de’ sublimi gradi concistoriali per ciò che non deesi ignorare dalle officine di gradi inferiori. Ho consultato in poche occasioni lo statuto di Parigi, di cui fu fatta e pubblicata nel 1808 in Napoli una storpiata traduzione nelle vedute della monarchia assoluta allora vigente in queste belle, rispettabili e sempre infelici contrade; statuti non dell’ordine, ma di un G.O. di cui Murat era il capo, e l’anti-filantropismo era lo scopo [5]. Mi han giovato finalmente le produzioni storiche, legislative o filosofiche di quanti illustraron la biblioteca mistica di quest’ordine celebre [6].
Parrà strano per altro che sull’esempio de’ statuti di Milano io abbia fatto ne’ miei un confronto tra’ due riti scozzese e francese, altrimenti riformato. Perché questa confusion di riti? La massoneria francese diversifica forse dalla scozzese nel solo rito, ovvero anche nella parte scientifica, locché è indubitato? L’amalgama di un antico instituto (di cui si voglia seguire senza restrizioni il corso regolare) con moderne e mutilatrici riforme, non è forse col fatto un vero imbastardimento dell’uno e delle altre? La riforma, ch’è in sostanza uno scisma, non dee forse aver le sue leggi particolari? Il benedittino ed il zoccolante, lo scopo religioso de’ quali è pur il medesimo, saranno essi tenuti ad osservare una stessa regola, e portarsi al coro nelle stesse ore del giorno o della notte? Qual diritto hanno i professori di riforme e d’incogniti riti, di qualificarsi membri di un ordine essenzialmente uno ed invariabile? Qual preferenza del rito francese su’ riti dello scozzesismo suddiviso in antico ed accettato, in quello di Edimbourg, di Hérédon, di Kilwinning, di York, e nel rettificato, e nell’illuminismo [7] etc. e su tutti que’ scismi che sotto lo specioso titolo di riforme salutari lacerarono in ogni tempo la massoneria in Germania [8]? Qual predilezione ingiuriosa per tanti altri nostri venerabili fratelli, i quali, ovunque degenti, travaglian, come noi, alla riedificazione del gran tempio, quantunque con riti dissimili?
La ragione è chiara. Generalmente in Italia, e più nelle Sicilie, mai non si professò che il vero ed antico scozzesismo. Questo rito fu indi da profane proscrizioni in pochi petti confinato. Avvenne la rivoluzione di Francia, e la massoneria fu tra noi rianimata. Ma imitatori delle idee politiche de’ francesi, dovemmo per poco esserlo anche del rito massonico tra essi in voga [9]. Era naturale per altro che richiamati noi all’insigne professione dell’arte reale, il rito scozzese riconquistasse finalmente l’antico primato. L’altro non è però spento, e niuno ha il diritto di comandare alle opinioni altrui. Or nulla brigandomi di tanti altri riti a me ignoti, e che importa non conoscere, ed affinché i seguaci del rito scozzese non guardino biecamente que’ del francese, e mantengasi tra gli uni e gli altri la più fraterna corrispondenza, ho creduto espediente il render loro egualmente proficui i mei statuti generali.
Lettore fratello; se gli statuti, che ti presento, contribuiranno a far cessare lo scisma legale che tormentò finora il nostro ordine augusto, le mie vigilie saranno compensate abbastanza. Ma è lo scisma morale che ci resterà a combattere, e del quale non sembra agevol cosa lo arrestare i progressi. L’ambizione che si cela sotto la maschera dello zelo, ed il soverchio zelo che spesso si converte in ambiziosa ostinazione, son due nemici egualmente formidabili. Non vedi tu oggi tre GG
. OO. disputarsi la preminenza sulla nostra massoneria nazionale? Quello cui ho il favore di appartenere, è il primo fondato nella capitale delle due Sicilie al rito scozzese. Parea che la priorità di fondazione a questo rito, e la naturale indipendenza di un rito padre di tutti i riti, l’unico veramente universale, fossero titoli non suscettibili di contestazione. Pur no. De’ massoni han dichiarato riaperti nella capitale medesima i lavori di quel G. O. al rito riformato che fu disciolto pe’ cangiamenti politici del 1815, ed han preteso appropriarsi ad un tempo il governo delle vecchie e nuove logge scozzesi. Altri in Salerno, capoluogo della provincia di principato citra, qualificando come scismatici i due GG. OO. della capitale, e senza riflettere che in niun caso può esistere un G\ O\ fuori di essa, han preteso creare un terzo G. O. composto de’ deputati delle logge di quella sola provincia…! L’un sostiene la illegittimità dell’altro, e sovente alla deficienza di solide ragioni si supplisce con le più condannabili satire personali. Si direbbe che le vertigini massoniche seguon perfettamente l’impulso delle civili, e che la massoneria instituita per lo perfezionamento dell’uomo e per la rigenerazion della specie, più oggi non cospiri che ad abrutir l’uno, ed a strascinar l’altra negli orrori dell’anarchia sacra e profana.
Pubblicherò, quando non mel vieti il dovere di correre alle frontiere in difesa della patria orribilmente minacciata, una moltitudine d’idee che io credo conducenti al desiderato riordinamento delle nostre cose massoniche. Non superfluamente avrò intanto dedicato diversi articoli de’ presenti statuti generali a far conoscere i mezzi legali, onde regga senza profanazioni una fraterna corrispondenza tra’ liberi muratori professanti diverso rito, e si assicuri particolarmente al rito riformato (francese), non affatto estinto tra noi, un idoneo regime nel seno medesimo del G. O. scozzese. Questi mezzi, attinti negli antichi codici della sapienza muratoria, non basteranno forse allo scopo? Tanto peggio. Il mio dovere è fatto. Ti saluto tre volte.


Gli Statuti recano nell’ultima pagina (la 174) l’approvazione di Domenico Gigli «al 30.mo gr. scozz», di Tommaso Mazza «al 30.mo gr. scozz» e, per l’appunto, di Orazio De Attellis «al gr. 32.mo scozz», nelle loro qualità di Grandi Oratori, rispettivamente, della Gran Loggia di amministrazione, del Sovrano Capitolo generale e della Gran Loggia simbolica.


Note
[1] Fu nel 1751 destinato in Napoli un persecutore per ciascun ceto di persone: il duca di Miranda per le cariche di corte; il duca di Castropignano pe’ militari; il presidente del consiglio pe’ forensi; il principe di Centola per la nobiltà; ed il primo elemosiniere del re per il clero.
[2] Fiorisce attualmente in Napoli il sig. D…. C…. possessore del millesimo grado di non so quale massoneria. Egli va iniziando, per 18 piastre, a scienze cabalistiche, cagliostriche, alchimiche, fantasmagoriche. Nello stesso attimo egli è presente in più luoghi lontani l’un dall’altro. A traverso di una bottiglia, e sulla mano di una pupilla egli fa vedere il passato, il presente-assente, ed il futuro. Un tronco di legno, o un vaglio, svela ad un suo cenno ignote verità. I vostri antenati lascian gli Elisi per comparire alla vostra presenza. Ecco un massone di que’ che in altri tempi la superstizion religiosa riputava stregoni di pieno diritto, e de’ quali confutava le dottrine col bruciarli vivi!
[3] In una delle migliori logge di Napoli, in lavori di apprendente, furon fatte un mese fa in mia presenza, l’una appresso all’altra da diversi opinanti, le seguenti mozioni: 1. si abolisca il consiglio del 33, di cui i scozzesi non han bisogno; 2. si sciolgan i GG. OO. giacché le centralizzazioni sono pericolose; 3. si abbruci tra le colonne il G. commendatore ad vitam; 4. la massoneria si dichiari non più confacente allo spirito del secolo…!
[4] Delta è la lettera D greca, la di cui forma è un triangolo equilatero, emblema della eternità. D è la iniziale della voce Demiurgos, con quale in Atene designavasi la divinità creatrice. Delta è pure il nome del basso Egitto celebre per le cose misteriore.
[5] Chiamo in testimonio la rispettabile e miseranda carboneria del 1811! Chiamo l’ombra di Capobianco…!
[6] Tra gli altri il sig. de Sainte Croix, Gebelin, Barthelemy etc. e Preston, Éclaircissements sur la franc-maçonnerie, Hutchinson, Esprit de la franc-maçonnerie, Cramer, Societas Rosae crucis etc. Vedi pure l’Histoire des statuts et règlements de la confraternité des maçons, Francfort 5742; les Annales maçonniques, Les francs-maçons dans la republique; e tante altre opere, cui la brevità del tempo non mi ha permesso di consultare su quanto potea risguardare il mio oggetto.
[7] Vi è chi ha sostenuto che Walter, gentiluomo danese, soprannominato Stuard dal popolo, introdusse il primo la massoneria in Iscozia. Un de’ suoi discendenti ottenne lo scettro nel 1371 dopo la morte di Mercolino.
[8] Si sa che la Germania fu sempre il paese de’ scismi, e delle sette non men filosofiche che letterarie e religiose.
[9] I Francesi aveano in buona fede adottata la riforma operata da Filippo d’Orleans. Ma perché costui operolla? Cospirando alla usurpazione del trono, pres’egli la maschera di repubblicano e di massone. Ma, iniziato al 30° grado scozzese, ebbe ragion di temere che un giorno non si rivolgesse contro di lui il braccio medesimo che volea far servire a’ suoi progetti. Quindi riforma della massoneria scozzese. De’ 33 gradi si annullino, diss’egli, gli ultimi 15, e si riducano i primi 18 a 7. Disse e fu fatto. I nemici del potere concistoriale (que’ cioè che mai non avean potuto ottener gradi al di là del 18.mo), lo secondaron vivamente. Altri videro nella riforma il mezzo per giunger prestamente, e con poco studio e minor dispendio, al nec plus ultra, e l’abbracciarono con avidità. I militari soprattutto, de’ quali Filippo più ambiva il favore, furon contenti di non aver più a subire 33 iniziazioni, né ad apprendere 33 catechismi, ne’ lor templi volanti. Per questi calcoli, e per la incostanza francese, e per la forza dell’oro, e niuno accorgendosi della bizzarra conversione della massoneria in una commedia buffa, la riforma fu proclamata in Francia, e predicata ovunque le armi francesi penetrarono.

Il cammino verso la malaunità:L’espansionismo piemontese (1855-1860).

                                                Camillo Benso, conte di Cavour.


Dopo la disfatta della prima guerra del Piemonte contro l’Austria (1848-49), quest’ultima continuava a tenere saldamente in mano la penisola sia con domini diretti sia con stati alleati ma la politica di Napoleone III mirava a subentrare in Italia agli Asburgo favorendo, strumentalmente, le mire espansionistiche del Piemonte. Si sarebbe creato un nuovo e primo ampio stato italiano vassallo, primo anello di una catena che voleva fare del Mediterraneo un lago francese, l’occupazione dell’Algeria (1830) faceva parte di questo piano; anche l’Inghilterra, perse da tempo le colonie americane, mirava al controllo del commercio marittimo nel Mediterraneo e temeva, oltre all’aumento della sfera d’influenza di Napoleone III in Italia, le mire espansionistiche transalpine in Egitto dove era in costruzione, da parte di un’impresa francese, il canale di Suez, prossima via d’accesso rapido all’India che era un dominio inglese; quest’ultima era minacciata contemporaneamente anche dalla Russia che, impadronendosi del Mar Nero, mirava a portare l’impero ottomano alla dissoluzione.
La storia unitaria italiana si inserì in questo contesto geopolitico europeo ed è assurdo attribuire i suoi sviluppi esclusivamente ai fermenti rivoluzionari come se si fosse potuta sviluppare “sotto vuoto” senza il benestare di Francia e Inghilterra, le due superpotenze che avevano rispettivamente l’esercito e la marina più potenti del mondo (l’Inghilterra con il suo impero controllava addirittura un quinto delle terre emerse): l’Italia era politicamente zero, gli altri erano in sella da secoli.
Camillo Benso, conte di Cavour, “uocchie ‘e cane e vocca ‘e lupo[1] andò al potere nel 1852 e cominciò l’opera di “grande tessitore” tentando di rompere l’isolamento internazionale del piccolo Piemonte con lo scopo di trovare appoggi stranieri al suo obiettivo politico: l’espansione territoriale del suo Stato. Egli cercava l’alleanza di Francia ed Inghilterra, le uniche potenze che potevano essere disposte ad appoggiarlo allo scopo di ridimensionare l’influenza dell’Austria sulla penisola, queste nel marzo 1854 entravano in guerra contro la Russia a fianco dell’Impero Ottomano per opporsi alla politica espansionistica dello Zar il quale aveva occupato due principati danubiani che erano sotto il dominio turco (guerra di Crimea del 1854-56).
Quando gli inglesi chiesero al Piemonte di inviare truppe di rinforzo, Cavour accettò malgrado la dura opposizione interna: 18mila piemontesi partirono inalberando il vessillo tricolore con lo stemma sabaudo nel mezzo, le spese di guerra (50 milioni di lire dell’epoca) furono coperte con un prestito al 3%, concesso naturalmente dall’Inghilterra; l’accordo non prevedeva nessuna contropartita a favore del Piemonte. All’opposto Ferdinando dichiarò la sua neutralità nel conflitto in corso, respingendo le profferte di alleanza Francia e Gran Bretagna (chiedevano 40 mila uomini e tre navi) [2] alle cui flotte rifiutò di concedere l’uso dei porti meridionali come scalo per le operazioni di guerra; inutile dire che questo fermo atteggiamento gli attirò ulteriormente le ire delle due superpotenze che reagirono con azioni diplomatiche e propagandistiche aizzando la stampa “liberale” dei loro due stati contro il re meridionale. Viceversa Cavour se ne era ingraziato i favori anche se l’apporto sul campo del suo esercito fu molto modesto: “I morti erano stati duemila ma quasi tutti per malattia, di modo che anche quel contributo non fu tale da pesare molto sul piano politico, dovendosi necessariamente commisurare ai 14 caduti nel combattimento e ai 15 morti a seguito delle ferite riportate: quanto a dire a perdite non superiori a quelle che le forze alleate subivano ogni notte nelle operazioni davanti a Sebastopoli.” [3]
C’è da aggiungere che anche oppositori acerrimi del Borbone, come Luigi Settembrini, pur se costretti al carcere, plausero la decisione del Re il quale, in questo modo, riaffermava la sua autonomia perché “è forse il regno infeudato alla Francia o ad Inghilterra?”[4]; quelli, invece, costretti all’esilio si espressero per una partecipazione delle Due Sicilie alla guerra.
La Grande Trama piemontese di espansione territoriale, ben mascherata dall’ideale unitario, si sviluppò ulteriormente al congresso di Parigi (14 febbraio-16 aprile 1856) seguito alla guerra di Crimea. Già il 28 dicembre del 1855 Cavour aveva inviato agli ambasciatori a Torino di Francia e Inghilterra una nota nella quale si chiedeva di parlare, nel prossimo consesso europeo, anche della situazione italiana; poi si era recato a Parigi a conferire con Napoleone III al quale consegnò un memoriale nel quale si pregava l’Imperatore di “obbligare l’Austria a rendere giustizia al Piemonte e sollevare le condizioni di Veneti e Lombardi, di sforzare il Re di Napoli a non più scandalizzare l’Europa (sic!), di far allontanare le truppe austriache dalla Romagna”[5].
Così l’8 aprile, in una seduta suppletiva del Congresso, a pace oramai firmata da dieci giorni, prese la parola il ministro degli esteri francese Walewskj il quale, congiuntamente al successivo intervento del rappresentante inglese Lord Carendon (entrambi precedentemente catechizzati da Cavour), sollevò la questione politica italiana puntando l’indice contro lo Stato della Chiesa e il regno delle Due Sicilie accusati, col loro malgoverno, di fomentare spinte rivoluzionarie che potevano mettere in serio pericolo l’assetto europeo se fossero esplose, si invitò quindi questi stati a concedere amnistie generali per i condannati per reati politici e avviare profonde riforme. Poi parlò Cavour che si scagliò contro l’Austria affermando che teneva oppressa con le sue truppe mezza Italia; i delegati austriaci e prussiano fecero delle obiezioni, rimarcando il fatto che il Congresso non si era riunito per deliberare sulla situazione italiana e che, quindi, questi interventi erano fuori tema; quello russo non spese una parola a favore di Ferdinando II, malgrado questi avesse impedito che le flotte alleate, in navigazione per il fronte, facessero scalo nei porti delle Due Sicilie, disse che le istruzioni avute dal suo governo riguardavano esclusivamente le questioni inerenti al trattato di pace. Dietro le quinte Cavour ebbe colloqui privati con gli altri inviati diplomatici, esplicitando le sue mire sui ducati padani e sulle Due Sicilie: la cosa non era nei patti prebellici e i suoi colleghi ne ricavarono una pessima impressione, salvo dargli dei “contentini” con vaghe promesse, come accadde in un incontro ufficiale con il rappresentante del governo inglese Lord Clarendon: il piemontese disse: “Milord, Ella vede che non vi è nulla da sperare dalla diplomazia; sarebbe tempo di ricorrere ad altri mezzi, almeno per quanto riguarda il re di Napoli” e l’inglese, di rimando: “Bisogna occuparsi di Napoli”. “Verrò a trovarvi e ne parleremo insieme rispose il Cavour [6] che nella stessa sede sondava, col Palmerston, primo ministro inglese, la possibilità di acquisire la Sicilia. In realtà egli tornò a Torino a mani vuote, la sua missione fu un fallimento, come anche egli ammise nella corrispondenza col suo ministro degli esteri, nonostante ciò non si può sminuire la circostanza che il problema politico italiano era stato ufficialmente sollevato per la prima volta in un consesso europeo, questo fatto ebbe una grossa risonanza a livello dei liberali italiani.
Il Congresso di Parigi. Il primo delegato a sinistra è Cavour (Regno di Sardegna), il terzo Buol-Schauenstein (Austria). Seduti: da sinistra, Orlov [1] (Russia) e, al di là del tavolo, Manteuffel [2] (Prussia); al di qua del tavolo Walewski (Francia), Clarendon (Gran Bretagna) e Aali [3] (Impero ottomano).

Successivamente ai pronunciamenti avversi manifestati al congresso di Parigi, Ferdinando fece pervenire una nota di protesta alla Francia rimarcando il fatto che “Aver egli la coscienza di governare i popoli secondo giustizia, né l’altrui licenza poterlo spingere a mutar la sua via ... Egli non transigerebbe mai sul diritto di sua indipendenza, pronto a soffrir qualunque abuso di forza, ed alla forza opporre la ragione”[7]. Il 19 e 21 maggio i rappresentanti diplomatici, accreditati a Napoli, di Francia e Inghilterra presentarono delle note ufficiali di biasimo che Ferdinando rispedì ai mittenti interpretandole come una lesione alle sue prerogative di sovrano di uno stato indipendente e affermando che “Se il Congresso stabilì che nessuno Stato aver diritto di ingerirsi nello Stato altrui [il principio del non intervento] i proposti consigli son derogazioni a tale principio … da ultimo egli mai non essendo entrato nelle cose altrui, credesi del pari essere egli solo giudice dè bisogni del suo Regno”[8]; il 24 maggio l’Austria si ritira dalla Toscana. Nell’ottobre del 1856, la Francia e l’Inghilterra ruppero le relazioni diplomatiche con le Due Sicilie e minacciarono anche l’invio di una spedizione navale punitiva nel porto di Napoli che però non ebbe luogo. Persino Luigi Settembrini, dal carcere di Santo Stefano, affermò con orgoglio: “Io fui condannato a morte, io sono nell’ergastolo per causa dello Stato, ma io darei il mio sangue e la mia vita a Ferdinando, se lo straniero volesse insultare lo Stato, occuparlo, invaderlo, impadronirsene[9].
Il 20 ottobre apparve sul “Moniteur”, il giornale governativo francese, un articolo in cui si affermava che “Gli Stati d’Italia ammettono la opportunità di clemenza e di riforme. Solo Napoli rigetta con alterigia i consigli…il rigore napoletano agita l’Italia e compromette l’Europa”. Era fumo negli occhi e, in realtà, queste parole mostravano chiaramente quali fossero le pretese egemoniche delle superpotenze dell’epoca verso gli stati più piccoli, il principio del “non intervento”, da esse tanto solennemente proclamato in più occasioni, rimaneva sulla carta tanto che lo stesso ministro degli esteri francese Walewsky ebbe a dichiarare all’ambasciatore delle Due Sicilie Antonini che “Napoli deve sottostare o a Francia o ad Inghilterra, e deve impedire che esse si congiungano a suo danno”; Ferdinando II, che difendeva con orgoglio e con le sue sole forze l’indipendenza del Sud dell’Italia, stava diventando sempre più scomodo e inviso a tutti. Il 15 novembre Cavour convocava il rappresentante diplomatico delle Due Sicilie a Torino, Canofari, complimentandosi della brillante figura fatta da Ferdinando II e proponendo un riavvicinamento col Piemonte, la proposta fu rigettata adducendo come motivo l’ospitalità che il regno di Sardegna dava agli esuli politici meridionali che tramavano contro il governo legittimo, molti di essi volevano collocare sul trono meridionale Luciano Murat, discendente di Gioacchino.
I liberali continuavano l’opposizione a Ferdinando II  e ci fu anche un tentativo di assassinarlo: l’8 dicembre 1856, durante l’annuale sfilata militare nel Campo di Marte di Napoli (zona Capodichino), il mazziniano Agesilao Milano, arruolatosi nella milizia borbonica nel terzo battaglione cacciatori, allorché venne a trovarsi a pochi passi dal Re, esce dalle righe e tenta di ucciderlo con la baionetta, riuscendo solo a ferirlo leggermente, mentre stava per provarci una seconda volta fu fermato dal tenente colonnello delle Ussari La Tour. Il contegno del sovrano fu impeccabile, non perse la calma e rimase al suo posto, continuando a osservare il resto dei reparti che sfilavano davanti alla sua persona, l’azione fu fulminea e pochissimi si accorsero dell’accaduto, l’attentatore fu immediatamente condotto in Gendarmeria dopo l’opposizione del re ad una esecuzione immediata. Alcuni affermano che il Milano fosse un attentatore isolato e non la mano armata di un complotto, altri pensano il contrario e chiamano in causa addirittura la persona di Alessandro Nunziante, aiutante di Campo di Ferdinando II, prediletto dal Re che lo colmava di benefici e al quale dava addirittura del “tu”; non ci sono ovviamente prove definitive ma indizi: Milano fu arruolato malgrado il suo nome fosse nella lista degli “attendibili”, cioè dei sospetti politici, e questo poteva essere possibile solo per l’azione di un alto ufficiale dell’esercito in combutta con altri complici, fu proprio Nunziante a insistere perché il re non commutasse la pena di morte stabilita nel processo [in modo da evitare eventuali accuse di complicità da parte dell’attentatore], ci fu un colloquio in carcere a quattr’occhi tra i due, il generale dispose che nessuno potesse parlare con Milano e lo fece sorvegliare strettamente. Ferdinando II ricevette le felicitazioni, per lo scampato pericolo, da parte di tutti i rappresentanti diplomatici accreditati a Napoli eccetto quelli degli Stati Uniti, Svezia e Regno di Sardegna che inviò una nota solo il 29 dicembre, su sollecitazione pressante del suo rappresentante nella capitale del Sud, il quale manifestò il suo grande imbarazzo per questa grave omissione.[10]
Il 17 dicembre, salta in aria un deposito di munizioni vicino alla reggia, con 17 morti; il 4 gennaio del 1857 tocca la stessa fine alla fregata a vapore Carlo III carica di armi e munizioni dirette a Palermo, ci furono trentotto vittime; non ci sono prove certe che questi altri due avvenimenti fossero dovuti ad attentati, ma, comunque sia, impressionarono, ovviamente, il Re e scossero la sua fede nelle forze armate di terra e di mare. Il 25 giugno parte la spedizione di Pisacane con il “Cagliari”, un battello della società genovese Rubattino (la stessa che successivamente fornì le navi per la spedizione dei Mille), essa fu esecrata ufficialmente da Cavour e repressa nel sangue a Sapri, in Calabria. Ai comandi dell’imbarcazione c’erano dei macchinisti inglesi (perchè il Piemonte non ne aveva di suoi, contrariamente alle Due Sicilie), furono incarcerati e ne seguì un contenzioso con l’Inghilterra a cui Ferdinando II dovette cedere con la loro liberazione e con un indennizzo in denaro, non prima di aver protestato che faceva ciò “restando tutto alla volontà assoluta della Gran Bretagna”.
                Pisacane viene fermato dal popolo che giustamente e fedele al sovrano.


Cavour, all’opposto di Ferdinando, non era isolato diplomaticamente e giocò spregiudicatamente su due tavoli sfruttando a suo vantaggio l’appoggio sia della Francia che dell’Inghilterra: accettò, in tutta segretezza, la proposta di alleanza della prima, ponendo le basi per una seconda guerra contro l’Austria, contemporaneamente si tenne amica la seconda con intensi contatti diplomatici; il suo obiettivo immediato era l’unificazione dell’Italia settentrionale e centrale sotto i Savoia.
Napoleone III aveva superato indenne l’attentato del mazziniano Felice Orsini del 14 gennaio 1858 e ricominciò a brigare con Cavour riproponendo un programma già esplicitato nel 1840 quando “il ministro degli Esteri francese Thiers andava proponendo all’ambasciatore sardo a Parigi… un’alleanza militare franco piemontese contro l’Austria…Unitevi a noi e vi daremo Milano in cambio della cessione di Nizza e della Savoia, in modo che la Francia raggiunga i suoi confini naturali e voi possiatevi finalmente espandervi nella pianura del Po…nulla trapelava dal chiuso delle cancellerie ma la Francia continuava ad accarezzare il progetto formulato per la prima volta nel 1610 da Enrico IV di Borbone col duca Carlo Emanuele”.[11] L’imperatore fece sapere a Cavour che avrebbero potuto vedersi segretamente a Plombiers, una località termale, il primo ministro piemontese si presentò il 21 luglio 1858, munito di passaporto falso, il colloquio durò otto ore, come precisa lo statista piemontese, che il giorno 24 scrive al suo Re una lunghissima lettera dalla quale si possono ricavare particolari illuminanti “Appena fui introdotto nel Gabinetto l’Imperatore mise la conversazione sull’oggetto che aveva motivato il mio viaggio, cominciò a dirmi che era pronto ad aiutare la Sardegna con tutte le sue forze per una guerra contro l’Austria, purché questa guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria, la quale potesse giustificarsi agli occhi della diplomazia e avanti l’opinione pubblica della Francia e dell’Europa. La ricerca di questa causa presentando la principale difficoltà……la mia posizione diveniva imbarazzante perchè non avevo niente altro a proporre……l’Imperatore mi venne in aiuto e ci mettemmo a percorrere insieme tutti gli stati d’Italia per cercarvi questa causa di guerra tanto difficile a trovare…… passammo alla seconda questione: ”Quale sarebbe lo scopo della guerra?” l’Imperatore mi concesse senza difficoltà che bisognava cacciare gli Austriaci dall’Italia, e non lasciare loro un pollice di terreno al di là delle Alpi e dell’Isonzo. Ma in seguito come si organizzerebbe l’ Italia?”[12]
Su quest’ultimo punto essi siglarono un pre-accordo, che rimase segreto a tutte le altre potenze europee per lungo tempo, che stabiliva un ampliamento del regno di Sardegna con i territori strappati al nemico austriaco in caso di vittoria, l’incorporazione dei ducati di Parma, Piacenza e Modena, nonché le Legazioni pontificie (Bologna e Ferrara) e la Romagna con la creazione di un Regno dell’Alta Italia; prevedeva, inoltre, la creazione di un Regno dell’Italia Centrale comprendente Toscana, Marche, Umbria e parte del Lazio, dato al cugino Gerolamo Napoleone che aveva anche in “dote” la figlia di Vittorio Emanuele, Clotilde; questi 4 stati (regno dell’Alta Italia, dell’Italia centrale, Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie) sarebbero stati riuniti in una confederazione sotto la presidenza onoraria del Papa ma che, di fatto, sarebbe stata sotto l’influenza francese.  In cambio dell’appoggio alla guerra la Francia avrebbe ottenuto, oltre al risarcimento delle spese militari, i territori di Nizza e la Savoia. Le Due Sicilie, nel progetto, venivano lasciate a Ferdinando II, anche se Napoleone III non faceva mistero del suo desiderio di rovesciarlo per metterne a capo suo cugino Luciano Murat (figlio di Gioacchino, già re francese di Napoli) il quale lanciò anche un proclama ai popoli delle Due Sicilie, invitandoli a rovesciare “l’odioso mostro” [Ferdinando II]. Nel gennaio 1859 ci fu la stesura definitiva in cui non si parlava più specificatamente di quali territori da annettere al Piemonte ma solo di quelli che la Francia avrebbe ottenuto, cioè Nizza e la Savoia. Rosario Romeo afferma che il convegno di Plombiers “fu un singolare intreccio di franchezza e di ipocrisia, la guerra di aggressione progettatavi sarebbe stata condannata da qualunque tribunale chiamato a giudicare secondo il diritto internazionale vigente“[13].

                                        Gli accordi di Plombières (1858).


Il 10 gennaio 1859, nel discorso della Corona del Parlamento piemontese, fu concordato con Napoleone III, che Vittorio Emanuele pronunciasse la famosa frase, bellicosa ma non compromettente, per la quale “Non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che vengono fino a noi da tante parti d’Italia”. Gli rispose sarcasticamente l’ “Armonia” organo dei gesuiti che “E il Piemonte che si duole che dopo dieci anni di libertà non si è potuto ottenere un bilancio normale e si dispera per l’avvenire, mentre i Napoletani non invidiano la libertà piemontese, i Toscani di nulla si dolgono e da Roma non partono che benedizioni”. Contemporaneamente si irretiva l’Austria con l’accoglienza data in Piemonte ad alcuni renitenti di leva lombardi e con il progressivo potenziamento dell’esercito piemontese che veniva provocatoriamente schierato nel pressi del fiume Ticino (al confine con il regno Lombardo Veneto austriaco): “Nel parlamento di Torino è approvata una legge per la sottoscrizione di un prestito di cinquanta milioni di lire “per difendersi dalle mire espansionistiche dell’Austria”. Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: “Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso”, il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno “ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire[14] . Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio: “Ecco a dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”. Nel marzo del 1859, Cavour era oramai divenuto a pieno titolo “dittatore parlamentare” visto che assommava sulla sua persona gli incarichi di presidente del Consiglio, ministro degli Interni, ministro degli Esteri e, dopo l’inizio delle ostilità, anche ministro della Guerra e in quel frangente si fece addirittura sistemare il letto al ministero della Guerra.
La cosiddetta seconda guerra d’indipendenza, in realtà una vera e propria guerra franco-austriaca, iniziò il 29 aprile 1859: l’Austria aveva lanciato al Piemonte, il 23 aprile, un ultimatum di 3 giorni, con la richiesta di disarmo; esso venne respinto dal Cavour il quale, tramite la sua politica provocatoria e sfruttando l’inesperienza dell’Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, riuscì a far apparire, agli occhi dell’Europa, il suo stato come vittima e gli Asburgo come aggressori, scattava così la clausola degli accordi di Plombiers e la Francia doveva scendere in campo. In realtà questo era già avvenuto nei mesi precedenti con la mobilitazione dell’esercito francese che era, all’epoca dei fatti, pienamente operativo, prova ne sia che esso fu trasferito verso Piemonte via terra (con un ordine di Napoleone III del 21 aprile, quindi prima che gli avvenimenti precipitassero) e via mare (il 26, quindi il giorno stesso della scadenza dell’ultimatum), una guerra non si prepara in poche ore; per questi motivi, molti storici affermano che l’Austria fu costretta ad entrare in guerra, giocando d’anticipo, per cercare di battere gli avversari sul tempo prima che organizzassero le loro forze alleate; questo, però, non fu possibile per la pessima conduzione dell’esercito, nella fase iniziale del conflitto, da parte dell’irresoluto comandante Giulay, succeduto al leggendario maresciallo Radetsky, morto l’anno precedente. Aggiungiamo, infine, che nei rapporti diplomatici, gia dall’inizio della primavera si faceva menzione di un prossimo attacco della Francia all’Austria.
                                   Battaglia di Solferino 24 Giugno 1859.


Contemporaneamente cominciò l’opera di destabilizzazione interna di alcuni stati preunitari con “spontanee insurrezioni unitarie” da parte d’agenti sabaudi infiltrati (spesso carabinieri travestiti), che avevano provocato la fuga dei sovrani regnanti (il 27 aprile del Granduca di Toscana, il 9 giugno della duchessa di Parma, l’11 giugno del duca di Modena; tutti e tre si rifugiarono nelle braccia dell’Austria; sempre l’11 giugno scoppiano, con le stesse modalità, dei moti in Emilia Romagna e in Umbria, possedimenti del Papa). Vi fu la costituzione di governi provvisori con a capo dei rapacissimi “commissari” piemontesi che misero le mani sulle casse pubbliche, saccheggiandole, “per sostenere la causa unitaria”. “La destabilizzazione interna [dei piccoli stati italiani fu] condotta dagli agenti cavouriani con le tecniche abitualmente usate dalle potenze europee in un contesto coloniale: invio di agenti provocatori, acquisto dei notabili locali, promesse di carriera ai quadri militari”.
Sia nel Regno Lombardo-Veneto,nel Ducato di Parma,Ducato di Modena,Granducato di Toscana e Legazioni della Romagna Pontificia,il popolo fu totalmente estraneo alle così dette "rivolte per l'unità D'Italia"che di fatto furono messe in scena e architettate dai liberali filo-Piemontesi e dalla massoneria.


decreto n 135 col quale si istituisce un tribunale di commercio per la provincia di Catania da risiedere nel comune capoluogo.

           

          FRANCESCO II PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE .


 VEDUTO L'ARTICOLO 78 DELLA LEGGE DEL 7 GIUGNO 1819 SULL'ORDINEMENTO GIUDIZIARIO NEI NOSTRI REALI DOMINI OLTRE IL FARO,COL QUALE  A SECONDA DELLE CIRCOSTANZE FU RISERBATO LO STABILIMENTO DI ALTRI TRIBUNALI DI COMMERCIO, ADERENDO ALLE SUPPLICHE  A NOI RASSEGNATE A NOME DELLA CITTà DI CATANIA,ED AI VOTI DI QUEL CONSIGLIO        PROVINCIALE  VEDUTO IL RAPPORTO DEL NOSTRO LUOGOTENENTE GENERALE IN SICILIA,SULLA PROPOSIZIONE DEL MINISTRO SEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI DI SICILIA PRESSO LA NOSTRA REAL PERSONA ,UDITO IL CONSIGLIO ORDINARIO DI STATO,ABBIAMO DECRETATO E DECRETIAMO QUANTO SEGUE:

ART 1-è ISTITUITO NELLA PROVINCIA DI CATANIA UN TRIBUNALE DI COMMERCIO,IL QUALE RISIEDERà NEL COMUNE CAPOLUOGO DELLA STESSA PROVINCIA.

ART2- IL NOSTRO MINISTRO SEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI DI SICILIA ED IL NOSTRO LUOGOTENENTE GENERALE IN QUELLA PARTE DEI NOSTRI REALI DOMINI SONO INCARICATI DELL'ESECUZIONE DEL PRESENTE DECRETO.

 FIRMATO

FRANCESCO
 IL MINISTRO SEGRETARIO DI STATO  PER GLI AFFARI DI SICILIA P.CUMBO
 PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI SATRIANO.

NAPOLI 20 LUGLIO 1859.