martedì 30 luglio 2013

R.P. Valentino Steccanella d.C.d.G.: Due morali a fronte (II).

 
 
 
 
La Civiltà Cattolica anno XLVI, serie XVI, vol. II, Roma 1895 pag. 129-143.

R.P. Valentino Steccanella d.C.d.G.

DUE MORALI A FRONTE [1]

 SCIENZA E CHIESA

I.

La questione circa la vera morale è ormai lanciata in mezzo a quella società, che non vi pensava o non la capiva, e vi ha fatto presa. Essa vi fa il suo cammino, come qualunque altra quistione di gravissima importanza. La scienza boriosa latra e ringhia contro di essa. Ma invano. Ella è assalita vigorosamente e deve quindi mettersi su le difese. Gli scritti pro e contro si moltiplicano, ed il Journal des économistes nella revisione della stampa ce ne offre un gruppo di cinque nel solo numero del 15 gennaio. Il Brunetière in un suo splendido articolo della Revue des deux Mondes ha gittato ai savants, come egli suol chiamarli, un solenne guanto di sfida, ed al grido di guerra: il fallimento della scienza, ha già incominciato la pugna [2].
Dagli scritti privati la stessa quistione ha già varcato la soglia del Parlamento. Là si è dato pubblico biasimo alla scuola della morale laica. Là colla statistica alla mano e con savie considerazioni si sono fatti vedere i rei frutti della medesima. Là il socialista Jaurès non potè contenere un alto grido di dolore alla vista di uomini, che prima si erano dimostrati ferventi caldeggiatori dell'insegnamento laicale, ed ora mutavano opinione, o ne erano fieramente scossi. Mettendo in opera tutta l'arte e lo splendore della sua eloquenza si studiò di rilevarne il credito. Ma non vi è riuscito gran fatto. Si adirò, bestemmiò Cristo e la sua morale, e peggiorò la sua causa [3].
Eh! gli uomini savi dentro e fuori del Parlamento son ormai convinti della necessità di una educazione morale ben altra da quella che spande la scienza moderna nel suo orgoglio coll'insegnamento laico nella scuola, e fuori nella nazione coi suoi scritti. La trepidazione intorno al futuro ha invaso non pochi. La minaccia di un formidabile disastro finanziario, la corruzione, che dilaga da ogni parte, il socialismo, che si propaga, quale onda tempestosa, minacciando sterminio e morte all'autorità, alla famiglia, ed alla proprietà e che baldo procede rafforzato nel suo cammino dall'ateismo predicato dalla scienza, e dai gravi scandali di ogni specie commessi in opera di danari su i banchi, sono le cagioni che turbano la quiete degli animi [4]. Di qui il cercarsi un insegnamento morale, che valga in qualche modo ad infrenare la fiumana del male, avviando i giovani sul retto cammino ed insinuando negli adulti i suoi principii del giusto ed onesto operare.
Dove si può trovare cotesto insegnamento? Presso i positivisti, o presso gli evoluzionisti? No: abbiamo confutati i lor sistemi nell'articolo precedente [5]. È da cercarsi altrove, vogliamo dire nell'insegnamento morale della Chiesa cattolica. Vero è, che se voi vi arrischiate di proporlo ai savants, la risposta sarebbe, o una voce di sdegno, o un sorriso di scherno! Giacchè essi pensano di poterlo costituire filosofando alla maniera di qualunque altro umano ritrovato. Non è così. E perciò universaleggiando la quistione, diciamo: essere impossibile che la scienza da loro esaltata ci dia un codice di vera morale; viceversa non solo esser possibile, ma cosa di fatto, che la Chiesa cattolica ci offre un codice compiuto di vera e sana morale. Veniamo alle prove.

II.

Che cosa ci dà o ci discopre tale scienza in opera di morale? Placiti individuali, teoriche, le quali oggi appaiono e domani scompaiono, l'una cacciando l'altra, come l'onda caccia l'onda nel mare. Niuna maraviglia di ciò. La scienza, che cotanto si esalta e inorgoglisce, è nella impossibilità di fornire alla specie umana un codice di leggi morali che valgano alcun che. È egli possibile sciogliere un problema senza i suoi dati? oppure fondare un edifizio senza averne gli elementi necessarii? Nè punto nè poco. Ebbene questa è la condizione, in cui si trova la scienza di cui favelliamo.
Difatto che cosa è la morale? Non altro che la norma regolatrice dell'operare umano. Ma chi ragiona non la foggia a capriccio. Ei la toglie dal fine che si propone, dicendo: a tal fine, tale norma di operare e non altra. Mi propongo di giungere alla tal città: la norma del mio cammino è la via, che ad essa mi conduce. Qui, come è evidente, non si tratta di fini particolari o di questo o di quell'individuo; ma del fine o della destinazione propria dell'uomo. Punto adunque fondamentale di una retta morale è il conoscimento del fine ultimo, o della destinazione dell'uomo. Non basta. Posto il fine, è necessario inoltre acconciare il proprio operare al conseguimento del medesimo. Quel macchinista, che si è proposto di comporre una macchina, che serva ad un fine determinato nella sua mente, deve necessariamente regolare gli atti dell'arte sua secondo quelle leggi meccaniche, le quali giovano a condurre l'opera al conseguimento del concepito disegno. Dite altrettanto dell'uomo. Dunque il secondo punto fondamentale è il conoscimento delle leggi morali acconce al fine. Ancora più. Il macchinista, recato in esempio, non potrebbe regolare il proprio lavoro secondo le leggi suddette senza la conoscenza del principio, sul quale elle si fondano. Eccovi un terzo punto fondamentale, che è necessario conoscersi dall'uomo, affine di dedurre la regola del suo operare per camminare sicuramente verso il suo ultimo fine, vale a dire, il principio, donde è venuto. E quindi tre sono i punti o gli elementi fondamentali, su cui deve stabilirsi il codice della vera morale: conoscimento del principio dell'uomo, conoscimento del fine, conoscimento di quelle relazioni o di quelle leggi morali, che intercedono tra il principio e il fine, a cui l'uomo deve conformarsi, se vuole giungere a piaggia felicemente.
Interrogate ora di grazia la scienza in quistione. Essa vi dirà delle cose oltremirabili, vi esalterà a buon diritto i trovati del suo ingegno, vi magnificherà le sue scoperte, vi additerà le moltiplicate sue industrie e tante e tante altre cose da destarvi la più alta maraviglia. Se non fosse altro, la sola mostra di Chicago ne sarebbe un argomento dei più lampanti. Non vi è dubbio; in ciò che è sagacia d'indagini, forza di deduzioni, scaltrezza di ingegno nel penetrare i secreti della natura, operosità indefessa intorno allo scibile umano ci offre un prodigio di valore. Ma la cerchia dello scibile, onde ella si occupa con tanta gagliardia d'ingegno, non esce di quaggiù, va terra terra, non si leva più su d'una spanna. Le chiedete donde l'uomo sia venuto in questo mondo? Essa tace. Le dimandate il perchè egli viva su questa terra? Non vi risponde. La interrogate intorno al fine ultimo del medesimo? Non fa motto. In mezzo ai suoi dottori ci troviamo in loco di ogni luce muto. Così fosse! A sproposito, sì, ma parecchi di essi fecero delle loro dottrine dette morali, un largo spaccio. Sul loro mercato ve ne ha di ogni specie: vi è quella dei razionalisti, si offre quella dei positivisti, si vende quella degli evoluzionisti e l'altra dei materialisti, gli utilitaristi ed i socialisti mettono pure in vendita le loro ed altre altri cotali. In tutte più o meno si discorre del principio, della vita e della fine dell'uomo. Ma diverse sono le lingue in questo argomento, come sono diverse le penne. Se badi ad essi ti troverai, come Dante:
...per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita [6].
La ignoranza stende su questi punti capitali di una retta morale il più fitto velo dinanzi ai loro occhi.
Nel resto la cosa è così manifesta, che eglino stessi non possono dissimularla. Vi è, ha scritto il Renan, una scienza circa le origini della umanità, che presentemente ignorata sarà costituita e raffermata per mezzo delle ricerche scientifiche. Qual sia la vita umana è un problema, che non è sciolto. Or come si potrebbe asserire, che si conosce l'uomo e l'umanità? Ma non si dubiti: tempo verrà, in cui la umanità sarà scientificamente ordinata e sarà avviata sul cammino diritto della sua destinazione [7]. Non altrimenti la pensa lo Spencer, e quell'altro, che scriveva: l'avvenire è della scienza [8]. Ma queste sono ciance, che non valgono fiore.
Il peggio però di questa ignoranza sta nel confessarla e nel rifiutare sdegnosamente quel raggio, che potrebbe sgombrarla di tratto. Il Jaurés nell'adunanza parlamentare citata, dopo di avere rigettate tutte le teoriche dei razionalisti, dei positivisti, degli spiritualisti e dei materialisti continuava dicendo: «L'idea, che ci conviene tener salda, si è quella, che non vi ha niuna verità sacra, si è quella, che niuna potenza, niun domma deve porre alcun limite al perpetuo sforzo ed alla perpetua ricerca, che mette in opera la specie umana. La umanità siede come grande commissione d'inquisizione, i cui poteri sono senza confine: è verità tutto ciò, che viene da essa, è menzogna tutto ciò, che non esce dal suo labbro. Il nostro spirito deve stare sempre all'erta di maniera, che se Dio stesso comparisse al cospetto delle moltitudini sotto forma palpabile, il primo dovere dell'uomo sarebbe di negargli obbedienza e di considerarlo come eguale, con cui si discute, e non qual signore, a cui si curva la fronte. Eccovi quello in che consiste la bellezza del nostro insegnamento laico.» Bellezza? Orribile mostruosità, e lingua per cieco orgoglio satanicamente bestemmiatrice, di cui Dante inorridito ripeterebbe:
Per tutti i centri dello inferno oscuri
Spirto non vidi in Dio tanto superbo,
Non quel che cadde a Tebe giù dei muri:
Ei si fuggì, che non parlò più verbo
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia
Venir gridando: Ov'è, ov'è l'acerbo? [9]

III.

Cotesti dottori della scienza si studiano di sciogliere il problema della vera morale. Lodevole fatica! Ma perchè si ostinano nel cercarne la soluzione, dove tutti i loro sforzi non riescono a trovarla? Si volgano alla Chiesa cattolica. In questo piccolo codice, che ella ci offre, sta scritta la soluzione del grande problema del principio e del fine dell'uomo e del suo ordinamento morale. Aprite e leggete: è il decalogo. Esso è simile a fulgidissima lucerna che rischiara il cammino della umanità. — Oh! oh! il decalogo! Ma voi volete la baia dei fatti nostri. Il decalogo è roba vecchia, sdruscita. Figuratevi, il suo fondamento è la fede cieca. La ragione al presente è divenuta un creditore severo, il quale non si appaga di niuna credenza: vuole avere di bei contanti in altrettanti argomenti apodittici a saldo del suo credito, che è il convincimento. — Prima di tutto la filosofia cattolica presenta tanti e così validi argomenti di credibilità, che chi non ha dato a pigione il suo intelletto deve persuadersi, Dio aver parlato e su la sua infallibile parola fondarsi il cristiano convincimento. Inoltre fra le verità proposte dalla fede ve n'ha di quelle, che si possono dimostrare colla ragione. Il decalogo è appunto una di queste.
Osservate di grazia l'abito di quel signorino. È talmente aggiustato in ogni parte alla sua persona, che pare dipinto sul suo dosso. Indi il giudizio: quell'abito è proprio il suo, gli conviene appuntino. Tant'è del decalogo relativamente all'uomo. Esso gli quadra a capello; e tutto attagliato alla sua natura razionale. In questa voglionsi distinguere due cose: la natura stessa fondamento di ciò, che le conviene o disconviene, e quella forza intellettuale, in virtù della quale l'uomo è illuminato a discernere quelle operazioni, che convengono alla stessa natura, o disconvengono alla medesima. Considerata sotto il primo rispetto è il fondamento del convenevole o della onestà naturale; sotto il secondo è la stessa legge naturale, che impone alla volontà umana o divieta ciò che deve fare od evitare secondo il diritto naturale. Ed appunto siccome cotesta virtù o lume intellettuale rischiara continuamente l'uomo per mezzo della coscienza circa il retto operare, e vi muove le volontà; così si dice che la legge naturale sta scritta nel cuore dell'uomo. Cotesta forma di favellare non solo è usata dai filosofi cattolici, ma ancora dagli antichi in Grecia ed in Roma, dove Cicerone scrivendo ne fa un bellissimo ritratto specialmente nella miloniana.
Che cosa è difatto il decalogo? È la espressione per sommi e brevi capi di quella legge naturale, che sta scritta nel cuore dell'uomo, esposta in caratteri visibili per chiunque ha occhi in fronte per vedere. Vero è, che i principii universali della legge naturale splendono dinanzi ad ogni intelletto, che non voglia accecarsi da sè stesso. Ma rispetto alle deduzioni anche immediate da cotali principii, quanti o per colpevole negligenza o per le tenebre delle passioni, che gli offuscano, o per male abitudini rafforzate da rei esempii non vengono meno alla conoscenza delle medesime! Gli esempii di un Platone, di un Aristotile, e ciò che accade presentemente fra i dottori della scienza non ci palesano cotesta difficoltà nei gravi scapucci, in che diedero nelle loro deduzioni morali? Il decalogo non solo ti apprende i principii più universali della legge naturale, ma ancora te gli svolge nelle conclusioni più sostanziali. Di guisa che nel suo linguaggio dice: così e così devi operare; non attienti a questa abitudine, che è rea; non voler seguire questo o quell'esempio, perchè contrario al tuo ed all'altrui bene. Insomma esso è maestro e duce fidato nel difficile cammino della rettitudine umana.

IV.

Veniamo ai particolari. Due sono i precipui capi, in cui si possono distinguere e partire i precetti della legge naturale, vale a dire, o per rispetto alle persone, a cui sono ordinati, o relativamente alle inclinazioni o tendenze naturali degli individui. Sotto la prima partizione cadono tre ordini di precetti, altri dei quali si riferiscono a Dio, altri al prossimo, ed altri all'uomo stesso. Nel decalogo sono tutti e tre questi ordini brevemente formolati. Qui ci si fa incontro la scienza: su qual titolo, ci domanda, fondate voi i precetti, che imponete verso Dio? Su quello di creatore e di signore universale, eccovi il titolo: Ego sum Dominus Deus tuus, che sta a capo del decalogo. Onde in quanto tale ha tutto il diritto d'imporre non solo i precetti, che si riferiscono a lui, ma ancora quelli di tutto il decalogo. — L'origine dell'uomo, ci replica, è involta in fitte tenebre; la scienza non è giunta e difficilmente giungerà a sciogliere il problema di questo fatto; e poi la creazione è un mistero, è inconcepibile. — Voi fate della origine dell'uomo un problema insolubile: or bene eccovi una quistione, che vi darà qualche lume. Rispondeteci di grazia: fu prima l'uovo, o fu prima la gallina? Se dite l'uovo, e dove è la gallina, di cui l'uovo è parto? Dite invece, che fu prima la gallina, e dov'era l'uovo, donde proviene la gallina? Voi senza dubbio capite, come dovea capire il vecchio Macrobio, che proponea tale quistione nelle Notti attiche, qualmente dovete occorrervi necessariamente la mano di un potente, il quale abbia dato l'essere alla gallina colla virtù di produrre le uova. Eccovi un fatto, fatene l'applicazione all'uomo, che gli si aggiusta assai bene. — Voi negate il fatto della creazione e la dite un mistero inconcepibile. Eppure voi ne portate la dimostrazione scritta a caratteri indelebili nella vostra essenza stessa. Potete voi negare la contingenza vostra e di tutta la presente generazione? No; è cosa più che manifesta. Potete forse negare quella di tutte le generazioni passate? Nemmanco. Dunque potendo l'uomo di sua natura esistere o non esistere, se egli esiste di fatto, dovette esservi una causa necessaria, onnipotente, che lo traesse dal non essere all'esistenza. Conosciutissimo è il fatto della legge, secondo la quale i pianeti girano intorno al sole. Ma si conosce la causa, che li mette in moto e li governa? No: ella è ancora un mistero. Negherete perciò il fatto? Voi non osate tanto, altrimenti vi si ricanterebbe sorridendo quel detto, che si mette sul labbro del Galileo: eppure ognun si muove. Accertato il fatto della esistenza dell'uomo per virtù di un atto creativo, come voi potete negarlo per la semplice ragione che non conoscete il modo ond'è accaduto? La ignoranza è un fondamento antilogico di negazione. Posto il titolo di creatore, eccovi due rapporti morali di necessità assoluta: in Dio quello di un dominio assoluto su l'uomo, e nell'uomo quello di dipendenza assoluta verso Dio, e quindi nel primo il diritto assoluto d'imperare, nel secondo l'obbligo assoluto di obbedire. I precetti adunque del decalogo, quale espressione della legge naturale scritta dal dito del Signore nel cuore dell'uomo, debbono da questo essere puntualmente osservati.
Alla sentenza, Ego sum Dominus Deus tuus, aggiungendo l'altra, che viene appresso, Non habebis deos alienos coram me, avete in esse indicato il principio e il fine dell'uomo. Difatti, essendo Dio il creatore, ne segue, che sia il principio dell'uomo. Dovendo l'uomo non avere in conto di deità nessun altro dinanzi a Dio, ne segue altresì che egli debba volgere tutto sè stesso a Dio, quale suo unico centro, ossia come a suo fine ultimo. Ma con quali leggi morali soddisferà l'uomo a cotesto suo rapporto verso Dio? Le avete nella terza sentenza, che viene dopo le due citate, in cui lo stesso Dio fa sapere che premierà coloro che lo amano ed osservano i suoi precetti: Ego... faciens misericordiam his qui diligunt me, et custodiunt praecepta mea. Ed eccovi sull'inizio del decalogo sciolto il problema del principio, del fine e dell'ordinamento morale dell'uomo [10].

V.

Giustificato così il decalogo, consideriamo in prima i precetti, che spettano a Dio. Che s'impone in esso all'uomo? In primo luogo l'ossequio di adorazione, la quale consiste nel riconoscere in Dio una superiorità, ma non qualechesiasi, sibbene una superiorità infinita, incomunicabile. Se l'uomo ha tutto il suo essere da Dio, chi potrebbe negare la superiorità di Dio sopra dell'uomo? Niuno per fermo. Badate inoltre, che l'essere dell'uomo è limitato, laddove Dio è il mare di tutto l'essere, ossia l'infinito: dunque la superiorità di Dio relativamente all'uomo è infinita. Ella è pure incomunicabile, in quanto che non altri che Dio poteva crearlo. S'incurvi adunque l'uomo dinanzi a Dio e l'adori: il precetto, che glielo impone, è atto richiesto dalla sua natura. L'empio, che lo ricusa, cade in una assurdità, che non ha pari, vantando un'assoluta indipendenza, quando egli è un essere contingente, e perciò di assoluta dipendenza.
Al precetto dell'adorazione si annoda quello del culto esterno. L'orgoglio della scienza moderna si fa beffe di esso e lo deride quale superstizione, o per lo meno lo disprezza quale atto inutile; ma contro ciò, che richiede la natura dell'uomo. Il culto prescritto dal decalogo, vuoi nella parte negativa (secondo precetto), vuoi nella parte positiva (terzo precetto) non esprime falsi attributi della divinità, nel che consiste la superstizione. Esso esprime un dovere. L'adorazione obbliga l'uomo. Ora essendo uno l'uomo, ne consegue, che debba adorarlo non solo nella intima parte, di sè, ma eziandio nella esterna. Esso esprime una necessità. L'affetto di gratitudine, quanto è più grande il benefizio, tanto più preme l'uomo a manifestarlo in atti esterni al cospetto altrui. La esistenza, che l'uomo ricevette da Dio è un benefizio incommensurabile, ed appunto per gli atti del culto ci palesa l'affetto della sua gratitudine. Esso esprime un bisogno. L'uomo ingolfato negli affari del mondo che farà per distaccarsene efficacemente e compiere il suo dovere di adorazione verso Dio? Vada al sacro tempio, e quel silenzio, che vi regna, raccoglierà in lui il suo spirito. Curvi la fronte verso il suolo. Sentirà destarsi il sentimento della sua inferiorità dinanzi all'Altissimo. Salmeggi. Sentirà nascergli in cuore gli affetti conformi ai concetti di ciò, che pronunzia o canta. Non è dunque il culto esterno superstizione o cosa di lieve conto, ma un dovere, una necessità, un bisogno della natura umana.
Ai precetti imposti verso Dio seguono quelli, che riguardano il prossimo. Dal quinto all'ultimo sono tutti negativi, e si appoggiano sul principio bandito a chiara voce dalla natura razionale: quod tibi non vis, alteri ne feceris. Non fare ad altri quello, che non vorresti fatto a te stesso. Indi si divieta il danneggiarlo comecchesia o nella persona, o nell'onore, o negli averi, e ciò non solo coll'opere o colle parole, ma eziandio dentro di sè coi pravi desiderii, dai quali, come da radice avvelenata, pullulano le azioni in danno altrui. Il quarto precetto è positivo, e impone ai figli di onorare i genitori. Che cosa sono i genitori relativamente ai loro figliuoli? Causa istrumentale bensì, ma vera causa della loro esistenza. Causa dice superiorità, effetto dice dipendenza; dunque i figli debbono onorare i loro genitori colla soggezione. Ma quali e quanti servigi non prestano loro i genitori nell'allevarli ed educarli alla vita civile? Dunque i figli debbono ad essi l'affetto più profondo di amorosa gratitudine. Il beneficato deve pure corrispondere al suo benefattore a misura del benefizio ricevuto. Or chi potrebbe adeguatamente stimare i benefizii, che i figli ricevono dalle cure amorose dei genitori dalla loro nascita fino all'età della virilità, in cui sono in condizione di vivere da sè? Eccovi quindi spuntare in essi il dovere di retribuire i genitori soccorrendoli.
Fa il bene, evita il male è il principio fondamentale di tutta la morale. Il decalogo, espressione della legge naturale, mi divieta queste e quelle azioni; dunque esse per me sono un male. Dovrò quindi nel mio operare tenere la via opposta per fare il mio bene. In che consiste cotesto mio bene? Il creatore ha posto nell'uomo certe inclinazioni o tendenze naturali: ragioniamone alla stregua del decalogo e lo vedremo. L'uomo è un ente individuo, e in quanto tale tende alla conservazione del proprio essere, ed al suo benessere, procacciandosi i commodi della vita. Spinto dalle passioni può trasmodare o per eccesso o per difetto. Il decalogo mi vieta di danneggiare per mio commodo persone e roba altrui. E perciò all'intento di fare il mio bene io conterrò entro i limiti della temperanza la mia tendenza, rompendone ad un bisogno con forte animo la foga irragionevole. L'uomo, in quanto corruttibile e mortale, tende a propagarsi. Il decalogo mi vieta l'abuso di cotesta tendenza. Farò quindi il mio bene infrenandone l'impeto per la castimonia. L'uomo è un essere razionale, e in quanto tale è capace della immortalità, di perfezionarsi nello spirito, di communicare con Dio e di associarsi con altri enti razionali. Eccovi il decalogo, che ordina l'uomo coi suoi precetti relativamente a Dio, al consorzio cogli altri uomini e alla sua perfezione mercè della religione, della giustizia e della onestà, contenute nei suoi precetti. Qui sta tutto il midollo della perfezione.

VI.

Dal ragionato fin qui appaiono le speciali proprietà della morale contenuta nel decalogo. Essa è una e universale. È una, giacchè spetta alla natura specifica dell'uomo, e non alla ragione di questo o di quell'individuo particolare. E quale espressione della legge naturale rilucendo egualmente nei singoli individui, ne consegue, che ella sia universale, cioè comune a tutti i luoghi, a tutti i tempi ed a tutte le nazioni.
Osservata è causa di perfezione così nell'ordine individuale, come nell'ordine sociale. Difatto in che consiste sostanzialmente la perfezione dell'uomo qui in terra? La risposta è ovvia: nel vivere secondo le esigenze della natura razionale, le quali vengano manifestate dalla legge naturale. Or tutto il lavoro della morale del decalogo è volto per l'appunto a far conoscere all'uomo ciò, che è conforme a cotali esigenze, e ciò che è loro difforme, ingiungendo quello e divietando severamente questo. Ella gli dice a chiare note: vivi da uomo ragionevole, sii onesto. La scienza, le arti e la perizia nel maneggio degli affari sono di ornamento all'individuo, ma non ne formano la onestà. Tutto ciò, che disunisce gli animi, è contro la vita sociale; tutto quello che tende ad unirli favoreggia la sua perfezione. L'aggiunto sociale ce lo dice. L'azione morale del decalogo è tutta intesa ad eliminare tutto ciò che dissocia, ed a promuovere tutto quello che serve ad associare. Cercate le cagioni dei perturbamenti sociali, e non indugerete vederle nella ingiustizia, nella corruzione dei costumi e nella irreligione. Uno sguardo al decalogo, ed eccovelo colla opera dei suoi divieti e delle sue ingiunzioni tendere ad eliminarle.
Da ultimo la morale del decalogo porta il suggello della più potente autorità. Essa difatti è divina, è infallibile, è legislativa di un sommo diritto. Ha pure la efficacia di una potente sanzione essendosi Dio nel promulgarla dichiarato severissimo punitore di chi non la osserva, e larghissimo premiatore di chi la mette in pratica. Io sono, egli disse, il Signore Dio tuo, che punisce l'iniquità di chi non osserva la mia legge, e premia in millia chi la osserva, cioè senza misura e senza termine.
Eccovi quindi i caratteri della morale formolata nei precetti del Decalogo: è una, è costante, è comune, è universale, perchè di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutti i popoli, osservata perfeziona l'individuo, stringe il nodo sociale, si appoggia sopra un'autorità infinita, si fonda sul diritto di un dominio assoluto, è corroborata da una sanzione efficace. Camminerà la umanità sotto l'indirizzo smagliante di cotesta legge? Non fallirà di venire al porto del suo fine. Vorrà invece seguire quella, che è formolata dai placiti della filosofia anticristiana? Ella sarà qual nave gittata in mare burrascoso senza un fido nocchiero, perchè cotal legge manca di unità nell'insegnamento, perchè manca di autorità personale, perchè manca di autorità dottrinale e reale, perchè infine manca di efficace sanzione, che premii gli osservatori, e punisca i trasgressori.

VII.

No: il decalogo non è roba vecchia da smettersi, perchè logora e sdruscita. Esso è la voce della umana natura, la quale è sempre eguale a sè stessa. Non si fatichino gl'ingegni per sostituirgliene un altro migliore. Sarebbe lavoro sprecato. Non occorre altro che metterlo in pratica. A rincalzo lo stesso Figliuol di Dio fattosi uomo ha reso solenne testimonianza della sua origine e della sua infallibile bontà. Leggete di grazia la storia evangelica. Qui in risposta ad un cotale dice: tu sai i comandamenti della legge, che sono questi e questi: osservali ed otterrai la vita eterna, che tu cerchi. Là ei li compendia in due: amar Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutto lo spirito ed il prossimo come sè stesso. Il primo, soggiunge, è il sommo dei precetti, il secondo lo rassomiglia quasi un riverbero. Altrove commenda il quarto precetto del decalogo, e inculca il divieto del sesto. La cupidigia radice infetta, onde germogliano le azioni più ree, non è punto risparmiata, rintuzza il soverchio amore alla roba, ed infrena l'amore trasmodante verso le persone anche più care. Breve: tutti i precetti del decalogo sono ad uno ad uno commendati dal Verbo divino, dalla eterna Sapienza di Dio incarnata testificati, e colla sanzione di un premio eterno a chi gli osserva, di pena parimente eterna a chi li viola confermati.
Affinchè ne fosse più efficacemente guarentita la osservanza non solamente Cristo allettò gli uomini colla sua voce, ma vi aggiunse ancora la forza del suo esempio provocandoli all'esercizio della virtù fino all'eroismo. Leggete i due sermoni, che egli tenne sul monte e nell'ultima cena. In essi non trattasi solo di tenere a freno i vizii, che degradano la dignità umana; ma eziandio di spegnerne oppugnandoli coll'esercizio delle più nobili virtù la forza di guisa, che domati, l'uomo signoreggi i loro moti. Non si tratta solo di conservare il nodo sociale coll'astenersi dall'offendere comechessia i diritti altrui; ma ancora di lottare contro l'egoismo coll'esercizio della più pura e più sublime fratellanza. Vero è, che a fronte di cotesto eroismo la umana natura sente in sè le più acerbe ripugnanze. Ma si è fatto in tale opera maestro e duce, e colla voce potente rinfrancando gli animi dice: non temete, affrontate, pugnate, io ho vinto; confidate in me, vincerete anche voi. Il grosso stuolo di eroi, che onorano cosiffatta morale predicata da Cristo ed insegnata dalla Chiesa, è patente argomento, che dal grembo della medesima escono quegli animi gagliardi, che indarno si cercano altrove.
Con tutto ciò il Jaurès, col gruppo dei radicali e socialisti che lo hanno plaudito, non la intende così. Sedutosi a scranna, se gli si presentasse il Figlio di Dio in forma sensibile, indotto dallo spirito di critica vorrebbe discutere, e trattandolo da eguale negherebbe di sottomettersi a lui qual maestro infallibile di verità. Così egli favella, perchè non lo conosce. Compatiamolo nel suo empio delirio! Vuol egli discutere? L'opera dimostra chi fu l'uomo. Non potendo vedere il Figlio di Dio, ito in cielo, ebbene discuta l'opera da lui compiuta, la fondazione della Chiesa cattolica. Come ella sorse, come crebbe, come si mantenne immota? In virtù di una parola, in virtù di una promessa uscita dal labbro di Cristo: ipse dixit et facta est un'opera così mirabile. Proclamato da Pietro qual Figlio del Dio vivente, egli soggiunse: Tu sei Pietro e sopra cotesta pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell'inferno non prevarranno contro di essa. Edificherò, eccovi la parola; non prevarranno, eccovi la promessa. In virtù di quella sorse e si propagò, in virtù di questa resse contro tutti gli assalti. Le potenze umane collegaronsi per isterminarla dal mondo colle loro feroci persecuzioni; i filosofi antichi e moderni si unirono per annientare coi loro sistemi gl'insegnamenti de' suoi dommi e della sua morale. Quale fu l'esito della lotta? La storia ce lo dice: la esaltazione della Chiesa coronata dalle vittorie di diciannove secoli, e la disfatta vergognosa degli avversarii. Donde in essa tanta forza? Dalla podestà Divina di colui, che gliel'ha promessa, e gliela dà continuamente colla sua presenza. Andate, egli disse ai suoi apostoli, e in essi ai loro successori, predicate la dottrina, che vi ho insegnato, fondate il regno di Dio sulla terra. Non temete. Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi. A me fu affidata ogni podestà in cielo e in terra; sono con voi sino alla fine del mondo.
Vi è alcuno, che voglia ancora discutere cotesta dottrina insegnata dalla Chiesa, che porta in sè la impronta della divinità? Tragga innanzi. Sappia però aver detto lo stesso Figliuol di Dio, che chiunque urterà contro la pietra fondamentale di questa Chiesa, ne porterà fiaccato il capo, e chiunque ostinato nel suo orgoglio la contraddirà, sarà dalla medesima stritolato. Tant'è: su di essa sta scolpito in caratteri indelebili:
Son la forza di Dio, nessun mi tocchi.

Ego sum Dominus Deus tuus - Io sono il Signore Dio tuo
I. Non habebis deos alienos coram me - Non avrai altri dii dinanzi a me.
Ego... faciens misericordiam his qui diligunt me, el custodiunt praecepta mea. - Io... fo misericordia a coloro, che mi amano, e osservano i miei comandamenti.
II. Non assumes nomen Domini Dei tui in vanum: nec enim habebit insontem Dominus eum, qui assumserit  nomen Domini Dei sui frustra. - Non prendere in vano il nome del Signore Dio tuo: perocchè il Signore non terrà per innocente colui. che prenderà invano il nome del Signore Dio suo.
III. Memento, ut diem sabbati sanctifices. - Ricordati di santificare il giorno di sabato.
IV. Honora patrem tuum, & matrem tuam - Onora il padre tuo, e la madre tua
V. Non occides - Non ammazzare
VI. Non moechaberis - Non fornicare
VII. Non furtum facies - Non rubare
VIII. Non loqueris contra proximum tuum falsum testimonium - Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo
IX. - X. Non concupisces domum proximi tui: nec desiderabis uxorem ejus, non servum, non ancillam, non bovem, non asinum, nec omnia, quae illius sunt. - Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la sua moglie, non lo schiavo, non il bue, non l'asino, nè veruna delle cose, che a lui appartengono.



NOTE:

[1] V. Civiltà Catt. quad. 1071, pag. 271.
[2] Revue des deux Mondes. Après une visite au Vatican, 1er Janv. 1895, pag. 97. Éducation et Instruction, 15 Fevr, p. 914.
[3] V. Séance du lundi 11 Fevr. Univers, 13.
[4] Nous entendons de toutes parts, en France, ces plaintes désesperés. Nous sommes menacés d'une ruine financière, débordés par l'impiété et les vices.... Et aujourd'hui appuyé sur l'athéisme et sur tant de scandales financièrs, le socialisme, qui a voué une haine à mort a l'autorité, à la famille, à la propriété.... envahit de plus en plus les villes et les campagnes. Univers, 26 Fevr.
[5] Quad. cit. pag. 271 e segg. e 277 e seg.
[6] Inferno, c. I.
[7] L'Avenir de la science pag. 37.
[8] A. Lefevre, La Religion pag. 572, 573.
[9] Inferno, c. XXV.
[10] Exod. c. XX, v. 2, 3, 6.

R.P. Valentino Steccanella d.C.d.G.: Due morali a fronte (I).

 
 
 
La Civiltà Cattolica anno XLVI, serie XVI, vol. I, Roma 1895 pag. 271-285.

R.P. Valentino Steccanella d.C.d.G.

DUE MORALI A FRONTE

Il nostro cortese lettore sarà naturalmente voglioso di conoscere coteste due morali a fronte. Glielo diciamo subito. L'una è una giovane, che sotto i modi più raffinati lascia trasparire dal volto un non sappiamo che di selvaggio e di torbido da non rimanerne punto sicuro chi la considera. L'altra è una matrona maestosa e grave nei suoi portamenti, sulla cui fronte, tuttochè d'anni antica, pure verdeggia una freschezza così serena e così pura di ogni ruga da mettere di sè grande fidanza in chi le si accosta. Sono esse due ostinate rivali. Quella freme, minaccia sterminio e morte; e questa impavida sembra, che i fremiti le siano
E le minaccie una sonora ciancia,
Un lieve insulto di villana auretta
D'abbronzato guerriero su la guancia [1].
Tali si mostrano a fronte a fronte la morale dell'utilitarismo e dell'evoluzionismo seguita dalla scuola classica industriale e la morale della Chiesa osservata dai cattolici. In più articoli abbiamo confutati i sistemi della scuola suddetta; ora metteremo a faccia a faccia la teorica e la pratica di ambedue e vedremo di quanto la seconda vinca nella giostra la prima, benchè sia derisa e reietta dalla balda ed orgogliosa rivale.

I.

Studiamo in primo luogo le note caratteristiche della morale seguita dalla scuola citata, detta per istrazio scientifica, che burbanzosa si oppone alla morale professata dalla Chiesa cattolica. Da queste apparirà, se ella sia o no essenzialmente vera o falsa. Eccovele senz'altro in compendio. Cotesta morale è:
1.° L'effetto di un lavoro dell'uomo individuo. Difatti il capo della scuola fisiocratica ci dice: Volete conoscere le leggi della morale? Studiatele nelle leggi fisiche della natura e ne avrete un'ampia lezione. Non occorre cotesto studio, suggerisce il capo scuola della classica Adamo Smith, sono moralmente buone quelle azioni, che ci sono simpatiche, e perciò da imitarsi; per converso sono ree le antipatiche, e perciò da fuggirsi. A che, ci predica G. B. Say, pigliarsi la noia di apprendere la morale della teologia? Essa è del tutto inutile. Trattate nel mondo: là come in grande mercato si fa smercio della morale. Indi collo Smith grida la croce addosso a coloro, che consigliano di mettere l'educazione in mano dei preti. Osservate e sperimentate, ci ripete il De Molinari. Dalla osservazione e dalla esperienza fioriscono morale e diritto, e via di questo metro. In somma, secondo cotesti ed altri maestri l'uomo individuo deve formarsi tutto da sè la propria morale e seguirla nelle sue azioni.
2.° È morale sopravvegnente od avveniticcia all'uomo. Imperocchè, ognuno a spese del proprio studio dovendosi formare il suo codice delle leggi morali o coll'uno, o coll'altro dei mezzi su citati, ne consegue evidentemente, che cotal morale non rampolli dal principio intrinseco della propria coscienza, ma da fatti estrinseci, onde a mano a mano l'occhio osservatore dell'individuo la ricava. È simile a gioiello e ad ornamento, che si compera a contanti ritratti da piccoli risparmi per addobbarne la persona.
3.° È una forma di morale ad libitum. Niuno ignora quanto di forza abbiano le passioni nell'uomo. Supponete, che valga in costui la passione del piacere. Egli naturalmente si formerà una morale tutta in acconcio della sua rea tendenza. Dite altrettanto di chi fosse vinto dall'amore della pecunia, e di chi invece fosse tratto dall'ambizione. Osservate il vasaio: la forma, che sceglie, è appunto quella, che gli è più utile.
4.° È morale senza forza: non avendo alcun sostegno, che la regga, è come campata in aria. È proprio della legge, niuno lo ignora, che venga proclamata e sancita da un'autorità superiore, la quale leghi le volontà e ne esiga la osservanza. Ora nel caso nostro da quale autorità dipende la legge morale? Da quella dell'individuo, il quale come se l'è data, così può torsela od annullarla in quel modo, che chi ha il diritto o l'autorità d'imporre la legge, ha pur quello di abrogarla.
In conclusione cotesta morale scientifica non è una, non è stabile, non è comune a tutti gli uomini: essa è molteplice, variabile secondo i tempi, secondo i luoghi, secondo gl'individui, senza sostegno, senza possa. Tali sono le sue note caratteristiche. Il che porta seco la impossibilità di formare qualechessia codice di leggi morali. Cercate a vostro bell'agio, non lo troverete possibile in niuna guisa. Lo troverete tale negli individui? No: perchè ognuno come può foggiarsi, così può annientare la morale, che si è foggiata secondo il proprio capriccio. Lo troverete nella società? Neppure, perchè la morale sociale è un vivo riverbero della morale individuale del popolo, che nel presente supposto non ne professa alcuna stabilmente.
A questa medesima conclusione è venuta la sociologia moderna della quale ora si sono fatti discepoli gli addetti alla scuola classica di pubblica economia. Citiamo qui in pruova due riputati professori nostrali. Primo sia il Boccardo. Ecco come egli pone la questione.
«È l'attitudine in virtù della quale l'uomo discerne il bene dal male, una potenza istintiva ed innata posta in noi da un creatore, una facoltà, che ci consente di pronunciare giudizi assoluti indipendentemente e contro le ragioni dell'interesse e delle passioni? Oppure è dessa una facoltà acquisita come tutte le altre facoltà organiche dipendenti dall'uso di certe funzioni, divenuta istinto per trasmissione ereditaria, suscettibile di gradi e di educazione? La prima di queste sentenze è stata professata da Platone a Kant, da Cicerone a Buckle. Il mondo intellettuale, dice quest'ultimo, si perfeziona, ma il mondo morale non cammina; nessuna cosa ha mai subito minori cambiamenti di quei grandi dogmi, che compongono il sistema etico, fare il bene altrui; sacrificare al prossimo il proprio volere, frenare le passioni, onorare i maggiori....  — Ma un più accurato studio del grave problema ci addita quanto siano prive di fondamento coteste asserzioni, mostrandoci come il preteso oracolo soprannaturale ed arcano che ci parla nel senso morale e nella coscienza siasi venuto formando sotto l'influsso di cause agevoli a determinarsi; come esso ben lungi dall'essere assoluto ed invariabile muti coi tempi e coi paesi, colle razze e colla civiltà; come in sostanza la legge di evoluzione, che governa il dinamismo fisico e l'intellettuale, regni non meno sovrana del dinamismo morale [2].» Così il dotto professore. Il secondo sia il prof. R. Schiattarella, il quale, favellando della origine del diritto favella così: «La esperienza di tutti i secoli è là per attestarci, che il diritto nasce nel tempo, si effettua nel tempo, cammina col tempo, si sviluppa cioè coll'uomo, con i popoli, con la umanità, adattandosi a tutti i loro bisogni, e si differenzia con l'età, i gradi di coltura, i costumi, con tutto l'organismo fisico, intellettuale e morale degli individui e delle nazioni [3].» In somma è «il prodotto di una evoluzione più o meno lenta, ma sempre progressiva.» Fin qui il sig. professore. Cosicchè da ambidue gli autori di cotesti testi citati appare secondo le loro opinioni: la morale e il diritto essere cosa variabile più che la luna, perchè sempre l'una e l'altro pronti a variare secondo il capriccio umano.

II.

Tale si è la teorica scientifica della morale e del diritto qui descritta. Alla quale noi opponiamo di tratto il noto argomento adoperato dal Bossuet contro la Riforma, e prima di lui da Tertulliano contro qualunque errore ed è il seguente: «Tu sei varia; dunque sei falsa.» Cotesta morale e cotesto diritto scientifico, essendo di lor natura variabili, non possono essere in niun modo veri. Imperocchè la verità essendo immutabile, per essa non vi ha diversità di tempo, di luogo, di società, d'individui. Essa raggia sempre di pura luce ed i suoi principii, folgoreggiando sempre ad un modo, rimangono pure immutabili. Possono bensì venire offuscati dalla passione o dalla ignoranza, ma in sè stessi non mutano mai. Nel supposto della scienza moderna la umanità andrebbe sempre in cerca dei veri principii morali senza mai rinvenirli, divenuta balocco di un mobile e falso bagliore che cangia senza posa. Mostruoso assurdo, che contraddice alla somma sapienza ordinatrice dell'uomo.
Così argomentate? si ripiglia dai difensori di cotale scienza. Voi usate un linguaggio da medio evo, il cui tempo è passato. La scienza ormai si beffa delle sue semplicità. — Lo sappiamo: si credono essi inespugnabili fondati sull'argomento della induzione. Ma non si accorgono, o fingono di non accorgersi, che la loro induzione si affoga nelle ipotesi senza potere conchiudere alcun che di probabile. Tenendoci al sodo ci si permetta una domanda: stimate voi, che l'uomo sia opera di Dio creatore, o no? Intorno a questo punto non sono pienamente d'accordo: altri dubitano, ed altri negano. I primi rispondono: «Noi non abbiamo in dispregio la tradizione, che pone la creazione dell'uomo, ma non osiamo affermarla. Giacchè la origine della specie umana è cinta da sì folte tenebre, che niuna scienza varrà probabilmente mai a dissiparle [4].» Ebbene; dopo cotesta aperta confessione, che fanno, come argomentano? Non badando nè punto, nè poco al dubbio, in cui sono circa il principio dell'uomo, tirano innanzi con franco piè, come se gli uomini fossero spuntati quai funghi dal suolo. Indi te li presentano, in istato selvaggio o animalesco, e poi che è, che non è, dopo lunghi anni di un lento sviluppo te li fanno comparire nobilitati del dono della coscienza, del diritto e del dovere, creato in essi dalla osservazione e dalla esperienza.
Cotesti evoluzionisti si pensano, che la logica sia variabile, come la loro morale ed il loro diritto. Non è così: ella è inesorabile nelle sue conchiusioni. Essi non si avveggono, che il loro modo di argomentare 1.° è illogico: imperocchè posto in dubbio, se l'uomo sia stato creato, o no, non lice in buona logica favellare e conchiudere, come se non fosse stato creato. Da un fatto dubbio non può derivare un argomento valido e molto meno una conseguenza certa. 2.° è irrazionale: giacchè o gli uomini fino dal primo loro apparire aveano il senso morale, come voi dite, o no; se l'aveano, perchè non ne germogliarono subito i principii della moralità? Se non l'aveano era impossibile che spuntassero per opera della osservazione e della esperienza, in quella guisa che da un suolo mancante di radici o di semi, benchè irrorato, non è possibile che spunti alcun virgulto o fil d'erba; 3.° è contro il fatto. La esperienza ci dice, che i primi dettami della coscienza morale sono comuni a tutti gli uomini e di ciò si ha la prova nei barbari stessi, in cui paiono spenti. Giacchè alla parola del missionario rifulgono, qual bragia semispenta si ravviva e splende al soffio dell'uomo. Or come potrebbe ciò accadere, se i principii predicati e da loro percepiti non corrispondessero all'intima loro coscienza, indipendenti da qualunque osservazione ed esperienza estrinseca?

III.

I secondi, negata l'opera del creatore, dicono e sostengono, che la coscienza coi suoi dettami non è una facoltà naturale dell'uomo, ma una facoltà acquisita alla maniera di altre facoltà organiche, e perciò di sua natura variabile siccome cosa avveniticcia. Essi muovono dal principio, che fra l'attività della vita animalesca e l'attività della vita intellettiva corra il solo divario di grado e che quindi nel fatto sieno della medesima natura. E siccome gli animali sono governati nelle loro azioni dalle sensazioni cagionate dagli oggetti estrinseci in rapporto col loro istinto; così l'uomo nel suo operare intelligente è condotto o retto dalle sensazioni venute ab estrinseco in quanto che si riferiscono alla facoltà morale da lui acquisita, divenuta istinto. Così affermano. Difatti eccovi la genesi dell'etica umana secondo il loro sistema, quale ci vien data in compendio dal prof. Boccardo:
«Le predisposizioni organiche preparano le facoltà, che debbono esercitare il senso morale (acquisito). Le necessità create dalle condizioni dell'ambiente mettono in azione coteste facoltà. La utilità sociale da una parte suscita ed informa la pubblica opinione, dalla quale sono giudicate le azioni, mentre dall'altra la simpatia infonde nelle azioni lo spirito animatore. Le repressioni legali, religiose e le discipline educative imprimono colle loro sanzioni l'indirizzo alla coscienza e generano ed evolvono le nozioni del dovere. Ma al di sopra di questi fattori domina e campeggia l'eredità, mercè della quale la costante ripetizione di un atto trasforma in istinto, in azione automatica una tendenza dapprima occasionale ed accidentale [5].» La conseguenza di questa genesi è la soluzione in senso affermativo della seconda parte della quistione qui su proposta. Imperocchè tutti i fattori di cotesta genesi dal primo all'ultimo essendo di loro natura variabili, secondo gl'individui, secondo i tempi, secondo i luoghi, secondo le società, debbono essere variabili anche gli istinti ingenerati coi loro dettami etici o morali.
Giova in prima osservare, che la genesi recata è un impasto di più sistemi. Vi è una grossa manata di utilitarismo del Quesnay; vi è un buon pugno di simpatia di A. Smith; vi è un largo pizzico di utilitarismo e di materialismo del Say, ed è coronato il tutto dalla fulgida aureola dell'evoluzionismo e del trasformismo.
Secondo cotesta scienza si afferma, che tra l'animale e l'uomo vi è la differenza di grado, come tra il meno il più. Noi, attenendoci strettamente al nostro argomento dell'etica, affermiamo per l'opposto, che nel divario o nella differenza, che corre tra l'attività animalesca e l'attività intellettiva dell'uomo, non vi ha una semplice differenza di grado, ma di natura. Si considerino di grazia gli atti che filano da coteste due attività. Al primo sguardo voi vi avvedete, che essi sono essenzialmente diversi: giacchè quei della prima rispondono alle percezioni dei sensi, nè si levano più su di un sol capello, quelli invece dell'altra si sollevano sul mondo sensitivo, astraggono, spiritualizzano ed universaleggiano e indi ragionando conchiudono indipendentemente dai sensi. Breve: l'oggetto dell'attività animalesca è il particolare, quello della attività intellettiva è l'universale. Or gli atti seguendo l'essere, ne consegue che l'attività animalesca sia di origine essenzialmente diversa da quella dell'attività intellettiva, e che perciò non vi abbia solo diversità di grado, ma di sostanza tra le due attività, ossia che fra l'animale e l'uomo vi abbia differenza di natura. Eppure l'evoluzionista si dà il vanto «di avere dimostrato con tutto il massimo rigore scientifico, che non esiste l'abisso immaginato tra il mondo intellettuale dell'uomo, ed il mondo reale di tutta la restante natura.» Di maniera che ormai sia divenuto postulato della sociologia, «che i fenomeni della intelligenza se presentano nell'uomo il loro più completo sviluppo, appartengono però in gradi differenti alle specie animali inferiori, arrivando nell'uomo civile alla loro più alta espressione in virtù di quelle leggi generali della concorrenza vitale della cernita e della eredità, che imperano su tutto il mondo vivente [6].» Ed affinchè tu non tenga in piccolo conto cosiffatta cernita, cosiffatta eredità, ti fa sapere, che alla natura è costato il faticosissimo lavorìo di evoluzioni e di trasformazioni di migliaia di anni. A questo prezzo essa alla perfine giunse all'acquisto di un filo di luce intellettuale, ma confessa in pari tempo «che non è possibile dire il punto» in cui è accaduto cotanto fenomeno di tramutazione. O qui sì Dante, a fronte di metamorfosi così mirabili seriamente affermate, canterebbe berteggiando:
Taccia Lucano ormai là dove tocca
Del misero Sabello e di Nassidio
E attenda ad udir quel che or si scocca.
Taccia di Cadmo e di Aretusa Ovidio:
Che se quello in serpente e questa in fonte
Converte poetando, io non l'invidio [7].
In vero non sono gli evoluzionisti da invidiare per la stupenda idea della trasformazione dell'animale in uomo. La loro scienza batte del capo in un massiccio assurdo. Modificate in cento maniere un minerale; è egli possibile, che divenga un vegetale, un fiore, un fil d'erba? Nè punto, nè poco per la semplice ragione, che l'attività del minerale non è l'attività del vegetale. Nel supposto contrario si avrebbe, che l'essere vegetale possa germinare dal non essere vegetale, e che il non essere vegetale, cioè il minerale, dia al mondo l'essere vegetale. Il che si riduce al marchiano assurdo, che l'essere abbia vita dal non essere. Si applichi questo discorso all'animale in confronto dell'uomo: se l'essere uomo, ossia l'essere intellettivo, spirituale spuntasse comechessia dall'essere animale per forza di trasmutazioni, ti si presenterebbe un essere intellettivo spirituale figliato da un essere corporeo non intellettivo, che è quanto dire l'essere dal non essere. Contro di cotesto stupendo fenomeno in evoluzionismo fanno strepitoso richiamo il principio d'identità, il principio di contraddizione, il principio di causalità. La nobile dottrina dell'evoluzionismo, non altrimenti che la derisa alchimia, si argomenta di trarre l'oro dallo zolfo e l'argento dal mercurio, come in un suo discorso dicea e provava un dottissimo naturalista [8]. Ed eccovi colla dottrina della impossibile ed assurda trasformazione dell'essere animale a grado a grado nell'essere umano cader ruinata quella pure, che afferma i principii etici, onde si governa l'uomo, essere opera dell'ambiente, di una immaginata eredità o di qualsiasi altro agente estrinseco. No: essi hanno la loro radice nella virtù intellettiva umana, e secondo essi ogni individuo liberamente si governa nel suo operare, mentre l'animale è governato dal proprio istinto [9].

IV.

Sia come voi dite, ripigliano gli evoluzionisti, ma il vostro discorso non suffraga punto la vostra opinione, che i dettami della morale scaturiscano da una intrinseca facoltà. Difatti non vedete, come i principii di moralità seguiti siano stati diversi e siano tali anche al presente secondo i popoli, gl'individui, le società ed altre circostanze? Se avessero la loro scaturigine ab intrinseco, sarebbero osservati egualmente in tutto il mondo. — I signori evoluzionisti hanno bensì studiato profondamente tutte le razze animalesche, ma non hanno fatto altrettanto rispetto all'uomo. Qui ci si affacciano due quistioni. È egli possibile fare acquisto della facoltà morale? E se non è possibile, come si spiega la diversità dei principii morali oppostaci dagli evoluzionisti?
Dilucidiamole. Per ciò, che spetta alla prima, una facoltà si può considerare sotto due rispetti: o subiettivamente, vale a dire in quanto esiste nell'uomo, ovvero oggettivamente, vale a dire, in quanto si riferisce all'oggetto in rapporto colla medesima. Esiste cotale facoltà di fatto nell'uomo? Bene. Non esiste? È impossibile l'acquisto. Quel matematico, che insegna ai suoi alunni la propria scienza, che si propone egli in cosiffatto lavoro? Non altro che questo, cioè, che i suoi discepoli apprendano i teoremi della matematica e si formino di essi un capitale scientifico in capo. Or il verbo apprendere suppone, che negli alunni esista una facoltà fornita di tale virtù che valga ad apprendere od afferrare ed appropriarsi l'insegnamento del professore. Fate che non esista cotesta facoltà in essi. Il povero matematico canterebbe ai sordi in perpetuo. L'uomo così nell'ordine fisico, come nell'ordine intellettivo, non ha la potenza di creare, ma soltanto quella di modificare la materia, e di esplicare coll'insegnamento della scienza la facoltà o la virtù conoscitiva dell'uomo. Si applichi questo discorso al caso della facoltà morale. Le leggi e gli educatori suppongono, e debbono necessariamente supporre, che nell'uomo esista la facoltà morale o la coscienza del bene e del male capace di apprendere e di ampliare il proprio conoscimento della scienza in quistione. Giacchè se non esistesse, mancando nei legislatori e negli educatori la potenza creatrice, le loro leggi e i loro insegnamenti sarebbero parole gittate al vento. — Passiamo alla seconda quistione. L'uomo tende naturalmente al bene ed alla felicità da conseguirsi per mezzo della giustizia e della onestà, o coll'esercizio della virtù, che torna ad un medesimo, come abbiamo dimostrato altrove. Ma l'uomo è libero, e quindi accade, che adescato da cieche passioni devii da coteste norme regolatrici delle sue azioni, correndo dietro al bagliore di un falso bene. E siccome difatto egli se ne diparte con moto più o meno lontano e sotto cento e più rispetti; così abbiamo i fenomeni delle molteplici maniere di falsati principii morali, quali si veggono nel mondo.
Non intendiamo di negare, che la educazione, la legge, l'esempio e le opinioni, che hanno corso nelle società, non operino sugli animi coi loro influssi secondo la loro buona o rea qualità morale. Sì: operano, ma non a modo di cause producenti nell'uomo un istinto od una facoltà morale necessitante. Se vi è gente al mondo, in cui per la ripetizione d'innumerevoli atti e di una crescente eredità di secoli sarebbesi dovuto formare un istinto ferreo, o facoltà indomita di morale imbestiata, sono per fermo i selvaggi. Ebbene fate, che la parola del missionario predichi loro i dettami di giustizia e di onestà; voi li vedrete scuotersi come da un profondo letargo, comprenderli, e vergognando del proprio imbrutimento, conformarvi il loro operare. Donde cotesto mirabile tramutamento? Non dal timore per la potenza del missionario, che non ne ha punto; ma dalla coscienza, che ridestatasi alla voce del missionario risponde in essi, qual fibra toccata, ai dettami di giustizia e di onestà predicati. Le tribù dei Piedi-neri, dei Cuori di lesine, dei Corvi e di altrettali, che terribili ai bianchi scorazzavano, non molti anni fa, a modo di bestie, nelle selve dei monti rocciosi, oggi rendono testimonianza alla verità del nostro asserto. Indi è lecito conchiudere, che la facoltà morale, o la coscienza non è facoltà acquisita, ma intrinseca e naturale all'uomo; che l'istinto necessitante è una favola; e che l'uomo ha l'uso della libertà in sua mano in modo da poterlo volgere a suo grado contro ciò che affermano gli evoluzionisti.

V.

A cosiffatta loro teorica circa la morale risponde a capello la pratica. Il primo postulato della pratica evoluzionista si è un totale sbandeggiamento di Dio dal mondo. A qual pro un Deus ex machina? «I progressi delle scienze avvezzano la mente a spiegare l'ordine dell'Universo senza dovervi ricorrere, e l'intelletto comincia a dire per bocca dei pensatori con Laplace: Je n'ai pas besoin de cette hypothèse [10].» Ondechè la provvidenza ordinatrice e reggitrice dell'uomo e degli esseri, che lo circondano, «può ancora essere un dogma religioso, ma non ha più posto nel dominio scientifico e pratico [11].» Tutto al più «lo Spencer, ed esplicitamente l'insigne suo discepolo Fiske, avendo provato, che al disopra del finito conoscibile vi è un infinito inconoscibile, questo potrà formare l'oggetto di una aspirazione religiosa per l'anima umana [12].» La conclusione si è alla fine non esserci più bisogno di Dio, e potersi concedere, che si metta tra gl'ideali incogniti, a cui l'anima umana possa devotamente aspirare quanto le aggrada. L'ateismo non potrebbe essere più smaccato!
Posto il principio dell'ateismo insegnato dalla evoluzione, qual'è la condizione pratica dell'uomo individuo? Quella del disordine! Tolto Dio, manca all'uomo il fine degno di lui, e senza fine non vi è ordine. Di che, in mezzo ad un mondo di esseri tutti ordinatissimi nei loro movimenti e nelle loro operazioni, l'uomo solo sarebbe nell'assurda condizione di essere non ordinato. — Direte forse, che egli è ordinato alla felicità, a cui tende? Ma tolto Dio sommo bene, in cui solo ogni desio è sazio, la felicità cercata dall'uomo non può essere altra da quella che danno le cose materiali che lo circondano. Or coteste cose essendo tutte di un ordine sostanzialmente a lui inferiore, eccovi la conseguenza: avrete l'essere di ordine superiore ordinato a quello di ordine inferiore. Qual disordine più spiccato di questo? — Voi asserite che da più fonti estrinseci rampollano nell'uomo le regole di morale: altre fino dal nascere gli vengono in retaggio dai suoi maggiori, di altre gli è cortese l'ambiente, e non poche gli sono innestate dalla educazione o da quale che siasi altra causa. Sia come voi dite. In questo supposto o egli non può disciorsene, ed è necessitato alla sommessione, e in tal caso la sua libertà ne sarebbe ita; ovvero dite, che egli rimane libero, ed allora il suo capriccio diviene la norma del suo operare. Or il capriccio non dice ordine, ma disordine.
No: l'uomo non è disordinato: il vostro sistema lo rende tale con alta offesa della natura. Egli nasce, ed eccovi spuntare in lui e nei genitori diritti e doveri mutui, alla cui osservanza stimola e forte inchina la stessa natura. Ma egli ha pure la necessità per la sua propria educazione e per soddisfare ai suoi bisogni di vivere in consorzio con altri uomini, ed eccovi da cotesta necessaria convivenza germogliare altri mutui diritti ed altri mutui doveri. Toglietegli Dio, ed il disordine è la sua condizione. A chi dovrà render conto della osservanza di cotesti suoi obblighi? A nessuno. Esso dipenderà dal suo libito disordinato. Vi sono le leggi penali, soggiungete. Bene: in questa supposizione, sapete a chi sarebbe simile l'uomo? A quella bestia da soma, che, mostrandosi restia alla voce del suo padrone, vi è soggettata a suon di busse. Peggiore disordine di questo non si può immaginare. Insomma la condizione dell'uomo individuo, offertaci dalla evoluzione, sotto quale si voglia guardatura venga osservata, è il disordine in petto e persona, e per ciò intrinsecamente irrazionale.
Così rispetto all'uomo considerato come essere individuo. Nè la bisogna va meglio studiato in società. L'uomo, che non volge l'occhio al cielo e a Dio, lo volge alla terra, lo volge ai beni che essa offre e si adopera con tutto lo sforzo dell'anima a ritrarne per sè il più grande utile, che gli venga fatto. E perciò in una società di evoluzionisti, forniti di una coscienza ad libitum, il giuoco dei singoli sarà quello di arraffarne in suo vantaggio la maggior massa possibile. Di che il più schietto egoismo vi dominerà sovrano, avente a sostegno e a difesa il principio seguito, qual legge universale dagli economisti della evoluzione, cioè, economia di forza e concorrenza [13]. Principio, che si traduce in questo volgare: guadagnar molto e spendere poco, vincere della mano i rivali e, se venga fatto, schiacciarli. Indi le soverchierie usate in più modi a danno degli operai, indi i frequenti inganni nelle produzioni, indi le molteplici frodi su i mercati, indi tanti altri malanni finanziarii, che essendo cogniti è qui inutile farne la enumerazione. In forza di questo giuoco accade, che le ricchezze si accumulino in mano dei più destri, dei più furbi, dei più forti in capitali e che, essendo limitate le loro fonti, moltissimi ne rimangano digiuni e condannati per giunta ad una continua fatica per guadagnarsi la vita. Con quale occhio cotesti guarderanno l'abbondanza, il lusso dei fortunati? Lo dimandate? Con quello di tanti cani affamati, i quali si arruffano e ringhiano contro i compagni, che più validi e più pronti si sono impadroniti dell'osso desiderato. A poco a poco le ire si accendono e s'infiammano nei loro petti, ed avete il socialismo, il nichilismo, l'anarchismo e da questo i Ravachol, i Vaillant, i Caserio quai precursori di più terribili guai.
Al fosco lume di questi fatti vengano ora gli Spencer, i Fiske ed altrettali scrittori di evoluzionismo, e ci dicano pure e ripetano, che «il progresso sociale consiste nell'organizzare e consolidare nelle succedentesi generazioni le esperienze di utilità per guisa da determinare un continuo perfezionamento dell'intuito morale,» mercè la cui opera e quella della eredità morale si avrà «il progressivo affievolirsi dell'egoismo ed il progressivo svilupparsi della opposta qualità, che Comte e Littrè hanno chiamato altruismo [14].» Noi per risposta additeremo gl'indizii di cotesto altruismo in quell'odio accanito delle classi povere contro la doviziosa, odio minacciante alla società la ruina estrema. Che se questo non è accaduto, si dee sapere grado e grazia, sapete a chi? A quella vecchia morale del buon Dio, che è dagli evoluzionisti a nome della scienza schernita e reietta, la cui credenza per buona sorte campeggia ancora in mezzo alle nostre popolazioni. Del cui valore individuale e sociale parleremo, a Dio piacendo, in un altro articolo.
[CONTINUA]


Di fatto in America come al sud così anche al nord, i missionari cattolici trovarono popolazioni bensì selvagge e dedite all'idolatria, ma anche assai disponibili a convertirsi alla vera religione ed a riformare i loro costumi; si veda ad es. la testimonianza del padre Lacombe O.M.I., apostolo tra i Piedi Neri.
Tuttavia le forze anticristiane non rimasero inattive; si legge infatti già negli Annali della Propagazione della Fede del 1871:
«Il P. Lacombe termina la sua lettera con alcune lagrimevoli riflessioni intorno la funesta influenza che sopra i paesani produce il commercio dei bianchi. Costoro, colla pretensione di recar loro la civiltà non recano il più delle volte a questi poverelli, fuorchè un’aggiunta di vizj, ed istrumenti per servirli. Coll’insaziabile loro cupidigia, esauriscono le produzioni del paese, e costringono le famiglie, prima a ritirarsi, poi a morire d’inopia. I vecchi fra i selvaggi van di continuo ripetendo, che oggi sono più miseri, che le guerre sono più micidiali, che gli animali loro diminuiscono in modo spaventevole, per effetto della necessità in cui si trovano di pagare con pellicce gli strumenti che sono ad essi venduti. L’inverno scorso, nello spazio di quattro mesi, tra il posto di Carlton ed il Forte della Montagna (distanza di 550 miglia), più di trentamila bufoli sono stati uccisi, e più della metà erano femmine, le sole, le cui pelli siano valutate, quali pellicce.
«Poichè le cose sono giunte a questo punto, continua il P. Lacombe, che torna impossibile d’attraversare il moto che conduce forestieri in mezzo a’ selvaggi, piacesse al cielo, che gl’Indiani ottenessero dalle autorità dei luoghi una protezione particolare. Il mio parere, ch’io do, non come incontestabile, ma come quello d’un missionario, il quale passò lunghi anni coi popoli di cui difende la causa, ed il quale conosce i loro costumi, la maniera di vivere ed il carattere; il mio parere è, che non si dovrebbe permettere se non ad una sola compagnia di mercanti, di trattare con essi, e di lasciare d’altronde piena libertà ai missionarj. Io dico, che i nostri selvaggi dell’America del Norte non sono atti a ricevere un intero incivilimento, quale almeno l’intendono coloro, i quali l’offrono ad essi, fuori della vera religione. Il selvaggio, nelle condizioni d’esistenza in cui sta, è capace di conoscere il vero Dio, i dogmi e la morale della religione cristiana, che per altro è la sola vera civiltà. Ma, il ripeto ancora, nell’ordine puramente umano, non è capace se non di mezza civiltà, ed inoltre conviene che la riceva da quelli che guidati non sono da veruna combinazione commerciale, ma unicamente dall’interesse dell’umanità.» N.d.R.

NOTE:

[1] Monti, Bassv. v., C. 3.
[2] L'animale e l'uomo. Fondamenti dottrinali e metodici della moderna sociologia nelle sue relazioni colle scienze biologiche, economiche e statistiche. Saggio filosofico del professore Gerolamo Boccardo senatore V. vol. VII, p. 1, Ser. 3. Biblioteca dell'Econ. p. LXXXIV.
[3] La filosofia positiva e gli ultimi economisti inglesi, P. II, Sez. II, p. 169.
[4] L'origine de l'espèce humaine est enveloppée de nuages que la science ne parviendra probablement jamais à dissiper... Le système de la création, qui s'appuie d'ailleurs sur les traditions religieuses de tous les peuples semble donc destiné à demeurer seul debout. Journal des Economistes, livr. dec. 1894, art. 1.
[5] Disc. cit.
[6] Discorso citato.
[7] Inferno, c. XXV.
[8] Cf. Ultima critica di Ausonio Franchi, P. III n. 645 e segg.
[9] Vedi la genesi dei principii morali nella Civ. Catt. quad. 1060 pagine 418 e segg.
[10] Discorso cit. pag. LXXV.
[11] Loc. cit. pag. XLVII.
[12] Loc. cit. pag. LXXVI.
[13] Cf. De Molinari, Notions fondamentales d'économie politique. ch. I.
[14] Discorso cit. pag. LXXXIX.

lunedì 29 luglio 2013

La Monarchia e le sue degenerazioni (Monarchia Assoluta e liberale) - (Parte 17°).



 l'Assolutismo moderato dei Braganza




Alfonso VI del Portogallo - Il potere dei Braganza si assesta:


File:Afonsoviportugal.jpg
Alfonso VI del Portogallo.
Giovanni IV, padre di Alfonso, come detto in precedenza , era salito al Trono portoghese in modo indubbiamente meschino  nel 1640 dopo un colpo di Stato con il quale era stato detronizzato  Re Filippo III del Portogallo della grande dinastia Cattolica degli Asburgo di Spagna, che dal 1580 vi avevano legittimamente  Regnato con una unione formale  fra i due Regni iberici . Il Re Filippo III (che era allora pienamente legittimato) aveva quindi perso il Regno portoghese a favore della casa dei Braganza. Gli Asburgo di Spagna tuttavia, che al momento del colpo di stato erano coinvolti nella guerra dei Trent'anni , soprattutto contro la Francia, non era disposti ad accettare l'iniquo ed illegittimo distacco senza combattere l'ingiustizia.  Ma l'esercito spagnolo , impegnato su più fronti , non avrebbe potuto sostenere una rapida guerra anche contro i cospiratori portoghesi.
Nel 1659 tuttavia la guerra fra Spagna e Francia terminò e da quel momento il Filippo IV di Spagna poté concentrarsi sulla questione portoghese: il suo esercito varcò i confini per cacciare Alfonso VI, subentrato nel frattempo (1656) sul Trono di Lisbona, e ristabilire la legittimità  asburgica sul territorio portoghese. L'8 giugno 1663 truppe alleate anglo-portoghesi (ricordiamo che l'Inghilterra protestante era la più grande nemica delle Cattolicissime Spagne e perciò fece di tutto per demolirne prestigio e potenza) sconfissero gli spagnoli a Ameixial, quindi l’anno successivo a Castel Rodrigo ed ancora il 17 giugno 1665 a Monte Claros. Queste battaglie sono state considerate come guerras das Restauraçao (Guerra di restaurazione portoghese). Nel corso del 1665 Filippo IV morì e fu l’ultimo sovrano della dinastia degli Asburgo di Spagna a portare il titolo di Re del Portogallo. Gli spagnoli, indeboliti dalle sconfitte, dovettero riconoscere con la pace di Lisbona (1668) la sovranità dei Braganza nel Portogallo. La vittoria dei Braganza , ottenuta grazie all'intervento inglese e alle capacità dei generali portoghesi, valse ad Alfonso VI il titolo di o vitorioso (il Vittorioso), benché non avesse contribuito in alcun modo al successo.
La politica di Alfonso VI non differì molto da quella del padre lasciando le Tradizionali autonomie alle Cortes. Egli tuttavia ebbe un breve Regno che protetto dall'Inghilterra,  la quale esercitava tale protezione soltanto per mero opportunismo , terminò con la sua abdicazione :
Nel 1666, infatti,  Alfonso VI sposò la principessa Maria Francesca di Savoia-Nemours, figlia di Carlo Amedeo di Savoia-Nemours, che tuttavia l'anno successivo, con l'appoggio del fratello minore del Re, l'infante Pietro, interpretando lo scontento generale dell'élite del Regno  conseguente sia al governo troppo "accentratore" del Regno sia alla perdita dell'isola di Ceylon e di altre colonie portoghesi in India ad opera degli olandesi, prima allontanò il Ministro Conte di Castelo Melhor dal governo e poi convinse il marito a firmare  l'atto di abdicazione. Nel 1668 Maria Francesca di Savoia-Nemours ottenne l'annullamento del matrimonio con Alfonso VI perché "non consumato" e, dopo pochi mesi, sposò il cognato Pietro che nel frattempo aveva assunto la reggenza del Trono portoghese.
Dopo l'abdicazione Alfonso venne esiliato a Terceira, nelle Azzorre, e trascorse gli ultimi quindici anni della sua vita in una condizione di semi-prigionia, alternando la permanenza sulle isole in pieno Atlantico con brevi soggiorni nel castello reale di Sintra, dove morì nel 1683. Alla sua morte l'ambizioso  fratello minore lasciò la reggenza divenendo Re con il nome di Pietro II.





Pietro II del Portogallo - Il breve Regno di un usurpatore:



Pietro II del Portogallo.
Pietro II era l'ultimo figlio di Giovanni IV e di Luisa di Guzmán; il padre gli concesse il titolo di Duca di Beja, facendogli dono di quella città e di tutti i beni confiscati al marchese di Vila Real e a suo figlio, il Duca di Caminha. In più gli vennero assegnati alcuni villaggi nel Portogallo settentrionale. Con tutti questi beni venne costituito uno stato suntuario, definito Casa do Infantado, assegnato al principe già all'età di cinque anni e quando questi divenne re, fu affidato ad uno dei suoi figli.
Pietro II cospirò ed usurpò il Trono al fratello Alfonso VI del Portogallo e rimase reggente fino alla morte di quest'ultimo (1683), quando fu incoronato e riconosciuto dalle Cortes come Re.
Alleato con le potenze protestanti dell'epoca , intraprese insieme agli inglesi e agli olandesi la guerra contro la Cattolica  Spagna  fino ad arrivare a Madrid e a risultare vittorioso. Ambizioso e arrivista , si preoccupò maggiormente del suo potere che del riconoscimento dei governi locali del Regno e del fatto che in quanto Principe Cattolico avrebbe dovuto combattere l'eresia e non servirsene come mezzo per accrescere il suo potere .  Egli morì il 9 dicembre 1706 .






Giovanni V del Portogallo - L'Assolutismo limitato:


Giovanni V
Giovanni V del Portogallo.
Sebbene il padre fosse ormai vecchio, Giovanni gli succedette non troppo giovane, all'età di 17 anni. Uno degli atti del padre da Re era stato quello di aderire alla "Grande Alleanza", guerra contro la Cattolicissima Spagna ,  nel 1703. Secondo questi accordi, il Generale Das Minas, assieme a Lord Galway, avanzò nella regione spagnola della Castiglia, e prese Madrid, ma venne sconfitto dagli spagnoli nella Battaglia di Almansa (14 aprile).
Nell'ottobre del 1708 egli sposò sua cugina, Maria Anna d'Austria (1683-1754), figlia di Leopoldo I del Sacro Romano Impero , rafforzando con questo la propria alleanza con la Casa d'Austria.
La serie di campagne infruttuose condotte in seguito, lo portarono a stipulare delle paci con la Francia nel 1713 e con la Spagna di Filippo V nel 1715.
Il suo lungo Regno fu caratterizzato da un rafforzamento notevole del potere Reale, dato soprattutto dalla scoperta di nuove miniere di oro e diamanti in Brasile. Un quinto del prodotto, era infatti proprietà della Corona, ed il resto veniva diviso tra i legittimi proprietari, appaltatori e pubblici amministratori. Questa ricchezza permise al Re di non riconoscere a pieno i diritti delle Cortes, governando da monarca assoluto anche se differentemente al modello francese. Per via del suo governo centralistico, egli dovette sostenere l'opposizione politica di molte famiglie nobili e di influenti uomini di stato. In questo clima, Giovanni V costruì la propria Versailles, il meno lussuoso Palazzo Reale di Mafra. Ad ogni modo Giovanni guardava con ammirazione a Luigi XIV come modello di governante, ma  non riuscì mai a raggiungere il modello di assolutismo della corte francese. Il Portogallo , come avvenne nelle Spagne , subì la sua "francesizzazione" : si può affermare che mentre in Spagna la Rivoluzione passò dalla porta principale in Portogallo entrò dalla finestra.
Giovanni V usò una parte del tesoro di stato per risvegliare l'economia del Portogallo, creando nuove industrie nel paese, in mano alla borghesia che acquisiva sempre più potere, facendosi patrono delle arti e degli illuministi (vennero fondate accademie reali). Tutto ciò , almeno all'apparenza ,  permise al Portogallo di tornare ad essere una potenza europea dopo la sua separazione dalla Spagna (1640), ma con una sostanziale differenza: mentre con la Spagna la grandezza del Portogallo derivava in gran parte dalla missione di difensori della Verità e della Fede con la quale la Corona di Castiglia l'aveva  investita , con la Rivoluzione la grandezza era completamente un'apparenza mentre le istituzioni Tradizionali appassivano. La sua politica seguì due regole fondamentali: neutralità politica nei conflitti europei on d'evitare il rischi di perdita del potere  e costanti negoziati con la Santa Sede di modo da essere riconosciuto dalla Chiesa come un monarca in pieno potere legittimo. Per questo poté godere di importanti ambascerie e incarichi presso il Papa.
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Papa Benedetto XIV.
Benedetto XIV, infine, concesse la piena sovranità legislativa ed effettiva del Portogallo nel 1748 e diede al Re Giovanni V il titolo di Maestà Fedelissima, concesso a lui ed ai suoi successori con una bolla. Sei anni dopo aver ricevuto questo titolo, Giovanni subì una paralisi che gli impedì parzialmente di prendere parte agli affari di governo. Gli ultimi suoi anni di vita, li devolse ad attività ecclesiastiche, con la costruzione di chiese e monasteri. Giovanni V morì il 31 luglio 1750 a Lisbona, e venne succeduto dal figlio Giuseppe. Il suo Regno vide anche il proliferare delle perniciose idee illuministe e delle logge massoniche che gli inglesi fondarono dapprima a Lisbona ed in seguito in altre citta portoghesi e nelle colonie minando il tradizionale assetto dello Stato.








Giuseppe I del Portogallo - La guerra alla Cristianità:


Giuseppe I
Giuseppe I del Portogallo.
Giuseppe I era il terzogenito di Giovanni V e di Maria Anna d'Austria. Salì al Trono del Portogallo alla morte del padre nel 1750, quando aveva 36 anni, e sin dall'inizio affidò il governo a tre segretari di Stato, dei quali si mise in luce il meschino Sebastião José de Carvalho e Melo, conosciuto meglio successivamente col titolo di marchese di Pombal: Nel 1750 divenne ministro degli affari esteri, poi primo ministro del Re Giuseppe I di Braganza. Nel 1770 fu creato Marchese di Pombal. Scettico, incredulo, amico dei filosofi, diede inizio alla persecuzione dei Gesuiti in Europa.

L'ostilità di gran parte della nobiltà nei riguardi dell'amico dei filosofi  Sebastião José de Carvalho e Melo fece sì che il Duca di Aveiro, con la complicità di altri nobili, organizzasse una congiura contro Re Giuseppe I il quale appoggiava le idee dell'iniquo  ministro, ma l'agguato nel quale rimase ferito il Re non portò alla sua morte e alla fine Sebastião José de Carvalho e Melo approfittò di questo attentato per consolidare il suo potere. Egli aprì un'inchiesta volta ad  incriminare i suoi avversari tra i quali  un gran numero di nobili che non condividevano le sue pestilenziali idee : molti di questi nobili vennero uccisi con pena capitale, ed il cinico ministro colse l'occasione per  attaccare violentemente i membri della Compagnia di Gesù. Dopo tutto questo il Re Giuseppe I , assuefatto dai veleni del secolo XVIII , affidò con non curanza tutti i suoi poteri al suo ministro nominandolo prima conte di Oeiras e poi il marchese di Pombal.
Il marchese di Pombal fu promotore di molte riforme illuministe durante il regno di Giuseppe I, il quale proprio per questo motivo venne chiamato "il Riformatore". Furono varate Riforme sull'istruzione che significarono la soppressione degli ordini religiosi incaricati di insegnare negli istituti; si sviluppo il commercio a favore dell'alta borghesia e a discapito del popolo. Questi  furono alcuni degli ambiti che videro protagonista l'iniquo  ministro del Re.
 So che vi sono persone istruite le quali ritengono che la persecuzione scatenata contro i Gesuiti in Portogallo avesse qualche rapporto con la cospirazione filosofica e che fosse solo un primo saggio di ciò che si sarebbe potuto tentare contro di loro dappertutto. Ciò potrebbe essere; la politica e  il carattere di Carvalho sono noti abbastanza per non contraddire questa opinione; ma non ho alcuna prova dell'intelligenza segreta di questo ministro. Dall'altra parte la ferocia e la scelleratezza di Carvalho sono state messe in piena luce: costui ha fatto morire oppure ha tenuto in una lunga e crudele prigionia tante vittime, dimostratesi poi innocenti col decreto emanato l'8 aprile 1771, che bastava lui solo per realizzare tutta la la tirannia e tutti i delitti che si ammassarono in modo spaventoso durante il suo ministero. ( V. memorie ed aneddoti del march. di Pombal; discorsi sulla storia del conte di Albon ecc. )

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Il Marchese di Pombal espelle i Gesuiti. A seguito di un fallito attentato contro il Re del Portogallo di cui mai si conobbero i mandanti, Pombal condannò a morte il Reverendo Padre Gesuita Gabriele Malagrida e la nobile famiglia dei Tavora. Nel 1759 mise al bando la Compagnia di Gesù, causando l’interruzione dei rapporti diplomatici con Roma; il pretesto fu la divisione con la Spagna delle Reducciònes gesuite nel Paraguay. Alla morte del Re (1777) la Regina Maria I fece processare Pombal e riabilitò coloro che egli aveva accusato nel 1758. In questa occasione fece ritorno a Coimbra il Vescovo del luogo, che Pombal aveva precedentemente espulso.



Re Giuseppe I morì nel 1777, anno in cui salì al potere la figlia primogenita Maria I del Portogallo.




Maria I del Portogallo - La Regina Cattolica:


Maria I del Portogallo
Maria I del Portogallo.
Maria I sposò il fratello minore del padre, lo zio Pietro (1717 – 1786), Duca di Beja, il 6 giugno 1760. Nel 1777, divenne la prima Regina regnante del Portogallo e dell'Algarve . Suo marito divenne Re consorte con il nome di Pietro III.
Uno dei suoi primi atti da Regina fu quello di licenziare il tirannico primo ministro, il Marchese di Pombal, che aveva interrotto il potere dell'aristocrazia tradizionale con il Trattato di Tavora, dovuto al fatto che Pombal , come ben sappiamo, era un fervente illuminato e un anti-gesuita. Il Portogallo non prese parte agli avvenimenti bellici , scatenati dalla Rivoluzione, della seconda metà del secolo XVIII rimanendo neutrale.
La Regina Maria I del Portogallo era una fervente Cattolica. Ella era affetta dalla porfiria che ne disturbò la salute mentale   rendendola incapace di guidare lo stato a partire dal 1799. Suo figlio, il Principe Giovanni, divenne reggente per lei che nel frattempo era rimasta vedova.
Nel 1801 la Spagna del debole Carlo IV, sotto la direzione del primo ministro infrancesato Manuel Godoy, invase il Portogallo dietro suggerimento di Napoleone. La guerra, brevissima, si concluse con il Trattato di Badajoz del 6 giugno 1801, e il Portogallo dovette cedere Olivenza e parte della Guyana alla Spagna.
Il fiero rifiuto del governo portoghese di aderire al blocco continentale anti-inglese voluto da Napoleone portò, nel 1807, alla Guerra Franco-Spagnola, culminata in un'invasione comandata dal generale Junot. Con l'aiuto dell'Inghilterra, che nulla faceva senza guadagno,   l'intera famiglia Reale si ritirò in Brasile il 13 novembre 1807 e stabilì la propria corte a Rio de Janeiro. Junot venne in seguito nominato governatore generale del Portogallo per conto di Napoleone.
Nel 1815 il governo di reggenza elevò il Brasile allo status di Regno e Maria I venne proclamata Regina dei Regni Uniti di Portogallo, Brasile e Algarve. Alla sconfitta finale di Napoleone, nel 1815, Maria e la propria famiglia rimasero in Brasile. L'anziana Regina morì a Rio de Janeiro nel 1816, all'età di 82 anni, e le successe il principe reggente, che prese il nome di Giovanni VI.


 

Giovanni VI e la genesi del liberalismo dei Braganza

 
 
 
 

Giovanni VIJoão VI
Giovanni VI del Portogallo.
Nel 1816, alla morte della madre, Giovanni VI , di mente fragile e di tendenza all'accomodamento , venne riconosciuto come Re del Portogallo, ma continuò a risiedere in Brasile, che aveva elevato allo status di Regno il 16 dicembre 1815. La conseguenza fu che i liberali Portoghesi inscenarono una tiepida rivoluzione liberale  il 24 agosto 1820, similmente a come accadeva nello stesso periodo in Spagna,  e la proclamazione di un governo costituzionale, al quale Giovanni VI fu spinto a giurare fedeltà al suo ritorno in Portogallo nel 1821. Nello stesso anno, e nuovamente nel 1823, dovette sopprimere la ribellione controrivoluzionaria-antiliberale  ingaggiata contro di lui dal figlio minore Michele, il quale era un  fervente Cattolico e si era avvicinato ai gruppi della nobiltà tradizionalista portoghese,  che venne bandito dal Regno contaminato dal liberalismo  nel 1824.
Nel frattempo il suo figlio maggiore ed erede, Pietro, liberale convinto,  dichiarò l'indipendenza del Brasile dal Portogallo il 7 settembre 1822 e se ne dichiarò successivamente imperatore con il nome di Pietro I. Giovanni VI  si rifiutò di riconoscere l'indipendenza brasiliana sino al 29 agosto 1825, quando restaurò Pietro sul Trono, nella speranza che alla sua morte il Brasile ed il Portogallo venissero riuniti in una federazione di due monarchie. Giovanni morì a Lisbona il 26 marzo 1826, probabilmente per avvelenamento da arsenico così come emerso di recente dalle analisi dei suoi resti mortali, e gli successe il figlio Pietro (col nome di Pietro IV).
Pietro I del BrasilePietro IV del Portogallo
Pietro IV del Portogallo.
Pietro, già Imperatore liberale del Brasile,  scelse di ereditare il titolo di Re del Portogallo (Pietro IV) il 10 marzo 1826, ignorando le restrizioni della nuova costituzione brasiliana che da poco egli stesso aveva firmato. Egli promulgò una nuova costituzione liberale portoghese il 26 aprile di quell'anno, ma venne costretto ad abdicare dal trono del Portogallo il 28 maggio 1826 in favore di sua figlia Maria . Dal momento che la giovane bambina aveva appena 7 anni, egli nominò suo fratello Michele, il quale aveva maggiori diritti alla successione,  quale semplice reggente con la promessa di sposare la nipote regina. Don Miguel, fiero difensore del tradizionalismo lusitano,   depose Maria e si pose sul suo legittimo Trono come sovrano, con grande opposizione da parte del liberale Pietro, che cercò in ogni modo di restaurare la figlia ed il regime liberale portoghese. Nel frattempo, la sua apparente indecisione nell'assumere la corona brasiliana o portoghese danneggiò profondamente la reputazione di Pietro in Brasile.

 
 
 
 
 
La Rivoluzione liberale in Portogallo




 
Michele I di Braganza
Michele I del Portogallo.

Le Cortes del 1823, non ancora del tutto compromesse ,  riconobbero la legittimità di Don Michele, il quale divenne Michele I del Portogallo e annullò la Costituzione liberale di suo fratello.
Questa reazione non lasciò stupefatti i liberal-settari. Il 18 maggio, la guarnigione di Oporto, il centro dei settari progressisti portoghesi, dichiararono la loro lealtà a Pietro, a Maria e alla Costituzione. La ribellione contro i Miguelisti (Tradizionalisti ) si estese nelle altre città dove la presenza settaria era sufficientemente organizzata. Michele soppresse con fermezza queste rivolte e molte migliaia di liberali vennero arrestati o dovettero fuggire in Inghilterra o in Spagna.
In
Brasile, intanto, le relazioni tra Pietro e i magnati della terra si facevano difficili. Nell'aprile del 1831 Pietro abdicò dal trono del Brasile in favore di suo figlio Pietro II e emigrò in Inghilterra.

Organizzò una spedizione  militare appoggiato dal governo di Londra e marciò nelle Azzorre, che erano in mano dei liberali, per formare un governo in esilio. L'8 luglio 1832, con il sostegno di liberali spagnoli arrivò a Oporto e affrontò le truppe Migueliste . Per proteggere gli interessi inglesi, un squadrone navale sotto gli ordini di William Glascock, massone di alto grado, a bordo del Orestes si dispose nel fiume Duero nell'intento di appoggiare i liberali ma ricevette fuoco da entrambi le parti.
Nel giugno del
1833 i liberali, sebbene circoscritti a Oporto, inviarono una forza in Algarve comandata dal duca di Terceira, usando l'alias "Carlos de Ponza". Terceira giunse a Faro e marciò verso il nord attraverso l'Alentejo per conquistare Lisbona il 24 luglio. Intanto lo squadrone di Napier appoggiato da legni inglesi lottò contro la flotta Miguelista vicino al Cabo de San Vicente, battendola nella quarta battaglia. I liberali poterono allora occupare Lisbona, dove si trasferì Pietro da Oporto e si oppose l'assedio delle truppe leali a Michele. Verso la fine del 1833 Maria da Gloria fu proclamata regina per grazia della rivoluzione e don Pietro diventò reggente. Il suo primo atto fu la confisca delle proprietà di coloro che avevano appoggiato Michele. Inoltre soppresse gli ordini religiosi e confiscò le loro proprietà, rompendo le relazioni di amicizia con Roma per otto anni, fino al 1841. I Miguelisti controllavano le aree rurali, dove avevano l'appoggio dell'aristocrazia , della Chiesa e del popolo . I liberali occupavano le principali città portoghesi, dove furono appoggiati dall'alta borghesia . Le operazioni contro i Miguelisti ricominciarono agli inizi del 1834.

Manuele II
Manuel "II" , ultimo discendente di Matia II
Con lui si estinse il ramo illegittimo dei Braganza.
La Battaglia di Aceiceira, che ebbe luogo il 16 maggio del 1834 fu l'ultimo e decisivo scontro tra liberali e Miguelisti . L'esercito di Michele era ancora forte, poiché poteva contare su diciottomila uomini e l'appoggio del popolo, però il 24 maggio, isolato dalle potenze liberali,  si dichiarò la pace in un trattato nel quale si costringeva Michele a dover rinunciare formalmente al Trono, in cambio di una pensione annuale e l'abbandono del Portogallo. Pietro riabilitò la costituzione liberale, ma morì il 24 settembre dello stesso anno.
Maria da Gloria salì al Trono come
Maria "II" del Portogallo contro ogni legittimità e contro le leggi fondamentali del Regno. Da allora in poi il potere liberale (anticlericale) e l'ombra della setta avvolsero il Portogallo degenerandone totalmente le tradizionali istituzioni , fino alla deposizione del discendente di Maria "II" , Manuele "II" , durante la Rivoluzione del 1910. Il governo monarchico-liberale in Portogallo spianò la strada alla nascita  della Repubblica portoghese.


 






Continua...



Fonte:


Wikipedia


http://sagradahispania.blogspot.com/
  • Eduardo Brasão, «Relações Exteriores de Portugal: Reinado de D. João V», vols, I-III, Porto, 1938.
  • Lucas Fugueiredo, «Boa ventura! A corrida do ouro no Brasil 1697-1810» Segunda Edição, Editora Record - Rio de Janeiro, 2011.
  • Alice Lázaro, «Luísa Clara de Portugal - A Flor da Murta, Biografia (1702-1779)», Chiado Editora, Portugal 2012.
  • Joel Serrão (dir.), Pequeno Dicionário de História de Portugal, Lisboa, Iniciativas Editoriais, 1976
  • Joaquim Veríssimo Serrão, História de Portugal, Volume VI: O Despotismo Iluminado (1750-1807), Lisboa, Verbo, 1982
  • AA.VV., Le grandi dinastie, Mondadori, Milano 1976.
  • Ferrarin A.R., Storia del Portogallo, Milano 1940.
  • Saraiva j.H., Storia del Portogallo, Milano 2007.


  • Scritto da:

    Il Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.