martedì 3 dicembre 2013

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G. : DI UN'ALLEANZA DEI CATTOLICI COLLA DEMOCRAZIA (II°)

 
La Civiltà Cattolica anno XLVI, serie XVI, vol. III (fasc. 1085, 26 ago. 1895), Roma 1895 pag. 513-524.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.

DI UN'ALLEANZA DEI CATTOLICI COLLA DEMOCRAZIA [1]

VII.

Vedemmo già che la moderna democrazia, colla quale s'invitano i cattolici a confederarsi, non essendo altro che un mascheramento di barbarie e d'irreligione, non poteva da loro tenersi per soggetto idoneo di un'alleanza: ed il dirla «faro e polo della civiltà» in Italia, era un mentire alla storia ed al senso morale della nazione.
Avvisammo ancora che, ciò non ostante, l'andamento delle cose in Europa sembrava condurre verso forme democratiche di Stato; d'onde veniva il presagio comune, che con queste forme si comporrebbe la pace sociale. Nè lo negammo; avvegnachè non manchino serii pensatori, i quali dubitano fortemente che il delirio democratico, dal quale paiono oggi presi i popoli inciviliti, sia per guidarli alla stabilità nella democrazia; e congetturano invece che, cessate le cause morbose ed artificiali di questo delirio, ai furori democratici succederanno ferree dittature, le quali riporranno i popoli in quell'ordine di monarchia equamente temperata, che è il più consentaneo alle loro condizioni. Ma di ciò non è qui luogo di disputare.
Ammesse queste non ludicre previsioni, s'intende come l'idea di una democrazia bene armonizzata col Vangelo scaldi la mente di parecchi cattolici; e tra questi se n'incontrino dei più fervidi, che la propugnano e la propagano a voce ed in istampa. Ma, come abbiamo altrove accennato, il pericolo è nella equivocazione, o scambio dei concetti, che agevolmente può sospingere a fallacie, le quali mal si porrebbero a cardini di un'alleanza del cattolicismo colla democrazia. Di queste, alcune più capitali abbiamo già notate. Resta però che mettiamo in sull'avviso i cattolici da altre, che si spendono facilmente per monete buone o verità sacrosante, e leggiamo raccolte in un lavoro, dettato forse più da zelo imprudente che da chiara intelligenza delle cose.

VIII.

Dalla perpetua confusione dei due ordini della natura e della grazia, e dei fini a cui tendono le due società politica e religiosa, provengono in gran parte i più massicci errori. Di fatto, eccone un'altra prova: «Il Cristo è il vero fondatore della democrazia, ed è l'istitutore del suo ministero, nè può trovarsi in contraddizione con sè stesso: quindi il vero prete non può essere che democratico. Ma che cosa vuole la democrazia, qual è il fine che si propone, su che si basa? La democrazia vuole la redenzione delle plebi, vuole l'unità del genere umano, vuole l'atterramento dei privilegii. E bene, non fu il Cristo, che pel primo fe' sentire il beati pauperes? E non è lui che ha predetto, che si farà un solo ovile ed un solo pastore? E non è lui che ha detto: — Amatevi, chè voi siete tutti fratelli?»
Quanti qui pro quo in poche righe! Abbiamo già osservato quale sia la democrazia, o più tosto la eguaglianza, di cui Gesù Cristo è fondatore: e come a gran pezza si differenzii dalla democrazia politica e naturale; nè ci rifaremo sopra il detto. Perciò è un altro grossissimo errore l'affermare, che Gesù Cristo abbia istituito il ministero di questa democrazia e l'abbia commesso a' suoi sacerdoti. Il sacerdozio è costituito da Dio, come insegna S. Paolo, per l'esercizio degli atti del suo culto, e per la eterna salvazione degli uomini. Omnis pontifex ab hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in his quae sunt ad Deum [2]. Ed il sacerdozio cristiano, in virtù dell'ordine sacramentale ond'è insignito, ha per oggetto del suo ministero, non la umana politica, ma il Corpo vero ed il Corpo mistico di Gesù Cristo.
Il prete vero adunque non può essere democratico che in questo solo senso, che, riguardo al ministero suo spirituale, non deve usare nessuna accettazione di persone, ma considerare tutti i fedeli, alla sua cura dati, o a lui ricorrenti per le cose dell'anima, siccome uguali dinnanzi a Dio, o sieno ricchi, o sieno poveri, o sieno deboli, o sieno potenti, o sieno piccoli, o sieno grandi; perocchè, nell'ordine della grazia e della salute, nulla sono e nulla valgono le sociali diversità, i gradi, i titoli, i privilegii umani e civili.
Chi in altro significato vuole il prete democratico, non sa quel che si voglia, e colla sua ignoranza o presunzione mira a sconvolgere tutto l'edifizio da Gesù Cristo costrutto.

IX.

E poichè tocchiamo questo punto del sacerdozio, ossia della porzione reggente, docente e ministrante nella Chiesa, giova notare quanto sia lungi dal vero che Cristo, circa il suo stesso organismo sociale e visibile, l'abbia fondata nella democrazia, cioè nell'eguaglianza dei diritti. Basta un'occhiata, ancorchè superficiale, al mirabile corpo di questo capolavoro divino, a fare che si scorga subito in esso la disuguaglianza giuridica dei membri che lo compongono.
La Chiesa di Gesù Cristo è, per l'essenza sua, gerarchica e tale è per istituzione di Cristo medesimo. Vi è il Capo supremo, Pietro, vivente sempre ne' suoi successori, vero monarca, investito da Cristo della pienezza di giurisdizione immediata sopra ogni membro del corpo, con diritti e poteri e privilegii a lui unicamente conferiti: vi sono i Vescovi, costituiti nella suprema altezza del sacerdozio, per l'ordine ed il carattere di cui sono dotati, ma esercitanti la particolare loro giurisdizione sotto Pietro: vi sono i semplici Sacerdoti, tutti eguali per l'ordine sacro, ma diversi per la giurisdizione che, o dai Vescovi, o da Pietro ricevono: vi è finalmente la plebe, plebs Christi, ed è l'aggregato dei comuni fedeli, senza distinzione alcuna di dignità, o di posto che occupino nel mondo; tanto essendo plebei, sotto l'ordine gerarchico della Chiesa, il contadino e l'operaio, quanto il principe, il re e l'imperatore.
Dal che risulta che la Chiesa di Cristo non è una Repubblica, ma un Regno, sebben da quelli del mondo diverso, come Cristo è Re, dai re del mondo diversissimo. La quale diversità spicca massimamente nello scopo suo finale, che è la beatitudine del cielo; nei mezzi, che sono superiori ai naturali; e nell'origine, che è tutta divina e non dipendente dai diritti e dai fatti mondani. Regno conseguentemente che è hic, quaggiù nella terra; ma non è hinc, derivato cioè dalla terra, perchè Dio lo ha immediatamente costituito nella terra e ad ogni terrena podestà sottratto.
Questo cenno è più che sufficiente a mostrare, che la forma sociale, data da Cristo alla sua Chiesa, è ben altra che democratica; e che quindi l'eguaglianza giuridica del ministero nè manco vi esiste nell'ordine puramente spirituale. Or come dunque può, non diciamo salvo il rispetto, non diciamo salva la verità, ma salvo il buon senso cristiano, adattarsi a Cristo Redentore, in quanto è autore della Chiesa, il titolo di primo democratico, d'istitutore del ministero della democrazia?
Si risponderà forse, che tutti gl'idonei hanno ugualmente accesso alla gerarchia di questo Regno, senza riguardo a nascita, a censo e ad altri privilegii o condizioni civili; e per ciò tiene della democrazia. Si concede: ma questo non altera la forma costitutiva della Chiesa, la quale consiste nella intrinseca disuguaglianza dei diritti gerarchici, che, come nella monarchie vere, si accentrano in un Capo solo.

X.

Con somigliante confusione e gratuità e falsità di supposti si comparano gl'intenti dell'umana democrazia, cogl'intenti di Gesù Cristo nell'operare la salvazione del mondo.
Si ammetta pure, che la democrazia propongasi la redenzione delle plebi: la locuzione è molto ambigua; ed è levata di peso dal frasario dei socialisti, del quale i cattolici, faranno assai bene a sospettare; ma, interpretata ancora pel meglio, questa redenzione sarà sempre rispetto al benessere materiale e politico, non allo spirituale e celeste: che propongasi l'unità del genere umano; questa riguarderebbe, se mai fosse possibile, i modi del Governo e le mutue relazioni di popolo con popolo, nel giro del diritto umano, dei vantaggi umani, dell'umana civiltà; non le soprannaturali, appartenenti alla vita Eterna: che propongasi l'atterramento dei privilegii; questi, quando il loro atterramento fosse secondo giustizia, sarebbero civili e pubblici, non mai sacri e religiosi. Il perchè, concessi questi intendimenti della democrazia umanitaria, conforme è chiamata da' suoi maestri ed apostoli, che niente hanno di cattolico, non si uscirebbe giammai dalla sfera delle cose terrestri e delle mondane faccende.
Se non che quante volte è necessario ripetere, che le cose terrestri e mondane non si attengono per sè al Regno di Gesù Cristo, il quale non è istituito per esse, ma per le celesti e sovramondane della salute? La redenzione che Gesù Cristo ha compiuta delle plebi, o meglio dell'intera stirpe d'Adamo, non è la politico-sociale; ma la spirituale del peccato, del demonio e dell'eterna morte, cui tutta la nostra progenie era dannata, per la colpa del progenitore. L'unità che Gesù Cristo è venuto a ristabilire nel mondo, non è l'umanitaria dei commerci e degl'interessi; è la divina, acciocchè l'uman genere, com'è uno per l'origine e per la natura, così uno sia per l'unità dello Spirito, santificante colla grazia e beatificante colla gloria: unum sint, sicut et nos unum sumus [3].
Per ciò poi che ai privilegii si attiene, Gesù Cristo non ne ha abolito veruno; ma, riconfermando la legge naturale e indirizzandone l'adempimento alla soprannaturale sua carità, ha anzi severamente vietato di ledere la giustizia, che riposa nel gran principio dell'unicuique suum, dal quale non si possono certamente escludere i legittimi privilegii.

XI.

E com'entra il beati pauperes, proferito da Cristo, colla democrazia civile? Egli tanto non ha mirato, con questo detto, a pareggiare socialmente i poveri ai ricchi, che, appunto chiamandoli beati, ha inteso di confortarli alla rassegnazione ed alla pazienza nel loro stato; promettendo loro il regno dei cieli (e non l'eguaglianza civile) a condizione però che sieno pauperes spiritu, cioè poveri che si contentano della povertà loro, l'accettano dalle mani di Dio; e non ambiscono di tramutare lo stato loro con quello dei ricchi, mediante un'eguaglianza di democrazia, che nasconde invidie, cupidige e pravi disegni di latrocinio e di saccheggio. Onde questo detto sublime del Salvatore fa contro, non fa in pro della tesi dell'egualità che si mette sempre avanti, come segno trionfale dell'idea democratica.
L'unità poi dell'ovile e del pastore lega colla democrazia sociale, come l'oro col piombo. Gesù Cristo, sotto la figura del pastore, pone sè stesso; e sotto quella dell'ovile, i gentili e gli ebrei, i quali, fino dal primo svolgersi del cristianesimo, dovevano formare l'unica Chiesa, di cui Egli e Pietro sono i Capi; Egli invisibile e visibile l'altro.
Il medesimo dicasi della carità e fratellanza predicata da Cristo nel mondo, le quali si possono e si debbono praticare in ogni forma di Stato civile, ossia democratica, ossia aristocratica, ossia monarchica; giacchè debbono sussistere in lui e per lui, in ordine, non già alla politica, ma alla grazia ed alla salute. Altrimenti guai, se la fratellanza della carità cristiana non avesse l'atto suo fuori della democrazia! Queste sono state e sono sì rare nei paesi cristiani, che si avrebbe a concluderne essere questa una prescrizione più teorica che pratica.
Col che non vogliamo già negare che, ancora umanamente e naturalmente, le società civili, in qualunque siasi ragione di Stato organate, non abbiano ritratto e non sieno per ritrarre utili grandissimi di pace, di sana libertà e d'incrementi dall'opera soprannaturale di Gesù Cristo; chè sarebbe menzogna, come, con assiduo magistero, ha dimostrato lungo il suo Pontificato Leone XIII: ma vogliamo negare che questi frutti di saluberrima civiltà sieno stati direttamente intesi da Gesù Cristo, quasi fine proprio e prossimo dell'opera sua.
La grazia perfeziona la natura, sì nella conoscenza della verità, e sì nella pratica del vivere; ed inoltre è scritto che chi cerca prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia sovranaturale, avrà, come accessorii, anche i beni naturali. Così ben s'intendesse e si credesse a questa divina promessa, radice di sì dolce speranza nelle miserie della vita!

XII.

Nè meno erronea o, a dire pochissimo, equivoca è la massima, che vien chiamata «giusta e suprema formola della democrazia»: ed è che nessuno ha diritto al superfluo, finchè vi è chi manca del necessario. «Principio, si continua a dire, che scaturisce, come corollario inevitabile, dal comandamento di Cristo: — Il di più date al poverello.» Presa come suona, una sì fatta massima, non che sapesse di cattolico, ma giustificherebbe la tesi fondamentale del socialismo, la quale è la più pericolosa delle forme, che la moderna demagogia aspiri di recare ad atto nel mondo civile. L'equivoco sta tutto nella parola diritto.
Il socialismo, o il problema sociale, come altri ama di nominarlo, è il litigio che si dibatte oggi fra chi ha e chi non ha, fra chi possiede e chi non possiede sostanze terrene. Dalla risoluzione di esso si vuol far dipendere l'armonia della disuguaglianza di condizione e di fortuna, fra gli uomini nella medesima società viventi. Il paganesimo tentò risolverlo contro l'ordine costituito da Dio: e che immaginò? Immaginò la schiavitù, per la quale il massimo numero doveva servire, col sudore e col sangue, ai capricci, alle ambizioni, alle cupidige del minimo. Venne il Redentore del mondo, e colla voce e coll'esempio insegnò, che la soluzione dei problema, non poteva essere nell'iniquità e nella prepotenza del forte verso il debole, ma nella vicendevole carità dell'uno verso l'altro. Rivocò gli uomini all'ordine della natura, e quest'ordine nobilitò e divinizzò in sè medesimo, mettendosi egli in luogo del bisognoso, e conferendo al povero bisognoso la dignità della stessa Persona sua divina.
Il socialismo dei nostri tempi abborre dalla schiavitù del paganesimo, ma nè meno accetta in verità la santa fratellanza del cristianesimo. Alla carità di Gesù Cristo pretende si sostituisca una giustizia, che dimanda sociale, e non sussiste nè nell'ordine della natura, nè in quello del Vangelo, santificatore della natura. Suppone esso che chi ha, sia obbligato, per titolo di giustizia, a comunicare del suo a chi non ha. In una parola, della limosina del ricco o del benestante vuol fare un atto di giustizia, non un'opera di carità.
Posto ciò, siccome ad ogni diritto corrisponde un dovere e, viceversa, ad ogni dovere corrisponde un diritto, ne seguirebbe che il povero ha un diritto sopra i beni del ricco o dell'agiato; e se questi non adempie il dovere di fargli parte dei suoi beni, il povero, per ragion di giustizia, può richiederne la riparazione.
Le conseguenze pratiche di questa suprema formola della democrazia sono facili a dedursi. Col Vangelo in mano, si legittimerebbero pian piano tutti gli eccessi, ai quali, conduce l'altra formola del Proudhon, che la proprietà è un furto.

XIII.

Ma per mettere cristianamente a posto le cose, si distingua: il ricco ha l'obbligo di aiutare col suo, in quanto può, il povero; questo è vero: ma è falso che l'obbligo sia di giustizia verso il povero: è invece di carità verso Dio. Il ricco ha un dovere sacro di soccorrere il povero, perchè il Signore Iddio glielo ha ingiunto colla naturale legge e col precetto evangelico dell'amore: e se a questo dovere falla, non offende l'uomo, offende Iddio. Il diritto per ciò verso il ricco risiede in Dio, non risiede nel povero; il quale conseguentemente non ha ragione alcuna di giustizia, per esigere dal ricco il soccorso.
Premessa questa dichiarazione, si vede subito quanto sappia d'ambiguo la formola, che nessuno ha diritto al superfluo, finchè vi è chi manca del necessario. Data ancora al vocabolo superfluo la più ampia significazione, resta sempre vero che, rispetto agli altri uomini, ognuno ha diritto al suo, ossia superfluo o non sia, ossia capitale del patrimonio, o ne sia frutto: nè Gesù Cristo, prescrivendo di fare limosina col superfluo: Quod superest date eleemosynam [4], ha potuto intenderci di spogliare, in pro dei poveri, i ricchi del naturale loro diritto di possedere il proprio.
Dal che si fa palese l'errore cubitale che cova sotto l'ambiguità della suddetta formola, la quale, appresa come si è spiegato, scioglie la questione sociale; appresa diversamente, la imbroglia sempre più e la confonde. In vero, il socialismo è una enormità che la Chiesa unicamente può dissipare, nel giro delle idee, colla luce della verità sua e, nel giro dei fatti, con l'accordo della giustizia e della carità.
E così torna a dimostrarsi che il cristianesimo, quantunque non abbia per oggetto immediato della sua operazione la civiltà umana e la naturale felicità, pure tanto conferisce a promuovere l'una e l'altra, che si può affermare senza esagerazione, i popoli più veracemente civili e felici essere sempre stati i più veracemente cristiani.

XIV.

Dall'esposto finora si raccoglie, che se dall'un lato è assurdo spacciare il cristianesimo per cittadella, e il divino suo Istitutore per duce supremo della democrazia, dall'altro sarebbe stolto il rappresentarli come avversi a questo modo di politico reggimento. La Chiesa di Gesù Cristo niuna forma di Governo predilige e niuna ripudia; perocchè tutte possono essere ugualmente giuste e buone, secondo i diritti, gli aggiunti e i casi che ne determinano la costituzione: e con tutte le è facile accordarsi, per adempiere il soprannaturale uffizio da Dio commessole nel mondo.
Ben è certo che ella mai nè protegge, nè ispira la tirannide, addolcendo invece l'esercizio del comando negl'imperanti, conforme il documento del celeste Maestro, che inculcò ai superiori la benignità, l'umiltà e la carità, e diede loro in esempio sè medesimo, che non venne ministrari, ma ministrare: di che nella Chiesa stessa questo esercizio della podestà, anche somma, prese nome di ministero, non punto d'imperio, nè di regno, nè di dominazione. [Sicut Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare, et dare animam suam redemptionem pro multis. — Siccome il Figliuolo dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in redenzione per molti. Matth. XX, 28. N.d.R.] Col rendere poi, quando sia ascoltata ed ubbidita, gli uomini cordialmente religiosi ed onesti, la Chiesa induce nella società civile il rispetto e l'osservanza delle sane e legittime libertà; avendo i cittadini tanto minor bisogno dell'esterior freno delle leggi, quanto più forte è quello che sentono nella coscienza; per lo che non a torto sentenziava Tacito, che plurimae leges, pessimam Rempublicam [Cfr. Annal. III, 27: Corruptissima republica plurimae leges. — Nella repubblica corrottissima, leggi assaissime. N.d.R.]. Onde francamente asseriamo, che la democrazia, fondata nella giustizia e praticata con virtù, fuori degl'influssi del cristianesimo, è una chimera. E ciò, perchè questa forma di vita politica richiede una concordia fra la libertà e l'autorità, che non si può stringere in altre mani, salvochè in quelle della religione; e domanda una così fatta temperanza negli animi dei governanti e dei governati, che non si trova eccettochè nel timore di Dio.
E questa è la ragione potissima, per la quale i Governi a popolo, o democratici, siccome le storie in generale ci dimostrano, o sono trascorsi quasi meteore passeggere o, se a lungo sono durati, sono anche riusciti semenzai di civili guerre e discordie; e quindi sono poi quasi sempre stati spenti dalle dittature, convertite in Principati. A provare il qual fatto abbondano le testimonianze antiche e le moderne. Tutte le Repubbliche democratiche, sorte nei tempi del cristianesimo, e quelle segnatamente dei nostri Comuni d'Italia nel medio evo, furono teatri di gare, di odii, di sanguinose e diuturne lizze intestine, di tumulti e di disordini infiniti: e poi, eccettuata la elvetica, tutte caddero, quali in un modo e quali in un altro, sotto la spada e lo scettro di un signore. Le sole che sopravvissero molti secoli ed ebbero glorie pari alla vita, furon le due di Venezia e di Genova, che non erano altrimenti democratiche, ma aristocratiche.

XV.

Nulla diciamo degli esempii che il secolo nostro ci offre, poichè nessuna delle istituzioni democratiche introdotte dalla rivoluzione ha niente che rassomigli ad una vera democrazia: ma tutte sono strumenti di tirannia di una setta, cupida di godere gli onori e i vantaggi del predominio, per ingrassare i suoi, impoverire e far imbestiare i popoli e guerreggiare Cristo e la sua Chiesa.
La rivoluzione moderna, mossa dallo spirito anticristiano delle logge e delle sinagoghe, non si è curata, nè si cura dei popoli, nè si è curata, nè si cura dei re: si è curata e si cura soltanto de' suoi proseliti e de' suoi gerofanti. Sotto colore di rilevare i popoli dall'abbiezione, ha democratizzate al possibile le monarchie, riducendole ad una larva di quel che furono: e sotto colore di assodare le libertà acquistate ai popoli colle sue democrazie, le ha snaturate. Ad altro non è riuscita, se non a raffazzonare oligarchie che deprimessero i troni ed opprimessero le plebi, col solo intento di spiantare l'ordine del cristianesimo.
Perciò, in questo secolo che muore, niun edifizio politico si è creato, che non posasse sull'arena e non sia crollato, o di crollare non minacci, poco dopo che si è costruito. Contro Dio è impossibile cosa venire a capo di niente: e chi contro Dio innalza Stati e Repubbliche, attira sopra l'opera sua le maledizioni che affrettano la ruina e la morte.
Ma, checchè sia per avvenire nel mondo, allorchè questa nostra epoca di demolizione e di nichilismo politico e morale sia passata; succeda allo sfacelo della civiltà liberalesca un conserto di monarchie o di democrazie, certo è che, se avrà da sussistere, bisognerà necessariamente che esso fondato sia in quell'unica pietra, fuori della quale niente regge e dura.
Prima dunque di lasciarsi adescare da offerte di alleanza colla democrazia, i cattolici tengano fisso l'occhio nelle verità e dottrine che abbiamo sinora indicate. La democrazia che, nell'Italia almeno, possa coi cattolici allearsi, è ancora da nascere. Gli aggruppamenti disgregati, che pretendono formarla, non sono tanto composti di democratici, quanto di demagoghi; e quelli che pure dalla demagogia si discostano e l'aborrono, non mostrano avere nessun chiaro concetto di una democrazia, che appaia, nel tempo medesimo, atta a conciliare insieme le ragioni sociali del cattolicismo e le esigenze storiche degl'Italiani. Per ora questa lor democrazia, per dirla col poeta, è una luce,
Quale in nubilo ciel dubbia si vede,
Se 'l dì alla notte, o s'ella a lui succede.

NOTE:

[1] Vedi quad. 1084 a p. 390 e segg.
[2] Ebr. V, 1.
[3] Giov. VII, 22.
[4] Luc. XI, 41.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G. : DI UN'ALLEANZA DEI CATTOLICI COLLA DEMOCRAZIA (I°)

 
 
La Civiltà Cattolica anno XLVI, serie XVI, vol. III (fasc. 1084, 6 ago. 1895), Roma 1895 pag. 390-399.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.

DI UN'ALLEANZA DEI CATTOLICI COLLA DEMOCRAZIA

I.

Lo sfacelo interno del liberalismo, in quanto partito politico, e la disistima nella quale è caduto generalmente fra noi, mettono in grave pensiero tutti coloro che, ad ogni patto, vorrebbero pur conservare e salvare in Italia il più che sia possibile dei frutti della rivoluzione. Veggono essi che quel liberalismo che finora se li è goduti, è giudicato; e si è attirato addosso l'universale maledizione: che coloro i quali, con una certa buona fede, vi si erano dati e l'hanno seguito, riputandolo sanabile, si sono disingannati: che oggi è troppo manifesto aver esso distrutto ogni cosa e non creato altro, fuorchè corruttela, ladrerie, imposture, tirannidi, ignominie, disperazione. L'unione poi e l'operosità fortunata dei cattolici, i quali per tanti anni furon creduti, insieme col Papa e colla Chiesa, politicamente morti e sepolti, e le splendide loro vittorie nelle elezioni amministrative delle principali città, Milano, Torino, Roma, Bologna, Brescia, Bergamo, Lucca, Venezia li sgomenta. Sentono essi che un novello spirito agita la mole della nazione, che grandi mutazioni si stanno preparando, e se non tutto l'antico è in via di rifarsi, molto si rifarà; e ad ogni modo si hanno tutti i segni che novus rerum nascitur ordo, come giorni sono, al chiudersi della sessione parlamentare in Montecitorio, il pomposo 33.·. della Massoneria, Giovanni Bovio, ne ha manifestato pavido il presentimento.
Posto ciò, cominciano a mettere innanzi una proposta, che sembra loro feconda di bene: la congiunzione, o l'alleanza dei cattolici colla democrazia. Di questa si fa campione il più autorevole e sensato de' suoi giornali, la Corrispondenza verde di Roma, i cui concetti valgono la spesa di essere indicati. Ed eccoli in compendio.
I vecchi partiti, dic'essa, si disfanno. Nelle tenebre che sempre più si addensano, «due grandi idee che dominano la storia patria, che sono come i due poli, fra i quali si è svolta attraverso i secoli la vita italiana, l'idea democratica e l'idea cattolica, sono come i due fari verso i quali possono rivolgersi fidenti gli occhi del paese, per trovare salute.» Chi guida i democratici ed i cattolici, dovrebbe «affrettare la fusione dei due partiti, i quali racchiudono ancora ciò che di sano e di veramente vivo esiste nella nazione.» Or perchè «si persevera invece in un sistema di ostilità, che non ha più oggi alcuna ragione di essere?» E siccome il perchè s'ha da cercare, non nel campo dei cattolici, ma dei democratici militanti, che guardano la croce come il diavolo, così la Corrispondenza soggiunge: «Bisogna pur dirlo, bisogna pure che i capi della democrazia se ne convincano, l'anticlericalismo è un sentimento passato di moda... non è più che una grottesca grulleria, buona per accalappiare i citrulli e i radicali, i quali si trastullano, mantenendo viva quella curiosità preistorica, perdono il loro tempo a combattere dei mulini a vento [1]

II.

La proposta per sè certamente sarebbe assai bella. Se l'idea democratica, della quale si discorre loro al presente, si fosse mantenuta schietta ed immutata, come l'idea cattolica «attraverso i secoli fra i quali la vita italiana si è svolta»; niente di più agevole e naturale si potrebbe dare, che la ricongiunzione e l'alleanza tra loro. Ma i cattolici osservano che l'idea odierna non è più quella dessa di una volta; è anzi una tutt'altra, che d'italiano nè pure merita il nome. Non è più l'idea variamente democratica dei nostri Comuni di Firenze, di Pisa, di Siena, di Bologna, di Milano, nel medio evo, fino al cadere del secolo decimoquinto. È invece un'idea sì diversa, che non ne comporta nè meno il paragone: un'idea bastarda, un'idea barbara, un'idea attinta a scaturigini le più impure. Nè il giacobinismo francese, nè il radicalismo elvetico, nè il socialismo tedesco, han punto che fare colla nostra storica democrazia. Questa idea democratica, che si dovrebbe alleare in Italia coll'idea cattolica, è tutta un impasto di assurde mostruosità, che passano dal Morelly e dal Brisson de Warville al Proudhon ed a Louis Blanc, dal Rousseau al Lassalle, dal d'Alembert al Tolstoi, dal Robespierre a Carlo Marx. Non si tratta più di democrazia, ma di demagogia. Nulla di italianamente e cattolicamente conciliabile è dunque nei due termini che si avrebbero, non da ricongiungere, chè non sono stati mai insieme, ma da congiungere in fraterna concordia.
Osservano inoltre i cattolici che l'anticlericalismo, ossia l'odio all'idea cattolica e la guerra alla pratica sua, è tanto essenziale all'idea democratica moderna, che, senza ciò, i suoi proseliti, maestri e gerofanti non potrebbero concepirla. Si provi la Corrispondenza a persuadere del contrario i Cavallotti, i Barbato, i de Felice, i Bovio, i Gori, i Turati, i de Andreis, i Gnocchi Viani, gli scrittori dell'Italia del popolo di Milano, quelli del Diritto di Roma e cent'altri simili paladini della odierna democrazia. E poi, quando ne sia venuto a capo, si riparlerà dell'alleanza.
Del resto essa ancora l'intende, se ne affligge e ne sfoga, il dolore con dire: «Sappiamo purtroppo che, nel campo democratico, esistono molti uomini, più o meno eminenti, i quali vorrebbero cristallizzare il loro partito nelle vecchie fantasmagorie ghibelline, fossilizzarlo nello sterile proseguimento di un dissidio, che la ragione dei tempi rende inutile, senza parlare dei sepolcri imbiancati, i quali dell'anticlericalismo si fanno sgabello, per conquistare il favore delle consorterie abbrutite dall'odio perseverante contro tutto ciò che sa di religiosità e di strumento per tenere in piedi le istituzioni cadenti, in seno alle quali l'avversione alla fede altrui è segnacolo di fraternità e di solidarietà [2]
Il che vale un riconoscere che, sotto il velame di una falsa democrazia catoniana, tutta questa turba di gente ricopre le corruzioni, le cupidigie e le empietà delle sètte massoniche e giudaiche, per le quali appunto il partito liberalesco, fin qui dominante, tra le esecrazioni dei popoli, si sta dissolvendo. E se ciò è, conviene aspettare prima che la vera e storica idea democratica s'impossessi di molte menti italiane, e poi discorrere di farle dare la mano fraterna dai cattolici. Per sino a tanto che questo non avviene, il ragionare di alleanza fra le due idee, è come ragionare di accordo fra il giorno e la notte. Alla proposta, i cattolici possono sempre a buona legge rispondere: — Si nega il supposto. Il quale è, che l'idea propugnata dai nostri così detti democratici, sia uno dei fari, o dei poli, verso cui si possa voltar l'occhio, con isperanza di salvezza. Al contrario, è una face promotrice di ruinosi incendii, è una torbida nuvola gravida di tempesta.
Di fatto non a salvezza questa idea può punto condurre, ma unicamente, o agli scompigli dell'anarchia, o ai terrori del dispotismo. E lo ha bene avvertito Stefano Lamy, in un suo recentissimo volume, parlando del come due volte dall'idea democratica in Francia fosse potuta uscire la spada dei due Imperi napoleonici. «La demagogia aveva ingerito sgomento della libertà. Un Napoleone era sorto, che levando agli uni la fiducia di turbare la società, ed agli altri la cura di difenderla, si era sovraposto a tutti, quale padrone; e più egli si mostrava assoluto, più ancora contentava il gusto della sommissione e del silenzio, che dà fine a tutte le anarchie [3]

III.

Ma benchè sia certo che in Italia l'idea di una solida e savia democrazia nazionale, corrispondente alla storia, non informa ancora un tal corpo organizzato, che si possa politicamente denominare partito, non è però dubbio che essa occupa sparsamente gli animi di non pochi; i quali non sanno prevedere altro scioglimento al nodo che stringe da per tutto la società in Europa, fuorchè il fatto di una democrazia, ordinata e stabilita sopra il fondamento della civiltà cristiana. Di ciò per fermo non sono da riprendere, poichè tutte le apparenze favoriscono questo presagio: e nell'Italia specialmente, messa al sicuro la indipendenza del Papato, che delle condizioni politiche della Penisola è il pernio necessario, non si vede a che cosa (non parliamo dei diritti) una sua ricostituzione con forme sanamente democratiche potrebbe ripugnare.
Tuttavia in queste previsioni e negli argomenti che si adducono per giustificarle, è gran pericolo di passare il segno del vero, dell'equo e del retto. E ne abbiamo la prova in parecchie ragioni alle quali gli apostoli di una democrazia cristiana ricorrono, per propagarne l'idea nel popolo; le quali possono abbagliare le menti poco istrutte, ma non nutrirle di verità, fuori della quale non è se non vanità. Ora noi cattolici, che miriamo al bene sostanziale e non al vano, non temere, ma amare dobbiamo la verità. Perciò nemmeno ci conviene lasciar supporre, che la democrazia per noi accettabile debba poggiare sopra errori giuridici e teologici, fecondi sempre di dolorose conseguenze.
Verbigrazia, abbiamo letto nel libro di uno di tali banditori di democrazia, cristianamente battezzata e cresimata, queste proposizioni: «La vera democrazia altro non è che il regno della giustizia, l'eguaglianza dei diritti, la nullità dei privilegii fittizii e l'esatta conoscenza ed osservanza dei proprii doveri. E se questa e non altra è la chiara definizione della democrazia, chi meglio del Vangelo l'ebbe intesa, promulgata ed imposta a' suoi seguaci?»
Piano a' ma' passi, amico caro! Nessun logico vi menerebbe buoni i due elementi del regno della giustizia e dell'esatta conoscenza ed osservanza dei proprii doveri, introdotti in questa descrizione della democrazia: perocchè ancora nelle altre forme di reggimento o di socialità, come, per esempio, nella monarchica o nella oligarchica, che sono forme naturalmente buone, può e deve esservi questo doppio elemento, senza del quale sarebbero intrinsecamente inique: il che è falsissimo.
Volendo adunque dare una definizione dialettica della democrazia, si deve prendere il genere prossimo della cosa, che è qui l'ordinamento del vivere sociale, retto e mantenuto da suprema autorità, e la differenza ultima, ossia la specificante, che, nel caso nostro, è l'eguaglianza dei diritti politici e civili di ogni membro della società: la quale eguaglianza poi rimuove ogni privilegio, non solo fittizio, ma anche reale, secondochè dalla stessa parola di democrazia viene accennato; significando essa Governo del popolo; cioè un popolo che si regge da sè, tolti i riguardi alla nascita, al censo e ad altri titoli accessorii.

IV.

Considerata la democrazia sotto questo rispetto, che è il vero, si cade in gravissimo abbaglio, asserendo che il Vangelo l'abbia promulgata ed imposta a' suoi seguaci. Il Vangelo non è un codice politico, direttamente ordinato al maggior bene umano di questa vita, ma è un codice religioso e morale, direttamente ordinato alla eterna e soprannaturale salute delle anime. Nè il Vangelo per sè raccomanda più la forma politica e sociale della democrazia, che quella della monarchia: ma raccomanda che i suoi seguaci, sotto qualunque foggia di Governo si trovino essere, facciano regnare la giustizia ed esattamente conoscano ed osservino i loro proprii doveri.
Affinchè poi meglio si capisca il sofisma predetto, si distingua parte da parte. Che il Vangelo promulghi ed imponga il regno della giustizia soprannaturale ed anche naturale, e l'adempimento dei doveri di ciascun uomo, è vero, verissimo: ma che promulghi ed imponga l'eguaglianza dei diritti e la nullità dei privilegii politici e civili, è falso falsissimo.
È verissima la prima cosa, giacchè senza giustizia, quantunque naturale, e senza osservanza dei doveri, non può darsi quell'ordine morale, che è voluto da Dio e posto da lui a necessaria condizione della stessa salute. Se non che un ordine così fatto si può verificare e si verifica in qualunque forma di politica società il cristiano viva. È poi falsissima la seconda cosa, imperocchè di diritti e di privilegii politici Cristo Signor Nostro non si è mai impacciato; e noi sfidiamo chi si sia a citare una sola parola del suo Vangelo, che di questi tratti, o a questi alluda. Anzi nè pure di diritti privati si volle mescolare: onde a colui che lo pregava di intromettersi nella divisione della eredità col suo fratello, rispose: Homo, quis me constituit iudicem aut divisorem super vos? O uomo, chi ha costituito me giudice o arbitro tra voi [4]?
L'unica regola di santa politica che Gesù Cristo abbia promulgata ed imposta, è che si deve rendere a Dio quel che è di Dio, ed a Cesare quel che è di Cesare: vale a dire, che, prima di tutto e sopra tutto, si deve riverire il supremo diritto che ha Dio, come creatore e signore dell'uomo e dell'umana società, ed eseguirne tutti i precetti; poi, per riguardo a Dio stesso, che comanda l'ordine nell'umano consorzio e da cui ogni ordinata podestà discende, riverire i diritti che ha la politica autorità, cioè Cesare; ossia poi Cesare il capo di una monarchia, ossia un corpo morale reggente una democrazia. Fuori di questa regola, altra nel Vangelo non si ritrova.

V.

«Ma, seguita ad insistere il predicatore di democrazia cattolica, non vogliamo persuaderci, che, essendo stato Cristo il primo democratico del mondo, il vero fondatore della democrazia, combattendo le dottrine di lui, che n'è il naturale custode, distruggiamo in luogo di edificare? O con me, egli ci ripete coll'esempio e colle parole, e il vostro trionfo è sicuro; o senza me, e morirete nel nascere. Ma a consolarci, in tanta perplessità di cose, giova riflettere che l'eguaglianza dei diritti, cioè la vera democrazia, altro non essendo che la giustizia, ed avendo la giustizia in sè la potenza irresistibile del vero, il regno della democrazia vera dovrà essere invincibile e finirà col trionfare.» Adunque, o cattolici, se ne conchiude, aggruppatevi, ammassatevi, componete un esercito e pigliate d'assalto quanti campi trincerati si oppongono al conquisto di sì divina democrazia.
Il male però si è, che può proprio dirsi, tanti essere gli spropositi, quanti i periodi della poetica parenesi. Si lascino i comunisti, i socialisti, i frammassoni, camuffati da credenti, dare, pe' loro perfidi fini, al Dio Redentore questo titolo di primo democratico del mondo e di vero fondatore della democrazia. Un cattolico non abuserà mai del linguaggio sino a questo punto, nè si farà lecito di trattare il Cristo-Dio, con termini di sì triviale ambiguità.
Politicamente e socialmente parlando, il qualificare Gesù Cristo di primo democratico e di fondatore della democrazia, è, come abbiam veduto, una menzogna, la quale, applicata, benchè innocentemente, a sì divino soggetto, pute di bestemmia. Non pure nulla è nel sublime Vangelo di lui, che dia presa a questa menzogna, ma tutto concorre a fare che si ripudii. Di mondana politica, lo ridiciamo, il Figliuolo di Dio umanato non volle mai immischiarsi. Egli non venne in terra pe' miseri interessi di questa; ma veni, predicava egli di sè, acciocchè gli uomini vitam habeant, et abundantius habeant [5]. Tutto, ne' suoi esempii e ne' suoi insegnamenti, mirava alla vita eterna.
Del rimanente egli nacque povero sì, giacchè volle pigliare per sè le pene comuni al maggior numero degli uomini, che sono i poveri, e santificare in sè stesso la povertà; ma tuttavia nacque reale Principe della stirpe di David e con diritti al trono, ch'egli si guardò dal far valere giammai, ma pure aveva notissimi e legittimi. Egli osservò tutte le leggi ed usanze: non solamente le proprie della nazione giudaica, ma ancora quelle imposte dai Romani, conquistatori della Giudea ed usurpatori del pubblico dominio; tanto che egli fece un solenne miracolo, per pagare con Pietro a Cesare il tributo. Coi fatti adunque e colle parole egli visse soggetto ai poteri costituiti; nè mai si giunse a provare, che egli avesse divulgate dottrine all'autorità o della Sinagoga, o di Cesare opposte. Ed ognuno sa, che, al tribunale di Pilato, si presentarono bensì dalla truculenta Sinagoga le accuse di ciò contro lui; ma non vi si poterono sostenere: così che Pilato le disprezzò, e da queste vere calunnie egli scoperse che propter invidiam era egli deferito al suo giudizio e gridato a morte.

VI.

In un senso unicamente potrebbe, per qualche modo, non disdire a Gesù Cristo la denominazione di primo democratico e fondatore della democrazia; ed è che egli ha compensata l'ineguaglianza naturale delle condizioni umane, coll'eguaglianza di una stessa fede per tutti, di una stessa figliuolanza adottiva di Dio e di una stessa vita avvenire.
Sotto il rispetto, non più politico ed umano, ma celeste e della grazia, il Redentore ha veramente fondata una santissima democrazia, nella quale tutti indistintamente gli uomini sono chiamati all'eredità del medesimo Padre; tutti egualmente son costituiti fratelli del medesimo Verbo fatt'uomo; tutti, senza divario, ricomperati col medesimo prezzo del sangue divino e della vita di lui; tutti partecipi dei medesimi sacramenti; tutti membri della medesima Chiesa, sottomessi al reggimento di un medesimo Pastore. Ma che entra questo rispetto in quello della terrena politica, ed in quello particolarmente della forma democratica del Governo civile?
Dato ciò, cade da sè il fallace presupposto, che Gesù Cristo sia naturale custode di questa forma di Governo; e che, a proposito di questa forma, egli abbia detto; — Chi non è con me, qui non est mecum, è contro di me, contra me est [6]; e cade e ruina l'altro presupposto, più che fallace, che l'eguaglianza dei diritti sia la giustizia, predestinata a trionfare nel mondo ed a regnarvi.
L'eguaglianza dei diritti civili e politici, s'intende, sarà giustizia, dov'è giustamente stabilita, senza offesa di altrui diritti preesistenti: ma sarà ingiustizia, dove colla forza, o colla frode, o coll'iniquità si voglia introdurre, a danno dei diritti altrui. In ogni caso poi, potrà essere ed anche sarà parte della giustizia, non mai la giustizia per antonomasia, la quale si stende a ben più altre cose, che alle meramente politiche e civili.
Senza che dove sta scritto, che questa piena giustizia debba propriamente trionfare nella vita di qua? Nel Vangelo, no davvero: chè in esso ai fervidi seguaci della essenziale Giustizia e Santità, che è Gesù Cristo, sono invece predette persecuzioni, maledizioni, uccisioni, in somma trattamenti simili a quelli che Cristo, mortale nella terra, ha ricevuti dal mondo.
Lo abbiamo avvertito. Il soverchio zelo di esaltare una democrazia, che possa liberare i popoli cristiani dalle oligarchie settarie e dai pericoli del socialismo, tira facilmente, chi non istia in guardia dai voli della fantasia non rattenuta da chiari principii, fuori della verità, e lo fa trabalzare in errori, che guidano poi al disordine medesimo, cui si pensa di rimediare. Ed altri non meno madornali, che corrono per la bocca di molti, ne abbiamo a notare. Ma, per non dilungarci soverchio, lo faremo in un prossimo articolo.


NOTE:

[1] Num. del 18 giugno 1895.
[2] Num. del 22 giugno 1895.
[3] Études sur le second Empire, Paris, Calmann Levy, 1895.
[4] S. Luc. XII, 13-14.
[5] S. Giov. X, 10.
[6] S. Mat. XII, 30.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G. : CATTOLICO MA NON CLERICALE

 
La Civiltà Cattolica anno XXX, serie X, vol. XII, Firenze 1879 pag. 5-15.

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.

CATTOLICO MA NON CLERICALE

I.

Non ci ha, crediamo, alcuno dei nostri lettori, il quale non siasi talora scontrato in persona, che adoperasse la frase, posta qui per titolo di quest'articolo, professando cattolicismo e rimovendo da sè la taccia di clericalismo: Son cattolico ma non clericale. Alcuni non han dubitato di dichiararlo eziandio colla stampa; e ultimamente un giornale, morto senza compianto di veruno, benchè protestasse di essere cattolico e fosse veramente scritto da cattolici, pur diceva nel suo testamento che non era nè sarebbe stato mai clericale.
L'avversar questo epiteto di clericale, nei nemici della Chiesa ben si comprende; giacchè per essi è sinonimo di cattolico. Leggemmo ultimamente in un giornale razionalista una magnifica confessione, cioè che cattolico, clericale, gesuita, esprimevano lo stesso oggetto, secondochè voleva parlarsene con indifferenza o con disprezzo o con odio; a quel modo che sogliono adoperarsi i vocaboli: Israelita, ebreo, giudeo. Pei nemici della Chiesa come il dir gesuita significa cattolico, in quanto è ad essi odioso; così clericale dice parimente cattolico, in quanto è ai loro occhi dispregevole. Ciò si capisce.
Ma per questo appunto non si capisce come una simile avversione possa aver luogo in chi si professa cattolico. Secondo la data spiegazione, cattolico non clericale equivarrebbe a cattolico non cattolico: contraddizion manifesta.
Non in questo senso, dirà taluno, si rimuove l'epiteto di clericale; ma solo in quanto esprime un partito retrivo, formato da quella parte del Clero, la quale avversa la patria e gli acquisti della civiltà moderna.
Noi non vogliamo qui entrare a discutere l'esistenza di un tal partito, nè il valore delle imputazioni, a cui il Liberalismo appoggia quel suo fingimento. Una tale disamina ci trasporterebbe fuori del nostro proposito. Solo diciamo che quand'anche siffatto partito esistesse, tuttavolta a separarsi da esso dovrebbe inventarsi un vocabolo, che lo significasse in particolare, non già adoperare una frase, qual è questa di clericale, che si riferisce, non ad una parte ma al tutto. Non clericale esprime alienazione dal Clero generalmente; e il Clero preso generalmente importa non questo o quel ceto, questo o quel numero di ecclesiastici, ma tutto l'ordine ieratico, incluso l'Episcopato, e il Pontefice stesso che n'è la sommità ed il vertice.

II.

Il dire: cattolico non clericale è come se altri dicesse: Uomo non razionale; il che vale altrettanto che dire: Uomo non uomo, ma bruto. Imperocchè, in quella guisa che l'uomo è essenzialmente razionale, la Chiesa cattolica è essenzialmente clericale, perchè essenzialmente gerarchica. Fu bestemmia di Lutero quella di non riconoscere nella Chiesa che soli fedeli, senza distinzione di gradi. «Mi basti aver detto (scriveva egli in uno de' più pestiferi suoi libri) che il popolo cristiano è semplice, in cui nessuna setta, nessuna differenza di persone, nessun chierico, nessun laico, nessun unto, nessun raso, nessun monaco debba aver luogo [1].» Ma tale non è la Chiesa di Gesù Cristo. Essa è costituita come una famiglia, in cui ci ha padre e figliuoli; è costituita come un ovile, in cui ci ha agnelli e pastori; è costituita come un regno, in cui ci ha principe e magistrati e popolo.
La Chiesa cattolica si definisce: Una congregazione d'uomini, congiunti insieme nella professione della medesima fede cristiana, e nella partecipazione de' medesimi sacramenti, sotto il governo de' legittimi Pastori, e massimamente del romano Pontefice, Vicario di Gesù Cristo. Coetus hominum eiusdem christianae fidei professione et eorumdem sacramentorum communione colligatus, sub regimine legitimorum Pastorum ac praecipue unius Christi in terris Vicarii, Romani Pontificis [2]. Essa dunque è essenzialmente composta di Laicato e di Clero. Il Laicato è la moltitudine dei fedeli; il Clero è il maestrato sacro, la parte governatrice e direttrice della moltitudine anzidetta. Il Laicato cattolico professa la sincera fede di Cristo. Ma chi insegna a lui questa fede, se non il Clero? Il Laicato cattolico partecipa ai sacramenti istituiti da Cristo. Ma il Clero è quello che glieli conserva ed amministra. Il Laicato cattolico è governato dai legittimi Pastori e segnatamente dal Papa. Ma il Papa e i legittimi Pastori son la parte principale del Clero. Il Laicato adunque nella Chiesa di Cristo è essenzialmente in intima relazione col Clero, informato dallo spirito del Clero, sottostante all'azione del Clero. In ciò si differenzia dai Protestanti. Esso dunque per ciò stesso, che è cattolico, è clericale; e rimuovere da sè un tale appellativo vale altrettanto che trasnaturarsi; come si trasnatura ogni essere da cui si rimuove ciò, che appartiene alla sua differenza specifica e scaturisce dal principio che ne determina l'essenza.

III.

Ed è questo appunto il pericolo gravissimo di quella frase: cattolico ma non clericale, il condurre insensibilmente l'uomo a cessare di esser cattolico, in quanto al fatto. Il Liberalismo, figlio legittimo della Riforma protestantica, tende al medesimo scopo di lei, ma con più scaltrezza nei mezzi. Egli, almen per ora, non proclama, come quella, l'assoluta abolizione del Clero; i tempi non gli sembrano ancora maturi. In quella vece si studia di denigrare il Chiericato in tutti i modi, ed avvilirlo agli occhi de' fedeli. Ben sapendo poi quanta forza ha il pervertimento delle parole a pervertire le idee che rappresentano, con fina malizia ha inventata la distinzione tra cattolico e clericale, per indurre gli incauti a ritenere la sola prima denominazione, verso cui finge rispetto, e rigettar la seconda, sopra cui accumula disprezzo. In tal guisa esso spera di separare i fedeli dal Clero e menarli a poco a poco a crearsi una specie di cattolicismo, diciam così, laicale, che al trar de' conti non sia che vero protestantismo.
L'astuzia ha in parte sortito l'effetto; e noi vediamo alcuni laici, che coll'idea di voler esser cattolici ma non clericali si son formata una religione a modo loro, un cattolicismo indipendente dal Clero, che abbia per regola del credere e dell'operare la propria ragione. Ci avvenne d'abbatterci con un Deputato, e non certo dei più ignoranti, il quale ci sosteneva di esser cattolico, benchè non ammettesse, nonchè il Sillabo, neppure l'infallibilità Pontificia, definita dal Concilio Vaticano. Egli si fondava in questo, che non volendo essere clericale consentiva a quei soli insegnamenti della Chiesa, i quali gli apparivano ragionevoli. Il valentuomo non si accorgeva che a questo patto potrebbe dirsi cattolico anche il Gran Turco; il quale certamente non negherà di accettare nell'insegnamento cristiano tutto ciò che gli sembra conforme alla propria ragione.
Ciò che dispaia l'eretico dal cattolico si è che il primo ha per regola di fede il suo giudizio privato, il secondo l'autorità della Chiesa. Ego Evangelio non crederem, nisi me Catholicae Ecclesiae firmaret auctoritas, diceva S. Agostino. E la ragione si è perchè chi vi assicura dell'autenticità del Vangelo e della sua ispirazione, se non la Chiesa? Iddio alla Chiesa ha affidato il deposito della sua rivelazione, ed ella la propone ed interpreta ai fedeli, sotto l'assistenza divina. Ciò che ci viene pel magistero della Chiesa, è parola di Dio; ciò che ci viene per altra via, è fuori l'ordine della rivelazione, e però soggetto agli erramenti dell'uomo.
Eresia, dal greco αἴρεσις significa scelta; e si attribuisce a colui, il quale nelle verità di fede sceglie: ne accetta alcune ed altre ne rigetta, perchè così gli persuade la propria ragione. Come è evidente, costui, così facendo, obbedisce non a Dio che gli parla mediante la Chiesa, ma a sè stesso, al suo giudizio privato. Onde pecca d'infedeltà e perde l'abito della fede, perchè ne ripudia l'oggetto formale, cioè la verità divina, secondochè ci vien manifestata dal magistero della Chiesa, a tal fine istituita da Dio. A far ciò basta discredere un solo articolo; perchè quella ragion formale ha luogo egualmente per tutti. «Colui che aderisce alla dottrina della Chiesa, come a regola infallibile (osserva qui S. Tommaso), assente a tutto ciò che la Chiesa insegna. Altrimenti se tra le cose, che la Chiesa insegna, tiene quelle che vuole e non tiene quelle che non vuole, non aderisce alla dottrina della Chiesa, come a regola infallibile, ma alla propria volontà. Qui inhaeret doctrinae Ecclesiae, tanquam infallibili regulae, omnibus assentit quae Ecclesia docet. Alioquin, si de his, quae Ecclesia docet, quae vult tenet, et quae non vult non tenet, iam non inhaeret Ecclesiae doctrinae, sicut infallibili regulae, sed propriae voluntati [3]. La cosa è troppo evidente. Chi ricusa l'assenso anche a una sola verità, proposta dalla Chiesa, mostra che nell'assentire alle altre non si muove dall'autorità infallibile della Chiesa, perchè questa ha luogo anche in quella che egli ricusa, ma si muove dal suo privato giudizio; e però la sua regola di fede è la stessa dei protestanti, e d'ogni eretico in generale.
Abbiamo voluto fermarci un poco sopra questo proposito; perchè è cosa di somma importanza, e riguarda un fatto, pur troppo non infrequente tra quei cattolici, che si lasciarono più o meno infettare di Liberalismo. Tra costoro ci ha parecchi, i quali con somma leggerezza parlando di articoli di fede, mostrano di discrederne qualcuno, perchè non cape nell'angusto loro cervello. Si formano così una credenza di proprio arbitrio; rifiutando quei veri che loro non garbano, oppure interpretandoli a senno loro, fuori dell'insegnamento della Chiesa. Ben è vero che sovente nei cosiffatti ha luogo più la leggerezza, che la pertinacia, procedendo essi in ciò più per ignoranza che per rea volontà, e però l'eresia in costoro può essere materiale non formale. Ma ad ogni modo la stessa leggerezza ed ignoranza in punto sì grave, non sappiamo se sia scusabile dinanzi a Dio. Quello peraltro, che vogliamo qui accuratamente osservato, si è che, se ben si guardi, la prima radice di questo pervertimento mentale, per cui, senz'addarsene, si diventa almeno materialmente eretico, è posta nella stolta idea di voler esser cattolico ma non clericale. Per essa l'animo alienandosi dal Clero, viene insensibilmente ad alienarsi dallo stesso insegnamento dommatico della Chiesa, o almeno a non curarsene gran fatto.

IV.

Non in molti, per divina mercè, la frodolenta frase: Cattolico ma non clericale, produce un danno sì pernicioso. Tuttavolta assai di frequente ne produce un altro, che vi si accosta, ed è la persuasione di potere essere buon cattolico, pensando liberamente in tutto ciò che non urta in qualche esplicita definizione dommatica, quantunque contraddica al sentire del Papa e dell'Episcopato. Basta al fedele ammettere gli articoli, definiti dalla Chiesa come rivelazione divina; andar più oltre nella soggezione dell'intelletto, sarebbe un essere clericale, e questo non vogliamo. Così si dànno a credere d'essere ottimi cattolici, perchè non giungono ad essere eretici. È come se un figlio si reputasse un modello di soggezione al padre, perchè non giunge a fuggirgli di casa, o a meritarsi coi suoi rei portamenti d'esserne da lui cacciato. Quando Cristo impose a Pietro di pascere i suoi agnelli, ossia di condurre i suoi fedeli pei pascoli della salute, Pasce oves meas, non fece distinzione di sorta alcuna. E quando costituì gli Apostoli maestri del popol suo, disse generalmente: Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me: Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit [4]. I Pastori della Chiesa ci son dati, acciocchè ci sieno di guida al conseguimento dell'eterna salute, e l'eterna saluto non si conseguisce col solo credere gli articoli di fede. Tutta la vita dell'uomo, in quanto abbraccia pensiero ed operazione, convien che sia regolata secondo la verità e la legge divina; e siffatto regolamento non può procedere se non da coloro, che della verità e della legge divina sono costituiti banditori e maestri. I sacri Pastori, secondo la frase dell'Apostolo, sono altrettanti ambasciatori di Cristo ed organi della divina parola: Pro Christo legatione fungimur, tanquam Deo exhortante per nos [5]. Porsi in contraddizione con essi, anche dove non si tratti di punti, da Dio indubitatamente rivelati, non è certo conforme alla qualità di fedeli di Cristo, e di discepoli e di figliuoli. Iudicium patris audite filii, et sic facite, ut salvi sitis [6]. Se volete esser salvi, o figliuoli, attenetevi al giudizio del padre vostro. Or chi sono i nostri padri nella Chiesa di Dio, se non i sacri Pastori?

V.

Questa unione e conformità di pensiero e di opera coi Sacri Pastori, in altri termini col Clero, se è necessaria al Laicato in ogni tempo, gli è di somma necessità nel tempo presente. Oggidì la purezza della fede e della morale cristiana è esposta a pericoli, quali non furono mai nelle età trapassate. La libertà di parola e di stampa, ammessa universalmente qual conquista del progresso moderno, ha aperto l'adito ad ogni errore più disfrenato. I libri riboccano di orrende bestemmie. Il giornalismo pare che si abbia assunto il cómpito di pervertire tutte le idee. I teatri son divenuti scuola d'incredulità beffarda. Dalle università s'insegnano le più mostruose dottrine. I Deputati sfringuellano nei parlamenti, sopra i punti più delicati di morale, di giustizia, di religione. Nello stesso conversare cittadinesco persone ignoranti straparlano di tutto, storia, filosofia, teologia, diritto, sputando sentenze all'impazzata e scappucciando che Dio vel dica. In tanta confusione e tempesta è quasi impossibile che menti eziandio colte ed istruite non ne restino offese e bevano errori, anche intorno a punti di alta importanza. Qual mezzo adunque più acconcio a preservarnele, che il tener sempre l'orecchio inteso agli ammaestramenti della Chiesa, colonna e fermezza della verità [7]? Or nella Chiesa qual è la parte insegnante, se non il Clero?
Dicendo Clero, noi diciamo in primo luogo il Sommo Pontefice che n'è il capo supremo, ed è costituito da Dio maestro e dottore di tutti i cristiani. Diciamo in secondo luogo l'Episcopato, che congiunto al Sommo Pontefice vi rappresenta quelli a cui, nella persona degli Apostoli, fu detto da Cristo: Voi siete la luce del mondo, il sale della terra [8]. Diciamo in terzo luogo gl'inferiori Ministri, che nel parlare, nello scrivere, nell'operare, si conformano all'Episcopato ed al Papa. Tutto questo costituisce un magistero sicuro, lontano da errore, assistito da Dio, per la conservazione e diffusione della verità e della giustizia. Da esso dunque convien che il cattolico, con cura più speciale, oggidì prenda norma a ben giudicare in tutto ciò che si riferisce a verità e costume. Il cattolico adunque oggidì più che mai dev'essere clericale; se per clericale s'intende chi è bene affetto al Clero e consenziente col Clero. In altra guisa non può mancare che egli non resti vittima di pestiferi errori. Guardate di fatto coloro che si professano cattolici, ma non clericali. Non ne troverete pur uno, il quale non abbia l'animo ingombro di falsità, sopra i doveri religiosi dell'uomo, la libertà civile e politica, le relazioni tra la Chiesa e lo Stato, e va dicendo.

VI.

La Chiesa è assimigliata nelle divine Scritture ad un esercito bene ordinato. Terribilis, ut castrorum acies ordinata [9]. Or nell'esercito vi ha il Generalissimo, che n'è il Comandante supremo; e questo Generalissimo nella Chiesa è il Papa. Sotto il Comandante supremo sono nell'esercito i Comandanti subalterni, i Generali, come diconsi presso noi, di armata, i Generali di divisione, i Generali di brigata, i Colonnelli; e a questi corrisponde nella Chiesa l'Episcopato, col suo ordine gerarchico di Patriarchi, di Primati, di Arcivescovi, di Vescovi. In fine nell'esercito alle singole compagnie son proposti i Capitani; e questi, per ciò che riguarda la Chiesa, vi dànno immagine de' Parrochi. Il resto dei sacri ministri, non aventi giurisdizione ordinaria, corrisponde a quelli che nell'esercito sono a disposizione e servigio de' Duci, come sarebbero gli araldi, i trombettieri, i signiferi, i forieri, e simiglianti. Tutto questo forma nella Chiesa ciò che si appella Clero, ed è l'elemento ordinatore ed imperante nella milizia di Cristo. Il Laicato forma la soldatesca, vale a dire la moltitudine stessa dei militi, distribuita organicamente in parrocchie, in diocesi, in nazioni. Or come tutta la forza dell'esercito consiste nell'intima unione tra il corpo de' combattenti e i loro Duci; così è nella Chiesa: la sua vigoria è nell'unione del Laicato col Clero. E come nell'esercito non i Duci ai soldati, ma i soldati debbono obbedire ai Duci, e uniformarsi al loro indirizzo; così è nella Chiesa, per ciò che riguarda Laicato e Clero. Che sarebbe nell'esercito, se s'inventasse una formola, la quale esprimesse ufficio di soldato, ma dissenso dai Duci? Non importerebbe essa la totale dissoluzione dell'esercito, o, alla men trista, scompiglio e debolezza nell'azione?
Ed ecco un altro danno gravissimo della formola: Cattolico ma non clericale. Essa dissociando il Laicato dal Clero, o almen rendendolo uggioso verso di lui, disordina la milizia di Cristo, e svigorisce la Chiesa.
Il famoso Pirro, dopo una splendida vittoria, sentendosi chiamare Aquila da' suoi soldati, sì io sono aquila, rispose, ma voi siete le penne, sopra cui m'innalzo a volo. — Che possono fare i Duci in un esercito, senza il concorso de' legionarii? E così nella Chiesa, militante quaggiù, l'opera del Clero sarebbe priva di effetto, se il corpo de' fedeli, il Laicato, non gli prestasse appoggio e cooperazione. Il fedele è soldato di Cristo. Egli si ascrisse alla sua milizia col santo battesimo, e vi si rassodò col sacramento della confermazione. In ricambio, ne riscosse l'ingaggio colla grazia santificante, che ricevette, e cogli abiti soprannaturali della fede, della speranza, della carità, e delle altre virtù infuse. Vien poscia alimentato da Cristo stesso nella mensa eucaristica, e rimunerato d'ogni suo atto guerresco con celesti carismi. In fine come ultimo premio dei sostenuti conflitti gli è promessa la trionfale corona. Reposita est mihi corona iustitiae, quam reddet mihi Dominus in illa die, iustus iudex [10].
È turpe errore quello di alcuni laici; i quali credono che la difesa del regno di Cristo appartenga ai soli ecclesiastici. No; la Chiesa, non è composta del solo Clero, nè in essa il solo Clero guerreggia. Sarebbe curioso un esercito composto di soli Duci, o in cui i soli Duci fossero obbligati a combattere. Il combattimento è dell'intero esercito, Duci e soldati.
Ma se il semplice fedele, il laico, deve ancor esso combattere in difesa della Chiesa; deve peraltro combattere legittimamente. Il combattimento legittimo è quello, che si eseguisce sotto la direzione de' Duci. Di qui novamente apparisce la stoltezza della formola: Cattolico, ma non clericale. Essa farebbe combattere il fedele, ma, in parte almeno, a proprio senno, fuori l'ordine della militar disciplina, e spesso ancora, contro l'intendimento de' condottieri. Un tal combattere non sarebbe legittimo, e però non meritevole di corona: Qui certat, non coronabitur, nisi legitime certaverit [11].

VII.

In fine un'altra ragione di essere clericale, cioè affezionato al Clero e strettamente congiunto al Clero, è pel sincero e zelante cattolico la condizione, in cui socialmente si trova oggidì la Chiesa di Dio. In altri tempi il Clero nella sua azione gerarchica era sostenuto dai Governi e protetto dall'autorità temporale. La libertà ed indipendenza del Romano Pontefice, dalla quale dipende la libertà ed indipendenza di tutta la Chiesa, era assicurata dal suo civil principato. La libertà ed indipendenza de' Pastori subalterni era assicurata dalla proprietà ecclesiastica, intangibile e sacra; e dall'immunità, onde più o meno, ma sempre in qualche grado, godevano le loro persone. Il braccio secolare prestava appoggio ai Vescovi per l'esecuzione dei loro decreti, e comprimeva l'audacia degli empii. Oggidì tutto questo è cambiato. Il sommo Pontefice spogliato della sua sovranità temporale è ridotto a moral prigionia nel Vaticano. La confisca dei beni ecclesiastici ha messo i sacri Ministri in condizione [di] meri salariati dal Governo, come ogni altro civil servidore. La separazione dello Stato dalla Chiesa ha tolto a questa ogni difesa, e licenziata l'empietà a tutto osare contro di lei.
Chi supplirà a mantener la Sposa di Cristo nel suo decoro, nella sua dignità, nella sua indipendenza dal secolo, e sostenerla a fronte delle invasioni del Governo civile, che si studia di ridurla a servaggio e continuamente ne inceppa l'azione? Non altri certamente, che il Laicato cattolico.
È questa la gran missione, che oggidì è data da Dio ai semplici fedeli, e a quelli principalmente tra loro, che primeggiano per ingegno, per dovizie, per condizion sociale: il sottentrare cioè, nella protezione e difesa della Chiesa, a ciò che in altri tempi erano i Governi civili. Dicendosi Chiesa ognun vede che vuolsi intendere principalmente il Clero; cioè la parte ammaestrante e governante della medesima. In ogni società il pubblico maestrato è quello che la rappresenta, e la muove a concorde operazione e la guida al fine per cui essa è formata. Sostenere a fronte dello straniero il Pubblico maestrato, il Governo, è sostenere la società stessa a cui esso presiede. I buoni laici adunque, i veri amatori di Cristo, lungi dal non voler essere e dirsi clericali, debbono amare oggidì massimamente una tal qualità, e quanto alla cosa e quanto al vocabolo. Essi debbono altamente gloriarsi d'esser tenuti affezionati al Clero, consenzienti al Clero, gelosi dell'onore e della indipendenza del Clero. L'appellazione di clericale, esprimendo appunto queste cose, deve formar per essi un titolo di santo orgoglio, siccome quello che dinota amore e tutela della Chiesa di Geù Cristo, nella persona de' suoi ministri. Ai soli vili, ai mezzi cattolici, a coloro che non amano la Chiesa nè Cristo, ma sè medesimi, si lasci la temenza di questo nome.


NOTE:

[1] De abroganda missa privata. Pars. 1.
[2] Bellarminus, Controversiarum. t. 2. De Ecclesia militante, cap. 2.
[3] Summa th. 2. 2. q. V. a. 3.
[4] Lucae, X, 16.
[5]ad Cor. V, 20.
[6] Ecclesiastici, III, 2.
[7] Ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis. 1ª. ad Tim. III, 15.
[8] Vos estis lux mundi, vos estis sal terrae. Matth. V, 13.
[9] Cant. VI, 23.
[10] I ad Tim. IV, 8.
[11]ad Tim. II, 5

Simbolo Quicumque o di Sant'Atanasio

 

Dal Breviario Romano, Ufficio di Prima nella Festa della SS. Trinità)

Quicúmque vult salvus esse,  * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in aetérnum períbit.
Fides autem cathólica haec est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam seperántes.
Alia est enim persóna Patris, alia Fílii, * alia Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * aequális glória, coaetérna maiéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Immènsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Aetérnus Pater, aetérnus Fílius, * aetérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres aetérni, * sed unus aetérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. 
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est:* non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil maius aut minus: * sed totae tres persónae coaetèrnae sibi sunt et coaequáles.
Ita ut per ómnia, sicut iam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad aetérnam salútem, * ut incarnatiónem quoque Dómini nostri Iesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Iesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante saécula génitus: * et homo est ex substántia matris in saéculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Aequális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui, licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. .
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiae, * sed unitáte persónae.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo:  ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad coélos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est iudicáre vivos et mórtuos.
Ad cuius advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis: * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam aetérnam: * qui vero mala, in ígnem aetérnum.
Haec est fides cathólica, *
quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.
Amen.
Chiunque voglia salvarsi, * deve anzitutto possedere la fede cattolica:
Colui che non la conserva integra ed inviolata * perirà senza dubbio in eterno.
La fede cattolica è questa: * che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell'unità.
Senza confondere le persone, * e senza separare la sostanza.
Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, * ed altra quella dello Spirito Santo.
Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, * con uguale gloria e coeterna maestà.
Quale è il Padre, tale è il Figlio, * tale lo Spirito Santo.
Increato il Padre, increato il Figlio, * increato lo Spirito Santo.
Immenso il Padre, immenso il Figlio, * immenso lo Spirito Santo.
Eterno il Padre, eterno il Figlio, * eterno lo Spirito Santo
E tuttavia non vi sono tre eterni, * ma un solo eterno.
Come pure non vi sono tre increati, né tre immensi, * ma un solo increato e un solo immenso.
Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, * onnipotente lo Spirito Santo. 
E tuttavia non vi sono tre onnipotenti, * ma un solo onnipotente.
Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, * lo Spirito Santo è Dio.
E tuttavia non vi sono tre dei, * ma un solo Dio.
Signore è il Padre, Signore è il Figlio, * Signore è lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre Signori, * ma un solo Signore.
Poiché come la verità cristiana ci obbliga a confessare che ciascuna persona è singolarmente Dio e Signore: * così la religione cattolica ci proibisce di parlare di tre Dei o Signori.
Il Padre non è stato fatto da alcuno: * né creato, né generato.
Il Figlio è dal solo Padre: * non fatto, né creato, ma generato.
Lo Spirito Santo è dal Padre e dal Figlio: * non fatto, né creato, né generato, ma da essi procedente.
Vi è dunque un solo Padre, non tre Padri: un solo Figlio, non tre Figli: * un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi.
E in questa Trinità non v'è nulla che sia prima o dopo, nulla di maggiore o minore: * ma tutte e tre le persone sono l'una all'altra coeterne e coeguali.
Cosicché in tutto, come già detto prima, * va venerata l'unità nella Trinità e la Trinità nell'unità.
Chi dunque vuole salvarsi, * pensi in tal modo della Trinità.
Ma per l'eterna salvezza è necessario, * credere fedelmente anche all'Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo.
La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo, * che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo.
È Dio, perché generato dalla sostanza del Padre fin dall'eternità: * è uomo, perché nato nel tempo dalla sostanza della madre.
Perfetto Dio, perfetto uomo: * sussistente dall'anima razionale e dalla carne umana.
Uguale al Padre secondo la divinità: * inferiore al Padre secondo l'umanità.
E tuttavia, benché sia Dio e uomo, * non è duplice ma è un solo Cristo.
Uno solo, non per conversione della divinità in carne, * ma per assunzione dell'umanità in Dio.
Totalmente uno, non per confusione di sostanze, * ma per l'unità della persona.
Come infatti anima razionale e carne sono un solo uomo, * così Dio e uomo sono un solo Cristo.
Che patì per la nostra salvezza: discese agli inferi: * il terzo giorno è risuscitato dai morti.
È salito al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: * e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti.
Alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere con i loro corpi: * e dovranno rendere conto delle proprie azioni.
Coloro che avranno fatto il bene andranno alla vita eterna: * coloro, invece, che avranno fatto il male, nel fuoco eterno.
Questa è la fede cattolica, * e non potrà essere salvo se non colui che l'abbraccerà fedelmente e fermamente.
Amen.


Fonte: Inter multiplices Una Vox.

lunedì 2 dicembre 2013

Perché sul sito del Vaticano i Papi successivi a Pio XII hanno una colorazione diversa?

Se qualcuno pensa di conoscere la ragione, proponga la sua spiegazione. http://www.vatican.va/holy_father/index_it.htm

vaticano

"Questione ebraica e socialismo reale", recensione di A. Giacobazzi


Questione-ebraica-e-socialismo-reale1

di Andrea Giacobazzi

Questione ebraica e socialismo reale è una raccolta di testi riguardanti il controverso tema del rapporto delle istituzioni sovietiche, polacche e cecoslovacche con le comunità israelitiche residenti in questi Paesi e con i "sionisti" interni e stranieri.
Il volume, introdotto da una nota editoriale, è suddiviso in cinque sezioni: la prima contiene un estratto del libro di Trofim K. Kichko Giudaismo senza abbellimenti, pubblicato nel 1963 con l'importante avallo dell'Accademia ucraina delle Scienze, la seconda e la terza consistono in due saggi di Claudio Veltri sulle relazioni dei governi socialisti di Polonia e Cecoslovacchia con la lobby sionista; a queste seguono una raccolta di articoli della stampa sovietica sulla questione ebraica e una collezione di vignette satiriche.
Il testo di Kichko descrive l'essenza della critica antiebraica ed antisionista operata dalle istituzioni culturali socialiste e gli atti politici che hanno accompagnato e seguito queste polemiche.
In Giudaismo senza abbellimenti viene sottolineato tra l'altro che la religione ebraica "è sempre stata al servizio delle classi ricche, le quali se ne servivano per distogliere l'attenzione degli ebrei poveri dalla lotta per la giustizia sociale" (p. 18)

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*** Il sito di cultura ebraica “Free Ebrei” garantisce la lettura gratuita dell’articolo e prega i siti interessati di citarlo come fatto in questa pagina***

Dal Sacro Romano Impero all'Impero Tedesco : dalla realizzazione pratica del dogma della Regalità sociale di Gesù Cristo all'imperialismo-nazionalismo protestante - Parte I° - .

Nota introduttiva: Il seguente lavoro è volto a narrare in modo dettagliato gli eventi storici che condussero ad  una "modificazione storico-politica" che incise enormemente e negativamente sul destino dell'Europa intera.


 Il Sacro Romano Impero:
Dall'apice al declino.




La società Cristiana realizzata:

Costantino il Grande.


Il Sacro Romano Impero fu storicamente la realizzazione pratica del dogma della Regalità sociale di Gesù Cristo, in base al principio che anche la società temporale, guidata dall’autorità legittima, debba riconoscere la vera ed unica religione rivelata da Dio per mezzo di Gesù Cristo, e conformarsi ai suoi principi.
Al di là di suddivisioni storiografiche più o meno precise (Sacro Romano Impero carolingio, SRI della Nazione Germanica, ecc) occorre sottolineare che la monarchia universale cattolica, modello dello stato cristiano, nacque nel preciso istante in cui il detentore della suprema autorità politica si convertì alla religione di Cristo. Costantino il Grande, dunque, il primo Imperatore cristiano, fu anche, in un certo senso, il fondatore storico del SRI quando, dopo la miracolosa battaglia al Ponte Milvio, promulgò nell’anno 313 d.C. il celebre editto di Milano, con cui era concesso ai cristiani, fino ad allora fuorilegge e nemici dello stato, di poter professare pubblicamente la vera religione. Non si sottolineerà mai abbastanza, quindi, l’importanza di questo grande santo e uomo politico in ordine alla nascita dello stato cattolico e dell’Occidente cristiano.
Il nome stesso con cui, a partire dal Medioevo, la monarchia universale cristiana è stata intitolata, ossia, appunto, Sacro Romano Impero, ne indica perspicuamente le note e caratteristiche imperiture, al di là delle contingenze storiche, che ne hanno influenzato la plurimillenaria vicenda. Si trattò infatti, di un (1) Impero, ossia di una a) monarchia (la miglior forma di governo, secondo il costante insegnamento della Chiesa e della sana filosofia) b) universale, ossia plurinazionale, unificata nell’eredità 2) romana, ovvero della civiltà naturale più perfetta, il mondo classico greco-romano, sul cui fondamento, come a proprio piedistallo, s’innestò 3) il Cristianesimo (Sacro), la religione rivelata.
Storicamente parlando il SRI ebbe varie vicissitudini, ossia translationes, nel senso che ne detennero l’autorità suprema diverse nazioni e casate principesche. Queste vicende però non ne mutarono mai la sostanza, restando sempre questa sublime istituzione il corrispettivo temporale della Chiesa cattolica, il suo naturale antemurale. Il concetto di translatio Imperii (trasferimento dell’Impero) si combina sempre, però, con quello speculare di Renovatio Imperii (Restaurazione dell’Impero). Il fatto cioè che ad una nazione, storicamente parlando, ne sia succeduta un’altra nell’Impero (i Greci, i Franchi, i Germani), ad una casata pricipesca ne sia subentrata un’altra (i Carolingi, i Sassoni, i Franconi, gli Svevi, gli Asburgo, i Lorena ecc.), è consistito in un trasferimento di potere, voluto dalla Provvidenza, che ha significato però, spesso, una renovatio Imperi, ossia la restaurazione della grande concezione che ne è sottesa, ovvero l’unificazione del genere umano, non solo nell’unica Chiesa, ma pure, seppur con gradi diversi, sotto la medesima autorità temporale.
Per comodità storiografica, la vicenda della monarchia universale cristiana, può suddividersi in vari momenti:



Sant'Ambrogio converte l'Imperatore
Teodosio I ()

(1) Il periodo romano-bizantino da Costantino il Grande a Costantino VII Pogonato (313-800 d. C.) in cui l’Impero cristiano, gravando verso Oriente, attorno alla capitale Costantinopoli, esercitò un’autorità diretta sui territori cristiani di levante, accontendandosi, dopo il tentativo parzialmente riuscito dell’Imperatore Giustiniano nel VI secolo di restaurare l’autorità diretta imperiale in Occidente, dell’impiego di una potestà indiretta sui regni romano-barbarici europei, dominati da elites germaniche da secoli alleate con Roma (foederati), essendo le cosiddette invasioni barbariche più una ‘spiritosa invenzione’ di umanisti e romantici, che non una realtà storica. Tra questi regni occidentali, che riconobbero sempre la supremazia imperiale di Costantinopoli, emerse ben presto quello dei Franchi.





Carlo Magno.

(2) La Renovatio Imperi carolingia (800-911) sotto i discendenti diretti del grande Carlo. La restaurazione dell’Impero in Occidente non consistette in altro che nell’esercizio diretto dell’autorità imperiale sui regni occidentali europei da parte di una dinastia germanica. Ciò coincise con una delle epoche di maggior splendore culturale e spirituale dell’Europa.















File:Bas-côté nord, baie VI Otto Rex (dernier tiers XIIe).jpg
Ottome il Grande.

(3) Il periodo che va dalla Translatio del potere supremo dai Franchi orientali a quelli occidentali (tedeschi) operata da Ottone il Grande (962) fino al cosiddetto grande Interregno (1250), rappresenta senz’altro il periodo di massimo splendore dell’istituzione, ormai divenuta, per prescrizione secolare, appannaggio delle più potenti casate feudali del Regno di Germania (Duchi di Sassonia, Duchi di Franconia, Duchi di Svevia). Se quest’epoca vide sorgere delle contese col potere sacerdotale (la celebre Lotta per le investiture), occorre però ricordare che nessun Sacro Romano Imperatore mise mai in discussione, come fa invece il laicismo giacobino moderno, la necessaria alleanza e concordia tra Sacerdotium e Imperium, e la superiorità metafisica dell’ordine soprannaturale su quello temporale. Quelle lontane controversie, che ai contemporanei parvero spesso titanici scontri tra le due supreme autorità della terra, se paragonate, infatti, dopo secoli di rivoluzione anti-cristiana, all’immensa tragedia in cui è immersa la società odierna, che nega radiciter il dogma della regalità di Cristo Dio, elevando su cataste di cadaveri lo stato ateo contemporaneo, quelle controversie lontane, dicevo, appaiono innocenti trastulli di bambini.
Durante quest’epoca la mistica allenza tra le due massime autorità del genere umano era ben rappresentata dalla splendida cerimonia d’Unzione e Incoronazione dell’Imperatore che si svolgeva a Roma da parte del Sommo Pontefice. Questi, coadiuvato dai Cardinali Vescovi di Ostia e Porto, conferiva al sovrano, già unto e incoronato Re di Germania e d’Italia, l’unzione con l’olio benedetto e gli consegnava le insegne del potere (corona, spada ecc.). Infine – per sottolineare la natura divina del potere imperiale e la necessaria collaborazione coll’autorità pontificale – il novello principe partecipava alla Messa papale dove svolgeva l’ufficio del Suddiacono, porgendo al Sommo Pontefice al momento dell’Offertorio il Calice e l’acqua per il Sacrificio. Poi era comunicato dal Papa sub utraque specie, ossia riceveva entrambe le specie eucaristiche, pane e vino, Corpo e Sangue di Cristo, alla maniera sacerdotale. La natura semi-sacerdotale – per così dire – del potere imperiale, era, così, ben indicata dalla liturgia dell’Incoronazione del Pontificale Romano. La natura sacra del sovrano cattolico per eccellenza, tale che gli permettava di accedere ai Vasi Sacri della Messa (prerogativa esclusa ai semplici laici) come un Suddiacono, significava la cura e la dedizione che a tale carica erano connesse per la vera religione e la sua Chiesa.



File:Hans Burgkmair d. Ä. 005.jpg
Federico III del Sacro Romano Impero.

4) La fase decadente dell’autunno del Medioevo (1273-1439) vide, col declino della civiltà classico-cristiana medioevale, anche la decadenza dei due sommi poteri. Il Papato venne infatti sconvolto prima dalla cosidetta Cattività Avignonese (1305-1378), con l’abbandono di Roma, poi col ben più grave Scisma d’Occidente (1378-1415) per cui il medesimo Conclave elesse più Papi al medesimo tempo. Il Sacro Impero, a sua volta, dovette subire l’assalto delle monarchie nazionali, quella francese in primo luogo, superiorem non recognoscens, che non riconoscevano più, nemmeno in tesi, la supremazia del monarca universale, il Romano Imperatore, sui sovrani dei regni particolari. Questo spirito di superbia, che provocò una serie interminabile di guerre per la supremazia europea, fu l’avvisaglia di ben più devastante bufera, quella scatenata dall’empio Lutero nel 1517.




File:Kaiser Joseph II in Uniform mit Ordensschmuck c1780 2.jpg
Giuseppe II del Sacro Romano Impero.

5) Nell’epoca moderna (1439-1806), caratterizzata dal predominio della Casa d’Austria (1439-1746) e dei Duchi di Lorena, che furono gli ultimi Imperatori Romani, il SRI, pur scosso all’interno del Regno di Germania dallo scisma religioso e contrastato all’esterno dagli assalti dell’Islam, alleato della Francia cattolica, non mancò ancora di mandare gli ultimi bagliori della sua antica grandezza. Gli Imperatori Romani restavano i più potenti monarchi della Cristianità e i popoli europei, soprattutto quelli cattolici, guardavano a loro come ai naturali difensori dell’ordine cristiano e della Chiesa romana. C'è da aggiungere , però, che alla salita al potere dei primi Loreana, quindi dall'elezione di Francesco I del Sacro Romano Impero che era massone, l'ordine Cristiano , quello vero per intenderci , venne meno in quanto il pensiero massonico  è l'antitesi  di quello Cristiano. Con Francesco I le logge cominciarono a prendere piede e potere corrompendo idee e spirito. Questo potere oscuro in contrasto con quello Cristiano prese a diffondersi in maniera prepotente sotto Giuseppe II (1780-1790) , l'"Imperatore sacrestano", e in parte con il fratello di quest'ultimo , Leopoldo II (1790-1792).
I problemi più grossi e deleteri sopraggiunsero alla fine del XVIII secolo.




Le conseguenze della Rivoluzione Francese e delle invasioni napoleoniche nel Sacro Romano Impero:



Gli sgherri rivoluzionari assaltano la Bastiglia.


Il tardo XVIII secolo, con il "giuseppinismo" e il dilagare delle idee di loggia,  fu un periodo di deleterie riforme politiche, economiche, intellettuali e culturali, totalmente contrarie come principio scatenante all'insegnamento della Cattedra di Pietro, riconducibili all'"Illuminismo"  (rappresentato da figure oscure e anticristiane come Locke, Rousseau, Voltaire, e Adam Smith), ma che coinvolsero anche il così detto "Romanticismo". Queste culminarono nella saguinaria e nefasta Rivoluzione francese, dove l'astratta  libertà dell'individuo e delle nazioni venivano asserite in contrasto con  le tradizioni dell'Europa Cristiana. Organizzate sotto forma di una pluralità di elaborazioni teoriche, queste idee giunsero in risposta alla disintegrazione dei precedenti saggi percorsi culturali, e si accoppiarono ai nuovi privatistici percorsi creati dal sorgere del borghese capitalismo industriale. Tutto  questo marciume sarebbe penetrato violentemente nel mondo tedesco.
Nel 1805 si formò in Europa la terza coalizione contro Napoleone, il quale si era autoincoronato "imperatore dei francesi" nel 1804: il Bonaparte aveva trascorso l'ultimo anno sulle coste della Manica, a preparare una vasta operazione militare contro la Gran Bretagna ma, comprendendo le difficoltà di una operazione di sbarco nelle Isole Britanniche  decise fin da agosto di rinunciare ai suoi piani di invasione e di organizzare un rapido trasferimento a marce forzate dell'intero esercito, denominato Grande Armata, dalle coste della Manica fino al Reno e al Danubio per sconfiggere le forze coalizzate  sul continente.

File:Napoleone riceve la resa di Vienna.jpg
Napoleone riceve la resa di Vienna il 13 novembre 1805,
durante la guerra della terza coalizione.

Le forze coalizzate prevalentemente asburgiche e russe (sotto il nuovo zar Alessandro I), anche se con la neutralità della Prussia, erano numericamente soverchianti ma divise per interessi divergenti. Due i fronti principali: quello germanico, dove Napoleone in persona aveva assunto il comando della Grande Armata e quello italico dove il settario generale Andrea Massena guidava l'Armata d'Italia. Con una manovra strategica Napoleone accerchiò e costrinse alla resa l'esercito ausburgico del generale Karl Mack ad Ulma (20 ottobre), e, mentre il maresciallo Massena combatteva  la battaglia di Caldiero (30 ottobre), entrò con l'armata a Vienna, dopo aver superato il Danubio con uno strategemma di Gioacchino Murat. Tuttavia gli eserciti coalizzati austro-russi erano ancora in campo e la situazione di Napoleone appariva difficile. Il 2 dicembre 1805, anniversario della sua autoincoronazione, Bonaparte  combatté e vinse la battaglia di Austerlitz, provocando la disgregazione della terza coalizione. Rimasta nella storia come il suo capolavoro tattico, con la battaglia di Austerlitz Napoleone ottenne una posizione di predominio in Europa. Il giorno dopo i sovrani d'Europa costretti chiesero la pace. Gli Asburgo perdevano ogni controllo sul Sacro Romano Impero , che artificiosamente e deleteriamente  veniva mutato come Confederazione del Reno, primo seme del nazionalismo tedesco sotto il controllo diretto di Napoleone. Si racconta che, dopo aver appreso di Austerlitz, il primo ministro inglese William Pitt avesse chiesto a una nipote di arrotolare la carta dell'Europa esposta in un corridoio di casa. «Non ci servirà per almeno dieci anni».



File:Charles Meynier - Napoleon in Berlin.png
Napoleone entra a Berlino il 27 ottobre 1806.

L'anno seguente Napoleone si imbatté nella quarta coalizione, costituita da Gran Bretagna, Prussia e Russia; il Bonaparte prese subito l'offensiva e, dopo una  manovra strategica, sconfisse completamente il vantato esercito prussiano nella battaglia di Jena (14 ottobre 1806). La Grande Armata catturò o disperse i resti dell'esercito prussiano e Napoleone entrò a Berlino il 27 ottobre.
Napoleone era penetrato con il suo esercito , e con le idee sovversive e rivoluzionarie che esso portava , nel Sacro Romano Impero diffondendo in esso il germe del nazionalismo.
Con la Pace di Presburgo, firmata il 26 dicembre 1805 nella città omonima (l'odierna Bratislava),  stipulata tra l'Imperatore Francesco II del Sacro Romano Impero  e Napoleone Bonaparte, e che mise fine alla guerra della terza coalizione , segnò la fine formale del millenario  Sacro Romano Impero.


File:Ludwig Streitenfeld 001.jpg
Francesco II del Sacro Romano Impero.
  L'Imperatore Francesco II divenne Francesco I d'Austria. Sotto costrizione francese dovette rinunciare alle rivendicazioni sugli stati tedeschi senza eccezione, e  fu obbligato a riconoscere Napoleone come "imperatore" ed a riconoscere la sovranità dei nuovi re di Baviera e del Württemberg, nonché del granduca del Baden. Inoltre, come già accennato,  l'Imperatore dovette dare il suo assenso preventivo alla costituzione dell'artificiosa  Confederazione del Reno, un nuovo stato creato da Napoleone a suo uso e consumo grazie all'alleanza tra vari principi tedeschi corrotti dalle idee perniciose e dall'arroganza e arrivismo.













Continua...

Fonte:

Wikipedia (immagini).

http://www.traditio.it/

Scritto da:

Redazione A.L.T.A.