sabato 3 agosto 2013

Sulla necessità dell’infallibilità del Pontefice e sulla condanna della collegialità

Sulla necessità dell’infallibilità del Pontefice e sulla condanna della collegialità
 
Nel testo Verità della fede, al capitolo X (Si prova l’infallibilità del pontefice romano nel definire le questioni di fede e de’ costumi) della parte III (Contro i settarj che negano la chiesa cattolica essere l’unica vera), il Dottore della Chiesa e mirabile educatore, che è Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, affronta il tema dell’Autorità del romano Pontefice con tutto ciò che ne segue per vincolo diretto ed indiretto; il testo, Verità della fede, pubblicato in parte già nel 1762 con il titolo Verità della Fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità, seguiva la precedente opera di apologetica datata 1756 Breve dissertazione contro gli errori dei moderni increduli;
Nel 1959 Oreste Gregorio, riferendosi all’opera del Liguori che introduce, così scrive “Una ristampa aggiornata dell’opuscolo riuscirebbe gradita anche oggi alla lettura popolare avida di cultura. E si ergerebbe in pari tempo una diga salda davanti alle acque limacciose degli errori che irrompono a gettito continuo da una colluvie di pubblicazioni astiose od immature”; Verità della Fede, che non ha mai perduto la sua “freschezza apologetica per i semplici” spiega “la santità della dottrina cristiana, la conversione del mondo, la stabilità sempre uniforme dei dogmi, la testimonianza delle profezie, la testimonianza dei miracoli”.
Sant’Alfonso nel suo scritto ha intenzione di offrire un valido supporto agli apologeti, al clero in generale ed agli educatori cristiani, nel contrastare e combattere (motivando e documentando quindi istruendo clero e fedeli) ogni forma di eresia: dal protestantesimo manifesto o subdolo, al gallicanesimo, al conciliarismo, all’anti infallibilismo, all’incredulità, ecc …
Cercherò di offrire al lettore odierno un fedele riadattamento del testo, quantomeno del Cap. X della Parte III che qui a noi interessa per tematica affrontata, con alcune “attualizzazioni” che ritengo congeniali per meglio capirsi, facendolo sarà mia premura usare accuratamente le ( ) o il grassetto per evitare confusione o mescolanza dei pensieri. Parte delle citazioni latine che il Liguori estrapola dalla Scrittura, saranno presentate anche con una aggiunta traduzione italiana secondo la Volgata di mons. Martini, Edizione G. Tasso, 1829-1834, opera pubblicata in 36 volumi; in casi di eventuale “incomprensibilità”, sarà aggiunta una terza traduzione, più attuale, proposta da mons. Salvatore Garofalo, da La Sacra bibbia in 3 volumi, Edizione Marietti, 1963, una delle ultime edizioni “non protestanti”. Alcune importanti citazioni latine da altre opere saranno tradotte, ove possibile per le mie competenze, in proprio ed i riferimenti precisi rimarranno in parentesi affinché il lettore benevolo possa controllare o tradurre il mancante. In presenza di dubbio grave eviterò di tradurre e mi scuso si d’ora per eventuali piccole imprecisioni.
Si legge …
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Anche nell’antica legge la sentenza del sommo sacerdote era infallibile, difatti veniva punito come reo di morte chi non avesse ubbidito ai suoi decreti. Ecco come sta scritto nel Deuteronomio (17,12): Qui autem superbierit, nolens obedire sacerdotis imperio, qui eo tempore ministrat Domino Deo tuo et decreto iudicis, morietur homo ille, et auferes malum de Israel. - Chi poi si leverà in superbia, e non vorrà obbedire al comando del sacerdote che è in quel tempo il ministro del Signore Dio tuo, né al decreto del giudice; costui sarà messo a morte e toglierai il male da Israele.
E nell’ecclesiaste (12,11) si dice: Verba sapientium sicut stimuli et quasi clavi in altum defixi, quae per magistrorum consilium data sunt a pastore uno. His amplius, fili mi, ne requiras. – Le parole de’ saggi son come pungoli, e chiodi, che penetrano profondamente, e ci sono state date mediante la schiera d’ maestri all’unico pastore. Figlio mio non cercar nulla di più
E sebbene allora vi era il Sanhedrim (o Sinedrio), che era composto di 70 uomini, nondimeno il sommo sacerdote era colui il quale dirimeva i dubbi e le questioni più pesanti e difficili, perciò egli portava in petto il razionale con l’iscrizione: Iudicium et veritasGiudizio e verità [...]. Se dunque un tal privilegio fu concesso alla sinagoga, tanto più deve credersi dato alla Chiesa, la quale, essendo distesa per tutto il mondo e combattuta da tante eresie, ha maggior bisogno di un giudice, il quale sia uno e sia infallibile, che possa presto porre fine agli errori contro la fede e contro l’onestà dei costumi (o morale).
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Quindi bisogna avvertire che le definizioni del Papa quando si tratta di questioni di puro fatto che dipendono dalla sola testimonianza degli uomini, o quando egli parla come semplice dottore privato, sono fallibili. Sono invece infallibili, allorché parla, anche fuori del concilio, come dottore universale della Chiesa, e/o definisce ex cathedra le controversie di fede o di costume, che sono di mero dritto, o di fatto unito al dritto; e ciò per la podestà suprema conferita da Gesù Cristo a San Pietro e per lui a tutti i suoi successori. Ecco come parla il dottore angelico (San Tommaso d’Aquino): egli, dopo aver detto (Summa Th. II.II q. 1. a. 9. ad 2), che le verità della fede s’insegnano nei simboli (cit. Come dice l’Apostolo, “una è la fede”. Ora, un simbolo è una professione di fede), nell’articolo 10 poi così scrive: Hoc autem pertinet ad auctoritatem summi pontificis… Et huius ratio est, quia una fides debet esse totius ecclesiae, secundum illud: Idipsum dicatis omnes, et non sint in vobis schismata. Quod servari non posset, nisi quaestio fidei exorta determinetur per eum qui toti ecclesiae praeest, ut sic eius sententia a tota ecclesia firmiter teneatur. – Cit. estesa: Ecco perché il Signore disse a Pietro, che aveva costituito Sommo Pontefice: “Io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli“. E la ragione di ciò sta nel fatto che la Chiesa deve avere un’unica fede, secondo l’ammonimento di S. Paolo: “Dite tutti la stessa cosa, e non ci siano tra voi degli scismi“. Ma questo non si può osservare se, quando sorge una questione di fede, non viene determinata da chi presiede su tutta la Chiesa, in modo che la sua decisione sia accettata dalla Chiesa intera con fermo consenso (Summa Th. II.II q. 1. a. 10. ad 10 s. c.).
Lo stesso insegnarono San Bonaventura, Tomassino, Melchior Cano, Spondano, Gaetano, Soto, Duvallio, Lodovico Bayle, il Bellarmino, Valenza, il cardinal Gotti, monsignor Milante ed altri comunemente.
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Altri tra costoro dicono che il Papa è infallibile, ma solamente quando procede maturamente nel definire le questioni, dopo aver ascoltato il giudizio dei saggi e specialmente del concistoro dei cardinali, e dopo aver implorato il lume dello Spirito Santo e fatto fare pubbliche preghiere. Altri contrariamente dicono che è meglio che tale condizione sia di sola congruenza, ma non assolutamente di necessità, poiché l’infallibilità al solo pontefice è stata promessa, non già ai suoi consultori o solo conseguentemente la consultazione, altrimenti gli eretici sempre potrebbero opporre che non si è posto il dovuto esame o che il Papa si sia valso del consiglio di uomini poco dotti o pregiudicati.
Ma se il Papa procedesse temerariamente senza l’opportuno consiglio? Questo caso non può avvenire, risponde il Bellarmino (de Summo Pontifice); perché quel Dio che ha promesso l’assistenza al suo vicario affinhé non erri mai nelle definizioni di fede (rogavi pro te, ut non deficiat fides tuaho pregato per te, affinché la tua fede non venga mai meno), siccome non può mancare nelle sue promesse, così non può permettere né che il Papa erri, né che egli definisca temerariamente. Quindi si disse nel concilio di Trento (Sess. XXV, Dovere di accettare ed osservare i decreti del concilio) che se mai nel ricevere le definizioni del concilio nascesse qualche difficoltà, la quale richiedesse nuova dichiarazione o definizione, fosse cura del Papa di dichiararla o definirla celebrando un altro concilio generale, oppure in altro modo che stimasse più opportuno: Quod si, son le parole del Tridentino, in his recipiendis aliqua difficultas oriatur, aut aliqua inciderint, quae declarationem (quod non credit), aut definitionem postulent, et praeter alia remedia, in hoc concilio instituta, confidit s. synodus, beatissimum romanum pontificem curaturum, ut, vel evocatis ex illis praesertim provinciis, unde difficultas orta fuerit, iis quos eidem negotio tractando viderit expedire, vel etiam concilii generalis celebratione, si necessarium iudicaverit, vel commodiore quacumque ratione ei visum fuerit… consulatur – Cit. estesa: Se nella loro ricezione sorgesse qualche difficoltà, o sia sfuggito qualche cosa che richieda una dichiarazione o una definizione – ma il concilio non lo crede -, esso confida che oltre agli altri mezzi messi a disposizione da questo santo concilio, il santissimo pontefice romano – chiamati quelli che gli sembrerà necessario per trattare quel problema (specie da quelle province dalle quali è sorta la difficoltà) o con la celebrazione di un concilio generale, se lo crederà necessario, o in qualunque altro modo che gli sembri opportuno, – si preoccuperà di provvedere alle necessita delle province, per la gloria di Dio e la tranquillità della chiesa.
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Del resto il padre Francisco Suarez dice: Veritas catholica est pontificem definientem ex cathedra esse regulam fidei quae errare non potest, quando aliquid proponit ecclesiae tanquam de fide credendum; ita docent hoc tempore omnes catholici doctores, et censeo esserem de fide certam (De fide, d. 5. sec. 8. n. 4) – Cit. estesa: Nondimeno è verità cattolica, che il Pontefice definiente ex cathedra è regola di fede, che non può errare, quando propone autorevolmente a tutta la Chiesa alcuna cosa da credersi come di fede divina: così insegnano oggidì tutti i dottori cattolici, ed io credo esser cosa certa di fede.
Ed appresso (Disp. 20. sect. 3. n. 22), parlando contro Rogero, il quale negava esser di fede che il Papa non può errare, benché definisca senza concilio generale, risponde: Est responsio, non solum nimis temeraria, sed etiam erronea; nam tam est constans ecclesiae consensus, et catholicorum scriptorum concordis de hac veritate sententia, ut eam in dubium revocare nullo modo liceat. – Cit. estesa: Se non che il predetto Rogero osò rispondere, sia quanto a questa definizione (di Bonifacio VIII nell’Estravag. Unam Sanctam) come quanto ad altri decreti pontificii, non essere certo de fide, che il Pontefice, definiente senza Concilio Generale, non possa errare. Ma questa risposta è non solo sommamente temeraria, ma anche erronea; imperocchè, quantunque alcuni dottori cattolici anticamente abbiano per avventura dubitato o errato in ciò senza pertinacia, nondimeno è oggimai così costante il consenso della Chiesa e così concorde la sentenza degli scrittori cattolici in questa verità, che non è per niuna guisa lecito il rivocarla in dubbio. Lo stesso dice il padre Bannez, parlando dell’autorità del Papa.
Di più dice il card. Bellarmino che la sentenza contraria videtur erronea omnino et haeresi proxima (de Summo Pontifice, L. 4) – sembra del tutto erroneo o prossimo all’eresia. A ciò conforme fu il Duvallio dottore sorbonico, il quale scrisse nell’anno 1712, e disse: Opinio quae Romae tenetur, vacat omni temeritate, cum totus orbis, exceptis pauculis doctoribus, eam amplectatur, et praeterea rationibus validissimis tum ex scriptura, conciliis et patribus, tum ex principiis theologiae petitis confirmatur (De super. pont., part. 1., q. 7) - Il parere che si tiene a Roma, è libero da ogni avventatezza, così crede tutto il mondo, con l’eccezione di un paio di insegnanti, così come è confermato dalla Scrittura, dai concilii e dai padri, dai principi della teologia. E (ibid., Parte 4,. quaest. 7) aggiunse: Nemo nunc est in ecclesia, qui ita pro certo non sentiat, praeter Vigorium et Richerium, quorum si vera esset sententia, totus fere orbis christianus, qui contrarium sentit, in fide turpiter erraret.
Inoltre dice il dottissimo Melchior Cano nella sua celebre opera de Locis Theologicis (L. 6. c. 7), che la Chiesa nelle cose di fede sempre ha usato di ricorrere non ad altri che al pontefice romano, e sempre ha stimati irrefragabili i suoi giudizi; e che solamente nella Chiesa romana si sono veduti adempiti i comandi di Cristo spettanti a san Pietro e suoi successori, poiché le altre “chiese”, dagli apostoli ad ora, sono state col tempo occupate o dagli infedeli o dagli eretici, ma la sola romana non è stata mai stata infettata da essi. Quindi dice: Nos autem communem catholicorum sententiam sequamur… quam sacrarum etiam litterarum testimonia confirmant, pontificum decreta definiunt, conciliorum patres affirmant, apostolorum traditio probat, perpetuus ecclesiae usus observatNoi abbiamo una comune visione cattolica da seguire… confermata anche dalle testimonianze di Letteratura sacra, dalle definizioni dei pontefici, dai padri dei Concilii, provata dalla tradizione degli apostoli, che la Chiesa osserva , ha in uso, da sempre in maniera perpetua. E poi soggiunge le seguenti notabili parole: Hinc quaeri solet, an haereticum sit asserere posse quandoque romanam sedem, quemadmodum et ceteras, a Christi fide deficere? Et faciant satis Hieronymus periurum dicens, qui romanae sedis fidem non fuerit secutus; Cyprianus dicens: Qui cathedram Petri, supra quam fundata est ecclesia, deserit, in ecclesia esse non confidat: Synodus constantiensis haereticum iudicans, qui de fidei articulis aliter sentit, quam s. romana ecclesia docet. Illud postremo addam: cum ex traditionibus apostolorum ad evincendam haeresim argumentum certum trahatur, constat autem romanos episcopos Petro in fidei magisterio successisse ab apostolis esse traditum; cur non audebimus assertionem adversam, tanquam haereticam, condemnare? Sed nolimus ecclesiae iudicium antevertere. Illud assero, et fideliter quidem assero pestem eos ecclesiae, et perniciem afferre, qui negant romanum pontificem Petro fidei, doctrinaeque auctoritate succedere, aut certe adstruunt summum ecclesiae pastorem, quicunque ille sit, errare in fidei iudicio posse. Utrumque scilicet haeretici faciunt: qui vero illis in utroque repugnant, hi in ecclesia catholici habentur.
Taluno forse dirà che io potevo far di meno, e risparmiarmi di rivangare questa controversia già discussa da tanti autori; ma da ciò che ho riferito di Melchior Cano ognuno può vede chiaramente quanto importa al bene della fede il confermare questo punto dell’infallibilità del Papa nelle sue definizioni. Ed a ciò che dice il Cano molto favorisce quello che scrisse San Cipriano (Epist.LV ad Cornelium edt. Baluzi, cf. Epist. LXIX ad Florent. l’upianumi): Neque enim aliunde haereses obortae sunt, quam inde quod sacerdoti Dei non obtemperatur, nec unus in ecclesia sacerdos et ad tempus iudex vice Christi cogitatur. Poiché, come bene avverte monsignore Milante, quei che pertinacemente hanno resistito a’ decreti del papa, prima si sono fatti scismatici e poi eretici – Cit. estesa: Tutte le eresie e tutti gli scismi nascono da questa unica ragione, perché non si ubbidisce all’autorità dei sacerdoti di Dio, né si pensa che essi ci parlano e ci comandano in nome di Dio medesimo: che se tutti deferissero, come debbono secondo gli insegnamenti divini alla loro autorità, non vi sarebbero mai né scismi, né eresie nella Chiesa (San Cipriano sta parlando del vescovo che insegna fede e disciplina conformemente agli altri vescovi, sotto il comando del Papa).
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Ma veniamo alle prove dell’infallibilità dei giudizi del pontefice romano. L’infallibilità per prima si prova dalle scritture. Disse Gesù Cristo a San Pietro: Quodcunque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis (Matth. 16,19) – cit. estesa: E a te io darò le chiavi del regno de’ cieli: e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata anche nei cieli: e qualunque cos avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolta anche ne’ cieli. Il legare secondo le scritture indica promulgare leggi ed obbligare; dunque Pietro ricevette allora la podestà generale di obbligare tutta la Chiesa indipendentemente dal concilio; e la stessa podestà fu allora conferita ai successori di Pietro, che dovevano governare la Chiesa dopo la sua morte. Inoltre disse il Signore a San Pietro: Simon, Simon, ecce Satanas expetivit vos, ut cribraret sicut triticum: ego autem rogavi pro te, ut non deficiat fides tua; et tu aliquando conversus confirma fratres tuos (Luc. 22,31) – cit. estesa: Disse di più: Simone, Simone, ecco che Satana va in cerca di voi per vagliarvi come si fa del grano. Ma io ho pregato PER TE, affinché la TUA fede non venga meno: e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli. Il Signore dunque prima parlò di tutti gli apostoli: expetivit vos, ma di poi disse solamente a Pietro: Rogavi pro te, non pro vobis: privilegio speciale dato a Pietro di non mancare nella fede.
Scrive San Leone sulle predette parole: Pro fide Petri proprie supplicatur, tamquam aliorum status sit securus, si mens principis victa non fuerit (Serm. 3. de Assumpt.) – Cit. completa: La fede cristiana si concepisce per l’udito, e per la predicazione della parola di Dio; ed è necessaria l’infallibilità della predicazione per servire di fondamento alla fermezza somma di quella fede. Gesù Cristo dunque volendo munire la predicazione della sua parola col dono della infallibilità, promette questa direttamente a San Pietro, e indirettamente solo per mezzo di San Pietro agli apostoli: San Pietro riceve l’infallibilità da Gesù Cristo; gli altri apostoli la ricevono mediatamente per il canale di San Pietro: così si forma e si assicura l’unità della fede in tutta la Chiesa, quando il pascolo della dottrina si porge in origine da una sola mano a pascere tutto l’ovile di Gesù Cristo, e i ruscelli partono da una sola fonte ad innaffiare tutto il campo del buon padre di famiglia. Questa è economia della fede cristiana.
Lo stesso privilegio fu dato ancora ai successori di Pietro, giacché tutte le promesse fatte a Pietro come capo della Chiesa si debbono intendere necessariamente fatte anche ai successori, così come definì il Concilio Costantinopolitano III, il quale nell’azione 4. ed 8. ricevette con lode l’orazione di sant’Agatone, dove il Papa spiegò chiaramente questo punto; e la ragione è evidente, perché un tal privilegio fu dato a Pietro per superare tutti gli insulti di Satana contro la Chiesa, la quale ragione corre anche per tutti i successori. E così comunemente l’hanno inteso i santi padri, Sant’Agostino (De Corrept. et grat. c. 18.), San  Giovanni Crisostomo (Hom.), San Leone (Serm. 3. de Assumpt. ad pontif.), San Gregorio (L. 6. ep. 37. ad Eulog.), San Bernardo (Ep. 190. ad Innoc.) e San Tommaso (Summa Th 2. 2. q. 1. a. ult.).
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Soggiunse il nostro Salvatore: Et tu aliquando conversus confirma fratres tuos. Qui più chiaramente si vede che il Signore impetrò l’infallibilità non già alle membra, ma al capo che era Pietro, affinché fosse infallibile anche senza le membra. Se la fede di Pietro dipendesse dalla direzione del concilio, non sarebbe Pietro a confermare i fratelli, ma sarebbe confermato dai fratelli, e questa è una eresia. Appose di più il Signore la parola Conversus: et tu aliquando conversus confirma etc. Alcuni intendono che ciò fu detto alla Chiesa; ma una tale spiegazione non può aver sussistenza, poiché la Chiesa non ha mai mancato, né può mancare, sì che abbia bisogno di convertirsi; ma deve necessariamente intendersi come detto a Pietro che, come uomo (Simone), come previde il Signore, avrebbe mancato nel tempo della passione di Cristo, ma come pastore universale doveva poi confermare gli altri; e si intende anche detto ai suoi successori, mentre la Chiesa deve sempre avere un pastore che la confermi infallibilmente nella fede. Ecco come scrisse San Bernardo di Chiaravalle ad Innocenzo II (Ep. 190): Dignum namque arbitror ibi resarciri damna fidei, ubi non possit fides sentire defectum. Cui enim alteri sedi dictum est aliquando: ego pro te rogavi, ut non deficiat fides tua? Istam (si notino le seguenti parole) infallibilitatis pontificiae praerogativam constantissima perpetuaque ss. patrum traditio commonstratl’infallibilità del pontefice è prerogativa costantissima e perpetua divulgata dalla tradizione e dai santissimi padri.
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Altri poi vogliono che per essere infallibili le definizioni del Papa debba concorrervi il consenso della Chiesa. Ma risponde a ciò il Gagliardi (Instit. Can. tit. 12. de pont): Quo vero pacto stabit sponsio Christi de fide Petri nunquam defectura, deque Petro fratres confirmaturo, si Petri fides subiiciatur omnino fratrum, puta episcoporum, censurae, aut confirmationi? Soggiunge saviamente un altro autore che, se ciò fosse vero, il Papa non avrebbe alcuna prerogativa più di ogni altro semplice vescovo, anzi di ogni privato dottore: giacché ancora la sentenza di un privato dottore diverrebbe infallibile, se tutta la Chiesa l’approvasse; ma Gesù Cristo volle che solamente a Pietro spettasse il confermare i fratelli, avendo solamente sopra di lui (San Pietro) edificata la Chiesa.
 Inoltre il Signore disse a San Pietro: Simon Ioannis, amas me?… Pasce oves meas (Ioan. 21,17) – Cit. estesa: Gli disse per la terza volta: Simone, figliuolo di Giovanni, mi ami tu? Si contristò Pietro, perché per la terza volta egli avesse detto, mi ami tu? E disse egli: Signore, tu sai il tutto, tu conosci, che io ti amo. Gesù gli disse: pasci le mie pecorelle. Il pascere si intende insegnare la sana dottrina e non giammai la falsa; il che sarebbe non pascere le pecorelle, ma ucciderle, conducendole a pascoli velenosi.
Da questo testo deduce San Tommaso essere un grande errore il negare l’obbligo di assoggettarsi alle definizioni pontificie. Ecco come parla il santo dottore: Petro dixit (Christus): Pasce oves meas etc. Per hoc autem excluditur quorundam praesumptuosus error, qui se subducere nituntur a subiectione Petri, successorem eius romanum pontificem universalis ecclesiae pastorem non recognoscentes (L. 4. contra Gen. c. 76) – Cit. estesa: Ecco perché egli disse a Pietro prima della sua ascensione: “pasci le mie pecore”; e prima della passione gli aveva detto “Tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”; e a lui solo aveva fatto la promessa: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”; per mostrare che il potere delle chiavi doveva derivare agli altri da Pietro, allo scopo di conservare l’unità della Chiesa. Né si può dire che, pur avendo egli dato a Pietro questa dignità, che essa non sia derivata ai suoi successori. E’ evidente infatti che Cristo ha istituito la Chiesa perché durasse fino alla fine del mondo, secondo la profezia di Isaia IX,7: “Egli siederà sul trono di David, e possiederà il suo regno per consolidarlo e rafforzarlo nel giudizio e nella giustizia da ora in poi, per sempre”. E’ chiaro quindi che Cristo istituì ministri i discepoli suoi contemporanei, affinché il loro potere si trasmettesse ai posteri per il bene della Chiesa fino alla fine del mondo; soprattutto tenendo presenti queste sue parole: “Ecco, io sono con voi [tutti i giorni] fino alla fine del mondo” [Matt. XXVIII,20]. Viene così confutato l’errore presuntuoso di certuni, i quali cercarono di sottrarsi all’obbedienza e alla sottomissione a Pietro; non volendo riconoscere il Romano Pontefice suo successore, quale pastore della Chiesa universale.
Al padre Alessandro poi il quale dice che quel Pasce oves meas si intende detto alla Chiesa e non solo a Pietro, si risponde: dunque la Chiesa è quella che deve pascere se stessa; e pascere anche Pietro? Ma se il Signore avesse inteso di riferirsi alla Chiesa, avrebbe detto: pecorelle, se mi amate, pascete Pietro mio vicario, pascete voi il vostro pastore. Ma la verità è che parlò a Pietro, ed a Pietro impose il pascere tutti i fedeli, sudditi e prelati. Pascit filios, scrisse San Eucherio, pascit et matres: regit et subditos et praelatos (Serm. de nat. ss. apost.) – Cit. estesa: In virtù di questo testimonio evangelico, una ben distinta linea di separazione è seguita tra l’ufficio conferito a’ Vescovi, quali successori degli Apostoli, e quello commesso a’ Pontefici, i quali succedono alla cattedra di San Pietro. Certamente i Vescovi, come Pastori particolari debbono istruire e reggere il gregge particolare affidato alle loro cure; ma il Papa, come Pastore universale, è tenuto a istruire e reggere, non solo tutti questi greggi particolari, ma ben anco i loro rispettivi Padri e Pastori. La Chiesa di Gesù Cristo è un gregge visibile sotto il governo di un Pastore visibile ; epperò il principio organico della sua unità visibile deve derivare dall’adesione perfetta di tutti i Vescovi al Superiore Pastore in tutto ciò che spetta al governo ecclesiastico e alla fede.
E San Leone disse: Unus Petrus eligitur, qui omnibus praeponatur, ut, quamvis multi sint pastores, omnes regat Petrus (Serm. 3. de Assumpt.) – Un solo Pietro è eletto per prevalere su tutto, in modo che anche se ci sono molti pastori, Pietro li regge e comanda tutti.
Nonostante però che il Vangelo parli così chiaro, alcuni eretici contrari vogliono che il pastore debba esser pasciuto dalle pecorelle (oggigiorno spesso si sente dire “leggere i documenti firmati dal Pontefice alla luce della tradizione”, come se debba essere il lettore a pascere il pastore, debba essere il lettore a ricondurre il pastore nella tradizione), che il fondamento debba essere sostentato dalla casa, che il maestro istruito dagli scolari, il capo diretto dalle membra, Pietro confermato dai fratelli: tutto insomma al rovescio.
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Ma non vi può esser prova maggiore a chiarire l’infallibilità del papa, che le sentenze degli stessi concilii ecumenici, e perciò è necessario qui ripetere molti passi già addotti dei concilii nel capo antecedente. Nel concilio Niceno I, sotto Silvestro si disse: Qui tenet sedem Romae, caput est… cui data est potestas in omnes populos, ut qui sit vicarius Christi super cunctos populos et cunctam ecclesiam christianam; quicunque contradixerit, a synodo excommunicaturColui che detiene la Sede di Roma è il capo… a cui è stato dato il potere su tutte le genti, è il vicario di Cristo su tutti i popoli e su tutte le Chiese, chiunque lo nega è scomunicato da questo Sinodo.
Nel concilio Calcedonese sotto San Leone nell’anno 451, cui assisterono 630 vescovi, come riferisce San Tommaso (Opusc. contra error graecor.), si dissero queste parole: Omnia ab eo (scilicet a Leone) definita teneantur, tamquam a vicario apostolici thronitutto ciò che è definito da lui deve tenersi, lui lega perché detiene il trono del vicario di Cristo.  E nell’azione 2. essendosi letta l’epistola di San Leone, si disse: Omnes ita credimus. Anathema qui non credit. Petrus per Leonem ita locutus est - Questo noi crediamo. Sia in anatema chi non crede. Pietro ha parlato per bocca di Leone. Ivi anche si disse, come scrive San Tommaso (De potest. quaest. 10. a. 4. ad 18): Ex gestis chalcedonensis concilii habetur primo, quod sententia synodi a papa confirmatur: secundo, quod a synodo appellatur ad papamLa sentenza è confermata dal Papa del Sinodo … il Papa convoca il Sinodo. Il che fu prima stabilito dal concilio Sardicese sotto Giulio I nell’anno 351 nel canone 4 e 7, ove si disse: A synodo comdemnatos posse romanam sedem appellare, eiusque arbitrio sedere, velit ipse causam cognoscere, an iudices in partibus delegare. Il che è conforme a quel che si disse nel concilio Niceno I tra i canoni 19 e 29 ove, parlandosi della sede apostolica, fu scritto: Cuius dispositioni omnes maiores ecclesiasticas causas antiqua apostolorum eorumque successorum atque canonum auctoritas reservavit. Ed è conforme a quel che si disse ancora nel concilio Lateranese III, come si ha nel cap. Licet, 6 de elect., ove al § 3, parlandosi delle chiese particolari, si dice che i dubbi possono definirsi col giudizio del superiore, ma, parlandosi della Chiesa romana, dicesi: In romana vero ecclesia aliquid speciale constituitur, quia non potest recursus ad superiorem haberi – Cit. completa: Vale a dire, che questo rimedio del ricorso non corre per il Romano Pontefice, il quale non riconosce qui in terra Tribunale che sia superiore ad esso. Se dal Pontefice non v’è ricorso ad altro superiore, necessariamente egli deve ritenersi da tutti infallibile nelle sue definizioni. Lo stesso si dice nel concilio Romano sotto il Papa Simmaco: Papam esse summum pastorem, nullius, extra causam haeresis, iudicio subiectum (T. 2. concilior.) – Il Papa è il supermo pastore, nessuno può giudicarlo, e chi lo giudica o pretende che possa giudicarsi, questi diventa eretico.
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Inoltre nel concilio Costantinopolitano II, sotto Vigilio papa nell’anno 553, contro l’eresia di Origine ed i tre capitoli di Teodoro, Teodoreto ed Iba, si disse: Nos apostolorum sedem sequimur, et ipsius communicatores communicatores habemus etc. Nel concilio Costantinopolitano III, sotto Sant’Agatone dell’anno 680, avendo il Papa prescritto nella sua lettera al concilio quel che doveva tenersi per fede contro i monoteliti, la lettera fu ben ricevuta dai padri, quindi nell’azione 8 dissero: Et nos notionem accipientes suggestionis directae ab Agathone, et alterius suggestionis, quae facta est a subiacente ei concilio, sic sapimus et credimus: Per Agathonem Petrus loquebaturPietro ha parlato per bocca di Agatone. E nel Costantinopolitano IV, sotto Adriano II nell’anno 869, nella sessione 5 al canone 2, fu chiamato Nicolò Papa organo dello Spirito santo, onde poi dissero: Neque nos sane novam de illo iudicio sententiam ferimus, sed iam olim a ss. papa Nicolao pronunciatam, quam nequaquam possumus immutareil pronunciamento di Nicolò non può essere cambiato da nessuno. Ed i padri dopo la loro sottoscrizione al concilio soggiunsero queste notabili parole: Quoniam sicut praediximus, sequentes in omnibus apostolicam sedem, et observantes omnia eius constituta, separamus (s’intende della separazione di Fozio), ut in una communione, quam sedes apostolica praedicat, esse mereamur, in qua est integra et vera christianae religionis soliditas – Analoga dichiarazione la troviamo nella Pastor Aeternus, Concilio Vaticano I, Denz. 1833 quia in Sede Apostolica immaculata est semper catholica reservata religio, et sancta celebrata doctrina. Ab huius ergo fide et doctrina separari minime cupientes (.) speramus, ut in una communione, quam Sedes Apostolica praedicat, esse mereamur, in qua est integra et vera christianae religionis soliditas – … perché nella Sede Apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata pura e la dottrina santa tenuta in onore. Non volendo separarci affatto, perciò, da questa fede e dottrina, speriamo di essere nell’unica comunione che la Sede Apostolica predica, nella quale è la intera e vera solidità della religione cristiana.
Di più nel concilio Lugdunense II, sotto Gregorio X nell’anno 1274, col concorso di 500 vescovi si disse: Ipsa quoque romana ecclesia principatum super universam ecclesiam obtinet, quam se ab ipso Domino in b. Petro, cuius romanus pontifex est successor, cum potestatis plenitudine recepisse recognoscit. Et sicut prae ceteris tenetur fidei veritatem defendere, sic et, si quae de fide subortae fuerint quaestiones, suo debent iudicio definiri etc.
Se dunque dal Papa devono definirsi le questioni di fede, tutte le definizioni del Papa devono tenersi per dogmi di fede. No, dice monsignor Bossuet, parlando appunto di questo testo del concilio: la facoltà di Parigi anche definisce molte cose circa la fede, ma non perciò ella fa dogmi. Rispondiamo: la facoltà di Parigi definisce più cose: ma nessuno ha mai comandato che debba essere la facoltà di Parigi a definirle, come si disse invece del Papa: suo debent iudicio definiridal suo giudizio devono essere definite.
Altro è certamente il definirsi un punto da una facoltà, altro il definirsi un dogma dal Papa, di cui si sa che detiene il primato e principato sopra la Chiesa universale, e che ha l’obbligo di difendere le verità della fede. Se questi le definisce come primate e principe della Chiesa, la Chiesa è tenuta di stare a quel che egli definisce; tanto più che dallo stesso concilio si dichiarò in che consistesse la pienezza di podestà: Potestatis plenitudo consistit quod ecclesias ceteras ad sollicitudinis partem admittit…, sua tamen observata praerogativa, et tum in generalibus conciliis, tum in aliquibus aliis semper salva. E finalmente essendosi letta questa sentenza, fu dal concilio accettata colle seguenti parole: Supradescripta fidei veritate, prout plene lecta est et fideliter exposita, veram, sanctam, catholicam et orthodoxam fidem cognoscimus et acceptamus, et ore ac corde confitemur quod vere tenet, et fideliter docet, et praedicat s. romana ecclesia.
Se non vi fosse altra dichiarazione dei concilii che questa, io non so come possa negarsi l’infallibilità del papa e la di lui superiorità sopra i concilii. Di più nel concilio generale Viennese sotto Clemente V si stabilì che il dichiarare i dubbi di fede solamente spettava alla sede apostolica: Dubia fidei declarare, ad sedem dumtaxat apostolicam pertinere. Di più nel concilio di Costanza fu approvata la lettera di Martino V, ove si ordinava d’interrogare i sospetti di eresia: Utrum credant quod papa sit successor Petri, habens supremam auctoritatem in ecclesia Dei? La podestà suprema è quella, come ben dice il Bellarmino, a cui non vi è né maggiore né eguale. Di più nel concilio fiorentino nell’ultima sessione si disse: Definimus romanum pontificem in universum orbem habere primatum et successorem esse Petri, totiusque ecclesiae caput, et christianorum patrem ac doctorem existere, et ipsi in b. Petro regendi ecclesiam a D.N. Iesu Christo plenam potestatem traditam esse, quemadmodum etiam in gestis oecumenicorum conciliorum et in sacris canonibus continetur.
Se dunque è certo che il Papa è dottore di tutta la Chiesa, deve anche tenersi per certo che sia infallibile in tutte le sue definizioni di fede, affinché la Chiesa non resti dal medesimo suo maestro ingannata. Quindi scrisse il sinodo parigino di 85 vescovi al Papa Innocenzo X, nell’anno 1650, così: Maiores causas ad sedem apostolicam referre solemnis ecclesiae mos, quem fides Petri nunquam deficiens retineri pro suo iure postulat.
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Il Launoio ed altri che oppugnano la infallibilità del Papa distinguono la sede apostolica ossia romana, che intendono la Chiesa universale, dal sedente ch’è il sommo Pontefice, e dicono che la sede è infallibile, ma non il sedente. È ingegnosa la distinzione, ma non è vera; mentre è contraria al sentimento comune dei concilii, dei pontefici e dei padri, i quali per sede apostolica, ossia romana, intendono comunemente il romano pontefice. Nel concilio Niceno I (Can. 19 e 29) si disse: Omnes episcopi apostolicam appellant sedem. Nel concilio Sardicese (Can. 4 e 7) si disse: A synodo posse romanam sedem appellare etc. Nel concilio Viennese si disse: Dubia fidei declarare ad sedem apostolicam pertinere. Nel concilio Costantinopolitano II si disse: Nos apostolicam sedem sequimur… condemnatos ab ipsa condemnamus. Nel concilio Lugdunense II si disse: Ipsa quoque romana ecclesia principatum super universam ecclesiam obtinet. Anacleto papa (Can. sacrosancta 2 dist. 22) disse: Haec vero apostolica sedes, caput omnium ecclesiarum etc. Teodoreto nella sua epistola a Leone Papa: Ergo apostolicae vestrae sedis expecto sententiam. Gli stessi vescovi del sinodo Parigino scrissero ad Innocenzo X come di sopra riferimmo: Maiores causas ad sedem apostolicam referre solemnis ecclesiae mos, quem fides Petri nunquam deficiens retineri pro suo iure postulat. Dunque per sede s’intende il sedente.
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Si prova inoltre l’infallibilità del papa dalla tradizione apostolica, che ci viene attestata da’ santi padri. Sant’Ignazio martire (Ep. ad Trallens.) scrisse: Qui igitur iis, scil. romanis pontificibus, non obedit, atheus prorsus et impius est, et Christum contemnit, et constitutionem eius imminuit. Sant’Ireneo scrisse: Omnes a romana ecclesia necesse est, ut pendeant, tanquam a fonte et capite. E San Girolamo nella sua epistola a Damaso, chiedendo il di lui oracolo, se nella ss. Trinità dovessero ammettersi una o tre ipostasi, scrisse: A pastore praesidium ovis peto: cum successore piscatoris loquor etc. Super illam petram aedificatam ecclesiam scio… Non novi Vitalem, Meletium respuo, ignoro Paulinum: quicumque tecum non colligit, spargit. E poi conclude: Quamobrem obtestor beatitatem tuam, ut mihi in epistolis tuis tacendarum, sive dicendarum trium hypostaseon detur auctoritas. A pastore praesidium ovis flagito. Discerne, si placet, non timebo tres hypostases dicere, si iubebis.
San Gregorio nella sua epistola a’ vescovi di Francia scrisse che nelle questioni di gran momento ad nostram studeat perducere notionem, quatenus a nobis valeat congrua sine dubio sententia terminari. Sant’Atanasio (Ep. ad Felpap.) scrisse: Romanam ecclesiam semper conservare veram de Deo sententiam. E nella stessa epistola dice al pontefice: Tu profanarum haeresum, atque imperitorum, omniumque infestantium depositor princeps et doctor, caputque omnium orthodoxae doctrinae et immaculatae fidei existis. San Cipriano (Epist. 8. lib. 1) scrisse: Deus unus est, Christus unus est, et una ecclesia et cathedra una super Petrum. Domini voce fundata. Aliud constitui sacerdotium, novum fieri, praeter unum sacerdotium non potest. Quisquis alibi collegerit, spargit. Ed altrove lo stesso San Cipriano ( L. de uniteccl.): Qui cathedram Petri, supra quam fundata est ecclesia, deserit, in ecclesia se esse confidit? Ed altrove (Ep. ad Corn. pap.) parlando dei pontefici romani, scrisse: Ad quos perfidia habere non possit accessum. San Pier Grisologo (Ep. ad Eutychet. part. 1. conc. chalced.) esortando Eutichete ad ubbidire al Papa, gli dice: Quoniam b. Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem. Teodoreto (Ep. ad Leonpap.): Ego apostolicae vestrae sedis expecto sententiam, et obsecro V.S. ut mihi opem ferat iustum vestrum et rectum appellanti iudicium.
Sant’Agostino (L. 1. contra Iulianc. 5. ): Per papae rescriptum causa pelagianorum finita est. Ed altrove (In pscontpar.), disse: Numerate sacerdotes vel ab ipsa sede Petri: in ordine illo patrum quis cui successerit videte; ipsa est petra, quam non vincunt superbae inferorum portae – Cit. estesa: dice Sant’Agostino, quale è la vera chiesa di Gesù Cristo? Ritrovate quella ove si numerano i sacerdoti che per continua serie son succeduti nella sede di Pietro, e questa è la pietra, contro cui non possono prevalere le porte dell’inferno. Ed in altro luogo asserisce il santo dottore, che tal successione dei sacerdoti lo teneva in essa chiesa: Tenet me in ipsa ecclesia ab ipsa sede Petri usque ad praesentem episcopatum successio sacerdotum. Poiché in verità questo carattere della continua successione degli apostoli e poi dei loro discepoli è un carattere che non si trova che nella sola chiesa cattolica. San Bernardo afferma nel luogo citato di sopra (Epist190. ad Innoc. II): Istam infallibilitatis pontificiae praerogativam constantissima perpetuaque ss. patrum traditio commonstrat.
San Tommaso (Summa Th. II.II q11art. 2 ad 3): Postquam essent aliqua ecclesiae auctoritate determinata, haereticus esset, si quis repugnaret; quae quidem auctoritas principaliter residet in summo pontifice – Cit. estesa: Rispondiamo con S. Agostino: “Se uno difende senza animosità e senza ostinazione la propria opinione, sia pure falsa e perversa, e cerca con la dovuta sollecitudine la verità, pronto a seguirla quando la trova, non si può annoverare tra gli eretici“: perché non ha la determinazione di contraddire l’insegnamento della Chiesa. E in tal senso alcuni Santi Dottori furono in disaccordo, o su questioni che per la fede sono indifferenti; oppure su cose riguardanti la fede, ma che la Chiesa non aveva ancora determinato. Sarebbe invece un eretico chi si opponesse ostinatamente a una simile definizione, quando fossero state determinate dall’autorità della Chiesa universale. E questa autorità risiede principalmente nel Sommo Pontefice. Nei canoni infatti si legge: “Tutte le volte che si tratta della fede penso che tutti i vescovi nostri confratelli debbano ricorrere a nessun altro che a Pietro, cioè a chi detiene la sua autorità“. E contro l’autorità del Pontefice, né S. Agostino, né S. Girolamo, né altri Santi Dottori, osarono difendere la propria sentenza. Scrive infatti S. Girolamo: “Questa è la fede, o Beatissimo Padre, che abbiamo appreso nella Chiesa Cattolica. E se nella nostra formulazione abbiamo detto o posto qualche cosa di inesatto o di avventato, desideriamo di essere corretti da te, che possiedi la fede e la cattedra di Pietro. Ma se questa nostra confessione è approvata dal tuo giudizio apostolico, chiunque vorrà accusarmi dimostrerà di essere ignorante o malevolo; oppure non cattolico, ma eretico.
E già nella questione 1 articolo 10. aveva detto che nella Chiesa non avrebbe potuto esservi l’unità di fede, nisi quaestio fidei exorta determinetur per eum (cioè per il sommo pontefice) qui toti ecclesiae praeest. Lo stesso scrisse San Bonaventura (De sum. theolqu. 1. a. 3. §. 3): Papa non potest errare, suppositis duobus: primum, quod determinet quatenus papa: alterum, ut intendat facere dogma de fide. E lo stesso intese Giansenio nel suo libro proemiale capo 29. dove scrisse ch’egli seguiva la Chiesa romana, il successore di Pietro, soggiungendo queste parole: Super illam petram aedificatam ecclesiam scio; quicumque cum illo non colligit, spargit.
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Si prova di più dai sacri canoni. Nel Can. Sacrosancta 2. Dist. 22. disse Anacleto Papa: Haec vero apostolica sedes, cardo et caput omnium ecclesiarum a Domino, et non ab alio est constituta, et sicut cardine ostium regitur, sic huius s. sedis auctoritate omnes ecclesiae, Domino disponente, reguntur. Gelasio Papa, come si ha nel Can. Cuncta 18. caus. 9. qu. 3. , scrisse ai vescovi della Dardania: Cuncta per mundum novit ecclesia quoniam quorumlibet sententiis ligata pontificum, sedes b. Petri apostoli ius habeat resolvendi, utpote quae de omni ecclesia fas habeat iudicandi. Bonifacio VIII (Extravcommun. unam sanctam c. 1. de maior. et obed.) disse: Porro subesse romano pontifici omnem humanam creaturam declaramus, definimus, et pronuntiamus omnino esse de necessitate salutis. Quindi il dotto padre Berti (De theoldiscl. 17. c. 5) scrive: Quorundam sententia de appellatione a sententia pontificum ad concilia et de infallibilitate romanae et apostolicae sedis dependenter ab aliorum episcoporum approbatione, licet tanta animositate et argumentorum apparatu a nonnullis propugnetur, falsissima est.
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Gran cosa! Se alcun Papa ha espresso qualche parola ambigua dell’autorità dei concilii, ecco gli avversari, che interpretandola a loro piacere, la decantano come una proposizione sacrosanta. Tutto quello che poi hanno detto espressamente molti pontefici dell’autorità suprema ed infallibile del Papa non vale a niente, perché, come dicono, essi hanno difesa la causa propria. Ma lo stesso possiamo dire noi di quelli che hanno parlato dei i concilii e della loro superiorità, come pretendono i contrari. Provocazione: Dunque Gesù Cristo ha lasciato questo gran disordine nella sua Chiesa, che, se mai un concilio fa una decisione opposta a quella del Papa, noi non sappiamo a chi dobbiamo credere? Ma no che gli stessi concilii ben troppo espressamente hanno dichiarato, come abbiamo appreso prima, che la podestà del Papa è suprema ed infallibile, e ch’egli presiede non solo a tutte le chiese particolari, ma a tutta la Chiesa universale.
Ma veniamo alla ragione. È certo che nella Chiesa deve esservi un giudice delle controversie di fede, il quale sia infallibile; altrimenti, essendo diverse le opinioni degli uomini, anche nei dotti, resterebbero molti dogmi confusi ed incerti. A deciderli non bastano sempre le Scritture, perché spesso sopra il senso di quelle cadono le controversie. Tanto meno può bastare il senso privato difeso dagli eretici, perché questo è totalmente incerto ed inetto a regolare la fede; ed inoltre così diverso tra gli uomini, che, se mai egli fosse regola di fede, vi sarebbero al mondo tante fedi quante sono le teste degli uomini (vedi i protestanti). I concilii generali poi non possono sempre unirsi o per ragione delle guerre, o per il bisogno delle spese, o per la mancanza del luogo; almeno non possono unirsi così presto, quanto bisogna per estirpare le eresie, che subito infettano come la peste. Quindi se Dio non avesse disposto che le definizioni del Papa fossero infallibili, ma che per i soli concilii generali si determinassero le questioni di fede, non avrebbe a sufficienza provveduto al bene della Chiesa; poiché, attese le tante difficoltà considerate di congregare i concilii generali, sarebbe mancato per la maggior parte dei secoli nella Chiesa il giudice infallibile, che avesse posto pronto riparo agli scismi ed alle eresie che in ogni tempo possono nascere.
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Ma no che Gesù Cristo ha lasciato in terra il suo Vicario, ed a lui ha promesso la sua assistenza, acciocché sia giudice infallibile nei dubbi di fede, e così possa presto estirpare gli errori dei nemici della Chiesa. Ed infatti questa è stata la pratica perpetua che dai soli pontefici sono state condannate le eresie; e solamente allora si sono congregati i concilii dopo la definizione del Papa, quando vi è stato possibile tenerli, e si è conosciuto adeguato il convocarli per spegnere maggiormente il fuoco di qualche errore che camminava. Del resto nei primi secoli non si tenne alcun concilio generale, ma dai soli pontefici furono condannate più eresie; e quelli che dal Papa erano condannati, già da tutta la Chiesa erano ritenuti veri eretici. Così nei primi tre secoli furono condannati i nicolaiti, i marcioniti, i montanisti, i novaziani, i tertullianisti, gli origenisti ecc. Nel quarto secolo poi dai soli papi furono condannate le eresie di Gioviniano e di Priscilliano; e nel secolo quinto quelle di Pelagio e Vigilanzio; come anche appresso Leone IX condannò gli errori di Berengario; Eugenio III di Gilberto Porretano; e San Pio V ed Urbano VIII di Baio. Sant’Anacleto Papa sin dall’anno 101 nella sua Epist. ( Ep. Gemina adversepiscorientales.) ordinò: Quod si difficiliores ortae fuerint quaestiones, aut episcoporum, aut maiorum iudicia, aut maiores causae fuerint, ad sedem apostolicam reparantur, quoniam apostoli hoc statuerunt iussione Salvatoris. Fra le cause maggiori certamente le prime sono le cause di fede. Così anche San Giulio nell’anno 336 scrisse: Conciliorum convocandorum iura et maiores causas ad sedem apostolicam evangelicis et apostolicis institutis referri oportet. Id a sanctis apostolis et successoribus eorum, id a nicaena synodo definitum est. Di più Sant’Agostino (L. 4. contra duas epPelagc. 12), riprovando l’opinione che sia necessario sempre il concilio per condannare un’eresia, scrisse: Quasi nulla haeresis aliquando, nisi synodi congregatione damnata sit, cum potius rarissimae inveniantur, propter quas damnandas necessitas talis extiterit. Ed in altro luogo (Epist. 118), parlando delle decisioni del pontefice, scrisse: Eis repugnare insolentissima insania est. Ma soprattutto vale quel che si dice nel concilio Romano generale, celebrato sotto Adriano II nell’anno 869: Retro, olimque semper, cum haereses et scelera pullularent, noxias illas turbas et zizania apostolicae sedis romanae successores extirparunt. Dice il Du-Hamel col suo Pietro de Marca che le definizioni del Papa allora solamente si danno per infallibili quando sono di cose chiare. Oh il gran privilegio che questi autori danno al capo della Chiesa! Quando le cose per se medesime sono chiare o nella Scrittura o per la tradizione, ogni privato può affermare che sono di fede, e che erra chi le nega. Ma questa è la promessa fatta dal Salvatore a San Pietro ed ai suoi successori, di non errare in tutte le dichiarazioni che avrebbero fatto nelle cose di fede che erano dubbie ed oscure ai fedeli.
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Dunque, diranno, sono inutili i concilii generali? No signore, non sono inutili, i concilii giovano a più fini: giovano, acciocché i decreti siano ricevuti più volentieri dai popoli, essendo stati stabiliti di comune consiglio. Anche i monarchi sogliono talvolta convocare i parlamenti per alcuni affari, che potrebbero decidere da loro stessi. Giovano, acciocché i vescovi convocati siano meglio informati delle dottrine e ragioni dei decreti, e così possano meglio istruire i fedeli circa le verità dichiarate. Giovano per otturare la bocca dei mormoratori delle definizioni del Papa. Giovano ancora per far meglio esaminare alcuni punti non ancora definiti né abbastanza discussi; restando però sempre fermo che le definizioni dei concilii per avere autorità di fede hanno bisogno di essere corroborate colla conferma del Papa, ricevendo dalla sua approvazione tutta la loro forza, come fu dichiarato nella sessione XI dell’ultimo concilio Lateranese, ove si disse: Consueverunt antiquorum conciliorum patres, pro eorum quae in suis conciliis gesta fuerunt, corroboratione a romanis pontificibus subscriptionem. approbationemque humiliter petere et obtinere, prout ex nicaena, ephesina, chalcedonensi, sexta costantinopolitana, septima nicaena, romana sub Symmaco synodis habitis, eorumque gestis manifeste colligitur – Si aggiunse, circa la Sanzione [pragmatica di Bourges] ed il conciliabolo di Basilea: Del resto è noto che solo il romano pontefice regnante, in quanto ha una autorità superiore a tutti i concili, ha pieno diritto e potestà di convocare, trasferire, sciogliere i concili, come testimoniano chiaramente non solo la sacra Scrittura, le sentenze dei santi padri e degli altri pontefici romani nostri predecessori, i sacri canoni, ma anche le ammissioni degli stessi concili. Al che si uniforma quel che scrisse Pasquale II nell’epistola all’arcivescovo di Palermo, riferita dal Baronio nell’anno 402, cap. Significasti, extrav. de Elect., ove disse: Aiunt in conciliis statutum non inveniri quod romanae ecclesiam legem concilia ulla praefixerint, cum omnia concilia per romanae ecclesiae auctoritatem et facta sint, et robur acceperint, et in eorum statutis romani pontificis patenter excipiatur auctoritas.
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Ma se le eresie non si potevano condannare dai pontefici con decisione infallibile, e fosse stato necessario aspettare il concilio, non avrebbe potuto evitarsi il gran danno del progresso che frattanto avrebbe fatto l’errore, finché dal concilio non fosse stato condannato. In contro bisogna riflettere che per gli eretici, che non vogliono sottoporsi alle definizioni del Papa, i concilii riescono per lo più inutili, poiché non mancano loro pretesti di disprezzare anche le definizioni del concilio, come avvenne in tempo di Lutero, con dire o che il concilio non è stato libero, o non è stato legittimo, o che i decreti non si son fatti col dovuto esame, o non conclusi coi voti di tutti coloro che dovevano intervenirvi, o finalmente dicendo che gli atti del concilio sono stati corrotti. Vi è stato chi ha scritto che al concilio debbono concorrere non solo tutti i vescovi, ma tutti i parroci, sacerdoti e diaconi ed anche i secolari. Scrive un certo autore che segue tal opinione: Il Papa e i vescovi non sono che commessi e incaricati dal popolo. Le facoltà, i corpi ed i particolari stessi dovrebbero unirsi insieme per l’interesse comune. Cosa che è tutta opposta all’uso dei primi concilii della Chiesa ed a quel che insegnano i santi padri, come San Cipriano (Ep. ad Iubain.), Sant’Ilario (L. de synod.), Sant’Ambrogio (Ep. 31), San Girolamo (Ep. ad solitvit. agent.), i quali dicono che ai soli vescovi spetta dare il voto come giudici nel concilio. E lo stesso scrisse Teodoro Iuniore nella sua epistola al concilio Efesino, dicendo: Nefas est enim, qui ss. episcoporum cathalogo adscriptus non est illum ecclesiasticis negotiis se immiscere. Solamente ai cardinali è concesso dare il voto insieme coi vescovi ed anche agli abati e generali degli ordini regolari, per ragion della giurisdizione quasi episcopale che essi hanno, come scrive Benedetto XIV (De synodl. 8. c. 2. n. 5).
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Oltreché gli eretici pertinaci sempre diranno che il concilio non è stato universale e legittimo, per non esservi intervenuti, o per avervi ripugnato essi che si stimano quali la miglior parte della Chiesa. Ond’è che, tolta l’infallibilità al Papa, non vi è modo di convincere gli eretici. E perciò ben avvertì San Tommaso, come notammo di sopra, che l’unità della fede servari non posset, nisi quaestio fidei determinaretur per eum qui toti ecclesiae praeest, ut sic eius sententia a tota ecclesia firmiter teneatur (Summa Th. II.II quaest. 1. a 10) – Cit. estesa: Ma questo non si può osservare se, quando sorge una questione di fede, non viene determinata da chi presiede su tutta la Chiesa, in modo che la sua decisione sia accettata dalla Chiesa intera con fermo consenso. Perciò spetta alla sola autorità del Sommo Pontefice la promulgazione di un nuovo simbolo: come del resto ogni altra funzione che interessa tutta la Chiesa: adunare, p. es., il concilio generale e altre cose del genere. Ecco quanto intervenne nell’eresia di Lutero: Lutero prima appellò dal Papa male informato al Papa meglio informato; poi dal Papa al concilio futuro; poi dal concilio tridentino già fatto alla Sacra Scrittura; e finalmente dalla Scrittura allo spirito privato, viene a dire al suo cervello sconvolto, ed indi formò un libro, ove cercò di provare, Nihil opus esse conciliisnon è necessario alcun concilio; e giunse a chiamare anche il I concilio Niceno foenum et stramencome fieno e paglia.
Seguentemente Sant’Alfonso fornisce tutta una serie di spiegazioni circa presunti errori di fede o costume attribuiti ai papi del passato. Il tema è già stato affrontato in questo articolo DA SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI AL “VESCOVO DI ROMA” FRANCESCO [1].
Sant’Alfonso, quindi (aggiungiamo OVVIAMENTE), non ravvisa eresie su fede e costume e nella conduzione del gregge da parte dei papi, neanche in quelle situazioni che potrebbero sembrare controverse (e lui le spiega [1]), poiché eresia (in varie forme) può esserci solo in un anti-papa che, con il suo operato malvagio, guiderebbe il gregge verso il peccato mortale e la dannazione. Secondo Sant’Alfonso, addirittura è probabilmente  impossibile che il Papa cada in eresia “occulta”. Alfonso Maria de’ Liguori scrive, con riferimento a quanto detto dallo stesso Bellarmino: «Che poi alcuni pontefici sieno caduti in eresia, taluni han cercato di provarlo, ma non mai l’han provato, né mai lo proveranno; e noi chiaramente proveremo il contrario nel fine del cap X. Del resto, se Dio permettesse che un Papa fosse notoriamente eretico e contumace, egli cesserebbe d’essere Papa, e vacherebbe il pontificato. Ma se fosse eretico occulto, e non proponesse alla chiesa alcun falso dogma, allora niun danno alla Chiesa recherebbe; ma dobbiamo giustamente presumere, come dice il cardinal Bellarmino, che Iddio non mai permetterà che alcuno de’ pontefici romani, anche come uomo privato, diventi eretico né notorio né occulto»; l’ipotesi (sulla vacanza della sede) alla quale fa riferimento Sant’Alfonso è la seguente: San Roberto Bellarmino nel De Romano Pontifice (Cap. XXX): “La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere Papa e capo (della Chiesa), poiché a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione”.
San Pio X conferma questa ipotesi nel suo Catechismo Maggiore: 
109. La Chiesa perché è santa?
La Chiesa é santa perché sono santi Gesù Cristo suo capo invisibile, e lo Spirito che la vivifica; perché in lei sono santi la dottrina, il sacrificio e i sacramenti, e tutti son chiamati a santificarsi; e perché molti realmente furono santi, e sono e saranno.
115. La Chiesa docente può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
La Chiesa docente non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio: essa è infallibile, perchè, come promise Gesù Cristo, “lo Spirito di verità” * l’assiste continuamente. * Giov., XV, 26
116. Il Papa, da solo, può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
Il Papa, da solo, non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa, quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede e i costumi.
117. Può altra Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, essere la Chiesa di Gesù Cristo, o almeno parte di essa?
Nessuna Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, può essere la Chiesa di Gesù Cristo o parte di essa, perchè non può averne insieme con quella le singolari distintive qualità, una, santa, cattolica e apostolica; come difatti non le ha nessuna delle altre Chiese che si dicono cristiane.
122. Che significa ” comunione dei santi ” ?
Comunione dei santi significa che tutti i fedeli, formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso, ossia nella Chiesa universale, purché non ne siano impediti dall’affetto al peccato.
124. Chi è fuori della comunione dei santi?
E’ fuori della comunione dei santi chi é fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati.
125. Chi sono gl’infedeli?
Gl’infedeli sono i non battezzati che non credono in alcun modo nel Salvatore promesso, cioè nel Messia o Cristo, come gl’idolatri e i maomettani.
126. Chi sono gli ebrei?
Gli ebrei sono i non battezzati che professano la legge di Mosè e non credono che Gesù è il Messia o Cristo promesso.
127. Chi sono gli eretici?
Gli eretici sono i battezzati che si ostinano a non credere qualche verità rivelata dà Dio e insegnata dalla Chiesa, per esempio, i protestanti.
128. Chi sono gli apostati?
Gli apostati sono i battezzati che rinnegano, con atto esterno, la fede cattolica già professata.
129. Chi sono gli scismatici?
Gli scismatici sono i battezzati che ricusano ostinatamente di sottostare ai legittimi Pastori, e perciò sono separati dalla Chiesa, anche se non neghino alcuna verità di fede.
130. Chi sono gli scomunicati?
Gli scomunicati sono i battezzati esclusi per colpe gravissime dalla comunione della Chiesa, affinchè non pervertano gli altri e siano puniti e corretti con questo estremo rimedio.
131. E’ grave danno esser fuori della Chiesa?
Esser fuori della Chiesa è danno gravissimo, perchè fuori non si hanno nè i mezzi stabiliti nè la guida sicura alla salute eterna, la quale per l’uomo è l’unica cosa veramente necessaria.
132. Chi è fuori della Chiesa si salva?
Chi è fuori della Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto, non si salva; ma chi ci si trovi senza propria colpa e viva bene, può salvarsi con l’amor di carità, che unisce a Dio, e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all’anima di lei.
352. Come si adempie il primo comandamento?
Il primo comandamento si adempie coll’esercizio del culto interno ed esterno.
355. Non basta adorar Dio solo col cuore internamente?
No, non basta adorar Dio solo col cuore internamente, ma bisogna adorarlo anche esternamente, collo spirito insieme e col corpo, perché Egli è Creatore e Signore assoluto dell’uno e dell’altro.
356. Può stare il culto esterno, senza l’interno?
No, non può stare in verun modo il culto esterno senza l’interno, perché quello scompagnato da questo rimane privo di vita, di merito e di efficacia, come corpo senz’anima.
357. Che cosa ci proibisce il primo comandamento?
Il primo comandamento ci proibisce l’idolatria, la superstizione, il sacrilegio, l’eresia ed ogni altro peccato contro la religione.
363. Che cosa è l’eresia?
L’eresia è un errore colpevole dell’intelletto, per cui si nega con pertinacia qualche verità della fede.
Ricerca a cura di Carlo Di Pietro
Note:
[1] http://radiospada.org/2013/06/da-santalfonso-maria-de-liguori-al-vescovo-di-roma-francesco/
Approfondimenti dottrinali e pratici:
L’INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA E DEL PAPA: MAGISTERO UNIVERSALE E ORDINARIO
http://radiospada.org/2013/06/linfallibilita-della-chiesa-e-del-papa-magistero-universale-e-ordinario/
http://radiospada.org/2013/07/la-infalibilidad-de-la-iglesia-y-del-papa-magisterio-universal-y-ordinario/
SULL’INFALLIBILITÀ NELLA CANONIZZAZIONE
http://radiospada.org/2013/07/sullinfallibilita-nella-canonizzazione/
RILEGGERE SAN PIO X PER CAPIRE LA CRISI ATTUALE
http://radiospada.org/2013/06/rileggere-san-pio-x-per-capire-la-crisi-attuale/
BENEDETTO XVI: “RILEGGERE I DOCUMENTI DEL CONCILIO ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE”
http://radiospada.org/2013/07/bendetto-xvi-rileggere-i-documenti-del-concilio-alla-luce-della-tradizione/
STIRPE DI ABRAMO: UN ALTRO CATTOLICESIMO NEL POST-CONCILIO?
http://radiospada.org/2013/06/stirpe-di-abramo-un-altro-cattolicesimo-nel-post-concilio/
IL FALSO ECUMENISMO
http://radiospada.org/2013/06/il-falso-ecumenismo/
IL “PAPA EMERITO”, IL “VESCOVO DI ROMA” E IL GIUDAISMO
http://radiospada.org/2013/06/il-papa-emerito-il-vescovo-di-roma-e-il-giudaismo/
J. RATZINGER, L’EUCARISTIA E IL “RACCONTO DELL’ISTITUZIONE”
http://radiospada.org/2013/06/j-ratzinger-leucaristia-e-il-racconto-dellistituzione/
J. RATZINGER E IL PRIMATO DI PIETRO
http://radiospada.org/2013/07/j-ratzinger-e-il-primato-di-pietro/
IL “VESCOVO DI ROMA”, L’ISLAM E LE “ALTRE CHIESE”
http://radiospada.org/2013/07/il-vescovo-di-roma-lislam-e-le-altre-chiese/
J. RATZINGER: DAL BATTESIMO AL PRESERVATIVO, ATTRAVERSO LA CONFESSIONE
http://radiospada.org/2013/07/j-ratzinger-dalla-confessione-al-preservativo-attraverso-il-battesimo/
SUL PECCATO DI SCANDALO, «NON VERSARE SANGUE INNOCENTE»
http://radiospada.org/2013/07/sul-peccato-di-scandalo-non-versare-sangue-innocente/
GESÙ CRISTO IN ALCUNE FONTI STORICHE PAGANE ED EBRAICHE (PARTE 1)
http://radiospada.org/2013/07/gesu-cristo-in-alcune-fonti-storiche-pagane-ed-ebraiche-parte-1/
DEMONOLOGIA: LA SACRA SCRITTURA E IL DIAVOLO
http://radiospada.org/2013/07/demonologia-la-sacra-scrittura-e-il-diavolo/
SUL SESTO COMANDAMENTO, SULLE IMPURITÀ E SULLA SODOMIA
http://radiospada.org/2013/08/sul-sesto-comandamento-sulle-impurita-e-sulla-sodomia/

Fonte:

http://radiospada.org/

venerdì 2 agosto 2013

Islam: un promemoria da San Giovanni Bosco

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«Riguardo all’educazione della gioventù musulmana e cristiana, dobbiamo formare i nostri
giovani a pensare e parlare in modo rispettoso delle altre religioni e dei loro seguaci,
evitando di mettere in ridicolo o denigrare le loro convinzioni e pratiche…..Vi porgo, infine,
i miei migliori auguri e preghiere affinché le vostre vite possano glorificare l’Altissimo e
arrecare gioia a coloro che vi circondano. Buona festa a tutti voi!» (MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MUSULMANI NEL MONDO INTERO PER LA FINE DEL RAMADAN (‘ID AL-FITR), 10 Luglio 2013)
 
Qui di seguito riporto una pagina del trattato popolare sulla vera religione dal titolo «Il
Cattolico istruito nella sua religione: trattenimenti di un padre di famiglia co’ suoi figliuoli,
secondo i bisogni del tempo, epilogati dal Sacerdote Bosco Giovanni» (1853) per fare un pò
di chiarezza, alquanto necessaria in questi tempi……

Il dialogo citato è tra un padre di famiglia preoccupato per la salvezza dell’anima dei figli ed
il figlio maggiore che parla a nome di tutti gli altri fratelli:
Se vi piace, io vi parlerò delle altre cominciando dal Maomettismo.
F. Sì, sì, cominciate per dirci che cosa s’intenda per Maomettismo?
P. Per Maomettismo s’intende una raccolta di massime ricavate da varie
religioni, le quali praticate giungono a distruggere ogni principio di moralità.
F. Il Maomettismo da chi ebbe principio?
P. Il Maomettismo ebbe principio da Maometto.
F. Oh! di questo Maometto abbiamo tanto piacere di sentire a parlare: diteci lutto
quello che sapete di lui.
P. Troppo lungo sarebbe il riferirvi tutto quello che le storie raccontano di questo
famoso impostore: lo procurerò soltanto di farvi conoscere chi egli fosse, e come
abbia fondata la sua Religione.
Nacque Maometto da povera famiglia, di padre gentile e di madre ebrea, l’anno
570, nella Mecca, città dell’Arabia. poco distante dal Mar Rosso. Vago di gloria e
desideroso di migliorare la sua condizione andò vagando per più paesi, e riuscì a
farsi agente di una vedova mercantessa di Damasco, che poscia lo sposò. Egli era
così astuto che seppe approfittare delle sue infermità e della sua ignoranza per
fondare una religione. Patendo di epilessia, male caduco, affermava che quelle
sue frequenti cadute erano altrettanti rapimenti a tener colloquio coll’Angelo
Gabriele.
F. Che impostore, ingannar la gente in questa maniera! Avrà egli pure tentato di
operar miracoli in conferma della sua predicazione?
P. Maometto non poteva fare alcun miracolo in conferma della sua religione,
perchè non era mandato da Dio. Dio solo è autore dei miracoli. Siccome però
vantavasi superiore a Gesù Cristo, subito gli si chiese che al par di lui facesse
miracoli. Egli alteramente rispondeva che i miracoli erano stati
Con tutto ciò vantavasi di averne operato uno, e diceva che, essendo caduto un
pezzo della luna nella sua manica, egli aveva saputo racconciarla; in memoria di
questo ridicolo miracolo i Maomettani presero per divisa la mezza luna.
Voi ridete, o miei figli, e ben con ragione, perciocchè un uomo di simil fatta
doveva piuttosto considerarsi qual ciarlatano, non già predicatore di una nuova
religione. Appunto per questo si sparse la fama che egli era un impostore, e
come perturbatore della pubblica tranquillità, i suoi concittadini volevano
imprigionarlo e porlo a morte. Pel che egli prese la fuga, e ritirossi nella città di
Medina con alcuni libertini che l’aiutarono a rendersene padrone.
F. In che cosa propriamente consiste la religione di Maometto?
P. La religione di Maometto consiste in un mostruoso mescolamento di
giudaismo, di paganesimo e di cristianesimo. Il libro della legge Maomettana è
detto Alcorano, ossia libro per eccellenza. Questa religione dicesi anche Turca
perchè è molto diffusa nella Turchia; Musulmana da Musul, nome che i
Maomettani danno al direttore della preghiera; Islamismo, dal nome di alcuni
suoi riformatori; ma è sempre la medesima religione fondata da;Maometto.
F. Perchè Maometto fece quel mescolamento di varie religioni?
P. Perchè i popoli dell’Arabia essendo parte Giudei, parte Cristiani, ed altri
Pagani, egli, per indurli tutti a seguirlo, prese una parte della religione da loro
professata. e trascelse specialmente quei punti che possono maggiormente
favorire i piaceri sensuali.
F. Bisognava proprio che Maometto fosse un uomo dotto?
P. Niente affatto, sapeva nemmeno scrivere; e per comporre il suo Alcorano fu
aiutato da un Ebreo e da un monaco apostata. Parlando di cose contenute nella
Storia Sacra confonde un fatto coll’altro; per esempio, attribuisce a Maria, sorella
di Mosè, più fatti che riguardano Maria, madre di Gesù Cristo, con moltissimi
altri spropositi.
F. Questa mi par bella: se Maometto era ignorante, nè fece alcun miracolo, come
potè propagare la sua religione.
P. Maometto propagò la sua religione, non con miracoli o colla persuasione delle
parole, bensì colla forza delle armi. Religione che, favorendo ogni sorta di
libertinaggio, in breve tempo fece diventar Maometto capo di una formidabile
truppa di briganti. Insieme con costoro scorreva i paesi dell’Oriente
guadagnandosi i popoli, non coll’insinuare la verità, non con miracoli o con
profezie; ma per unico argomento egli innalzava la spada sul capo dei vinti
gridando: o credere o morire.
F. Canaglia, sono questi gli argomenti da usarsi per convertire la gente? Senza
dubbio, essendo Maometto tanto ignorante, avrà disseminato nell’Alcorano molti
errori?
P. L’Alcorano si può dire una serie di errori i più madornali contro la
morale e contro il culto del vero Dio. Per esempio, scusa dal peccato chi
nega Dio per timore della morte; permette la vendetta; assicura a’ suoi
seguaci un paradiso, ma pieno di soli piaceri terreni. Insomma la dottrina di
questo falso profeta permette cose tanto oscene, che l’ animo cristiano ha
orrore di nominare.
F. Che differenza passa tra la Chiesa Cristiana e la Maomettana?
P. La differenza è grandissima. Maometto fondò la sua religione colla violenza e
colle armi: Gesù Cristo fondò la sua Chiesa con parole di pace, servendosi de’
poveri suoi discepoli.
a cura di Alessandro Pini
 
 
Fonte:
 

Francescani dell’Immacolata: il vino e le botti

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In questi giorni il web è inondato da lunghi sproloqui sui Francescani dell’Immacolata e sul fatto che è stato loro proibito (in una certa misura) di celebrare secondo il rito “tridentino”. Il fatto è noto, passo al commento.
Diceva Nostro Signore che non si può mettere il vino nuovo nelle otri vecchie, altrimenti le otri si romperanno ed il vino andrà disperso. Questo è il caso. Il vino è la Tradizione cattolica, il Messale romano, il Santo sacrificio della messa. Le otri vecchie sono le false riforme e la gerarchia modernista e vaticanosecondista. Le due cose non possono stare insieme. C’è chi lo aveva già capito, ci sono altri che (mi auguro) lo stanno capendo a seguito di questo evento e ci sono altri (purtroppo) che non lo capiranno mai.
Sta anche scritto che il malvagio odia la parola che ammonisce. La parola che ammonisce è la Tradizione cattolica, il Messale romano, il Santo sacrificio della messa, che in ogni sil-la-ba svelano e denunciano la falsità e la acattolicità di quanto sostenuto e messo in pratica dai modernisti.
E sta anche scritto che non si può servire a due padroni.

Pierfrancesco Palmisano
 
 
Fonte:
 

giovedì 1 agosto 2013

San Giovanni Bosco: "Cosicché si possono chiamare inviati non da Dio, ma da Satana a predicare e diffondere l'empietà fra gli uomini".

http://www.ilcirotano.it/wp-content/uploads/2013/01/Don-Giovanni-Bosco.jpg
 
 San Giovanni Bosco
 
3. - Le Chiese degli eretici non hanno i caratteri della divinità.
 
D. Le Chiese dei Valdesi e dei Protestanti non possono avere i caratteri della vera Chiesa?
R. Le Chiese dei Valdesi, dei Protestanti e di tutti gli altri eretici non possono avere i caratteri della vera Chiesa.
 
1. Non sono Une, perché non hanno la medesima fede, né la medesima dottrina, né uno stesso Capo. Anzi è difficile trovar due ministri di una medesima setta eretica, i quali vadano d'accordo sopra tutti i punti principali di lor credenza. Ne vengono continue divisioni in cose di primaria importanza. La sola Chiesa protestante, non molto dopo la sua fondazione, era già divisa in più di duecento sètte. In esse alcuni ammettono la Messa, ed altri la disprezzano; alcuni credono a sette Sacramenti, altri non ne ammettono che cinque, o tre, o due, o nessuno. Dove dunque, in mezzo a tante e, sì enormi contraddizioni, si può avere unità di fede?
 
2. Non sono Sante, perché rigettano tutti o in parte i sette Sacramenti, da cui solo deriva la vera santità; e professano più cose contrarie al Vangelo, ripugnanti a Dio medesimo. Fra tutti gli eretici, gli increduli e gli apostati, non si può citarne nessuno che sia stato santo, nessuno che abbia fatto pur un solo miracolo. Che anzi i principali autori delle sètte si deturparono con vizi e delitti. Calvino e Lutero asserivano fin dai loro tempi che i cattolici erano assai migliori dei riformati. Ed Erasmo, benché favorevole al Protestantesimo, ebbe a dire che tutti gli uomini illustri della Riforma, ben lungi dal far miracoli, non han potuto guarire nemmeno un cavallo zoppo.
 
3. Non sono Cattoliche, perché sono ristrette in alcuni luoghi, e in questi luoghi medesimi cambiano la loro dottrina a seconda dei tempi. Neppure sono cattoliche riguardo al tempo, giacché non contano che pochi secoli d'esistenza. Prima di Fozio non si conosceva lo Scisma Greco; prima di Lutero e Calvino non si sapeva che fosse Protestantesimo o Riforma, Luteranismo o Calvinismo; prima di Pietro Valdo niuno mai nominò i Valdesi; prima di Enrico VIII non si era mai parlato di Anglicanismo. In generale tutte le eresie cominciarono ad essere nominate o ad esistere all'epoca dei loro fondatori; niuna si estende fino a Gesù Cristo.
4. Non sono Apostoliche, perché non professano, anzi rigettano molte cose dagli Apostoli credute e insegnate. Niuna delle società eretiche può risalire colla serie de' suoi membri fino agli Apostoli. Finalmente esse non sono unite al Romano Pontefice, che è successore di S. Pietro, Capo e Principe degli Apostoli.
D. Non c'è diversità tra la dottrina della Chiesa Cattolica d'oggidì e la dottrina di Gesù Cristo, che gli Apostoli predicarono?
R. No; non c'è alcuna diversità. Chiunque abbia letto, studiato e confrontato fra loro queste dottrine, non può non restare convinto che le verità predicate da Gesù Cristo e dagli Apostoli sono quelle stesse che si predicarono in tutti i tempi e si predicano anche presentemente nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.
D. Quale conseguenza si deduce da quanto qui si è esposto?
R. Per noi cattolici se ne ricavano consolantissime conseguenze. La Chiesa Cattolica ha sempre condannato ogni cosa contraria al Vangelo, di mano in mano che si palesava fra i cristiani, e ha sempre difesa e professata la medesima dottrina; né vi fu pure un sol Papa che richiamasse in vita una massima condannata da un suo antecessore, o mettesse in dubbio una verità prima di lui proclamata. Ora la condanna costante dell'errore e la proclamazione delle stesse verità, dal Pontefice oggi regnante fino a Gesù Cristo, ci dà, per così dire, nelle mani il santo Vangelo puro ed intiero come Gesù Cristo medesimo lo ha insegnato e come gli Apostoli lo hanno predicato per tutta la terra.

D. Fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana si può avere salute?
R. No: Chi per propria colpa si trova fuori di questa Chiesa non può salvarsi. Nella stessa maniera che quelli i quali non furono nell'Arca di Noè, dice S. Girolamo, perirono nel diluvio, così perisce inevitabilmente colui che si ostina a vivere e morire separato dalla Chiesa Cattolica Apostolica, Romana, unica Chiesa di Gesù Cristo, sola conservatrice della vera Religione.

http://www.unavox.it/NuoveImmagini/Frutti_Concilio/Nuovi_Preti/Calendario_interreligioso_2013/Vignetta_italiano.jpg

4. - La Chiesa degli eretici, non è la Chiesa di Gesù Cristo.
 
D. Non può darsi che gli Ebrei, i Maomettani, i Valdesi, i Protestanti (cioè i Calvinisti e i Luterani), e simili, quantunque non siano nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, tuttavia abbiano la vera Religione?
R. Tutti costoro non hanno la vera Religione, perché non la ricevono dalla Chiesa Cattolica, sola vera Chiesa di Gesù Cristo, unica depositaria della verità e legittima interprete della dottrina del suo divin Maestro.
 
D. Qual è il più grande errore degli Ebrei?
R. Il più grande errore degli Ebrei è questo, che essi, aspettando ancora la venuta del Messia, non credono a Gesù Cristo, né al suo santo angelo.
 
D. Che cosa devono fare gli Ebrei per potersi salvare?
R. Gli Ebrei per potersi salvare debbono riconoscere Gesù Cristo per Messia, ricevere il santo Battesimo, e osservare i Comandamenti di Dio e della Chiesa.
 
D. Chi fu il capo del1a Religione maomettana?
R. Maometto, il quale disseminò i suoi errori sul principio del secolo settimo dell'èra cristiana. La sua religione è un miscuglio di Ebraismo, di Cristianesimo, e di Paganesimo con aggiunte, variazioni e favole, che in pratica giungono a distruggere ogni principio di sana morale.
 
D. Chi fu l'autore dello Scisma Greco?
R. I Greci scismatici riconoscono per autore del loro scisma Fozio, famoso patriarca di Costantinopoli, che nel secolo IX si ribellò al Romano Pontefice.
 
D. Chi fu il capo dei Valdesi, i quali in gran numero vivono nella valle di Luserna vicino a Pinerolo?
R. Il capo dei Valdesi fu Pietro Valdo, negoziante di Lione. Egli cominciò a propagare l'erronea sua dottrina verso la metà del secolo XIII.
 
D. È vero che la dottrina dei Valdesi è stata sempre la stessa dal tempo degli Apostoli fino a noi?
R. È falsissimo per ogni verso. Prima di Pietro Valdo non si parlò mai di questa dottrina; e dopo di lui i suoi seguaci la modificarono ancora, adottando gli errori di Viclefo e di Hus. Nel secolo decimo sesto poi essa degenerò in Calvinismo; e ai nostri giorni i così detti Valdesi sono veri Protestanti, per quanto si chiamino Evangelici.
 
D. Chi sono i capi dei Protestanti?
R. I capi dei Protestanti sono Lutero e Calvino, vissuti alla metà del secolo decimosesto: Lutero, frate che uscì dal convento, commise i più gravi disordini, fra cui quello di sposare una monaca legata dai voti, essendo egli pure legato da voti solenni e perpetui. Calvino, chierico simoniaco, fu condannato a grave pena per un delitto ignominioso.
 
D. Questi uomini, Maometto, Fozio, Pietro Valdo, Lutero e Calvino, diedero qualche prova di esser mandati da Dio?
R. Costoro non erano uomini mandati da Dio: non fecero alcun miracolo, né in loro si avverò alcuna profezia. Propagarono i loro errori e le loro superstizioni colla violenza e col libertinaggio. La loro religione scioglie il freno a tutti i vizi, apre la strada a tutti i disordini. Cosicché si possono chiamare inviati non da Dio, ma da Satana a predicare e diffondere l'empietà fra gli uomini.
 
D. Dunque costoro non sono nella Chiesa di Gesù Cristo?
R. Costoro, non avendo per capo Gesù Cristo, non possono appartenere alla sua Chiesa; ma, come insegna S. Girolamo, appartengono alla sinagoga dell'Anticristo, cioè ad una Chiesa opposta a quella di Gesù Cristo.


Tratto da "Il giovane provveduto"

Sul sesto comandamento, sulle impurità e sulla sodomia

Sul sesto comandamento, sulle impurità e sulla sodomia


Il sesto comandamento “non commettere atti impuri” o “non fornicare” (Catechismo Maggiore, San Pio X, III, Dei com. e di Dio) ci proibisce ogni impurità, per cui ci vieta le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, gli spettacoli, le trasmissioni tv, i siti internet, ecc … immorali; ci vieta anche l’infedeltà nel matrimonio.  Mentre il quinto comandamento, “non uccidere”, mira a conservare l’individuo nella sua integrità fisica, il sesto comandamento, “non commettere atti impuri”, mira all’integrità del buon costume, della moralità e punta alla conservazione della specie umana.
É un gran peccato l’impurità? “È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.” (ibid.)
Non vorrei scrivere del “sesto comandamento” poiché affronta una serie di argomenti così diabolici e sporchi – il Maccono li definisce “di pece” - che si corre il rischio di “imbrattarsi” nell’atto stesso del trattarli, anche se lo si fa per allontanarli da sé e dal prossimo; al fine di conoscere il necessario (che deve sapersi dal buon cattolico) per evitare i mali che possono derivare da uno stato di ignoranza colpevole, ed affinché non ci macchiamo, sia io che voi, nel mentre che ne parleremo è conveniente pregare Dio perché ci aiuti a rimanere saldi; ricordiamo anche le seguenti avvertenze:
I.             Il peccato non lo si ha (non si manifesta) nel conoscere il male, ma nel volerlo, nel desiderarlo o nel compiacersene; ovverosia il peccato non lo ritroviamo propriamente nell’intelletto, ma nella volontà (adesione all’errore). Dio, per esempio, conosce tutto e non pecca, difatti è santissimo e Dio deplora il peccato; 
II.           Il godere di conoscere una cosa cattiva non è peccato, invece è peccato “beneficiare” della cosa cattiva. Quindi non è peccato il conoscere certi misteri della vita, e neppure è peccato il godere nel saperli, ma sarebbe peccato il godere di certe cose di cui ora parleremo
III.          Non è peccato il sentire tentazioni, sensazioni cattive, avere in mente brutte immaginazioni. Queste sono le normali forme di opera del maligno su di noi che si manifestano nella tentazione, mentre quanto costa alle brutte e persistenti immaginazioni, sarebbe preferibile parlare di manifestazioni straordinarie del maligno sotto forma di ossessioni. E’ peccato, però, acconsentirvi, compiacersene, goderne. Il peccato non consiste quindi nel sentire, ma nell’acconsentire; è sempre la libera accettazione dell’errore che ci fa peccare.
OBBIEZIONE — Si potrebbe obiettare dicendo che se non è peccato il sapere, allora posso interrogare qualunque persona, leggere qualunque libro, vedere qualunque figura, visitare qualsiasi sito internet o visionare anche film pornografici.
RISPOSTA“O tu hai bisogno di sapere, di vedere tali cose, oppure no” spiega categoricamente il Maccono:
1° Se non hai bisogno di sapere un qualcosa, non puoi (è vietato), perché la conoscenza di certe cose porta facilmente a godere non solo della conoscenza, ma della cosa stessa, quindi il voler conoscere certe cose, senza necessità, è un esporsi al pericolo prossimo di peccare, il che non è lecito, anzi è già peccato;
2° Se il bisogno di sapere un qualcosa è necessario e non artificioso, allora potrai interrogare questa o quell’altra persona seria, prudente, timorata di Dio; leggere questo o quell’altro libro; ma con tutto riguardo per non peccare, come chi è costretto a maneggiare veleni, lo fa con riguardo per non averne danno;
3° Quindi, posto il bisogno vero, e non una morbosa curiosità, sii prudente nel scegliere chi devi interrogare e, nelle stesse interrogazioni, sii prudente nel consigliarti, per esempio nella scelta dei libri e nella lettura. Poi pensa che Dio ti vede, e non oltrepassare il limite del pudore naturale che Dio pose in noi, quasi come una invisibile barriera al male a cui ci spingono le passioni. Rispetta sempre te stesso, abbi orrore e sdegno di ogni bruttura e abominio, e non lasciarti mai andare a cose di cui debba poi vergognarti. — Da ultimo prega sempre Dio che ti tenga la sua Santa Mano sul capo e non ti lasci cadere.
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Quando si studiano certe cose per bisogno, così come stiamo facendo adesso, e si adoperano le debite precauzioni, Dio volge la Sua Santa Mano in maniera particolare inviando la Sua Grazia affinché l’uomo non pecchi; se invece si cerca di sapere per vana curiosità, Dio abbandona l’uomo a se stesso, e l’uomo, abbandonato a sé, cade nel fango.
Dio ha posto nell’uomo delle forze e tendenze ordinate, alcune alla conservazione dell’individuo, altre alla conservazione della specie; stiamo parlando della percezione e della coscienza che ogni uomo ha della legge naturale; sono ordinati alla conservazione di se stessi, per esempio, gli stimoli del mangiare e bere, del ripararsi dal caldo o dal freddo, ecc… ; tutti questi stimoli è lecito e anche doveroso soddisfare ma sempre regolandoli secondo la ragione e la fede; chi trasmoda, come per esempio l’ubriacone, l’ingordo, ecc…, pecca contro la virtù della temperanza.
Vi sono in noi altre tendenze, ordinate alla conservazione della specie, alle quali non è lecito soddisfare, per volere di Dio, se non secondo l’ordine e il fine da Lui stabilito, che è, per esempio, il matrimonio debitamente contratto. Chi le asseconda in altri modi, pecca contro la virtù della castità. Quindi, se con cattiva compiacenza si fanno, si dicono, si guardano, si leggono cose impure o si seguono artisti e attori con canzoni, opere e dialoghi licenziosi, o si veste in modo indecente, si pecca contro questo comandamento.
Queste brevi nozioni sono essenziali da sapere per gli adulti, mentre per i bambini basta insegnare che il sesto comandamento proibisce:
…le azioni fatte da solo o in compagnia di altri. Se fatte con parenti o persone religiose o legate dal voto di castità, o coniugate, hanno speciale malizia, che va manifestata in confessione;
…le parole, dette o ascoltate con cattiva compiacenza e ogni discorso licenzioso. Sentendo un qualcuno dire parole che non vanno bene, che urtano, correggetelo; se è più grande di voi, e avvisato farebbe peggio, allontanatevi; se non potete, astenetevi non solo dal prender parte o sorridere ma, con un contegno composto e serio, dimostrate la vostra disapprovazione.
San Bernardino da Siena a un suo compagno, che incominciò un discorso licenzioso, appioppò un sonoro schiaffo dicendo: “A un sì libero parlare conviene un sì libero agire”.
San Luigi Gonzaga a un vecchio, che divertiva la brigata con discorsi liberi, disse: “Non si vergogna lei, alla sua età, di parlare in tal modo?” … e lo costrinse a tacere.
Ecco un bel proverbio italiano oggi dimenticato: “Chi vuol salvo l’onore, sdegno in fronte e fuoco in cuore”;
…gli sguardi immodesti, non necessari, e tanto più se su di altri;
…i libri, cioè, è proibita la lettura di libri, giornali, periodici, programmi TV, reality show, siti internet, ecc. che contengono cose immorali e la cui lettura o visione eccita le più ignobili passioni dell’uomo, trascinandolo al male. Quanti giovani hanno perduto prima l’innocenza e poi la fede per una lettura immorale, per un videogioco violento, per un reality pornografico? Quante fanciulle si sono rovinate per sempre addirittura per la lettura di un romanzo erotico?
…le immagini o statue oscene. Attenti quindi non solo alle TV, a internet, a certi sconci di réclame, ma anche nel visitare gallerie o musei d’arte, e certe esposizioni moderne, così brutte ed oscene; già la sola bruttezza spacciata per arte potrebbe essere una oscenità, ma v’è di più ed è la pornografia oggi definita “artistica”. Chi poi per ragione di studi deve consultare certi libri, studiare certe opere, ecc., ritenga quanto abbiamo detto più sopra, ovverosia lo si faccia con garbo e senza mai lasciarsi coinvolgere, senza desiderare di peccare;
gli spettacoli immorali, cioè, i teatri, i cinema, i concerti e ogni altro ritrovo in cui le rappresentazioni o la musica, o tutt’ insieme queste cose, concorrono a risvegliare nel cuore i più bassi istinti delle più volgari passioni che poi, alla lunga, ci rendono pari agli animali.
cacciata
GRAVITA’ DEI PECCATI IMPURI
Sono gravissimi  i peccati contro la castità e sono quasi sempre mortali.
L’impudicizia non si deve neppure nominare tra voi, come si conviene a santi; né oscenità, né sciocchi discorsi o buffonerie, che sono cose indecenti” (Ef., 5,3); “Nessun disonesto avrà parte dell’eredità del regno di Cristo e di Dio (Ef., 5,5); Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio (1Cor. 6,9-19)
Secondo la Legge Divina, quindi non alterabile neanche dalla Chiesa stessa, l’impurità è un disordine, come ogni altro peccato, perché è contro la legge di Dio, e fa sì che l’uomo assoggetti l’anima al corpo, alla carne; ma disordine terribile, perché con facilità induce ad altri peccati e genera gravi scandali (come abbiamo appreso dal precedente studio lo scandalo grave è un peccato peggiore dell’omicidio [1]).
L’impurità produce un cumulo di rovine:
а) rovina del corpo, che infiacchisce e uccide: quante vite miete questo vizio infame! Quanto è vero il proverbio italiano che chi vive carnalmente, non può vivere lungamente, senza mai dimenticarci anche dei castighi che Dio invia direttamente o che ne acconsente il verificarsi a scopo propedeutico o propriamente per punire;
b) rovina della mente, che ottunde, specialmente per il senso morale;
c) rovina del cuore, che indurisce;
d) rovina della fede, che estingue. Quanti non credono, non perché abbiano scoperto contraddizione tra la scienza e la fede, ma perché sono accecati da questa obbrobriosa passione. Francesco Coppée, membro dell’istituto di Francia, nella sua gentil opera Saper soffrire, dove racconta le vicende della sua conversione, confessa candidamente che la prima causa della sua incredulità furono i peccati contro la bella virtù. “Fui educato cristianamente, egli scrive, e dopo la mia prima Comunione compii per parecchi anni, e col più ingenuo fervore. Quello che me ne staccò, furono lo dico schietto, la crisi dell’adolescenza e la vergogna di dovermi confessare di certe cose”“Molti uomini converranno, se pur sono sinceri, che la regola severa imposta dalla religione ai sensi, fu quella che principiò ad allontanarli da essa; più tardi, solo più tardi, andarono a cercare nella ragione e nella scienza argomenti metafisici, che dispensassero da questa regola. Per me almeno le cose andarono cosi. Fatto il primo passo falso, e continuando per lo stesso cammino, non mancai di leggere libri, udire discorsi e osservare esempi, che sembravano destinati espressamente a convincermi che per l’uomo nulla è più legittimo che l’obbedire agli impulsi del proprio orgoglio e della propria sensualità. M’invase allora l’indifferenza d’ogni preoccupazione religiosa”.
e) rovina dell’anima, che rende schiava della passione e manda all’inferno (per maggiori nozioni sull’inferno leggere la nota 2);
f) rovina dell’onore, che fa perdere;
g) rovina spesso delle famiglie, che getta nel disonore e nella miseria;
h) rovina della vita e della natura, che fa accendere “ … a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento … E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa …” (Rm. 1, 26-32);
g) Castighi. Oltre le rovine sopraccennate ricordiamo che la Scrittura ci dice come Dio mandò il diluvio universale per questo peccato (noi sappiamo che il diluvio fu un reale accadimento, un vero castigo, non una metafora o una casualità come insegnano gli scandalosi modernisti); così mandò il fuoco sopra Sodoma e Gomorra (idem come prima); e così molte altre pubbliche e private calamità… E ricordiamo che castigo dell’impurità è pure la disperazione e l’impenitenza finale che conduce inesorabilmente all’eterna dannazione. Badate di non errare: né i fornicatori… né gli effeminati avranno la eredità del regno di Dio (1Cor. 6, 9-10).
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Secondo la Fede Cattolica e quindi anche secondo la tomistica, per esempio, il peggior peccato di impudicizia è il sesso impuro contro natura o sodomia.
MAXIMUM PECCATUM INTER SPECIES LUXURIAE, ovvero il peccato più grande – grave – tra le specie della lussuria, dove per lussuria, si intende uno dei sette vizi capitali consistente nella brama disordinata del piacere sessuale. Il gravissimo peccato che ne consegue, ostativo per l’accesso al Regno dei cieli, contrasta con il finalismo della natura che, come previsto da Dio, subordina il piacere derivante da atti sessuali solo ed esclusivamente alla legge dell’amore fecondo, lecito unicamente nel contesto della sfera coniugale. (Dizionario del Cristianesimo, E. Zoffoli, Sinopsis, 1992)
Molte immoralità e comportamenti disordinati che provocano anche la collera e i castighi di Dio vengono insinuati già da giovanissimi nella mente dei bimbi, spesso per colpa degli adulti iniqui, da qui la necessità di educare fin da subito i giovani di oggi che diventeranno gli uomini di domani.
Vi è difficoltà speciale nel parlare di questo comandamento e del nono ai piccoli, perché bisogna essere riguardosi per non insegnare il male e non scandalizzarli, quindi qualche catechista tralascia addirittura di parlarne (per catechista intendiamo il vero catechista cattolico, non l’odierno educatore sempre più spesso indecentemente impreparato se non addirittura complice del re della menzogna); il che non è bene, perché il fanciullo ne sente parlare per le vie, per le piazze, e forse anche in casa, e vede atti e figure che turbano il suo cuore. Inoltre la natura stessa depravata lo porta ad atti che intravede non essere buoni, ma di cui non comprende ancora la gravità. Poi, disgraziatamente, ne prende l’abitudine e vi si abbandona con rovina dell’anima e del corpo stesso, e con molta difficoltà ad emendarsi. Parliamogli in senso buono e santo, per premunirlo contro il male, di ciò che sente parlare in modo spudorato e peccaminoso nel mondo. E quando dovrete fare una di codeste lezioni, non solo farete una preparazione prossima più accurata, ma studierete i termini e le frasi da usarsi, e farete cosa ottima a scriverveli, e pregherete il vostro Angelo Custode affinché vi aiuti e non permetta che vi sfugga alcuna parola che possa offuscare il candore delle anime durante la lezione.
Potrete introdurvi così - Dio è nostro Creatore e Padre, e noi dobbiamo fare ciò che Egli comanda. Ora Egli vuole che noi andiamo vestiti. Le vesti servono a ripararci dal freddo e dal caldo, ma certe parti del corpo come le mani, la faccia, le teniamo scoperte. Certe altre parti invece Dio vuole che si tengano coperte e non si guardino e non si tocchino senza necessità. Il fanciullo che si regola in questo modo, si dice che è modesto e puro, e piace a Dio; chi invece non obbedisse a Dio in questo, e si mostrasse scoperto e si lasciasse vedere o toccare da altri, mancherebbe contro questo comandamento e farebbe peccato. Fa pure peccato chi guarda altre persone scoperte o le tocca; chi guarda volontariamente libri, riviste, programmi TV o siti internet indecenti, ecc.; chi ascolta volontariamente o fa discorsi brutti; chi legge cose cattive, le legge o le pensa o le desidera… Ben inteso, parlerete sempre con serietà e santità di linguaggio.
pio-fatim
BELLEZZA ED ECCELLENZA DELLA CASTITÀ
Agli allievi ed alle allieve, più che della bruttezza del vizio, conviene parlare della bellezza della virtù, la quale è tanto bella che viene chiamata la virtù bella per eccellenza; ed è in realtà tanto bella che il solo parlarne invoglia gli animi buoni a conservarla, o se perduta, a ricuperarla.
La castità è quella virtù morale che inclina l’uomo ad astenersi dai piaceri illeciti della carne:
E’ obbligatoria. “La volontà di Dio è che voi siate santi… che sappia ciascuno di voi custodire il proprio corpo in santità e onestà, non nelle passioni della concupiscenza” (Tess. 4, 3);
Ci santifica, perché chi è veramente, piamente, costantemente puro nei pensieri, negli affetti, nelle parole e negli atti, in breve acquista tutte le altre virtù. “Ella è come la madre delle virtù”, dice Sant’Ambrogio. Al contrario senza lei, tutte le altre virtù non piacciono a Dio e facilmente si perdono. “Senza la castità ogni altra virtù vien meno”, afferma San Girolamo;
Ci angelizza. L’uomo casto differisce dall’angelo per la felicità, non per la virtù, e la castità dell’uno è naturale, nell’altro frutto di vittoria;
Ci fa veder Dio. “Beati quelli che hanno il cuor puro, perché questi vedranno Dio” (Mt. 5, 8) – in terra per la fede, senza le tante difficoltà che altri hanno ad ammettere i misteri; – in cielo per la visione beatifica;
Ci fa amici di Dio. “Chi ama la mondezza del cuore, per la grazia del suo parlare, avrà per amico il Re del cielo” (Prov. 22, 11).
Ci avvicina a Dio. “La purezza fa che uno si avvicina a Dio” (Sap. 6, 20).
Il sesto comandamento ci ordina di essere “santi nel corpo”, portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, come opere di Dio e tempi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.
…santi nel corpo, ecc. Il nostro corpo è opera di Dio, è il suo capolavoro. Ora, non si trattano con rispetto i capolavori dei grandi uomini? — Non si maledice, non si castiga chi li guasta, li deturpa? E Dio non castigherà chi profana l’opera sua in sè stesso o nel corpo altrui?
Noi per il Battesimo siamo stati santificati, siamo diventati membri di Gesù Cristo e templi dello Spirito Santo. Ecco quel che dice San Paolo: “Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Gesù Cristo?… e che non siete di voi stessi?… Glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1Cor. 6, 15). “Non sapete che le membra vostre son tempio dello Spirito Santo?” (1Cor. 5, 19). “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” — E conclude: “Se alcuno violerà il tempio di Dio, Iddio lo sperderà. Imperocché santo è il tempio di Dio che siete voi” (1Cor. 3). — E ancora: “Badate di non errare; né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quei che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né i maledici, né i rapaci avranno l’eredità del regno di Dio” (1Cor. 6,9-10).
Avvertimento. Sentirete nel mondo dire spudoratamente da qualcuno di coloro che non serve umana legge, ma va Seguendo come bestie l’appetito (Pg. 16, 82) che non si può essere casti, che i peccati contro la castità non sono gravi, ma piccole debolezze. Non gli date retta e fuggite via da lui, da questo scandaloso, specie se è un “prete” o un catechista o un professore.
1° Se non sono peccati gravi, perché San Paolo, dopo aver numerato varie forme del peccato mortale, dice: Chi fa tali cose non conseguirà il regno di Dio? (Gal. 5,16-21). Se fanno perdere il regno di Dio è segno che fanno perdere la grazia, e perciò sono peccati mortali;
2° Non è vero che sia impossibile vivere casti. E’ certo, certissimo che Dio non comanda cose impossibili. E’ certo, certissimo che molti vissero e vivono con tutta castità. Dunque, se tanti uomini, tante donne, tanti giovinetti e tante fanciulle vissero e vivono con castità, perché non potrò io? Quindi chi non vive casto, non è perché non può, ma perché non vuole. Il non posso è il sofisma di chi vuole dispensarsi dalla legge, e attutire i rimorsi di coscienza; è l’argomento dell’egoista che, simile agli animali, aspira solo al piacere del momento; è il pretesto del vigliacco che butta le armi per non combattere…
sodomiti
I peccati contro la castità sono gravissimi, ed ancor più grave è il peccato di chi commette il sesso impuro contro natura, tanto che:
- San Pio V lo definì così “L’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze …” (San Pio V, Costituzione Cum Primum);
- San Pio X dice che la sodomia è “quel peccato che grida al Cielo”“che grida vendetta al cospetto di Dio”“il secondo peccato più grave che grida vendetta al cospetto di Dio dopo l’omicidio volontario” (San Pio X, Catechismo Maggiore);
- San Gregorio I Papa detto “Magno”, Dottore della Chiesa “Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodoma dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l’onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso” (San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe);
- San Bonaventura, Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor Seraphicus “Tutti i sodomiti, uomini e donne, morirono su tutta la terra, secondo quanto ricordò san Gerolamo commentando il salmo ‘È nata una luce per il giusto’, per evidenziare che Colui che stava nascendo veniva a riformare la natura e a promuovere la castità” (San Bonaventura, Sermone XXI  in Nativitate Domini, chiesa Santa Maria della Porziuncola);
- Sant’Agostino, Dottore della Chiesa: “I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina: Dio infatti non ha creato gli uomini perché commettessero un tale abuso di loro stessi. Quando, mossi da una perversa passione, si profana la natura stessa che Dio ha creato, è la stessa unione che deve esistere fra Dio e noi a venire violata” (Sant’Agostino, Confessioni):
- e tanti altri, come ad esempio Santa Caterina da Siena, San Tommaso d’Aquino, San Pietro Canisio, San Girolamo, Santa Ildegarda di Bingen, ecc …
Ogni uomo ha i mezzi per fuggire da questi abominevoli pensieri, quindi ha tutte le facoltà per non violare anche il sesto comandamento.
Mezzi detti NEGATIVI:
Fuga dell’ozio, perché l’ozio è il padre dei vizi. San Filippo Neri diceva ai giovani che “l’ozio è il capezzale del demonio e che chi sta in ozio, non ha bisogno che il diavolo lo tenti; egli è tentazione a se stesso”;
Fuga dei cattivi compagni. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, o che diverrai. Chi va col lupo, impara a urlare, chi collo zoppo a zoppicare. Come un appestato ne corrompe mille, come una pera fradicia ne guasta un monte, così un compagno cattivo;
Fuga delle letture cattive. Dimmi che leggi e ti dirò che vagheggi. Il libro cattivo è peggiore d’un triste compagno, perché è sempre a portata di mano e non arrossisce nel parlare di ciò che si deve tacere;
Fuga delle occasioni pericolose, come i balli, teatri, i cinematografi, gli amoreggiamenti, internet, i reality show.
Gli amoreggiamenti, per esempio, sono pericolosissimi e spesso fatali. Nessun giovane, nessuna fanciulla contragga relazioni senza il consenso dei genitori. E se il consenso c’è, evitino di trovarsi da soli; e se pare che il Signore li destini ad una futura vita insieme, non conducano le cose per le lunghe, perché le cose lunghe diventano serpi.
Mezzi detti POSITIVI:
La preghiera. La castità è una virtù celeste e non si ottiene se non dal cielo con molta preghiera. “Io sapevo, dice il Savio, che non potevo essere continente, se Dio non me lo concedeva, e il sapere questo è già dono della sapienza; e perciò andai a Dio e lo pregai con tutta l’effusione del mio cuore”;
Nelle nostre preghiere, in modo speciale nella Santa Messa, dopo la Santa Comunione, nella visita al SS. Sacramento, domandiamo sempre al Signore di essere umili e puri. Quanto più saremo umili tanto più facilmente potremo custodire la bella virtù; quanto più saremo umili e puri, tanto più piaceremo a Dio, e riceveremo le sue grazie. — Giova, a conservare la purità, l’avere una tenera devozione a San Luigi, protettore della gioventù, a Maria Santissima. Una pratica efficacissima, a questo scopo, è la sera inginocchiarsi vicino al letto per domandare la benedizione alla Madonna e recitare in onore della sua Immacolata Concezione tre Ave Maria, intercalandole con la bella e filiale invocazione: Maria, Mater purissima, Mater castissima, ora prò nobis, e terminarle col Gloria Patri, ecc. Se non potete recitarle in ginocchio, ditele almeno mentre vi spogliate, affinché la Madonna vi benedica;
La mortificazione dei sensi, specialmente: a) mortificazione degli occhi. Ciò che occhio non vede, cuor non desidera… Alcuni vogliono vedere tutto, e poi si stupiscono di avere tentazioni. Ci sarebbe da stupire che non ne avessero. Mortifichiamoli anche nelle cose lecite, per saper tenerli a freno, affinché non trascorrano alle illecite; b) mortificazione delle orecchie, non voler ascoltare ogni cosa; c) mortificazione della gola. Quando il demonio tenta la gola, è per muovere poi guerra alla castità. Attenti a non soddisfarla troppo, affinché il corpo nutrito delicatamente, non si ribelli all’anima, come un puledro sfrenato, e non vi trascini al male. “Cosa lussuriosa è il vino” {Ef. 5,18 ; Prov., 20, 1-; 23, 31 e succ.). Vino e castità, dicono i Santi, non stanno insieme; d) mortificazione del tatto, il più insidioso dei sensi, il quale, sparso in tutto il corpo, più d’ogni altro è pericoloso, e in continua congiura contro l’anima;
Frequenza dei Sacramenti della confessione e comunione, possibilmente la comunione ogni giorno, almeno ogni domenica; Le buone disposizioni che si debbono portare alla confessione, cioè, l’esame che ci aiuta a conoscerci; il pentimento che ci distacca dal male; il proposito che ce lo fa evitare; gli avvisi del confessore, e sopra tutto la grazia del sacramento faranno sì che conserviamo il cuore puro. Inutile parlare della grazia e dell’efficacia della Santa Comunione;
4° Da ultimo coltiviamo in noi il pensiero della presenza di Dio; ricordiamo spesso i novissimi, la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso; aumentiamo in noi il timor di Dio, e nelle tentazioni ricorriamo a lui con vive e affettuose giaculatorie, s saremo sicuri di conservare la più bella delle virtù.
Avvertenza. Sentirete forse anche nel mondo degli spudorati e degli scandalosi, degli uranisti e dei pornoattori, dei pedofili e molestatori, i quali per giustificare le loro turpitudini ed avere compagni nel vizio, vi diranno che la castità danneggia la salute!!! Attenzione, è come dire che chi non beve alcool si rovina e morirà tisico!
Come mai Dio, che comanda nel quinto comandamento d’aver cura della salute, nel sesto avrebbe fatto una legge che mira a danneggiarla?
La vera scienza e l’esperienza provano che il vizio rovina la salute e che la castità invece la conserva. “I medici più insigni, scrive il professor Bettazzi, sono concordi nel dichiarare che nessun danno viene alla salute dal condurre anche per lungo tempo (e noi diciamo anche per tutta la vita) una vita continente, quando lo spirito sia ben governato e ci si astenga da ciò che artificialmente fomenta le passioni. Potrei citare un lungo elenco di nomi di medici, di igienisti stranieri, che hanno nel modo più reciso palesato quell’opinione, e vi ricorderei così illustri professori universitari, direttori di grandi ospedali, cui, per conseguenza, non fa difetto né esperienza né dottrina…”. E dopo averne citati alcuni, soggiunge: “Ed aggiungo che non è questione soltanto di opinioni isolate, le quali, anche col rispetto che si deve alle persone di alto valore, potrebbero pur lasciare qualche dubbio ; ma sono gruppi di medici che collettivamente pronunziano il medesimo giudizio, sono consessi e adunanze che sentono la necessità di esprimere al riguardo voti e deliberazioni prese solennemente”. “Così la Facoltà di Medicina dell’Università di Cristiania condannava falsa l’opinione che la purezza dei costumi danneggi la salute; e i professori d’igiene di diciannove Università tedesche indirizzarono a tutti gli studenti una circolare la quale, oltre metterli in guardia contro i mali venerei, li ammoniva sulla innocuità della continenza; e più di cinquanta medici fra i più celebri dello Stato di New York dichiaravano, tutti d’accordo, che «la castità e una vita pura, per ambedue i sessi, sono la migliore condizione per la salute fisica, mentale e morale». E mi piace citare anche un voto che il Congresso generale sanitario di Bruxelles del 1902, dove convennero le sommità mediche del mondo, faceva unanimemente, e che era concepito così: «Bisogna anzi tutto insegnare alla gioventù maschile che non solo la morigeratezza e la continenza non sono nocive, ma chi invece queste virtù sono le più raccomandabili dal punto di vista igienico e medico»”.
Al peccato c’è rimedio e non bisogna abbattersi, basta il non voler peccare più: Deus meus, ex toto corde poenitet me omnium meorum peccatorum, eaque detestor, quia peccando, non solum poenas a Te iuste statutas promeritus sum, sed praesertim quia offendi Te, summum bonum, ac dignum qui super omnia diligaris. Ideo firmiter propono, adiuvante gratia Tua, de cetero me non peccaturum peccandique occasiones proximas fugiturum. Amen.
a cura di Carlo Di Pietro
bib. :
Il valore della vita, Commento dogmatico morale al Catechismo Maggiore, Vol II, sac. F. Maccono
Dizionario del Cristianesimo, p. E. Zoffoli, 1992
Summa Th. , San Tommaso
Catechismo Maggiore, San Pio X
Della Chiesa e dell’omosessualismo, Stanzione – Di Pietro, prossima edizione 2013, Fede & Cultura, Verona 
note: