martedì 6 novembre 2012

6 Novembre 1836 - 6 Novembre 2012 : 176° anniversario della morte di S.M. Carlo X, Re di Francia e Navarra





Il 6 Novembre 1836 a Gorizia moriva di Colera all'età di 79 anni Carlo Filippo di Borbone-Francia, Conte d'Artois, più notoriamente conosciuto con il nome di Carlo X,  Re di Francia e Navarra. Costretto all'esilio dall'Agosto 1830 in seguito al colpo di Stato liberal-settario che ebbe come complice interessato il cugino Luigi Filippo di Borbone-Orleans che usurpò il Trono divenendo "Luigi Filippo I Re dei Francesi", dopo aver passato un periodo di tempo nel Castello di Holy Rood , e successivamente a Praga, scelse di stabilirsi nella tranquilla Gorizia . Quando arrivo nella sua nuova dimora il vecchio Re era malato di Colera e poco tempo dopo il suo trasferimento morì circondato dalla piccola Corte, dal figlio maggiore Luigi Antonio (Luigi XIX), dalla nuora e nipote , in quanto figlia del fratello Luigi XVI e moglie del figlio Luigi Antonio, Maria Teresa Carlotta , dai nipoti Enrico (Enrico V) e Luisa Maria ( futura Duchessa Reggente di Parma) figli del defunto figlio secondo genito Carlo Ferdinando Duca di Berry e di Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie.
Oggi , a 176 anni dalla sua scomparsa, noi dell'Associazione legittimista Trono e Altare,  vogliamo raccontarvi la sua storia , dalla nascita lungo tutto l'arco della sua vita. Dalla spensierata gioventù da amante libertino passata a Versailles alla terribile catastrofe Rivoluzionaria alla quale seguì il suo primo esilio tra guerra e amore fino a giungere al ritorno in Patria e all'ascesa al Trono terminando con il suo secondo ed ultimo esilio.


I primi anni del Conte d'Artois ( 1757-1789)


 
 File:Charles-x-and-his-sister-clotilde-mounting-a-goat.jpg
Il Conte d'Artois, a 4 anni,  in compagnia della sorella Elisabetta.
 
 
Carlo Filippo di Borbone Francia nacque a Versailles il 9 Ottobre 1757 . Era il quinto figlio maschio di  Luigi Ferdinando di Borbone Francia , Delfino di Francia e unico figlio maschio di Luigi XV, e di Maria Giuseppina di Sassonia, e dunque fratello di coloro che diverranno Re di Francia con il nome di  Luigi XVI e  Luigi XVIII. Alla nascita acquisì il titolo , con il quale verra identificato generalmente , di Conte d'Artois.  In origine egli non era destinato al Trono,  tuttavia  , Carlo Filippo, ricevette un'ottima educazione a Versailles dove risiedeva con il resto della famiglia Reale.

File:Henri-Philippe-Bon Coqueret, Louis de France, dauphin (1758).jpg
Luigi Ferdinando di Borbone Francia ( 1758)
 
 
 
Maria Giuseppina Carolina di Sassonia
 
 

Molto diverso dai fratelli , Luigi Augusto e Luigi Stanislao Saverio, era un bambino vivace che presto si interessò all'arte militare e alla vita di corte. All'età di cinque anni lo si vedeva spesso in compagnia del nonno , Re Luigi XV, al quale somigliava molto. In compagnia dell'augusto Sovrano egli si trovava a passare momenti spensierati tra una lezione e l'altra.
La Francia degli anni '60  del 700 era in una delicata situazione: la propaganda settaria cominciava a fare i suoi danni ed il Re , seppur saggio e capace di grandi cose,  cadeva  troppo spesso nelle tentazioni carnali che lo portavano a circondarsi di "eminenze grige" e ingannatrici.


Luigi XV di Francia
Luigi XV
 

Ed è in  questo clima di fermento che il giovane Carlo Filippo all'età di 8 anni perse il padre il quale morì di Tubercolosi a Fontainebleau il 20 Dicembre 1765 , all'età di 36 anni: Luigi Ferdinando
 era un uomo istruito, coltivava e amava la musica, preferiva il piacere della conversazione a quello della caccia, delle danze e degli spettacoli. Con un acuto senso di moralità, rivolto in maggior parte verso sua moglie Maria Giuseppina, era un fervente sostenitore dei gesuiti, come del resto erano cattolicissime sia sua madre che sua sorella, e fu portato a venerare il Sacro Cuore sulla buona scia di queste. Egli appariva agli occhi della sorella come l'ideale del Principe cristiano, in netto contrasto con suo padre Luigi XV, che compromise la sua moralità dopo il 1740.
Tenuto lontano dagli affari di governo di suo padre, il delfino Luigi era a capo del Partito dei Devoti, da cui sperava di poter ottenere potere nella successione al Trono.
Purtroppo morì prematuramente mentre suo padre era ancora in vita, e così non divenne mai Re di Francia. Perdere il padre per Carlo , come per i suoi fratelli,  fu un duro colpo  .


File:Lagrenee, Louis Jean - Allegory on the Death of the Dauphin - 1765.jpg
Dipinto raffigurante la morte di Luigi Ferdinando nel 1765

 
Morto prematuramente il padre , Carlo Filippo continuò i suoi studi con qualche "eccezione": Il nonno , Luigi XV , nel pieno dell'euforia per l'illuminismo volteriano , cercava di imprimere questa filosofia anche nei nipoti. Tale filosofia attecchi particolarmente in Luigi Saverio (futuro Luigi XVIII) e le conseguenze si presenteranno in futuro. Carlo, invece , prediligeva la caccia e la vita mondana tanto che a soli 15 anni era già un conoscitore delle arti del libertinaggio.
Dopo che, il fratello Luigi Augusto si sposò il 16 maggio 1770 con l'Arciduchessa d'Austria Maria Antonietta, e il fratello Luigi Saverio di soli due anni più vecchio convolava a nozze nel 1771 con Maria Giuseppina di Savoia, il 16 novembre 1773 , Carlo Filippo sposò, per volere del Re e della madre,  Maria Teresa di Savoia, figlia di Vittorio Amedeo III di Savoia ,Re di Sardegna, e sorella della moglie del fratello Luigi Saverio , della quale però, inizialmente , non sembrò affatto compiaciuto: il Conte d'Artois avrebbe voluto sposare la principessa di Condé, senza contare che in quegli anni era affettuosamente legato alla cognata Maria Antonietta, mentre Maria Teresa era una delle figure più silenziose e meno in vista della corte di Versailles. Da poco sedicenne, il Conte d'Artois , non mostrava il men che minimo interesse a divenire un marito devoto. Appena sposati i due a mala pena si frequentavano per un paio d'ore e quasi non si  rivolgevano la parola. Lei era infastidita dall'atteggiamento del giovane e affascinante marito che sfruttava ogni occasione per divincolarsi dai doveri cognugali e corteggiare qualche dama di Corte o la figlia del guardiacaccia. Più cresceva e più il giovane Carlo si dimostrava simile al nonno Luigi XV.
 
File:Portrait of Charles X as Count of Artois - Cathelin 1773.jpg
Il Conte d'Artois nel 1773
 
 
Maria Teresa di Savoia, ritratto di Jean-Baptiste-André Gautier Dagoty (1775).
 
 
 
Il 10 Maggio 1774 si spegneva a Versailles il Re , Luigi XV . Già il 4 Maggio aveva scoperto che il vaiolo che lo affliggeva era arrivato ad un punto inarrestabile. Aveva congedato la du Barry, sua ultima favorita,  facendole lasciare la reggia e salutato tutti i membri della corte a lui più vicini. Dopo cinquantanove anni di regno, Luigi XV morì pentendosi dei suoi peccati carnali che tanto avevano danneggiato la sua immagine e anche le sue scelte politiche. Venne tumulato nella basilica di Saint-Denis, assieme ai corpi dei suoi antenati.
Alla morte di Luigi XV successe al Trono di Francia il fratello maggiore di Carlo, il ventenne Luigi-Augusto con il nome di Luigi XVI. La salita al Trono del mite Luigi XVI non infastidì per nulla  il giovane libertino Carlo che si mostrava rispettoso del ruolo del fratello maggiore,  ma  Luigi Saverio , fratello nel "mezzo" tra i due, mostro un vivo dissenso per la successione. Corpulento e di carattere pessimo, affiliato alla setta e ammiratore del Voltaire,  egli trasudava veleno nei confronti del fratello Luigi Augusto , che giudicava un debosciato inadatto a ricoprire il ruolo di Re di Francia . E per ridicolizzarlo pubblicamente faceva annunciare di aver goduto ben quattro volte durante la sua prima notte di matrimonio. Questa presunta  "potentia" sarà temporanea dato che la grave obesità li comprometterà anche le "prestazioni fisiche".
 
 
 
Luigi XVI di Francia
Luigi XVI
 
 
 
File:Cathelin-Comte-de-Provence.jpg
Luigi Stanislao Saverio nel 1771
 
 
Il 18 Giugno 1774 il Conte d'Artois insieme alla moglie e al resto della famiglia Reale si sottopose all'inoculazione del Vaiolo per vaccinarsi così come da molto tempo era consuetudine delle famiglie Reali d'Europa. La scelta venne criticata aspramente da una parte del Clero che non concepiva il fatto che una stirpe di Re Taumaturgi si sottoponesse a tale trattamento.
Intanto il Conte d'Artois , lontano dall'odio fraterno che non tangeva i suoi pensieri, diveniva padre del primo figlio avuto dalla consorte. Nacque un maschio , negli appartamenti a Versailles destinati alla coppia, il 6 agosto 1775. Il primogenito venne battezzato con il nome di Luigi Antonio , duca d'Angoulême , al quale seguì la  nascita di una bambina , Sofia, nata nel 1776 e morta a soli 7 anni nel 1783, Carlo Ferdinando nato nel 1778 e in fine Maria Teresa nata e morta nel 1783.
La nascita del primo figlio sembrò rafforzare il rapporto tra Carlo e la moglie Maria Teresa ma l'indole da giovane impenitente continuava a caratterizzare il giovane Conte d'Artois.  Versailles non era esattamente un luogo privo di tentazioni per Carlo e le amanti si susseguivano fino a che non incronciò la sua vita con quella di una giovane dama di Corte , il suo nome era Marie Louise d’Esparbès de Lussan. Marie Louise d’Esparbès de Lussan , per matrimonio Viscontessa e poi Contessa de Pollastron, era nata a Bardigues il 19 Ottobre 1764. Di sette anni più giovane di Carlo , era la dama di Palazzo della Regina Maria Antonietta . I due si incontrarono la prima volta quando la Contessa aveva appena compiuto 16 anni , nel 1780. Carlo, che sembrava maturare a vista d'occhio per diretta conseguenza del suo sempre più vivo interessamento per gli affari di Stato e per la paternità da poco acquisita, si invaghì della Contessa e intrecciò un legame con lei destinato a rafforzarsi sempre di più.
 
                          
 Fichier:Louise d'Esparbès de Lussan.jpg
Madame de Pollastron
 
 
 
Tra una scappatella e l'altra,  il fermento creato dai settari sovversivi nella Francia della seconda metà del XVIII Secolo diventava sempre più evidente: la situazione delle casse dello Stato veniva in continuazione minata da consiglieri corrotti e ministri doppio giochisti. L'entrata in guerra contro l'Inghilterra al fianco delle 13 Colonie Americane contribuì a minare le risorse del Paese. Ogni consiglio che il fratello e Re di Francia Luigi XVI accoglieva si ritorceva contro di lui e contro tutta la Corte di Versailles. Volantini sovversivi che denunciavano presunti sprechi della Famiglia Reale avevano come "capro espiatorio" proprio il Conte d'Artois accusato di sperperare il denaro pubblico per festini e orge . E fu proprio il Conte d'Artois a ricevere le prime minacce da parte di delinquenti al soldo della setta. Nel 1788 i cancelli di Versailles venivano scavalcati da un gruppo di sgherri che intrufolatisi nei giardini puntarono dritto verso gli appartamenti del Conte minacciando la sua vita e quella della sua famiglia.
Il 5 Maggio 1789 a Versailles si riunivano gli Stati Generali. L'apertura dei lavori era fissata nella Salle des Menus-Plaisirs, dove i monarchi e i ministri prendevano posto al centro di un palco: ai lati sedevano i Prelati e gli Aristocratici e di fronte i Borghesi del Terzo Stato. Cominciati i lavori il Terzo Stato , composto per lo più da adepti della setta e sovversivi di indole, entrava in attrito con gli altri ordini. Tra questi facinorosi c'era il futuro "creatore" del Terrore , l'avvocato Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre.
 
 
 
 
Auguste Couder: Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali
 
 
 
 
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Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre
 
 
 
Il 4 Giugno , nel Castello di Meudon , moriva il nipote del Conte d'Artois, il figlio del Re Luigi XVI , il Delfino di Francia Luigi Giuseppe. A questo punto il Re ordinò il lutto e la pausa dalla riunione degli Stati Generali. La Borghesia Settaria sfruttò l'occasione per mettere in atto il piano sovversivo: rifiutarono l'ordine del Re e si riunirono nella Salle du Jeu de Paume, giurando di non separarsi fino a che al giorno in cui la  Francia non avesse avuto una Costituzione a proprio uso e consumo. In quell'occasione l'abate Sieyès , traditore di dubbia moralità, introduceva la celebre mozione che proclamava la nascita dell'Assemblea Nazionale. La nefasta Rivoluzione era cominciata.
Il fatto sovversivo di iniziativa Borghese-settaria scuoteva la Corona. Il Conte d'Artois e il Principe di Conti  chiedevano il licenziamento del ministro delle finanze Necker che era in combutta con i principali responsabili dei disordini  , e suggerivano al Sovrano di far affluire a Parigi l'esercito stanziato sul Reno per sciogliere l'assemblea dei ribelli finché si era in tempo per sedare la tempesta sul nascere.
I consigli non vennero accolti dal Re e la situazione intanto si faceva sempre più critica. Minacciato e per la sua incolumità, Carlo Filippo lasciò la Francia il 16 Luglio 1789 , due giorni dopo la presa della Bastiglia. Con lui partirono altri membri della Corte : La moglie , i figli  e la sua amante favorita , la Contessa de Pollastron.

Prise de la Bastille.jpg
Presa della Bastiglia

 
In Francia rimase l'odioso ed ambizioso fratello Luigi Saverio che , al pari del cugino traditore Luigi Filippo d'Orlean , aspirava al Trono: Arrivò addirittura a pianificare un finto rapimento per spingere il Re ad abdicare e salire sul Trono di Francia con il nome di Luigi XVII. Lasciò la Francia solo nel 1791 , quando si accorse che il "vento" non soffiava a suo favore.
 
 
Esilio, amore e guerra (1789-1814)
 
Lasciata la Francia , il Conte d'Artois  iniziò a viaggiare per tutta Europa in cerca di aiuti militari combattendo in prima  linea nell'Esercito degli "Emigrè" comandato dal Principe di Condè . Dall'estero intrattenne una fitta corrispondenza epistolare, sia con il fratello Luigi XVI che con la cognata Maria Antonietta. Il Re  preferiva ignorarlo, ma la Regina si scambiava con lui messaggi cifrati. In verità neanche Lei voleva trattare con lui perchè cosciente della possibilità di essere intercettata , ma la passività del marito e l'offensiva dei Rivoluzionari contro la monarchia la spinse ad agire. Cionostante il Conte non riuscì a trovare molti aiuti per la fuga di Varennes che finì in malo modo. Venne a saper qualche tempo dopo che  il fratello venne brutalmente incarcerato e poi Ghigliottinato nella pubblica piazza.
Gli fu proposto di sbarcare in Francia per capeggiare l'Esercito Cattolico e Reale che combatteva il dispotismo Repubblicano nella Vandea e in altri dipartimenti , ma egli rinunciò all'offerta  preferendo attendere che gli eserciti coalizzati in una guerra regolare sconfiggessero la tirannica Repubblica.
Dopo la notizia dell'esecuzione barbara del fratello Luigi XVI,  le sconfitte della prima Coalizione anti francese, e l'istaurarsi  di Napoleone Bonaparte , si trasferì prima a Coblenza e in fine in  Scozia con i figli e l'inseparabile amante, Contessa de Pollastron, nel Castello di Holy Rood. La moglie rimase a Graz dove morì nel 1805. La bella dama di Versailles aveva seguito il suo Principe nell'emigrazione fedele e devota. Il loro amore era stato un'amore appassionato e romanzesco , un preannunzio , come scrive Guido Artom, dell'età romantica e dei drammi wertheriani in un'epoca in cui dalla politica all'architettura , alla poesia trionfava il neoclassicismo.
Come tutti i grandi amori romantici, anche il loro finì tragicamente con la morte prematura della Contessa, il 27 Marzo 1804 all'età di 39 anni, la quale , prima di spirare , aveva fatto giurare all'amante , su un Crocefisso, di redimersi dai suoi peccati e di condurre una vita religiosa e morigerata . Fedele a questo giuramento , il Conte d'Artois si era dedicato anima e corpo  al riscatto della Francia ripromettendosi di ricondurre quel popolo traviato alla fede e al rispetto dell'autorità legittima , consacrata da Dio, e di cancellare con il pugno di ferro ogni traccia peccaminosa lasciata dalla Rivoluzione.
Il tempo passava nell'esilio d'oltre Manica e la Sesta Coalizione sconfiggeva Napoleone sui campi di battaglia di Lipsia. Il Conte d'Artois rientrò a Parigi nel 1814 dopo 25 anni d'esilio e li prese temporaneamente le redini dello Stato in vece del fratello maggiore Luigi Stanislao Saverio divenuto Luigi XVIII Re di Francia e Navarra.
 
Entrata a Parigi del Conte d'Artois
 


 
 Il nuovo Delfino di Francia (1814-1824)
 
 Alla morte di Luigi XVII, figlio del Re Luigi XVI, l' 8 giugno 1795 , Luigi Stanislao Saverio  assunse il titolo da lui tanto ambito di Re di Francia con  il nome di Luigi XVIII . Il 2 maggio 1814, con la caduta di Napoleone, poté ascendere al Trono, dopo che il fratello Carlo aveva mantenuto un Governo provisorio come Luogotenente Generale del Regno . Alla sua entrata in Parigi, vestito secondo la moda settecentesca, con la tipica parrucca, fu accolto da salve di cannone, dalle campane battenti a festa e dalla folla che si riversò in strada per accoglierlo con gioia stanca del Bonaparte e dei lunghi anni di guerra. Nonostante i suoi 59 anni, il suo aspetto era deforme e la sua camminata era resa difficoltosa dalla gotta tanto che per muoversi necessitava dell'uso di stampelle e più avanti della carrozzina.

Luigi XVIII
Luigi XVIII
 
 
 
Già dai primi momenti del Regno di Luigi XVIII i due fratelli si trovarono in netto disaccordo , specie politicamente . Con la fuga di Napoleone dall'Elba e il suo successivo sbarco in territorio Francese , Luigi XVIII si fece convincere facilmente dai suoi ministri e decise di abbandonare Parigi contro la volontà del fratello Carlo che voleva rimanere fiducioso nella lealtà di buona parte delle truppe Regie . Rispettoso dell'autorità Reale anche se contrariato , Carlo seguì il fratello a Gand e li vi rimase fino alla sconfitta definitiva di Napoleone a Waterloo, il 18 giugno 1815 , dopodiché rientrò nuovamente a Parigi con il fratello. Luigi XVIII poté riprendere il suo posto di monarca. Scettico, voltariano, impastato di cultura classica, Luigi XVIII , benché infermo , gravemente in sovrappeso e gottoso, rimaneva certamente il più macchiavellico della famiglia Reale. Appena salito sul Trono egli aveva subito avviato una Politica di "riconciliazione" senza dare ascolto a chi , come il fratello Carlo, premeva per agire con cautela senza compromessi con chi aveva gettato la Francia nel caos. Luigi XVIII nonostante non frequentasse più da molti anni la loggia ne era comunque influenzato. Egli sapeva che i liberal-settari erano un pericolo, un pericolo che poteva essere usato a suo vantaggio comportandosi in modo accomodante con le stesse persone che 22 anni prima avevano incarcerato e ghigliottinato il fratello maggiore, Luigi XVI, quel fratello che in gioventù cercò sempre di screditare e al quale volle usurpare il trono nel pieno della Rivoluzione. Perdono i cugini Orlean , gli stessi Orlean che avevano partecipato attivamente alla Rivoluzione e che avevano mandato a morte il cugino e Re di Francia. Contro le rivendicazioni del legittimismo intransigente  sostenute da Carlo  , che manifestava il suo temperamento reazionario, e del duca di Blacas, concesse, nel 1814, una 'Carta costituzionale', ispirata, sia pur con limiti, a motivi liberali e, nel 1816, sciolse la reazionaria cosiddetta Camera introvabile, l'unica frangia del Governo che si adoperava per una Restaurazione reale. Cercò di rafforzare il movimento monarchico con le garanzie della libertà, in particolare dopo il  così detto "Terrore bianco" (1815). Tutto ciò servì solo a minare l'istituzione Monarchica aprendo le porte del Governo a liberal-settari e sovversivi. Il Conte d'Artois si tenne ufficialmente lontano dalla politica filo liberale del fratello , pur divenendo segretamente il capo del partito ultra-realista con i due figli Luigi Antonio, di 40 anni , e Carlo Ferdinando , di 37 anni .


Luigi Antonio di Borbone
Luigi Antonio di Borbone
 
 
Carlo Ferdinando di Borbone
 

 
Alla salita al Trono di Luigi XVIII, Carlo Filippo divenne Delfino di Francia e come tale ereditò come appannaggio  il territorio del Delfinato che era collocato a  sud-est della Francia ed includeva i territori degli odierni dipartimenti d'Isère, Drôme, e Alte Alpi.


Stemma dei Delfini di Francia
 
 

Il Conte d'Artois , divenuto erede più prossimo al Trono di Francia, era il padre dell'unico Borbone di Francia in grado di assicurare un'erede al Trono e una continuità della dinastia, Carlo Ferdinando , Duca di Berry. Il figlio primogenito , Luigi Antonio , Duca d'Angoulême ,  sposato con la cugina Maria Teresa Carlotta, figlia di Luigi XVI, dal 1799, era ormai ovvio che non avrebbe mai dato alla luce nessun erede: la Contessa d'Angoulême era severa ed introversa , sconvolta nel profondo dalle violenze subite durante la prigionia nella Torre del Tempio e dedita alla preghiera e alla fede Cattolica. Il Duca d'Angoulême , invece,  era completamente asessuato , senza nessuna predilezione per le donne, ed era anch'egli  molto religioso e devoto.


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Maria Teresa Carlotta di Borbone Francia



 Carlo Ferdinando, invece,  era l'immagine del padre da giovane. Amante inpenitente , durante l'esilio seminò figli in ogn i città in cui soggiornò.  Nel 1816, Carlo Ferdinando, sposò nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, la Principessa Maria Carolina di Borbone-Due Sicilie (1798 – 1870), figlia primogenita del futuro Re delle Due Sicilie Francesco I (1777 – 1830) e di Maria Clementina d'Asburgo-Lorena  (1777 – 1801). Dal 1816 al 1820 , ebbero  tre figlie femmine, una sola delle quali sopravvisse, la Principessa Luisa, futura moglie del Duca di Parma Carlo III di Borbone Parma.




Carolina
Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone Due Sicilie
 
 
 
Domenica 13 febbraio 1820 il Duca di Berry , erede diretto al trono di Francia, aveva appena riaccompagnato a casa la moglie, che aveva preferito rincasare prima della fine dello spettacolo e si accingeva a tornare al suo palco a teatro, quando fu pugnalato a morte. Intento dell’assassino, il sellaio Louis Pierre Louvel, un bonapartista fanatico, era quello di riportare Napoleone al potere, privando il trono di Francia della legittima successione, attraverso l’uccisione dell’ultimo Borbone in grado di
generare un erede maschio al Trono, così da estinguere la linea Reale. L’assassino colpì il Duca da destra: il colpo molto violento e profondo, trafisse nella parte anteriore il polmone e l’atrio destro del cuore. Il Duca ebbe comunque la forza di strapparsi da solo il pugnale dal petto, che intanto si gonfiava di sangue. Trasferito in una sala dell’amministrazione del teatro, il Duca fu raggiunto dai familiari e da Guillaume Dupuytren, il quale tentò di arrestare l’emorragia e di facilitare la
circolazione sanguigna. Ma i medici reali accorsi non poterono che constatare la propria impotenza.
Il Duca di Berry si spense dopo sette ore di agonia e di sofferenze, alle 6 del mattino del giorno seguente. Louvel fu condannato a morte e ghigliottinato. Prima di morire , alla presenza del fratello maggiore, della cognata , e del padre, parlando con la moglie fece intendere di essere a conoscienza dell'ennesima gravidanza di Maria Carolina. A quel punto si sperò in un vero miracolo, forse la dinastia era salva e il Conte d'Artois era il primo a sperarci.

File:Ermordung des Herzogs von Berry durch Louis Louvel.jpg
L'assassinio del Duca di Berry
 
 
File:Cibot - La Mort du Duc de Berry.jpg
La lenta agonia del Duca di Berry


La Duchessa di Berry era infatti incinta ed  il 29 settembre seguente Maria Carolina di Borbone, Principessa delle Due Sicilie, giovane vedova del Duca di Berry, mise al mondo Enrico Deodato di Borbone Francia . “Il figlio del miracolo”, secondo l’espressione coniata da Alphonse de Lamartin, celebrato dai poeti e presto battezzato con grande pompa nell’acqua del fiume Giordano, recata appositamente dalla Terra Santa da François-René de Chateaubriand.
La famiglia Reale poteva finalmente riprendere fiato dato che un  erede al Trono ormai era un fatto concreto. Intanto il Conte d'Artois , appoggiato anche dalla Duchessa d'Angoulême , continuava ad essere ostile alla politica del fratello. Di soli due anni più giovane del Sovrano Regnante, che era già sulla settantina, il Conte, conservava ancora l'aspetto e il vigore del valoroso soldato che era stato in gioventù, anche se molto più maturo nei comportamenti e nella morale. Il Conte d'Artois, con il partito degli Ultras,  cercava di ricondurre il fratello sulla retta via dell'istituzione Monarchica Francese. In caso contrario , sarebbe stato sufficiente la morte del Sovrano , che viste le sue condizioni non doveva essere troppo lontana, per permettere l'ascesa al Trono del Conte d'Artois di idee volte alla Restaurazione reale e anti-liberale.
Luigi XVIII , nonostante il palese fallimento della sua politica filo-liberale,dimostrata particolarmente dall'assassino del nipote , Duca di Berry,  paralizzato nella sua carrozzella da infermo, sembrava deciso a non cambiare politica, evitando di parlarne con i famigliari. Anzi, ordinò che al solito pranzo delle cinque e tre quarti fossero banditi gli argomenti di carattere politico per non turbare il rito della mensa.
Il vecchio Re, il 16 Settebre 1824, immobilizzato nella sua poltrona a rotelle , con la parrucca incipriata, la sua cultura classica, la sua tolleranza "illuminata"  e i suoi ghettoni di velluto granato stringati fino alle ginocchia, si era spento lentamente ucciso dalla cancrena. Benchè lucido fino alla fine , non aveva lasciato  testamenti spirituali e sen'era andato senza preoccuparsi minimamente del futuro del Regno. Era conscio che il fratello, Conte d'Artois, non avrebbe mai seguito la sua politica basata sul compromesso. Si dice che prima di esalare l'ultimo respiro disse, baciando il capo del piccolo nipote Enrico, "povero piccino, possa tu essere più felici di noi.".
 
 
Carlo X , Re di Francia e Navarra (1824-1830)
 
 Contrariamente alle previsioni del fratello , l'alba del nuovo Regno apparve radiosa. Il Conte d'Artois, diventato Re Carlo X, fece il suo ingresso trionfale a Parigi in sella a uno splendido Cavallo bianco e stretto nella bella uniforme di Colonnello d'onore del Reggimento Carabinieri.


Carlo X in divisa da Colonnello d'onore del Reggimento Carabinieri.


A sessantasette anni era ancora agile e piacente e ai parigini, abbituati alle vissioni senili del vecchio Re in carrozzella , quel nuovo Sovrano ritto in sella come un giovane cavalliere piacque subito.La sua figura d'altronde ancora conservava l'impronta di quell'antico fascino che a suo tempo l'aveva fatto furoreggiare fra le belle dame di Versailles. La sua distinzione , il suo atteggiamento cordiale e persino quel suo grazioso gesto di saluto con la mano ( che gli sarà coppiato da Lord Brummell) , gli conquistò la simpatia anche di molti militanti dell'opposizione. A rendere ancora più accattivante la sua immagine contribuirono i giornali popolari. Furono esaltate le sue qualità di "vero cavaliere francese" , i suoi gusti semplici , la sua passione per la caccia e , naturalmente, venne rievocato il suo grande amore per la fragila Contessa de Pollastron , morta di Tisi al tempo dell'esilio. Questa storia appassionata , che aveva trasformato l'antico libertino in un amante devoto e votato completamente a Dio dopo la morte della sua amata, era adatta all'incipiente sensibilità romantica che avrebbe caratterizzato il Secolo. Le donne si commuovevano leggendola e i giovani si intenerivano per il romanzo del loro nuovo Re, fedele a un unico amore come un  paladino della Chanson  de geste.
Il 28 Maggio 1825, a differenza del fratello Luigi XVIII (1814- 1824), che non volle essere consacrato a Reims, Carlo X (1824- 1830) fedele ai propri convincimenti realisti, decise di rinnovare l’antica liturgia. Così venne unto e incoronato more antiquo con il Crisma della Santa Ampolla.

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L'Incoronazione di Carlo X
 

Carlo X
Carlo X in un ritratto ufficiale con le insegne Reali
 

Come un tempo, gli scrofolosi si presentarono al sovrano per essere toccati, ma questi rifiutò, limitandosi a far loro una generosa elemosina:
“Molte persone erano d’avviso di sopprimere questa cerimonia per togliere un pretesto alle derisioni dell’incredulità, e si diede ordine di rimandare gli scrofolosi. Essi si lamentarono,
il Re inviò una somma di denaro da distribuir loro. Essi dissero che non era affatto ciò che volevano. L’abate Desgenettes, allora Parroco della parrocchia delle Missioni Estere, più tardi Parroco di Nôtre-Dame de la Victoire, che era alloggiato a Saint-Marcoul, vedendo la loro desolazione, si recò a perorare la loro causa, e il re annunziò la sua visita per il 31 maggio all’ospizio. I malati furono visitati dal sig. Noël, medico dell’ospizio, e dal sig. Dupuytren, primo chirurgo del re, a fine di non presentare che i malati veramente colpiti da scrofole. Rimasero cento trenta. Essi furono presentati successivamente al Re dai dottori Alibert e Thévent de Saint-Blaise. Il Re li toccò pronunciando la
formula tradizionale. Il primo guarito fu un fanciullo di cinque anni e mezzo, Giovanni Battista Comus; egli aveva quattro piaghe; la seconda fu una giovine sedicenne, Marie-Clarisse Fancherm; essa aveva una piaga scrofolosa alla guancia fin dall’età di cinque anni. La terza, Susanna Grévisseaux, di undici anni. Essa presentava delle piaghe e dei tumori scrofolosi. La quarta, Maria Elisabetta Colin, di nove anni, aveva molte piaghe. La quinta, Maria Anna Mathieu, d’anni cinque aveva un tumore scrofoloso e una piaga nel collo. Si stese processo verbale di queste guarigioni e si aspettò cinque mesi prima di chiuderlo e di pubblicarlo, per assicurarsi che il tempo le confermasse”.
Nonostante il felice esito della mano sovrana, lo spirito incredulo del tempo prevalse. Carlo X non rinnovò più il rito venerando.
Anche la situazione economica era favorevole al nuovo Regno. La Francia era ricca in tutti i campi. "Molti popoli d'Europa dovranno attendere forse parecchi secoli prima di raggiungere il grado di felicità che godé la Francia sotto il regno di Carlo X" scriveva Stendhal, Rivoluzionario della prima ora. La libera concorrenza favoriva i commerci , la nascente industria offriva nuovi posti di lavoro , la libertà di Stampa garantita dalla "Carta" di Luigi XVIII , rappresentava l'unico probblema alla morale del Regno. Anche la scienza a passi da gigante . In soli cinque giorni il telegrafo ottico trasmetteva a da Roma a Parigi la notizia dell'elezione di Pio VIII.



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2o Franchi d'Oro con l'effige di Carlo X



 
Fedele al suo romantico giuramento , Carlo X, iniziò senza indugi la sua politica a una realizzare una Restaurazione reale. Con grande classe così commentava le proteste di quei parlamentari avidi di potere , " Quelli mi hanno preso per il Re d'Inghilterra !", e scelse i suoi ministri tra gli unici affidabili, gli Ultras. Oltre ai veri probblemi Sociali , si preoccupava di restituire alla vita di Corte il fasto di un tempo. Ritornò il formalismo Religioso e ritornarono trionfanti i Gesuiti che erano stati messi al bando nel passato regime. In breve , la Corte di Francia riconquistò lo splendore del passato e la possibilità di brillarci tornò ad essere il sogno di tutti i Principi d'Europa.
Carlo X modificò anche il protocollo le cui norme erao state "attenuate" dal predecessore. La lista dei dignitari distribuiti nei vari servizi Reali ( la Cappella , la camera da letto, la scuderia, la caccia e il guardaroba) riempiva quattordici  pagine dell'almanacco  Reale; i "Cento Svizzere", dall'elmo d'orato custodiscono il grande scalone , le anticamere , i giardini e le prevosterie. Alle cerimonie il Re "non si mostrava che superbamente vestito". Al ballo in onore del Re delle Due Sicilie , racconta Manilo Lupinacci , "sul suo petto , sul colletto, sui paramani, file di diamanti sostituivano gli alamari bianchi; il suo cappello era ornato da un cordone di diamanti trattenuto dal famoso Règent che ne formava il nodo".
A quelle feste favolose il Re non si divertiva . Cattolico praticante, si manteneva austero e riservato come chi assolve un doveroso impegno. Il suo unico e grande divertimento era la caccia. Benchè avanti con gli anni, era un cacciatore infaticabile e vi dedicava ogni momento libero. "il n'est bon qu'à chasser", diranno di lui i liberali quando capiranno che non sarebbe sceso a patti con loro e per denigrarlo. Anche nelle partite di Caccia , il Sovrano pretendeva l'assoluto rispetto del cerimoniale : livree, uniformi, precedenze, non che i tradizionali rituali davanti alla selvaggina abbattuta . Il Re di Francia che non salutava nessuno per primo, tranne il Santissimo, si levava rispettosamente il cappello davanti al cervo che aveva manifestato una prode difesa prima di essere ucciso.

Carlo X

 
Col nuovo Regno erano cambiate anche le gerarchie di Corte. Tutti i membri della famiglia Reale avevano fatto un passo avanti: il Duca d'Angoulème era diventato Monsignore il Delfino , sua moglie Madama la Delfina e Maria Carolina , come prima delle Principesse Reali , aveva ereditato il titolo di Madame Royale.  Il piccolo nipote, Enrico, aveva salito un'altro dei gradini che l'avrebbero condotto al Trono.
Carlo X continuava senza esitazione la sua politica reazionaria nei confronti dei liberali. Nel 1826 stabilì con un decreto Reale il pagamento di un'indennità a tutti i Nobile e a tutte le famiglie che avevano subito danni dalla Rivoluzione o che erano stati costretti a emigrare  all'estero per sfuggire al Terrore. Per questo risarcimento  , definito "il prezzo del sangue", fu stanziata una somma enorme per l'epoca : un miliardo di Franchi. Il denaro fu equamente distribuito fra le famiglie dell'Aristocrazia storica , mentre ai nobili di investitura napoleonica ovviamente non ricevettero nulla. Alcune somme furono versate ad ex girondini e foglianti che erano stati vittime del Terrore. Il settario  Marchese della Fayette, il traditore e fondatore della Guardia Nazionale Repubblicana che, in un secondo tempo , era stato costretto ad emigrare, ricevette un indennizzo di un milione di Franchi.
L'iniziativa del Re risultò, come è ovvio, assai mal tollerata dalla Borghesia e dai nobili d'investitura napoleonica. La stampa liberal-settaria , godendo ancora della massima libertà di distribuir menzogne, criticò aspramente il suo operato e "il miliardo degli emigrati" diventò argomento di furiose polemiche tra  i sovversivi parigini.
Malgrado gli imbarazzi che la setta creava al suo Governo, il popolo si sentiva felice e si godeva il benessere appena conquistato , senza pensare minimamente a rivoltarsi contro l'artefice di quel benessere. Non accadde nulla di preoccupante tranne i soliti incidenti suscitati dai facinorosi da caffè che la polozia puntualmente segnalava.  Ma il temporale settario si stava addensando. Una mattina di Domenica  le legioni della Guardia Nazionale stavano compiendo le solite esercitazioni al Campo di Marta. La Guardia Nazionale era un corpo ausiliario, composto da Borghesi, che solo la Domenica indossavano , più per pavoneggiarsi che per altro, la bella uniforme azzurra dai risvolti argentati. Ad un certo momento apparve il Re a cavallo , seguito dai Marescialli Soult e Oudinot, due ex Ufficiali napoleonici passati prima dei Cento Giorni al servizio della dinastia legittima. Vedendo il Sovrano , i primi battaglioni presentarono le armi gridando "Viva il Re!" , ma poi la disciplina cominciò ad allentarsi e delle teste calde di ovvie tendenze liberali  tra i ranghi levarono grida non proprio ortodesse: "Viva la Carta!", "Abbasso i Ministri!", e l'odioso grido di "abbasso i Gesuiti!".
I Gesuiti erano sempre stati odiati dai liberal-settari . Il Cattolico Sovrano aveva saggiamente favorito il ritorno in Francia della Compagnia di Gesù : si diceva che egli stesso si fosse affiliato alla Compagnia e che recitasse la Messa ogni mattina nel suo appartamento .
Mentre l'ispezione del Sovrano proseguiva , ad un tratto un giovane ufficiale della Guardia si parò davanti al suo cavallo:
"Viva la Carta!" gridò. E subito aggiunse con tono provocatorio : "Vostra Maestà considera questo grido un'oltraggio?".
"Arrestate immediatamente quest'uomo", ordinò il Re senza perdere la calma. Poi,  rivolto alla truppa, soggiunse : "Io sono qui per ricevere omaggi, non delle lezioni".
Le sue parole severe impressionarono i soldati che ricominciarono ad acclamarlo , zittendo le teste calde, e tutto finì lì.
Un'esperienza analoga capitò alle  Duchesse d'Angoulême  e di Berry che sempre passando in carrozza per il Campo di Marte le solite teste calde Borghesi della Guardia Nazionale si erano permesse di lanciare contro di loro le medesime grida insultanti, con l'aggiunta di "abbasso le Gesuitesse!". La Duchessa d'Angoulème era la più sconvolta  e non riusciva a trattenere le lacrime di rabbia. Quelle frasi sacrileghe le risuonavano ancora nelle orecchie. Pareva di essere tornati alle giornate dell'89 , ai tempi della Guardia Nazionale di La Fayette . Tutti convennero a Corte che la Corona prendesse seri provvedimenti contro chi osava risollevare le vecchie bandiere dell'anticlericalismo.
Quella stessa sera , durante un concerto , il Re annunciò di aver firmato lo scioglimento della Guardia Nazionale. Gli Ultras presenti applaudirono soddisfatti dalla prontezza del Sovrano, commentando "Era ora!", La Guardia Nazionale era il simbolo e l'orgoglio di quel Terzo Stato , la Borghesia parigina, che per primo aveva complottato durante la Rivoluzione e che al ritorno del Conte d'Artois dall'esilio , come da copione scritto in loggia, lo acclamò. La Borghesia parigina non avrebbe sopportato un simile affronto e la setta che la manovrava  avrebbe sfruttato la situazione. Ci si aspettava di essere svegliati dalle fucilate ,a così non fu: il milite-borghese della Guardia non si lamentò più di tanto . Unico segno di protesta era rappresentato da alcune divise appese ai lampioni con su scritto "Divisa da vendere, fucile da conservare", ma non si rese neppure necessario aumentare il servizio di pattuglia per le strade. A Corte, quella sera, tutti applaudirono giubilanti. "Il Re può tutto!" , gridò un cortigiano , e Carlo X accolse l'elogio con un sorriso garbato. 
Pochi mesi dopo si svolsero le nuove elezioni e il partito del Governo  diretto dal Conte de Villèle viene  sopraffatto . L'opposizione si era vendicata. Si stava intanto facendo avanti una nuova generazione di oppositori. Nati troppo tardi per ricordare la Bastiglia o Waterloo, questi giovani impregniati di liberalismo sostituirono i vecchi slogan Rivoluzionari con temi fomentati dal più fanatico anticlericalismo Borghese attaccando i Gesuiti e i Preti, considerati da questi giovani sovversivi il "grande spauracchio del Secolo".
Sfruttando la libertà di stampa , nacquero  nuovi giornali riempiti di parole d'odio e falsità verso presunti intrighi e complotti di quella che chiamavano "la Congregazione". Quello più combattivo era il "National" le cui bocche della menzogna erano rappresentate da due giovani presunti storici provenienti dalla Provenza con tutte le loro ambizioni. Si cvhiamavano Francois Mignet e Adolphe Thiers, soprannominati "i gemelli". Erano molto diversi in realtà , Francois era un bel venticinquenne mentre Thiers era un nanerottolo peloso che era però in grado di scrivere articoli incendiari con una buona dose di omissioni e falsità.


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Marie Joseph Louis Adolphe Thiers
 
 
Sono gli articoli di Thiers che , accuratamente usati dalla setta, accendevano le discussioni nei salotti Borghesi . Thiers sapeva che i Borghesi non erano come i loro predecessori dell'89 , e che non volevano sentir parlare di "santa ghigliottina" e di Terrore. Di conseguenza , lo scaltro giornalista, offre ai suoi lettori pane per i loro denti disegnando nuovi e più tranquilli  scenari . Come , per esempio , evocando con sottile perfidia il dramma degli Stuart e spiegando che l'Inghilterra era riuscita ad assicurarsi le "sue libertà" esiliando costoro e collocando sul Trono il parente più prossimo del Sovrano deposto. Inutile aggiungere che a Thiere non servì neppure aggiungere il nome del parente più prossimo disponibile in Francia: il pensiero dei suoi lettori corse subito al figlio del regicida , quel Duca d'Orleans che aveva iscritto i figli alla scuola pubblica come un semplice Borghese, che non si dava tante "arie", che , come vizio di famiglia, frequentava i liberali ed era affiliato alla setta . Questi articoli avevano proprio la funzione di "pubblicizzare" ciò che la setta aveva deciso così da plasmare quell'opinione pubblica Borghese che ancora doveva essere convinta. Thiers e Luigi Filippo erano già alleati in quel periodo.
Carlo X incarico il figlio Luigi Antonio di congedare il ministro de Villèl . Al suo posto venne nominato Ministro Martignac , Visconte e avvocato . Egli doveva fungere da mediatore anche se Carlo X lo appoggiò non fu mai fiducioso di ciò : egli lo aveva appoggiato conscio che la sua bocciatura avrebbe dimostrato che con quel Parlamento non si poteva garantire la governabilità. Tuttavia, la scelta di questo ministro fin troppo liberale indignò molti Ultras e fra questi la Duchessa di Berry: "Sire" , gli disse , "oggi Vostra Maestà discende il primo gradino del Trono".


Jean Baptiste Guillaume Marie Anne Séraphin Joseph, Conte di Villèle
 
 
 
 
Jean-Baptiste Sylvère Gaye, Visconte di Martignac
 
 
 
Il Governo Martignac era sull'orlo della crisi . Il Visconte/avvocato che doveva fare da mediatore tra Aristocrazia e Borghesia  finì per inimicarsi entrambe le fazioni . Egli aveva sacrificato la Compagnia di Gesù sull'altare dell'unità nazionale . Aveva contribuito all'indipendenza Greca dal domigno Turco, ma non era comunque riuscito a farsi una maggioranza sicura alla Camera. La sinistra reclamava nuove concessioni , e la destra sosteneva che ne erano state concesse fin troppe.
Carlo X fremeva. Aveva compiuto un lungo viaggio nelle regioni dell'Est e aveva constatato che il popolo , contadini , agricoltori e operai, era dalla sua parte . "In Alsazia" , diceva, "non gridavano "Viva la Carta!" , ma "Viva il Re!" . Quando la Camera votò contro il Governo, il Re accolse positivamente la notizia.
"Con quella Camera non c'è niente da fare" commentò. "Occorre riprendere in mano le briglie  del Governo".
Quando il "Moniteur" annunciò che il Re aveva affidato il compito di costituire il nuovo governo al Principe di Polignac nei salotti Borghesi e nei circoli liberal-settari si gridò allo "scandalo". Si conosceva bene l'indole del Polignach ed essi sapevano benissimo che sarebbe stato un forte oppositore al loro operato.



Il Principe Jules de Polignac (1829)
 
 
 
Con Polignac entrarono a far parte del governo i più noti esponenti degli Ultras,  come per esempio il Conte de La Bourdonnaye che aveva compilato nel '15 la famosa lista degli epurati .
L'unica novità al grande fermento generato dagli avvenimenti di Politica interna fu la spedizione militare per la conquista dell'Algeria. Il comando dell'impresa venne affidato al Generale Bourmont il quale aveva garantito al suo Re che la vittoria lo avrebbe coperto di nuova gloria facendo dimenticare i dissidi interni.
In tanto , Carlo X continuava la lotta contro la prepotenza della Camera. A chi li citava l'esempio Inglese dove i ministri venivano eletti dai deputati , lui rispondeva seccato: "Preferisco fare il taglia legna piuttosto che imitare mio cugino di Londra". "Quelli" , diceva il Re rivolto all'opposizione, "hanno sempre il loro Napoleone sulla bocca , ma lui sì che sapeva come trattarli!". Si rammaricava anche che la Restaurazione non avesse seguito il suggerimento di porre il Re legittimo sul Trono dell'Imperatore.
Intanto la tensione cresceva. La stampa liberal-settaria seminava discordia e la vittoriosa Campagna militare di Algeri non sembrava eccitare gli animi. In  alcuni Dipartimenti divampavano "misteriosi" incendi che distruggevano i raccolti e seminavano panico e tensione.
 Carlo X era circondato da tante insidie che gli tornava impossibile evitarle tutte; non aveva che la scelta degli errori. Gli si strappavano provvedimenti che facevano sanguinare il suo cuore di figlio primogenito della Chiesa, quale voleva essere non di nome, ma di fatto. Tutte le franchigie della Charta venivano impiegate per  demolire il Trono. Egli cedette  sopra qualche punto  finendo  col dire: "Mi confermo nella convinzione che ebbi in tutta la vita: ogni concessione fatta ai liberali torna inutile". Avrebbe potuto dire "funesta".
Durante una festa al Palais Royal alla quale era presente Re Francesco I delle Due Sicilie, padre della Duchessa di Berry , si scatenò un  tumulto. Un gruppo di sgherri mercenari superò i cordoni delle guardie e penetrò all'interno appiccando il fuoco ad una pila di seggiole . Carlo X non sembrò turbato e con cortesia squisita si prodigò per tranquillizzare i presenti. Re Francesco I , terrorizzato, era fuggito in gran fretta. Era la fine di Giugno del 1830.
Il 25 luglio 1830, appoggiandosi lealmente all'articolo 14 della Charta, Carlo X firmò dei decreti (ordinaze di Saint-Cloud) che non erano contrari né al testo, né allo spirito di questo atto. Essi regolavano la libertà della stampa, tendendo a reprimere gli abusi più stridenti. Anziché essere accettati come un beneficio, diventarono il segnale della Rivoluzione che la setta preparava di lunga tempo, d'accordo con colui  che da essa  aveva scelto per trarne profitto.
Parigi , 26 Luglio 1830, Domenica. Dopo la Messa quotidiana nella Cappella del Castello di Saint-Cloud, dove la Corte si era trasferita per la stagione estiva , il Re e i suoi famigliari si riunirono in giardino per la petit dèjeuner. Mancava solo la Duchessa d'Angoulèm, che era a passare le acque a Vichy. Carlo X aveva già indossato la tenuta da cacciatore per la consueta partita venatoria.
Quella mattina del 26 Luglio , Carlo X appariva nervoso con la sua divisa elegante ma con il viso che confessava il suo stato d'animo.
"Avete già letto il Moniteur?" , chiese con tono distratto.
"No , Sire", rispose la Cortigiana Madame de Gontaut  , "E' sempre così noioso!".
"Oggi non vi annoierà", ribattè il Re . "Anzi, non mancherà di stupirvi ". Il Re continuo , "Ci troverete le quattro ordinanze che ho firmato ieri". Carlo X si riferiva alle famose Ordinanze di Saint-Cloud che , come detto prima, non calpestavano la Charta. Nonostante ciò i liberal-settari non si fecero sfuggire l'occhasione di infarcire il tutto con malsana propaganda facinorosa.
Carlo X , dopo aver dato la notizia ai famigliari e alla Corte , e dopo aver salutato i due nipoti Luisa Maria, ormai adolescente, ed Enrico , di quasi 10 anni, disse, "Non dovete preoccuparvi . Godetevi questa bella giornata . Vedete? Io sono tranquillo e me ne vado a caccia a Rambouillet. Ci vedremo stasera. Tutto andrà bene". Mentre il Sovrano diceva ciò dal suo viso traspariva tutta l'ansia della situazione.
Il "Moniteur" uscì tardi la mattina del 26 Luglio 1830. Le strade di Parigi, arroventate dal sole di Luglio , erano semideserte. Per antica consuetudine i parigini trascorrevano le Domeniche d'estate nei parchi o nelle campagne. Le strade della capitale francese nel 1830 non erano diverse da quelle del 1789: strade strette , tetti spioventi, abbaini simili a feritoie, pavimentazione stradale in alcuni punti sconnessa con selci facili da svellere. Ogni cento passi si incontrava un portone di una Scuderia : sarebbe stato un gioco facile per i sovversivi tirare fuori un paio di carrozze per costruire una barricata e poi rafforzarla con materassi e grossi mobili gettati dai balconi. Nessuna misura preventiva era stata ordinata dal Ministro Polignac . In giro non si vedevano pattuglie . Neppure le abitazioni dei più noti sovversivi erano sotto sorveglianza. Le cose però si stavano muovendo lentamente in quella Domenica 26 Luglio: i primi a cominciare l'attività sovversiva furono i deputati subito giunti a Parigi per protestare contro la possibilità che il loro strapotere fosse moderato. Nel frattempo Carlo X tornò a Saint-Cloud dopo il tramonto . Li corse incontro Maria Carolina sventolando il "Moniteur" , e dicendo, "Finalmente ! Finalmente! Eccovi Re sul serio ! Mio figlio vi dovrà la sua Corona!"
Nella notte tra il 26 e 27 Luglio Parigi cominciò a muoversi. Le vendite Carbonare e le logge massoniche entrarono in piena attività e il giorno seguente cominciarono a verificarsi vari incidenti. I primi a diventare violenti furono i proprietari delle tipografie chiuse , ed a essi si aggiunsero gli studenti cresciuti a pane e liberalismo del Quartiere Latino, molti ex Ufficiali napoleonici e la solita manodopera Rivoluzionaria composta da delinquenti e perdigiorno. Gruppetti di sovversivi appositamente istruiti dalla setta si disperdevano per la città creando qua e la disordini: incominciarono a demolire gli Stemmi Reali e ad assalire le Carrozze blasonate che erano fatte segno di fitte sassaiole. Dalle logge arrivavano ordini agli affiliati e ai loro manutengoli. Uomini con la Medaglia della Legione all'occhiello entravano nelle Botteghe degli armaioli e acquistavano tutto quello che trovavano, fucili da caccia , sciabole o pistole. Il primo morto cadde in Rue Feydeau , la prima barricata sorde  in Rue Duc de Bordeaux .


Combattimento ingaggiato dai sovversivi davanti all'Hôtel de Ville, di Jean-Victor Schnetz


Le truppe a Parigi erano insufficienti per mantenere l'ordine. Se durante tutta la giornata del 27 "le truppe avevano galleggiato sull'insurrezione", il 28 vi erano gruppi di facinorosi in armi in tutta la città, le barricate si contavano a decine, il Palazzo di città veniva perduto e riconquistato . Le poche truppe erano stanche , con le munizioni esaurite e con l'impossibilità di ricevere il rancio , il quale mancava da 24 ore.
Lo stesso giorno si fece vivo il Generale Marmont , comandante della Guarnigione di Parigi. Affidare a lui il comando delle truppe fu un grande errore. Quel soldato che aveva già tradito Napoleone , dal quale aveva ricevuto anche il titolo di Duca di Ragusa, era impopolare sia fra gli Ultras che fra gli insorti. Gestì male le truppe a sua disposizione mandandole ad incastrarsi nei vicoli stretti di Parigi .
Carlo X lo rimproverò severamente, "Avete trentamila uomini , forse non vi bastano ?". Il Maresciallo ribattè che non era vero , e in effetti a Parigi non vi erano trentamila soldati ma appena 9.000 dato che molti reparti erano stati trasferiti nelle provincie. Nonostante gli uomini fossero stati 9.000 potevano essere meglio dislocati per tentare di  soffocare quell'incendio appiccato dai soliti sgherri sovversivi.
Carlo X rimase stranamente calmo , l'unica a manifestare la voglia di entrare a Parigi e soffocare la rivolta sovversiva era Maria Carolina.
Agli Ufficiali costava fatica mantenere l'ordine e la disciplina . I soldati erano stanchi , affamati e scoraggiati. Sarebbe bastata la presenza del Sovrano alle Tuileries per rafforzare il morale delle truppe.
Madame de Gontaut, che non aveva dimenticato gli orrori della Rivoluzione , esasperata di vedere il Sovrano tranquillamente seduto al tavolo impegnato in una partita di Whist, si ritirò nelle sue stanze dove teneva un grosso cannocchiale della Marina con il quale poteva vedere tutto il secondo piano della  Rue de Rivoli, dove da ogni casa si gettavano pianoforti, mobili e cassettoni. Con lei si aggiunse anche Maria Carolina. Fu proprio Maria Carolina che da quel cannocchiale puntato sulle due torri di Notre-Dame vide il funesto spettacolo della bandiera tricolore sventolare sospinta dal vento della sera. Era il funesto simbolo della Rivoluzione che da 15 anni era stato messo al bando.
Carlo X nonostante ciò rimase calmo e invito Maria Carolina a fare altrettanto. Nel frattempo l'infido Marmont ordinò alle sue truppe di caricare un gruppo di dimostranti che pur limitandosi a gridare "abbasso Polignac" o "Viva la Charta" , mostravano rispetto per il Re. Questo atto ingiustificato fece precipitare ulteriormente la situazione . La Rivoluzione infiammava Parigi risvegliando  vecchi brutti ricordi.

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Il Maresciallo Marmont, Duca di Ragusa
 

Mentre la framassonica Rivoluzione divampava, fu proprio un framassone che vi diede l'ultima mano. Nel momento decisivo, mentre Carlo X veniva raggiunto dalle truppe fedeli ,  potendo così  facilmente reprimere la rivolta e rientrare da padrone nella capitale, fu il Maresciallo Maison che colla più odiosa violazione del giuramento militare compì l'opera della Rivoluzione. Così come Luigi Blanc ne dà le prove che escludono ogni dubbio.

Maresciallo Nicolas Joseph Maison
 

La sera del 29 Luglio 1830, terza delle giornate che l'angiografia orleanista chiamerà "gloriose", giunsero dal Re i Ministri e i Marescialli dandoli il punto della situazione. La Guardia Reale era stata decimata , i "Cento Svizzeri" massacrati o sbandati, la città era in mano ai sovversivi che avevano occupato anche le Tuileries.

Il massacro dei "Cento Svizzeri" da parte dei Rivoluzionari davanti il Palazzo delle Tuileries



 Una parte dei soldati era stata corrotta ed era passata con i Rivoluzionari . Il Re che ripugnava l'idea di spargere altro sangue disse, "Eccomi dunque nella posizione in cui era il mio povero fratello nel 1792".
Poche ore prima , a Parigi, l'emissario della setta, il vecchio Talleyrand, invischiato negli intrighi di quei giorni , aveva interrotto la stesura delle sue memorie per ordinare al suo segretario di aggiungere la seguente nota: "Oggi, 29 Luglio 1830, a mezzogiorno e cinque, il ramo principale dei Borbone ha cessato di regnare".


Talleyrand ritratto da Ary Scheffer, 1828
 
 

Il "National" presentava un manifesto scritto da Thiers in accordo con Luigi Filippo di Borbone Orlean , che diceva:

« Carlo X non può rientrare a Parigi: egli ha fatto scorrere il sangue del popolo.
La repubblica ci esporrebbe a terribili divisioni e ci inimicherebbe Europa.
Il duca d’Orléans è un principe devoto alla causa della Rivoluzione.
Il duca d’Orléans non si è mai battuto contro di noi.
Il duca d'Orléans ha portato in alto il tricolore.
Il duca d'Orléans soltanto può portarlo ancora: non ne vogliamo un altro.
Il duca d’Orléans si è pronunciato; accetta la Costituzione come l'abbiamo sempre voluta.
È il popolo francese che terrà la sua corona. »

Tradito come il fratello dai parenti Orleans, Carlo X aveva al suo finco un nutrito esercito fedele composto da più di 12.000 uomini ai quali si erano aggiunti i Cadetti di Saint Cyr. Schierati nel giardino a Rambouillet , Carlo X li passò in rassegna tenendo per mano il Duca di Bordeaux , Enrico, in uniforme da Granatiere:
"Vegliate" , dice loro, "su questa infanzia preziosa. Questo fanciullo un giorno sarà il vostro Re e saprà ricordarsi della vostra lealtà" .

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Il piccolo Enrico mentre passa in rassegna le truppe in compagnia del nonno Carlo X
 

"Un giorno sarà vostro Re" , aveva detto Carlo X ai soldati , ma quel giorno arrivò poche ore dopo. Da Parigi giunse la notizia che il Governo aveva nominato Luigi Filippo luogotenente del Regno in attesa di "farlo re" e Carlo, fiducioso di poter giocare ancora d'astuzia, tenta l'ultimo espediente per salvare la Corona. Poiche li si assicura che Luigi Filippo , pur avendo accettato la nomina, non aveva intenzioni usurpatrici, decise seduta stante di abdicare a favore del piccolo Enrico e di nominare lo stesso Duca d'Orleans luogotenente del Regno . Carlo X firmò l'atto d'abdicazione imponendo al figlio Luigi Antonio di fare lo stesso. Nel tempo tra l'abdicazione di Carlo X e quella di Luigi Antonio quest'ultimo divenne Re di Francia con il nome di Luigi XIX, dopodichè il nuovo re divenne Enrici con il nome di Enrico V. Era la sera del 2 Agosto 1830.
Carlo X , intanto , scriveva al cugino Orleans:

" Caro Cugino, sono molto preoccupato dalle sofferenze che potrebbero colpire il mio popolo e per questo devo cercare un modo per prevenirle. Così ho deciso di abdicare in favore di mio nipote, il duca di Bordeaux. Il delfino, che condivide i miei sentimenti, concede i suoi diritti in favore di suo nipote. Avrete, in veste di luogotenente generale del regno, ad annunciare l'ascesa di Enrico V alla Corona. Anche voi adotterete tutte le misure relative alle forme di impostazione del nuovo governo durante la minore età del nuovo re ... Voi comunicherete le mie intenzioni al corpo diplomatico e mi farete sapere al più presto l'atto con il quale mio nipote verrà riconosciuto col nome di Enrico V. "

Nonostante le volontà di Carlo X fossero chiare il complotto Orleanista non si fermò . Gli stessi Orleanisti affrettarono  i tempi affinche le numerose truppe fedeli alla legittima dinastia non si radunassero così da ribalatre la situazione a favore di una Contro-Rivoluzione.Una volta Riarmata la Guardia Nazionale , composta dai soliti Borghesi, le ordinarono di marciare su Rambouillet . Il numero dei soldati della Rivoluzione era assai inferiore rispetto alle truppe Regie armate di 40 Cannoni . Il traditore e framassone Maresciallo Maison disse al Re che i soldati Rivoluzionari era da sessanta a ottantamila . Mentì spudoratamente. Sapeva benissimo che non erano più di 15.000.
Il Sovrano , nonostante le insistenze di Maria Carolina, decide di dare ascolto al traditore e diede l'ordine di ritirarsi verso Maintenon.
Successivamente, il 9 Agosto 1830, in una Camera mezza deserta, veniva "votato come re dei Francesi" , con 40 deputati su 400, Luigi Filippo.


Luigi Filippo di Francia
Luigi Filippo Borbone-Orléans
 

Il Corteo Reale si diresse verso Cherbourg , sulla Manica, dove Carlo X decise di imbarcarsi per l'Inghilterra. A Dreux Carlo X decide di congedare la Truppa: il congedo del Re dalle sue truppe fedeli fu toccante ; rullo di tamburi , secchi ordini militari, bandiere che si ammainavano e Ufficiali che spezzavano con rabbia la loro sciabola. Carlo X assistette alla scena da cavallo , dignitoso come sempre. La marcia riprese , con la sola scorta della Guardia Reale , e le scene di devozione del popolo verso il vecchio Re si susseguirono  lungo tutta la strada.
A Valognes, Carlo X trascorse la sua ultima notte in patria . Il mattino seguente le Guardie Reali si congedano da lui tra squilli di trombe, sciabole sguainate, lacrime, e giuramente supremi. Il Comandante porse lo stendardo al Re e egli, a Cavallo, lo prese commosso in consegna esprimendo la speranza che un giorno sarà restituito ai suoi fedeli.
Il 64° Reggimento di linea era schierato sul molo di Cherbourg per rendere gli onori a Carlo X. Per evitare di attraversare la Manica con l'odiata bandiera tricolore noleggiò unìimbarcazione battente bandiera Americana, il Veliero Charles-Carrol comandato da un Capitano Francese. Salita la famiglia Reale a bordo , il Veliero salpò verso l'Inghilterra tra la commozione delle persone presenti sul molo.


Partenza,  16 Agosto 1830, a Cherbourg, di Carlo X e la famiglia Reale.



 
Esilio e morte (1830-1836)
 
La famiglia Reale trovò alloggio in un Castello della Contea di Dorset messo a loro disposizione dal Cardinale Weld e Carlo X aveva ordinato la distribuzione degli alloggi ai famigliari al seguito.
Chiuso in quel Castello, con i nipoti e i famigliari al seguito, alternava le sue passeggiate con gli scontri che l'intrepida Maria Carolina innescava.
Carlo X aveva lasciato la Francia praticamente con le tasche vuote e poteva disporre soltanto delle sue rendite personali che non erano cospique. Carlo X era quindi in ristrettezze finanziarie. Per giunta , si erano fatti misteriosamente vivi i creditori che quarant'anni prima avevano sovvenzionato l'Esercito degli Emigrati. Gli antichi creditori stanziavano davanti al Castello di Weld minacciando di ricorrere alla magistratura Britannica che non sarebbe stata insensibile alle loro richieste.
Giorgio IV , che fino a quel momento si era totalmente disinteressato del "cugino" francese, aveva offerto a Carlo X il suo Castello di Holy Rood, così come era successo tanti anni prima in un'analoga circostanza. Il Castello di Holy Rood , a Edimburgo, godeva infatti di un singolare privilegio: Coloro che vi abitavano erano al riparo da ogni azione giudiziaria per debiti o insolvenze. Là , ai tempi dell'emigrazione, il giovane Conte d'Artois si era stabilito, là ritornava il vecchio Carlo X .
Carlo X si trasferì a Hly Rood sul finire del 1830.  Carlo X si commosse nel rivedere i luoghi in cui aveva vissuto giorni felici in compagnia dell'amata Madame de Pollastron . Attraversando le sale e i corridoi appoggiato al braccio di qualche cortigiano evocava episodi della sua lontana giovinezza che un'oggetto, un mobile o un quadro riportavano prepotentemente alla sua memoria.
"Ebbene , mio caro Blacas", diceva al Duca di Blacas, vecchio cortigiano che Luigi XVIII aveva allontanato , "Eccoci ancora qui, Ma bisogna rassegnarci . E' Dio che lo ha voluto". In quel Castello dove Madame de Pollastron era morta di Tisi , evocando il fantasma sbiadito del più  grande amore della sua vita , il vecchio Re ricordava soprattutto il giuramento di essere tutto di Dio che aveva pronunciato  al capezzale dell'amata , poi si ritirava nelle sue stanze a sgranare il Rosario.
L'immobilismo di Carlo X infastidiva Maria Carolina che non accettava il rifiuto del vecchio Re per l'azione. Era la madre di un giovane Re di 10 anni , e come tale voleva che il figlio avesse il Trono che li spettava di diritto.
Carlo X però era fiducioso in un'intervento di quella Santa Alleanza che , come sancito nel 1815, doveva garantire l'ordine nell'Europa Restaurata. Purtroppo il Cancelliere Metternich, vero direttore della Santa Alleanza, non volle farla intervenire perchè temeva che , se l'Esercito Russo avesse ristabilito l'ordine legittimo in Francia si sarebbe creata una forte alleanza franco-russa deleteria per l'Impero Austriaco. Così il Metternich preferì tollerare un Governo illegittimo in Francia piuttosto che un'alleanza che avrebbe causato probabili inconvenienti all'Impero.
Maria Carolina, figura ribelle della Corte francese in esilio, decise di agire e di organizzare una spedizione in Francia volta a fomentare i focolai Contro-Rivoluzionari che infiammavano qua e là il Regno di Luigi Filippo. Nonostante la severa contrarietà di Carlo X , Maria Carolina partì con i suoi fedelissimi: l'avventura finì purtroppo in malo modo e Madame Royal , dopo essere stata tradita, venne arrestata ed imprigionata. Come se non bastasse, Maria Carolina era incinta e la cosa destò scandalo tra il partito legittimista e la figura dell'intrepida eroina della Vandea venne oscurata.
Intanto l'educazione dei figli della Duchessa di Berry , Luisa e Enrico, veniva affidata alla Duchessa d' Angoulême e ai Gesuiti , oltre che alla sua. Dopo lo scandalo di Maria Carolina , Carlo X decise di tenere lontani i figli dalla madre che non considerava più un membro della famiglia Reale di Francia.
Dal Castello di Holy Rood , Carlo X si trasferì a Praga , ospite dell'Imperatore Francesco I ,  dove soggiorno per qualche tempo . Infine,  scelse come sua località di riposo la tranquilla campagna di Gorizia  . Quando si trasferì li , ospite  nel Palazzo della famiglia Coronini, era malato di Colera, malattia che però non aveva contratto in quella città,  e nel giro di poco tempo si spense , all'età di 79 anni , circondato dal 16enne Enrico V  , dalla sorella di quest'ultimo , Luisa Maria, dalla Duchessa d' Angoulême , dal figlio Luigi Antonio, e da una piccola Corte devota.




Immagine
Castello di Kromberk, che è il castello di Kronberg da cui i Coronini goriziani presero il titolo di Coronini-Kronberg. Palazzo dove venne ospitato Carlo X , e che fu la sua ultima residenza,  dalla famiglia Coronini.




Mort de Charles X

Ritratto raffigurante la morte di Carlo X di Borbone-Francia avvenuta nel palazzo Coronini.



 
 Venne sepolto per sua volontà, nella cripta del monastero francescano di Castagnavizza, su una vicina collina a Gorizia, dove lo raggiunsero gli altri , e ultimi, membri della famiglia Reale di Francia.

Tomba di Carlo X  nella cripta del monastero francescano di Castagnavizza

 
Carlo X, nonostante il suo immobilismo durante l'esilio,  rappresentò l'ultrarealismo intransigente ed è tuttora preso a modello dall'ala oltranzista dei vari movimenti monarchici francesi, tra cui l'Action Francaise e il Movimento del Visconte De Villiers. Il pensiero politico di questo grande sovrano si delinea in un'opposizione assoluta al costituzionalismo di matrice britannica/liberale. Egli infatti riteneva , e a ragione, privo di senso il concetto di un Re "che regna ma non governa" e disse più volte che piuttosto che fare "il sovrano all'inglese, dedito esclusivamente ai ricevimenti e ai bei vestiti" avrebbe preferito di gran lunga l'abdicazione e l'esilio. Il Re, a suo avviso, non doveva essere un mero simbolo come solitamente avviene nelle monarchie costituzionali, bensì il perno decisionale cui convogliano i quattro poteri fondamentali dello Stato (governo, parlamento, magistratura, esercito).
 
Fonti:
 
Wikipedia
 
La Signora della Vandea- un'Italiana alla conquista del Trono di Francia (Arrigo Petacco)
 
Luigi XVI - L'ultimo sole di Versailles (Antonio Spinosa)

La framassoneria sotto la Ristaurazione ( "Il probblema dell'ora presente" di Mons. Delasuss)
 
Scritto da:
 
Redazione A.L.T.A.
 

lunedì 5 novembre 2012

Ferdinando II: Un grande Re, ovvero la solitudine di un potente

 
 
 
(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato ODT o PDF)
RdS, 21 giugno 2010

Abbiamo letto tante pagine su Ferdinando II, in nuovi e vecchi testi (1), alcuni dei quali poco conosciuti, altri per nulla. Siamo, però, rimasti colpiti da una opera che scrisse Davide Galdi nell'anno del trionfo dell'idea risorgimentale: Ferdinando II, Davide Galdi, Torino Unione Tipografico Editrice, 1861.
Si tratta di un testo breve, spietato nei confronti di Ferdinando di Borbone, ma niente affatto ideologico. Considerando l'anno in cui fu dato alle stampe, questo è un grande pregio. Infatti, se si esclude la pubblicistica borbonica clandestina o semiclandestina, nel 1861, anno di proclamazione del Regno d'Italia sotto lo scettro sabaudo, nessuno osava spendere una sola parola a favore della dinastia borbonica.
Galdi non omette i difetti e i limiti di un monarca che reggeva le sorti di una grande regno e per questo si trovò al centro di pressioni e di appetiti che finirono per logorare la dinastia e causarne il crollo, ma descrive anche il contesto in cui si trovava ad operare Ferdinando II.
Dalla sua descrizione del personaggio, emerge la figura di un uomo solo chiamato a reggere un paese sotto attacco, retto all'interno con metodi polizieschi, dovuti a situazioni contingenti, in parte retaggio di eventi storici pregressi ed in parte a questioni geopolitiche che travalicavano il regno napolitano.
Galdi cita solamente le azioni mazziniane più note rivolte contro il regno borbonico, non sappiamo se deliberatamente o perché di altre non ne fosse a conoscenza.
Per chi la conosce. scorrere la cronistoria del decennio che precedette lo sbarco dei Mille è veramente impressionante. Fu uno stillicidio ininterrotto di attentati o di tentativi di attentati, anche nei confronti dello stesso Ferdinando II - basti ricordare il caso poco noto di Filippo Carabi, che spaventato dalla esplosione di prova dell'attentato da compiere contro Ferdinando, nel 1856, rinunciò e per questo fu sottoposto ad uno spietato processo massonico, conclusosi con una feroce esecuzione, alcuni anni dopo ed esattamente nel 1861 a Napoli.
"Giunti a Napoli, e scelti due diversi alberghi, i due si diedero appuntamento per la domenica nelle cave di pietra di Pianura, per fare le prove con la bomba. Disposero la bomba e l'accesero a distanza con una lunga miccia che bruciava lentamente. L'esplosione fu terribile; fu tanto distruttiva, infrangendo un enorme masso, che il giovane Carabi comprese che, gettando la bomba sotto il cocchio reale, egli sarebbe stato fatto a pezzi insieme a Ferdinando II.
Prendendo la scusa di essere l'unico sostegno della sua vecchia madre, egli, dopo aver giurato che avrebbe mantenuto il segreto, consigliò Lemmi di trovarsi un altro esecutore dell'assassinio. Contrariato per questo rifiuto e, anch'egli molto attaccato alla sua preziosa esistenza, per non portare a termine l'assassinio di persona, Lemmi giurò di castigare il siciliano.
Infatti, il povero Filippo Carabi fu assassinato, cinque anni dopo, in una Loggia di Napoli, un giorno che egli vi si era recato senza alcun sospetto. Questo delitto fu commesso con una ferocia e una destrezza inaudita: gli archivi del Direttorio di Napoli ne danno i più minuti particolari: il sequestro di Carabi nel 1861, il suo processo svoltosi davanti a un tribunale segreto, la tortura spaventevole che gli si fece subire, e l'estremo supplizio posto in esecuzione nel più profondo mistero.
Scoppiata la rivolta in Sicilia, Lemmi si mise in contatto diretto con vari capi massoni napoletani, che lo consigliarono di non far uso di una bomba, ma di un pugnale, e che gli proposero, il 4 dicembre, in casa di un mazziniano a Torre del Greco, due militari affiliati: Giusepe Locuti e Agesilao Milano. L'emissario del Comitato mazziniano di Londra scelse il Milano." (Cfr. Chiesa Viva n° 373)
Alcune tra le pagine più interessanti di Galdi a nostro avviso riguardano il colera del 1837 in Sicilia. Qualche storico fa risalire a quell'evento la rottura tra Ferdinando II e la borghesia liberale che delle speranze nel giovane monarca le riponeva. L'autore non si esprime in tal senso ma addebita ai mazziniani - pronti anche a mentire pur di provocare la caduta della dinastia -, la propagazione delle voci che il colera venisse fatto diffondere ad arte dai Borbone per disfarsi degli oppositori.
Una bufala che si sparse a macchia d'olio, provocò insurrezioni e conseguenti repressioni che furono determinate e feroci e allargarono il fossato fra la Sicilia e la monarchia napoletana.
"La setta della Giovine Italia, a capo della quale era l'operoso ed instancabile Giuseppe Mazzini, con lo scopo di far guerra ai tiranni, avea dichiarato più volte che a tutti i mezzi darebbe ricorso per venirne a capo.
E perché ogni maniera di cospirazione faceva forza di leva per eccitare la rivoltura delle cose italiane, presero quel pretesto per soffiare nel sospettoso animo de' Siciliani la suggestione che i Borboni volessero disfarsi de' liberali e degli uomini ben pensanti, mediante veleni destramente sparsi nel popolo e insinuati nell'igiene delle più alte classi.
La suggestione empia, o certamente non lodevole, per un partito che tutt'i mezzi stimava buoni a raggiungere un fine, s'impadronì tanto degli animi, ed esaltò le menti, che ogni menomo cibo parve avvelenato, ogni menomo torbido a' visceri parve avvelenamento. Fu un timore universale in tutta Sicilia. Si levò Palermo, si levò Messina, Catania, Siracusa, Modica, Augusta, Avola, Sortino, Bagni, Floridia; quasi tutti i così detti valli insorsero con centinaia di Comuni, proclamando morte ai Borboni.
[…]certo quel Re, che giovine si era aperto al suo popolo, ed avea promesso giorni felici, non potea menar vanto di tanto strazio fatto alle sue provincie, e, si può dire, alla sua patria, perché egli era nato in Sicilia; ma l'Austria e le sette italiane lo mettevano nel bivio di scegliere tra la clemenza diseredata ed il rigore vittorioso." (Cfr, Galdi, pag. 30, 37)
Noi oggi, col senno del poi, ci chiediamo per quale motivo i mazziniani nutrissero tanto acredine contro i Borbone e l'unica risposta che ci appare logica è che le centrali massoniche (2) premevano per la caduta di un regno troppo legato alla Chiesa, il cui crollo l'avrebbe di certo indebolita.
Non a caso dieci anni dopo ci fu la breccia di Porta Pia - la fine del potere temporale del papato ci sarebbe stata senz'altro prima, secondo il nostro modesto parere, se il regno sabaudo non fosse stato occupato per così tanti anni nella guerra civile scoppiata nelle provincie napoletane.
Vogliamo però tornare al Galdi. In alcune pagine egli definisce Ferdinando un ignorante, ma in altre scrive:
"Noi ne abbiamo fin a questo punto discorso, e passato a rassegna le cattive qualità, ma non creda nessuno che da noi, per tema di qualche torva occhiata imperiosa, si volesse tacer le buone. Oibò, noi siamo liberi ed indipendenti tanto da non lasciarcene imporre da chicchessia: per noi esiste Dio e la storia; e i favori de' principi, meritati o meritandi, non ci sedussero e non ci seducono ancora.
È una spavalderia, Uno spartanismo codesto? - Punto di ciò. Questo scritto mostrerà agli onesti se mentiamo, o se diffidiamo del vero.
Rassegneremo quindi tutte le qualità lodevoli di un Re decaduto dalla pubblica opinione e punito da Di0; di un Re che se avesse voluto essere italiano, avrebbe meritato singolar posto nella storia, e portato la palma sugli altri. Come uomo, Ferdinando II avea bella persona ed altezza di re, fisionomia ardita, occhio acuto ed intelligente, traverso il quale una nube di sdegno mostrava talora il Borbone. Memoria unica forse più che rara, per la quale, visto che avesse una sol volta un uomo, noi distaccava più mai dalla sua memoria. I suoi sudditi erano presenti a lui, purch'ei gli avesse intravveduti; nessun uomo, anche del volgo, gli era straniero; pur lo straniero era in lui!
[…]Sono molti e molti quelli che io chiamerei quasi gli adagi di Ferdinando II. Essi mostravano la sua chiarezza di mente nel veder certune cose, la sua ostinazioni nel seguire il proprio partito, deliberatamente e senza ambagi di sorta.
In quanto poi a quella istruzione, della quale egli era si tiepido anzi sì indifferente ausiliario, mettea chiare idee sulla carta; avea bel carattere; speditamente parlava in più lingue, ma oltre certe cognizioni generali e sommario, non volea saper d'altro: pur tuttavia avea l'ingegno facile ad apprendere, e lasciava parlare i periti tanto che gli bastasse e non più. (Cfr, Galdi, pag. 53, 57)
Ci hanno propinato, fra le tante frottole, il luogo comune dei Borbone asserviti allo straniero, Galdi scrive:
"Sappiamo da fonte certa quanto la sua esistenza, come facilmente ei ripetesse le parole: Né rivoluzione, né straniero; e il fatto mostrò sempre ch'egli preferì con le proprie mani imbrigliare e punire i suoi sudditi, anziché permettere che lo straniero, come Francesi e Tedeschi, che avean piede in Italia, lo facessero. E se tenne a' suoi stipendii la gente svizzera, la prese e la tenne per propria elezione, non per imposizione di governo straniero.
Nelle cose della meccanica, come nelle morali, egli solea sempre ripetere: Non muore quadro chi nasce tondo; e da questo la estrema diffidenza che avea ne' liberali e ne' repubblicani, parendogli non potessero mai veracemente a lui affezionarsi." (Cfr, Galdi, pag. 55)
L'anno 1848 mette il regno a dura prova, le sette liberali tirano la corda e, più che preoccuparsi di dare un nuovo governo alle provincie napoletane, si illudono di dare la spallata definitiva alla dinastia. Il Galdi tratteggia così gli avvenimenti di quell'anno capitale:
"L'assunzione al trono del Mastai col nome di Pio IX mutò faccia all'Italia, e Ferdinando II si trovò fra tutti il più compromesso. Avendo spedito gagliarde forze in Sicilia per reprimere la sollevazione scoppiata colà, vide riportarsele indietro battute senza colpo ferire. Come i Lombardi cacciavano gli Austriaci dalla Milano, i Siciliani cacciavano col piombo alle reni i Napolitani da Sicilia. Roberto de Sauget, generale di vaglia, perdeva in quel fatto la sua riputazione guerriera, ma salvava la sua riputazione di uomo leale. Dualità difficile a mantenere intatta.
Ferdinando II vistosi allo stremo, colto alla sprovvista ne' suoi disegni di resistenza, depauperato nel consiglio di pochi buoni, chiamò a se Cesare Dalbono, che stimava onesto giovane, e gli disse: - Tu non mi tradirai. Il regno è sossopra; adoprerò la forza?
La fiducia de' principi è peso enorme: essa grava e schiaccia sovente gli uomini che intende onorare. Il giovane vicesegretario di poche parole rispose: Vostra Maestà raduni un consiglio ed interroghi la coscienza de suoi generali. E fu fatto.
Questi vecchi militari, ch'egli non avea sperimentato in guerra di gran calibro, protestarono di non conoscere né poter guarentire lo spirito della soldatesca e degli uffiziali. Essere corsa una occulta propaganda in tra le file del popolo. Chi potea assicurare non fosse passata tra le file dell'esercito? Essi non avrebber potuto dare al Re che la vita.
Una dimostrazione in via Toledo accelerò la decisione. Fu repressa da Statella, e n'ebbe stima da tutti. Il ministero cadde.
Il marchese del Carretto, che avea sperato padroneggiare questo movimento, per aver sospeso ogni sevizia a' prigionieri pontificii, fu costretto ad imbarcarsi accettando un sussidio nella reggia alla presenza del suo rivale general Filangieri, che oggi è restato inferiore a lui per condotta politica.
Napoli ebbe una Costituzione: la formolò il Bozzelli, Poerio la promosse. Fu una necessità o un tradimento? Questo è ciò che oggi deve apparire, oggi che del despota non rimangono che le ossa; oggi che del popolo non rimangono che le intenzioni scoperte. La Costituzione napoletana non fu per Ferdinando II che un ripiego politico, ma un abile ripiego, poiché la dimostrazione a fazzoletti eseguita un giorno dovea mutarsi in dimostrazione armata il giorno appresso. Errarono quelli che stimarono la lealtà esser potesse carattere semplice e puro de' re. Pieni de' loro sogni e vani non di altro che di aver conseguito una Carta, non mirarono al punto di partenza, la necessità, e furon gonzi di buon cuore, se non vogliasi loro dir altro.
[…]Ai liberali stava contro la poca esperienza, l'ansia e la smania di salire ad alti posti, la mancanza di vero coraggio civile che valesse a sedare i romori della piazza, la cavillosa esigenza.
Re Ferdinando, che avea contro se la pubblica disfiducia, fece per la causa d'Italia, materialmente parlando, più di quello che altri principi, meno Carlo Alberto, avean fatto. Pur tuttavia è d'uopo considerare che Carlo Alberto, ponendo il piede in Lombardia, era vicino a casa sua; Ferdinando no: Carlo Alberto avea certi acquisti per sé; Ferdinando no, porcile avea il Papa di mezzo allora italianissimo: Carlo difendeva un piccol regno; Ferdinando un gran regno e vulnerabile per lunga costa.
[…]Ma Ferdinando II travide che egli non era fra i pochi eletti, che il suo regno era tenuto di mira in una formazione nuova a costituirsi, che gli sarebbe convenuto cedere, e ceder sempre, ed allora pensò di non esser morto, di volersi tener in guardia, e vivo sostenere le ragioni del suo trono. Pur non di manco, se benigni fossero stati i destini, egli non avrebbe ripreso le vie del sangue. Fra serbato ad uomini corrivi e causidici l'immergere nel lutto il bellissimo nostro paese, trovando ad osservare sopra una forma di giuramento da presentarsi al Re, il 14 maggio. Veri mercanti di parole, senza esperienza di fatti, e credendo che pei Re stesse il detto: Verbo ligant homines, crescono la diffidenza di Ferdinando Borbone, che vede assorbirsi dal Piemonte; fanno che si raddoppii la loro verso di lui; permettono che tra dissensi infiniti si levino in sulla maggior via della città inutili o presontuose barricate; mettono lo sgomento nel paese"
[…] "Ciascun vede dalle nostre parole che non intendiamo di scusare il Re liberticida, che da quel giorno s'ingraziò con l'Austria nel nome di re Bomba; ma non intendiamo neppure di scusare i Conforti, i La Cecilia, gli Spaventa, i Zuppetta, i Parisi, i Romeo, i Plotino e tanti altri, che furon cagione immediata o lontana di quello eccidio funesto" (Cfr, Galdi, pag. 59-67)
Seppur scritto in un momento particolare, il testo di Galdi ha una sua onestà intellettuale, ad esempio è lontano anni luce dallo stile del De Cesare, la cui opera è una lunga sequela di aneddoti sul personaggio, sulle sue pratiche da "bizzuocco" e sulle sue fisime antijettatorie. Opera, quella del De Cesare, assolutamente faziosa e chiamatela pure storiografia obiettiva, se volete!
"Gli scrupoli religiosi del re divennero addirittura puerili negli ultimi tempi. Se, guidando un phaeton, s'incontrava nel viatico egli, fermata la vettura, ne discendeva e a capo scoperto, devotamente, si genufletteva con entrambi i ginocchi, sino a che il viatico non fosse passato. Questo avveniva più di frequente, traversando i sobborghi di Napoli per recarsi ai Camaldoli di Torre del Greco; accadeva a San Giovanni, a Portici, a Resina, alle due Torri, dove era seguito dai ragazzi di quei paesi, che correvano appresso alla carrozza reale, gridando Viva il re. Negli ultimi due anni si sviluppò in lui una più esagerata tendenza alle pratiche religiose, che non era tutto bigottismo, ma forse bisogno d'ingraziarsi la divinità, perché gli restituisse la perduta pace dello spirito.
[…]Ascoltava la messa ogni giorno; si confessava di frequente, tanto che monsignor De Simone non si allontanava mai da lui; diceva tutte le sere il rosario con la regina e i figliuoli, e invariabilmente, prima di andare a letto, con un seguo della mano baciava le immagini sacre, che popolavano la camera nuziale. E prima di coricarsi, inginocchiato innanzi a un piccolo crocifisso, recitava le ultime preci.
[…]Benché devotissimo, i frati in genere e i cappuccini in ispecie, i gobbi, i calvi, i guerci, gli uomini dai capelli rossi, le vecchie con la bazza, erano per lui segni di mal augurio o minacce di sventura, in quel modo stesso che di venerdì non compiva nulla, che avesse apparenza festiva o gioiosa, ne viaggiava. Riteneva il numero 13, come ogni buon napoletano, di tristo presagio. Lasciando Caserta il giorno della sua partenza per le Puglie, visto due cappuccini presso il cancello della reggia, si turbò e non nascose il suo turbamento alla regina. Nel duomo di Brindisi, nel poco tempo che vi stette, vide un calvo che lo guardava e ordinò che lo allontanassero.
Durante la malattia, i pregiudizii contro la jettatura crebbero in maniera inverosimile. Riteneva la malattia effetto di quella e nel parossismo dei dolori lo sentivano esclamare: m'anno jettato!... e passava in rassegna gl'incidenti del viaggio, l'incontro dei due cappuccini a Caserta; certe facce vedute in Ariano, a Foggia e ad Andria, il calvo di Brindisi e cosi via via.
[…]Le inaugurazioni degli uffici telegrafici erano fatti con pompa. V'intervenivano le autorità civili, le religiose e le militari; il clero benediceva le macchine, mettendole sotto la protezione della Madonna o di un santo. Il primo telegramma era un doveroso evviva al re. Si sceglievano occasioni solenni per le inaugurazioni, come gli onomastici di principi della famiglia reale, o feste di Stato, o solennità religiose, e le cerimonie si somigliavano tutte. 271
[…]Il re, ch'era onesto personalmente e parsimonioso, come si è veduto, la famiglia sua, più che non convenisse al suo grado, avrebbe desiderato che l'amministrazione dello Stato fosse rigida, ma la corruttela regnava intorno a lui ed egli lasciava correre, vendicandosi coi motteggi, e dei proprii istinti morali facendosi un titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi stranieri. (Cfr. La fine di un regno, Raffaele De Cesare, pag. 234, 236, 238, 271, 276)
L'insistenza del Galdi su alcune cattive qualità di Ferdinando che non avrebbe, ad esempio, lasciato spazio ad uomini di cultura non collimano con quanto affermato da liberali eletti al parlamento subalpino, come il Ranieri che nei suoi discorsi non può fare a meno di ammettere che nonostante i Borboni - " alla barba dei Borboni " scrive il nostro - la cultura del regno non era seconda a nessuno in Europa. Ci viene ironicamente da sottolineare, nonostante la "feroce tirannia" ferdinandea!
"Le Due Sicilie non erano Costantinopoli o Giava: ma erano la patria di Vico e di Filangieri; e di Natale che precorse Beccaria. La loro legislazione, salvo in quella poca parte che ritraeva da' Borboni, era delle migliori, se non la migliore, d'Europa; e la tirannide dei Borboni in tanto era più nefanda e più scellerata, in quanto era un fatto isolato, materiale e, per cosi dire, dinamico, il quale invadeva, percoteva, sforzava e straziava un bell'ordine ed una bella connessione di dritti e di doveri, che filosofi e giureconsulti grandissimi avevano lavorato da otto secoli.
[…] "E l'istruzione pubblica?.. Signori! I Borboni avevano rovinato quel che potevano, le Università, le Biblioteche pubbliche, tutto, in somma, quell'insegnamento che si chiama uffiziale. Ma Dio è grande! E la sua invincibile Provvidenza pone sempre ai grandi mali un qualche grande e inosservato rimediò. Alla barbarie delle scuole uffiziali, Egli aveva posto, nelle Due Sicilie, il grande ed inosservato rimedio d'un tradizionale libero insegnamento: e tutte le tirannie, anche quella dei Borboni, si rompono contra le tradizioni. Nelle Due Sicilie erano migliaia di onesti e valenti uomini, che, senza fatuità di esami e di lauree, assisi in umili sgabelli, insegnavano (dalle più rimesse insino alle più sublimi discipline) quel che appena ho udito insegnare nelle più perfette scuole primarie e secondarie, e nelle più nobili cattedre di tutta Europa. Molti ne perivano fra le catene dei Campagna e degli Aiossa. Molti ancora ne scampavano. E tutti, senza strepito o appariscenza veruna, formavano, alla barba dei Borboni, il perenne semenzaio di quegli innumerevoli professori, di cui l'Italia Meridionale ha popolata, da tempo immemorabile, l'Europa." (Cfr. Antonio Ranieri, Discorsi, 1862 - Pag. 45, 49)
Se volete conoscere le realizzazioni di Re Ferdinando II, vi consigliamo di leggere le opere di Hervey, di Pagano, di Del Pozzo e di Durelli.
Oggi questo Re, la cui reputazione fu distrutta dalla propaganda liberal-massonica a partire dalle famose lettere del Gladstone pubblicate nel 1851 a Londra e a New York (e a Torino da Giuseppe Massari, che ritroveremo un decennio dopo come relatore della commissione d'inchiesta sul brigantaggio!), viene riabilitato da una corrente storiografica ancora minoritaria che però sta facendo breccia nella montagna di falsità risorgimentali.
Alcune settimane fa, in Campania gli hanno intitolato finanche una scuola primaria.
Riabilitando lui i meridionali hanno iniziato a riabilitare se stessi. Di fronte alla storia e agli altri italiani.
NOTE
(1) Un re Ferdinando II, king of the two Sicilies di Leone D'Hervey-Saint-Denis Tipografia D. Passigli 1851;
Storia di Ferdinando II: re del regno delle due Sicilie dal 1830 al 1850 di Giovanni Pagano - Tipografia Di B. Cannavaccioli 1853;
Cronaca civile e militare delle due Sicilie sotto la dinastia Borbonica di Luigi del Pozzo - Stamperia Reale 1857;
Cenno storico di Ferdinando II re del Regno delle Due Sicilie per Francesco Durelli - Stamperia Reale 1859;
Ferdinando II per Davide Galdi - Torino Unione Tipografico Editrice, 1861;
La fine di un regno, Raffaele de Cesare - Tipografico Editrice S. Lapi 1908;
Il Re Bomba. Ferdinando II, il Borbone di Napoli che per primo lottò contro l'unità d'Italia di Campolieti Giuseppe, Mondadori 2001
(2) Sull’affiliazione di Mazzini alla massoneria, Gian Mario Cazzaniga ha dichiarato recentemente ad Affaritaliani.it: “Le discussioni sull'appartenenza alla massoneria di Giuseppe Mazzini sono un falso problema. Mazzini fu dapprima dirigente carbonaro e, mentre era in carcere, gli furono conferiti gradi massonici da Passano, un capo della massoneria, in modo che potesse comunicare all’esterno con dirigenti di logge e, anche successivamente, si avvalse di massoni che simpatizzavano con il suo programma politico."



Fonte:

http://www.eleaml.org

Sulla morte di un Re Napoletano

Tra le varie notizie e verità che di tanto in tanto affiorano sull'onda lunga del revisionismo storico, emerge una notizia veramente interessante che scoglie in parte quell'alone di mistero che ha sempre avvolto la morte prematura di Re Ferdinando II di Borbone.
Grazie al nostro compatriota medico nonchè attento ricercatore storico Giuseppe Ressa, da oggi ne sappiamo qualcosa in più del male che, con forti sofferenze, alle ore 13.30 del 22 maggio del 1859, stroncò la vita del sovrano a soli 50 anni.
In allegato la nota pervenuta alla Rete, un primo piano del Re all'età di 48 anni, una foto sul letto di morte ed il suo testamento.
Cap. Alessandro Romano
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Carissimi,
e' vero che l'ultimo medico ha sempre ragione perché vede gli errori degli altri Ma leggendo il De Cesare si capisce, pur calandosi nella realtà delle conoscenze del tempo, come TARDIVA sia stata la decisione di incidere una raccolta di pus in zona femorale in un paziente che ne aveva tutti i sintomi e segni.
Il diabete mellito si conosceva da secoli e Ferdinando ne soffriva senza dubbio, in più si sapeva benissimo che questo tipo di malattia predispone alle infezioni della pelle e del sottocutaneo.
Un certo dottor Nicola Longo a Bari voleva fare una incisione e disse al sovrano che la sua sventura era di non essere un paziente qualunque ma il Re, se non lo fosse stato sarebbe già stato operato e molto probabilmente guarito.
Malgrado Ferdinando gli dicesse " Don Niccola, mo me trovo sotto, facite chello che vulite" la camarilla di Corte decise di trasportarlo via mare a Napoli e poi Caserta, lì giunto si perse altro tempo prezioso e quando ci si decise a procedere chirurgicamente la raccolta di pus era diventata molto grande ma, quel che e' peggio, c'era stata una disseminazione per via sanguigna (setticemia) con conseguente formazione di nuovi ascessi sulla pelle e negli organi interni.

Giuseppe Ressa - Internista -

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Ferdinando II di Borbone
Ferdinando II, il RE Napoletano
Ferdinando II di Borbone
Ferdinando II sul letto di morte
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Testamento

Presso a morire Ferdinando II dettò il testamento cui volle scritto di mano del figlio Francesco, presente la Regina, i due più grandicelli figliuoli, Luigi e Alfonso, e Monsig. Gallo, in questi sensi:
"Raccomando a Dio l’anima mia, e chiedo perdono ai miei sudditi per qualunque mia mancanza verso di loro, e come sovrano e come uomo. Voglio che, eccetto le spettanze matrimoniali alla Regina, e gli oggetti preziosi con diamanti al mio primogenito, si facciano della mia eredità dodici uguali porzioni: vadano una alla Regina, e dieci ai miei dieci cari figli. La dodicesima a disposizione del primogenito, stabilisca Messe per l’anima mia, sussidii a’ poveri, e restauri e costruzioni di chiese nei paesetti che ne mancassero sul continente e in Sicilia. I secondogeniti entreranno in possesso compiuti gli anni trentuno; sino a qual tempo, ancorché fossero coniugati, staranno a spese della real casa. Ciascuna quota di secondogenito, sarà a vincolo di maggiorato; e ove si estingua, torni a casa reale. Delle quattro porzioni delle femmine voglio da ciascuna si tolga il terzo, il resto sia loro proprietà estradotale, con vincolo d’inalienabilità; e se maritate finissero senza figli, ritornino a casa reale. Da tai prelevati quattro terzi dono ducati 20 mila a ciascuno de’ miei quattro fratelli, Carlo, Leopoldo, Luigi e Francesco; ducati 15 mila al principe di Bisignano, e ducati 5 mila alla gente del mio servizio. Del rimanente si cresca la porzione dei maschi secondogeniti, ma disugualmente, distribuita in ragione diretta degli anni di età di ciascuno; affinché i minori di età abbiano col moltiplicamento di più anni raggiunta la porzione pari a quella dei maggiori fratelli. La villa Capossele a Mola, come bene libero, lascio al mio primogenito, al mio caro Laso (così per vezzo l’appellava). E voglio questa mia disposizione abbia forza di legge di famiglia, non soggetta a giudizio di magistrato, ma giudice unico ed arbitro ne sia il mio successore e chi lo seguirà."
"Questa eredità privata, continua il De Sivo, era diversa dai beni di casa reale, componevasi di rendite napolitane, siciliane ed estere, oggetti preziosi valutati 60,787 ducati, 41,377 ducati trovati in oro, e altre parecchie carte di crediti su casse di difficile esazione. Tutta la eredità disponibile fu stimata 6,795,080 ducati; però ne spettarono a Francesco 566,256 e 69, ed altrettanti alla vedova Regina; 756,521 e 92 al Conte di Trani, e agli altri minori fratelli poco meno, in proporzione delle età. Le Principesse ebbero per ciascuna ducati 377,504 e 46 inalienabili, fuorché la rendita da porsi a frutto. Francesco volle entrassero nella sua porzione i valori di difficile esazione; ma la Regina vedova, gareggiando di sensi generosi, nol sofferse e ne tolse la metà nella sua parte.
"Vegga dunque il lettore quanti fossero i milioni lasciati dallo economo Ferdinando in ventinove anni di ricco regnare, risparmiati dalla sua lista civile, e da’ frutti delle doti di due mogli, moltiplicati in tanti anni. E la setta predicavali innumerevoli e rubati alla nazione! Inoltre aveva spesi due milioni per riedificare l’arsa reggia di Napoli, e altri per quelle di Caserta e Capodimonte. Coi beni di Casa reale aveva maritate le sue quattro sorelle, provveduto di maggioraschi i fratelli, ciascuno di ducati 60 mila. Sempre ospitale a Imperatori, a Re, a Papi, aveva con giusto fasto sostenuto il decoro della sua casa e del reame. Dappoi, quando la calunniatrice setta entrò in trionfo nella misera Napoli, confiscò ogni cosa alla Casa Borbone: i risparmi degli orfani, l’economie annose, le doti delle Regine e Principesse, e tutto quasi fosse cosa del regno rapito!" [...]



Fonte:

http://www.eleaml.org

domenica 4 novembre 2012

4 Novembre 1918 : Un giorno di lutto per l'Europa legittimista e Cristiana

Villa Giusti a Padova: Entrata della delegazione Austro-Ungarica per la firma della resa il 3/11/1918.
 

Oggi, 4 Novembre 2012, cade il 94° anniversario della fine della Grande Guerra per l'Impero Austro-Ungarico,  e della sua (temporanea) fine "de facto". Questa triste data segnò il crollo definitivo della Restaurazione inaugurata a Vienna nel 1815. Questa triste data segnò anche l'ennesima "vittoria"  della diabolica Rivoluzione sull'ultimo pilastro del legittimismo europeo.
Noi dell'Associazione legittimista Trono e Altare , continuando a combattere e a pregare affinchè  la Restaurazione sia presto una realtà , dedichiamo una preghiera in memoria di quei valorosi soldati ( dell'Esercito Austro-Ungarico) , tra i quali militavano migliaia di volontari triestini, trentini/tirolesi, fiumani, che diedero la vita per difendere la loro terra e il loro Imperatore:

 

O DIO ONNIPOTENTE ED ETERNO, SIGNORE DEGLI ESERCITI, VOI CHE ALL'INDOMANI DELLA CREAZIONE DEL MONDO PRESIEDESTE AL TRIONFO DELL'INVITTO ARCANGELO MICHELE CONTRO LE FORZE DEGLI ANGELI RIBELLI CHE INSIDIAVANO IL VOSTRO TRONO GLORIOSO, DEGNATEVI DI ACCOGLIERE NEL VOSTRO REGNO LE ANIME DEI VALOROSI CHE QUI ORA PUBBLICAMENTE ONORIAMO, MEMORI DELL'ESTREMO SACRIFICIO CHE LA SVENTUTA DEI TEMPI VOLLE MANTENERE FINO AD OGGI OCCULTO E DIMENTICATO:
STRAPPATI DAL FOCOLARE DOMESTICO, PRECIPITATI NELLE PIU' REMOTE CONTRADE AD AFFRONTARE UNO SCONTRO IMPARI, ESSI SEPPERO CON LEALTA' E CORAGGIO, PULSANTE NEL PETTO UN CUORE LACERATO DALL'AMORE PER LA FAMIGLIA LONTANA E PER LA PATRIA MORENTE; SE AGLI OCCHI DELL'UOMO COSTORO USCIRONO SCONFITTI DALL'INFAUSTA BATTAGLIA A CUI GLI ARCANI DISEGNI DELLA PROVVIDENZA AVEVANO RISERVATO AMARI DESTINI, DAVANTI A VOI ACQUISTARONO LA CORONA DELLA VITTORIA, SINO A DIVENIRE SEMI FECONDI DI QUELLA PACE FRA LE NAZIONI CHE SOLTANTO IN VOI, O DIO DELLA GIUSTIZIA, TROVA FONDAMENTO E LINFA. E A NOI, FIGLI FORSE INDEGNI DI TANTO VALORE, EPURE CAPACI DI CHINARE IL CAPO DAVANTI CIPPO DELLA MEMORIA, VOLGETE IL VOSTRO PATERNO SGUARDO MISERICORDIOSO, AFFINCHE' SI RAFFORZI SEMPRE DI PIù LA SPERANZA DI GODERE, UN GIORNO, ASSIEME AI NOSTRI CADUTI, DELLA VOSTRA VISIONE BEATIFICA NELLA GLORIA ETERNA DEI CIELI.
COSI' SIA


( testo di Marco Plesnicar, tratto dalla rivista "Mitteleuropa").


Di Redazione A.L.T.A.

sabato 3 novembre 2012

La Monarchia Sacra Parte quarta : La Monarchia Sacra e i Concili : Le lettere di convocazione dei Concili

L'imperatore Teodosio II (Costantinopoli, 10 aprile 401 – 28 luglio 450) , insieme a Elia Eudocia.



Ecco che cosa scriveva Teodosio II nella lettera con cui convocava i Metropolitani al Concilio di Efeso (3° ecumenico) del 431, sotto il pontificato di Celestino I:
«Il bene del nostro Impero dipende dalla religione. V’è una stretta connessione tra queste due cose. Esse si compenetrano reciprocamente e l’una s’avvantaggia dall’accrescimento dell’altra. Così la vera religione è debitrice alla giustizia, e lo stato a sua volta alla religione ed alla giustizia insieme. Stabiliti da Dio a regnare, troviamo che via sia una stretta unione naturale tra la religione dei nostri sudditi e il loro benessere temporale. Noi guardiamo e manteniamo inviolabile l’armonia dei due ordini, compiendo tra la Provvidenza e l’umanità l’officio di mediatori. Noi serviamo la divina Provvidenza vegliando sugli affari dello stato, e sempre, prendendoci cura e pena perché i nostri sudditi vivano piamente e come si conviene a dei cristiani, stendiamo la nostra sollecitudine ad un duplice dominio. Non si può infatti interessarsi di uno, senza parimenti preoccuparsi dell’altro.
Ci sforziamo in primo luogo d’ottenere che l’ordine delle cose ecclesiastiche sia, al nostro tempo, rispettato come lo esige Dio, che la concordia e la pace vi regnino senza nessun
disordine, che la religione rimanga intatta, che la vita e l’opera dell’alto e del basso clero siano irreprensibili. Così, convinti che tali beni si realizzino e consolidino con l’amor di Dio e la mutua carità, noi abbiamo spesso sostenuto che le attuali circostanze richiedano e necessitino di una riunione del corpo episcopale. Abbiamo indugiato davanti a tale eventualità in ordine alle difficoltà che comportava per i vescovi. Ma la considerazione degli importanti interessi tanto ecclesiastici che civili la cui trattazione s’impone d’urgenza al momento presente, mi convince che tale riunione è ormai altamente opportuna, o meglio indispensabile. Temendo dunque che, a causa della negligenza nello studio di queste questioni importanti e attuali, la situazione non peggiori, Vostra Santità si degni, una volta terminate le solennità pasquali, di prendere il cammino di Efeso e di trovarvi per la Pentecoste accompagnato da qualcuno dei pii vescovi della sua provincia, in modo che, né la
diocesi rimanga priva di sacerdoti, né il concilio di membri capaci. Noi scriviamo nel medesimo
senso e in vista di ciò a tutti i metropoliti. Così, i disordini causati dalle controversie sorte di recente potranno essere sedati in base ai canoni ecclesiastici, le irregolarità e divergenze saranno raddrizzate, la religione e la pace dello Stato riaffermate. Nell’auspicio che il santissimo concilio da noi riunito con il presente decreto dovrà provvedere al bene della Chiesa e al bene comune, ciascuno dei pii prelati – noi ne siamo certi – si premurerà di venire, per contribuire con tutto l’impegno a deliberazioni tanto importanti e così gradite a Dio. Noi teniamo molto a tale affare e non tollereremo affatto che alcuno se ne astenga volontariamente. Né davanti a Dio, né a Noi, saranno scusati coloro che mancheranno di riunirsi con i loro confratelli nel luogo e nel giorno indicato».
Con maggior forza si rivolgeva poi l’Imperatore a Cirillo d’Alessandria, giudicato responsabile delle dissensioni dottrinali che rendevano necessario il Concilio:
«È per questo che occorre che Vostra Reverenza giunga nel tempo da noi fissato nell’altra missiva comunicata a tutti i metropoliti. Non sperate di recuperare il nostro affetto, se non mettete fine a tutte le tristezze e ai disordini e se non vi presentate ben disposto per l’esame delle questioni sul tappeto».
Convocando i metropoliti al Concilio di Efeso del 449, il sovrano ribadiva i medesimi concetti:
«Nessuno ignora che la religione assicura il mantenimento dell’ordine nel nostro impero ed il buon andamento di tutte cose umane […] Chiunque, incurante di un concilio tanto necessario e tanto a Dio accetto, non avrà fatto tutto il possibile per trovarsi al tempo e al luogo fissato, non avrà scuse, né davanti a Dio, né davanti alla nostra imperiale devozione».
L’Imperatore Marciano, scrivendo a Papa S. Leone I, in ordine alla riunione di un concilio a Calcedonia (451), non appare meno convinto del suo diritto d’indire una tale assemblea, anche se il tono appare più rispettoso. Dopo aver menzionato il proprio zelo per la religione, poiché «la tranquillità e la forza dell’impero riposano sulla vera religione», scrive:
«Se piace a Vostra Santità di venire in questo paese e di tenervi il concilio, si degni di farlo per amore della religione … Ma se è troppo arduo che Voi possiate giungere in questa contrada, che Vostra Santità ci informi per iscritto, in modo che, a nostra volta, noi ordineremo a tutti i vescovi d’Oriente, di Tracia ed Illiria, di riunirsi in un luogo stabilito, da noi indicato. Là si prenderanno in favore della religione cristiana e della fede cattolica, quelle misure che Vostra Santità avrà prescritte in conformità con le norme ecclesiastiche».
Qualche secolo dopo, l’Imperatrice Irene, rivolgendosi a Papa Adriano I, in ordine alla convocazione del VII Concilio Ecumenico di Nicea per il 787, ribadiva che «coloro a cui N.S. Gesù Cristo ha conferito la dignità imperiale o quella di Sommo sacerdote, sono tenuti a darsi cura e pensiero di ciò che gli è accetto e di governare secondo la sua volontà i popoli che sono stati loro affidati. È per questo che, obbedendo alle ispirazioni di un cuore puro e d’una vera pietà, di concerto con tutti i nostri sudditi e i dottissimi preti, abbiamo lungamente discusso sulla situazione e, dopo matura riflessione, abbiamo deciso di organizzare un concilio ecumenico».

3 Novembre 1867 - 3 Novembre 2012 : 145° anniversario della Battaglia di Mentana

Nel 145° anniversario della Battaglia di Mentana noi dell'Associazione legittimista Trono e Altare non potevamo non rammentare questa eroica battaglia combattuta e vinta delle prodi legioni Pontifice contro le orde garibaldesche. Grazie al mirabile lavoro del Centro studi Giuseppe Federici  presentiamo questa pubblicazione sulla Battaglia di Mentana.

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza Comunicato n. 92/12 del 3 novembre 2012, San Giusto
Mentana, 1867: viva il Papa Re!
Il 3 novembre 1867 l’Esercito pontifico riportava una straordinaria vittoria nella battaglia di Mentana (con la precipitosa fuga di Garibaldi), a coronamento di 45 giorni di vittoriosi combattimenti (ad eccezione di Monterotondo) contro i garibaldini. Gli sconfitti, per non ammettere l’eroismo dei soldati del Papa Re, attribuirono il successo all’esercito francese.
Ricordiamo il 145° anniversario del trionfo papalino nella campagna militare dell’Agro romano con tre testi, tratti dall’Osservatore Romano e dalle memorie di due volontari, il bolognese Antonmaria Bonetti e l’irlandese Patrick Keyves O’Clery. Dalla lettura dei testi emerge l’entusiasmo che suscitò in tutta la popolazione romana la vittoria di Mentana.
Il Bonetti parla del monumento fatto da costruire da Pio IX nel cimitero del Verano, al Pincetto Vecchio, in onore dei caduti della campagna militare del 1867, non lontano dalla tomba dove ora riposa il gen. Kanzler e la sua famiglia. Oggi purtroppo il monumento e la tomba si trovano in un deplorevole stato di incuria e abbandono.
Ricordiamo anche il video fatto in occasione del 140° anniversario della vittoria:



 

L’Osservatore Romano 

 … Non eravamo preparati a uno spettacolo di tanta imponenza. Tutte le vie che conducevano al grande largo di Termini erano assiepate di una folla compatta, che pareva impaziente di rivedere i nostri prodi, e di dar loro un attestato corrispondente all’animo generoso con cui avevano sopportato le lunghe fatiche e i quotidiani pericolo di una guerra diuturna, insidiosa, implacabile. Le classi si confondevano insieme e solo un sentimento pareva dominasse quella sterminata moltitudine, sentimento di legittima e santa soddisfazione di poter intaccare la corona della vittoria intorno le fronti delle valorose milizie che a costo della loro vita avevano salvato le nostra città dagli orrori di una sacrilega invasione. E quando finalmente comparvero le prime insegne, quando S. E. il generale Kanzler Pro-Ministro delle Armi, con a fianco S. E. il generale De Faille comandate le truppe francesi si avanzò sulla via; allorquando la simpatica divisa degli eroici nostri zuavi incominciò a fendere lentamente la moltitudine, uno scoppio indescrivibile dia plausi percorse tutta la linea, piogge di fiori caddero sulle loro teste, e il grido di Viva le Truppe Pontificie! Viva i Zuavi! Echeggiò per ogni intorno. (…) Belli della loro gloria, i volti dei nostri bravi abbrunati dal sole, solcati dalle fatiche, brillarono di gioia per un’accoglienza si entusiasta; e siam certi ch’essi dimenticarono in quel punto ogni loro travaglio, nella legittima soddisfazione di vedersi fatti segno di plauso si grande e universale, meritata ricompensa del loro coraggio e della loro fedeltà. D’altra parte mai come ieri si fece palese per qual modo Roma abbia a caro di vedere a sé conservato quel triplice serto che incorona il capo dei suoi Monarchi. Quel serto che in luogo di capitale di un povero regno, al costituisce e consacra sede inviolabile del Vicario di Gesù Cristo, centro, regina e maestra della grande famiglia cristiana, patria gloriosa ed eterna di duecento milioni di cattolici!
(Dall’Osservatore Romano del 7 novembre 1867)

La testimonianza di Antonmaria Bonetti, volontario bolognese

 Ora mi rimarrebbe a fare la storia della nefasta occupazione garibaldesca nelle provincia, della indifferenza onde vennero accolte le truppe regie, e delle feste e dello entusiasmo, onde i pontificii furono ricevuti in tutte le città ed i paesi dello Stato allorché li rioccuparono. Mi resterebbero pure a ricordare le cure amorevoli e pietose prestate ai feriti sia pontificii e sia garibaldini; le attenzioni usate ai prigionieri, i quali furono provvisti abbondantemente non solo del necessario, ma persino di biancheria, di denaro, di tabacco e d’altro. Dovrei rammentare le visite fatte tanto ai feriti che ai prigionieri dal Santo Pontefice Pio IX; lo zelo e la carità cristiana onde gli ospedali furono spettacolo, e nei quali in tutte le ore del giorno e della notte si aggiravano distribuendo conforti e soccorsi, oltre alle Suore, le più nobili dame ed i più cospicui gentiluomini e personaggi romani e stranieri, fra i quali, e per primi vanno nominati le LL. MM. il Re e la Regina delle Due Sicilie; le infermerie aperte spontaneamente nei loro palazzi da alcuni patrizi romani; ma passerei di troppo i limiti fissati dal mio lavoro.
Basti dire in poche parole che, come durante l’invasione sfolgorò in tutta la sua luce il valore e l’abnegazione delle milizie e la fedeltà e la solerzia delle popolazioni; così dopo il trionfo sfavillarono di luce purissima la pietà per gli egri, la generosità per gl’indigenti, il compianto pei caduti. Splendidi furono i funerali che in Roma ed in tutto l’Orbe cattolico si celebrarono in suffragio di quelli tra i Crociati del 1867, che ebbero la bella sorte di suggellare col sangue e colla vita il loro amore e la loro devozione alla Cattedra augusta di S. Pietro ed all’immortale Pontefice Pio IX.
Entusiastiche, non più viste, universali furono le dimostrazioni di gratitudine, di ammirazione e di plauso ai prodi e gloriosi campioni della Religione e del Trono Pontificio; ed il Sacro Collegio degli E.mi Cardinali, la Prelatura, il Romano Patriziato concorsero tutti con larga munificenza per premiare anche materialmente il loro eroismo. I principali giornali cattolici d’Italia e d’Europa raccolsero in pochi giorni somme rilevanti per l’Esercito Pontificio, pei feriti, per le popolazioni e le chiese più danneggiate dall’invasione, e specialmente per quelle di Monte Rotondo, che più n’ebbero a soffrire.
Il Santo Padre Pio IX volle poi che nel Campo Santo di Roma fosse innalzato un nobile mausoleo ai suoi cari soldati, caduti sul campo dell’onore; e questo mausoleo, che tuttora si ammira, quantunque profanato da un’empia e bugiarda iscrizione postavi dopo il 20 settembre 1870 da chi non interpretava certo i sentimenti della cittadinanza che diceva di rappresentare, è opera lodatissima del ch. Vespignani. Esso è in marmo di proporzione assai ampie, e rappresenta San Pietro in atto di consegnare la spada ad un Crociato, che sostiene una bandiera col motto: L’Orbe Cattolico. Le statue che adornano il monumento sono dell’esimio scultore Luccardi. Gli ornati, dei distinti artisti Carimini, Palombini ed Augusti; le iscrizioni latine dell’illustre padre Torgiorgi. Sul monumento, in rilievo ed a lettere di metallo dorato, leggonsi i nomi dei caduti; ma essi ben più stabilmente e profondamente sono scolpiti nel cuore di ogni cattolico verace e sincero. Pio IX poi volle compiere l’apoteosi dei suoi valorosi campioni, istituendo una medaglia commemorativa con un Breve stupendo, che è già per se stesso un monumento immortale, una splendida corona di gloria per chi ebbe la somma fortuna di meritarlo.
(Antonmaria Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale e i suoi precedenti (1815-1895), di, Libreria della Vera Roma, Roma 1895, pagg. 470-472)

La testimonianza di Patrick Keyves O’Clery, volontario irlandese

 … A Mentana le truppe pontificie ebbero 30 morti e 103 ferirti. (…) I garibaldini persero almeno 800 uomini, ed è probabile che le perdite effettive siano state superiori al migliaio. Furono fatti prigionieri 1.600 garibaldini e gli altri ripassarono la frontiera in vari punti, consegnandosi a migliaia alle truppe italiane. Il 6 novembre l’esercito vittorioso rientrava a Roma, ricevuto dall’entusiasmo della gente: la città era imbandierata a festa, la folla gremiva le strade, i balconi, e persino i tetti. I prigionieri furono portati a Castel Sant’Angelo, da dove ritornarono in gruppi alle proprie case. Il 27 novembre, quando ne erano rimasti 200, il Papa fece loro visita. Nel gran salone dov’erano riuniti per incontralo, il Papa passò sorridendo in mezzo a loro, dicendo: Vedete davanti a voi l’uomo che un vostro generale ha chiamato il Vampiro d’Italia. E’ contro di me che avete preso le armi: e chi sono io? Un povero vecchio. Parlò con ciascuno di loro, si informò dei loro bisogni, promise vestiti caldi, scarpe, denaro e il viaggio gratuito per ritornare nelle loro città; infine, quando tutti gli si strinsero attorno, baciandogli la mano e acclamandone il nome, li salutò dicendo: A voi cattolici chiedo soltanto di ricordarvi di me in una breve e fervente preghiera a Dio. Tale fu il perdono di Pio IX.
Le notizie di Mentana furono accolte in tutto il mondo cattolico con immensa gioia. ovunque vennero celebrate Messe di ringraziamento per la vittoria, indette preghiere di suffragio per gli eroi caduti, organizzati manifestazioni e comizi per garantire una difesa della Santa Sede ancora più efficace. Persino nel lontano Canada l’entusiasmo fu grande quanto in Europa, poiché uno zuavo canadese era caduto a Mentana in difesa della Santa Sede; così, quando ogni nazione decise di mandare rinforzi Roma, il Canada si organizzò per inviare un’intera compagnia, che doveva poi coprirsi di gloria nell’ultimo combattimento dell’esercito pontificio …
(Patrick Keyves O’Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Edizioni Ares, Milano 2000, pag. 650-651).