giovedì 11 ottobre 2012

Biografie tratte dal volume "I grandi atleti del trono e dell'altare", del Barone Alessandro Augusto Monti della Corte (Vittorio Gatti Editore, Brescia 1929): Giacomo Bossuet, l'etica nella politica

Jacques Bénigne Bossuet (Digione, 27 settembre 1627Parigi, 12 aprile 1704)
 


GIACOMO Bossuet nacque a Digione l’anno di grazia 1627. Suo padre, Consigliere al Parlamento di Metz, apparteneva a quella "nobiltà di toga", che formava una casta così caratteristica e chiusa, nella Francia dell'Antico Regime. Erano vere dinastie di giuristi in seno alle quali le cariche della magistratura, acquistate in contanti, come una cascina od un feudo, si trasmettevano di generazione in generazione, e univano col dare alle famiglie una impronta speciale, un po’ compassata e severa, con una punta di pedanteria dottorale e un certo rigorismo puritano....

Ma il predominio degli studi legali che in tale ambiente erano naturalmente tenuti in grandissimo onore — come accadeva per l'arte militare nella rivale "nobiltà di spada" — non impediva che vi si coltivassero anche le buone lettere classiche, e le discipline teologiche, filosofiche, e storiche. Di tanto in tanto qualcuno dei rampolli di una di queste case — che erano dette anche "parlamentari", perché appunto riempivano di consiglieri nati i vari Parlamenti del Regno — preferiva seguire la carriera ecclesiastica, aggiungendo al prestigio famigliare il lustro di una mitria vescovile.

Così fece anche il giovane Giacomo Bossuet, che al tocco ed al robone orlato di pelliccia, preferì la tonsura e l'abito talare, e dopo aver compiuti i primi studi nella natia Digione, sotto la guida dei Padri Gesuiti, passò a Parigi al Collegio di Navarra, e nel 1648 fu approvato dottore in teologia. Solo quattro anni dopo ebbe gli ordini sacri e fu insediato in un Canonicato della Cattedrale di Metz. Aveva — come dicono i Francesi — il piede nella staffa.

Presto venuto in fama di singolare eloquenza fu richiamato nella capitale dove s'impose subito al pubblico devoto come il panegirista ed il quaresimalista più in voga. Ammesso a predicare davanti al Re ed alla Corte, si guadagnò la stima del Sovrano che non gli lesinò gli attestati di considerazione e di affetto. Alcune clamorose conversioni di dame e di signori protestanti rafforzarono ancora il suo prestigio, aprendogli la strada ai più alti gradi.

Nel 1669 gli fu affidata la diocesi di Condom, nell'Armagnacco. che essendo in molte parti infetta di eresia richiedeva un pastore combattivo ed energico; ma si era appena accinto alla buona battaglia, quando gli fu affidata una missione anche più lusinghiera e più carica di responsabilità delicate: il Re lo aveva scelto a educare il Delfino e a prepararlo ai compiti sovrani.

Il precettore restò al suo posto undici anni, durante i quali scrisse numerosi lavori destinati a servire per l'istruzione del suo augusto discepolo, come il Discorso sulla storia universale, il Trattato sulla conoscenza di Dio e di noi stessi, e la Politica desunta dalle Sacre Scritture.

Le sue funzioni e il favore del Monarca, che non gli venne mai meno. gli diedero a Corte una grande influenza di cui seppe servirsi, con molta discrezione e molto tatto, ma nello stesso tempo con fermezza, per moralizzare e cristianizzare l'ambiente. I protestanti e gli increduli erano numerosi nell'alta nobiltà cortigiana e appunto per convenirli egli scrisse l’Esposizione della dottrina della Chiesa che contribuì senza dubbio a ricondurre all'ovile alcuni illustri ugonotti, come il Maresciallo Turenne e Madamigella di Duras, e un "libertino" incallito come il grande Condè.

E l’influsso benefico di Monsignor Bossuet sulla brillante società di Versailles non si restrinse al campo religioso: sotto i suoi auspici gli studi letterari, filosofici e storici riuscirono ad entrare nei salotti. dando una intonazione più elevata e più seria alla vita mondana.

Cosicché si può dire che l'ultimo trentennio del ‘600 francese — cioè il periodo più bello e più glorioso del regno del Re Sole — è tutto dominato. ispirato, plasmato dal genio del prelato borgognone.

L’ordine, l'armonia, la serena grandezza, la forza moderata e consapevole, il giusto senso delle proporzioni e delle gerarchie naturali, che fanno della Francia monarchica e cristiana, un edificio splendido di solidità e di equilibrio, sono appunto i principii direttivi che possiamo trovare nei suoi scritti, in cui l'uomo di chiesa, il moralista, il teologo accompagnano e guidano lo storico ed il politico senza che vi sia mai contraddizione, confusione od antitesi fra l'elemento sacro e quello temporale: ogni cosa è al suo posto e sul suo piano, in un insieme organico e perfetto.

Nel 1682 l'educazione del Delfino si può considerare compiuta e a Bossuet, ormai celebre, il Re vuole affidare, in luogo della povera e lontana diocesi di Coudom, quella di Meaux. più ricca, e soprattutto più vicina a Parigi. Così potrà chiamarlo più facilmente a Versailles, quando vorrà valersi dei suoi lumi, per pii affari ecclesiastici del Regno, sia nella lotta contro i protestanti, ancora turbolenti e minacciosi, che nel conflitto accesosi con Roma, circa le libertà tradizionali della Chiesa di Francia.

È una pagina, questa, delle meno felici nella vita del grande Monsignore, tratto a schierarsi contro la Santa Sede, nell’assemblea dei Vescovi e del clero francese, e a stendere egli stesso i Quattro Articoli della proposizioni gallicane, respinte e condannate dalla Chiesa. Fu fuorviato, come i suoi colleghi, da un patriottismo forse male inteso e dalla intransigenza della sua devozione alla Dinastia ed al Monarca. Ma quelli che ne traggono motivo per attaccare la purezza dottrinale del suo cattolicesimo, così ardente e ortodosso, travestono e deformano le sue vere intenzioni. Egli in tale occasione fu soltanto l'interprete del sentimento diffuso e quasi unanime dei prelati riuniti in assemblea, ed anzi redigendo gli articoli famosi si sforzò di attenuarne la portata per rendere possibile un accomodamento: ciò che difatti avvenne non molto tempo dopo.

Raffigurarlo, come fanno alcuni, in veste di ribelle antiromano, significa oscurare a bella posta, con un oltraggio gratuito ed arbitrario, la memoria purissima e gloriosa di un superbo soldato della Fede.

Anche in mezzo alle cure pastorali e dell'amministrazione diocesana, a cui si dedicava con zelo scrupoloso, il grande Vescovo non trascurava gli studi filosofici e storici, e il tenace fruttuoso apostolato contro tutte le forme dell’Errore. Sempre allo scopo di illuminare gli eretici, nel 1688 aveva pubblicato la Storia delle variazioni delle chiese protestanti, in cui mostrava, di fronte all’unità cattolica, l'anarchismo caotico delle sette avversarie, e sullo stesso argomento ebbe un lungo carteggio polemico col celebre filosofo tedesco, Barone Guglielmo di Leibnitz e con altri influenti luterani.

Né va dimenticata, a riprova della sua ortodossia adamantina, l'aspra e dura battaglia ch'egli ebbe a sostenere contro il cosiddetto "quietismo", favorito e protetto da Monsignor Fenelon. Certe forme morbose di esaltazione mistica ripugnavano troppo al suo sano realismo, e costruttore nato, uomo d'azione e di lotta, egli davvero non poteva indulgere alle strane teorie di chi affermava la bontà e l’efficacia di una fede senz'opere.

Il Papa non tardò a dargli ragione ed il "quietismo" venne condannato. Oltre agli scritti dei quali ho già parlato e alle Orazioni funebri famose, in memoria di alcuni tra i suoi contemporanei più illustri, Monsignor Bossuet compose un Catechismo che fu detto di Meaux, e le Meditazioni sul Vangelo, che con le Elevazioni sui Misteri, erano specialmente destinate all’edificazione delle monache e delle dame devote. La sua fibra robusta gli permise di restare sulla breccia fino all'ultimo, senza che gli anni avessero oscurato la lucidità cristallina della sua intelligenza o comunque nuociuto alla potenza delle sue qualità di scrittore.

Morì quasi ottantenne, nel 1704, proprio all’alba del secolo pazzo ed iconoclasta, che avrebbe visto le plebi scatenate ritentare l’impresa dei Titani ribelli..

* * *

L'insegnamento politico del Vescovo di Meaux è strettamente connesso alle sue massime religiose e morali; ne è come il corollario temporale, l'applicazione pratica nella vita dei popoli e nella loro organizzazione sociale.

L'autorità legittima non può derivare che da Dio. I Re sono — secondo la Scrittura — "i pastori dei popoli". Il loro potere si è fondato bensì, materialmente, sul "consenso dei popoli" o "la conquista armata", ma ha potuto durare solo in quanto obbediva alle condizioni essenziali dell'ordine terreno.

È la natura stessa delle cose in cui si esprime la volontà divina e che pone le norme necessarie della convivenza civile. Queste sono anteriori e superiori a noi: non possiamo correggerle o modificarle a piacere, sottometterle a patti od a regolamenti arbitrari. "Tutti gli uomini nascono sudditi e la patria potestà li abitua ad obbedire".

Sudditanza, obbedienza: parole dure e austere che il pensiero moderno ha voluto bandire dal vocabolario dei popoli, per rimpiazzarle con quelle lusinghiere e fallaci di Libertà e di Uguaglianza, la cui superstizione, diffusa in ogni luogo, ha opposto alla presunta tirannia dei Monarchi il dispotismo anonimo, irresponsabile, cieco, delle masse ignoranti! Parole che ricorrono sovente negli scritti politici di Monsignor Bossuet e che li hanno additati, come era naturale, all'odio implacabile di tutte le pecore pazze farneticanti di un mondo trasformato, contro la storia e contro la natura, senza Re e senza Dio.

"Dove ciascuno può fare ciò che vuole, nessuno fa ciò che vuole: dove non c'è padrone, tutti sono padroni; dove ognuno è padrone, tutti, sono schiavi".... "Ed è stolto chi crede di sottrarsi ad ogni costrizione, sopprimendo le leggi e la potestà dello Stato".... "Nulla, in realtà, è meno libero dell'anarchia, che sopprime fra gli uomini ogni rivendicazione legittima e non riconosce che il diritto della forza....".

La libertà umana, entro i limiti che la natura consente, può sussistere solo sotto la protezione e il controllo di un potere ben saldo che sia il depositario e l’interprete della volontà generale. Ma questa volontà generale è una cosa diversa dalla somma delle volontà particolari, addizionate insieme, come vorrebbe la scuola liberale. La delega al Sovrano del potere supremo non può avvenire che tacitamente e in spirito..... "Ciascuno rinunciando alla sua volontà la trasmette e la unisce a quella del Principe".

Ora "il Principe, per la sua stessa natura, non ha altri interessi fuorché quelli del pubblico" e prima di tutto "ha interesse a mantenere l’ordine — cioè a difendere i privati contro tutte le violenze — per essere egli stesso al sicuro".

Della constatazione di questa coincidenza necessaria e spontanea fra il bene inteso interesse del Sovrano e quello dei suoi sudditi. Bossuet si fa un valido argomento per propugnare la Monarchia pura, come la miglior forma di governo in quanto è "quella che maggiormente interessa alla conservazione dello Stato le forze stesse che lo dirigono".

Gli inconvenienti dell'assolutismo — giacché la perfezione non è di questo mondo — riducono in pratica alla eventualità che il Sovrano sia indotto ad abusare della sua autorità. Ma assoluto è una cosa ed arbitrario un'altra. Sì dice di un governo che è assoluto quando "non vi è contro il Principe alcuna forza coattiva". Ma questo non vuol dire che il Principe possa far ciò che vuole: anche una monarchia assoluta ha le sue leggi "e ciò che è fatto contro queste leggi è nullo di diritto". Senza contare che un Principe cristiano è responsabile dinanzi a Dio del suo gregge, ed ha, nell’osservanza del Decalogo, una norma costante e inderogabile che meglio di ogni patto statutario garantisce la vita, i beni e l'onore dei sudditi.

Nella Politica desunta dalle Sacre Scritture e nell’Avvertimento ai Protestanti, questi concetti sono esposti a lungo. "Un popolo che ha provato i mali, i disordini, gli orrori dell'anarchia, è disposto — egli scrive — a dare tutto per poterli evitare e preferisce rischiare di essere maltrattato qualche volta da un Principe, piuttosto che esporsi a soffrire per i propri furori riservandosi l'uso del potere. Ma non intende con ciò dare al Sovrano un potere illimitato: perché, senza parlare dei limiti segnati dalla ragione e dalla equità — a cui forse gli uomini non obbediscono sempre — ci sono i limiti imposti dall'interesse e questi non si ignorano e non si disprezzano mai! È appunto l’interesse che ha creato tutti i diritti dei Sovrani; che sono nello stesso tempo i diritti dei popoli!.... Il popolo, costretto dalla necessità a darsi un padrone, non può far di meglio che interessare alla propria prosperità chi ha scelto a capo, e affidargli lo Stato, perché lo conservi come cosa sua.... È il miglior mezzo per interessarvelo.... Ma lo si lega ai pubblici interessi anche più intimamente quando si dà il potere anche alla sua famiglia, in modo che egli possa considerare lo Stato come il suo patrimonio ereditario, e lo ami quindi come ama i propri figli. Ed è un bene per il popolo che il governo diventi più facile, perpetuandosi in virtù delle stesse leggi per cui si perpetua il genere umano; e sia, per così dire, conforme alla natura.... I popoli presso i quali la Monarchia è ereditaria, si sono privati — è vero — della facoltà di scegliersi un capo; ma in compenso si sono procurati un altro beneficio. È infatti un gran vantaggio quello di trovare i sovrani belli e fatti, senza dovere ogni volta rimontare un meccanismo tanto delicato. Perciò darsi un signore non è una prova di debolezza o di fiducia in sé; spesso — se teniamo conto del genio particolare dei popoli e della costituzione naturale degli Stati — è piuttosto una prova di saggezza e di profondità di vedute.

"È dunque un grande errore il pretendere che non si possa fissare alcun limite al potere sovrano se non col riservarsi su di esso un diritto superiore. Ciò che si vuole rendere debole nel male, per la natura delle cose umane, diventa pure debole nel bene o — senza limitare la potenza legittima con una forza coercitiva che non è lecito usare contro di essa — il mezzo più naturale per impedire che essa ci opprima, è di interessarla al nostro benessere.

"Marco Aurelio si proponeva di stabilire nella Monarchia più assoluta la più perfetta libertà del popolo: ciò che è tanto più facile in quanto che le Monarchie più assolute hanno tuttavia dei limiti infrangibili che sono certe leggi fondamentali, contro le quali non si può far niente che non sia per sé nullo. Togliere i beni a un suddito per darli ad un altro è appunto un atto di tale natura. Ma non occorre armare l'oppresso contro l'oppressore: il tempo stesso combatte per lui, la violenza reclama contro se stessa, e non esiste un uomo tanto pazzo da credere di far con tali mezzi la fortuna dei suoi. Lo stesso monarca ha interesse ad impedirlo, perché sa che bisogna fare amare un governo per renderlo stabile e forte.

"Ed allo stesso modo che il vero interesse del popolo e di interessare alla propria salvezza coloro che lo governano, il vero interesse dei governanti è d'interessare alla propria conservazione il popolo soggetto. Così le aggressioni straniere sono respinte con maggiore zelo, e i sediziosi e i ribelli non sono ascoltati; il governo va avanti da solo e si sostiene per così dire, con il proprio peso. Senza attendere di esservi costretti i Re abili si impongono spontaneamente delle regole per evitare le sorprese e le incertezze e si sottomettono liberamente ad alcune leggi determinate perché sanno che un potere esagerato finisce col distruggere sé stesso!...".



È difficile rendere in una traduzione l'efficacia e la forza persuasiva e dialettica di queste e di altre pagine polemiche di uno fra i più armoniosi e i più perfetti prosatori francesi; tuttavia credo di aver posto in rilievo quello che conta, e che non è lo stile.... Voglio dire il realismo, la praticità, il senso storico, l'esperienza degli uomini nei loro veri istinti, la giusta diffidenza verso tutte le formule teoriche ed astratte, che partono dal falso presupposto della nostra nativa perfezione.

Guai se si desse ascolto a "quei politicanti che senza conoscere il mondo ed i pubblici affari hanno la pretesa di sottomettere i troni alle leggi che architettano in mezzo ai loro libri o che dettano nelle loro scuole!...".

Bossuet li denuncia e li combatte con particolare fierezza, quasi avesse saputo prevedere che proprio quello stampo di pedanti ottimisti e chimerici avrebbe un giorno potuto far man bassa della grandezza francese, dilapidando l’eredità gloriosa dei Re cristianissimi, in nome appunto delle astratte formule ugualitarie e giusnaturaliste....

La teoria dello stato di natura, idilliaco e perfetto, ripresa e sviluppata un secolo più tardi nel Contratto Sociale del Rousseau, si trovava già in germe negli scritti di alcuni polemisti ugonotti come il famoso Pastore Jurieu, e il V° Avvertimento ai protestanti ne reca appunto la confutazione più esauriente e completa, e fa giustizia di ogni ubbia sentimentale sulla presunta felicità presociale.

"Se noi guardiamo gli uomini come sono naturalmente, e prima di ogni regolare governo, noi non possiamo trovare che l'anarchia; cioè in tutti gli uomini una libertà selvaggia e ferina, per cui ciascuno può tutto pretendere ed allo stesso tempo tutto contestare, e tutti stanno sulle difese e quindi di continuo in guerra contro tutti; e la ragione è impotente perché ciascuno chiama ragione la passione dalla quale è dominato: e lo stesso diritto di natura non ha forza perché non ne ha la ragione; né vi sono proprietari, né possessi, né beni, né tranquillità assicurata: né invero alcun diritto che non sia quello brutale del più forte: e non si sa neppure chi è il più forte, perché ciascuno può diventarlo a sua volta a seconda che un maggiore o un minor numero d'individui sia in un dato momento accomunato dalla stessa passione.

"Per sapere se il genere umano sia stato un tempo tutto in questa condizione, o quali popoli ed in quali paesi, e quando ed in qual modo sia cessata, bisognerebbe poter calcolare l'infinito e penetrare i più riposti pensieri, capaci di agitare il cuore umano.... Comunque, ecco la condizione in cui possiamo immaginare gli uomini allo stato primitivo.

"Immaginare invece, nel popolo così considerato, una sovranità innata, è mettere un governo prima di ogni governo: che è una contraddizione....

"La verità è che un popolo in tali condizioni è ben lungi dall'essere sovrano: non è neppure un popolo!.... Vi possono essere bensì delle famiglie — e anch'esse mal dirette e male organizzate — vi può essere un'orda, una folla, una moltitudine confusa: ma non un vero popolo, perché l'idea di popolo suppone già qualche vincolo, una norma, un diritto immutabile, quali possono solo aver quelli che hanno già cominciato ad uscire dalla triste condizione che ho detto; cioè dall'anarchia....".

* * *

L'accusa mossa dai critici moderni, liberali e purtroppo anche cattolici (di quelli intinti nella mala pece di uno pseudo-evangelico anarchismo) al sistema politico filosofico e storico dell'Aquila di Meaux, è di esser troppo austero e intollerante: ferreo, assoluto, e senza attenuazioni....
Egli nega difatti all'opinione dei singoli, sia pure onesti e bene intenzionali, il credito e il rispetto quasi superstizioso, che sogliono accordare a tutto ciò che e umano, i divinizzatori del bipede pensante....
Per lui ci sono alcuni punti fermi, certezze controllate, provate ed acquisite, sulle quali non tollera discussioni o riserve.

Chi le attacca è ignorante e presuntuoso, ammettendo che agisca in buona fede, altrimenti e un volgare malfattore.... In un caso e nell'altro dev'essere trattato come un perturbatore ed un ribelle. Tutto ciò sembra duro e scandaloso agli assertori della tolleranza e della libertà intellettuale, ma riflettendo a lume di buonsenso non possiamo negarne la salda base logica e — ciò che è più importante — la necessità sociale.

La libertà illimitata di esprimere le proprie opinioni private, anche se eterodosse, racchiude in se un fermento di anarchia, in quanto che lo Stato — non agnostico, ma autoritario e storico — ha il suo Vero e lo insegna e lo difende e, occorrendo, lo impone....

Se lo lasciasse discutere e negare ne uscirebbe intaccato e indebolito il suo stesso prestigio e l’ordine politico e morale che da questo dipende.
Lo scetticismo di un Voltaire apre la strada ai forsennati della ghigliottina e le dolci rugiade tolstoiane annunziano e preparano, sia pure inconsciamente, l'oscena tregenda bolscevica…