lunedì 24 aprile 2017

LUI NON TRADISCE I SUOI



Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

Questo è il Dott. Vittorio Bonapace, medico austriaco nato a Mezzolombardo (Tirolo) il 21 gennaio 1879, figlio di Antonio Bonapace e Teresa Busetti.

Medico condotto di Ravina (Trento) e Tenente del 2° Reggimento Landenschützen, caduto sul fronte orientale in Galizia il 18 marzo 1915....

Al tenente austriaco Bonapace NON vengono intitolate vie o piazze. Al cittadino Vittorio Bonapace NON vengono organizzati eventi o presentazioni teatrali. Al Dott. Bonapace NON vengono dedicati servizi televisivi o articoli di giornale.

E PERCHÉ? Perché il Dott. Bonapace non fu una spia come Cesare Battisti, non fu un deputato opportunista come Battisti, non era un traditore guerrafondaio come Battisti.

Un giorno, in una Mezzolombardo libera della retorica fascista e consapevole della propria storia, persone come Vittorio Bonapace verranno ricordate con onore e con rispetto.

mercoledì 12 aprile 2017

Briciole di memoria 1 – “Trentino”: una denominazione che non è mai esistita

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini:  aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.



Lo spunto è una vecchia cartolina risalente agli anni della Prima Guerra, che fa parte della ricchissima collezione dell’amico Manuel Adami.   Interessante la scritta a piè di pagina:    “Es gab kein “Trentino” und es wird nie eines geben!” – Il Trentino non c’è mai stato e mai ci sarà!”

La nostra Terra si è chiamata sempre e soltanto Tirolo.  Nell’uso comune la parte meridionale,    che corrisponde al  territorio dell’attuale provincia di Trento dove la lingua maggioritaria era ed è quella romanza,  veniva talvolta chiamata Südtirol.
Il termine “Trentino” usato come riferimento geografico e non con il significato di “uomo abitante nella città di Trento”, fu impiegato per la prima volta dal cartografo veneto Isaia Ascoli nel 1863 a Milano in una sua pubblicazione,  quando fu nominato rettore della locale università.

Briciole di memoria 5 – La nostra bandiera l’é gialla, l’é nera

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini: aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.

(Foto:@Enzo Cestari)
 
Castello Tesino, il mio paese, come tanti altri sulla linea di confine, nel maggio 1915 viene occupato dalle truppe italiane; gli abitanti sono già stati sfollati in luoghi più sicuri all’interno dell’Impero, gli ultimi rimasti vengono internati nel regno italico. Il 6 giugno 1916 il paese va a fuoco e brucia quasi completamente. I primi profughi rientrano in Tesino nei primi mesi del 1918, dopo la vittoria di Caporetto, e trovano solo rovine: tutto è bruciato, distrutto, saccheggiato.
Anche la bandiera imperiale è andata perduta, quella grande, gialla e nera, che veniva esposta nelle occasioni solenni, come il genetliaco dell’Imperatore: quello di Carlo è il 17 agosto, ma come festeggiarlo, senza bandiera?
Così, il 28 luglio 1918, il capocomune Giovanni Menato a nome di tutta la popolazione scrive a Vienna, direttamente all’Imperatore: “la poca popolazione rimasta da terra occupata da nemica potenza, vuole per la prima volta sotto l’auspice del nuovo monarca festeggiare con sfarzo il più possibile e passare la giornata con allegria come fosse presente l’imperatore… trovandoci tutti senza mobilia e anche senza abitazione che ci tolse il mezzo di procurarsi tale bandiera per cui tutti preghiamo questa I.R. autorità che ci regali una nuova bandiera che ne saremo riconoscenti verso l’Amato Imperatore”
Sembra un desiderio impossibile, la fame mina le radici stesse dell’Impero, tutto sta per crollare… e invece arrivano 12 metri di stoffa gialla e nera, appena in tempo per cucire la bandiera, grande e nuova, per esporla ed onorarla. E di nuovo il capocomune scrive, questa volta per ringraziare “della premura avuta nel farci avere la tanto gradita e domandata bandiera gialla e nera. La stessa popolazione con questo ringraziamento vorrebbe far pure vedere che fino a ora si sono mantenuti fedeli alla stessa e sono corsi molto numerosi per difenderla. Ora fanno voti nuovi di fedeltà alla Patria e al nostro Sire pregando l’Eterno di proteggere il valore delle nostre armi e coroni l’opera delle stesse con la vittoria onde si possa vedere ancora molti anni sventolare la bandiera gialla e nera dalla cima dei nostri campanili”.
Un auspicio che rimane sospeso nel tempo per quasi un secolo. Fino a che, nell’ottobre 2015, la bandiera imperiale torna a sventolare a Castello Tesino … ma è questa è un altra storia. Grazie a Franco Gioppi, che nelle sue ricerche ha ritrovato gli originali delle due lettere.

domenica 9 aprile 2017

Briciole di memoria 11: Il sangue dei vinti

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini: aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di lingua romanza.



La fine di ogni guerra comporta soprusi orrendi contro gli sconfitti. E’ il tragico e disumano rito del “sangue dei vinti”.  Al termine della prima guerra mondiale questo accadde anche in quella parte dell’Austria (il Tirolo al sud del Brennero) che fu annessa al Regno d’Italia dopo la sconfitta dell’Impero, come conseguenza degli accordi di pace del settembre 1919.
Finita la guerra decine di migliaia di reduci dell’esercito austriaco tornarono alle loro case, chi dal fronte meridionale, chi direttamente dai monti del Tirolo dove aveva combattuto contro l’esercito italiano, chi dai campi di prigionia russi o italiani. Una pagina nera, tutta ancora da scrivere, riguarda  i primi mesi che caratterizzarono la nuova situazione nazionale di quel territorio che ben presto il fascismo avrebbe ribattezzato “Venezia Tridentina”. La pressione delle forze politiche nazionaliste non fece altro che acuire l’odio contro coloro che tornavano alle loro case dopo avere combattuto per la propria Patria, l’Austria, ora indifesi sudditi di uno Stato diverso da quello per il quale avevano militato.  Pensiamo alla storia, solo in minima parte analizzata, delle centinaia (migliaia?) di reduci  dell’esercito austriaco spediti in campi di prigionia come quello di Isernia, dove – a quanto riportano le scarse testimonianze – patirono le pene dell’inferno.
Il capitolo della cosiddetta “italianizzazione forzata” è abbastanza noto: mi riferisco a tutto ciò che fu fatto  per cancellare ogni segno dell’Austria, l’epurazione di molti lavoratori del pubblico impiego rei di avere collaborato con il “nemico”, la distruzione dei monumenti, il divieto del ricordo dei caduti in divisa austriaca, il tutto “per favorire la nascita di una memoria istituzionale, stabile e gerarchizzata, fondata sui grandi racconti della mitologia nazionale”, come ha ricordato lo storico roveretano Diego Leoni.
sangue 3Non è di questo che voglio trattare: oggi voglio parlare di un capitolo più delicato che riguarda espressamente i casi di violenza contro individui in qualche modo “colpevoli” di essere stati richiamati in guerra nell’esercito del loro Stato (l’Impero Austriaco) o perché “filotirolesi” o nostalgici della monarchia asburgica.   Ricordo di avere scorso qualche anno fa le pagine di un ampio volume della Polizia politica fascista, depositato presso l’Archivio di Stato di Trento, nel quale sono elencati migliaia e migliaia di nominativi di persone schedate in quanto “antinazionali”. Viene subito da chiedersi: che cosa dovettero subire? Quali pressioni psicologiche, minacce verbali e fisiche dovettero sopportare?
Una robusta ricerca storica, per quanto complessa e difficile, dovrebbe porre sotto la lente di ingrandimento un periodo che merita maggiore chiarezza, per aiutarci a capire quali furono le perverse dinamiche di quell’epoca e per consentirci di “rielaborare il conflitto”, di chiarire definitivamente in modo rigoroso le eventuali responsabilità, di quantificare il fenomeno.  Porto un paio di esempi concreti di casi accaduti nella nostra Terra,  limitandomi ad un territorio circoscritto alla zona tra la val di Fiemme e la val di Fassa.  Oltre a questi casi, esiste probabilmente un insieme più vasto di azioni criminose che con ogni probabilità fu abilmente insabbiato dal regime fascista e la cui memoria non è potuta giungere a noi.
 – vi era acquartierato presso l’Hotel Corona di Vigo anche un reparto di finanzieri… Non correva buon sangue tra la popolazione locale e i nuovi occupanti, vi furono anche degli scontri ma soprattutto i finanzieri italiani non vedevano di buon occhio i pompieri locali perché portavano ancora le divise austriache. La mattina del 21 ottobre il Rizzi con i suoi uomini si recò presso l’Hotel Corona per la colazione, all’interno vi erano già i finanzieri e l’aria era carica di tensione. I militari vedendo arrivare i pompieri estrassero le loro baionette, il Rizzi fu il primo ad entrare e si avventarono su di lui ferendolo gravemente
Conosciamo ad esempio il caso di Simone Rizzi (la sua storia è stata narrata da Ivan Pezzei ne “Il Pompiere del Trentino” del dicembre 2001, p. 54).    Simone Rizzi, detto Simon del Faure, era nato a Campitello di Fassa nel 1888. Di professione pittore e decoratore, nel 1914 fu richiamato in Galizia come sergente maggiore dei Landesschützen. Finita la guerra, tornato a casa, ricostituì il locale corpo dei vigili del fuoco volontari, di cui divenne ben presto comandante.  Un giorno di ottobre del 1921 scoppiò un furioso incendio nell’abitato di Vigo di Fassa. Anche Rizzi accorse in aiuto con i suoi uomini. “In quel periodo – scrive Pezzei”.
Il comandante Rizzi morì all’ospedale di Tesero di lì a poco, all’età di trentatrè anni (“vittima innocente d’un tumulto a Vigo”, scrissero allora gli amici sulla lapide).
sanguePochi chilometri più in là,  un altro tragico fatto si era verificato a guerra già conclusa, il 15 novembre 1918. Lo storico Candido Degiampietro ha narrato la vicenda nel suo volume “Briciole di storia, di cronaca e momenti di vita fiemmese”.  Ancora oggi, nei campi tra Cavalese e Tesero, vi è una lapide, dimenticata da molti. In quel luogo, una fredda notte di novembre, fu assassinato Alberto Paluselli di Tesero, 33 anni, caporal maggiore dell’esercito austriaco. Il Paluselli era stato decorato con la medaglia d’argento al valor militare per le azioni compiute in val di Sole (al contrario di quanto sostiene una certa vulgata storiografica,  non furono certo pochi i tirolesi di lingua romanza che parteciparono militarmente anche sul fronte italo/austriaco).  A guerra finita,  il Paluselli era rientrato in val di Fiemme. Ben presto arrivarono gli italiani che incalzavano gli austriaci in fuga, erano gli alpini del battaglione “Feltre”. Il Paluselli, dismessa la divisa militare dell’esercito imperiale, circolava portandosi addosso sui vestiti borghesi – era quasi inverno – il cappotto militare. La sera del 15 novembre il nostro si trovava presso l’Albergo all’Ancora di Tesero, insieme ad altri reduci, quando entrarono due alpini armati di tutto punto che prelevarono il Paluselli. Si avviarono verso Cavalese. Il suo corpo fu ritrovato la mattina successiva. Solo grazie alla coraggiosa testimonianza di numerose persone di Tesero, l’anno successivo un caporale del Battaglione Alpino “Feltre”, originario della provincia di Belluno, fu condannato a vent’anni di prigione per l’omicidio.
Quelli che ho raccontato sono solo degli esempi, dietro ai quali si ha la sensazione, per non dire  la certezza, che si nasconda uno scenario di vendette pesanti (omicidi compresi) che contribuirono a creare un clima di terrore nelle decine di migliaia di reduci dell’esercito austriaco e nelle loro famiglie.   Agli storici il compito di fare luce, non per riaprire ferite, beninteso, ma per accertare la verità e ricomporre il quadro di un’epoca che ha così pesantemente stravolto questa nostra Terra.

sabato 1 aprile 2017

Briciole di Memoria 10: Noi, Irredenti?

quando 3Questa vicenda viene raccontata da Luigi Sardi, in uno dei suoi interessantissimi libri, ricchi di documenti originali, di citazioni di testi, di precisi riferimenti bibliografici, che narrano “L’ALTRA STORIA”, quella che in Italia non si racconta mai, anzi, quella si tenta in tutti i modi di nascondere, anche al giorno d’oggi.
Nel suo libro “Quando l’Austria catturò Battisti”, Sardi cita una nota tratta dal diario di un soldato italiano, il sergente maggiore Artibano Romio del settantanovesimo reggimento fanteria della Brigata Roma:
quando 2“Alle ore 16 del 18 maggio 1916 fui fatto prigioniero. Dopo mezzora di sosta a Vanza, perché abbiamo dovuto raccogliere i nostri feriti, siamo partiti alla volta di Rovereto, scortati da poco simpatiche sentinelle. Ripartimmo per Villa Lagarina ove pernottammo in un prato all’aria aperta e la mattina per tempo, partenza per Trento. Quando si passava in mezzo ai paesetti la popolazione non faceva altro che imprecare contro di noi, dandoci dei vigliacchi e dei traditori: questi sono coloro che noi chiamiamo gli irredenti?
Aveva ragione, il sergente maggiore Romio. Peccato che questa storia, come tanti altri piccoli frammenti di verità, siano sconosciuti ai più. Peccato che la nostra vera Storia sia sempre stata nascosta e falsificata dall’Italia. Solo pochi autori di indiscussa onestà intellettuale,  raccontano in maniera corretta ciò che avvenne cento anni fa: uno di questi è proprio il giornalista Luigi Sardi,  autore di molti testi storici sulla nostra terra Tirolese.
Invito tutti a cercare i suoi libri e a leggerli con attenzione. Li scrive per noi, per raccontarci la nostra storia, quella che non possiamo non conoscere.

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

giovedì 23 marzo 2017

I nostri bravi Tirolesi!






Questo è Eugenio Rossaro, comandante della Standschützenkompanie Vallarsa-Trambileno.
Durante la Grande Guerra e dopo la dichiarazione di guerra (tradimento) del Regno d'Italia contro l'Impero Asburgico, lui ha combattuto assieme ai suoi Schützen per la difesa del Tirolo contro le truppe tricolorute (alpini).
...
Eugenio Rossaro fu un pluridecorato medaglia d'oro dell'esercito austriaco per la fedeltà dimostrata al Tirolo, patria dei suoi genitori, dei suoi nonni e dei suoi (nostri) avi.


Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol
 

domenica 19 marzo 2017

FESTA DI SAN GIUSEPPE






Il 19 marzo ricorre la Festa di San Giuseppe, nominato Patrono del Tirolo da Maria Teresa nel 1772 con il decreto imperiale “Sanctus Josep...hus Tirolensis Patronus". In quel giorno i nostri paesi esibivano sempre la bandiera tirolese. A Trento, la grande fiera di San Giuseppe.
Anche questa festività religiosa è stata abolita dallo stato italiano con la legge del 5 marzo 1977 n.54. Da allora il giorno di San Giuseppe divenne in Tirolo un giorno come tutti gli altri.
In 98 anni lo stato italiano ha cercato in ogni modo di cancellare la nostra secolare storia e le nostre tradizioni austriache.
Ma siamo Tirolesi! Abbiamo memoria e identità e non molliamo!


Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

venerdì 17 marzo 2017

CIVITELLA DEL TRONTO NON TI ABBANDONEREMO MAI: 47° INCONTRO TRADIZIONALISTA DI CIVITELLA DEL TRONTO



Civitella del Tronto in questi giorni mostra le ferite di un territorio colpito prima dal sisma, poi da calamità naturali (neve e frane del terreno) alle quali si è aggiunta la mancanza di acqua e luce elettrica per più tempo.  Abbiamo pregato e siamo stati solidali con l’amministrazione comunale che si è prodigata oltre ogni immaginabile aspettativa per il bene della Comunità Politica e Sociale.  Quest’anno, perciò, il nostro ritorno a Civitella del Tronto assume il maggiore significato di una presenza fisica che vuole testimoniare la volontà di non abbandonare per nessun motivo al mondo una terra che è per noi sacra. Sulla sua piazzaforte nell’inverno del 1860 – 61 si consumò l’ultima battaglia della Tradizione contro la Modernità, proprio come in Spagna lo stesso fenomeno si verificò a Montejurra.   

Civitella del Tronto: non ti abbandoneremo mai. Con questa volontà, la S. V. Ill.ma è invitata a partecipare al 47° Incontro Tradizionalista di Civitella del Tronto nei giorni di Sabato 18 e Domenica 19 marzo 2017.
 
Sabato 18 marzo 2017.
L’Incontro si aprirà Sabato alle ore 16 con il Convegno di Studi presso la Sala Polivalente di Palazzo Rosati messa gentilmente a nostra disposizione dall’Amministrazione Comunale. In apertura del Convegno sarà commemorato l’editore di Controcorrente, Pietro Golia, recentemente scomparso. A seguire, presentazione del pamphlet edito per il 47° Incontro Tradizionalista dall’Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella: Opinioni del Morning – Post intorno all’esercito Napolitano, del generale Antonio Ulloa, a cura del suo presidente onorario dott. Giuseppe Catenacci
Il convegno, sotto la presidenza del prof. Paolo Caucci von Saucken, affronta il seguente tema: 
Le conseguenze del protestantesimo e l’attualità della tradizione a cinquecento anni dalle tesi di Lutero ed a cento anni dalla nascita di Elias de Tejada. Civitella del Tronto quale simbolo della resistenza di un mondo legato alla Tradizione. 
con il seguente o.d.g.:
Prof. Miguel Ayuso, Dalla Cristianità al Carlismo nell’opera di Elías de Tejada.
Dott. Edoardo Vitale. La militanza antiprotestante di Napoli nella visione di Elías de Tejada.
Prof. Giovanni Turco, Soggettivismo religioso e soggettivismo politico. Le conseguenze del protestantesimo.
Prof. Gianandrea de Antonellis, Indagine tra i prodromi del modernismo: il Sinodo di Pistoia. 
Dott. Giovanni Salemi, Per la memoria storica del nostro antico Paese contro l’oblio.
Dott. Pasquale Sallusto, Civitella del Tronto, l’ultimo assedio.
Dott. Francesco Maurizio Di Giovine, presentazione delle seguenti novità editoriali:
  • Ernesto il disingannato;
  • A Civitella del Tronto con i soldati del Re.
  • Carlo di Borbone.

Al termine del Convegno ci sarà la cena comunitaria presso l’Hotel Zunica.

Domenica 19 marzo 2017.
A causa della inagibilità della Fortezza, il programma abituale subirà le seguenti modifiche:
Ore 10,00 Celebrazione della Santa Messa  in memoria dei Martiri della tradizione presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Ore 11,00 Concentrazione dei partecipanti all’Incontro il Piazza Filippi Pepe per portare, in corteo, la corona di Alloro sul monumento a Matteo Wade a ricordo dei Caduti di Civitella del Tronto.
Ore 11,30 Commemorazione del sacrificio di Matteo Wade che sarà tenuta dal dott. Fernando Riccardi.
Ore 13,00 Pranzo dell’arrivederci presso i ristoranti di Civitella.

SISTEMAZIONE ALBERGHIERA
Hotel Zunica, Tel. 0861/91319 – fax 0861/918150
Camera singola: €. 55; doppia €. 70; tripla €. 90; quadrupla €. 100
Hotel Fortezza, Tel. 0861/91321 – fax 0861/918221
Camera singola: €. 40,00; doppia €. 50,00; tripla €. 60,00; quadrupla €. 70,00


 

Ci auguriamo che vi rechiate numerosi a Civitella del Tronto per onorare i martiri del legittimismo, del Trono e dell'Altare e rammentare la buona politica.

Le norme antisismiche vigenti nel Regno delle Due Sicilie

 
 
 
LE NORME ANTISISMICHE 1#001
LE NORME ANTISISMICHE 2#001
LE NORME ANTISISMICHE 3#001
LE NORME ANTISISMICHE 4#001
LE NORME ANTISISMICHE 5#001
LE NORME ANTISISMICHE 6#001
LE NORME ANTISISMICHE 7#001

venerdì 10 marzo 2017

Il soldato Viktoria Savs

Fonte: Vota Franz Josef



Viktoria Savs (Bad Reichenhall, 27 giugno 1899 – Salisburgo, 31 dicembre 1979) è stata una donna militare austriaca.Durante la prima guerra mondiale si arruolò nell'esercito Austro-Ungarico fingendosi uomo, allo scopo di rimanere accanto al padre soldato.A quattro anni Viktoria restò orfana di madre e fu cresciuta dal padre,Peter Savs,ad Arco (Trento).
Prima della grande guerra si trasferirono a Merano (Bolzano),ma nel 1914,all'inizio del conflitto, Peter fu chiamato alle armi sul fronte orientale,nel corpo dei Kaiserjäger.Ben presto riportò gravi ferite; ciononostante, dopo la sua guarigione, decise di ripresentarsi come volontario presso il Landsturm (traducibile in "milizia territoriale austriaca").
Viktoria, come donna, poteva partecipare al conflitto solo come ausiliaria,ma essendo molto attaccata al padre dalla morte della madre e grazie all'autorizzazione personale dell'Arciduca Eugenio d'Asburgo, il 10 giugno 1915 fu arruolata, con il nome di Viktor Savs, nel battaglione di fanteria Innsbruck II del Landsturm dove il genitore era stato assegnato con il grado di caporale. Solamente una ristretta cerchia di soldati sapeva che in realtà Viktor era una donna.
La soldatessa Viktoria, grazie alla sua abilità come portaordini, soprattutto mediante l'utilizzo degli sci, e conduttrice di muli, portò a termine numerose missioni.Il 1º dicembre del 1916 fu trasferita come ordinanza presso il comando del settore Tre Cime sotto il comando del capitano Demian, dove combatté al fronte. L'11 aprile 1917, assieme ad un gruppo di soldati fece irruzione nel Sasso di Sesto (Sextenstein) nelle Dolomiti di Sesto, dove catturarono venti soldati italiani, che lei sola scortò dietro la linea del fronte sotto il fuoco dell'artiglieria nemica.
Il 27 maggio 1917, durante una missione di portaordini, una granata nemica esplose sulla parete rocciosa al di sotto della quale la giovane soldatessa stava passando, provocando il distacco di un masso di grosse dimensioni, che le schiacciò il piede destro.
Viktoria estrasse il suo coltello e tranciò i tendini, che tenevano il piede ancora attaccato alla gamba. Prigionieri di guerra russi, che facevano la guardia, la riportarono indietro; Viktoria lottò contro la morte per tre mesi ricoverata nell'ospedale militare del campo di Sillian.Qui subì l'amputazione della gamba destra al di sotto del ginocchio, sopravvivendo alla difficile e rischiosa operazione.In quell'occasione fu palese il reale sesso del soldato.
Per il suo comportamento esemplare e coraggioso avuto in battaglia ebbe più onorificenze militari, tra cui una medaglia di bronzo al valor militare, la croce al merito dell'imperatore Carlo I d'Austria e una medaglia d'argento di I classe al valore militare.Non più idonea per il fronte, Viktoria Savs prestò servizio come crocerossina in quello stesso campo, dove ricevette un'ulteriore onorificenza: la croce d'argento al valore della Croce Rossa.
Nel dopoguerra era solita partecipare ai raduni dei reduci.La'Heeresunteroffiziersakademie (HUAk,accademia austriaca per sottufficiali) ha intitolato al suo nome il corso del 1999. Morì il 31 dicembre 1979 a Salisburgo all'età di 80 anni e venne sepolta con tutte le sue decorazioni nel cimitero di quella città.

Lo Schütze Hauler

Fonte: Vota Franz Josef

Maria Amalia Anna von Hauler
"Lo Schütze Hauler"


L'11 novembre 1917, a Longarone, nella giornata di riposo che venne concessa al Württembergisches Gebirgsbataillon il battaglione da montagna del Württemberg per la presa del paese, il maggiore Sprösser, comandante del reparto, convocò nel salone del palazzo dove aveva posto il suo comando lo Schütze Hauler.
Non appena lo vide comparire sulla porta, lo aggredì, non con una semplice domanda, ma con un'imperiosa affermazione: "Schütze Hauler, lei è una ragazza!".
Così venne smascherata Maria Amalia Anna von Hauler.
Maria nacque il 16 luglio 1893 da Otto von Hauler, ufficiale dell'imperiale e regio esercito austro-ungarico e da Vilma von Matachich-Dolanski di nobile famiglia croata.
Crocerossina volontaria a partire dai giorni della mobilitazione generale dell'impero, si era distinta per coraggio ed abnegazione.
Per i suoi meriti le venne conferita nel 1916 la medaglia d'argento e nell'ottobre del 1917 la medaglia d'oro della Croce Rossa, assieme alla croce al merito di servizio con spade.
Dopo la morte del padre, nel marzo del 1917, Maria aveva ben chiaro il disegno del suo futuro di soldatessa.
Fino al giugno del 1917 prestò servizio presso l'ospedale da campo 407 di Opicina, ma tanto fece finché non venne trasferita nella zona di Tolmino.
Prima dell'offensiva austro-ungarico tedesca, Maria venne assegnata al königlich-bayerischen Infanterie-Leib-Regiment, reggimento della guardia reale bavarese, in qualità di interprete.
Solo il due novembre Maria si presentò al Württembergisches Gebirgsbataillon e fino a Longarone aveva partecipato a tutte le fatiche, le marce e ai combattimenti affrontati dai suoi commilitoni.
Nessuno si era accorto di niente.
Fino ad allora si era fatta chiamare Wolf Hauler e prestava servizio nelle file della compagnia trasmissioni del battaglione come interprete.
I commilitoni, che ne intravedevano la debolezza fisica ed i lineamenti da bambino, l'avevano soprannominato Büble (bambinetto), ma, dopo Longarone, si resero conto di avere una Madle (ragazzina) come compagno delle loro fatiche belliche.
II maggiore Sprösser, dopo le rivelazioni di Longarone, aveva tentato in tutte le maniere di trasferire Maria al comando di Feltre.
Nulla da fare!
Immancabilmente l'interprete del battaglione si faceva trovare puntuale alle adunate della compagnia trasmissioni, anche in prima linea.
La troviamo a Quero nel periodo di preparazione alla conquista del monte Fontana Secca e sul monte Tomba alla fine di dicembre del 1917, nelle ultime battute della permanenza del battaglione sul fronte italiano, quando venne intossicata dal gas.
Per i problemi insorti ai polmoni Maria sarà costretta a passare da un ospedale da campo all'altro.
Fino al 28 gennaio rimarrà in zona di guerra, poi verrà trasferita all'ospedale n. 131 nei pressi di Udine.
Vi rimarrà fino al 18 marzo del 1918. Una ricaduta riporterà Maria all'ospedale di Leutkirch, dal 5 maggio al 9 luglio 1918.
Durante questo periodo di ricovero, la notizia che una donna faceva parte del glorioso battaglione del maggiore Sprösser scoppiò improvvisa ed incontrollata e i comandi trovarono grosse difficoltà a circoscriverla.
La lunga e penosa malattia polmonare si risolse soltanto a guerra finita, quando Maria poté lasciare il sanatorio di Überruh.
Il maggiore Sprösser l'aveva proposta per il conferimento della medaglia d'argento al valor militare, ma la pratica non avrà seguito.
Conosciuto un diplomatico giapponese, Maria lo seguirà nel paese del sol levante, a Tokio, dove diventò la signora Saka.
Dopo il 1940 di lei si perse ogni traccia.

Frauen im krieg (Donne in guerra)

 
 
 
 
Più di 200 donne servono nella legione polacca incorporata nell’esercito austro-ungarico,come anche la legione ucraina,con molte donne,e altrettanto meravigliosamente si comportano le ragazze e le donne rutene che prendono parte alle battaglie contro i Russi nei Carpazi.Una di loro, la signorina Olena Stepaniew, in tempo di pace studentessa di filosofia all’università rutena di Lemberg,serve nei corpi volontari ucraini e per il suo brillante contributo venne nominata tra gli aspiranti allievi ufficiali e insignita della medaglia al valore d’argento.

giovedì 2 marzo 2017

La genesi dell’Europa cristiana spiegata dallo storico che sfatò il mito dei “secoli bui”

“La genesi dell’Europa”, l’introduzione del grande Christopher Dawson alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo appena pubblicata da Lindau



Come è nata l’Europa? Lo spiega magistralmente il più grande storico britannico dello scorso secolo, Christopher Dawson (1889-1970) in La genesi dell’Europa. Un’introduzione alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo, saggio pubblicato ora in Italia da Lindau, con una prefazione di Alexander Murray dell’University College di Oxford. L’autore illustra come la storia non può essere spiegata come un sistema chiuso, in cui ogni stadio è il logico e inevitabile risultato di quello che è avvenuto prima. Nella storia è sempre presente un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto non soltanto al caso o all’iniziativa del genio individuale, ma anche alla potenza creatrice di forze spirituali. La forza spirituale per la nascita del nostro continente è stato il cristianesimo e la Chiesa che l’ha diffuso e sostenuto.
Dawson richiama l’importanza fondamentale e peculiare per la nostra cultura e il nostro pensiero della civiltà greca, la vera sorgente della tradizione europea. Successivamente Roma trascinò la civiltà occidentale fuori dal suo barbarico isolamento, unendola alla società del mondo mediterraneo. Lo strumento decisivo di questa impresa fu fornito dalla personalità di Giulio Cesare, il cui genio di conquista e di organizzazione furono la suprema rappresentazione della potenza romana, ma gli artefici della nuova era europea furono sant’Agostino, che vide la vanità e la futilità del culto del potere umano, san Benedetto, creatore nei monasteri di un nucleo di pace, ordine spirituale e culturale nel mezzo dei disastri delle guerre gotiche, e san Bonifacio, il quale, nonostante il profondo scoraggiamento e la delusione per quanto accadeva, diede la propria vita per la crescita del popolo di Dio.
L’Europa, scrive Dawson, non è un’unità naturale come l’Australia o l’Africa; è il risultato di un lungo processo di evoluzione storica e di sviluppo spirituale, cominciato nei “secoli bui” dell’Alto Medioevo. La tradizione classica secondo lo storco inglese non è estranea al processo formativo europeo. Il latino divenne non solo un veicolo perfetto per l’espressione del pensiero, ma anche un’arca che traghettò il seme della cultura ellenica attraverso il diluvio della barbarie e i grandi autori classici del I secolo a.C., soprattutto Cicerone, Virgilio, Livio e Orazio, rivestono un’importanza fondamentale.


L’autore analizza il crollo dell’impero romano, l’invasione dei barbari, l’opera di Carlo Magno, i rapporti di Roma con l’impero orientale e la nascita dell’islam e il suo sviluppo. Un vasto e complesso scenario storico accuratamente descritto in rapporto con quanto è riuscita a fare la Chiesa cattolica – pur tra errori e retta da grandi papi, ma a volte da figure corrotte – per difendere il valore del cristianesimo e per trasmetterlo. Malgrado tutte queste turbolente vicende, fra le quali bisogna aggiungere l’invasione dei vichinghi, lentamente si sviluppò un processo di assimilazione alla spiritualità evangelica.

La visione della storia di Dawson è che solo studiando la cultura cristiana noi possiamo comprendere come è nata l’Europa e i valori fondamentali su cui essa poggia. Pur essendo stato scritto nel 1932, il libro dello storico inglese conserva un’attualità sorprendente, poiché, se ora papa Francesco sta dando un rinnovato vigore spirituale alla Chiesa cattolica, uno sfrenato individualismo e il relativismo si contrappongono al suo insegnamento. Dawson ha sempre messo in luce il legame fra religione e cultura: una società che perde la sua religione, diventa una società che prima o poi perde la sua cultura.


Fonte: http://www.tempi.it/

Guido Marizza e la pagnotta.


Fonte: Vota Franz Josef - Gentilmente inviato da Mark Pisk.



Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.
A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in rit...irata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine. A Udine quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, influenzati dalla propaganda secondo cui i Tedeschi (che il giornale “Il popolo d’Italia” descriveva come dediti al cannibalismo) avrebbero assassinato tutti indistintamente. Dappertutto scene di saccheggio, vetrine sfondate, civili uccisi, soldati italiani ubriachi fradici: il nemico in fuga ha depredato la sua stessa città, dopo che i vincoli disciplinari si sono sciolti. Nella città abbandonata molti soldati italiani vanno saccheggiando e appiccando incendi. In tutti i villaggi la popolazione friulana saluta cordialmente i soldati germanici, fiduciosa nel fatto che la loro impressionante vittoria avrebbe presto condotto alla pace. A Passons, San Marco e Mereto di Tomba i soldati vittoriosi vengono salutati e accolti assai cordialmente. Anche a Maiano la 50^ Divisione incontra tracce di saccheggi e viene accolta festosamente dalla popolazione. A San Daniele, come in molte altre località, i civili scendono in strada con ceste di burro e marmellata, cioccolata, uva e altri viveri per i soldati austro-tedeschi. A Gemona i saccheggi da parte di soldati italiani sbandati raggiungono una tale gravità che il sindaco deve chiedere protezione alla divisione Jaeger dai suoi stessi connazionali. Anche a Cimolais e Claut gli italiani hanno saccheggiato tutto.
Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Secondo il generale Cadorna è di alcuni “reparti della II Armata, vilmente arresisi o ignominiosamente passati al nemico”. La colpa, insomma, sarebbe dell’ultimo soldatino, non dei capi come il generale Pietro Badoglio, in realtà uno dei massimi responsabili della disastrosa disfatta, che dopo la guerra, grazie ai suoi appoggi politici, anziché andare dritto in galera, sarà ricompensato con ogni genere di favori, onori, prebende, promozioni e decorazioni.
Le truppe austriache, dunque, e con esse anche il soldato Guido Marizza, nell’autunno del ’17 varcano l’Isonzo, tornano a Gradisca ma non si fermano, passano anche il Torre, il Tagliamento, la Livenza e arrivano fino al Piave. E lì si fermano, perché un nemico armato si può sconfiggere, la fame no.
Quando mi raccontava la situazione di quei giorni, il nonno Guido diceva: “Se gavevimo ancora una pagnoca, rivàvimo fin a Milan!”

(dal libro "Antologia di Isunz River" di Gianni Marizza)

lunedì 27 febbraio 2017

VIDEO: La popolazione tedesca di Trento - Die deutsche Bevölkerung von Trient


A Reggio Emilia si ricordano Mario e Fermo, morti per la pace

Fonte: http://www.unsertirol24.com/

Mario Angioletti e Fermo Baricchi, braccianti uccisi durante la manifestazione contro la guerra ed il comizio di Cesare Battisti a Reggio Emilia,  il 25 febbraio 1915.



In questi giorni Reggio Emilia,  è in programma un evento articolato, fra convegni. dibattiti, mostre e momenti musicali.    E’ un evento di ricordo e di condanna per una guerra assurda,  voluta da pochi e sofferta da tanti. E che riguarda da vicino anche noi, anche se tanti, nella nostra Terra, non lo sanno, o fanno finta di non saperlo.  Per raccontare questa storia, riportiamo l’invito all’evento “Una città per la Pace”.  Non servono altre parole.

Ci hanno colpito a morte davanti all’Ariosto. Ci hanno ucciso il 25 febbraio 1915. Ci chiamiamo Fermo Angioletti e Mario Baricchi. Di noi non si ricorda più nessuno. Eppure manifestavamo contro la guerra e contro il comizio di Battisti. Di Battisti si ricordano tutti. Ci sono strade e piazze dedicate a lui. Di Angioletti e Baricchi non ci sono più nemmeno le tombe.
Siamo spariti nel nulla e sono ferite più profonde di quelle che ci fecero le forze dell’ordine. Perché essere dimenticati è come morire per niente. E’ come morire due volte. Una beffa che sembra volere ripetere per sempre che i poveri rimangono poveri e non valgono nulla nemmeno da morti. E invece in piazza ci siamo andati, perché eravamo stanchi di vivere così. Di nascere, respirare, sudare, indossare un uniforme e morire solo perché lo diceva qualcuno più importante di noi. Eravamo davvero stanchi di stare piegati ore e ore a fare diventare ricchi i ricchi per pochi spiccioli. Una paga da fame. Una vita da fame.
E poi ci volevano pure convincere che dovevamo morire in guerra per loro. Potevamo diventare “eroi”. Hanno riempito il mondo di cimiteri pieni di eroi. Poveri Eroi. Eroi poveri.
Quindi prendete la matita e il taccuino. Strappate una pagina e scriveteci in cima: Fermo Angioletti e Mario Baricchi. Piegatelo e tenetelo nel portafoglio. Avevamo appena compiuto diciotto anni. E siamo morti per la Pace. Il 25 febbraio 1915. Davanti all’Ariosto.
 
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martedì 21 febbraio 2017

Giuseppina Negrelli, eroina del Tirolo assieme a Hofer

Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol.



Giuseppina Negrelli di Primiero, nata Gioseffa Franca Elisabetta Giovanna Negrelli (Fiera, 1790 - Mezzano..., 1842), una donna protagonista dell'Insorgenza Tirolese guidata da Andreas Hofer contro l'occupazione francese.
I genitori furono Angelo Michele Negrelli ed Elisabetta Würtemperger, una famiglia di commercianti di legname a Fiera di Primiero. Il fratello di Giuseppina fu il grande ingegniere austriaco Luigi (Alois) Negrelli (Fiera, 1799 – Vienna, 1858).
La storia è testimone del patriottismo tirolese della nostra gente e Giuseppina ne è sicuramente un simbolo da valutare. Dopo le invasioni napoleoniche, in tutto il Tirolo vengono formate commissioni di difesa. In Primiero, a capo del borgomastro Negrelli (padre di Giuseppina) con sei (6) compagnie Schützen agli ordini di Francesco Bosio, Luigi Savoi, Luigi Piazza, Francesco Zorzi e dei conti Villabruna di Transacqua e Welsperg di Fiera (quest'ultimo padrino di Giuseppina).
La giovane Giuseppina, appena diciottenne, ottenne il permesso per combattere assieme agli Schützen nella compagnia locale come portabandiera e staffetta, potendo servirsi di un cavallo e indossare abiti militari. Ha subito preso parte all'insorgenza tirolese con un gruppo di volontari lungo lo Schener.
In seguito alcuni reparti di Schützen guidati proprio dalla Negrelli compirono delle sortite nel territorio di Feltre e di Belluno, operando requisizioni di ogni sorta di generi e respingendo alcuni reparti franco-piemontesi. Tale gesto fu elogiato in una lettera scritta dal barone Paolo von Taxis, tenente colonnello e comandante degli avamposti, che scrisse:
"Una certa Giuseppina Negrelli, di 18 anni, indossati abiti maschili, è partita con i Bersaglieri per la guerra e le donne stesse si sono sistemate in una posizione da cui poter rovesciare sassi sul nemico. Questa notizia, partecipatami dal Signor Intendente Generale, sarà resa nota a tutti".
Giuseppina Negrelli ha vissuto come una donna normale dopo l'insorgenza e la vita trascorse senza particolari eventi. Nel 1816 sposò Antonio Zorzi ed ebbe tre figli. Assieme ai connazionali Katharina Lanz (di San Vigilio di Marebbe) e ad Andreas Hofer (di Sankt Leonhard in Passiria), è una delle figure simboliche dell'insorgenza tirolese contro il dominio napoleonico.
Come lei vi sono tante altre donne ignote che hanno combattuto durante la difesa del Tirolo nel 1809. Nel 2009 la Repubblica Austriaca ha coniato una moneta commemorativa con Andreas Hofer assieme a Giuseppina Negrelli.
Alla faccia di quanti malintenzionati che dicono che la nostra storia sia iniziata dopo il Congresso di Vienna (1815), il Primiero ci presenta la giovane Giuseppina Negrelli come testimone dell'attaccamento popolare alla propria terra e del nostro secolare passato austriaco.

venerdì 17 febbraio 2017

-STROFETTE SBILENCHE-

Fonte: Vota Franz Josef




Antefatti: la ferrovia Monfalcone-Cervignano fu voluta dagli ingegneri Giulio Dreossi e Giacomo Antonelli, il parlamento di Vienna lo appro...vò nel 1893, nel 1897 fu completata. Il giorno in cui i due ingegneri provenienti da Udine (lì giunti da Vienna) passarono il ponte sull'Aussa vennero travolti dalla popolazione festante, in quell'occasione un certo Toni Cont cantava la strofetta sbilenca: Viva Dreossi / E Antonelli / In grazia di quelli / In ferrovia si va, è di quei giorni, e fa il paio con l'altra, creata dai triestini nel 1857, per l'inaugurazione della ferrovia meridionale Trieste-Vienna: Adesso che gavemo / La strada ferrata / In mezza giornata / Se vien e se va (oppure, La boba in pignata /Mai più mancherà).

-Rimembranze di un centenario 1977-

martedì 14 febbraio 2017

Mr Belloc racconta la Rivoluzione francese

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di Luca Fumagalli - http://www.radiospada.org/
 
 
La caratteristica principale che rende ogni saggio storico di Hilaire Belloc un’emozionante avventura nel passato è l’imprevedibilità. Belloc, al pari del suo sodale G. K. Chesterton, ogni volta che tratta un argomento lo fa con arguzia, prendendo le distanze dalla banalità. Per lui il paradosso, il desiderio di fronteggiare l’errata opinione comune, non è una provocazione letteraria – come era per l’amico – ma si concretizza in una rilettura ingegnosa della storia. Anche il libro La rivoluzione francese (1915), da poco ripubblicato in Italia dalla casa editrice veronese Fede & Cultura, non sfugge a questa regola.
 
Per ammissione dello stesso autore, il saggio si configura più come una storia delle idee piuttosto che un racconto degli eventi. Il principale obiettivo di Belloc, infatti, è quello di dimostrare come sia possibile essere cattolici e allo stesso tempo ammirare la Rivoluzione francese. Un’impresa pericolosa, si dirà, ancor più se si considera che la Chiesa condannò in più occasioni l’ideologia del 1789. Ma lo scrittore anglo-francese non è certo tipo facilmente impressionabile, e il risultato del suo lavoro è un piccolo grande gioiello, un volumetto godibile nella lettura e coraggioso nelle asserzioni, dove i luoghi comuni di tanta storiografia vengono rimasticati e rigettati, smontati e brillantemente ricostruiti con credibile tridimensionalità.
 
Da parte paterna nelle vene di Belloc scorreva sangue francese, il repubblicanesimo per lui era qualcosa di naturale, da doversi accettare senza troppe obiezioni; e se questo lo distingueva dai principali autori cattolici inglesi di inizio XX secolo, tutti invariabilmente monarchici, non gli impedì tuttavia di cogliere con una certa genialità limiti e potenzialità di una forma di governo che all’epoca, agli inizi della Grande guerra, intuì quasi profeticamente essere il futuro che attendeva l’Europa.
 
La teoria politica della Rivoluzione, diretta debitrice delle carte di Rousseau e della “Dichiarazione d’indipendenza americana”, secondo Belloc contiene diversi spunti interessanti che, nel complesso, la possono rendere accettabile anche agli occhi di un cattolico. Certamente tale teoria pecca del grave limite di non riconoscere Dio come fonte di ogni potere, ma alcuni propositi fondamentali, quali l’uguaglianza innanzi alla legge e un ripensamento globale del concetto di giustizia, appaiono ai suoi occhi tutt’altro che disprezzabili. D’altronde i dissensi con il clero francese iniziarono solo in un secondo momento, quando le guerre con le potenze europee costrinsero i rivoluzionari a sfogare le frustrazioni contro uno spauracchio di comodo: venne scelta la Chiesa solo perché quest’ultima era così mondanizzata e preda dei fumi del gallicanesimo da risultare agli occhi dei più ormai indistinguibile dall’odiata aristocrazia.
 
Belloc non tace dei massacri di Vandea compiuti in nome di un falso concetto di libertà, dei numerosi martiri trucidati in odio alla fede e di quanti si opposero, compreso il Papa, alla barbarie rivoluzionaria. Ma, come ricordato, il suo scopo è un altro, e lo persegue ripercorrendo anche i fatti principali della storia militare della Rivoluzione – colpevolmente trascurata dagli storici – e studiando il carattere dei protagonisti del periodo, dal debole Luigi XVI al fumantino Robespierre.
 
La rivoluzione francese è dunque un’opera intelligente, condotta secondo un disegno didascalico che non annoia il lettore, costringendolo anzi a fare i conti con un episodio storico per troppo tempo privato della giusta complessità. Un libro ottimo per chiunque mal digerisce verità di comodo, banali e preconfezionate; ennesima perla prodotta dalla penna di uno dei polemisti più talentuosi dell’ultimo secolo.
 
Il libro: H. BELLOC, La rivoluzione francese, Verona, Fede & Cultura, 2016, 166 pp., 16 Euro.
 

giovedì 9 febbraio 2017

L'Impero d'Austria e Aqvileia

Fonte: Vota Franz Josef



Questa pubblicità dei primi del novecento (vedi immagine),da l'idea della grande considerazione,e dei notevoli investimenti,dell'imp.d'Austria per Aquileia...e anche di quanto devono essere grati i friulani e i turisti per le bellezze storiche che ora possono ammirare...pensate che quello che pubblico a seguire,è solo un riassunto dell'attività della Zentralkommission,con i costi sostenuti dall'impero d'Austria per Aquileia..."Per il restauro degli affreschi nella cripta furono necessarie sotto forma di sovvenzioni statali dal 1907 al 1909 3.800 corone (18.468 euro).Nell’anno 1910 raggiunsero in totale 15.000 corone(70.050 euro) nella basilica,comprese quelle per la ricerca archeologica e il sollevamento dei mosaici nella navata settentrionale.
Per il programma di lavoro 1911-1913/14 fu messo a disposizione l’importo di 15.500 corone(euro 69.750) da parte del Ministero delle Finanze che contemporaneamente era responsabile anche degli importi per il grande programma di restauri a Spalato/Split.I costi per i lavori all’interno della basilica e il restauro dei mosaici ammontarono infine alla enorme somma per l'epoca,di 25.662 corone (euro 113.000), per cui rimasero al di sotto del preventivo iniziale di 34.660"
Quando all’inizio del XIX secolo si sviluppò la ricerca archeologica il Münz – und Antiken-Cabinett di Vienna,fondato nel 1798,era l’unica istituzione che conduceva scavi archeologici in Aquileia,nel 1873,essa mutò il nome,divenendo Zentralkommission.L’attività della Zentralkommission ebbe inizio con il suo primo presidente, Karl Czoernig von Czernhausen (1804-1889) ”
Divenuto capo dell’”autorità centrale fiscale” di Trieste,si occupò intensamente del Friuli e della sua storia.Dal 1868 la Zentralkommission mise a disposizione per gli scavi diretti da Karl Baubela fin dal 1871 ogni anno 500 Gulden (flicken ovvero circa 5.000 euro).
Fino alla fine del primo periodo di indagine, nell’anno 1877, furono spesi in tutto 5.130 Fl. (51.300 euro)mentre per i danni all'agricoltura dovuti agli scavi la Zentralkommission stimava una dotazione annua di 2.000 fl. (20.000 euro).
Nel 1873 fu possibile la creazione un museo comunale,tramite donazioni, per cui fu a disposizione anche una somma del ministero dell’istruzione,così che con risoluzione imperiale del 28 giugno 1880 fu concessa la crezione di un museo statale per i rinvenimenti archeologici di Aquileia,Il nuovo museo, in cui trovarono accoglienza anche la Raccolta comunale e numerose collezioni private,fu infine aperto il 1 agosto 1882 e godette immediatamente di grande affluenza.
Il nocciolo era formato dalla collezione di sculture e di iscrizioni acquistata dallo stato per 4.500 fl. (45.000 euro) nel 1879 da Francesco Leopoldo Cassis (1792-1866),e grazie a una donazione imperiale fu possibile l’acquisto della collezione Monari,di cui Heinrich Maionica,aveva predisposto un inventario.Heinrich Maionica (1853-1916) Triestino di nascita,assunse la direzione del museo,in quanto nominato conservatore della prima sezione,egli fu legato ad Aquileia e al suo museo fino al suo collocamento a riposo per ragioni di salute nel 1915.
Dopo l’allestimento del museo nel 1880 erano a disposizione per acquisti e per scavi ogni anno circa 2.300 fl. (23.000 euro)Uno dei più rilevanti monumenti del Friuli è la basilica paleocristiana di Aquileia con il suo mosaico, nel 1893 per la prima volta oggetto di sistematiche indagini storico-architettoniche e archeologiche.La preistoria di queste ricerche può essere ricostruita sulla base di lettere del poliedrico architetto Georg Niemann al mecenate del progetto,il conte Karl Lanckoroński-Brzezie(1848-1933)che era una delle personalità più brillanti nel mondo culturale di quell’epoca,abilitato in storia dell’arte e mecenate delle arti fu anche membro del senato.
Le lettere di Niemann indirizzate a Lanckoroński menzionano la decisione nell'agosto 1893 di effettuare un’indagine archeologica nell’atrio.Essa naturalmente si svolse in collaborazione con Enrico Maionica, che mise disposizione 200 fl. (2.000 euro) delle 400 fl. (4.000 euro) del costo dello scavo,nel corso degli scavi emerse a un metro di profondità il primo pavimento musivo.Il 1 settembre egli lasciò Aquileia,dove l'assistente Anton Gasparin doveva concludere i lavori.Una lettera di Niemann del 22 aprile 1895 indica che gli scavi erano proseguiti,e propose già il 17 maggio 1895 un preventivo di 3.285 fl. (32.850 euro) per la stampa a colori dei mosaici e degli affreschi nella cripta.Ancora nell’anno della loro comparsa (1909) si intraprese il restauro dei mosaici della basilica.
Medesima cura valse, oltre che per il campanile che minacciava di crollare anche per gli affreschi della cripta e per il tetto, ma soprattutto per l’interno della basilica, dove un’ampia parte fino ad allora sconosciuta del precedente edificio paleocristiano era stata riportata alla luce e infine conservata.La priorità sarebbe divenuta ora il mantenimento del nucleo originario non restaurato, inalterato, con-servato al massimo grado rispetto alla ricostruzione tanto apprezzata in precedenza dal romanticismo.Queste nuove tendenze nella tutela dei monumenti si possono indicare in maniera esemplare relativamente al restauro della basilica di Aquileia. I lavori ebbero luogo per stati di avanzamento tra 1909 e 1915.
Tra 1909 e 1911 essi furono diretti dall’ingegnere capo Rudolf Machnitsch,che fu promosso nel 1912 a capo del settore edilizio della Luogotenenza di Trieste.Le prime indagini archeologiche ebbero luogo nel 1909 nella navata destra e sinistra e anche in una parte della navata centrale, dove accanto al mosaico di Giona fu riportata alla luce pure l’iscrizione dedicatoria al vescovo Teodoro, fatto che fu subito riferito dal prelato Karl Drexler alla Zentralkommission,perciò vi fu ora a disposizione una sovvenzione statale di 1.000 corone (5.000 euro).La nuova sistemazione dei mosaici,fu effettuata dal pittore accademico Viktor Förster di Praga.Egli calcolò per il sollevamento, la realizzazione di un piano di cemento,la nuova sistemazione e il restauro dei mosaici 6.980 corone (euro 32.429).Il successore al trono nella sua visita del 12 aprile 1910 si espresse risolutamente disapprovando la nuova sistemazione.Egli espresse inoltre il desiderio che i mosaici dovessero essere lasciati “perché non perdessero il loro splendore e valore storico”La luogotenenza di Trieste dispose il fermo dei lavori.In un documento del 30 luglio 1910 predisposto da Franz Ferdinand si sottolinea che “non si sarebbe dovuto effettuare lo strappo dei mosaici dal loro naturale contesto, sollevarli e utilizzarli come ornamento della chiesa.I costi furono stimati in circa 24.000 corone (111.600 euro).
Nel 1914/15 il restauro fu concluso,l’interno sottoposto a drenaggi e abbassata l’acqua di falda nella parte occidentale della navata settentrionale,così che anche i mosaici dell’area B furono rimessi in luce.Tra l’anno 1914 e la primavera 1915 i pavimenti musivi erano a tal punto consolidati che si poté camminarvi sopra.A causa della mobilitazione,generale il complesso dei lavori si fermò il 5 agosto 1914.Per impedire eventuali danni di guerra – il 23 maggio 1915 l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria – i mosaici furono ricoperti con uno strato di terra.I lavori continuati nel 1917 dalla amministrazione per i monumenti italiana,furono alla fine finanziati e conclusi ancora una volta dall’Austria;e l’opera di protezione del campanile,l’ultima della monarchia asburgica,fu resa accessibile tramite una scala.
L’indagine archeologica a est del campanile, invece,valutata del costo di 2.500 corone (975 euro)non si riusci a realizzare.Indipendentemente dall’origine e dalla loro formazione culturale nella loro attività, sia sotto l’aspetto prevalentemente teorico,come Friedrich von Kenner e il conte Lackoroński mecenate degli scavi,pratico,come Heinrich Maionica,Rudolf Machnitsch e Georg Niemann,e in embrambi i campi come Anton Gnirs, tutti ebbero a cuore la ricerca e la tutela dei monumenti di Aquileja.
La Zentralkommission,ben provvista finanziariamente,e grazie al coinvolgimeto dei suoi protettori e scienziati,diede vita ad un'Aquileia,come è ancor oggi,cioè con il museo,la basilica,gli scavi,e con i suoi tesori d’arte.Nello stesso tempo i progetti archeologici e di tutela monumentale della tarda monarchia asburgica significarono anche un aiuto economico per il Friuli,e si pongono all’inizio del turismo culturale dell’attuale ambito adriatico.Un mio lungo lavoro di riassunto,dell'imponente e amorevole opera della nostra cara Austria per Aquileja...dedicato come sempre,alla mia gente mitteleuropea.

giovedì 2 febbraio 2017

Ida Dalser, la "prima vittima" tirolese di Benito Mussolini.

Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

Ida Dalser


Quando arrivò a Trento il 6 febbraio 1909, Mussolini era un giovane socialista ancora sconosciuto. Aveva una brevissima esperienza di maestro compiuta in alcune piccole località del Regno d'Italia e in Svizzera. A Trento, il giovane Benito ha cercato - sempre assieme all'amico Cesare Battisti - di promuovere un'italianità di stampo nazionalista, molto diversa dalla realtà sociale del Tirolo Italiano di allora, di lingua italiana, ma sempre fedele all'Impero Austriaco e alle tradizioni locali.
Anche se per breve periodo, Mussolini provò le carceri austriache di Trento e riporta tale esperienza nel suo libro "Il Trentino veduto da un socialista" dove dimostra come la realtà politica e sociale nel Tirolo dei nostri nonni e bisnonni (fedeli sudditi dell'Imperatore d'Austria) era più avanzata di quella italiana.
In Tirolo gli piacevano le trentine, così come le donne di Innsbruck. Ma il giovane aveva capito che poteva sfruttare un "dolce far niente" da una signora benestante. A Milano, il giovane "furbét" ha conosciuto Ida Dalser, una tirolese benestante e, da parte di Mussolini si trattava di un rapporto molto "interessato".
Infatti, si fece finanziare dalla signora spremendola come un limone. Lei avrà un figlio suo, Benito Albino Dalser, mai riconosciuto dal padre (in modo ufficiale).
"Abbandonata", la Sig. Dalser comprese veramente chi era Benito Mussolini e prima dell'ultimo "addio" gli preannunciò quale sarebbe stata la sua fine.

Dimmi quale copricapo e ti dirò...



Prima della Rivoluzione francese il capello era il tricorno, le parti ritorte della tesa erano sollevate, spesso era adornato da bellissime piume, il tessuto era ricamato e talvolta portava anche qualche pietra preziosa.


 
 
 


Nel secolo XIX si è passati al cilindro. Oggi, tale copricapo può sembrare un lusso. In realtà, però, è appena un tubo nero. Si tratta di un pezzo di canna fumaria…A volte era fatto con materiale molto fine. C’era, per esempio, il cosiddetto cilindro a otto riflessi. A confronto del tricorno, però, sembra il copricapo di un becchino. Tanto più che gli uomini si vestivano di nero, come se fossero agenti funebri. L’unico adorno era, talvolta, una perla sulla cravatta.
 
C’è stato, evidentemente, un crollo nei criteri di bellezza, anche nel campo della moda femminile.
 
 
 
 
 
Dopo la Prima guerra mondiale ci fu un enorme cambiamento nella moda. Tutto si rammollì. Il cappello a cilindro scomparve, utilizzato solo per le grandi cerimonie, e fu sostituito dal cappello di feltro morbido. Il cappello di feltro è ancora inferiore al cilindro. Esso è basso, ha qualcosa che si abbassa fino all’altezza dell’uomo. Non è di seta ma di feltro molle. Quasi come se la sua bellezza consistesse nell’essere suscettibile di essere stropicciato. C’è una cosa curiosa nella storia della moda: prima di scomparire un costume si ammorbidisce. Si direbbe che l’ammorbidirsi è il segno di un processo mortale.
 
 
 
Poi venne il berretto di lana, cioè il completo rammollimento del cappello.

Plinio Corrêa de Oliveira