Considerato da molti il romanzo storico più bello di Robert Hugh Benson, Con quale autorità? (By What Authority?, 1904) vanta una trama avvincente e ricca di colpi di scena a cui si assomma un’ottima caratterizzazione dei protagonisti e una singolare capacità di analizzare le diverse passioni religiose e politiche in campo. Accanto ai tradizionali personaggi come Maria Stuart, Edmund Campion e John Felton – impiccato per aver affisso la Bolla di scomunica di Elisabetta alla porta del palazzo vescovile di Londra – fanno la loro comparsa i veri eroi della storia inglese, gli uomini e le donne che, nonostante le violenze e il regime di terrore imposto dai protestanti, seppero fare della loro fede un ideale così alto da affrontare persino la morte pur di non tradire Cristo e la Chiesa.
Il libro, ambientato nell’Inghilterra elisabettiana, racconta la storia di due famiglie, quella cattolica dei Maxwell e quella calvinista dei Norris, vicine di casa nel piccolo villaggio di Great Keynes. Nonostante la rigida educazione calvinista impartita loro dal padre, Anthony Norris e la sorella Isabel si convertono al cattolicesimo; più tardi il ragazzo è ordinato sacerdote. Dopo essere stati testimoni delle prime persecuzioni – di cui è vittima anche il giovane James Maxwell, tornato in Inghilterra dopo aver preso i voti nel continente – i due Norris si trovano presto costretti a sfuggire dalle guardie che sono ormai sulle loro tracce.
L’autorità, come ricorda il titolo del romanzo (che cita Mt. 21, 23), è il problema centrale attorno a cui si muovono i numerosi protagonisti, preoccupati innanzitutto di trovare un punto fermo all’interno di una parentesi storica mai tanto convulsa. Scegliere tra Elisabetta e il papa non è sempre facile: se i cattolici più intransigenti organizzano una ribellione armata – con esiti purtroppo drammatici – c’è anche chi, come Hubert Maxwell, fratello di James ed ex fidanzato di Isabel, giunge al punto di abbracciare il protestantesimo, inebriato dalle scorrerie piratesche condotte a fianco del carismatico Drake. Alla fine di questa aspra contesa è ancora una volta la regina, una Tudor, a trionfare, anche se la vittoria è ottenuta al prezzo del sangue di numerosi innocenti.
Benson ritrae Elisabetta come una creatura altera e spietata, ma mai realmente antipatica. L’aspetto fisico non sempre impeccabile e la sgraziata danza contribuiscono a dare caratura umana a un personaggio che, seppur manifestatamente antagonista, non si può definire totalmente malvagio. L’autore vede specchiarsi in lei tanto i pregi quanto i difetti dell’Inghilterra.
Maria Stuart funge invece da controparte benevola, è il simbolo della sovrana ideale, fedele a Roma e generosamente disposta ad accogliere con fiducia ciò che Dio ha in serbo per lei. Manca però della concretezza della cugina, della capacità di fare del bieco tornaconto politico un’opportunità per guadagnare spazi sempre più grandi di potere. Inutile dire che la sua ingenuità le sarà fatale.
Con quale autorità? – che con Il trionfo del re e Vieni ruota! Vieni forca! costituisce una sorta di trilogia dedicata ai martiri della Riforma – è dunque l’affresco eloquente di un’apostasia ormai maturata su scala nazionale, alimentata dagli egoismi dell’aristocrazia e dalla connivenza conformista di buona parte del popolo (più o meno in buona fede). L’anglicanesimo è diventato la religione della maggior parte degli inglesi, e per i cattolici c’è solo la via del patibolo, dell’esilio o della clandestinità.
L’Inghilterra del XVI secolo, nelle tinte fosche usate da Benson, è la sinistra anticipazione dell’apocalittica società del futuro descritta ne Il padrone del mondo.
Il libro: R. H. BENSON, Con quale autorità?, Milano, BUR, 2014, pp. 418, Euro 11.
Nel 1914, con Oddsfish!, Robert Hugh Benson tentò per l’ultima volta la via del romanzo storico. Il lavoro, nel complesso interessante, soffre però a causa di una trama poco scorrevole e di alcune incoerenze interne e che ne decretarono, già all’epoca della pubblicazione, lo scarso successo di pubblico (motivo per cui, tra l’altro, non è mai stato tradotto in italiano).
La timida imprecazione del titolo – “perdinci!” – è l’interiezione preferita di Carlo II Stuart, durante il cui regno, nella seconda metà del XVII secolo, si sviluppa la vicenda, narrata in prima persona dal protagonista.
Papa Innocenzo XI invia Roger Mallock, un novizio benedettino, presso la corte del re, confidando nella possibilità di condurre il sovrano alla Chiesa di Roma, forte del sostegno del fratello Giacomo, cattolico duca di York e suo successore designato. Nonostante questo, Carlo fa di tutto per assicurare al trono un erede protestante, qualcuno che possa garantire la tanto agognata stabilità politica. Purtroppo la presunta notizia di una congiura cattolica per attentare alla vita del re – falsità grossolana diffusa dall’anglicano Titus Oates – scatena una violenta persecuzione nei confronti dei tanti ingiustamente accusati di aver preso parte alla cospirazione. Roger, nonostante questo, continua a stare al fianco del sovrano e la sua perseveranza è premiata quando ricongiunge il re alla Chiesa poco prima di morire.
Se l’ambientazione del romanzo è inedita, non cambiano i temi cari a Benson che descrive nuovamente la tragedia dei cattolici inglesi, vittime della gogna protestante, un odio mosso da motivazioni politiche più che religiose. Questa volta, però, la speranza della conversione sopraggiunge nel finale come una gradita novità. Il sovrano, seppure all’ultimo momento, in limine mortis, cede alla verità della Chiesa, affidando la sua anima alle amorevoli cure di Cristo.
Con lui il potere del monarca recupera il senso di servizio che gli è proprio, abbandonando per sempre lo spirito di totalitarismo tirannico tipico dei Tudor. La sua eroica scelta non modifica però il corso della storia: è la redenzione di un uomo ma non dell’Inghilterra, ormai completamente schiavizzata dalle menzogne degli eretici. L’esito di un gesto così sincero, degno di un uomo libero, non può che essere l’odio del mondo, il motivo della rovinosa fine della casa Stuart.
Il libro: Il romanzo è facilmente reperibile on-line nell’edizione inglese. Una traduzione italiana del testo è scaricabile gratuitamente sul sito http://www.totustuus.it/
Durante tutta l’epoca vittoriana la grande massa dei cattolici poveri crebbe e soffrì miserie di ogni sorta. Dietro le strade delle principali città del paese si aprivano i cortiletti dall’acciottolato sporco e ineguale; nelle piccole case cadenti, una addosso all’altra, affollate e antigieniche, risiedeva la maggior parte della povera gente, costretta quotidianamente al duro ritmo del lavoro in fabbrica, senza alcuna speranza per un domani migliore. Le famiglie dell’antica fede trovarono, in queste zone periferiche, il loro principale sostegno nel sacerdozio cattolico e, oltre ai preti missionari, un supporto al popolo era offerto dal clero inglese, da quello irlandese e dal lievito dei neo-convertiti.
Fra questi missionari, ad aver forse maggiore successo furono quelli più in contatto con i poveri, come Padre Aloysius Gentili, uno dei membri dell’Istituto della Carità del Rosmini e Padre Domenico Barberi, passionista, già celebre per aver accolto Newman nella Chiesa. Nonostante i pregiudizi contro i forestieri, vi era in quegli anni del primo periodo vittoriano un’ammirazione apertamente espressa per la dignità di carattere e i pregi morali dei sacerdoti.
Passata la metà del secolo, scomparsi questi primi esempi di vera carità cristiana, gli ordini religiosi ripresero l’intensa attività missionaria in tutta l’isola. Oltre ai Cappuccini e ai Francescani, i Redentoristi e i Gesuiti furono probabilmente quelli che ricevettero in proporzione la parte più larga delle nuove vocazioni per il clero regolare. Questi nuovi convertiti si dedicarono così a un’opera che aveva le sue radici nel lavoro per il povero.
Nel caso della Compagnia, essa rappresentò un elemento importante in Inghilterra, la cui influenza rimase cospicua per mezzo secolo durante gli anni dell’espansione che, partendo da Stonyhurst, vide la fondazione di Farm Street, Manresa House e il Beaumont College, tutte istituzioni scolastiche determinanti per la formazione della futura classe dirigente inglese fedele al Papa. Il loro ruolo crebbe con il progredire del regno, mentre i collegi riconosciuti venivano rinforzati dalle grandi scuole diurne del nord che offrivano un mezzo attraverso il quale i figli degli operai residenti in aree industriali potevano giungere a un livello economico più adeguato.
Allo stesso modo i Redentoristi, la cui figura più significativa rimane Padre Robert Coffin, che divenne vescovo di Southwark negli ultimi anni della sua vita, si impegnarono in opere pie, prediche e sermoni, facendo della questione sociale il fulcro della loro azione pastorale.
Fra gli effetti più duraturi del movimento di conversione del XIX secolo è da ricordare l’aumento dei centri cattolici nella campagna inglese e la fondazione di case religiose. Mano a mano che le nuove proprietà cadevano in mano ai cattolici si estendeva il vecchio sistema di ravvivare il cattolicesimo nelle aree rurali e gli stretti legami fra le famiglie ricche contribuirono alla ripresa religiosa. Del resto i convertiti dall’anglicanesimo, sottoposti all’odio dalla famiglia e dai parenti che consideravano il gesto un grande tradimento nei confronti della patria e degli affetti più stretti, necessitavano di strutture e luoghi di accoglienza.
Collante di questa ulteriore cementificazione del cattolicesimo isolano fu il cardinale Herbert Vaughan (1832-1903) che successe a Manning come arcivescovo di Westminister. Sodale con il predecessore sia dal punto di vista teologico – provava infatti un ardente e quasi cavalleresco attaccamento alla Santa Sede – che dal punto di vista pratico, Vaughan avviò i lavori per la costruzione dell’odierna cattedrale cattolica di Westminister. La sua tenacia di carattere si mostrò in pieno durante i negoziati che condussero alla Bolla Romanos Pontifices del 1880, nella quale vennero definiti i rapporti fra l’episcopato e il clero regolare. Vaughan riunì in sé la forza di secoli di persecuzione. Nutrì una profonda devozione per il Santissimo Sacramento, ebbe una maniera di vedere le cose del tutto spirituale e godette della fedeltà della vecchia classe dei proprietari terrieri, dei nuovi convertiti e degli immigrati.
Se il pregiudizio nazionale contro il “papismo” rimase potente per tutto il periodo vittoriano, dagli anni ’70 e ’80 del secolo, dal punto di vista sociale, la situazione dei cattolici si andava appianando, gli alloggi e le condizioni dei lavoratori miglioravano così come il tenore di vita medio degli agricoltori.
Allo stesso modo, dopo secoli di nascondimento forzato, anche il cattolicesimo britannico iniziava a far sentire il proprio peso nella vita culturale del paese. In particolare tre figure si rivelarono determinanti in questo senso, attirando l’attenzione di quanti si trovavano fuori dalla Chiesa: Lord John Dolberg-Acton, Padre Tyrrel e il Barone Friedrich von Hügel. Dolberg-Acton e von Hügel erano laici, cattolici per eredità, che vissero e morirono in comunione con la Santa Sede nonostante le loro posizioni teologiche liberali ed eterodosse; Tyrrel, convertito dal protestantesimo e poi sacerdote capofila del modernismo anglosassone, morì sotto scomunica.
Padre Tyrrel
Lord Acton univa un serio gusto per la politica liberale allo studio della storia, concepita come sviluppo verso uno stato di perfezione e di progressiva libertà. A causa della sua posizione teologica ascrivibile ai piccoli quanto effimeri gruppi del progressismo ebbe pessimi rapporti con Manning e, in generale, con l’episcopato inglese. L’ultima parte della sua vita, dopo la riappacificazione con Vaughan e l’occupazione della cattedra di storia moderna a Cambridge, fu serena.
Il Barone von Hügel, figlio del ministro d’Austria presso la corte toscana, mostrava invece un’attenzione incessante ai problemi di spiritualità. La sua religione personale era profonda e nutrì una costante devozione per il Santissimo Sacramento, ma i suoi tormenti e le sue inquietudini intellettuali lo portarono a contatto con il modernismo continentale condannato da San Pio X nell’Enciclica Pascendi.
Pur con tutti i limiti evidenziati, queste tre figure aprirono la strada a quel grande fermento culturale cattolico che si stava sviluppando nell’Inghilterra vittoriana, in particolar modo a partire dal 1850.
Come testimoniano i molti romanzi dell’epoca, l’amore dei cattolici verso le lettere assunse una connotazione non più esclusivamente saggistica, lasciando progressivamente spazio a un gusto colto per la letteratura artistica. Nella quasi totalità dei casi, però, la diminuzione della produzione accademica non significò la morte dell’apologetica, che anzi trovava nuova linfa e nuova capillarità diffusiva proprio grazie a una letteratura più godibile e diretta. Ecco allora che al fervorino, alla predica in parrocchia e nelle piazze – una tradizione quindi sostanzialmente orale e locale – si sostituì un’apologetica di matrice antiprotestante e poi una letteratura del medesimo taglio che, nelle pieghe delle storie e dei caratteri, diffondeva le idee del cattolicesimo contro le pretese di un anglicanesimo sempre più in crisi davanti ai mutamenti dei tempi.
Tre scrittori che godettero di un certo prestigio venivano direttamente dai grandi collegi ecclesiastici. Il primo, Lafcadio Hearn, ne subì solo un’influenza superficiale mentre William Francis Barry, al contrario, fu un sacerdote impegnato sia nell’educazione della gioventù isolana come professore al Birmingham Theological College e poi a Oscott, sia nella scrittura. Il suo talento multiforme, consacrato con il primo romanzo del 1887, La nuova Antigone (The new Antigone), gli valse l’etichetta di primo romanziere cattolico moderno. Il terzo, Frederick Rolfe, dopo essersi convertito al cattolicesimo a ventisei anni ed essere stato battezzato da Manning, accarezzò per un breve tempo l’idea del sacerdozio soggiornando a Roma presso il collegio scozzese. Falliti gli studi, spese l’ultima parte della sua esistenza a Venezia dove condusse una vita da bohemienne che lo portò a una morte prematura in estrema povertà. Soprannominato Baron Corvo, Rolfe scrisse alcuni romanzi eccentrici, ma fu anche ritrattista, lasciando alla sua scomparsa alcune pitture devozionali e varie fotografie. L’opera per cui maggiormente lo si ricorda è il romanzo fantastorico Adriano VII (Hadrian the Seventh), edito nel 1904. Il libro è un’autobiografia fantastica venata di graffiante satira in cui si narrano le vicende di un oscuro letterato inglese che, eletto papa, si impegna a rifare il mondo secondo i suoi desideri.
Sul versante opposto, per quanto riguarda gli autori caratterizzati da uno stile piano che procede lineare e tranquillo, si ricordano monsignor Francis Bickerstaffe-Drew, che conseguì sotto le pseudonimo di John Ayscough un certo successo con il suo San Celestino, e Montgomery Cermicheal con il libro John William Walshe, una biografia romanzata e fantasiosa del viaggio del padre in Italia.
Di carattere più spiccatamente apologetico sono le solide biografie cattoliche di Miss J. M. Stone e le opere di Wilfrid Philip Ward tra cui La vita e l’epoca del cardinal Wiseman (The Life and Times of Cardinal Wiseman), La vita del cardinal John Henry Newman (Life of John Henry, Cardinal Newman) e il bel documento sociale, misericordioso nei procedimenti ma orrido negli effetti, Sullo scrupolo del povero (On poor scruple), edito nel 1899.
James Britten, il botanico fondatore nel 1884 della “Società della Verità cattolica” (CTS) che si occupava della propaganda attraverso la pubblicazione di libri sia apologetici che spirituali, manifestò attraverso tutte le sue opere un carattere incantevole, fuori da ogni convenzione, sia che scrivesse di religione, come in Perché ho abbandonato la Chiesa d’Inghilterra (Why I left the Church of England), sia che dissertasse di botanica.
Questi scrittori e predicatori rappresentavano coloro i quali erano in stretto rapporto e, nel caso di Rolfe, antagonistico contatto con la mentalità della Chiesa e con la sua organizzazione, influenzando un numero di persone davvero cospicuo.
L’incontro del cattolicesimo con la letteratura inglese e il vasto pubblico dei lettori ebbe il suo massimo sviluppo alla fine del secolo, fra gli anni 1880 e il 1905. L’avvento del cattolicesimo come argomento popolare si può far risalire grosso modo a La storia di Henry Esmond (The History of HenryEsmond) di William Thackeray, che narra le imprese di un giovane cattolico devoto agli Stuart, e a Walter Scott, i cui romanzi caratterizzavano l’antica fede come un qualcosa di misterioso ma, allo stesso tempo, romantico e solenne. L’alba del “cattolicesimo per il lettore” si era inaugurata però con l’Helbeck di Bannisdale (Helbeck of Bannisdale) scritto nel 1898 da Humphry Ward, pseudonimo di Mary Augusta Ward.
Mary Augusta Ward
Il tardo XIX secolo si caratterizzò invece, sempre nel contesto letterario cattolico, come un approccio generalista e spesso superficiale ai temi della fede, utilizzati con scarsa consapevolezza o addirittura come meri pretesti estetici. Si era, del resto, nel pieno periodo decadente che si risolse in un’inesorabile crisi di quella romanzistica apologetica tipica degli anni precedenti che sopravvisse quasi esclusivamente nell’opera filosofica del cardinale Newman e di Wilfrid Ward.
In questo senso può essere letta l’esperienza di Walter Pater che, con il suo carisma, contribuì a una tenue spinta verso il cattolicesimo del gruppo che faceva capo alla rivista letteraria “Yellow Book”, pubblicata a Londra tra il 1894 e il 1897. La cifra distintiva di questo autore era la simpatia per la cultura cattolica rinascimentale, anche se il suo gusto letterario non raggiunse mai una consapevolezza tale da mutarsi in azione o elevarsi alla sfera morale. Lo studio Sebastian van Storck, dedicato all’Olanda del XVII secolo e alla filosofia di Spinoza, rivela come questa simpatia fosse un po’troppo percettiva.
Tra i frutti più prossimi dell’opera di Pater è da citare Ernest Dowson, poeta decadente, che però non seppe approfondire troppo quell’atteggiamento religioso nato a contatto con il gruppo degli scrittori della rivista.
Di altro spessore è la poesia L’angelo oscuro (Dark angel) di Lionel Johnson in cui è rappresentato il senso penoso di quel conflitto morale che sperimenta un convertito dalla fede risoluta ma dalla vita instabile, vissuta tra alcolismo e vizi estetizzanti.
Gerard Manley Hopkins rimase invece una figura piuttosto isolata. Pur appartenendo cronologicamente al tardo periodo vittoriano, il gesuita mostrò nella profondità della sua scrittura un’anima troppo consapevole e profonda per essere paragonata alla letteratura media dell’epoca, in cui banalità e manierismo si confondevano spesso in prodotti indigesti.
Gerard Manley Hopkins
Sul versante più tradizionale si presenta l’interessante vicenda di Coventry Patmore che, per i suoi contemporanei, fu una grande figura di poeta e letterato. Amico di Hopkins, nutriva una penosa avversione per Manning ma aveva una vita religiosa personale profonda e sincera, così come un attaccamento imperioso per l’arte. Il suo lavoro più famoso, che mostra anche la caratura di questo vecchio letterato, è un poemetto narrativo intitolato L’angelo nella casa (The Angel in the House) che racconta un ideale matrimonio felice.
Più in armonia con i suoi contemporanei e la gerarchia ecclesiastica cattolica fu Francis Thompson, il cui poema più significativo, Il segugio del cielo (The Hound of Heaven), racconta la ricerca di un’anima da parte di Dio. Il suo nome rimase indissolubilmente legato a quello della poetessa Alice Meynell che godette di un certo seguito a fine secolo.
In Inghilterra, alla fine del XIX secolo, il cattolicesimo aveva dunque ormai assunto un volto proprio, una fisionomia e un’autocoscienza prima sconosciuta. Con l’emancipazione, quel fascio di energie straripanti esplose in tutte le sue potenzialità, imponendosi non solo a livello religioso, ma anche sociale e culturale. Una nuova epoca si era aperta gettando le basi di tutta quella futura generazione di grandi ecclesiastici e laici che levarono in alto la bandiera di Cristo e di Roma contro le follie e le violenti ideologie del XX secolo. Basti citare, a titolo d’esempio, R. H. Benson, autore de Il padrone del mondo (Lord of the World), il convertito G. K. Chesterton, celebre per la prosa graffiante orientata alla polemica, Hilaire Belloc, il colto e raffinato amante della letteratura e della storia, e J. R. R. Tolkien, il cui Il Signore degli anelli (The Lord of the Rings) è uno dei libri più letti del XX secolo.
Questi furono solo alcuni dei molti frutti di quella Chiesa che rinacque in epoca vittoriana.
di Luca Fumagalli (Fonte: http://www.radiospada.org/ )
Nel 1845 avvenne la celebre conversione al cattolicesimo di John Henry Newman. Nonostante avesse conosciuto personalmente Wiseman in occasione del suo viaggio in Italia nel 1833, fu solo a quarant’anni, dopo aver militato lungamente nel “Movimento di Oxford”, che l’adesione alla Chiesa di Roma divenne per lui ineludibile. Nessuno dei suoi sodali durante il periodo universitario avrebbe fatto atto di sottomissione: Froude morì nel 1836, mentre Keble e Pusey sopravvissero per raccogliere le scarse forze trattatiste rimanenti.
Se i dubbi iniziarono nel 1841, solo due anni dopo Newman ritrattò quanto aveva dichiarato di insultante contro il Papa e si ritirò con pochi intimi a Littlemore, presso Oxford. Dopo altri due anni di meditata e sofferta decisione, venne accolto nella Chiesa il 9 ottobre 1845 da padre Domenico Barbieri, un passionista italiano.
Newman univa il dominio di una mente di larghe vedute e di estrema sensibilità al distacco dei più volgari contatti. Una costante e radicale timidezza, che però non disdegnava un profondo affetto nei confronti degli amici, andava unita in lui a una singolare integrità e indipendenza di mente. Ispirava naturalmente un amore unico e reverente, ma si dimostrava piuttosto rigido con chi non condivideva la sua impostazione mentale, apparendo in molte occasioni poco ricettivo (cosa, del resto, che gli attirò non poche antipatie tra i laici e gli ecclesiastici inglesi). Fu però un teologo brillante, un instancabile apologeta e un romanziere occasionale ma di gran pregio.
John Henry Newman
Anche il più prossimo gruppo di Littlemore seguì Newman nella conversione, così come diversi amici appartenenti alla cerchia meno intima. Fra questi si ricordano Frederick Oakeley, che condusse una vita da studioso, e William George Ward, collega di Oakeley al Balliol. Ward, di carattere completamente opposto a Newman, alternava periodi di severa concentrazione teologica a una rumorosità gioviale e poco universitaria. Con il suo tipico gusto beffardo e provocatore diede alla luce un’opera teologica che gli affrancò l’accusa di favoreggiatore dei cattolici e la conseguente espulsione dal Balliol. Era pastore anglicano, ma dopo la conversione al cattolicesimo nel 1845 si sposò e più avanti divenne anche piuttosto ricco e famoso. L’intensa preoccupazione di laico per la teologia era caratteristica di un atteggiamento dell’epoca e la sua prosa era limpida e tagliente. Fu insegnante al St. Edmund’s College dal 1851 al 1858 e, fra il 1863 e il 1878, diresse il “Dublin Review”, divenendo uno dei capi del movimento ultramontano, in aspra polemica con i cattolici liberali, con Newman e con gli avversari del Sillabo (1864). La sua amicizia con Alfred Tennyson, poeta laureato, testimonia inoltre uno dei più notevoli contatti tra il cattolicesimo intransigente inglese e il mondo esterno.
William George Ward
Per ultimo merita di essere citato Frederick Wialliam Faber, ugonotto di stirpe, poeta e asceta. Al tempo della sottomissione di Newman alla Chiesa cattolica era rettore di Elton, nello Huntingdonshire, e decise di seguirlo. Il suo monumento è nell’oratorio di Londra di cui sarebbe stato il superiore per quattordici anni. É possibile comprenderne indole soprattutto attraverso i testi di pietà che fecero di lui uno scrittore spirituale fecondo e destinato al successo. Scrisse inoltre moltissimi inni sacri talmente famosi che ancora oggi sono utilizzati persino da alcune congregazioni protestanti: la voce della preghiera levata al cielo caratterizzò i suoi fedeli differenziandoli dal silenzioso e antiquato gruppo dei vecchi cattolici. All’ampia diffusione delle sue opere sul continente contribuì poi uno stile particolarmente convincente nelle traduzioni.
Newman, dopo la sua partenza da Littlemore, fu ad Oscott, dove rinnovò la passeggera conoscenza di Wiseman (i loro rapporti furono sostanzialmente amichevoli ma non sempre facili). Raggiunse poi Roma nel 1846.
Ciò che più distanziava Newman da Wiseman era la conversione dell’Inghilterra vista da quest’ultimo in un’ampia, troppo ottimistica prospettiva. L’immediato problema del ripristino della gerarchia, i particolari materiali e amministrativi e la preoccupazione di valorizzare il punto di vista dei cattolici, erano tutti aspetti che assorbivano la vivace attenzione del vescovo. Il pensiero di Newman era invece concentrato quasi completamente sul solitario procedimento teologico e sulle avventure della mente alla ricerca di Dio. A Roma la stessa divergenza era evidente nei suoi rapporti con la comunità anglo-cattolica.
Egli divenne oratoriano e al suo ritorno a Birmingham, nel 1848, fondò l’oratorio dove trascorse il resto della vita, eccetto un soggiorno in Irlanda tra il 1854 e il 1858 in qualità di rettore presso l’Università cattolica di Dublino. L’opera pastorale del suo oratorio fu davvero determinante per la nuova primavera cattolica in Inghilterra, in particolare nella seconda metà del XIX secolo. Grazie al suo impegno e a quello dei confratelli, divenne presto un luogo di opere pie e di accoglienza per i nuovi convertiti dall’anglicanesimo come, qualche anno più tardi, la madre del futuro scrittore John Ronald Reuel Tolkien, che a Birmingham ricevette la prima educazione.
Newman nutrì un’istintiva e alquanto insulare diffidenza per il pensiero ultramontano. Molte differenze di metodo tendevano a restringere la simpatia fra Newman e Wiseman e questa attenuata amicizia ebbe a mutarsi sotto il crescente influsso di Manning, con il quale i rapporti furono prima poco cordiali e poi freddi. Ma Newman possedeva quello che soprattutto importava: l’incoraggiamento e l’appoggio del proprio diocesano, Ullathorne.
Nel 1852 iniziarono per Newman le prime serie difficoltà. Quell’anno fu trascinato in tribunale con l’accusa di calunnia da Giacinto Achilli, un ex frate domenicano allontanato dalla Chiesa per abusi sessuali e ora convertito al protestantesimo. Reiterando gli attacchi di Wiseman, Newman aveva pubblicamente raccontato l’indole e le astuzie dell’italiano che riuscì però a vincere il processo e costrinse il futuro cardinale a pagare una multa salatissima, estinta solo grazie a una sottoscrizione di massa fra i cattolici.
A questo primo inciampo si assommarono il fallimento dell’apertura di un collegio a Oxford, il prematuro rettorato a Dublino e la controversia con Charles Kingsley, che condusse, nel 1864, alla pubblicazione dell’Apologia pro vita sua, una delle opere più famose e lette di Newman. Charles Kingsley lo aveva infatti accusato di essere stato segretamente cattolico almeno a partire dal 1840 e di non aver denunciato la nuova posizione per non perdere gli incarichi a Oxford e nella chiesa anglicana. Newman rispose con un testo che abbracciava una prospettiva più ampia, strutturandosi come una difesa della propria vita e del personale cammino spirituale. Questo libro, pietra angolare dei suoi scritti, luminosamente sincero e caratterizzato da una straordinaria e profonda limpidezza d’espressione, gli conquistò un grande rispetto nel mondo culturale inglese.
Nel 1877 Newman fu eletto membro onorario del Trinity, segno di pace con Oxford e, nel 1879, fu creato cardinale da Papa Leone XIII su istanza di Ullathorne. Continuò comunque a vivere all’oratorio di Birmingham e lì morì nel 1890. Rappresentò, almeno in epoca moderna, la più grande influenza da parte inglese sul pensiero cattolico.
Un influsso completamente diverso dallo stile teologico oxfordiano di Newman, fu esercitato dalla straordinaria figura di Henry Edward Manning, il prototipo dell’ecclesiastico d’azione. L’arcidiacono di Chichester aveva fatto atto di sottomissione a Roma nel 1851, come conseguenza della sentenza Gorham, che poneva in evidenza non solo il carattere latitudinario della chiesa inglese, ma anche e soprattutto la sua soggiacenza al potere statale.
S.E.R. Cardinal Henry Edward Manning
Nel mese di marzo del 1850 si concluse infatti quello che giornalisticamente fu bollato come il “Caso Gorham” che scatenò una tempesta nella chiesa anglicana e favorì indirettamente il cattolicesimo inglese con la conversione di un gruppo scelto di chierici e laici anglicani. Vicario di Brampford Speke, George Cornelius Gorham era stato destituito dal suo ordinario anglicano, il vescovo di Exter, Henry Phillpotts, per aver negato la dottrina della rigenerazione battesimale. Il chierico deposto aveva fatto ricorso al Privy Council che finì per dettare sentenza a suo favore, annullando conseguentemente il provvedimento vescovile. Lo scandalo che ne venne fu notevole: non solo lo stato interveniva nell’ambito ecclesiastico – prassi del resto diffusa e che già vent’anni prima aveva causato la nascita del “Movimento di Oxford” – ma addirittura si arrogava il diritto di definire, seppur indirettamente, questioni di natura dottrinale. Per molti anglicani si trattava di un abuso senza precedenti e lo stesso Newman colse l’occasione per polemizzare nuovamente contro le ridicole prassi in cui necessariamente cadeva il protestantesimo insulare.
L’arcidiacono Manning si era segnalato presto per la forza di volontà, la schietta pietà e la mentalità singolarmente positiva. Da giovane era un atleta, interessato nella politica, ecclesiastica e laica, e già notevolmente capace. Sebbene molti altri sarebbero venuti dopo di lui, nessuno così intimo entro la chiesa ufficiale vittoriana era mai diventato prima di allora cattolico. Le sue grandi capacità colpirono immediatamente non solo Wiseman che, come già ricordato, lo fece suo consigliere personale, ma anche Pio IX che, alla morte dell’arcivescovo di Westminister, lo scelse personalmente per succedergli. Innalzato al cardinalato nel 1875, governò la principale diocesi inglese dal 1865 fino al 1892.
Dal punto di vista dottrinale il suo operato all’interno della Chiesa cattolica si contraddistinse immediatamente per una propensione allo spirito ultramontano. Fu uno dei più strenui sostenitori dell’infallibilità pontificia e si batté in questo senso, con straordinaria passione, durante il Concilio Vaticano I, come dimostra l’incipit del suo breve intervento del 25 maggio 1870: «L’infallibilità del Romano Pontefice non è un’opinione libera tra i cattolici, liberamente ventilata o liberamente da ventilarsi. Siamo già tutti tenuti a crederla. Non è un’opinione ma una dottrina, perché è già contenuta nella Rivelazione di Dio». Per le sue posizioni teologiche intransigenti e per la naturale predisposizione a seguire con poca simpatia i problemi intellettuali altrui, si trovò raramente concorde con le opinioni di Newman.
La stessa determinazione che impiegava nella difesa dell’ortodossia dottrinale alimentava anche la sua azione pastorale che si caratterizzò per l’ottimo rapporto di collaborazione che ebbe con il clero diocesano e per la costante attenzione ai problemi scolastici e lavorativi dei cattolici inglesi. Come prima cosa egli teneva sempre presente l’educazione. A questo proposito il suo impegno nella fondazione di nuove scuole cattoliche fu straordinario e iniziò ad intavolare trattative con Londra per il loro riconoscimento. In questo contesto era aiutato da una profonda simpatia per i poveri e dalla comprensione dei loro urgenti bisogni, spirituali e materiali. Allo stesso modo si dimostrò un grande amico dell’Irlanda e, oltre a collaborare efficacemente con la gerarchia locale, difese a spada tratta i diritti degli immigrati in territorio inglese.
La prova più forte della fiducia che le persone nutrivano in lui si ebbe in occasione dello sciopero al porto di Londra nel 1889: duecentomila operai protestavano a motivo dei salari troppo bassi e si decisero a interloquire unicamente con il cardinale. Manning, dopo aver parlato alla folla, venne nominato rappresentante degli scioperanti per condurre le trattative con il governo.
Fu sostanzialmente un ecclesiastico “politico” nel senso etimologico e positivo del termine, rappresentando tutti quei sacerdoti che con la loro battaglia quotidiana contro lo sfruttamento e la povertà cronica generata dal sistema liberal-capitalistico, anticiparono nella prassi le direttive espresse nel 1891 nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, il più importante documento pontificio dedicato alla questione sociale.
Il sacerdozio eterno (The eternal pristehood), l’opera letteraria della sua vecchiaia, rispecchia invece l’aspetto più personale e privato dell’esperienza sacerdotale. Oltre a seguire una linea di costante mortificazione di ogni appetito, la sua mente era tutta proiettata nell’imitazione di Cristo e dei moltissimi santi che, attraverso la loro vita e le loro opere, avevano reso grande il cattolicesimo nei secoli.
Manning realizzò l’ideale popolare di un grande uomo di Chiesa, unendo una conoscenza in grado di valutare le essenziali istituzioni inglesi, come la Corona, con la consapevolezza della necessità di grandi riforme sociali. La sua morte nel 1892 segnò la fine di un governo della Chiesa cattolica in Inghilterra singolarmente felice, deciso e progressivamente più tranquillo. Non vi è dunque alcun dubbio che nello sviluppo del cattolicesimo britannico il cardinale Newman e il cardinale Manning furono due figure determinanti e complementari.
Un parallelo approssimativo può essere istituito allo stesso modo fra i discepoli convertiti da Newman e quelli convertiti da Menning. Una conseguenza del predominio politico di quest’ultimo fu che il centro principale del movimento verso il cattolicesimo si spostò lentamente dagli ambienti colti ed intellettuali di Oxford verso l’atmosfera della società londinese, culturalmente meno pretenziosa. I membri del clero colto del periodo Oakeley-Faber, vennero sostituiti nelle conversioni da uomini del più giovane e serio elemento professionale e da aristocratici illustri.
Lord Ripon
Dopo una pausa tra gli anni 1855 e il 1868, il corso delle conversioni ebbe di nuovo inizio. Il periodo di punta di questo secondo movimento durò dal 1869 al 1874, ma un certo afflusso continuò per tutto il secolo. I convertiti di questi anni erano generalmente uomini pratici, persone di mondo e si contavano un certo numero di figure di pubblica notorietà come Lord Ripon, ministro del gabinetto liberale e, in seguito, viceré in India. Del resto non mancarono anche diversi membri della chiesa anglicana che abbandonavano il protestantesimo per Roma.
Molti dei principali convertiti si erano assimilati al più antico gruppo cattolico, preferendo la più fredda e controllata maniera di pietà, il rigetto della pretesa intellettuale e la schietta vita di società. Il Concilio Vaticano I mise poi in luce, tra i laici, l’esistenza della stessa differente posizione teologica presente nel clero: così come il “Movimento di Oxford” si oppose frontalmente al dogma dell’infallibilità pontificia, generalmente legato a una ripugnanza liberale per il Sillabo di Pio IX, allo stesso modo molti convertiti come lo scrittore Richard Simpson, direttore del periodico cattolico “The Rambler”, dimostrarono di possedere al riguardo la medesima sensibilità.
Comunque, al di là di queste differenziazioni, nel giro di un secolo il numero dei cattolici in Inghilterra era andato crescendo e la loro posizione si era ormai consolidata. Una rete di scuole elementari cattoliche si era estesa per le città inglesi ed erano ormai parte integrante del sistema d’istruzione del paese. La spontanea, libera generosità dei poveri aveva edificato poi le chiese che erano state finanziate, mattone su mattone, con i piccoli salari dei fedeli; questo fatto spiega l’intenso attaccamento all’unità parrocchiale che costituiva il perno della vita della comunità. I vecchi preti dal forte ascendente della bella tradizione irlandese ricevevano la riverenza e l’affetto di un popolo che voleva sentirsi nelle mani di capi forti e sicuri. Dopo anni di tenebra e dolore finalmente la resurrezione cattolica era compiuta.
Nell’età vittoriana, a seguito della rottura dell’isolamento in cui la cattolicità aveva vissuto sino allora, la comunità degli aderenti all’antica fede si trovò immersa nelle vita generale della nazione. Opere come la prima parte della History of England di John Lingard e History of the Protestant Reformation di William Cobbet offrono un esempio del dibattito che, in ambito anglicano, aveva come oggetto i cattolici e il loro nuovo status di emancipati.
La discussione, per certi versi scontata, si mostrava però secondo una veste inedita. Per la prima volta i cattolici si potevano difendere da una posizione più facile e adeguata, seppur non ancora ad armi pari. Del resto gli uomini di governo che avevano appoggiato l’emancipazione erano essi stessi, nella maggior parte dei casi, ben lontani dalla Chiesa di Roma, liberali pregni ancora dello scetticismo di tardo XVIII secolo. In questi anni nessuna personalità cattolica di rilievo poté essere considerata una figura di calibro nazionale, ma molti, a seguito dell’emancipazione, riuscirono a fare carriera nel servizio diplomatico ricoprendo, come nel caso di Justin Sheil, incarichi importanti come quello di ministro a Teheran.
Quattro date sono indicatrici del rapido mutamento del quadro generale della vita inglese che si stava compiendo sullo sfondo del XIX secolo: il 1829, con il già ricordato Atto di emancipazione, il 1832 con l’approvazione del primo progetto di legge per la riforma elettorale (Reform act), l’ascesa al trono della regina Vittoria nel 1837 e il matrimonio con il principe Alberto due anni dopo.
Con la riforma elettorale – a cui ne seguiranno altre due nel 1867 e nel 1884 – si estese sostanzialmente il diritto di voto ai piccoli proprietari, agli artigiani e agli operai più benestanti, permettendo progressivamente a molti cattolici di essere parte attiva della vita politica dell’Inghilterra sul cui trono sedeva ora una delle più celebri regine della storia. Succeduta allo zio Guglielmo IV, la regina Vittoria era stata formata sin da giovane a un mentalità fortemente e rigorosamente protestante. Sul fronte cattolico, soprattutto per opera del principe consorte, la sua azione politica mutò nel corso degli anni da un’avversione non troppo fattuale a una sostanziale indifferenza. Insieme scoprirono, nell’intimità dell’affetto famigliare, quel fondo germanico di virtù cristiane che sentimentalmente li fece avvicinare un po’ di più alla Chiesa di Roma. La regina non era certo tenera con i “papisti” e le sue reazioni ostili alle illustri conversioni al cattolicesimo che si verificarono sotto il suo regno furono scontate. Per una protestante come lei l’accettazione del cattolicesimo doveva rappresentare infatti qualcosa come una blasfemia, un peccato contro la luce. Nel corso degli anni, con l’attenuarsi del suo protestantesimo militante, anche i sudditi cattolici seppero amarla e rispettarla.
Il mezzo secolo compreso tra il 1791 e il 1841 aveva formato un tutto unico tra gli aderenti all’antica fede. I whigs si erano costituiti campioni delle libertà cattoliche e avevano ricevuto quell’appoggio che i cattolici, esclusi dal parlamento, erano riusciti a raccogliere nei collegi elettorali sotto il loro controllo. Nei circoli politici, il sostegno concesso sporadicamente alla chiesa nazionale era bilanciato da una indifferenza noncurante nei riguardi dei cattolici che, ad esclusione di alcuni sporadici momenti di tensione – in particolare durante i governi di Gladstone – aumentarono costantemente di numero, potendo condurre una vita tranquilla e pacifica.
John Keble, tra i primi animatori del Movimento di Oxford
Nei primi anni del regno della regina Vittoria si verificarono anche i primi effetti dell’indebolimento della chiesa ufficiale, un processo che era iniziato nel secolo procedente con la progressiva laicizzazione della filosofia e della società. Nel 1833 il Parlamento soppresse alcune diocesi anglicane in Irlanda con la motivazione che fossero troppe per la sparuta comunità locale. In alcuni ambienti intellettuali tale decisione fu percepita come un tentativo di usurpazione da parte dello stato di un potere della Chiesa, cosa che sollevò un grande dibattito sui compiti e sulle prerogative parlamentari.
Negli ambienti religiosi di Oxford un buon numero di personalità pervenne alla conclusione che la chiesa anglicana poteva difendersi dal potere statale solamente se si fosse trasformata rapidamente. Inoltre si avvertiva tutta la debolezza teologica dell’anglicanesimo che, soffermandosi troppo sulle forme, aveva progressivamente perso la sostanza del fatto cristiano, non esigendo e non producendo alcuna conversione. Tra i sostenitori di questa ipotesi si schierarono molti brillanti universitari – alcuni convertiti poi al cattolicesimo – come John Keble, Richard Hurrel Froude, Edward Bouverie Pusey, William Palmer, John Henry Newman (1801-1890) e molti altri.
John Henry Newman
Il cosiddetto “Movimento di Oxford” nacque ufficialmente il 14 luglio 1833 con il discorso di Keble sul tema dell’apostasia nazionale, cioè il pericolo dell’indifferenza e dell’irreligione che stava attraversando la chiesa d’Inghilterra, invitando tutti a lottare contro le usurpazioni statali. Dal 1833 al 1841 l’impegno teologico dei membri del movimento di Oxford si concretizzò nella compilazione di novanta trattati (Tracts for the Times), piccoli pamphlet di lunghezza variabile dedicati ad argomenti religiosi, che valsero al gruppo l’appellativo di “trattatisti”. Ben presto il movimento assunse un ruolo di primo piano all’interno della chiesa nazionale, delineando una posizione teologica ben precisa, caratterizzata dall’interpretazione dell’anglicanesimo come una posizione moderata, una “via media” tra gli eccessi opposti di Roma e del protestantesimo. I suoi membri predicavano un dogmatismo forte contro il “latitudinarismo dogmatico” – una sorta di relativizzazione nello spazio e nel tempo delle verità di Fede – una gerarchia composta da vescovi come successori degli apostoli, con sacramenti e riti come canali della Grazia divina, l’indipendenza dallo stato e, per ultimo, un rinnovamento della fede mediante lo studio dei Padri della Chiesa e dei teologi del XVII secolo.
L’ultimo trattato, scritto nel 1841 da John Henry Newman, causò a quest’ultimo l’allontanamento da Oxford. La fine di un’esperienza significativa in seno al movimento favorì, alcuni anni dopo, la sua conversione alla Chiesa di Roma.
All’inizio del XIX secolo nacquero quattro protagonisti determinanti per lo sviluppo della Chiesa cattolica in Inghilterra, personalità che, anche attraverso i dissapori personali, ebbero un peso determinante nella creazione di quella solida base che garantì la diffusione dell’antica religione in tutta l’isola anche nei decenni successivi. Il cardinale Wiseman, l’arcivescovo Ullathorne, il cardinale Manning e lo stesso cardinale Newman furono capi vigorosi, di nobile temperamento e di padroneggiata energia, il cui ascendente scrisse una delle pagine più belle della storia inglese, mettendo in moto quella cultura e quell’idea sociale cattolica in fermento che poté finalmente imporsi all’attenzione del pubblico in tutta la sua portata rivoluzionaria.
Ancora una volta, l’incontro con queste quattro straordinarie esperienze offre l’occasione per tracciare, attraverso alcuni rapidi cenni biografici, i due principali filoni teologici che andavano stabilizzandosi all’interno della Chiesa. Se infatti Ullathorne e Newman incarnarono un pensiero teologico parente stretto dello “spirito cisalpino” – in particolare il secondo, per esempio, era noto avversario del dogma dell’infallibilità pontificia – dall’altro lato figure come Wiseman e Manning ne costituivano il volto intransigente e ultramontano, quel cattolicesimo anglosassone da sempre fedelmente sottomesso a Roma e al Papa.
Nicholas Patrick Stephen Wiseman (1802-1865), di origine ispano-irlandese, fu certamente l’uomo più carismatico all’inizio dell’età vittoriana. Si erano costruite chiese, si era svolta in tutta l’isola un’opera di consolidamento, ma, nel complesso, la Chiesa cattolica in Inghilterra tra gli anni ’30 e ’40 viveva un periodo di relativa sonnolenza, destinato ad interrompersi, proprio nel 1840, con l’arrivo di Wiseman.
Il cardinale Nicholas Patrick Stephen Wiseman, arcivescovo di Westminister e primate della Chiesa inglese
Il giovane sacerdote, nato in Spagna, figlio di un commerciante irlandese, era uno spirito gioioso, dotato di erudizione, entusiasmo, potenza emotiva e ricchezza di immaginazione, doti che avevano contribuito alla sua nomina come rettore del Collegio Inglese di Roma sin dal 1828. Dai sedici anni era stato nel collegio, prima come studente e poi come vice-rettore, si sentiva a casa nella Città Eterna e godeva della protezione del celebre filologo cardinale Mai e di Papa Gregorio XVI, il pontefice regnante all’epoca.
La sua vita ecclesiastica in Inghilterra si divise in due parti distinte: lo straordinario, rapido successo dei primi anni e l’azione costruttiva, frammista anche a delusioni, della tarda maturità.
Presso Wiseman, con la sua impulsiva accoglienza per qualunque proposta potesse avvantaggiare la Chiesa cattolica, giunse nel 1830 un ecclesiastico convertito di recente, George Spencer, che fu animatore del piccolo “Movimento di Cambridge” del tutto simile al suo omologo di Oxford ma caratterizzato da posizioni teologiche generalmente più liberali. Ardente, ascetico e quanto mai generoso, era consumato da un desiderio apostolico per la conversione dell’Inghilterra. Pensava che questa fosse ormai a portata di mano e infiammava Wiseman con la sua Fede. Da quell’incontro il centro degli interessi di Wiseman cambiò. Egli divenne il capo dell’ancor piccolo gruppo che credeva fermamente nel rapido ritorno dell’Inghilterra al cattolicesimo. Si dette quindi molto da fare in conferenze e prediche e, nel 1836, trascorse anche un anno a Londra dove contribuì a fondare con Daniel O’Connel il periodico cattolico “Dublin Review”.
Nel 1840 occorse una redistribuzione delle zone amministrative dei cattolici inglesi e vennero eretti tre nuovo vicariati: Lancashire, Yorkshire e Galles. Nello stesso tempo l’ex distretto delle Midlands venne diviso in due zone, quella centrale e orientale. Monsignor Wiseman venne scelto come vescovo ausiliario del distretto centrale e preside del collegio di Oscott. Il primo gruppo di convertiti, a cui si era unito nel 1834 il giovane architetto Augustus Welby Pugin, formava un piccolo sodalizio compatto, unito dai vincoli familiari a quella parte di antichi cattolici nei più cordiali rapporti con Roma. Le loro attività comprendevano la fondazione di monasteri, ricerche archeologiche e studi letterari.
Augustus Welby Pugin
Il carattere degli spontanei e cordiali rapporti di Wiseman, spiega in qualche modo l’isolamento che lo circondò durante gli anni di Oscott, dal 1840 al 1845. Egli fece liete accoglienze alla pubblicazione del Tract XC di Newman e alla tendenza romanofila dei suoi seguaci, ma durante il periodo della sottomissione di Newman alla Chiesa cattolica nel 1845, la sua posizione fu molto difficile. Molti preti si dimostrarono avversi al suo interesse per la chiesa alta anglicana e i vescovi pensavano, del resto, che egli avesse dato troppa importanza al mero entusiasmo. Il clero si fece progressivamente più diffidente in merito alle sue preoccupazioni per coloro che non erano ancora entrati nella Chiesa di Roma. In quel tempo, dunque, già tutti i semi delle sue future disgrazie erano stati gettati, ma il suo trionfo si stava comunque avvicinando. Wiseman aveva infatti un grande punto a suo favore, quel carattere tenace e quella determinazione che gli permettevano di attuare ogni progetto. Peccato però che fosse totalmente privo della capacità di convincere gli altri delle sue buone idee.
A rendere più netto il contrasto con l’antica gerarchia era al lavoro nel distretto delle Midlands, incaricato della missione di Coventry, William Bernard Ullathorne (1806-1889) che, nel 1846, si unì a Wiseman come vescovo e che per quarant’anni sarebbe stato il punto di riferimento per la tradizione cattolica in Inghilterra.
Figlio di un commerciante dello Yorkshire, il giovane William a quindici anni si arruolò come mozzo su una nave e partì per mare. All’età di diciannove anni decise di entrare nel noviziato nella casa benedettina di Downside. Ordinato nel 1832, venne inviato dai superiori come vicario generale in Australia. Ritornò in patria nel 1840 con una provata reputazione di uomo del fare, consolidata dal carattere schietto e dall’essere un predicatore potente ed efficace. Fu nuovamente a Coventry e poi a Birmingham, dove visse per quarant’anni e fu vescovo di quella diocesi dalla sua costituzione nel 1850 fino al 1888. Molto amato dai cattolici, fu amico di Newman e, nel corso della sua azione pastorale, seppe guadagnarsi la fiducia del laicato che sempre lo sostenne in ogni battaglia. Fu in tutti i sensi un tipico rappresentante dell’antico cattolicesimo, del suo senso comune, della sua forza e della sua tenacia, dello spirito della Congregazione benedettina inglese, religiosa e missionaria. Ullathorne ebbe quindi il compito di dirigere il disordinato coro del vecchio clero inglese, mentre il centro della scena, ancora una volta, era riservato a Wiseman.
William Bernard Ullathorne, arcivescovo di Birmingham
Due nuovi, importanti problemi, richiedevano infatti una soluzione: prima di tutto bisognava accogliere adeguatamente tutti i convertiti illustri dall’anglicanesimo come Newman, e sua fu la responsabilità di sistemarli adeguatamente. Negli anni successivi poi, la popolazione cattolica aumentò rapidamente per l’immigrazione irlandese causata dalla carestia innescata dal fallimento del raccolto delle patate. A fronte dell’aumento notevole dei cattolici in Inghilterra, la Santa Sede decise di portare i quattro vicariati inglesi a otto e Wiseman, pochi mesi dopo essere stato nominato vicario apostolico a Londra, organizzò un piano missionario emergenziale.
Finalmente, il 19 settembre 1850, a seguito di numerose pressioni da parte degli ecclesiastici e dei laici inglesi, tenendo conto del rapido aumento dei cattolici sull’isola, Papa Pio IX ripristinò ufficialmente la gerarchia in Inghilterra con la bolla Universalis Ecclesiae ed eresse una sede metropolitana e dodici vescovati. Al sistema dei vicari apostolici che governavano la Chiesa direttamente in nome del Papa vennero sostituite le diocesi: l’Inghilterra finiva quindi di essere una terra di missione per ridiventare, a pieno titolo, uno dei paesi della cattolicità. Le sedi vescovili nel 1851 erano Westminister, Beverley – abolita nel 1878 e divisa nelle nuove sedi di Leeds e di Middlesbrought – Birmingham, Clifton, Hexham – poi Hexham e Newcastle – Liverpool, Newport e Menevia, Northampton, Nottingham, Palymouth, Salford, Shrewsbury e Southwark. Pio IX decise di non restaurare le diocesi come erano prima della Riforma, forse per osservare il divieto imposto da Giorgio IV di utilizzare in ambito ecclesiastico i vecchi titoli. Questa legge implicita non fu invece osservata, peraltro senza alcuna conseguenza, quando fu ripristinata la gerarchia in Scozia nel 1878. Scomparve il titolo cattolico di arcivescovo di Canterbury e Nicholas Wiseman divenne cardinale con il titolo di arcivescovo di Westminister, primate della Chiesa cattolica in Inghilterra.
Le reazioni delle ali più protestanti della chiesa inglese non si fecero attendere: mentre Wiseman pronunciava parole di gioia e conforto per tutti i cattolici dell’impero britannico, a Londra si svolsero pubbliche manifestazioni e le effigie del nuovo cardinale vennero bruciate per le vie. A livello legislativo l’opposizione parlamentare sfruttò il momento favorevole per approvare, nel 1851, un progetto di legge per i titoli ecclesiastici. Il provvedimento stabiliva una multa di 100 sterline per qualsiasi vescovo cattolico che assumesse il titolo di una sede territoriale. Rimase fortunatamente lettera morta e fu respinto definitivamente vent’anni più tardi. L’indignazione del momento si calmò comunque rapidamente e il pubblico interesse sulla faccenda si attenuò in breve tempo.
La nuova gerarchia inglese si mise subito all’opera e tenne il primo sinodo a Birmingham nel 1852. In questo periodo, dopo aver raggiunto l’apogeo, cominciò però la parabola calante della vita pastorale del cardinale Wiseman che iniziò a scontrarsi con il clero diocesano e i nuovi vescovi che, memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici, rivendicavano una maggior autonomia. Così, per far fronte ai nuovi problemi e al lavoro della diocesi, Wiseman persuase Roma a concedergli un coadiutore, il vescovo George Errington di Playmouth, cui vennero dati il diritto di successione e la promozione ad arcivescovo di Trebisonda in partibus infidelium, cioè vescovo puramente nominale di una diocesi ormai soppressa a causa della mancanza di cattolici nella regione. Errington era stato vice-rettore di Wiseman a Roma e aveva lavorato con lui ad Oscott ma, nonostante la confidenza maturata negli anni, non esisteva questione per cui il cardinale era disposto a delegare totalmente l’autorità senza diritto di appello e, naturalmente, la loro collaborazione non funzionò. Errington fu quindi allontanato nel 1858 e Wiseman, sul finire della sua vita, trovò finalmente il conforto di una grande amicizia nel suo nuovo consigliere, Henry Edward Manning (1808-1892), un convertito dall’anglicanesimo che condivideva con lui lo stesso amore per Cristo e per l’autorità del Papa.
Wiseman morì nel 1865 e con lui si concluse la prima fase della rinascita cattolica inglese del XIX secolo. Aveva reso facile la via ai primi convertiti, aveva contribuito a restaurare la gerarchia in Inghilterra e aveva provveduto all’accoglienza dei molti nuovi proseliti. C’era qualcosa di ingenuo e di fanciullesco nella sua visione della presunta nuova primavera della Chiesa cattolica sull’isola, con moltitudini numerose che si sarebbero convertite dal protestantesimo alla vera Chiesa di Cristo, ma resta indiscutibile che compì un grandissimo lavoro che non sarebbe stato possibile senza la sua lungimiranza. Non ultimo lasciò ai cattolici inglesi un’eredità preziosa: il giovane Manning.
di Luca Fumagalli (Fonte: http://www.radiospada.org/ )
Sotto molti punti di vista il XIX secolo fu determinante per le fortune del cattolicesimo inglese. In questi anni infatti, dopo decenni di persecuzioni iniziate con l’Atto di supremazia di Enrico VIII nel 1534, con una Chiesa ridotta ovunque alla semi-clandestinità, molti accadimenti portarono alla definitiva emancipazione dei “papisti” (come i cattolici erano comunemente chiamati, con disprezzo, dai protestanti). Conseguentemente si giunse alla libertà di culto, alla sostituzione dei vicariati apostolici con vescovi diocesani e a un clero regolare sapientemente gerarchizzato. Allo stesso modo, in questa epoca, non si incontrano solo grandi avvenimenti, ma soprattutto grandi personaggi, carismi unici che fecero la fortuna della Chiesa in Inghilterra. Uomini e donne, laici ed ecclesiastici, inglesi o immigrati irlandesi che, con i loro sacrifici e instancabilmente animati da quello spirito di carità proprio del Vangelo, riuscirono a ravvivare i centri di una Chiesa che, per la prima volta dopo la Riforma anglicana, riemergeva finalmente dalle catacombe. Non si parla però di una rinascita solo in senso strettamente religioso: a seguito dell’eliminazione delle restrizioni in ambito lavorativo, grandi personalità dell’antica fede, soprattutto nel periodo vittoriano (1837-1901), si distinsero infatti anche nella politica, nell’economia e nella cultura.
Il secolo si aprì con gli strascichi della Rivoluzione francese che fu un fattore di grande beneficio per il cattolicesimo inglese. Mentre in tutta l’Europa continentale la Chiesa veniva devastata dalla barbarie rivoluzionaria, molte delle scuole o dei collegi inglesi gestiti da ordini religiosi che da lungo tempo si erano stabiliti all’estero a causa della legislazione restrittiva, ritornarono in Inghilterra. Infatti i luoghi di istruzione superiore più accessibili per i cattolici britannici dopo lo scisma anglicano erano stati i collegi dei gesuiti di Douai e di St. Omer nella Francia settentrionale, nei pressi di Calais. Con l’espulsione della compagnia di Gesù da St. Omer nel 1762 e la soppressione dell’ordine nel 1773, il collegio di Douai aveva continuato ad andare avanti sotto la condotta del clero secolare, senza però grande successo.
La maggior parte dei sostenitori di un’istruzione gesuitica aveva trasferito i propri figli alla casa di Liegi, nota con il nome di Accademia inglese, dove i padri della soppressa compagnia continuavano la loro opera. Nel 1793, però, con il sequestro da parte dello stato francese di St. Omer e l’espulsione dei preti da Douai e da Liegi, gli studenti inglesi furono progressivamente rimandati a casa a partire dall’anno successivo. Questo fatto permise, per la prima volta dai tempi dello scisma, la progressiva ricostruzione di un tessuto di collegi cattolici solido e funzionale. Istituzioni lodevoli come Stonyhurst, New Hall e Oscott costituirono la base di partenza per la rinascita cattolica inglese che avvenne circa cinquant’anni più tardi.
Oscott
Allo stesso tempo, la brutalità del terrore francese aveva contribuito in Inghilterra a un clima di generale benevolenza nei confronti di qualsiasi denominazione cristiana e lo stanziamento dei profughi inglesi fu mascherato dall’enorme invasione del clero realista francese. Oltre cinquemila sacerdoti e diciannove vescovi si rifugiarono oltre la Manica. La loro influenza sulla vita cattolica dell’isola non fu però proporzionata ai numeri: fu fatto qualcosa per fondare missioni permanenti, ma poco per portare agli inglesi una conoscenza seria del cattolicesimo (del resto, dopo il Concordato del 1802, il loro numero decrebbe a poche centinaia). Purtroppo, a rendere ancora più complessa la situazione, un forte indirizzo gallicano era presente in una certa percentuale del clero emigrè e le relazioni fra i vescovi francesi e i vicari apostolici furono spesso tese, mitigate solamente da quelle figure come l’Abbé Carron e l’Abbé Voyaux de Franous che, grazie al loro lavoro pastorale, riuscirono a esercitare una considerevole influenza personale.
Durante il successivo periodo napoleonico, nonostante il rifiuto di Giorgio III di prendere in considerazione qualsiasi progetto di emancipazione della Chiesa di Roma, i cattolici non persero la speranza di un progresso durante il suo regno. Il movimento cattolico che sosteneva la libertà politica guadagnava terreno e venne facilitato in questo dal clima di unità nazionale che si respirava nei confronti del comune nemico francese. Era quindi diffusa una generale atmosfera di adattamento allo spirito dell’epoca e l’istinto di cooperazione favoriva l’ambizione dei circoli cattolici “mondani” a partecipare nella maggior misura possibile alla vita dei loro pari, anche se all’epoca il voto e i gradi erano loro ancora negati.
Sfortunatamente, ancora all’inizio del nuovo secolo, il cattolicesimo inglese, pur con ampi spazi di manovra vòlti ad ottenere la tanto desiderata emancipazione, non era esente da difficoltà tutte interne. Al di là della difficile situazione sociale dell’età vittoriana, il XVIII secolo, anche come esito ultimo dell’isolamento inglese, aveva lasciato la pesante eredità teologica dello “spirito cisalpino”, controbilanciato solo più tardi da quello “ultramontano”.
Gli ultramonatani guardavano, com’è implicito nel termine, verso Roma, al di là delle montagne. Essi erano per un manifesto attaccamento alla Santa Sede, appoggiavano sentitamente il Papa in ogni occasione e accettavano tutti i particolari dell’organizzazione pontificia: rappresentavano quindi quell’anima tipica dell’intransigentismo continentale che vedeva in Roma la guida indiscutibile della cattolicità, l’autorità prima e il sicuro cuore dottrinale.
D’altro canto i cisalpini rappresentavano lo spirito diametralmente opposto. Eredi del gallicanesimo continentale, erano portatori di un’idea di cattolicesimo specificamente locale, “al di qua delle Alpi” appunto. Si distinguevano prima di tutto per l’adozione di un certo atteggiamento nei riguardi del governo civile. Erano soliti concentrare la loro attenzione sugli obblighi morali verso lo stato, che avevano la precedenza su quelli dell’organizzazione ecclesiastica, ed erano pronti a ricevere l’insegnamento dogmatico della Chiesa, considerando però ogni altra forma di azione papale con fredda riserva. Nella pratica essi erano molto indipendenti, premevano per una maggiore presenza attiva dei laici e facevano spesso difficoltà nei confronti delle nomine dei vicari apostolici: l’idea medievale della Chiesa come Societas perfecta era completamente estranea alle loro menti. A livello teologico poi, pur non caratterizzandosi attraverso un pensiero sistematico, covavano i germi di quel liberalismo che avrebbe rivelato tutta la sua preponderanza in occasione del Concilio Vaticano I.
Fortunatamente il vescovo John Milner (1756-1826), vicario apostolico delle Midlands, figura che con il suo carisma dominò coraggiosamente la minoranza cattolica dei primi anni del XIX secolo, ne fu il più influente osteggiatore e molto fece per ridurre l’efficacia dei circoli propugnatori che, di fatto, annoveravano solo pochi ricchi possidenti la cui influenza si spense definitivamente – almeno a livello politico e sociale, ma non teologico – prima dell’Epoca vittoriana.
L’Atto di unione, che nel 1801 decretò la nascita del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda, diede un’ulteriore spinta verso l’emancipazione dei cattolici da parte della gerarchia irlandese le cui vedute, per la prima volta, furono messe avanti a quelle degli ecclesiastici inglesi.
L’emancipazione era diventata una questione nazionale e i vescovi irlandesi trovarono in Milner un grande sostenitore della loro causa. La chiusura del parlamento irlandese avrebbe permesso a quello inglese l’elezione di rappresentanti cattolici, dal momento che le leggi penali dell’isola di smeraldo non permettevano l’assegnazione di seggi agli eletti dell’antica religione. Milner, forte dell’appoggio irlandese, colse così l’occasione per portare gli ultimi e definitivi attacchi al movimento cisalpino e per opporre una politica autenticamente cattolica alle proposte governative. Così il vescovo fu determinante nella questione di un proposto veto regio alle nomine episcopali e considerò con sospetto la legge Grattan del 1811 per l’alleviamento nei confronti dei cattolici. Le sue strenue opposizioni, temprate da un vivo attaccamento a Roma, si rivelarono al fine vincenti.
Egli era attivo anche in questioni di carattere più generale, come nel richiamare l’attenzione sul pericolo delle proposte per una forma modificata del giuramento di supremazia, nell’opporsi al progetto di legge Plunkett del 1821 per l’alleviamento, nell’appoggiare, due anni più tardi, l’Associazione cattolica di O’Connel e nel contrastare la misura di alleviamento di Burdett nel 1825: per tutti gli ultimi anni della sua vita fu sempre deciso a non accettare l’emancipazione se non totalmente svincolata da qualsiasi forma di giuramento o di veto.
Daniel O’Connel
Anche sotto il regno di Giorgio IV l’emancipazione subì una battuta d’arresto per l’ostilità esplicita del re nei confronti dei “papisti”. Sembrava dunque non ci fosse alcuna speranza per il cattolicesimo isolano, quand’ecco che giunse dall’Irlanda Daniel O’Connel, conosciuto anche come “il liberatore”. Politico e avvocato, fu la figura predominante nel laicato cattolico di inizio XIX secolo. Difensore della maltrattata popolazione irlandese fedele alla religione dei padri, lottò per l’abrogazione delle leggi penali, emesse nel corso del XVII secolo e nei primi anni del XVIII, che discriminavano fortemente i cattolici irlandesi rispetto agli anglicani. Fu un militante instancabile e si distinse per la creazione di un nazionalismo di stampo non violento, a forte base cattolica.
Grazie principalmente al suo lavoro e al timore di una ribellione diffusa in Irlanda, a maggioranza cattolica e strenuamente legata al Papa, nel 1829 il governo britannico promulgò l’Atto di emancipazione, un grandissimo progresso per la Chiesa di Roma nei confini dell’Impero. I cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato. Tuttavia, come concessione al sentimento protestante, era comunque mantenuto il divieto d’accesso alle università, ai vescovi era proibito adottare i titoli di sedi in uso presso prelati della chiesa ufficiale e le celebrazioni religiose erano vietate fuori dalle chiese e delle case private. Con un’altra clausola venivano imposte restrizioni alla libertà degli ordini religiosi e al loro accrescimento; ma tale parte rimase nei fatti lettera morta. Gli effetti dell’atto si fecero chiari solo gradualmente e i cattolici giunsero molto lentamente alle cariche loro aperte di recente.
La tranquillità di una nuova condizione soddisfacente discese sulla massa dei cattolici inglesi proprio nel momento in cui Guglielmo IV succedeva a Giorgio IV sul trono e l’interesse nazionale si appuntava sul progetto di legge per la Riforma. Il vicario apostolico del distretto di Londra, James Yorke Bramston, personificava lo spirito di prudenza tipico dell’epoca: i “papisti” avevano già ottenuto molto, forse più di quanto avrebbero potuto sperare, era dunque giunto il momento di un pacifico e momentaneo nascondimento, facilitato dalla pausa negli affari ecclesiastici. La vita della Chiesa nell’isola continuava dunque placidamente senza però manifestazioni o eventi che attirassero troppo l’attenzione dei connazionali protestanti. A Londra vennero costruite nuove chiese, edifici rettangolari con semplici finestre e una galleria sostenuta da pilastri di ferro, che andarono così a sostituire le cappelle delle ambasciate come quella piemontese o francese in cui ancora i cattolici della capitale si riunivano per la messa domenicale. Da questi centri provenivano i mezzi per alimentare le opere caritative e le cure per l’educazione del popolo: progrediva la vita dei circoli commerciali, ma il numero dei cattolici poveri aumentava incessantemente.
Il reclutamento delle forze dall’Irlanda non era una cosa nuova e si era sviluppato attraverso il secolo XVIII, formando la base per nuovi centri di popolazione cattolica in alcune città importanti dell’Inghilterra come Londra, Bristol e Liverpool. Per tutta la metà del XIX secolo molti irlandesi affluirono in Inghilterra come muratori, scaricatori, tessitori e cardatori di lana. Alcuni proseguivano fino alle fabbriche di ceramiche e ai giacimenti carboniferi dello Staffordshire e il loro ottimo fisico rappresentava un gran requisito per il lavoro pesante degli altiforni. Poveri e male accolti, nel 1831 dovettero addirittura affrontare un’aperta ostilità nel Lincolnshire e poi durante i grandi lavori ferroviari.
Negli anni dal 1845 al 1849 circa, la carestia delle patate causò una nuova ondata migratoria e gli irlandesi andarono a rafforzare il corpo del cattolicesimo industriale, divenuto di recente significativo. Le miserie dell’epoca ebbero però il grande pregio di saldare ulteriormente i rapporti tra i laici e il clero che spesso era impegnato in opere di carità e assistenza dei malati. I vicari apostolici si trovarono quindi, all’altezza della metà del secolo, a dover affrontare un problema inedito e di grandezza crescente anche se l’immigrazione, superata la crisi, tornò a livelli stabili e normali. Nelle grandi città industriali, sotto il fumo delle ciminiere, nascosta in strette viuzze e case sovraffollate, una nuova vita cattolica stava quindi nascendo, lontana e ben distinta dai vecchi proprietari terrieri che avevano fatto la storia della Chiesa di Roma in Inghilterra durante i secoli precedenti.
Il ripristino della Compagnia di Gesù in tutto il mondo, con la Bolla Sollicitudo Omnium Ecclesiarum promulgata nel 1814 da Pio VII, diede poi un nuovo impulso all’opera di evangelizzazione in tutto l’impero britannico. La scuola dei gesuiti fu l’elemento determinante della tradizione cattolica inglese nel primo ‘800 che, con la sua caratteristica insularità, andava a riaccogliere sul suolo patrio i profughi della rivoluzione. L’insegnamento dei gesuiti attirò un grande consenso non solo da parte delle famiglie cattoliche, che finalmente potevano mandare i propri figli in istituti fedeli all’antica religione, ma godettero anche della protezione di non-cattolici che vedevano in queste scuole un’occasione per educare al meglio molti membri “papisti” della futura burocrazia britannica. Proprio in questi anni emersero i primi nomi della cultura inglese noti a livello nazionale, tutte figure educate a Stonyhurst, uno dei più illustri collegi isolani. Charles Waterton, ad esempio, fu un naturalista e viaggiatore eccentrico che, dopo aver scalato San Pietro nel 1817, ebbe numerose avventure in Sud America e, si racconta, che una volta salì addirittura sulla groppa di un caimano. Contemporaneo di Waterton e suo compagno di scuola fu James Everard, studioso di antichità e protettore delle belle arti, rappresentante di quella classe nobiliare cattolica che raggiunse l’apice durante il periodo dell’emancipazione.
Charles Waterton
Prima dell’avvento della regina Vittoria sul trono dell’Impero britannico, il cattolicesimo inglese aveva ormai fatto molti passi in avanti, abbandonando le catacombe in cui era stato relegato da tempo per tornare nuovamente a vedere la luce del sole. Non mancavano certo le difficoltà sia sul piano sociale che su quello teologico –l’immigrazione irlandese e gli ultimi scampoli dei gruppi cisalpini continuavano a preoccupare i vicari apostolici – ma la Chiesa di Roma in Inghilterra aveva finalmente ritrovato la speranza per una nuova vita.