lunedì 3 dicembre 2012

CRONICA DELLA CAMPAGNA D'AUTUNNO DEL 1860. FATTA SULLE RIVE DEL VOLTURNO E DEL GARIGLIANO DALL’ESERCITO NAPOLITANO (GIOVANNI DELLI FRANCI) : Proemio - Capitolo I

Un testo onesto, questo di Delli Franci, lontanissimo anni luce dalla mitologia patriottarda e lontano anche da una possibile propaganda borbonica.
Dalle sue pagine emerge un Francesco II ben diverso dalla immagine stereotipata  del “Francischiello” tanto caro alla storiografia liberal-patriottica.
Un Re che intuisce il senso degli eventi e vorrebbe recarsi in Sicilia per porsi alla testa dell'esercito e combattere gli invasori.
Viene distolto dai suoi propositi sia da consiglieri interessati (alla Liborio Romano per intenderci) sia dai diplomatici francesi che sono portatori degli interessi geopolitici di Napoleone III che non intendono mettersi di traverso ed uscire allo scoperto contrastando direttamente le mene inglesi – gli uni e gli altri apertamente predicano il principio del non intervento ma sottobanco tramano per il  crollo del Regno delle Due Sicilie.
Tanto è vero che i francesi mettono sotto tutela militare la zona antistante Gaeta (probabilmente per impedire l'arrivo dei russi nel mediterraneo) spianando di fatto la strada agli assalitori sabaudi della fortezza.

Buona lettura.





CRONICA
DELLA CAMPAGNA D'AUTUNNO
DEL 1860.
FATTA SULLE RIVE DEL VOLTURNO E DEL GARIGLIANO
DALL’ESERCITO NAPOLITANO
alla quale è posto innanzi un racconto
di fatti militari e politici avvenuti nel Reame delle Sicilie
nei dodici anni che la precedettero
PER
GIOVANNI DELLI FRANCI
Uffiziale Superiore dello stato Maggiore dell'Esercito Napolitano ed alla immediazione del Re Francesco II. — Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito operante— Commendatore del Real ordine militare di S. Giorgio della riunione — Cavaliere del Real ordine di S. Ferdinando e del merito — Cavaliere di prima Classe del Beai ordine di Francesco I. ecc. ecc. ecc.
CON DUE TAVOLE
NAPOLI
PEI TIPI DI ANGELO TRANI
Conte di Mula 13
1870
(01)

PROEMIO.
Vari opuscoli, cronache ed articoli di fogli periodici hanno dato finora ragguagli della campagna delle truppe napolitano nel 1860— Tra quelli, altri si diceva essere stati composti da testimoni oculari dei fatti, altri averli i loro autori attinti a buone fonti; ma tutti per verità, sono da giudicare incompleti, inesatti ed alcuni in parte anche mendaci.
A rischiarare dunque il giudizio dei contemporanei, porgere alla storia utili elementi e smentire ciò che ha detto la bugiarda stampa straniera, che pur si delizia da qualche tempo a scagliare basse ed immeritate accuse contro l'onorato soldato di Napoli, rendevasi oltremodo necessario il veder pubblicata la veridica cronaca di quegli avvenimenti, tratta da documenti autentici e dal commercio delle lettere officiali.
A questo scopo volgemmo il nostro pensiero da gran tempo e se finora non svelammo il vero di quei fatti di guerra, ne fu cagione, che non giova qui palesare e che di leggieri si potrà argomentare, da chi voglia e sappia considerare le condizioni dei tempi.
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Il nostro lavoro sarà diviso in due parti; nella prima parte narriamo i fatti principali che avvennero dal 1848 fino al cominciamento della campagna sul Volturno e sai Garigliano; nella seconda registriamo giorno per giorno i fatti guerreschi e qualsivoglia altra cosa della campagna.
E perché le nostre fatiche, parto di modesto ingegno, potessero tornar gradite alla gente onesta, sia qualsivoglia la gradazione di partito alla quale si appartenga, ci sforzeremo d'esser cronista imparziale, più che elegante e forbito scrittore. E senza parteggiar per chicchessia, o susci tare inutile basse gare, diremo il vero ovunque si trova ed a 'chiunque esso potesse tornare sgradevole.
A ciò farà ne spinge il nobile pensiero d'esser giovevole alla storia, sotto il cui dominio sono oggidì quelli avvenimenti, ed ai no,stri concittadini, le menti dei quali, ei si contiene pure una volta d'illuminare.
Scrivendo sulla fede di documenti officiali e di fatti nei quali fummo spettatore ed attore ad un tempo, abbiamo eziandio fiducia di evitare vane recriminazioni e noiose potemiche. E se ciò non ostante vi sarà chi per diletto di censura voglia combattere i nostri detti, dichiariamo da ora che non risponderemo ad alcuno: ci offeriamo solo prontissimo di far leggere a chiunque glie ne muove vaghezza, il testo dei documenti, dai quali la nostra cronaca trasse la vita.
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Scopo unico del nostro lavoro è l’esposizione pura e semplice delle cose di guerra che risguardano le milizie napoletane nella lotta finale che sostennero. Ma siccome trattasi d'una guerra, ch'ebbe la sua origine da errori politici e da falli e tradimenti di militari, così discorreremo alcun poco, delle cagioni che resero valida l'opera della rivoluzione e dei fatti militari che servono di legame agli avvenimenti del Volturno e del Garigliano.
Vorremmo narrare per filo e per segno altresì le cose della parte avversa, ma dobbiamo rinunciare a questo nostro desiderio per mancanza di elementi certi: favelleremo di essa, solo per quanto risguarda i combattimenti sostenuti.
Napoli Gennaro 1870.
Giovanni Delli Franci.
PARTE PRIMA
PATTI PRINCIPALI CHE AVVENNERO DAL 1848 FINO AL COMINCIAMENTO DELLA CAMPAGNA SUL VOLTURNO E SUL GARIGLIANO.
CAPITOLO I.

Costruzione del 10 Febbraro 1848 — Rivolture che ne conseguitarono — Ribellione del 15 Maggio 1848 —Diffidenze dei liberali verso il governo — Ragioni che provocarono la severità dei governanti — Nuovi ministri.
Innanzi di toccare i fatti di questa guerra, cui accompagnar dovevansi le sventure di un Esercito di meglio che centomila combattenti e quelle di una Dinastia fino al suo disparire, gli è mestieri discorrere brevemente delle ragioni interne che grandemente concorsero al cangiamento politico delle Sicilie.
Non è nostro compito fare la storia civile del paese, scopo di alte intelligenze che con senno pari alla imparzialità ne tramanderanno i fatti ai posteri. Ma poiché trattasi d'una guerra contro la insurrezione, le cui principali cagioni furono la politica e l'interna amministrazione dello stato, non sarà superfluo far cenno di alcune, degne di essere notate. Con ciò crediamo di compiere un dovere di cronologia, per dare agli avvenimenti militari del Volturno e del Garigliano un legame storico che si coordini col passato e mostri degli effetti anche le cause.
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E per non deviar troppo dal nostro proponimento, faremo parola della rivoluzione del 1848, essendo stata essa origine di calamità succedetesi per modo l'una dopo l'altra, da formare una serie di civili rivolgimenti. Risalire ai tempi che quell'anno precedettero, sarebbe varcare i confini di un lavoro, che deve tanto distendersi, quanto i fatti speciali durarono.
Nel 1848, voti di più largo vivere civile si venivano manifestando dai liberali d'Italia ai loro Re e Signori e le Sicilie si ebbero più prestamente degli altri popoli italiani una «ostruzione, accettevole per vero da uomini desiderosi di libertà.
La politica delle restanti corti d'Italia, vedute le condizioni dei tempi, fu imitatrice delle larghezze introdotte nel nostro Reame, il quale, per ragione topografica e di prosperità interna, è la prima regione felice della penisola italiana.
Re Ferdinando II sapeva bene che vi ha alcuni momenti, in cui la politica dei principi verso i popoli si trova a quelle solenni prove, nelle quali si compie un giudizio reciproco innanzi agli occhi di tutte le nazioni ed a buon dritto volle mostrare alla opinione pubblica, che la nota sentenza, chi regna non vive per se, non era per lui sterile proverbio. E però avendo Egli stabilito una nuova forma di reggimento, si propose di attuarla.
La costituzione del 10 Febbraro 1848 doveva segnare per le Sicilie un'Era di risorgimento, che ricordasse alla posterità il maggiore avvenimento della vita di questa nazione, in un mutuo accordo tra Re e popoli; che presentasse il migliore esempio della paterna amorevolezza, onorata dalla filiale riconoscenza.
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Il Re per la sua generosità aveva diritto di esigere che i suoi sudditi glie ne sapessero grado, affinché il nuovo governo progredisse duraturo all’ombra di morali e materiali guarentigie. I sudditi sapevano grave dovere pesare sulla loro coscienza verso gl'interessi nazionali, per concorrere col potere Reale al bene comune. In questa condizione di cose altro non richiedevasi, che scambievole fiducia tra Re e popoli. generosi sforzi in chi governava, temperanza nei governati. Dimenticare il passato, porre fine alle intestine discordie, concordare gli animi. conciliare e fondere in una sola opinione i pareri discrepanti: ecco i supremi bisogni di quei tempi, per rendere i popoli uniti e forti e le novelle istituzioni invulnerabili. Ma sventuratamente i fautori di libertà, sciogliendo il freno alle idee, ruppero in eccessi di smodate aspirazioni verso nuove forme governative. Violato così quel confine segnato nella via delle ricevute instituzioni. si cercava sovvertire l'ordine interno fino a voler aggredire il potere Reale, spogliarlo dell'autorità Sovrana e forse rovesciare il trono costituzionale, che'era principio dei vantaggi che si speravano., mercé il novelli) ordine di cose.
Ché una nuova insurrezione tenne dietro alle guarentigie costituzionali. Si cospirava in tutti i punti del Regno per abbattere il potere. Le milizie nazionali furono fatte segno ad ogni maniera di oltraggi. Quasi in tute le province i settari guarentiti dalla guardia nazionale scacciarono e manomisero i pubblici funzionavi. In molti luoghi disarmarono la gendarmeria, che poca contro molti, non poteva opporre resistenza.
Finalmente il torrente rivoluzionario irruppe fin sotto gli occhi del Re; la sua persona non fu risparmiata alle contumelie di coloro, cui la sua mano cercava sollevare a migliori destini;
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la capitale divenne centro di funestissimo tumulto; le strade furono abbarrate. Non valsero le pacifiche esortazioni, che in quei supremi momenti, partivano ad ogni ora, ad ogn'istante dalla Reggia; i rivoltosi, con apparati di formidabile ostilità, audacemente dimostravano di qual cosa fumigassero i loro cervelli ed il loro sbizzarrire, era da gran parte della guardia cittadina aiutato e difeso.
Chiunque fosse stato testimone di vista della tremenda giornata del 10 Agosto 1792 in Parigi, ed il 15 Maggio 1848 fosse stato spettatore degli avvenimenti di Napoli, è certo che non avrebbe saputo prevedere favorevoli gli eventi della Dinastia.
Il parlamento nazionale degenerò in aperta cospirazione, con atti che simulavano un carattere di legalità; al tempo stesso che cominciata una sanguinosa lotta fra ribelli e milizie nazionali, la città divenne teatro di quelle orrende scene di sangue cittadino, che nelle guerre intestine si versa in olocausto ai capricci di un falso ed esagerato amor patrio. La giornata si decise in favore del ReiLesa per poco la prerogativa Reale, condizione assoluta ed inalterabile della costituzione monarchica, venne restituita nella sua integrità con la forza.
Una costituzione per esser buona è mestieri, che rispondendo alle singole sue parti, sia disciplinata nel suo regime e guarentita nelle sue instituzioni: condizioni principali per una monarchia nazionale rappresentativa.
In Francia invano si è cercato costituire il governo su tali basi. L'assemblea costituzionale del 1789 nello stabilire la prerogativa Reale, errò in dritto ed in fatto; di modoché invece di contenere l'impeto delle passioni rivoluzionarie, prestò loro aiuto e forza tale, che l'autorità del governo fu interamente dissipata (1): il parlamento delle Sicilie ne seguì lo esempio nel 1848.
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Questi avversi casi attirarono l’attenzione dello universale e segnatamente degli altri stati Italiani.
E sarà pregio di questa nostra operetta il far qui notare, che Re Ferdinando II in concedere ai suoi popoli quella costituzione, diedela con tale lealtà e col fine di durevole accordo coi suoi popoli, nel progressivo sviluppo delle nuove instituzioni, che non é tra i pubblici scrittori chi osi di niegarlo, o almeno di dubitarne.
Acerbe censure si dissero e si scrissero contro la politica serbata da quel Monarca, dopo che ebbe trionfato della inaspettata ribellione. Ma quando gli ordini costituzionali più che trovare appoggio nel concorso dei popoli, a guarentigia degli interessi nazionali, dovevano invece causare spirito distruggitore e delle forme del governo e del trono istesso, il Principe comprese bene, che il Regno non avrebbe potuto contenersi nella moderazione, che per via della morale influenza che imprime nella coscienza generale il carattere dell’autorità: bisognava consolidare la macchina governativa ed il trono minacciatol'
La crisi politica del 15 Maggio 1848 ripristinò il Regio potere nello stato normale e l'Esercito vinta la insurrezione. riacquistò la sua forza.
Quello avvenimento ne ammaestrò abbastanza, che i faziosi sbrigliano le loro passioni fino agli eccessi, non curanti del bene patrio, il quale esige moderazione in operare, maturità nei consigli, generoso obblio del passato e correndo precipitosi, smarriscono la vera via che conduce alla prosperità nazionale fino a porla in pericolo e perdere se stessi — Né ciò è tutto, ché la divisione dei partiti ha sempre alimentata la guerra civile, spesso coprendo sotto l'egida di una reazione politica la vendetta privata.
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I liberali durante le franchigie del 1848, invece di mostrarsi diversi da quelli delle passate turbolenze del nostro Reame, non fecero che rinnovarne le scene. Diffidenti fuor di modo verso l'autorità Sovrana, innanti che il novello regime segnasse la via di progresso a tenersi e l'opera del governo si ponesse a prova, pretesero di dimandare le castellal'
Perché il Re trovossi nella dura necessità di opporre resistenza alle esorbitanze liberalesche.
Però innanzi ai gravi fatti, per i quali non era difficile preveder quelli che a n'ebbero messo in fondo il paese, fu giuocoforza fare opera che incolume si fosse la corona.
Ma Egli non vi sarebbe riuscito senza imbrigliare le passioni smodate. Si trattava di dover'usare di una politica non rallentatrice, che contenesse le soperchianti cupidigie. E se di questa si scontentarono i faziosi, non poterono che rimproverare se medesimi, che non seppero rispettare le forme che li governavano e gl'interessi del trono.
Diceva un uomo di stato, che sovente convien cedere qualche cosa per non lasciarsi strappar tutto. Ebbene se il Re aveva ceduto qualche cosa, restringendo i suoi poteri; i liberali avrebbero dovuto anch'essi seguire queste orme, temperando gli ardori di libertà illimitata. Bisognava che l'uno reciprocamente cedesse all'altro e le volontà fossero concordi.
Per le quali cose, abbisognando il Reame di espedienti pronti e repressivi, che arrestassero il torrente rivoluzionario, da quel giorno malaugurato tacque la libertà ed agì il potere: condizione durissima, che doveva generare nuove intestine calamità.
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Il governo aveva bisogno di menti e di braccia che
Perù gli obblighi ch'Eglino avevano per rispondere al bene del Reame ed alla fiducia che in essi il Principe aveva riposta, si erano di fare che i traviati riparassero sotto la Sovrana clemenza che le opinioni esagerate si temperassero, che si procurassero amici al governo con una generosità che dileguasse le memorie del passato, che si ravvicinassero i partiti, che si fermassero le aspirazioni nazionali su quel limite dond’era cominciata la nuova vita politica del paese e secondo le norme di essa educare i popoli. In tal modo sarebbe stato al certo agevole, ricondurre le idee verso la via, cui la memoria di fatti recenti aveva rendute diffidenti.
Il paese non mancava d'instituzioni governative, le migliori che mai si avessero le più incivilite nazioni di Europa; opera delle elucubrazioni di Ile Ferdinando II, che cominciò fin dal suo innalzamento al trono e nello spazio di venti anni compì, per rifiorire la interna prosperità del Regno.
L'amministrazione pubblica, la giustizia, la finanza, la interna ed esterna sicurezza dello stato, il commercio, le arti, l'industria, l'agricoltura e qualsivoglia cosa possa costituire la felicità d'una nazione, avevano ricevuto stimolo ed incremento sotto il governo di quel Monarca: il che è comprovato da fatti incontrastabili, cui ha reso giustizia la storia imparziale.
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Ognuno conosce come di molto abbisognasse il Reame
Fu mai sempre sventura del nostro paese, che o si  ignorato il vero spirito delle popolazioni, o per troppo conoscerlo, troppo si è voluto abusarne. È questa una verità, che con evidenti ragioni fa solenni testimonianze la storia dei governi viceregnali, che tennero questa nobilissima regione d'Italia, senza sviluppo di civile coltura e d'interna prosperità.

Continua...

Fonte:
http://www.eleaml.org/