lunedì 1 dicembre 2014

R.P. Alessandro Gallerani d.C.d.G. SE SIA DA LODARSI IL MERITO LETTERARIO DEGLI SCRITTORI MALVAGI.

La Civiltà Cattolica anno XLVI, serie XVI, vol. I (fasc. 1073, 20 febbraio 1895), Roma 1895 pag. 532-545.
 
 

R.P. Alessandro Gallerani d.C.d.G.

SE SIA DA LODARSI IL MERITO LETTERARIO DEGLI SCRITTORI MALVAGI.

I.

Perchè no? dirà forse qualche lettore, appena veduto il titolo di questo articolo.
Perchè sì? potremmo dal canto nostro risponder noi: non ci par mica questa una questione da dover darsi per risoluta così a priori e senza averla esaminata con diligenza.
Ma che bisogno c'è qui d'esame? La cosa è chiara. Sol può metterla in dubbio uno di quegli intransigenti ostrogoti, che per coloro, i quali pensano diversamente da essi, non hanno che ingiurie, villanie, vituperi, indegni di persone educate, non che cristiane.
Non è nuova per noi questa accusa, ci siamo avvezzi: molte altre volte ci è stata mossa, nè l'abbiamo lasciata senza risposta. Abbiamo detto che è biasimevole al certo l'intemperanza dei modi, ma intemperanza non è il chiamare le cose coi loro nomi, lo strappare la maschera dal volto degl'impostori e metterne al nudo tutte le schifezze, a fine di scemar loro efficacia ad ingannare ed avvelenare gl'incauti. Al modo stesso, lodevole senza dubbio è la discrezione, ma non si deve i confonderla con quella languida flemma che certuni consigliano; perchè, quando la casa va a fuoco, non basta guardarla con occhi pietosi e gemiti compassionevoli, ma convien muoversi, chiamar soccorso, lavorar di mano e di braccia senza risparmio, e se l'incendio fu suscitato colpevolmente, si vuol gridar alto contro gl'incendiarii. Queste riflessioni più d'una volta abbiamo noi dichiarate ampiamente, nè ora intendiamo svolgerle di nuovo, perchè alquanto diversa è la questione, di cui vogliamo qui occuparci.
Si ammetta pure che anche coi tristi, anche cogli empii più sfrontati conviene sfuggire le intemperanti maniere e usare una certa moderazione; ma qui sorge un dubbio: questa moderazione dovrà ella spingersi fino a lodarli? Lodarli in ciò che hanno di tristo e d'empio, questo è certissimo che non si può: ma nei loro scritti non mica tutto è cattivo: perfino nel diavolo c'è del buono, se non altro l'ingegno: c'è dunque del buono anche in loro, vi sono molte pagine innocenti, vi sono dei pregi letterarii più o meno notevoli. Ebbene, in ciò che hanno di buono e di pregevole, sarà conveniente il lodarli caldamente, il riportarne prose e poesie nei libri scolastici, il proporli alla gioventù studiosa come modelli di bello scrivere? Si dovrà far questo, o invece sarà meglio usare verso tali autori e tali libri una certa intransigenza?
Ecco la questione: studiamola.

II.

A prima vista non può negarsi che, se al dubbio proposto noi dessimo una soluzione favorevole agli scrittori di cui parliamo, quella soluzione con cui abbiamo esordito l'articolo, subito ne accatteremmo lode di animo equo ed imparziale. Guardate, direbbero molti, che retta maniera di giudicare. Qui non si bada di quali costumi sia uno scrittore, di qual fede religiosa o politica; non si bada se i suoi libri contengano o no cose immorali o irreligiose; si bada al merito letterario e non più: chi ha vero merito, si loda e si dà per modello di bello scrivere: chi non ne ha, si biasima o col silenzio si fa cadere in dimenticanza: questa è imparzialità, questa è giustizia! Così direbbesi; e questo discorso procederebbe forse diritto, se si applicasse a chi è incaricato, in qualche concorso, di portar giudizio su certi scritti, e distribuire i premii e le lodi, mirando solo alla forma letteraria. Ma non è questo il caso nostro: la nostra questione, come l'abbiamo testè proposta, non è tanto letteraria quanto morale; è, più che altro, un problema d'educazione, di pedagogia, ma non pei soli fanciulli, intendiamoci.
Incominciamo dunque dall'interrogare la tradizione, per vedere come sia stato sciolto ab antico questo problema. Ma prima avvertiamo che gli scrittori malvagi di cui parliamo, sono principalmente scrittori moderni; nè già quelli tra i moderni, che hanno solamente qua e là nei loro scritti cose più o meno riprovevoli, bensì coloro de' quali è proprio guasto lo spirito e la sostanza, perchè offendono ordinariamente o la fede, o la morale; o l'una e l'altra insieme. Tali sono, a cagione d'esempio, il cantore di Satana, il cantore di Lucifero, il cantore delle sporcizie, il romanziere della Bestia umana, l'ipocrita incensatore di Gesù Cristo, e tanti altri, che dicono colle parole o coi fatti ciò che ha scritto apertamente un dei loro compagni: «Che serve dissimularlo? Noi non siamo più cristiani.» Gli scrittori dunque, di cui qui ci occupiamo, appartengono alla categoria di coloro, che l'Apostolo chiamava inimicos crucis Christi (Phil. 3, 18).
Or quale giudizio portava egli l'Apostolo di questi cotali? Che cosa, rispetto ad essi, raccomandava ai fedeli? «L'uomo eretico, egli dice, dopo la prima e seconda correzione, sfuggilo» (Tit. 3, 10). Degli scismatici poi di Creta non fa altro panegirico che questo: «Sempre bugiardi, bestie cattive, ventri infingardi...; sgridali dunque con rigore, affinchè siano sani nella fede» (Tit. 1, 12). E in generale, parlando di quei cristiani di puro nome, che erano dati a certi vizii e specialmente si mostravano adoratori degl'idoli, dice recisamente: «Con questi tali neppur prendere cibo» (1. Cor. 6. 11). E questa maniera di trattamento egli l'aveva appresa dal divin Redentore, del quale è noto con quali espressioni bollasse gli Scribi e i Farisei. Eppure mancavano forse a costoro pregevoli qualità? Non avevano, molti almeno, un certo ingegno e una dottrina non volgare? Non pagavano puntualmente le decime? Non erano esatti nella osservanza dei precetti legali ? Sì, ma il divin Redentore, in vista nè di questi nè di altri lor pregi, non ebbe per loro nessuna lode mai: non parlò mai d'altro che dei lor vizii, e senza chiamarli mai nè dotti, nè eruditi, nè zelanti della legge, li fulminò sempre coi nomi d'ipocriti, di sepolcri imbiancati, di generazione malvagia ed adultera. Che vuol dir questo?

III.

Eredi di tale spirito i santi Padri e i Dottori della Chiesa, noi vediamo che tennero lo stesso metodo rispetto agli scrittori malvagi dei loro giorni. Il tenore dello stile di S. Girolamo in questa materia è troppo noto, e non abbiamo quindi bisogno di ricordare le acerbe sue espressioni a carico di Vigilanzio e d'altri a lui simili, senza mai mescolarvi una parola di lode. Citeremo piuttosto S. Agostino, il quale, sebbene d'indole assai più dolce dell'austero Dalmata, non di meno ne' suoi libri Contra Fortunatum, Adversus Adamantum, Contra Felicem, Contra Secundinum eccetera, non fa certo complimenti, nè esce in parole di lode per quel po' di bene che era in essi, ma ora li dice seduttori, iniqui, gonfi di scellerata superbia; ora li chiama mentitori, deliranti, sciocchissimamente loquaci, fronti spudorate, lingue procacissime.
Nè altrimenti si diportò quel S. Bernardo, che pure è soprannominato il mellifluo, con Abailardo e specialmente con Arnaldo da Brescia. Certamente a costui non mancavano ingegno, attività, eloquenza tribunizia ed altre belle parti: ma di tutte le sue belle parti il Santo non sa che farsene, e lo chiama a tutto spiano vaso di contumelie, operatore d'iniquità, fiero lupo, scorpione vomitato da Brescia e abbominato da Roma. E non era pieno d'ingegno e di dottrina il dottor parigino Guglielmo di S. Amore? Eppure l'Angelico S. Tommaso non fa che chiamare lui e i suoi seguaci ministri del diavolo, membri dell'Anticristo, nemici della salute dell'uman genere. E a lui teneva bordone l'amico suo S. Bonaventura, sia scrivendo contro lo stesso Guglielmo, sia nel pigliarsela con Giraldo, cui chiama protervo, insano, mescitore dei veleni della carnale lascivia (cioè lo Stecchetti o lo Zola di quel tempo), insensato e peggio. Altrettanto si dica dei Santi Fulgenzio, Prospero, Ambrogio, Gregorio Nazianzeno, Basilio ed altri non pochi, come può vedersi nella introduzione al libro terzo dell'opera sul Diritto libero della Chiesa di acquistare e possedere beni temporali, scritta dall'eruditissimo Domenicano Mamachi, da cui abbiamo preso questi ragguagli.
Ai quali conviene aggiungere l'autorità di un Santo degli ultimi secoli, e proprio di quel Santo, il cui nome è ormai sinonimo della dolcezza portata al supremo grado, cioè dell'amabilissimo Vescovo di Ginevra. Nessuno ignora ch'egli conchiude il capo XXIX della seconda parte della sua Filotea con questa gravissima sentenza: I nemici dichiarati di Dio e della Chiesa si debbono diffamare quanto si può (non dice che si debbono lodare in quel che hanno di buono), essendo carità il gridare al lupo quando è tra le pecore, anzi in qualunque luogo egli sia.
Ora noi domandiamo: il complesso di tali e tante autorità, considerate anche da sè sole, non deve formare per un cattolico un argomento estrinseco di gravissimo peso? Tutti costoro son forse gente da non tenerne niun conto?

IV.

Ma proseguiamo. Perchè mai su tali labbra tanta abbondanza di biasimo e tanta scarsezza d'elogi? Perchè anzi un'assoluta astensione dalle lodi? Qualche ragione, intrinseca ci sarà pure stata. C'è stata e c'è tuttavia; e non una sola.
La prima si ricava dalla natura medesima di tali autori e delle opere loro. Questa natura è sostanzialmente malvagia, e questa sostanziale malvagità non si toglie per alcune buone qualità accidentali, le quali, rispetto al gran male che corrompe e guasta l'indole generale di quegli scrittori e di quegli scritti, sono la così tenue cosa, che punto non merita se ne tenga conto. Se è vero che bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu, che sarà poi quando il difetto è gravissimo, quando il marcio è nella sostanza della cosa, quando riguarda il lato religioso o morale, che deve entrare innanzi a tutti gli altri, e del quale ben giustamente può dirsi porro unum est necessarium? Conosciuto che un cotal monticello non è altro che un mondezzaio, chi mai fermerebbesi a vagheggiare i fiori che lo ricoprono? Poniamo caso che qualche masnadiere abbia in uso di depredare e d'uccidere i passeggeri, spargendo la desolazione e il terrore nei paesi all'intorno; chi mai penserebbe a lodarlo per l'ingegno che mostra nel tendere insidie ai viandanti, per la velocita del piombare lor sopra, per la destrezza del maneggiare l'arma micidiale e per altre simili belle qualità naturali? Al proferir del suo nome, un grido d'esecrazione proromperebbe da tutti i petti, e da quel grido generale resterebbe soffocato ogni tentativo di lode, che da taluno volesse farsi. Ma non è simile, anzi peggiore, il caso di questi malfattori della cattedra, di questi sicarii della penna, che spogliano il popolo e la gioventù specialmente del più gran bene che abbia, qual è quello della verità e della virtù, e le piantano in petto un pugnale intriso nel veleno dell'errore e del vizio? E noi dovremo fermarci ad ammirarne l'acutezza dell'ingegno, l'eleganza della frase, l'eccellenza della forma? Ma la bella forma non serve che a rendere la cattiva materia più perniciosa;
Chè dove l'argomento della mente
S'aggiunge al mal volere ed alla possa,
Nessun riparo vi può far la gente.
E però quella bella forma, moralmente parlando, anzichè lodata, va esecrata ancor essa, a quel modo che un padre esecra e spezza la verga, sia pur bella, e preziosa, di che altri si è servito a malmenare un suo figlio.
E così fa appunto la madre nostra la Chiesa: ella esecra siffatti libri micidiali a' suoi figli; anzi, quando si tratta d'autori già noti pel loro spirito altamente irreligioso od immorale, non si contenta di vietar la lettura delle loro più tristi opere, ma anche le meno cattive e pressochè innocenti usa interdire in odium auctoris; sì perchè anche da esse qualche nocivo miasma sempre si leva, sì perchè le preme che quegli scrittori siano abbominati. Ecco il sentimento ch'ella vuole che pesi su tali libri ed autori: secondo lei, ad essi non si deve lode, ma esecrazione: in odium auctoris.
E questo è ciò, per dirlo qui di passata, che mostra futilissima la scusa di certi membri cattolici del municipio di Parigi (imitati purtroppo in simili casi da molti italiani), che concorsero ad innalzare un monumento a Voltaire, dicendo: «Non onoriamo l'empio, ma il letterato.» E che? Quel letterato e quell'empio erano forse due uomini distinti? E se l'uomo era uno, e se in quest'uomo la qualità più spiccata era l'empietà, perchè volere che la fronda d'alloro copra su quella fronte il marchio d'infamia, e l'accessorio prevalga mostruosamente sul principale? Abbia pur l'empio, se così vuolsi, il suo monumento, ma sia innalzato dagli empii; ma cattolica mano non si presti a tal uopo, nè cattolica lingua si contamini con tali lodi, sin che la parola cattolico non si risolva in un suono vuoto di senso.

V.

bello e di buono, e ciò che hanno di reo lo compatisce e lo Tanto più che quelle lodi, oltre all'essere disdicevoli per l'anzidetta ragione, sono anche imprudenti, perchè facilissime ad ingenerar verso autori, cui si dovrebbe abbominio, una simpatia molto pericolosa. Ecco infatti i gradi per cui passa chi sente lodare caldamente un malvagio scrittore, o pe' suoi pregi in generale, o per qualche sua non malvagia scrittura. Quella lode, massime se provenga da labbro autorevole, in lui genera immediatamente la stima; dalla stima nasce un certo amore verso l'autore; e dall'amor dell'autore a quel delle opere piana è la via. Da prima il lettore ama soltanto gli scritti innocenti; poi anche i rei, per quello che v'è di scusa; indi a non molto ciò che in quell'autore sulle prime gli metteva orrore, non gli fa più tanta impressione; poi gli torna indifferente; poi finisce coll'amarlo e sposarlo e farlo suo proprio. Lo disse in un sol verso mirabilmente l'Alighieri:
E poi l'affetto l'intelletto lega.
Tant'è: l'autore amato esercita sul suo lettore un fascino simile a quello, che sull'uomo preso di lei suole esercitare l'amata donna: un po' per volta costei gl'insinua le sue idee, i suoi gusti, i suoi capricci, e lo fa anche traboccare in qualche precipizio. Noi sappiamo quanto strettamente il Signore avesse proibito agli Ebrei d'unirsi a donne straniere. Ma qual fu la ragione di sì rigoroso divieto? «Perchè (disse egli) infallibilmente pervertiranno i vostri cuori per farvi servire ai numi loro» (3 Reg. II, 2). E ben provollo il re Salomone quando, invischiatosi nell'amore di donne infedeli, si lasciò da esse tirare fino a rendere onore alle loro divinità. Ci credeva egli a quelle false divinità? Se sì, il fatto suo fu un prodigio d'accecamento: se no, fu un prodigio di debolezza: in ambi i casi, fu un prodigio di stoltezza, operato in lui dall'amore.
Ed oh! quanti abbiamo noi conosciuti, che gli stessi danni riportarono dall'amore, non a donne infedeli, ma ad autori irreligiosi! Quanti giovani ed anche quante signorine ci han detto d'aver perduto la fede leggendo, per esempio, il Leopardi! Innamoratisi da principio unicamente di quella letteraria forma, a poco a poco l'anima loro si era come conglutinata coll'anima di quell'infelice, e tutti i sentimenti di questa erano a mano a mano passati in quella, la sua tetraggine, il suo scetticismo religioso, il suo dibattersi nel vuoto, la sua disperazione. Eppure il Leopardi non è il peggiore dei poeti che or sono in voga, e fra i suoi canti ve n'ha non pochi irreprensibili. Ma il cuore umano è fatto così: concepito che abbia un ardente amore, non si arresta a mezza via, segue l'amato anche nei passi falsi, sino all'abisso.
La quale riflessione non isfuggì alla gran mente di S. Ignazio di Loyola; e però il Ribadeneira, che visse con lui tanti anni, ci riferisce ch'ei non voleva che si lodasse e leggesse nelle scuole da lui fondate «libro alcuno, quantunque buono, che fosse di autore cattivo o sospetto. Imperocchè egli diceva che, quando si legge un libro buono composto da cattivo autore, da principio piace il libro, ma a poco a poco si ama anche l'autore del libro. Così senza avvedersene va penetrando ne' cuori altrui piacevolmente, e l'affezione verso l'autore prende possesso degli animi dei lettori; onde poi è più facile, guadagnato che siasi il cuore, persuadergli la dottrina, e fargli credere che tutto quello che l'autore ha ivi dentro scritto sia verità.» (Vita di S. Ignazio, l. 5. c. 10.) E conforme a tal massima, non permise mai che fosse letto nelle sue scuole nessun libro del famoso umanista di quella età, Erasmo di Rotterdam, sebbene molti degli eleganti suoi scritti non toccassero punto di religione, nè fossero riprovevoli per altro capo. Che avrebbe dunque egli detto, vedendo ai dì nostri entrare in certe scuole e case cattoliche, accoltivi a grande onore, poeti e prosatori ben più velenosi di quel che Erasmo non fosse?

VI.

Nè si reputi questo un modo di pensare tutto proprio e singolare di quel grand'uomo e gran santo; noi lo troviamo, sotto forme poco diverse, in quanti hanno in petto un fervido zelo per gl'interessi della religione; e poichè questo ardore non si può dire che oggi sia spento in tutti i cuori, perciò tali sentimenti li vediamo vivamente espressi da più d'una penna anche a' dì nostri.
«Che monta (dice fra gli altri l'illustre Mons. Sardà y Salvany) che monta che sia grande o piccolo il merito letterario di un autore, se con questo suo merito letterario ci rovina le anime che dobbiamo salvare? Ei sarebbe lo stesso che usare riguardo al masnadiere per la lucentezza della spada con cui ci assale, o per i bei fiorami che fregiano le canne dello schioppo con che ci ferisce. L'eresia adorna dei vezzi artificiosi di una pomposa poesia torna mille volte più mortifera, che quella data a trangugiare negli aridi e stucchevoli sillogismi della scolastica... E sarà mai possibile che noi cattolici cantiamo in coro con tali sirene dell'inferno, ed accresciamo loro nomèa e fama, e le aiutiamo nell'opera di affascinare e corrompere la gioventù? Chi legge nei nostri periodici che il tale o il tal altro poeta è un poeta mirabile, sebbene sia liberale (sostituisci a piacere razionalista, verista, ecc.) va e cerca e compra alla libreria quel poeta mirabile, sebbene sia liberale; se lo assapora e ne fa suo pasto, sebbene sia liberale; lo smaltisce e se ne contamina il sangue, sebbene sia liberale; e alla fin fine il nostro disgraziato lettore ti riesce liberale (o razionalista, verista, ecc.) come l'autor suo prediletto.» (Il Liberalismo è peccato? § 20.)
Ne abbiamo avuto una prova lampante nelle ovazioni, che testè allo Zola ha fatte Roma (la Roma buzzurra, s'intende) proprio allora che Parigi gli chiudeva in faccia, e non per la prima volta, le porte dell'Accademia. Nessuno dei plaudenti, che noi sappiamo, ha detto chiaro e tondo di fare omaggio allo sciorinatore d'oscenità, o al denigratore del soprannaturale. Almeno i più hanno professato semplicemente di voler onorare il grande pittore dei costumi moderni, il grande scultore dal vero, il grande eccetera eccetera. Ma intanto qual n'è stato l'effetto? Che molti, cogli orecchi intronati da quegli evviva, son corsi alle librerie a cercarvi, chi le pitture ammirabili, chi le sculture stupende, chi altre rarità prodigiose; ma nel fatto poi, che è che non è, si sono tutti trovati dinanzi ad un gran truogolo, e dopo aver grufolato lungamente per quella broda, sono usciti a riveder le stelle col grifo più o meno imbrodolato. Viva il grande scrittore!
Dopo il sopra citato intransigente Spagnuolo, sarà bello udire anche un intransigente Inglese di chiara fama, il quale pochi anni or sono così scriveva. «Non capisco lo strano procedere di certe persone, che citano con elogio uomini come Milton e Byron, e insieme vogliono far credere che amano Gesù Cristo, e in lui hanno riposta ogni speranza di salvezza. Come! Si ama Cristo e la sua Chiesa, e poi si loda pubblicamente chi a Cristo e alla sua Chiesa lancia bestemmie? Si scagliano dure parole ed acerbe contro l'impurità, come da Dio maledetta, e poi si celebra un uomo la cui vita e i cui scritti furono d'essa impastati? La distinzione tra l'uomo e il poeta, tra le pagine innocenti e le laide, io non riesco a comprenderla. Se una persona strazia l'oggetto del mio amore, io non consento a ricevere da lei consolazione e piacere di sorta alcuna, e non giungo a capire come mai a chi ama di tenero e caldo amore la persona del Salvatore possano tornar gradevoli i libri del suo nemico. A certe distinzioni l'intelletto acconsente, il cuore non mai. Il Milton menò gran parte della sua vita scrivendo contro la divinità del mio Signore, mia unica credenza, mio unico affetto; ebbene, questo pensiero mi attossica. Il Byron, prendendo a vile i suoi doveri verso la patria, e insozzando gl'ingenui affetti della natura, imbestiò turpemente, vestendo di bei versi il delitto e la beffa del miscredente. L'indegno che (oserò io di scriverlo?) pose Gesù Cristo in compagnia di Giove e di Maometto, non è per me altro che una bestia selvaggia, anche ne' suoi passi più innocenti; e mai non mi sono pentito d'avere in Oxford (ed egli era allora tuttavia protestante) scaraventato al fuoco una bella edizione delle sue opere in quattro volumi... L'Inghilterra non abbisogna di tali uomini. Come potrà mai il mio paese aver bisogno di una politica, di un valore, di un talento, o d'altro che porti il marchio della maledizione divina? E l'eterno Padre come potrà benedire l'ingegno e l'opera di chi, in prosa o in poesia, ha rinnegato, schernito e bestemmiato la divinità del suo Figlio? Si quis non amat D. N. Iesum Christum sit anathema: è sentenza di S. Paolo.» (Faber, Lettere, VII).
O noi non intendiamo più nulla, o questa è una pagina sublime. Ebbene, questa splendida pagina, degna d'un Anselmo, d'un Beda, o d'altro gran figlio dell'Isola dei Santi, noi la dedichiamo ai lodatori dei Leopardi, dei Carducci, dei Rapisardi, degli Stecchetti, dei Renan, dei Zola, dei Bovio, e di tutti quegli altri Malchi, che con mano inguantata, or nel ferro or nel velluto, schiaffeggiano Gesù Cristo o la sua Sposa.

VII.

E non si avveggono questi lodatori che coi loro elogi inconsulti, non solamente fan torto alla lor fede, non solamente sono di scandalo a chi li ascolta, ma di più (come udimmo dianzi accennato dal Sardà) fanno direttamente gl'interessi di quelli scrittori, e li aiutano a condurre innanzi la loro opera di distruzione di quanto abbiamo più sacro in cielo ed in terra? Infatti, questa loro opera in tanto è efficace, in quanto essi godono credito di letterati valenti: se non l'avessero, le loro prose e i loro versi poco sarebbero letti e poco danno farebbero: chi dunque colle sue lodi ne esalta il merito letterario, non è chiaro che, accrescendo il loro credito, concorre alla lor opera demolitrice? E se il lodatore è un cattolico, non è più accreditante la lode, venendo da un avversario? Se poi costui, come suole avvenire, degli scrittori cattolici, che coi loro libri cercano di opporre un argine al torrente della stampa malvagia, o tace affatto o mostra di non averli in pregio; costui allora anche per un altro capo concorre alla distruzione della Città di Dio; perchè, mentre dall'un lato avvalora e incoraggisce gli assalitori, dall'altro non aiuta, anzi piuttosto fa cader d'animo i difensori. È delitto di lesa patria; e la patria religiosa merita forse minori riguardi che la civile?
E qui, su questa gelida non curanza, che suol purtroppo gettarsi sopra gli scrittori di parte nostra, ci si permetta una parola libera e franca. Si lagnano alcuni che tra i cattolici poco si scrive: sarà, ma a noi sembra più vero che quel che si scrive, poco si apprezza. E quanto al giornalismo, la cosa è indubitata, perchè è notorio che un gran numero di cattolici hanno a vile i giornali loro, e ne parlano con dispregio, e dal canto loro li lascerebbero morir di fame, preferendo invece di alimentare col proprio obolo quelle bocche sacrileghe, che ogni giorno lanciano mille bestemmie contro il Papa, contro la Chiesa, contro i più santi principii e le istituzioni più venerande. E non è a dire che il giornalismo irreligioso in generale sia più ben fatto del nostro: la valorosa Scuola Cattolica, in un suo bell'articolo del giugno 1893, facendo diligenti confronti e intorno alla materia e intorno alla forma, riusciva, quanto al complesso dei due eserciti giornalistici, alla conclusione contraria. Che se pure il cattolico lascia qualche cosa a desiderare, se qua e là apparisce languido e macilento, certo è che alla sua debolezza ben presto riparerebbe da sè, quando potesse far scorrere nelle sue vene maggior copia di sangue (e il sangue dei giornali ben sappiamo qual sia); e però del non farlo si vuol recare la colpa a quei cattolici infingardi, per non dir altro, che col loro denaro amano meglio dar fiato agli organi di Lucifero, che a quei di Cristo.
Ma quel che abbiamo detto del giornalismo, ragion vuole che più o meno si applichi ad ogni altro genere di letteratura. Tra i cattolici stessi vi son certi spiriti arcigni ed austeri, pei quali nulla è buono di quello che esce dalle lor file: in ogni cosa trovano difetto, arricciano il naso ad ogni pagina, e se una parola di lode esce dal loro labbro, è una eccezione sì rara, che serve solo a dare spicco maggiore alla loro ordinaria severità. La quale però non è uguale con tutti. Mentre negli scritti cattolici, postergando le belle doti, con occhio di lince vanno a cercare minutamente ogni neo; in quei di parte contraria, passando sopra tutto il male letterario e morale di che son gravidi, si fermano estatici ad ammirarne i pregi. Là tutto è meschino, qui tutto è bello: là borra e pattume, qui oro fine e pietre preziose; e per conseguenza queste e non quelle sono le lor letture. Duro a dirsi, ma vero.
Di che giustamente indignata la suddetta Scuola Cattolica, usciva in queste parole: «I cattolici, parliamo in generale, hanno ben altre letture da incoraggiare: hanno il Corriere, la Perseveranza, il Popolo Romano, la Tribuna da comperare... E per entrare in arte, hanno De Amicis, Neera, la Marchesa Colombi, Matilde Serrao, D'Annunzio nei bozzetti e nei romanzi: Sardou, Giacosa, Praga, Fontana, Illica nei drammi: Carducci, il magno Carducci, Marradi, Graf, Panzacchi, Stecchetti, Rapisardi nei versi: Nencioni, Settembrini, Checchi, Antona Traversi nella critica, eccetera.... Eh! via, cattolici che disprezzate i giornali cattolici, che imprecate ai nostri giornalisti, chiamandoli presuntuosi, ignoranti, inoperosi, non sarebbe possibile che il torto fosse, in parte almeno (vedete se siam discreti) anche vostro [1]
Di qui quell'avvilimento, o almeno il pericolo di quell'avvilimento, che abbiamo detto di sopra. In fatti, con quale coraggio può egli un cattolico stampare un libro, quando vede che quei di parte contraria non se ne danno per intesi, e quei di sua parte, invece di sostenerlo, lo trascurano, lo lasciano cadere a terra col loro ignavo silenzio, solo interrotto qua e là dalla timida voce di qualche professorino, che ha paura di lodarlo troppo e d'esserne poi beffeggiato da' suoi colleghi? Non si sentirà invece tentato a gettarsi nel campo contrario, sicuro che allora, se il suo scritto ha del merito, sarà lodato da ambedue i partiti? Quanti per tal cagione sfiduciati caddero d'animo! Quanti rimasero per sempre a terra,
Senza levarsi a volo, avendo l'ali
Per dar forse di sè non bassi esempi.
Dalle quali riflessioni tutte sembra ormai dimostrato quanto imprudente sia l'opera del celebrare il merito letterario degli scrittori malvagi. Vero è che contro questa conclusione si muovono alcune obbiezioni, nè noi vogliamo dissimularle, anzi le affronteremo a viso aperto in un altro quaderno.

NOTE:

[1] Questi articoli della Scuola Cattolica ci giungono ora, ritoccati, accresciuti e raccolti in un volumetto intitolato «La stampa cattolica italiana», di cui parleremo poi con più agio. Intanto gli auguriamo ampia diffusione. Inviare lire due all'Autore, Sacerdote Giacomo Pastori, Condirettore della Difesa, Venezia.