Civitella del Tronto
Pagine di storia eroica e drammatica, onore delle nostre genti, obliate dagli storici faziosi perché siglate dagli sconfitti.
di Luigi Vinciguerra
Ingannate dagli alleati inglesi in Sicilia, piegate dal tradimento dei generali dell’esercito e della marina, aggredite alle spalle dai piemontesi in Terra di Lavoro, le armate napoletane ebbero modo di dimostrare il proprio effettivo valore solo quando ormai la guerra era già persa.
Alla nostra mentalità può sembrare suicida la tattica di ritirarsi dalle principali città (Napoli e Palermo in testa) per attestarsi in fortezze di confine lontane dai punti nevralgici del Regno. Un valido storico come Roberto Martucci nel pregevole saggio L’invenzione dell’Italia unita (Sansoni, Milano 1999), ha però messo in risalto studi di storia militare nei quali si sostiene che in quel 1860 «l’insieme di fortezze in mano borbonica – Gaeta, Messina e Civitella del Tronto – presentava caratteristiche analoghe al Quadrilatero austriaco, utilizzato nel 1848 dal maresciallo Radetzky come perno della brillante controffensiva che gli consentì di ribaltare le sorti della campagna di Lombardia». Tanto più che alle piazzeforti andavano aggiunti i presidi borbonici della capitale: l’Arsenale, il Maschio Angioino, i castelli di Sant’Elmo, dell’Ovo, del Carmine.
L’onore di Francesco II a Gaeta
Francesco II, che in quel momento aveva 25 anni, e sua moglie Maria Sofia di Wittelsbach (sorella della famosa Imperatrice Sissi, Elisabetta d’Austria) che ne aveva 19, si convinsero che quella resistenza potesse avere un senso. E, lasciata Napoli il 6 settembre 1860, si diressero alla volta di Gaeta, affidata all’anziano generale Giosuè Ritucci, che pure aveva consigliato al Re di sciogliere le truppe (per iniziare la guerriglia) e ritirarsi a Roma: in quell’ultima disperata battaglia riuscirono a dare prova di grande coraggio, determinazione e dignità.
In effetti, con le nuove invenzioni dei cannoni rigati e del loro uso sulle navi, il sistema delle fortezze sarebbe ben presto risultato obsoleto, ma allora parve una soluzione accettabile e Francesco II, una volta persa la Sicilia, rendendosi conto del tradimento di molti suoi ufficiali, anziché cercare di bloccare l’avanzata garibaldina prima di Napoli, magari all’altezza del salernitano, preferì lasciare la capitale, far venire i traditori allo scoperto e, quindi, affrontare Garibaldi con uomini fidati, a nord di Napoli.
Gli scontri sul Volturno e sul Garigliano contro le camice rosse ebbero un risultato favorevole, ribaltato però dalla proditoria aggressione dei piemontesi, partiti ufficialmente per fronteggiare Garibaldi, ma giunti con l’intenzione di fiancheggiarli e di sostituirsi ad essi nella conquista del Sud.
Il Re delle Due Sicilie, come accennato, avrebbe a quel punto potuto cercare rifugio a Roma, sciogliendo l’esercito e scatenando la guerriglia (cosa che fece dopo la resa di Gaeta): preferì invece asserragliarsi in una fortezza per un’ultima, disperata resistenza in attesa di improbabili rinforzi prussiani, se non francesi e austriaci.
Difesa (in un primo tempo) dalla flotta di Napoleone III sul lato mare, la fortezza sembrava imprendibile. Anzi, in essa riuscirono ad affluire alcuni reparti borbonici sbandati (si legga a tal proposito l’emozionante epopea descritta nel romanzo L’alfiere di Carlo Alianello), rinforzando la guarnigione che si rese protagonista di alcuni riusciti contrattacchi.
Arriva Cialdini
La situazione cambiò quando a comandare le operazioni d’assedio giunse, all’inizio di novembre, il generale Cialdini, che si sarebbe poi distinto per la sua ferocia nella repressione del brigantaggio. Egli comprese l’importanza di allontanare le navi straniere e, dopo una serie di contatti tra Cavour e Napoleone III, raggiunse il suo scopo.
Era intanto giunto il gennaio 1861 e per gli assediati incominciò un vero e proprio incubo, fatto di continui bersagliamenti da terra e da mare. Grazie ai cannoni rigati in uso da parte dei piemontesi (i borbonici ne avevano solo quattro su un totale di 300 pezzi d’artiglieria) il bombardamento fu devastante: il 4 febbraio 1861 venne centrata la polveriera Cappelletti (vicina alla polveriera Transilvania) e il giorno dopo esplose il magazzino delle munizioni della batteria Sant’Antonio, uccidendo 316 artiglieri napoletani e 100 civili e creando una breccia nei bastioni di protezione e la perdita di oltre 7 tonnellate di polvere da sparo e circa 42.000 cartucce da carabina e da fucile.
A quel punto fu concessa una breve tregua per consentire di seppellire i morti, soccorrere i feriti ed evacuare 200 soldati borbonici feriti e malati: infatti un’epidemia di tifo stava decimando i difensori (tra le vittime del morbo si era già contato, il 12 dicembre, l’aiutante del Re, il duca Emanuele Caracciolo di San Vito).
L’eroismo di Maria Sofia
A rincuorare i soldati, sprezzando il pericolo dei bombardamenti, c’era la stessa Regina Maria Sofia, che per il proprio coraggio si guadagnò il titolo di “aquilotta bavara” (come la chiama Gabriele d’Annunzio nella poesia La notte di Caprera nella raccolta Elettra).
Così il Vate descrive l’intrepida sovrana ne Le vergini delle rocce: «Un immenso grido di gioia e d’amore accoglieva l’apparizione della Regina su le spianate ove grandinava il ferro. Ella s’avanzava con un passo audace, nella grazia libera de’ suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo inebriante come l’ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo l’orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si rammaricavano di non aver la gloria d’una macchia rossa. Di tratto in tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti ridotte in tritume come dalle mascelle d’un ruminante, coperti di sangue e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per nome e le baciavano il lembo della gonna…».
La resa
Comunque, le forze erano ormai allo stremo e Francesco II, per risparmiare ulteriore sangue, dette mandato al Governatore della piazzaforte Giosuè Ritucci di negoziare la resa. Era l’11 febbraio 1861 e un drappello di alti ufficiali si recò a Mola di Gaeta (l’odierna Formia) via mare per trattare con il nemico, restandovi per due giorni durante i quali il generale Enrico Cialdini, in spregio a qualsiasi legge d’onore, fece continuare il bombardamento di Gaeta. Si giustificava dicendo che, pur felice di iniziare le trattative di resa, non poteva accogliere una richiesta di tregua essendo sua abitudine continuare le ostilità finché non fosse stata firmata la capitolazione.
La sera del 13 dicembre iniziò il cessate il fuoco: la guerra era ufficialmente terminata e il Regno delle Due Sicilie cancellato.
Messina e Civitella del Tronto. Poi, Fenestrelle…
Mentre Gaeta diveniva una prigione (nel 1870 avrebbe anche ospitato il “padre della patria” Giuseppe Mazzini, sgradito al governo sabaudo), altre due fortezze borboniche continuarono le ostilità: Messina, che si sarebbe arresa solo il 14 marzo, a un mese dalla caduta di Gaeta, e Civitella del Tronto, che avrebbe ammainato bandiera bioncogigliata (ma senza consegnarla) il 20 marzo.
Per i combattenti si aprirono varie strade: darsi al “brigantaggio” e cercare restaurare con la guerriglia quel regno che non erano stati capaci di difendere con la guerra regolare; passare al nemico oppure affrontare la carcerazione, magari nel forte di Fenestrelle, praticamente un gulag, per le condizioni terribili in cui i prigionieri venivano tenuti.
Almeno 24.000 deportati borbonici (ma si parla anche di 40.000) vennero trattati come bestie: senza pagliericci, senza coperte, senza luce; addirittura, in una zona dove la temperatura d’inverno era quasi sempre sotto lo zero, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare i prigionieri con il freddo. La liberazione avveniva perlopiù con la morte e, non sapendo dove seppellire il gran numero di deceduti, si procedeva a discioglierli nella calce viva in una grande vasca: una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei “misfatti” compiuti.
Non a caso si è parlato di “lager dei Savoia”: del resto, una scritta accoglieva i prigionieri ammonendo «Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce» (in tedesco suonerebbe Arbeit macht frei). Ma in questo caso non vi fu alcun Lord Gladstone a parlare di “negazione di Dio in terra”.
(RC n. 61 - Gennaio 2011)



venivano vestite dei simboli dell'arte, squadra, compasso, grembiule ecc..., i solenni giuramenti, l'inviolabile osservanza dei segreto professionale e dei doveri civili, religiosi e morali imposti dagli statuti. Con tale investitura, il fratello (così si nominavano i membri fra di loro), era reso partecipe di una parola d'ordine, di segni di riconoscimento, ecc..., con i quali veniva ricevuto dovunque si recasse ed accolto fraternamente da compagni d'arte, provveduto e aiutato nei proprî bisogni. Gli statuti corporativi erano molto esigenti quanto ai requisiti non solo professionali, ma anche personali dei membri, né permettevano l'ammissione se non a persone le quali avessero giusti natali e condotta religiosa e morale del tutto ineccepibile. Un documento francese della fine del sec. XIV, il Poème maçonnique, in cui si ha una specie di galateo, civile e religioso, del buon libero muratore, insiste in particolar modo sulla devozione che questo deve avere verso Dio, verso i santi e verso la Chiesa. Gli stessi precetti sono inculcati in tutti gli antichi statuti corporativi che si conservano, fino alle Constitutions of Masonry del 1704, che sono le ultime che in Inghilterra si conoscano prima della trasformazione delle Logge da operative in speculative. L'attaccamento dei franchi muratori alla Chiesa cattolica è dimostrata in Francia dalla parte rilevante presa da essi nel movimento della Ligue, in Inghilterra dalla tenace resistenza fatta agli sforzi di 


1794), La Fayette (1757-1834) e
della Massoneria francese, per la stretta connessione che essa ha avuto ed ha con quella italiana. 





principali centri d'Europa, fondò a Vienna, con l'appoggio dei maggiori esponenti della Massoneria austriaca, lo storico Eugen Lennhoff e il dr. Kurth Reichl, un'associazione affine alla precedente, la Freimaurerliga, che professava di rispettare qualsiasi confessione religiosa, con tendenze spiccatamente conciliative verso la Chiesa cattolica, come dimostrano alcuni articoli del dr. Reichl sull'organo della Liga, la Wiener Freintaurer Zeitung. Nel settembre del 1930, essa tenne un Convegno a Ginevra, dove accorsero rappresentanti di molte nazioni. Già nel periodico inglese The Freemason, del 13 novembre 1909, si potevano leggere espressioni come la seguente: «Con lo spirito liberale dominante negli Stati Uniti e in Inghilterra siamo sicuri che la Chiesa si persuaderà col tempo che noi non siamo suoi nemici, ma suoi alleati nella lotta contro le mostruosità ateistiche che usurpano il nostro nome a profitto di loro basse manovre». Ora, il Lang, dal giro d'ispezione sopra accennato, prese occasione per far qualche sondaggio. Egli, insieme al Lennhoff e al Reichl, ebbe un incontro ad Aquisgrana il 21 maggio 1928 con il gesuita Padre Hermann Gruber s.j., uno dei più apprezzati studiosi di cose massoniche del tempo, per discutere intorno ad una possibile intesa. La cosa, trapelata nella stampa profana, diede luogo ai più svariati e strani commenti. In dichiarazioni pubbliche il Reichl e il Gruber riconobbero la fondamentale opposizione di principî che rendeva impossibile una vera conciliazione. L'unica intesa possibile poteva consistere solo in una migliore comprensione reciproca e in una maggiore lealtà e correttezza polemica, la fine di congiungere le forze per resistere efficacemente contro l'invadente ateismo e il comunismo. Qualche anno dopo Albert Lantoine, il più autorevole storico moderno della Massoneria, morto nel 1949, membro del Supremo Consiglio dei 33º di Francia, diresse un pubblico patetico appello a
pratiche, anche a causa del disfacimento completo in cui lo aveva lasciato l'ultimo Sovrano Gran Commendatore Palermi, ora con l'abdicare, ora con il rivendicare le cariche già rivestite. Ad esso specialmente si riferisce la constatazione del dr. Johnson che si è riferita. Si giunse finalmente nell'ottobre del 1948 a radunare un Congresso a Napoli, da cui emanò una Giunta provvisoria di governo con sede a Roma (via Sistina 48), destinata a predisporre una costituente nazionale che ebbe luogo in Roma, al Palazzo Brancaccio, il 24-25 aprile. 1949. Questa, ottenuta la fusione di talune delle Gran Loggie, spuntate dopo il fascismo, ricostituì un Supremo Grande Consiglio, di cui risultò eletto Supremo Gran Commendatore il sen.
1949, con altre Logge dipendenti da G. C. Terzani e da Manfredi de Franchi, le prime con sede in via della Mercede, queste in Piazza del Gesù. L'Era Nuova, organo del gruppo, nel numero del settembre 1947, faceva la seguente professione di fede: «In una nazione cattolica come l'Italia, il cristianesimo dei liberi muratori italiani non può essere che l'unico, il vero, l'etica cattolica». S'intendeva cioè inaugurare una Massoneria cattolica. Sulla stampa profana si parlò di accordi tra il Vaticano e una certa Massoneria, e si notò un'intensa propaganda in ambienti cattolici per attirarvi adepti. L'Arcivescovo di Trento, preoccupato di tali manovre, chiese al Sant'Uffizio quel che se ne doveva pensare; e il Cardinale, segretario di questo Tribunale, il 20 aprile 1949, rispose: «Nulla è avvenuto da poter far cambiare in questa materia la decisione della Santa Sede, perciò rimangono sempre nel loro valore, per qualsiasi forma di Massoneria, le disposizioni del Diritto Canonico». Non cessando però questi artificiosi armeggi, L'Osservatore Romano, del 19 marzo 1950, pubblicò un articolo di Padre Cordovani, Maestro dei Sacri Palazzi, in cui si smentiva che la Massoneria, almeno di certo Rito, non fosse più in contrasto con la Chiesa, che anzi, per una specie di accordo conchiuso, era lecito ai cattolici ascrivercisi; ribadiva «che nulla è mutato nella legislazione della Chiesa in ordine alla Massoneria», soggiungendo: «I Vescovi sanno che il can. § 684, e specialmente il can. § 2335, che infligge la scomunica a quanti danno il proprio nome alla Massoneria, senza distinzione di riti, sono in pieno vigore, oggi come ieri; e tutti i cattolici lo debbono sapere e ricordare per non cadere nell'inganno».
distinta in Gran Logge regionali e in una Gran Loggia nazionale, e conta circa 3.000.000 di membri;
religiosità evanescente che ciascuno può intendere a modo suo. La mèta che la Massoneria si propone di raggiungere è l'emancipazione dell'umanità da ogni sorta di schiavitù, civile, religiosa e morale. In ciò consiste il supremo grado di perfezione a cui il massone può e deve aspirare, attraverso il simbolismo e i misteriosi riti dell'«arte reale». I tre Gradi di Apprendista, Compagno e Maestro, nei quali si concreta in compendio tutta la grande piramide degli alti Gradi, corrispondono alle diverse tappe di questo cammino verso la «vera luce». Il primo grado rappresenta il passaggio dal mondo profano alle soglie del nuovo mondo; il secondo, che è simboleggiato dal passaggio fra le colonne di Booz e di Jakin, introduce nel tempio della pura umanità; il terzo, il cui simbolo consiste nel tracciare dei segni su di una tavola, fà del massone la pietra ormai atta per l'edificio della perfetta umanità. A siffatte concezioni, circonfuse di un vago e vaporoso misticismo, vanno spesso congiunte altre pratiche esoteriche, gnostiche, teosofiche, spiritistiche e cabalistiche. Nella molteplicità di Riti adottati nelle innumerevoli sètte massoniche, esiste altresì una grande varietà di Gradi. Il famigerato 