venerdì 6 gennaio 2017

6 Gennaio, Epifania o Befana Fascista?


Fonte: http://www.welschtirol.eu/

L’Epifania è una festa cristiana celebrata il 6 Gennaio, ovvero 12 giorni dopo il Natale.
Il termine “Epifania” deriva dal greco antico, ἐπιφαίνω, “epifàino” (che significa “mi rendo manifesto”) e ἐπιφάνεια, “epifàneia” (che può significare “manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina”). Assumendo il significato di “Natività di Cristo”, immagine idealizzata con la visita e l’adorazione di Gesù da parte dei Re Magi – Heilige Drei Könige.
Festività religiosa ben radicata e molto vissuta nella nostra terra da moltissimo tempo. Molto diffusa nelle nostre valli era (e lo è ancora in molte di esse) la visita dei Re Magi che portando la Stella Cometa in visita alle case del paese, intonano tipici canti religiosi.
Il termine “Befana” (storpiatura del termine “Epifania” inteso come “fantoccio esposto la notte dell’Epifania” fu usato dal XIV secolo nella penisola italica centro-meridionale, ma mai ebbe estensione nella nostra terra, ed unì un’usanza pagana ad un contesto cristiano.
Nel 1928 il regime fascista introdusse anche nella nostra terra la festività della Befana (termine sconosciuto fino ad allora) meglio titolandola “Befana fascista” (ovvero Natale del Duce).
Allo scopo di dare visibilità sul territorio ai Fasci femminili all’Opera Nazionale Dopolavoro, Augusto Turati ebbe l’idea della “Befana fascista”, ordinando alle Federazioni provinciali del PNF di sollecitare a commercianti, industriali e agricoltori donazioni in occasione di tale festa, la cui gestione sarebbe stata curata dalle organizzazioni femminili e giovanili fasciste.
A partire dal 1934, dopo la caduta in disgrazia di Turati, la “Befana fascista” mutò la denominazione in “Befana del Duce” (o “Natale del Duce” con la tradizione della distribuzione dei doni ai bambini in tale data), allo scopo di utilizzare la ricorrenza per avallare il culto della personalità di Benito Mussolini,  avviata dal nuovo segretario del PNF, Achille Starace.
L’iniziativa continuò anche durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, riprendendo la denominazione “Befana fascista” dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana.
Questa la tradizione arrivata fino a noi, questo è il coinvolgimento della nostra terra, il significato dei festeggiamenti e quanto la “tradizione” della Befana possa essere compatibile con la nostra cultura.

giovedì 5 gennaio 2017

2017, anno Teresiano. E a Milano fa rima con nostalgia

Scritto da  - Fonte: http://www.labissa.com/



S.M.I.R. Maria Teresa d'Austria



Tra pochi mesi, a maggio, cade il trecentesimo della nascita di Maria Teresa d’Austria. Un nome e un periodo storico che non lasciano di sicuro indifferenti i milanesi e i lombardi. Un lungo regno il suo, dal 1740 al 1780, quattro decenni che per Milano hanno significato molto in termini positivi e che hanno lasciato nella popolazione un ottimo ricordo nonostante la successiva austrofobia del risorgimento e la omologazione politica, sociale e culturale dell’Italia unita. Maria Teresa non lasciò tracce personali, non venne mai a Milano, i ricordi sono legati al suo buongoverno, alla stabilità, all’ordine. In quei decenni furono poste le basi per la Milano moderna. Il seicento, con la fallimentare dominazione spagnola e le pestilenze, aveva fiaccato la città, la popolazione risultava addirittura dimezzata rispetto al passato oltre che impoverita. L’ennesima dominazione straniera, questa volta austriaca, avrebbe invece innescato di lì a poco un volano virtuoso, una specie di età dell’oro che in pochi anni ha creato le condizioni e le basi per lo sviluppo della Lombardia come la vediamo oggi. In quel periodo Milano prese i contorni della capitale morale futura, sede di industrie e commerci via via sempre più fiorenti ed importanti, ma parimenti attenta alla cultura con la C maiuscola. E’ del periodo teresiano la nascita dell’Accademia di Brera e la fondazione del Teatro alla Scala. Si può tranquillamente affermare che è il carattere e lo stile asburgico quello che più è entrato nel dna milanese impregnando il modus vivendi, la mentalità e anche l’aspetto estetico di molti quartieri centrali della città. Non fu solo per merito di Maria Teresa che Milano tornò in auge, tutta la migliore società meneghina collaborò in modo sinergico a riavviare il motore. Come non citare, tra i tanti, il cardinale Giuseppe Pozzobonelli che resse l’arcidiocesi per quarant’anni, coincidenti con uno scarto di tre anni con il regno di Maria Teresa. La figura dell’arcivescovo di Milano è sempre stata un elemento chiave nei momenti più importanti della storia della città e della diocesi nel corso dei secoli e così è stato anche nel settecento con Pozzobonelli, abile e diplomatico, con ottime doti politiche, artefice e promotore di tante iniziative non solo religiose e caritatevoli, ma anche culturali e di coesione sociale come si direbbe oggi. Ma è sicuramente quello che è legato al buon governo, all’amministrazione efficiente, alle tante iniziative innovative e modernizzatrici l’aspetto che fece subito la differenza con gli altri Stati italiani afflitti viceversa da malgoverno ed istituzioni obsolete. Una differenza che si è accentuata nei secoli successivi proiettando Milano e la Lombardia tra i motori d’Europa. La Milano teresiana con le sue riforme è sicuramente un benchmark ancora oggi a distanza di quasi tre secoli. Dal catasto teresiano, che di fatto obbligò i feudatari lombardi a rendere produttivi i propri latifondi o a venderli ,all’introduzione della numerazione civica nelle strade, dalla riorganizzazione dell’istruzione all’espansione edilizia secondo specifici criteri non casuali, per non parlare dell’importanza della cultura su impulso e stimolo della corte di Vienna, sono alcuni dei punti di forza della Lombardia austriaca. Se Milano è una locomotiva d’Europa, se ricchezza e benessere non sono stati mai così in alto come negli ultimi anni, se l’importanza nel mondo della capitale lombarda è un fatto assodato, il merito è anche dell’impulso positivo dato a suo tempo dall'Austria teresiana. Lezioni da ricordare e tenere a mente anche e soprattutto nella complicata temperie attuale che impone sforzi eccezionali per tirare fuori dalle secche della stagnazione e della recessione una regione di fatto trainante. E che però non ha mai deciso completamente in autonomia, oggi come allora. Un monito per le classi dirigenti, in primis per la politica. Possiamo anche importare eccellenza ed esempi virtuosi e beneficiarne lungamente, ma alla fine non abbiamo mai dimostrato di avere una classe dirigente all’altezza di pensare, organizzare e agire da sola, in autonomia. A Milano e alla Lombardia è mancato costantemente proprio questo tassello per volare alto, si è delegato troppo e non si è preteso e difeso il dovuto. Con le inevitabili conseguenze su benessere, sviluppo e ricchezza. Certo, c’è padrone e padrone. I milanesi oggi hanno nostalgia di Maria Teresa, difficilmente in futuro ricorderanno Mattarella e Gentiloni.

BRESCIA (per Bergamo)



Fonte: Regno Lombardo Veneto / Königreich Lombardo Venetien

Per raggiungere Brescia, partendo da Milano, si potevano compiere due percorsi.
Il primo prevedeva l’utilizzo della strada postale che, partendo da Porta Orientale (oggi Porta Venezia) portava ai centri abitati di Crescenzago (oggi inglobato in Milano) e successivamente a quello di Gorgonzola, all’epoca abitato da 4mila persone già al tempo indicato come famosa località di produzione di “stracchini assai ricercati de’ quali si fa un esteso commercio”. Dopo Gorgonzola la postale giungeva a Fornaci (oggi noto come Villa Fornaci e diviso amministrativamente tra Bellinzago Lombardo e Gessate) dove si divideva in due rami. Il primo che, tramite il percorso Inzago-Cassano-Treviglio portava direttamente a Brescia, il secondo, invece, portava a Brescia passando per Bergamo attraverso i paesi di Vaprio, Canonica, Osio di Sotto.
Bergamo all’epoca contava circa 35mila abitanti ed era capoluogo della omonima provincia. Era una città strategica per posizione e attiva economicamente per via delle numerose risorse naturali che le tre principali vallate (Seriana, Canonica e Brembana) offrivano.
L’I.R Delegazione Provinciale si trovava in quella che oggi è la Cittadella Viscontea, la Congregazione Municipale si trovava in Palazzo Nuovo, oggi sede della biblioteca civica. Quest’ultima si trovava nel Palazzo della Ragione e conteneva più di 90mila volumi. Come edifici per la pubblica assistenza si potevano trovare il vasto Ospedale di San Marco, una Casa d’Industria, un ricovero per anziani, diverse scuole ed asili infantili.
Le tre vallate erano molto popolate, contavano circa 100mila abitanti, e il numero di paesi e abitati minori era notevole.
Da Bergamo era poi possibile raggiungere Brescia per mezzo della ferrovia che collegava le due città. Le stazioni attraversate erano quelle di Palazzolo (all’epoca abitato di circa 4mila abitanti), Coccaglio e Ospedaletto (abitati da circa 2mila abitanti).
La seconda via percorribile era quella ferroviaria. Partendo da Porta Nuova a Milano si prendeva il treno per Treviglio e si passava per le stazioni di Limito e Melzo scorgendo anche già ricordato centro abitato di Cassano (oggi Cassano d’Adda, ricordato per essere stata la località in cui i francesi furono sconfitti nel 1705 da Eugenio di Savoia e dalle armate austro-russe guidate da Suvorov nel 1799, vittoria che consentì una effimera restaurazione del Ducato di Milano).
Da Treviglio, fino al completamento del tratto Treviglio-Coccaglio, si prendeva la diligenza che portava alle porte di Brescia attraverso i paesi di come Caravaggio, Mozzanica, Calcio, Chiari (all’epoca città di 9mila abitanti).
BRESCIA
Brescia è fino ad ora, dopo Milano, la città più popolosa che abbiamo visto. Contava al tempo 40mila abitanti.
A Brescia si trovavano ben sei alberghi (il Reale, il Gambaro, Le Due Torri, La Torre di Londra, I Tre Re, Lo Scudo di Francia) e tre cafè (di cui uno in Piazza Duomo e l’altro alla stazione ferroviaria).
La città possedeva 72 fontane pubbliche e l’intera rete idrica, anche privata, era alimentata dal solo canale di Mompiano, canalizzazione di epoca romana.
Le istituzioni municipali si trovavano nel Palazzo della Loggia, come altre istituzioni sociali Brescia contava su diversi ospedali, asili, Cassa di risparmio, un Monte di Pietà, diversi seminari, collegi, un liceo, diverse scuole elementari e atenei scientifici e umanistici.
All’epoca Brescia era attiva commercialmente grazie a una significativa industria di armi da fuoco ed armi bianche nonché per le industrie tessili e di centri di lavorazione del bronzo.

PROSSIMA CITTA’: VERONA (E DINTORNI)


sabato 24 dicembre 2016

Auguri per un felice e Santo Natale dall'A.L.T.A.




Beatus et Sanctus Nativitatis!

Auguri per un felice e Santo Natale!

Los mejores deseos para una feliz y Santa Navidad!

Os melhores votos de um feliz e Santo Natal!

Die besten Wünsche für ein frohes und gesegnetes Weihnachtsfest !

Talán téged is a boldog és szent karácsonyt!

Najbolje želje za sretan i svetog Božića!

Najlepše želje za srečno in sveto Božič!

Najbolje želje za sretan i sveti Božić!

С наилучшими пожеланиями счастливого и святого Рождества!

Najlepsze życzenia dla szczęśliwego i świętego Bożego Narodzenia!

Urimet më të mira për një Krishtlindje të lumtur dhe të shenjtë!

Լավագույն մաղթանքները երջանիկ եւ Սուրբ Ծնունդ!

Τις καλύτερες ευχές για μια ευτυχισμένη και άγια Χριστούγεννα!

Rath oraibh le haghaidh na Nollag sona agus naofa!

Best wishes for a happy and holy Christmas!



Di Redazione A.L.T.A.

giovedì 22 dicembre 2016

Servizio Tv: l'immagine del generale Radetzky nel Ducato di Modena, Reggio e Massa Carrara


La notte di Natale alla Corte pontificia

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di don Mauro Tranquillo - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nei vari secoli diverse usanze e riti hanno caratterizzato i festeggiamenti della notte di Natale alla Corte pontificia, tutti solenni ed edificanti, fiore di quella civiltà cristiana che aveva il suo centro in Roma. Ne vedremo qualche aspetto, e qualche sviluppo nel corso dei secoli.
Da sempre ovviamente la sera della Vigilia cominciava con il canto solenne dei Primi Vespri, che si teneva in Basilica o a volte nella Cappella Sistina (nella Cappella Paolina quando il Papa stava al Quirinale). In attesa della cena, restando i Cardinali nel Palazzo per assistere a Mattutino, vi era usanza di intrattenerli con una cantata in onore di Gesù Bambino, eseguita dai cantori pontifici con tutti gli strumenti nella sala Borgia, cui seguiva una cena in presenza dello stesso Pontefice a spese della Camera Apostolica. Vi si offrivano vino, e vari cibi e confetterie, e il Papa partecipava in cappa di velluto di seta cremisi e ermellino, quella stessa che avrebbe indossato per il Mattutino, e i Cardinali in cappe scarlatte. Il Papa era poi servito a tavola dai sovrani presenti o dai nobili di più alto rango, dal Maestro di Casa e dai Cardinali preceduti dai mazzieri. Burcardo ricorda che quattro portate erano servite: pasticcerie leggere e frutta candita, mandorle, noci, grani di finocchio, pesche e pere; quattro volte si serviva da bere: tre coppe di vino tagliato con acqua e una coppa di vino misto a miele, cannella e zenzero (hypocras).  All’epoca di Gregorio XIII, verso il 1573, l’uso del banchetto con la cantata fu interrotto perché considerato troppo dispendioso; riprese verso la metà del XVII secolo, fino al 1749. A quest’epoca i Cardinali vi assistevano in mozzetta e ferraiolone, nell’appartamento di Raffaello o nella galleria di Gregorio XIII. Il Papa non assisteva più alla cena, ma solamente benediva le mense, ne osservava l’apparato sempre magnifico, e si ritirava poi a cenare solo. L’origine di tale banchetto ovviamente è molto antica, e nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si teneva (stando agli Ordines romani) in Santa Maria Maggiore, dove il Papa celebrava le funzioni della notte di Natale. Il Cardinale Vescovo di Albano ne sosteneva le spese, mandando alla curia duo optima busta porcorum. Il Papa somministrava di propria mano a ciascuno una tazza di vino, compresi i giovani cantori della Schola.
Prima del Mattutino, il Papa compiva un altro rito a lui proprio, la benedizione dello stocco e del berrettone. Lo stocco è uno spadone finemente lavorato, e il berrettone un cappello ducale di velluto rosso, che il Papa soleva donare a un qualche Principe cristiano che si fosse distinto nella difesa della Chiesa. La più antica testimonianza di tale benedizione risale al XIV secolo, anche se già prima il Papa usava benedire delle spade per i Principi cristiani. L’ultimo stocco con il suo berrettone fu donato da Pio IX al generale Kanzler nel 1877. Lo stocco, con il berrettone posato sulla punta, era sostenuto da un Chierico di Camera mentre il Papa ammoniva con un’allocuzione rituale che quella spada indicava il supremo gladio temporale dato da Dio al Papa con l’Incarnazione del Cristo, che avrebbe dominato su tutta la terra, esattamente come la cappa rossa del Pontefice si stendeva a terra da ogni lato. Nella benedizione il Papa invocava Dio per la difesa della Santa Chiesa Romana e della respublica christiana. Poi consegnava le due insegne al Principe rivestito di cotta e di piviale aperto sulla spalla (non sul petto, come poteva fare solo l’Imperatore, ad imitazione dei Vescovi). Se il destinatario non era presente, il dono si faceva inviare.
Si ordinava allora la processione per andare a cantare il Mattutino in Cappella (nel Medioevo, prima della Cattività avignonese, si cantava in Santa Maria Maggiore). L’altare della Cappella era ornato con un arazzo raffigurante il Presepio, e dal paliotto bianco. Il trono del Papa era ricoperto di seta di lama d’argento con ricami d’oro. A lato dell’altare stavano due grandi candelabri dorati, e presso i banchi dei Cardinali stavano delle torce accese su grandi candelieri. Dodici bussolanti in vesti e cappe rosse sostenevano altrettante torce.
Il Papa faceva il suo ingresso preceduto dal Chierico di Camera con il berrettone sostenuto sulla punta dello stocco, e dalla croce pontificia. Incominciava allora il Mattutino, intonato dal Papa, in canto piano. Tre Cardinali Diaconi, dopo aver chiesto la benedizione al Papa, cantavano le prime tre lezioni, del profeta Isaia, ma senza titolo perché Dio non parla ormai tramite i profeti ma tramite suo Figlio, come dice l’Epistola di san Paolo che si legge alla Messa di Natale.  La quinta lezione era cantata dal nobile che aveva ricevuto il berrettone e lo stocco, se era presente. Egli era preceduto dal Chierico di Camera con le insegne benedette (che stavano posate sull’altare). Il nobile indossava la cotta, il piviale sulla spalla, cingeva la spada e indossava il berrettone. Toltosi il cappello e fatta vibrare virilmente la spada, chiedeva genuflesso la benedizione al Papa e poi cantava la lezione al leggio nel mezzo del coro. Alla fine, si recava a baciare i piedi del Papa.
La settima lezione, che è l’omelia del Vangelo della Prima Messa di Natale, quello che inizia con le parole “Exiit edictum a Caesare Augusto”, era cantata dall’Imperatore, qualora fosse stato presente. Egli indossava la cotta e il piviale al modo dei Vescovi, e accompagnato da due Cardinali Diaconi, faceva riverenza al Papa, vibrava la spada, la riponeva, e al leggio chiedeva inchinato la benedizione al Pontefice. Terminato il canto andava anch’egli a baciare il piede del Papa. Così fece ad esempio Federico III nel 1468, essendo presente a Roma per il Natale.
La nona e ultima lezione invece era cantata dal Papa in persona, che chiedeva la benedizione direttamente a Dio (Iube, Domine, benedicere), assistito dagli accoliti, dai Vescovi assistenti con la candela, e da un Cardinale Prete.
La Messa della notte che segue nel Medioevo era cantata dal Papa in persona a Santa Maria Maggiore ad praesepium; egli stesso cantava poi la seconda Messa a Sant’Anastasia e la terza a San Pietro o di nuovo a Santa Maria Maggiore. Dopo il ritorno da Avignone invece era cantata dal Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa nella Cappella di Palazzo, subito dopo il Mattutino, mentre il Papa indossato il mantum bianco assisteva al trono. Alla Messa tutti genuflettevano al canto delle parole Et incarnatus est del Credo. All’offertorio i cantori intonavano il mottetto Quem vidistis pastores del Vittoria. Il Papa usciva al termine della Messa sempre preceduto dal Chierico con lo stocco e il berrettone, lasciando i cantori a intonare le Lodi.
In tempi a noi ancor più vicini, Pio IX andava a celebrare la Messa della notte di Natale a Santa Maria Maggiore. Era una Messa letta, e anticipata per terminare in tempo per tornare al Quirinale a prendere una refezione entro mezzanotte, in modo da poter mangiare qualcosa prima che scoccasse il digiuno eucaristico per il giorno seguente.
Così la Santa Chiesa Romana festeggiava, fino a prima della caduta del potere temporale, la Santa Notte dell’Incarnazione del Verbo. Il mattino vi era la stazione dell’Aurora a Sant’Anastasia, e la grande Messa celebrata personalmente dal Papa in Basilica. Che questi santi riti così descritti ci possano edificare e mostrare il vero volto della Sposa di Cristo, per non cadere mai nella tentazione di confonderla con quanto ci viene presentato dal modernismo.