mercoledì 9 novembre 2016

Il "complotto di corte" nella Spagna del 1830-1833

L'atto "cesaristico" di Ferdinando VII
(Prammatica Sanzione del marzo 1830).

Filippo V e le sue Cortes stabilirono la Legge Salica, secondo cui le donne non possono ereditare la Corona. Le Cortes di Carlo IV (1789) proposero al Re l’abrogazione della Legge Salica, però questo progetto non ottenne la sanzione reale, per cui l’abrogazione non entrò in vigore. Ferdinando VII, mediante la Prammatica Sanzione (29 marzo 1830), sanzionò la proposta delle Cortes del 1789. Questa Prammatica Sanzione non è valida; Ferdinando VII avrebbe dovuto riunire le sue Cortes per abrogare la Legge Salica. La facoltà di stabilire queste leggi fondamentali del Regno necessità del consenso congiunto del Re e delle Cortes; è chiaro che non poteva esserci consenso attribuito alle Cortes di un regno (Carlo IV) e il re di un altro regno (Fernando VII). Lo spazio temporale relativamente breve (43 anni) tra la proposta delle Cortes e la Prammatica Sanzione, causò un quadro non sufficientemente chiaro per permettere una visione della illegittimità della procedura. Ma oltre a questo vi fu la Prammatica Sanzione strappata a Ferdinando VII, sotto forte pressione, quando venne colpito dalla grave malattia che lo privò delle sue facoltà, come riportato da Donna Eulalia di Borbone, figlia dell’Infanta Isabella “II”, che conferma certamente il complotto di corte perpetrato:
Donna Eulalia
di Borbone-Spagna

"Por ella (la reina Cristina) conocí la versión exacta y el minucioso relato del origen del problema carlista..." "...la Infanta Luisa Carlota -madre de mi padre y esposa de Don Francisco de Borbón- había jurado reiteradamente a Don Carlos, que no sería Rey de España. A PESAR DE QUE EL HIJO SEGUNDO DE CARLOS IV ERA YA PARA TODOS EL HEREDERO NATURAL DE SU HERMANO FERNANDO, que no tenía hijo varón" "..Tenaz en sus rencores la bella y caprichosa Luisa, ya moribundo mi abuelo, se las ingenió para convencerle de que firmara el Real Decreto de la abolición (de la Ley Sálica). APROVECHO PARA ESTO UN MOMENTO EN EL QUE EL REY, PREAGÓNICO CASI SIN VOLUNTAD, estaba sólo acompañado de mi abuela, PRESENTÁNDOLE EL DOCUMENTO QUE APENAS PODÍA FIRMAR Y AYUDÁNDOLE CON SU PROPIA MANO A ESTAMPAR LA AUTORITARIA FIRMA TEMBLOROSA." (1)

L'Infante Francesco di Paola
di Borbone-Spagna


I principi dell’Illuminismo prima, e della Rivoluzione Francese poi, si estesero in Spagna. Tutto il Regno di Ferdinando VII è una continua lotta tra coloro i quali difendevano l’ordine tradizionale e i liberali rivoluzionari. In seguito a ciò due tendenze si posero, da un lato Don Carlo, e dall’altro il partito della Rivoluzione, i cui membri pensavano che mettere sul Trono una bambina di tre anni avrebbe reso loro facile governare.
La massoneria appoggiò i rivoluzionari: l’Infante Don Francesco di Paula (fratello di Ferdinando VII) Gran Maestro della massoneria, e sua moglie Donna Luisa Carlotta (sorella della Regina Maria Cristina, moglie di Ferdinando VII), costituirono gli elementi principali di questo appoggio. Durante tutta questa lotta, nonostante il suo carattere, Don Carlo diede costante prova di presenza e di affetto verso suo fratello il Re Ferdinando VII.



(1) Memorias de Doña Eulalia de Borbón, Infanta de España. Editorial Juventud, S.A., Barcelona, julio 1958, págs, 17 y 18.
(2) L'ordine tradizionale è quello della monarchia cattolica spagnola ed europea, anche se con differenze significative tra di loro, denaturalizzate dalle correnti assolutistiche, ma senza ancora raggiungere una sovvertimento dei principi, venne sovvertito con la Rivoluzione francese.


Fonte: Carlismo

martedì 8 novembre 2016

Mussolini e l'accoglienza all'Imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria


Fonte: -La Prima Guerra Mondiale-

L'Imperatore Francesco Giuseppe I
a Innsbruck nel 1909.


Franz continuò la sua visita al Tirolo, raggiungendo Bozen e Trento. Qui l'accoglienza sconvolse Mussolini, ospite di Cesare Battisti.

Il futuro "duce" scrisse che anche i politici liberal-nazionali accolsero ed onorarono l'Imperatore con affetto, amore e sincera dedizione. Aggiunse che un eventuale referendum di annessione a Trento, avrebbe visto l'Austria vittoriosa con la stragrande maggioranza della popolazione. Disse che gli "irredentisti" erano poche decine di figli di ...papà, che si limitavano occasionalmente, ad imbrattare qualche simbolo asburgico.
Riportò le scene che accadevano in occasione delle visite di leva, quando i ragazzi coscritti cantavano canzoni anti italiane come la famosa: "Co' la pel de Garibaldi noi farem tanti tamburi..."
Nella sua analisi, aggiunse che non si poteva contare per la causa italiana, nemmeno sulla classe operaia, elencando le tutele molto più avanzate delle quali godeva ed ammettendo che il socialismo austriaco era totalmente patriottico, oltre che lealista verso la Corona.
Ora, i figli del Tirolo conquistato che hanno fatto il servizio militare negli Alpini, rinnegano la loro storia e le loro radici. Dicono che gli "Schützen" sarebbero "folkloristici nei loro costumi sgargianti coi cappelli piumati", come prescrive il mantra tricoloruto.
Ma essi sputano sulle loro radici e sui loro avi. Che ciò sia chiaro, che lo sappiano se fingono di non saperlo e se sono uomini d'onore, lo ammettano. Poi si comportino come preferiscono e come consente la democrazia, ma senza ipocrisie.

domenica 6 novembre 2016

Due Germanie, due profili a confronto




Il 21 novembre ricorrono cent’anni dalla morte 
dell’Imperatore Francesco Giuseppe.
Trascriviamo questo commento sull’incontro 
del Sacro Imperatorecon il Kaiser Guglielmo II, nel 1908.

L’incontro riprodotto nel quadro si svolge nel castello di Schonbrunn, a Vienna, nel 1908. Francesco Giuseppe celebrava sessant’anni di regno. Durante buona parte del suo regno, egli era stato il Capo di tutti i popoli di lingua tedesca. Verso la metà dell’Ottocento, però, la Prussia aveva promosso un’alleanza di Stati tedeschi contro di lui, coalizzandoli poi un altro impero sotto la direzione del Kaiser.


In conseguenza di tali macchinazioni, Francesco Giuseppe – rappresentante della più antica, illustre e sacrale dinastia dell’Europa – era stato in pratica estromesso dal mondo tedesco, passando quindi a governare su una serie di Stati di lingua magiara, slava, rumena, italiana ecc., chiamati nell’insieme “Monarchia austro-ungarica”.

Nel 1908, però, il kaiser Guglielmo II aveva bisogno del suo appoggio. Passando sopra il risentimento anti-asburgico, egli organizzò una visita ufficiale a Vienna per festeggiare, accompagnato da tutti i Principi tedeschi, i sessant’anni del vecchio Imperatore. Il quadro mostra questo incontro, avvenuto nel Salone di Maria Antonietta nel castello di Schonbrunn.

È una scena altamente sacrale. Lo splendore del cerimoniale è portato a un apice di gala e di pompa, tale da condurre lo spirito alle più alte considerazioni, che poi aprono finestre per la contemplazione di Dio Nostro Signore.
Francesco Giuseppe è solo davanti a tutti i Principi tedeschi. A destra, in abito civile, vi è anche il sindaco di Amburgo, una Città libera.

Tutto è luminoso. Il salotto è immerso in una luce naturale argentea che si riflette sulle pareti e sul pavimento. Il pavimento sembra fatto di pietra preziosa. I pennacchi bianchi dei Principi aumentano la sensazione di luce, completata poi con i lampadari e gli specchi. Tutto il quadro emana luce. La luce splende nelle decorazioni, nelle spalline, nelle spade. Ovunque c’è luce e splendore.

Tutti sfoggiano un atteggiamento di grande compostezza e rispetto. Indossano quelle divise perché sanno di rappresentare una carica; in altre parole, perché hanno un altissimo rispetto di se stessi. L’idea soggiacente è quella di sublimare al massimo il Potere pubblico, lo Stato, per rispetto alla creatura umana che lo Stato è chiamato a governare.


Guardate l’aria militare dei Principi, che dà un’idea di potenza e di forza. Io potrei sintetizzare questa scena in tre parole: forza, splendore, sacralità. Qui si vede la Germania, ma una Germania dominata dalla Prussia. Il Kaiser ha un plico in mano, che certamente è il testo del discorso che sta leggendo. Francesco Giuseppe ascolta con deferenza.

Il capolavoro della scena, però, è l’imperatore Francesco Giuseppe!

Sono due modi completamente diversi. La Germania moderna, militare e industriale, è rappresentata dal Kaiser e dai Principi. La vecchia Germania, tradizionale, sacrale, nobile, illustre, guerriera ma soprattutto patriarcale, è rappresentata dall’Imperatore dell’Austria-Ungheria. Sono due diverse idee della Germania: una militare e pre-nazista; l’altra sacrale e cattolica.

Si osservi questo fatto curioso: Francesco Giuseppe è completamente solo, non si fa accompagnare da nessuno, la sua uniforme è semplice, solo tre colori, un abito bianco, pantaloni rossi con una treccia d’oro. Porta una fascia molto bella ma semplice. In mano reca l’elmo con un pennacchio verde chiaro.

Lui, da solo, ha un peso molto superiore rispetto a tutti gli altri messi insieme. Allo stesso tempo, però, egli ha una semplicità che ne svela la superiorità. Osservate, per esempio, come i tedeschi hanno la testa in alto, per dare l’idea che valgono qualcosa. Francesco Giuseppe, al contrario, è totalmente naturale. Possiede una tale distinzione, che mette tutti nella propria scarpa…al punto che si nota una sorta di vuoto che lo circonda e nessuno gli si avvicina. Analizzate la sua fisionomia. Si tratta di un uomo consapevole di non aver bisogno di ornamenti per essere sé stesso. Alle sue spalle ha secoli di storia gloriosa. Possiede un diritto innato che la forza non può violare. Perciò riceve i suoi ospiti in modo serio, gentile, ma non sorridente. Riceve ospiti nei confronti dei quali ha un rimprovero, che vela con urbanità. Con somma educazione, li guarda negli occhi  come chi dice: “Io mi presento nella mia semplicità. Ma vi ricevo nel mio palazzo, simbolo del mio potere. Se ci sarà un’altra guerra sappiate che vi accoglierò con la punta della mia spada, perché non mi lascio dominare da nessuno!”. Tutto questo, però, viene affermato con somma affabilità, dignità e distinzione.

Il mio commento conclusivo sarebbe: Vedete quanto valgono la Tradizione, il diritto secolare e la sacralità! Molto più di tutta quella ricchezza e tutto quel potere militare!

Plinio Corrêa de Oliveira - 27 Maggio 1974



venerdì 4 novembre 2016

Novembre 1918: gli Inglesi entrano a Trento e la "addobbano" per gli "italiani"





Gli italiani entrarono a Trento nel 5 novembre 1918, dopo l'armistizio e dopo l'entrata delle truppe britanniche, che firmarono la resa della guarnigione e hanno "decorato" alcune vie della città con bandiere tricolori per l'entrata "trionfale" dell'esercito italiano.
Alle 2 di mattina del 3 novembre il capo dello stato maggiore della 48ª divisione e il responsabile ufficiale del servizio d’informazione incontrarono a Trento i responsabili militari dell’alto comando austriaco della 10ª armata e chiesero la resa incondizionata degli austro-ungarici, essendo essi all’oscuro delle trattative per un armistizio fra Austria e Italia. Gli austriaci non avevano il potere di firmare una resa incondizionata, ma raggiunsero con gli inglesi un accordo scritto sostanzialmente equivalente: garantivano il libero accesso a Trento e non avrebbero più sparato. Questo incontro è confermato da diversi diari di ufficiali. Nel diario del tenente inglese Mitch Williamson si legge: “la divisione raggiunse la città di Trento, capitale del Tirolo."



Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

4 novembre, giorno della Dinastia Legittima delle Spagne







Il giorno 4 novembre è la festività di San Carlo Borromeo, il Giorno della Dinastia Legittima.
In suffragio di tutti  i suoi membri, specialmente dei Re e Regine legittimi e Infanti di Spagna che morirono in esilio, si offre la Santa Messa in Oviedo, Capilla Cristo Rey (C/. Pérez de la Sala, 51, bajo) oggi venerdì novembre, alle 20:30.
La Dinastía legittima, anche conosciuta come carlista, è formata dai Re successori di Ferdinando VII e di tutti i precedenti Re di Spagna. Tra il 1833 e il  1977, questi Re sono, secondo l'ordine della Corona di Castiglia: Carlo V, Carlo VI, Giovanni III, Carlo VII, Giacomo I (III di Aragona), Alfonso Carlos (il vero Alfonso XII) e Saverio I. Attualmente la Dinastia è guidata dall'Infante Don Sisto Enrico di Borbone, legittimo Reggente  della Comunión Tradicionalista e  delle Spagne.


Di Redazione A.L.T.A.


giovedì 3 novembre 2016

Pio IX e la vittoria di Mentana


Centro studi Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 77/16 del 3 novembre 2016, Santa Silvia

Pio IX e la vittoria di Mentana

Ricordiamo la vittoria dell’esercito pontificio nella campagna dell’Agro Romano, culminata con la battaglia di Mentana del 3 novembre 1867, con un documento del Papa Re Pio IX.

Breve “Ex quo infensissimi”

Il Papa Pio IX. A futura memoria.
Da quando i funesti nemici del nome cattolico, per cancellarlo del tutto (se fosse possibile) hanno osato far vacillare il principato civile della Santa Sede, cui sottrassero floride province lasciandone a Noi solo alcune perché esercitassimo il potere civile entro angusti confini e non senza difficoltà dell’erario, uomini perfidi non hanno mai rinunciato al proposito di occupare le altre Nostre province e d’invadere perfino questa alma Urbe nella quale, per divina volontà, si è stabilita la Sede Apostolica, fondamento della religione, maestra della fede, rocca e baluardo della verità cattolica.
Da qui le macchinazioni e le frodi, da qui l’aperta violenza usata recentemente, quando cioè si accozzarono improvvisate masnade d’infima plebe, prontissime ad ogni misfatto, che si inoltrarono nelle nostre province per alzare la bandiera della ribellione: col terrore, con le rapine e con ogni sacrilega scelleratezza portarono la desolazione nei villaggi, nei paesi, nelle città senza però riuscire ad allontanare le popolazioni dalla debita fede, dall’ossequio verso di Noi e la Sede Apostolica.
Orbene, in un così difficile frangente rifulse l’eccezionale valore dei Nostri soldati. Infatti, seguendo i loro comandanti, per nulla atterriti dall’asperità del cammino e neppure affranti dalla lunghezza delle marce né svigoriti dalle fatiche, corsero alacri a rintuzzare l’impeto dei nemici. Dopo aver acceso la zuffa contro di essi, ed averla rinnovata in più luoghi, combatterono con tanto animo e coraggio che sconfissero e dispersero quelle schiere efferate e restituirono quiete e sicurezza ai borghigiani e ai cittadini.
Non molto tempo dopo, una banda in armi osò avvicinarsi alle mura di Roma per tentare un assalto allo scopo di sfogare il trattenuto furore con gli incendi, col saccheggio delle case, con la distruzione dei templi e col sangue degli onesti cittadini, non appena dai complici della loro ribalderia (che si erano furtivamente introdotti in città e avevano preparato nuovi strumenti di morte) fosse dato il segnale della congiura.
Ma i Nostri soldati non mancarono al loro dovere; scoperte le insidie, infatti, resero vana la perfidia dei congiurati e avendo sgominata e uccisa una parte di essi e un’altra parte gettata in carcere, salvarono questa sede della religione, questa dimora delle arti belle dall’imminente sterminio.
Alla milizia Nostra poi si presentò un’altra occasione di mettere in luce il proprio valore. Un’accozzaglia di armati, raccolti ovunque nella vicina provincia Sabina, aveva occupato Monterotondo; ivi commise molte azioni indegne e, accesa di sfrenata cupidigia, meditava una nuova aggressione contro Roma; senonché contro il nemico furono inviate truppe Nostre e truppe ausiliarie Francesi, per assalirlo.
Esse, ingaggiata battaglia presso Mentana, diedero prova di tanta forza, ardore e costanza nel combattere che domarono e sbaragliarono quella colluvie di predoni benché superiore di numero. Ne ferirono e uccisero molti; ne condussero nelle prigioni tanti altri, e misero in fuga i rimanenti con il loro audacissimo condottiero, riportando quindi una splendida vittoria. Le schiere vincitrici poi, rientrate in Roma, ebbero una trionfale accoglienza: la cittadinanza andò loro incontro, e con grida e con applausi festeggiò la bella impresa di quei valorosissimi uomini


Ma affinché il ricordo di questa vittoria che non senza l’aiuto di Dio è stata ottenuta, e ovunque è stata celebrata e lodata, possa perpetuarsi in tutte le età, abbiamo fatto coniare un fregio d’argento in forma di croce ottagonale, nelle cui estremità sia scritto Pius PP. IX. An. MDCCCLXVII. Al centro vi sia una medaglietta la quale nel dritto rechi gli emblemi della dignità pontificia con la scritta Fidei et Virtuti, e nel rovescio abbia la croce con la scritta Hinc Victoria.
A tutti e singoli i soldati presenti del Nostro esercito concediamo di portare questo fregio d’argento nel lato sinistro del petto, sospeso ad un nastro di seta bianca distinto con cinque righe celesti; e per maggiore compenso dell’impresa concediamo agli stessi che sia loro sottratto un anno dal tempo stabilito per ottenere paghe più alte e per ottenere altri benefici secondo le regole militari.
Inoltre facciamo dono dello stesso fregio d’argento, da portare alla sinistra del petto, a tutti e singoli i soldati dell’esercito Francese che presso Mentana combatterono al fianco delle Nostre truppe contro le torme ostili.
Infine, affinché quei valorosi che offersero il sangue e la vita per difendere i Nostri diritti e per scacciare da Roma il furore degli empi, ricevano da Noi una solenne proclamazione di valore e di lode, con questa lettera pubblichiamo e dichiariamo che essi hanno acquisito grandi meriti presso di Noi, presso l’Apostolica Sede e il mondo Cattolico: proclamazione di cui nulla è più onorifico, più glorioso, più idoneo a rendere immortale il loro nome.
Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 14 novembre 1867, anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

martedì 1 novembre 2016

Il Porto di Trieste.

litografia a colori della metà del XIX secolo, (collezione Mario Froglia)



A sinistra fuori dall'immagine, si sarebbe costruito il Porto Nuovo. A destra, si sarebbe costruito il Porto Franz Joseph I.
Ogni nave che attraccava o partiva faceva un'iniezione di ricchezza alla città. I soldi erano talmente tanti che molti, non sapevano come spenderli o investirli. I cittadini di Trieste pagavano più tasse della capitale Vienna.
...
Il denaro si diffondeva in mille rivoli come la pioggia e tutti ne ottenevano, anche i 38 mila immigrati italiani del 1914. Pochi di loro partivano già ricchi, la maggior parte era composta da artigiani (ad es. barbieri) e da dettaglianti (ad es. venditori di frutta e verdure). Molti partivano dall'Italia senza arte nè parte e completamente analfabeti.
Anche per loro c'era ricchezza: i facchini portuali erano una categoria benestante fino al 1990, per esercitare tale attività ai più bassi livelli, non era necessaria alcuna attitudine intellettuale. Dopo una generazione di immigrazione in Austria, il problema della miseria era risolto ed i figli sapevano leggere e scrivere.
Poi è arrivata l'Italia... oggi le navi che arrivano e partono, sono meno di 800 all'anno. La città è 7-8 volte più povera. Eppure sopravvive ancora di rendita, con oltre 1 secolo di assenza dell'Austria.
Ogni nave che manca è un salasso di sangue, tolto ad un corpo ancora attraente, ma sempre più vicino alla fine. I vampiri non mollano le prede, fino all'ultima goccia di sangue.


Fonte: Vota Franz Josef