sabato 29 ottobre 2016

Gli "italiani" fuggono e fanno "terra bruciata" (1917)




Fonte: Vota Franz Josef

Che qualcuno ci spieghi la necessità di fare "terra bruciata" di Gradisca e degli altri paesi. Quando si fugge si fanno saltare i ponti ed i magazzini, ma perché incendiare i paesi, distruggere case e palazzi pubblici?
Lo spiegava Maria Cantarut a Camillo Pavan (dal minuto 5): "Tutto il cielo era un grande fuoco, facevano scoppiare le munizioni, anche verso Palmanova... Gli arditi mettevano bombe (delle perette) sulle porte ed i bambini si ammazzavano. Gli arditi erano tutti ...delle prigioni, facevano male dove andavano e facevano male ai bambini".
-Perchè lo facevano? -
"Per dispetto, per far morire i tedeschi, perchè loro scappavano e si ritiravano sul Piave... dappertutto buttavano bombe, andavano per le case a rubare, anche a casa nostra. Rubarono due prosciutti a mio papà che scese con la roncola, per fortuna scapparono pensando chissà cosa, altrimenti saremmo morti tutti:
Tutto il cielo era una fiamma, per fortuna pioveva e le strade erano gialle di gas. Se non avesse piovuto saremmo morti tutti: erano gas asfissianti".
Segue, il racconto dell'assassinio della nonna. Maria Cantarut di Brazzano, ebbe il cognome italianizzato in Cantarutti.


Gradisca 28 ottobre 1917
Nel ritirarsi gli italiani distruggevano tutto ciò che non potevano lasciare per non abbandonarlo al nemico. E non vi era stato bisogno
di ripetere la raccomandazione. Tutto bruciava.
Ora anche Gradisca ardeva tutta. Poche case non erano state incendiate. Il resto era stato dato in preda alle fiamme.
In fuga da Caporetto - L’odissea della grande ritirata nel racconto del tenente Vincenzo Acquaviva

sabato 22 ottobre 2016

Niemals vergessen: il bombardamento di Gorizia della primavera del 1916 da parte dei "liberatori".



Era contrario alla prassi ed agli accordi dell'Aja, decine di civili goriziani persero la vita. Superò il già mortale bombardamento del dicembre dell'anno precedente.
Fu bombardato l'ospedale militare del Seminario protetto dalla Croce Rossa, morirono dei ricoverati ed il Priore. Carlo Primo ne fu tanto indignato, da ordinare una rappresaglia aerea su Venezia, proprio lui che aveva fino ad allora impedito i bombardamenti sulle città italiane.
Non c'erano obbiettivi militari in città, una pista storica ragionevole, è che Cadorna o Capello, volessero dimostrare qualcosa o impressionare il comandante in capo francese, in visita per trattative sulla fornitura di cannoni e munizioni.
Altri storici dicono che gli italiani erano imbizzarriti dalla presunta "bella vita" che facevano i nostri soldati in licenza a Gorizia, dove centinaia di cittadini erano rimasti per circondarli di cure, affetto ed attenzioni... mentre gli aggressori italiani languivano nel fango delle trincee e con la certezza di morte, specie per quelli del Podgora dove era già stata sterminata, gran parte dei 180 "volontari giuliani" deceduti, il 75% del loro insieme, schierato l'anno precedente.
Ogni volta che gli italiani facevano di questi "numeri", spendevano l'equivalente di decine di milioni di euro in munizioni. Avrebbero finito di pagare i debiti alla GB, appena nel 1988. Probabilmente non hanno ancora recuperato i costi nonostante quasi un secolo di grassazioni e sarebbe per questo, che ci tengono tanto a Gorizia. L'ipotesi non ci sembra tanto assurda: tutte le potenze coloniali hanno un registro con la partita doppia dei territori conquistati.

Fonte: Vota Franz Josef 

giovedì 20 ottobre 2016

VIDEO: XI giornata per la regalità sociale di Cristo.


1°-Dare la vita per la difesa della fede: dalle guerre di religione alla pace di Westfalia  


2°- Umanisti, razionalisti, illuministi contro Cristo e la Sua Chiesa. Il dibattito sulla tolleranza              



3°- I modernisti al seguito degli Illuministi: la vera e la falsa pace              






domenica 16 ottobre 2016

Presa del colle San Marco al primo assalto



Un nostro battaglione della riserva, prese il colle San Marco contro un reggimento ben fortificato, al primo assalto.
Loro invece, dopo l'impresa iniziale della conquista del Krn, non riuscirono mai più a strapparci niente, se non a prezzo di strabilianti sacrifici e di sforzi incessanti durati anni... come ad esempio sul colle di Plava dove si estinsero molte Divisioni italiane, contro una media di un battaglione scarso di difensori.
Non ci hanno mai battuti eppure si proclamano "vincitori"... solo perché l'Impero di dissolse prematuramente. Si sono inventati le loro "battaglie" vittoriose quando metà dei nostri reparti erano già tornati a casa e gli "sfondamenti" erano stati effettuati dai britannici.
Non per nulla, l'armistizio fu firmato con le nostre truppe, decine di km dentro i loro confini del 1915. Ed imbrogliarono pure in quel momento, dicendo che ci eravamo capiti male e che loro applicavano il cessate il fuoco, 4 giorni dopo. Così presero 300 mila prigionieri che morirono in discreto numero in prigionia fino al 1920, così conquistarono più territori possibile.
Eppure non riuscirono a "conquistare" Trento dove entrarono i britannici al loro posto e dove inventarono la loro scenografia con le comparse e le bandiere alle finestre, falsificando le date.
Falsificarono anche le foto dello sbarco a Trieste, con immagini scattate mesi ed anni dopo, per far vedere una gran folla che al momento buono, era ridotta a forse 200 curiosi. Senza bandiere, senza abbracci e con le mani in tasca o dietro la schiena. Pioveva... eppure le loro foto dello sbarco, sono scattate in giornate di sole e con la gente senza i cappotti. In alcune, si vedono addirittura i gagliardetti fascisti, che non potevano essere certo presenti il 3 novembre del 1918.

Fonte: Vota Franz Josef

[TOLKIENIANA] Gimli, i nani e il Tesoro nascosto

gimli



Con questo (as)saggio, la rubrica Tolkieniana giunge al termine. Ma non finisce… [RS]

di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nella nostra passata riflessione intorno agli Elfi e alla figura di Legolas ho accennato al fatto che, anche in merito alla figura di Gimli il Nano, avrei seguito la medesima impostazione metodologica. Pertanto nella presente trattazione non mi soffermerò lungamente sulla singola figura del figlio di Glòin, poiché ritengo non sia tanto oggetto da parte di Tolkien di una particolare intenzione pedagogica. Tuttavia può certamente essere il pretesto e l’occasione per parlare della sua stirpe, di quel popolo solitario e schivo, non meno che tenace, che gli Elfi chiamano «Naugrim».
Nel percorso che abbiamo compiuto fin qui abbiamo avuto modo di vedere come l’intero «corpus tolkienianum» stilli la larghezza e la profondità di un animo profondamente radicato in Dio e nella fede della Santa Chiesa cattolica romana. Eppure, tra i tanti suoi scritti, il Silmarillion è forse quello più ricco di spiritualità e quasi, oserei dire, di mistica. Rileggendo ora queste pagine che allietarono non poco la mia gioventù, mi accorgo di come in esse traspaia una visione realmente soprannaturale dell’esistenza, della creazione e del fine ultimo cui essa è ordinata. All’epoca non ero ancora in grado di coglierne intellettualmente la profondità né, perciò, di apprezzarne tutto il valore spirituale, eppure intuivo la verità in essa racchiusa e che esercitava su di me un’attrazione irresistibile perché veicolata dal mezzo ad essa più affine: la bellezza.
La cosmologia del Silmarillion è complessa, articolata, ricca di genealogie dislocate in una geografia tanto immaginaria quanto, a tratti, palpabile e in un certo senso “familiare”. Il sentimento di «nostalgia» credo sia quello che pervadeva maggiormente la mia anima mentre nella quiete di ormai lontane serate invernali, alla flebile luce di una lampada, sfogliavo sul mio letto con tranquilla avidità le pagine odorose di inchiostro sulle quali mi era giunto, come una inaspettata lettera da un lontano amico, il racconto del Quenta Silmarillion.
Ma che cos’è esattamente la “nostalgia”? Il termine origina dal greco «nòstos» con il quale si intende “il ritorno al paese” derivante dalla radice «nas» cioè “andare a casa”. In letteratura indica generalmente uno stato d’animo d’insoddisfazione che si volge al passato percepito come stabile, sicuro e fonte in certo modo di consolazione. Il Vocabolario etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (1907) definisce la nostalgia come: “il desiderio melanconico e violento di tornare in patria, ossia di rivedere i luoghi dove passammo l’infanzia e dove albergano oggetti cari, il quale è cagione di profonda tristezza”. Tale sentimento è una costante essenziale e caratteristica dell’animo umano che ricorre frequentemente nella letteratura antica e moderna, manifestandosi sotto forme a volte molto differenti a seconda che il periodo storico in cui esso viene rappresentato è caratterizzato dalla fede, dal cinico razionalismo o dal vuoto sentimentalismo romantico. Il sentimento di nostalgia è tanto importante poiché introduce e rende attuale anche il fondamentale tema del valore della «memoria» nella formazione dell’identità tanto individuale che collettiva dell’essere umano. Ma a fortiori ratione esso è parte integrante inseparabile dell’eredità della nostra fede cattolica giacché noi sappiamo di vivere in questa terra come dei “migranti” in esilio, senza cioè una stabile dimora come dice l’Apostolo: “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb 13,14).
Mi par giusto sottolineare che la Chiesa, in quanto divino ambasciatore, tra le molteplici verità che ha avuto il compito di insegnare, non ha mai omesso di ricordare agli uomini che essi, a causa del peccato originale, sono stati come sradicati dalla loro patria d’origine (il Cielo) per essere mandati a combattere una guerra in una terra straniera (la Terra) in cui sono venuti a trovarsi malgrado loro. Quel vivido dolore che deve aver lacerato il cuore di Adamo ed Eva consapevoli di aver perso, per loro colpa, il diritto a vivere nella propria patria avrebbe accompagnato l’esistenza loro e di tutti i loro discendenti fino alla fine del mondo. Ed è anche per questa tensione verso la «casa paterna» che ci rendiamo conto di quanto la Fede cattolica sia di origine divina e non umana. Noi infatti non tendiamo verso una caricatura di paradiso terrestre dove ambiamo ai godimenti terreni dei potenti di questo mondo come insegna la dottrina coranica dell’Islam, né, tantomeno, verso l’irrazionale e vago vuoto esistenziale del Nirvana buddista. Queste sono risposte umane caricaturali e, in definitiva, erronee riguardo al destino ultimo dell’uomo. Noi invece, in virtù della Divina Rivelazione, possediamo una vera e propria «memoria storica» della nostra patria, e sapendo con c e r t e z z a da dove veniamo possiamo anche intraprendere la via del ritorno. Soltanto in Cristo e nella Sua Chiesa quel vago desiderio senza nome che interroga e inquieta l’animo umano, che chiamiamo nostalgia, trova la sua risposta definitiva e il riposo cercato ma non trovato altrove. Non è un caso che il Signore degli Anelli termini con le parole «sono tornato», ad indicare il termine del corso del tempo che si conclude con il «reditus» al nostro Dio, Padre e Redentore.
Ma sarà bene ora volgere il nostro sguardo ad Est, o più esattamente a Nord-Est, verso quella landa semi sconosciuta e inospitale dove i colli cominciano ad innalzarsi come una muraglia alle spalle di Erebor, la Montagna Solitaria. Laggiù, oltre le Terre Selvagge spuntano i Colli Ferrosi, e più su ancora verso le Montagne Grigie dove la leggenda si mescola agli antichi racconti e si perde la cognizione dello spazio e del tempo; orbene laggiù pose la sua dimora l’antica razza dei Nani.
Fra le tante pagine scritte dall’inclito professor Tolkien ritengo che quella in cui si narra la genesi dei Nani sia certamente fra le più belle e profonde. Come accennavo all’inizio, infatti, il Silmarillion possiede una carica simbolica impressionante e la sua ricchezza non risiede esclusivamente nella elaborata fantasia del suo autore, ma soprattutto nella sua profondità contemplativa capace di tramutare in fiaba, forse non del tutto consciamente, delle verità del più alto valore teologico. Ma vorrei lasciar parlare direttamente il testo:
Si narra che i Nani furono inizialmente creati da Aulë nell’oscurità della Terra-di-mezzo; infatti, tant’era il desiderio che nutriva per l’avvento dei Figli[1] onde avere allievi cui insegnare la propria dottrina e le proprie arti, da essere poco propenso ad attendere il compimento dei disegni di Ilùvatar. E fece i Nani tali e quali sono tuttora, perché le forme dei Figli a venire non erano ancora chiare nella sua mente, e il potere di Melkor si stendeva pur sempre sulla Terra; e desiderava pertanto che fossero forti e inflessibili. Ma, per tema che gli altri Valar biasimassero la sua opera, lavorò in segreto: e produsse per primi i Sette Padri dei Nani in un’aula sotto le montagne della Terra-di-mezzo.
Ora, Ilùvatar sapeva quel che si stava compiendo e, nel momento stesso in cui l’opera di Aulë fu terminata, ed egli ne era compiaciuto e già prendeva a insegnare ai Nani il linguaggio che aveva elaborato per loro, Ilùvatar gli parlò; e Aulë ne udì la voce e s’azzittì. E la voce di Ilùvatar gli disse: «Perché hai fatto questo?» Perché hai tentato ciò che sai trascendere il tuo potere e la tua autorità? Ché tu hai avuto da me quale dono il tuo proprio essere soltanto, e null’altro; sicché le creature della tua mano e della tua mente possono vivere soltanto grazie a tale essere, muovendosi quando tu pensi di muoverle e, quando il tuo pensiero sia altrove, giacendo in ozio. È dunque questo il tuo desiderio?».
Allora Aulë rispose: «Non desideravo un siffatto dominio. Desideravo cose diverse da me, da amare e ammaestrare, sì che anch’esse potessero percepire la bellezza di Eä, da te prodotta. Mi è parso infatti che in Arda vi sia spazio sufficiente per molte creature che in essa possano gioire, eppure Arda è per lo più ancora vuota e sorda. E nella mia impazienza, sono caduto preda della follia. Ma la creazione di cose è, nel mio cuore, frutto della creazione di me per opera tua; e il figlio di torpida mente che riduce a balocco le imprese di suo padre può farlo senza intenti derisori, ma solo perché è il figlio di suo padre. E che cosa farò io ora, per modo che tu non sia irato con me per sempre? Come un figlio a suo padre, io ti offro queste cose, l’opera delle mani che tu hai creato. Fanne ciò che vuoi. O preferisci che io distrugga la fattura della mia presunzione?».
E Aulë diede di piglio a un grande martello per ridurre in pezzi i Nani; e pianse. Ma Ilùvatar provò compassione per Aulë e il suo desiderio, a cagione della sua umiltà; e i Nani si rattrappirono alla vista del martello e provarono timore, e chinarono il capo e implorarono mercé. E la voce di Ilùvatar disse ad Aulë: «Ho accettato la tua offerta fin dal primo momento. Non t’avvedi che queste cose hanno ora una vita loro propria e che parlano con voci proprie? Altrimenti, non si sarebbero rannicchiate al tuo gesto e a ogni suono della tua volontà». Allora Aulë lasciò cadere il martello e fu lieto, e rese grazie a Ilùvatar dicendo: «Che Eru benedica il mio lavoro e lo emendi!».
Ma Ilùvatar tornò a parlare e disse: «Come ho conferito essere ai pensieri degli Ainur all’inizio del Mondo, così ora ho accolto il tuo desiderio e gli ho assegnato un posto in esso; ma in nessun altro modo emenderò l’opera delle tue mani e, quale l’hai fatta, tale rimarrà. Non tollererò che la comparsa di costoro preceda quella dei Primogeniti da me progettati, né che la tua impazienza sia ricompensata. Queste creature ora dormiranno nella tenebra sotto il sasso, e non ne sortiranno finché i Primogeniti non siano apparsi sulla Terra; e fino allora tu ed esse attenderete, per lunga che possa sembrare l’attesa. Ma, quando il tempo sarà venuto, io le risveglierò, ed esse saranno come tuoi figli; e frequenti discordie scoppieranno tra i tuoi e i miei, i figli da me adottati e i figli da me voluti»[2]

Con questo (as)saggio, la rubrica Tolkieniana giunge al termine. Ma non finisce:
potrete leggere tutto il testo, insieme a tantissimo altro materiale inedito, in un libro che Isacco Tacconi pubblicherà prossimamente per i tipi delle Edizioni Radio Spada.
Vi abbiamo incuriositi? Bene!

Continuate a seguirci, allora, per prenotarlo non appena sarà uscito!


[1] Qui Tolkien si sta riferendo agli Elfi non ancora creati da Ilùvatar, o Eru, il Dio unico che fa da sfondo a tutta l’epopea della Terra di Mezzo, e destinati ad essere i “Primogeniti”.
[2] J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano 2002, pp. 45-46.

In Sicilia Garibaldi come l’Isis: decapitazioni per impaurire la gente. Il contributo dello storico Corrado Mirto

Fonte: http://www.iltarlonews.it/



In questo contributo, lo storico evidenzia come Garibaldi e le sue truppe seminarono il terrore in molte popolazioni del sud Italia macchiandosi di crimini sanguinosi come la decapitazione e lo sgozzamento di molti oppositori.

Proponiamo l’interessate scritto dal Prof. Corrado Mirto, apprezzato studioso del medioevo Siciliano e della storia del Vespro, scomparso nel 2014. In questo contributo, lo storico evidenzia come Garibaldi e le sue truppe seminarono il terrore in molte popolazioni del sud Italia macchiandosi di crimini sanguinosi come la decapitazione e lo sgozzamento di molti oppositori.
Di seguito l’articolo del Prof. Corrado Mirto
Il 1860 fu l’anno della grande catastrofe per la Sicilia e per l’Italia meridionale. Fu l’anno in cui in queste pacifiche regioni, eredi della grande civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte. Bisogna chiarire che l’espressione “tagliatori di teste” non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali.
Con l’occupazione piemontese del Sud si ebbe la fine della identità nazionale di intere popolazioni, il moltiplicarsi delle tasse, la leva militare obbligatoria (con la quale si deportavano in lontane regioni per anni e anni masse di giovani ridotti in schiavitù per servire i nuovi padroni) e il crollo dell’economia. E questo non fu tutto. La classe dirigente del Piemonte e del movimento “risorgimentale” era formata per la maggior parte da atei che odiavano il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica.

In questa situazione non tardò molto la persecuzione organica contro la Chiesa Cattolica, in Sicilia come nelle altre regioni, ed ebbe inizio la rapina, per legge, dei beni ecclesiastici. In Sicilia monaci e monache furono cacciati dai soldati piemontesi dai loro conventi, dei quali si impadronì lo Stato italiano. Anche i beni di ordini monastici, di vescovati, di enti religiosi furono tolti ai loro legittimi proprietari e finirono nelle mani dello Stato cosiddetto “liberale e democratico”.
Fu un crimine contro la Chiesa, ma anche un crimine contro i Siciliani. Fu l’interruzione di moltissimi servizi sociali, che quelle strutture ecclesiastiche assicuravano su tutto il territorio. Dagli ospedali agli orfanotrofi. Dalle scuole professionali e artigianali alle case di riposo per vecchi e disabili. Dagli asili e dalle scuole elementari agli istituti di cultura superiore. Tutti gli assistiti, in qualunque condizioni si trovassero, furono buttati impietosamente in mezzo alla strada.
Decine di migliaia di famiglie che vivevano lavorando per gli ordini religiosi (anche nelle campagne, dal momento che i conventi e le chiese concedevano in affitto terreni a un prezzo equo e senza scadenza) e migliaia di lavoratori qualificati che vivevano discretamente caddero così nella più nera miseria. La gente, insomma, moriva di fame. Nel tentativo di porre rimedio, sia pur parziale, a questa tragedia, si inquadra l’attività del “Boccone del povero” del beato Giacomo Cusmano che a Palermo portava un tozzo di pane a chi moriva di fame per le strade.
Come ciliegina sulla torta, infine, lo Stato mise in vendita i beni rapinati. E i Siciliani dovettero così, ancora una volta, pagare allo Stato italiano le ricchezze che questo, via via, sottraeva alla Sicilia. Il ricavato di tale vendite, ovviamente, finivano nelle casse di Torino e veniva poi investito nel Nord Italia.
Un ultimo particolare da non sottovalutare è che i terreni sottratti alla Chiesa, così come quelli provenienti dalle liquidazioni di usi civici, non andavano ai contadini rimasti senza lavoro ma a speculatori o, nella migliore delle ipotesi, ad agricoltori già abbastanza ricchi.
Mentre i terreni del demanio di uso civile andavano, e in quota doppia, ai garibaldini (o ai sedicenti tali) senza concorso e senza che a quest’ultimi si chiedesse se fossero o no lavoratori della terra. Insomma, un’altra truffa a vantaggio degli unitari e a danno del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana.

venerdì 14 ottobre 2016

Il Veneto nel 1866 non è mai stato ceduto all'Italia (seconda parte)



Nella prima parte avevamo lasciato il prode commissario italiano Thaon di Revel alle prese con una grana diplomatica non da poco: il Governo italiano aveva indetto il plebiscito, fissato le date e stabilito le modalità con un Regio Decreto ufficiale ignorando completamente il ruolo di garante internazionale del commissario francese Leboeuf, il quale, lo ricordiamo, rappresentava l'Impero Francese, che in quel momento aveva una sorta di protettorato internazionale temporaneo sul Veneto.

Il bravo Revel, dopo qualche bugia, un po' di riverenze e delle false rassicurazioni all'offeso commissario francese Leboeuf, conclude la sua lettera di scuse riconoscendo il ruolo del commissario francese: “Io posso quindi dichiararvi nel modo il più formale, che il Governo del Re [Vittorio Emanuele II], mio augusto Sovrano, non ha inteso, né intende intralciare menomamente l'opera vostra, quale Commissario di Sua Maestà l'Imperatore dei Francesi. Non prenderò ingerenza nelle cose di queste provincie se non quando per la retrocessione che avete missione di fare, diventate libere, mi richiedessero del mio intervento. [...] Mi lusingo che accogliendo queste mie leali assicurazioni, darete corso alla vostra missione, ricevendo la consegna di Venezia dalle Autorità austriache e rimettendo il Veneto ai tre notabili, che avete chiamati a voi e che stanno aspettando i vostri ordini.”
Il Leboeuf crede alle rassicurazioni mendaci del commissario italiano, e risponde il 18 scrivendo: “Ho l'onore di informarvi della ricezione della lettera con cui mi fate sapere che il Governo di Firenze non ha mai pubblicato come Decreto, ma semplicemente delle istruzioni relative al Plebiscito. In conseguenza di questa dichiarazione, mi felicito di potervi dire che nulla s'oppone più alla remissione di Venezia e del Veneto [originale: “de Venise et de le Vénétie”], che potrà aver luogo domani mattina, così com'era stato inizialmente convenuto”.
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Appena il francese viene riportato alla convinzione iniziale, Revel telegrafa al Ministero della Guerra a Firenze [allora Capitale del Regno d'Italia]: “Domani alle 8, senza alcuna solennità, nell'alloggio di Leboeuf, si farà cessione Venezia retrocessione ai Notabili. Leboeuf pronunzierà allocuzione ai Notabili, dalla quale eslcusa ogni allusione al modo di votazione del Plebiscito.”
E così avvenne. La cessione del 19 ottobre venne proclamata con questa formula, pronunciata dal commissario Leboeuf: “A nome di Sua Maestà l'Imperatore dei Francesi ed in virtù dei pieni poteri e mandato che ha voluto conferirmi [...] dichiariamo di rimettere la Venezia a sé stessa, affinché le popolazioni padrone dei loro destini, possano esprimere liberamente, con suffragio universale, il loro volere a riguardo dell'annessione della Venezia al Regno d'Italia”.
Ma Revel ci descrive anche gli interessanti momenti successivi: “Ciò detto, il conte Michiel a nome della Commissione diede atto al generale Leboeuf della rimessione della Venezia a sé stessa. Firmarono il processo verbale in duplice copia: Leboeuf – Luigi Conte Michiel – Edoardo Cav. De Betta – Emi-Kelder dott. Achille [sic]”.
Come avrete notato dalle rimostranze del commissario francese, dalle paure e dalle ammissioni del commissario italiano, dalla formula di cessione utilizzata e dalle firme delle 4 persone che hanno sottoscritto l'atto di cessione, i personaggi coinvolti in quel 19 ottobre sono il commissario francese Leboeuf, a rappresentare la Francia, e i tre notabili, a rappresentare il Veneto: la Francia, insomma, ha ceduto il Veneto a sé stesso, cioè, come prevedeva l'accordo internazionale, gli ha concesso di autodeterminarsi con una consultazione popolare autogestita.
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Ecco dunque, che il Plebiscito avrebbe dovuto essere liberamente organizzato dai 3 rappresentanti delle libere popolazioni venete, cui era riconosciuto uno status internazionale particolare, con la piena possibilità dell'opzione “indipendenza”, temuta fortemente dal Governo italiano (cit. “si creava un'autorità speciale sul Veneto, che poteva dar luogo a qualche aspirazione autonoma od anche repubblicana per Venezia”), che approntò i metodi mafiosi e liberticidi che ormai tutti conosciamo proprio per negare ai Veneti il diritto di autodeterminarsi come riconosciuto, garantito e sancito dalla Pace di Vienna del 3 ottobre 1866: la sovranità dei Veneti riconosciuta con un trattato internazionale dai due Stati più potenti dell'Europa continentale (l'Impero Austriaco e l'Impero Francese), dal Regno d'Italia stesso, e col benestare del Regno di Prussia (alleato dell'Italia nella guerra del 1866).
A riprova di questa ricostruzione, poi, c'è il fatto che i 3 notabili “rappresentanti” del territorio veneto si sono recati dal Re d'Italia Vittorio Emanuele II il 4 novembre 1866 a consegnare i risultati ufficiali del plebiscito veneto del 21-22 ottobre, che essi stessi notabili avrebbero dovuto organizzare in tutto il Veneto che rappresentavano per investitura internazionale. La rappresentanza è tale che sono quei 3 notabili che consegnano il Veneto nelle mani, letteralmente, del Re d'Italia. Non è un caso, si osservi, che il Regio Decreto di annessione delle “provincie [sic] della Venezia e di quella di Mantova” possa essere promulgato proprio con data “Torino, 4 novembre 1866” (RD n. 3300 del 4.11.1866, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il giorno successivo).
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Perciò, se qualcuno ancora si chiedesse “Ma allora, se non fossimo in Italia, saremmo tornati con l'Austria?”, sappia che storicamente la vera alternativa per i Veneti nel 1866 non era tra un Veneto italiano o un Veneto austriaco (né un Veneto francese, come ha ipotizzato qualcuno), ma tra un Veneto italiano, o un Veneto indipendente.
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Alessandro Mocellin

Fonte: http://www.veja.it/