sabato 8 ottobre 2016

Accadde 134 anni fa...

Fonte: Vota Franz Josef

Nel 1882 il gendarme Virgilio Tommasini e il sergente Apollonio, che il 16 settembre precedente avevano arrestato Gugliemo Oberdank, vengono decorati rispettivamente con la croce al merito d’argento e d’oro. La cerimonia ha luogo davanti al Capitanato di Gradisca (Casa de Zattoni) alla presenza delle Autorità, della banda civica e del locale Corpo dei Veterani" (vedi post precedente).
Il terrorista, stragista ed assassino di innocenti minorenni, intendeva uccidere l'Imperatore come tutti sanno, ma dieci giorni prima tirò le sue bombe "Orsini" sulla folla assiepata per un corteo patriottico (naturalmente austriaco).
Per questo motivo dovette tornare ad Udine per rifornirsi di altri ordigni. Gli esplosivi di quelle bombe si trovavano nelle farmacie (clorato di potassio e fulminato di mercurio) e per questo motivo, diversi farmacisti istriani, friulani e probabilmente anche veneti, erano coinvolti nel complotto.
Molti farmacisti erano anche massoni, come i capi dell'organizzazione "Per l'Italia Irredenta" che si dedicava alla sedizione e al terrorismo internazionale, esattamente come l'Isis, Al Quaida, Ezbollah, Settembre Nero eccetera.
I fondatori dell'irredentismo terrorista erano due napoletani: il gen. Avigliana e Matteo Imbriani. Quest'ultimo ne era il capo ed in suo onore, è stata dedicata un'importante via a Trieste. Chi dal Corso intenda raggiungere Piazza della Caserma Grande, deve percorrere l'importante "Via Imbriani".
Piazza della Caserma Grande viene ora chiamata "Piazza Oberdan" senza la K finale, eliminata dagli italiani, non prima di 12 anni dopo la sua esecuzione. Il Corso ora si chiama "Corso Italia" ed il trinomio Italia-Oberdank-Imbriani dovrebbe dire tutto. Se fossimo massoni come i patrioti italiani, probabilmente ne faremmo dei simboli esoterici da spargere segretamente in giro, ammesso che non l'abbiano già fatto. Un triangolo con una bocca che dice "IOI", potrebbe andar bene.
Perchè gli irredentisti organizzarono la sanguinosa spedizione di Oberdank?
Perché un paio di mesi prima fu firmato l'ingresso dell'Italia nella successivamente detta "Triplice Alleanza". Essi speravano di generare la massima tensione tra Italia ed Austria, forse anche un'invasione seppure tale ipotesi era campata per aria, vista la natura estremamente collaborativa degli italiani nelle indagini di polizia.
Anzi, con tutta probabilità fu la polizia italiana ad informare la nostra,di come catturare il terrorista Oberdank. E con buona probabilità furono gli stessi irredentisti a tradirlo, arrabbiati per la strage che commise, tirando le sue bombe sulla folla. lo stesso giorno,una folla di triestini assaltò il consolato d'Italia rompendone le finestre, non riuscendo a penetrarvi grazie al solerte intervento delle autorità.
Le cronache non sono tanto dettagliate da dirci cosa esattamente gridava la folla di triestini inferociti, ma per analogia con quella dei 23 maggio 1915, le parole avrebbero dovuto essere "abbasso le pigne", "i cabibi", "i cifarielli", eccetera. "Maledetta barca che li ga portai", sarebbe stata creata solo il 3 novembre del 1918. Nel 1982 comunque, non c'erano dubbi, su chi fossero gli autori della strage.
Lo sdegno per l'attentato terrorista riempiva i giornali di tutto il mondo e tutta l'Europa discuteva sul coinvolgimento dell'Italia. I media austriaci assicuravano che il Governo italiano era estraneo: perché avrebbe dovuto fare una tale stupidata, due mesi dopo essere entrato nella Triplice Alleanza?
L'iniziativa di Oberdank aveva causato all'irredentismo, più danni di una guerra persa. Ma d'altra parte era una testa bizzarra fin da piccolo: i parenti di sua madre non vogliono sentirne parlare ancora oggi.
Se Imbriani scelse lui e non un'altro, affari suoi. Probabilmente gli costò anche poco, perché la sua situazione economia era disastrosa, dopo aver perso la borsa di studio non avendo dato nemmeno un esame e dandosi alla dolce vita romana.
Il maiale assassino aveva dunque ucciso dei propri concittadini. La stessa cosa avrebbero fatto Battisti e Filzi ed avrebbe tentato di fare Sauro che riuscì solo a ferirne diversi, perché nelle sue maldestre "incursioni" non uccise mai nessuno e non colpì alcun bersaglio.
Anche quei traditori dei "volontari irredenti", uccisero qualche loro concittadino, sul Podgora dove furono comunque sterminati quasi tutti. I loro concittadini erano i romanzofoni di Zara che gli stavano di fronte.
Secondo la loro folle mentalità, i zaratini ed altri dalmati che li combattevano sul Podgora, avrebbero dovuto essere "connazionali", visto che entrambi avevano studiato l'italiano a scuola e parlavano lingue madri simili in società, in casa e tra gli amici.
Ma tale convinzione era errata: non si appartiene ad una nazione solo per la lingua scolastica, serve condividere anche gli stessi usi e costumi.
Gli irredentisti che tradirono la loro patria e spararono sui loro concittadini, erano certamente italiani, perché condividevano l'usanza e l'inclinazione al tradimento.
Coloro che avevano studiato l'italiano a scuola, rimasero fedeli all'Austria e combatterono per difenderla dall'aggressione del Terzo Mondo, non potevano essere "italiani" in alcun modo.
Erano solo dei normalissimi, buoni cittadini mitteleuropei... gente onesta, leale e piena di senso civico.

I nostri pittori di Marina, si interessavano anche dei fuochisti.


Fonte: Vota Franz Josef



E ne avevano motivo, essi si sacrificavano in modo a dir poco eroico, come in occasione di un'incursione del dicembre 1915, quando alcuni di essi erano stati feriti da colpi dell'artiglieria nemica, scatenata all'inseguimento dell'incrociatore Helgoland.
L'inseguimento fu molto avventuroso, con le nostre navi praticamente spacciate perchè tagliate fuori da Cattaro, anche da una flotta mista anglo-franco-itali...ana, che sopraggiungeva da Nord.
Il comandante Heyssler riuscì a gabbarli tutti con una finta verso le coste italiane e sgusciarli davanti alle prue mentre essi non potevano tirare perchè avrebbero pututo colpirsi tra di loro, trovandosi poco dopo nell'oscurità perchè aveva tenuto conto dei tempi del tramonto e del crepuscolo.
In quella occasione, i fuochisti riuscirono a superare la velocità massima prevista, nonostante alcuni fossero feriti ed una caldaia fosse fuori uso. Il comandante aveva mandato altri marinai a dargli una mano ma i fuochisti li respinsero e continuarono a spalare con il sangue alle mani, per una durata totale di oltre due giorni i lavoro ininterrotto.
Furono anch'essi decorati, ma Heyssler fu rimosso dall'ammiraglio Haus perchè nonostante la brillantissima fuga che aveva scatenato l'ammirazione dei britannici (figuriamoci se gli italiani ed i francesi potessero riconoscere la bravura del nemico), aveva perso due Zerstorer nella prima fase dell'azione.

giovedì 6 ottobre 2016

Il Principato delle Asturie fu il primo a dichiarare esclusi due "Principi delle Asturie", padre e figlio: Carlo Ugo e Carlo Saverio.



Recentemente alcuni media asturiani, facendo eco ad un articolo superficiale e senza documentazione di una rivista digitale appropriatamente chiamata Vanitatis, hanno parlato del supposto Principe delle Asturie carlista (il quale, se fosse vero, dovrebbe essere chiamato semplicemente Principe delle Asturie legittimo, il vero Principe delle Asturie). Insieme a ciò hanno attribuito all'ex-principe Carlo Saverio (di Borbone Parma e Lippe-Biesterfeld) la guida del Carlismo; e ciò è tanto radicalmente falso da essere risibile. Carlo Saverio non è altro che un signore olandese molto ricco, un alto impiegato di banca speculativa, sposato con una giornalista senza alcun rango, e la cui ignoranza ti tutto ciò che ha a che vedere con il Carlismo è pari a quella dell'autore dell'articolo apparso su Vanitatis. Del resto non è cattolico. Non è cattolico il padrino del figlio Carlo Enrico (un plebeissimo e bellissimo bambino al quale i media hanno attribuito il titolo di <<Principe delle Asturie carlista>>) che non è altro che il fratello del Re d'Olanda, calvinista dichiarato. Per non parlare dei passi falsi precedenti.

Si da il fatto che molti anni fa,  quando l'allora giovane Carlos Saverio sembrava che potesse superare e contrastare il tradimento di suo padre Carlos Ugo alla causa carlista, è stata la Juventudes Tradicionalistas Asturianas  la prima che ha lanciato una campagna per farlo conoscere. Quando Carlos Saverio era il Principe delle Asturie, come nipote dell'ultimo legittimo re di Spagna, Don Francesco Saverio di Borbone e Braganza, e nipote del Reggente, Don Sisto Enrico di Borbone e Borbone Busset. Di tale campagna si discuterà un'altra volta.

Però poco dopo, come accadde vent'anni prima, dovette essere la Giunta Carlista del Principato delle Asturie la prima a dichiarare l'esclusione del Principe delle Asturie. La prima volta fu con il padre di Carlo Saverio, il già menzionato Carlo Ugo.  Si dichiarava l'esclusione, vale a dire, si dava atto di un fatto: che per contravvenzione ai principi della Tradizione e alle leggi tradizionali di Spagna, un principe perde i suoi diritti e smette di esserlo. In ambo i casi la Giunta Regionale delle Asturie si vide obbligata a prendere l'iniziativa di fronte ad una circostanza anomala, come erano quelle causate dall'assenza di autorità nazionale effettiva della Comunione Tradizionalista in quei momenti. Similmente a come dovette agire nel 1808 la Giunta Generale del Principato delle Asturie, della quale è direttamente successore la Giunta Carlista.

Il documento il cui fac-simile è riportato qui sopra è la dichiarazione che la Deputazione Permanente della Giunta Carlista del Principato delle Asturie emise in Oviedo il giorno 4 novembre 1997. Si tratta dell'originale che rimase per un certo periodo confidenziale. Con indicazione del Reggente Don Sisto Enrico, non venne successivamente diffuso, dal momento che il Duca d'Aranjuez nutriva la speranza di ricondurre suo nipote alla legittimità e alla tradizione. Speranza alla quale non rinunciò fino a poco tempo  fa, quando l'accumulo dei fatti contrari dimostrarono definitivamente l'impossibilità di tale conversione. Di seguito il testo originale:

La diputación permanente de la Junta Carlista del Principado de Asturias, ante la falta de organismo superior en el momento presente, ha juzgado necesario hacer pública la presente
DECLARACIÓN:
En 1977, a la muerte en el exilio de S.M.C. Don Javier de Borbón (q.s.g.h.) la normal sucesión se vio truncada por la inhabilitación en que había incurrido su hijo mayor D. Carlos Hugo por su infidelidad a los principios de la Tradición y por su aceptación del régimen imperante.
Desde entonces la Comunión Tradicionalista estuvo bajo la regencia de la Reina viuda Doña Magdalena de Borbón (q.s.g.h.) y del Infante Don Sixto Enrique, Abanderado de la Tradición, en la esperanza de que el hijo mayor de D. Carlos Hugo, S.A.R. Don Carlos Javier de Borbón, cumpliría su deber al alcanzar la mayoría de edad. Es aquí donde comienza la responsabilidad de esta Junta, al haber reconocido a Don Carlos Javier como Príncipe de Asturias legítimo.
Han pasado ya varios años desde que el Príncipe Carlos Javier cumplió la mayoría de edad; sin que, a pesar de algunos signos esperanzadores, haya manifestado su disposición a desempeñar las obligaciones de su rango o a prestar juramento de fidelidad a los principios tradicionales de las Españas y a los derechos y libertades de este Principado.
Por el contrario se dan los siguientes hechos: D. Carlos Javier utiliza documentación española conforme a la legalidad vigente, extremo que siempre había sido evitado por los príncipes de la Dinastía legítima por lo que representa de acatamiento a la usurpación reinante. Ha evitado recibir formación militar, indispensable para el desempeño de sus funciones. Y ha mostrado en otros aspectos su adaptación a los contravalores dominantes.
Los anteriores errores pueden encontrar justificación o disculpa, y atribuirse a inexperiencia o mal consejo. Pero recientemente D. Carlos Javier ha dado otro paso que muestra a las claras su absoluto abandono de las responsabilidades dinásticas y políticas que le corresponden: acompañado de su hermana Dña. María Carolina, ha asistido en Barcelona a la boda de Iñaki Urdangarín con la hija menor del Jefe del Estado, cuya familia representa desde 1833 la antítesis absoluta de la Familia Real carlista.
Este gravísimo error ha sido además innecesario y vergonzoso: la Casa Ducal de Parma fue invitada a la boda por La Zarzuela, sin que se esperase que viniera ninguno de sus miembros. A pesar de la invitación, La Zarzuela suprimió su nombre de la lista oficial de invitados facilitada a los medios de información y su presencia de las fotografías oficiales. Para redondear la humillación, la Infanta Dña. María Teresa (tía de D. Carlos Javier y colaboradora habitual del olvidado D. Carlos Hugo) intentó en el último momento que el diario ABC se hiciese eco de la presencia de sus sobrinos en la boda.
Nos parece manifiesto, pues, que D. Carlos Javier renuncia a sus derechos sucesorios. Éstos pasan, y así lo declaramos, a su hermano menor Don Jaime de Borbón y Lippe-Biesterfeld; de quien esperamos una pronta respuesta.
Entretanto, renovamos nuestra expresión de acatamiento a la regencia de S.A.R. Don Sixto Enrique de Borbón, a quien se comunica la presente Declaración.
En Oviedo, a cuatro de noviembre de mil novecientos noventa y siete, festividad de San Carlos Borromeo, Día de la Dinastía Legítima.





Refrendan esta declaración con su firma: Pablo García-Argüelles Arias. Luis Infante de Amorín. Gonzalo Mata Fernández-Miranda. Jesús de Pedro Suárez. Víctor Rodríguez Infiesta. Manuel de Vereterra Fernández de Córdoba.

Purtroppo, anche Giacomo di Borbone Parma, che era il seguente in ordine di successione, ha seguito il medesimo procedere irresponsabile del fratello maggiore, e ha perduto ugualmente tutti i suoi diritti. Però la Dinastia non finisce qui, e le leggi successorie tradizionali ne garantiscono la legittima prosecuzione in tutte queste circostanze.
I leali asturiani, nel frattempo, rimangono vigili. La Monarchia tradizionale e la successione legittima sono troppo importanti per le Spagne, e non si possono lasciare all'arbitrio delle incompetenti mani della vanidades.




Fonte: https://laslibertades.com/2016/10/06/asturias-fue-la-primera-en-declarar-excluidos-a-dos-principes-de-asturias-padre-e-hijo-carlos-hugo-y-carlos-javier/




Di Redazione A.L.T.A.



mercoledì 5 ottobre 2016

Sull'etnocidio




Qualche sera fa, chiacchierando con un'amica sulla situazione di Trieste e del suo territorio, abbiamo toccato, tra i vari argomenti, lo scomodo... tema dell'italianizzazione forzata compiuto dalle forze di occupazione dell'esercito dei Savoia prima, e dal regime fascista nel periodo immediatamente successivo. Quando si parla di questo, molto spesso si rischia di cadere nella facile retorica, sia in una direzione, che nell'altra, sia ben chiaro, quindi, dico io, bisogna muoversi con i piedi ben foderati da calzature di piombo spesso tre, se non quattro dita. L'argomento è scottante e molto delicato, me ne rendo conto e quando osservo che le reazioni di chi si schiera apertamente dalla parte del tricolore, rasentano la fede più cieca, capisco che il lento lavorare ai fianchi delle istituzioni è stato oltremodo efficace, compiuto con un'intelligenza tale, che mi vien da pensare che se le energie impiegate per questo compito fossero state spese verso altre direzioni, magari per qualcosa di socialmente più utile, forse la situazione in questo strano paese stivaliforme bagnato dal Mediterraneo e baciato dal sole, sarebbe senza dubbio migliore e più stabile. Ma che ci si potrà mai fare? Mi chiedo subito dopo. Così è stato e non si può certamente tornare indietro. Da parte nostra, diciamo da parte degli storici, si può soltanto tentare di raccogliere i cocci che affiorano malamente, ben nascosti tra le strade cittadine, tra palazzi, piazze e giardini e dentro a quello che rimane della nostra memoria collettiva, e provare a sigillarli strettamente fra loro, sperando di non lasciarne fuori neanche uno. Un compito arduo, mi scappa da pensare, scuotendo la testa, quando a volte la sera, immerso nei documenti ingialliti che caparbiamente continuo a raccogliere, faccio il resoconto delle giornata trascorsa. A volte invece tutto sembra chiaro e logico e allora l'ottimismo prende superbamente il posto dei pensieri neri e tutto mi sembra possibile.
Dicevo della chiacchierata dell'altra sera. Tra le varie cose dette, ad un certo punto mi scappa una parola, un termine forse, a parere della mia amica, improprio, forse non usato a proposito. Etnocidio. Il punto è capire se effettivamente mi sia scappato al di fuori da ogni senso del reale, oppure, se in qualche modo, l'operazione compiuta di cui dicevo prima, possa invece rientrare nella logica legata al termine in questione, appunto. Ora, non posso pretendere che nelle poche righe che seguiranno riuscirò a svelare, come si dice, l'arcano, però, partendo dal presupposto che quando si entra in una discussione, lo si deve fare essenzialmente supportati da fatti, io credo di non essere stato in torto quando ho tirato fuori, dapprima timidamente, lo ammetto, ma poi sempre con più convinzione questa parola. Vediamo perché:
Tema piuttosto scottante, come dicevo, quello dell'etnocidio. Scottante e scomodo, aggiungerei. Perché è proprio nell'ottica di chi lo applica sistematicamente che la negazione della sua esistenza diventa a sua volta una costante affermazione della sua realtà effettiva e metterlo alla luce del sole porta con sé, come conseguenza, un grosso rischio: l'essere umano colpito da questo subdolo lavaggio del cervello, fino a quel momento inconsapevole vittima del sistema che lo mette in atto, rischia di trasformarsi in un feroce nemico dello status quo. Voglio spiegarmi meglio e per farlo cercherò di rendere chiaro cosa si intenda effettivamente per etnocidio. Secondo l'antropologo Pierre Clastres, l'etnocidio è la distruzione sistematica dei modi di vita e di pensiero differenti ai quali viene imposta la distruzione. Abbastanza chiaro direi, ma non è tutto. Il dizionario Treccani ne dà una versione leggermente più precisa: forma di acculturazione forzata, imposta da una società dominante a una più debole, la quale in tal modo vede rapidamente crollare i valori sociali e morali tipici della propria cultura e perde, alla fine, la propria identità e unità. La perde a tal punto, aggiungo, che in molti casi si assiste a una negazione violenta delle proprie origini e quasi in una sorta di sindrome di Stoccolma, le persone vittime dell'etnocidio possono manifestare sentimenti positivi (in alcuni casi anche fino all'innamoramento) nei confronti di chi l'ha messa in atto. Curiosa la mente umana, no? È molto interessante assistere a come il cervello, nel tentativo di preservare dalla distruzione l'intero organismo, metta in atto delle strategie di autodifesa che in qualche modo efficacemente lo mettono ai ripari.
Torniamo a noi. Quando si parla di genocidio non ci può essere alcun dubbio. Ce ne sono stati tantissimi, il più tristemente noto dei quali è senza dubbio quello ai danni degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma non solo. Pensiamo al popolo armeno, quasi distrutto dai turchi, o a quello dei tutsi in Ruanda negli anni novanta. Insomma, è talmente evidente, che sembra quasi inutile discuterne. Ci sono le prove e se non sono così lampanti è perché sono ben celate, ma prima o poi vengono fuori. È matematico. L'etnocidio è più subdolo e meno evidente. Più nascosto, mascherato. Se il genocidio è un infarto, quindi, l'etnocidio è un cancro che lentamente si espande e non ti lascia scampo. È un lento lavorio ai fianchi di chi, per un motivo o per l'altro, non è in grado di opporre resistenza, di difendersi, o perché non in possesso di sufficienti strumenti culturali, o perché, come nel nostro caso, stremati da anni tremendi, di distruzione totale a seguito di una guerra assurda, ci si muoveva a tentoni, orfani di un mondo dissolto, in una città che era diventata la triste imitazione di se stessa, nella flebile speranza che una nuova paternità avrebbe potuto riportarci agli splendori di un tempo, così vicino in termini temporali, ma talmente tanto lontano per altri versi, da sembrare irraggiungibile. Una città svuotata della sua gioventù, una città che assisteva impotente all'abbandono di chi, in preda a paure spesso motivate, si rifugiava nei territori più interni di quello che aveva rappresentato forse il primo tentativo moderno di superamento dei confini mentali legati all'idea nazionale che tanto prepotentemente era esploso invece in quei tremendi cinque anni di follia collettiva e che sarebbe proseguito poi, con alterne vicende per tutto il ventesimo secolo. Se di una cosa sono assolutamente certo è che l'idea nazionale è stato la peggior maledizione che poteva capitarci. E nel nome dell'idea nazionale che nei nostri territori e nella nostra città prende piede questo sistematico lavaggio del cervello, che io, forse ingenuamente e fuori luogo, definisco oggi etnocidio.
Il piano è semplice. Di una semplicità disarmante da sembrare quasi ovvio. Secondo uno schema orwelliano, si agisce sulla memoria collettiva, trasformandola. Come? Innanzitutto bisogna negare qualsiasi appartenenza a etnie che non siano quella ufficialmente riconosciute e gradite. Nel caso specifico, quella italiana. Quindi: esaltazione dello spirito latino, incensandone nomi e figure (che assumono spesso la valenza di eroi), storia e tradizioni che inevitabilmente vengono precedute dai sostantivi “sacro, sacra, sacri, sacre” e quando si parla di sacralità c'è veramente poco da scherzare. Davanti a questo termine ci si può solo inchinare ossequiosamente e nella più totale commozione. Ed ecco che figure, che in altri tempi verrebbero accomunate a quelle di terroristi, si ammantano della sacralità (ancora!) legata al sacrificio estremo. Quello compiuto per la Patria (sacra, ovviamente) ed ecco che Willhelm Oberdank, ad esempio, diventa Guglielmo Oberdan, e da anarchico, quale, secondo alcune fonti, in effetti era, si trasforma ufficialmente nel più celebre martire immolatosi per l'italianità di queste terre.
Come si può manipolare dati e fatti, con estrema facilità, vero? Ma tutto questo rientra nelle modalità proprie dell'etnocidio, di cui questo è soltanto uno dei tanti sistemi di aggressione dell'organismo. In realtà bisogna attaccare su più fronti. Ovviamente accanto a questa creazione di figure eroiche, che devono diventare un simbolo nella memoria di tutti, si procede anche in altre direzioni, naturalmente tutte collegate fra loro, perché la parola d'ordine è negazione della realtà effettiva e costruzione obbligatoria di una realtà fittizia che sostituisca in breve la prima. Quindi: cambio forzato dei nomi propri e dei cognomi originari non di origine italiana. Mi sembra evidente. Togli le radici a un albero e questo in breve crolla, a meno che... a meno che una bella pianta rampicante lo sostenga e gli fornisca una parvenza vitale. Se poi al suo interno l'albero è morto, poco male. Si tratta solo di un effetto collaterale di poco conto. Ciò che conta è che l'albero, prima di morire, sparga i suoi semi al suolo e che nuove piantine possano crescere belle forti e inconsapevoli. È curioso notare come, peraltro, i primi cambi di cognome effettuati già dal 1919 utilizzino una legge austriaca del 1826 non ancora cancellata, che prevede la modifica del cognome su richiesta dell'interessato. Nel 1923 le cose cambiano. Via le leggi austriache ancora in vigore nei nostri territori e spazio a quelle italiane che ad esempio prevedono anch'esse il cambiamento di cognome a richiesta, con la piccola differenza che se prima erano gratuite, adesso va pagata una tassa. Nel 1926 si cambia ancora e vengono istituite norme speciali per la restituzione e la riduzione alla forma italiana gratuita dei cognomi.
Ora non vorrei dilungarmi troppo su questo aspetto del concetto di etnocidio, rimandandovi piuttosto al testo fondamentale di Paolo Parovel “l'Identità Cancellata” che prende in esame la questione sotto vari aspetti, fornendo inoltre un'accurata lista di cognomi “trasformati” che per il numero che raggiunge fa veramente spavento. Qui si parla di circa centomila abitanti che hanno visto il loro cognome subire un'italianizzazione, o sotto forma di semplice traduzione dalla lingua originaria, o per mezzo di fantasiose assonanze. Ma di questo non voglio parlar oltre. Sappiate soltanto che tutto ciò non è una fantasia notturna ma sono dati reali debitamente raccolti negli archivi o nelle gazzette ufficiali del periodo. Uno degli altri subdoli aspetti dell'etnocidio compiuto ai nostri danni è quello della trasformazione dei toponimi. E qui i nostri sentiti ringraziamenti vanno, tra gli altri, alla nobile e tanto decantata Società Alpina delle Giulia, ai tempi Società degli Alpinisti Triestini, che pensa bene di mutare i nomi di paesi, fiumi, laghi, eccetera eccetera, trasformando i nomi originali, nella cartografia fornita tramite il Touring Club Italiano, in altri, anche molto belli, lo ammetto, ma assolutamente improbabili, di chiara matrice italiana. Poi naturalmente le cose vanno avanti e il tutto diventa ufficiale e ci pensa il Regio Istituto Geografico Militare a sistemare una volta per tutte le cose e così, che ne so, Stanjel diventa San Daniele del Carso, Dolina, San Dorligo della Valle e Boljunz, Bagnoli della Rosandra.
E quindi il lavaggio del cervello procede spedito. Sempre dritto senza ripensamenti. E così si chiudono le scuole tedesche e quelle slovene e quelle croate e diventa proibito esprimersi nei luoghi pubblichi utilizzando la “barbara” lingua s'ciava. E si sa, gente tranquilla non vuole storie. E la gente tranquilla, che pensa a lavorare e a passare il tempo rimanente con la propria famiglia, fa presto ad adattarsi alla situazione e allora tutti alle scuole statali italiane, scuole nelle quali, naturalmente i bambini inconsapevoli vengono bombardati da nozioni assolutamente fuorvianti rispetto alla realtà effettiva e alla storia del loro padri e dei loro nonni al punto tale che i nemici della Patria risultano alla fine essere gli stessi che alla sera i bambini si ritrovano in casa. Gli stessi nonni e padri che fra loro barbaramente si esprimono in questo strano idioma pieno di consonanti. E intanto che il tempo passa, le convinzioni di questi giovani cervelli si fanno sempre più profonde. A scuola si cantano i canti che narrano le gesta di questi eroi immolatisi per la Patria, gli eroi del Piave, Pietro Micca, Maroncelli, i fratelli Bandiera. È tutto un flusso inarrestabile di retorica che viene sparsa a piene mani da questi maestri giunti da terre lontane che hanno sostituito in tempi brevissimi, quegli altri, quelli di prima, e che ora sono a pieno titolo i veri portatori del messaggio identitaria nazionale. Nel corso degli anni tutto questo diventa ordinaria amministrazione e nessuno ci pensa più. Operazione perfettamente riuscita. E intanto che i vecchi se ne vanno e i giovani diventano vecchi a loro volta, preparandosi ad andare per lasciare il posto ai nuovi giovani, tutto questo sembra non avere più alcuna importanza. Le fiabe raccontate sono ormai diventate realtà e tutto si è compiuto. La spugna è passata sul volto del tempo e l'ha trasfigurato.
Questo in definitiva è il senso dell'etnocidio, come scrivevo prima un cancro che si insinua lentamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ma la conoscenza è alla nostra portata. Non scordiamolo mai. Abbiamo tutti gli strumenti a disposizione per ritrovare una volta ancora il senso delle cose. Il senso della nostra realtà. Sta a noi e soltanto a noi far scattare i meccanismi di difesa, gli anticorpi che ci salveranno la vita, che ci rimetteranno a posto con il nostro passato colpevolmente sepolto e celato una volta per tutte.

lunedì 3 ottobre 2016

Piccolo ripasso del legittimo Stato di diritto della Monarchia spagnola...





Il legittimo Stato di diritto e legislativo della Monarchia spagnola stabilisce una successione semisalica agnatica alla Corona. Una prammatica contro questa norma non può stabilirsi senza il concorso delle Cortes convocate espressamente a tal fine.

Non si può nemmeno considerare i discendenti di un matrimonio diseguale, non dinastico, come successori al Trono. In ambo i casi, i tentativi di <<aggiornamento>> per via di fatto o di decreto sono esempi di dispotismo assolutista, anche quelli dipinti da <<progressismo>> .


Fonte: Carlismo

domenica 2 ottobre 2016

2 Ottobre 1833- 2 Ottobre 2016: CLXXXIII anniversario del Carlismo

CLXXXIII anniversario del Carlismo (Sollevazione di Talavera de la Reina, 1833). ¡Viva Carlos V!


Fonte: Carlismo 

Veneto libero e indipendente. La storia dà ragione ad un popolo


Fonte:http://www.lindipendenzanuova.com/

di ROMANO BRACALINI –Il Veneto fu un losco bottino di guerra. L’Italia lo ebbe grazie alla mediazione francese tra Prussia ed Austria perché apparisse meno scandaloso il fatto che gli unici a trarre profitto dalla campagna del ’66 fossero gli italiani che, alleati dei prussiani, vincitori sul campo, erano stati sconfitti a Custoza e Lissa dagli austriaci. Bisognava dare al nuovo acquisto una parvenza di legittimità popolare, e il 21 ottobre si svolse il plebiscito con il quale si raggirò un’altra volta il popolo veneto. Già il nome, plebiscito, celava l’inganno: un risultato che si dava per scontato. E infatti su 647.426 votanti (su una popolazione di 2.603.009 abitanti) i voti contrari, secondo i dati ufficiali, “furono solamente 69”.
La truffa era evidente. A lungo rimase vivo nel sentimento d’ogni veneto, il rammarico e l’umiliazione d’essere stati considerati poco più che merce di scambio. La Serenissima, San Marco, divennero riferimenti di nostalgia. Il Senato di Venezia parlava veneto, lingua d’uso della Repubblica e della letteratura. Annesso all’Italia, il Veneto divenne un territorio marginale, politicamente irrilevante, in cui la povertà diffusa costringeva gli abitanti all’emigrazione, come le plebi meridionali. I veneti erano chiamati “terroni del Nord”, si rideva dei veneti ubriaconi, le servette del cinema romano parlavano veneto, i pochi carabinieri settentrionali erano veneti. La stessa parlata veneta era oggetto di divertimento e di canzonatura.
Sotto l’Italia il Veneto decadde da ogni ruolo. La politica la facevano i piemontesi e i meridionali. Lombardi e veneti ne diffidavano. Il Veneto aveva conosciuto altre stagioni di decadenza e di abbandono. Dopo la caduta della Repubblica, Venezia cadeva a pezzi; sembrava destinata a morte sicura. I 3000 gondolieri si erano ridotti a un decimo. Si calcolava che i poveri fossero più di 10.000 su una popolazione che in pochi anni era scesa da 175.240 a 100.00 abitanti (l’antica nobiltà perduto ogni ruolo, s’era come eclissata). L’imperatore Francesco I d’Austria volle prendere qualche misura in suo favore e il 29 febbraio 1829 la dichiarò porto franco. In pochi anni Venezia rinacque. Il centro storico venne risanato anche per iniziativa dei proprietari di case, dei commercianti, degli imprenditori che avevano spinto l’amministrazione comunale ad ampliare, demolire, migliorare campi e strade, costruire ponti, interrare canali. Venne costruito il ponte ferroviario che collegava Venezia alla terraferma. La città ebbe l’illuminazione a gas e un nuovo macello nel sestiere di Cannaregio.
Fu l’Austria a intuire le straordinarie capacità d’attrazione della città, varando un programma di valorizzazione del patrimonio storico e artistico e incrementando il fenomeno nuovo del turismo di massa, che contribuì a risanare le casse pubbliche e a ridare nuovo impulso ai commerci. La vita di Venezia scorreva spensierata e allegra. Per il carnevale del 1848 arrivarono in città dai sessantamila ai settantamila forestieri; i caffè di piazza San Marco erano affollati, le divise bianche degli austriaci non costituivano alcun imbarazzo. Venezia austriaca non sarebbe sembrata più straniera di quella italiana. L’amministrazione, al contrario di quelle italiana, era efficiente e equa. Gli stessi avversari del governo erano costretti a riconoscere: “C’era uguaglianza dinanzi alla legge, uguaglianza nelle tassazioni, tolleranza universale e assenza di arbitrio”.
Il teatro La Fenice, dopo l’incendio del 1836, era stato ricostruito a tempo di record, e più bello di prima. Nel 1841, con la posa della prima pietra del ponte lagunare fra Venezia e la terraferma, 3600 metri su 333 archi, ebbero inizio i lavori della “Ferdinandea”, la ferrovia Milano-Venezia. Alla fine del 1842 venne inaugurato il primo tratto fra Padova e l’inizio della laguna, 65 minuti di percorso. Lo sviluppo della rete stradale rese più celere il servizio postale. Le poste nei territori soggetti all’Austria costituivano una privativa regia. La direzione generale delle poste era a Verona. Doveva venire l’Italia per rimpiangere l’Austria.
L’Italia fece peggio dappertutto, avendo l’aria di fare meglio degli antichi Stati. Si cancellarono secolari tradizioni, culture, identità, sotto il pretesto dell’uniformità nazionale. Si ottenne esattamente l’effetto opposto. Né il nuovo Stato apparve più dinamico e moderno. Ma i veneti, più di tutti, conservavano il ricordo della repubblica durata più a lungo. “Marco, Marco” era il grido di guerra della Serenissima; grido che insieme alla bandiera torna a ispirare l’antico sentimento di nazione.