domenica 7 agosto 2016

I volenterosi carnefici di Lenin, di Stalin e di Mao

 
 
 
                                                                                                                                                                                         
 
lenin. stalin e mao
 
Il titolo di questo articolo è una chiara allusione all'opera I volonterosi carnefici di Hitler (un libro del 1996 pubblicato in Italia da Mondadori l'anno successivo), scritta dall'autore ebreo Daniel Jonah Goldhagen. In questo libro, l'Autore sostiene la tesi secondo cui non solo i responsabili nazisti, ma tutto il popolo tedesco sarebbe in qualche modo responsabile del genocidio degli ebrei.
 
daniel jonah goldhagen - i volenterosi carnefici di hitler
Sopra: Daniel Jonah Goldhagemn e
il suo libro I volonterosi carnefici di Hitler.
 
Ma se questa e tantissime altre opere, produzioni hollywoodiane, iniziative culturali e musei soni lì ad aiutarci a «non dimenticare» le atrocità hitleriane, un silenzio assurdo e colpevole è sceso sui massacri compiuti dai vari regimi comunisti. Eppure, leggendo i resoconti che sono giunti fino a noi, nonostante l'omertà generale osservata dai mass media, sia del tempo che da quelli odierni, non si può non rimanere inorriditi davanti a tanta malvagità e allo stesso tempo increduli di fronte a questo silenzio colpevole.
 
Con la precisione e la puntualità che lo caratterizzano, Jonas E. Alexis ci mette di fronte alle assurde contraddizioni della storiografia moderna, che da una parte condanna energicamente certi crimini e dall'altra tace su atrocità ancor più gravi solo per una questione di colore politico. E poiché non esistono morti di serie A e morti di serie B, la nostra società non potrà mai dirsi veramente libera e giusta fintanto che questa coltre di silenzio che ormai da decenni nasconde la verità non verrà squarciata.
 
 
Nel suo libro Great Wars and Great Leaders, lo studioso Ralph Raico afferma:
 
«Perché mai è così ovvio che la scelta di una crociata contro Hitler nel 1939 e nel 1940 sarebbe stata moralmente giusta, mentre non lo sarebbe stata una contro Stalin? A quel punto della Storia, Hitler aveva già ucciso parecchie migliaia di persone, ma Stalin ne aveva già ammazzato diversi milioni. Infatti, prima di giugno del 1941, i sovietici si erano comportati in maniera molto più criminale verso i polacchi nella loro zona di occupazione di quanto non lo avessero fatto i nazisti nella loro. Circa 1.500.000 polacchi vennero deportati nei Gulag, e la metà di loro morì entro breve tempo. Come scrive Norman Davies, "Stalin stava superando Hitler nel suo desiderio di ridurre i polacchi alla condizione di una nazione schiava"» 2.
 
ralph raico - great wars and great leaders
Sopra: Ralph Raico e il suo libro Great Wars and Great Leaders.
 
Questo è un punto storicamente razionale, perché noi tutti sappiamo che Iosif Stalin (1878-1953) era già al potere, nel 1932, quando liquidò oltre 5.000.000 di contadini. Nessuna nazione occidentale fece pressioni su lui o gli disse di smettere di macellare quelle persone innocenti. Storicamente parlando, possiamo affermare che i volenterosi carnefici di Stalin erano parte integrante dell'élite dominante. Sappiamo, ad esempio, che i complessi problemi sociali degli anni Venti, come la rivoluzione bolscevica in Russia, erano considerati da molti occidentali come attività rivoluzionarie ebraiche 3.
 
 
Durante la rivoluzione bolscevica, milioni di persone vennero liquidate, inclusi contadini innocenti 4. Inoltre, l'ideologia bolscevica, col suo marxismo-comunismo (e con le sue propensioni diaboliche), iniziò a diffondersi come vento infuocato in Paesi asiatici come la Cina 5, e ovunque arrivarono i rossi iniziò il massacro di milioni di persone 6.
 
I leader politici, sia americani che europei, sapevano perfettamente che il bolscevismo stava creando il terrorismo politico in Russia, e che alla fine avrebbe tentato di conquistare buona parte del mondo. Ad esempio, nel 1931 il Dipartimento di Stato americano pubblicò un rapporto in tre volumi in cui si affermava che le banche ebraiche in Germania avevano inviato grosse somme di denaro a Lenin (1870-1924), a Trotskij (1879-1940) e agli altri astri del bolscevismo per il rovesciamento dello zar 7.
 
Finanzieri ebrei come Jacob Schiff (1847-1920), negli Stati Uniti, e Max Warburg (1867-1946) e Paul Warburg (1868-1932), in Germania, versarono milioni di dollari a favore del movimento bolscevico. Si dice che Schiff abbia donato 20 milioni di dollari al regime, una somma equivalente a miliardi di dollari odierni 8. Entro il 1937, molto prima che Hitler avesse un potere politicamente significativo, Stalin aveva già ucciso per fame o giustiziato qualcosa come 10.000.000 di contadini 9.
 
Sopra: da sinistra, i tre leader bolscevichi più famosi e i loro ricchi finanziatori d'oltre Oceano.
 
carestia artificiale in russia
Sopra: vittime della carestia artificiale voluta da Stalin.
 
Questo periodo della Storia - 1929-1937 - è noto come Olocausto Rosso 10. Entro il 1938, morì un totale di 9,7 milioni di persone, e dal 1939 al 1953, altri 9 milioni di individui persero la vita 11. Dal 1937 al 1939, Stalin giustiziò 50.000 ecclesiastici 12. Il terrorismo di Stalin iniziò ben presto nel 1918, quando
 
«egli ordinò l'esecuzione di tutti coloro che erano sospettati di essere contro-rivoluzionari. Un decennio prima di divenire lui stesso lo zar rosso, Stalin fece bruciare numerosi villaggi di campagna per intimidire i contadini e per scoraggiare le incursioni dei banditi sugli approvvigionamenti di cibo» 13.
 
Il celebre storico Jonathan Otto Pohl scrive che «i coreani sovietici furono la prima popolazione che il regime di Stalin deportò nella sua totalità in base alla loro etnia. Fu un atto di repressione nazionale su grande scala» 14. Lo storico statunitense Norman Naimark ha dichiarato che «una buona ragione potrebbe essere che Stalin intendeva annientare sistematicamente i kulaki come gruppo di persone - e non solo solo metaforicamente come una classe - e che quindi il risultato di questa operazione può essere considerato un genocidio» 15.
 
bambini russi uccisi dalla fame
Giovanissime vittime della carestia artificiale in Ucraina.
 
Più avanti, egli continua: «L'astensione di principio dell'uso del termine "genocidio" può servire sia per scopi politicizzati che per la sua applicazione alle specifiche circostanze storiche» 16. Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, Stalin non smise di terrorizzare i contadini 17. I gruppi minoritari come i greci, i tedeschi, i turchi, i cristiani ortodossi, i lituani e i vlasoviti caddero sotto la falce della pulizia etnica staliniana 18.
 
jonathan otto pohl
norman naimark
Jonathan O. PohlNorman Naimark
 
Per Lenin, il vero nemico era la Chiesa. Egli dichiarò appassionatamente nel 1922:
 
«Ora e soltanto ora, mentre il cannibalismo regna nelle aree colpite dalla carestia, e centinaia - se non migliaia - di cadaveri giacciono sulle strade, possiamo (e perciò dobbiamo) eseguire il sequestro dei beni di valore della Chiesa con l'energia più furiosa e spietata, senza fermarci, schiacciando ogni resistenza [...]. Quindi, vengo alla conclusione inevitabile, la quale è che noi dobbiamo scatenare la battaglia più decisiva e spietata contro il clero oscurantista e schiacciare la sua resistenza con una tale crudeltà che essi non la dimenticheranno per molti decenni» 19.
 
comunismo morte
 
Lo storico Donald Rayfield, dell'Università di Londra, che non è certamente un simpatizzante della Chiesa, ha scritto:
 
«Nelle parrocchie, circa 2.700 sacerdoti e 5.000 tra religiosi e suore furono uccisi. In tutta la Russia ci furono 1.400 sanguinosi scontri tra la Cheka (o l'Armata Rossa) e i parrocchiani, e ci furono oltre duecento processi. Il 20 marzo 1922, la Cheka "accusò" il Patriarca Tikhon di attività controrivoluzionaria, nonostante quest'ultimo avesse manifestato il desiderio di trovare un compromesso; Trotskij voleva addirittura arrestare tutto il Santo Sinodo» 20.
 
demolizione della chiesa di gorky
Sopra: militanti bolscevichi distruggono una chiesa dedicata a San Giorgio nella città di Gorky. In tutta
la Russia, i comunisti distrussero o trasformarono in magazzini 50.000 edifici dedicati al culto cristiano.
 
Diversi membri dell'episcopato russo furono arrestati a Mosca e alcuni di loro furono condannati a morte 21. Anche se si accetta il fatto secondo cui Adolf Hitler (1889-1945) avrebbe ucciso sei milioni di ebrei, non lo si può mettere sullo stesso piano dell'Olocausto rosso di Stalin sia per questioni numeriche che di durata in anni. Come ha notato Steven Rosefielde,
 
«il comunismo si è indelebilmente macchiato di Olocausto rosso. Ciò nonostante, la volontà di negare, offuscare, ammorbidire, mitigare e scusare gli atroci crimini perpetrati dai comunisti contro l'umanità persiste per complesse ragioni personali, partigiane, accademiche, culturali, politiche e pragmatiche» 22.
 
Secondo Rosefielde, durante la pulizia etnica dei contadini, Stalin utilizzò mezzi violenti, incluse le esecuzioni, il terrore e la fame, che iniziarono con un tentativo nel 1917 23. Come egli scrive, «per i bolscevichi la ruralità era l'obiettivo primario, in quanto essa era in netto contrasto con il paradigma marxista di Lenin, fondato sulla criminalizzazione della proprietà privata, degli affari e dell'imprenditorialità» 24.
 
 
Vediamo lo stesso modello applicato nella Cina comunista, dove Mao Tse-tung (1893-1976) «collettivizzò forzatamente le zone rurali» 25. Alla fine, la Cina comunista si rese responsabile della morte di almeno 40 milioni di persone 26. D'altronde, Il libro nero del comunismo ci dice che il regime sovietico e i suoi ideali sono responsabili della morte di 100 milioni di persone. Gli altri storici riducono questa cifra a circa 60 milioni di vittime 27.
 
mao zedong
Sopra: a sinistra, Mao Zedong; a destra, esecuzione di oppositori politici.
 
 
In poche parole, ogni qualvolta l'attività rivoluzionaria ebraica è stata coerentemente seguita, ci sono sempre stati sanguinosi conflitti che hanno dato luogo alla morte di milioni di persone. Quando Mao, ad esempio, seguì la filosofia comunista e socialista, che era uscita dalle penne di persone come Karl Marx (1818-1883), Moses Hess (1812-1875) e Ferdinand Lassalle (1825-1864), lo storico Frank Dikotter ci dice che «tra il 1958 e il 1962, la Cina discese all'inferno» 28. Nel 1949, Mao si recò in Russia per copiare dall'Unione sovietica, e dal 1955 al 1956, egli iniziò ad attuare la collettivizzazione sul modello stalinista 29. Come Stalin, Mao fece piazza pulita della religione:
 
«Per la religione non c'era più posto nella società: chiese, templi e moschee furono trasformati in officine, cucine e dormitori. A Zhengzhou, diciotto dei ventisette edifici dedicati al culto cattolico, protestante e buddista vennero confiscati, e altre 680 stanze affittate privatamente da congregazioni religiose furono espropriate. La città fu orgogliosa di annunciare che a partire dal 1960 il numero dei cristiani e dei musulmani era stato ridotto da 5.500 unità a sole 377. Ora, tutti i diciotto leader religiosi partecipavano alle "attività produttive", tranne tre di essi che erano morti» 30.
 
moses hess
ferdinand lassalle
frank dikotter
Moses HessFerdinand LassalleFrank Dikotter
 
In generale, Mao creò in Cina un inferno vivente, essendo il suo regime responsabile della morte di oltre 40 milioni di vittime massacrate nel giro di soli dieci anni: dal 1952 al 1962. E questo inferno vivente venne rapidamente esteso ai Paesi confinanti come la Cambogia, i cui leader adottarono l'ideologia comunista. La fame nel regno comunista di Mao era così dilagante che un crescente numero di persone iniziò a cibarsi di carne umana 31. Nell'estate del 1958, la carestia era così orribile che
 
«diverse persone cominciarono a disseppellire, a bollire e a mangiare corpi umani. Presto la pratica apparve in ogni regione decimata dalla fame, anche in una provincia relativamente prospera come il Guangdong» 32.
 
bambini cinesi affamati
Sopra: bambini cinesi affamati dal regime maoista.
 
Ci furono diversi casi in cui «numerosi bambini furono mangiati» 33. Altri atti terribili di cannibalismo si diffusero in località come Tongwei, Yumen, Wushan, Jingning e Wudu, mentre i leader comunisti erano perfettamente al corrente di ciò che stava accadendo 34. Ad esempio, in un'altra regione «una donna di settant'anni dissotterrò i corpi di due bambini e li cucinò» 35.
 
Altri atti disumani erano molto diffusi, come quello in cui un bambino di dieci anni venne legato e gettato in una palude in cui morì dopo pochi giorni 36. Altre persone vennero lasciate al freddo nude, e molte di esse morirono; nessuna eccezione venne fatta, anche per le donne incinte 37. In altre circostanze, alcune persone vennero ricoperte per punizione con escrementi e urina.
 
Sopra: vittime della grande rivoluzione culturale inaugurata da Mao nel 1966.
 
Un individuo fu costretto a ingoiare escrementi, e morì alcune settimane dopo 38. Un'altra punizione abbastanza comune consisteva nell'inchiodare al muro le persone per le orecchie 39. Un'altra forma estrema di punizione consisteva nel seppellire le persone vive 40. Di conseguenza, per sfuggire alla tortura, molti finirono per togliersi la vita 41. Ad esempio, «a Shantou, una donna accusata di furto legò i suoi due figli al proprio corpo e si gettò nel fiume» 42.
 
 
Ancora una volta dobbiamo constatare che il marxismo, il comunismo, lo stalinismo - e ora il sionismo/neo-bolscevismo/neo-conservatismo - non sono solamente iniziative politiche o intellettuali. Generalmente, questi movimenti hanno avuto ramificazioni dannose, se sono stati portati avanti con perseveranza. Il loro nucleo era costituito da un rifiuto metafisico del Logos, e rigettando il Verbo divino come misura di ogni cosa questi movimenti hanno finito per abbracciare su larga scala l'opposto della ragione come mezzo estremo metafisico per costruire il paradiso in terra, che nella realtà si è sempre rivelato essere un inferno.
 
comunismo ateo
Sopra: militanti comunisti cinesi distruggono a martellate
statue di Cristo e dei Santi sul sagrato di una chiesa cattolica.
 
Il Libro dell'Apocalisse usa un termine specifico per delineare questa attività diabolica: la Sinagoga di Satana (Ap 2, 9). Probabilmente, Padre Denis Fahey (1883-1954) avrebbe definito questa realtà «il Corpo Mistico di Satana» 43. Questo sistema diabolico, per usare le parole di Winston Churchill (1874-1965), «è stato la molla di ogni movimento sovversivo durante il XIX secolo» 44, e continuerà a scuotere il mondo col suo orrore politico, sociale e spirituale.
 
All'inizio del XX secolo, lo statista inglese aveva denunciato con vigore questo processo dissolutivo in una serie di articoli apparsi sui quotidiani di quel periodo. Tuttavia, anziché mettere in pratica le conclusioni del suo ragionamento, nei decenni successivi Churchill finì per cadere nelle mani dei leader sionisti, che lo portarono rapidamente a considerare sterminatori di massa del calibro di Stalin e Tito (1892-1980) come anime gemelle 45. Ad un certo punto,
 
«quando un assistente gli disse che Tito intendeva trasformare la Iugoslavia in una dittatura comunista sul modello sovietico, Churchill, che era "profondamente entusiasmato dal darwinismo", e che era un convinto assertore della lotta per l'adattamento e per la sopravvivenza di Darwin, e che per qualche ragione nutriva una particolare antipatia per la Chiesa cattolica e per le missioni cristiane, ed era gradualmente divenuto, come diceva egli stesso, "un materialista fino alla punta delle mie dita" 46, rispose: "Intende vivere qui"»? 47.
 
winston churchill - tito broz
Sopra: Winston Churchill e il dittatore rosso Josif Broz detto Tito.
 
Ancora una volta, siamo costretti a pensare che Churchill non poteva non sapere che stava emulando la Germania nazista, quello stesso regime che odiava con passione. Concedeteci per un momento di ritenere che Hitler avrebbe voluto trasformare la Germania in un posto in cui gli ebrei non avrebbero semplicemente avuto nessuna opportunità. Forse Churchill voleva vivere in Germania? Perché mai era così interessato a ridurre la Germania in una condizione di misera schiavitù? Perché odiava così tanto Hitler? Scrive Raico:
 
«Ai massacri compiuti dal protetto di Churchill, Tito, bisogna aggiungere altre stragi: quella di decine di migliaia di croati, e non solo di ustascia (collaboratori dei nazisti; N.d.T.), considerati "nemici di classe" nel tipico stile comunista. Ci fu anche lo sterminio di 20.000 combattenti anti-comunisti sloveni massacrati da Tito e dalle sue squadre della morte. Quando i partigiani di Tito piombarono su Trieste - che il dittatore aveva cercato di conquistare nel 1945 - altre migliaia di anti-comunisti italiani furono liquidati» 48.
 
winston churchill - iosif stalin
Sopra: Winston Churchill e Stalin, il più grande assassino della Storia.
 
Raico continua scrivendo:
 
«Fin dall'inizio delle ostilità, Churchill, come capo dell'Ammiragliato, si prodigò per stabilire un embargo dei beni commestibili destinati alla Germania. Questa fu probabilmente l'arma più efficace adottata da entrambi gli schieramenti durante tutto il primo conflitto mondiale. L'unico problema era che, secondo l'interpretazione comune del Diritto Internazionale - eccetto che per la Gran Bretagna - si trattava di una misura illegale [...]. Ma per tutta la sua carriera, il Diritto Internazionale e le Convenzioni, mediante le quali gli uomini hanno tentato di limitare gli orrori della guerra, per Churchill esse non avevano alcun valore [...]. Circa 750.000 civili tedeschi morirono di fame o per malattie causate dalla malnutrizione. Gli effetti su coloro che sopravvissero furono spaventosi. Parlando di questo embargo, uno storico conclude: "I giovani colpiti (dalla carestia successiva alla Prima Guerra Mondiale) divennero gli aderenti più integrali del nazionalsocialismo» 49. [...] Churchill ebbe un ruolo importante anche nella propaganda pro-britannica e anti-tedesca messa in circolazione da Hollywood prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra 50.
 
Churchill disse chiaramente che Hitler, e non Stalin o Tito, era il suo obiettivo primario: «La sconfitta, la rovina e l'eliminazione di Hitler, escludendo tutti gli altri scopi e propositi» 51. Quando Stalin e gli altri leader comunisti crearono un inferno in Europa nei loro mattatoi rossi, gli osservatori più attenti iniziarono ad essere sconvolti. Ancora una volta la risposta di Churchill fu stupefacente:
 
«Perché dobbiamo fare tanto chiasso per la deportazione operata dai russi dei sassoni (tedeschi) e di altri popoli in Romania? [...]. Non ci vedo nulla di sbagliato nel fatto che i russi utilizzino 100 o 150.000 di queste persone per guadagnarsi la traversata lavorando. Non vedo alcun male nel fatto che i russi deportino rumeni di ogni origine che vogliono lavorare nei loro bacini carboniferi» 52.
 
winston churchill massone
Sopra: da sinistra, due cartoline massoniche commemorative di Churchill. Egli era stato iniziato alla sètta
nella Loggia Studholme No. 1591 il 24 maggio 1901. A destra, Churchill figura tra i membri della Loggia Albion,
dell'Ancient Order of Druids («Antico Ordine dei Druidi»). La foto è stata scattata il 15 agosto 1908 al Blenheim Palace.
 
Nel 1915, dopo avere fatto di tutto affinché le altre nazioni entrassero in guerra, Churchill dichiarò: «So che in ogni momento questa guerra sta annientando e distruggendo migliaia di vite umane, e tuttavia non posso farci nulla. Io amo ogni secondo della mia vita» 53. Churchill voleva distruggere letteralmente la Germania perché era convinto che questa nazione fosse la causa di ogni male nel mondo.
 
Egli dichiarò nel 1943: «Le due radici di tutti i nostri mali - la Germania nazista e il militarismo prussiano - devono essere estirpate. Finché ciò non verrà realizzato, non ci saranno sacrifici che non faremo e nessuna forma di violenza cui non faremo ricorso» 54. Churchill sapeva benissimo che stava diffondendo bugie a spese della verità. Nel suo libro sulla guerra, egli affermò:
 
«La tragedia umana ha raggiunto il suo culmine per il fatto che dopo tutti gli sforzi e i sacrifici di centinaia di milioni di persone e le vittorie della giusta causa, non abbiamo ancora trovato la pace e la sicurezza, e siamo ancora una volta alle prese con pericoli peggiori di quelli che abbiamo superato» 55.
 
Churchill stava seguendo un piano implicitamente diabolico, e questo divenne ben chiaro quando l'inutile distruzione della città di Dresda (nel marzo del 1945) creò il panico in tutta la Germania e in buona parte dell'Europa.
 
«Almeno 30.000 persone sono state uccise, e forse le vittime sono molte decine di migliaia in più. Il Palazzo di Zwinger; la chiesa di Nostra Signora (Frauenkirche); il Bruhl Terrace, dal quale si poteva ammirare l'Elba [...]; la Semper Opera, dove Richard Wagner condusse la prima de "L'olandese volante" e il "Tannhauser", e dove Richard Strauss vi tenne la prima del "Rosenkavalier"; tutto praticamente è stato incenerito [...]. Il 16 marzo (1945), nel giro di venti minuti, Wurzburg è stata rasa al suolo. Più tardi, a metà aprile, Berlino e Potsdam sono state nuovamente bombardate, causando la morte di altri 5.000 civili» 56.
 
Sopra: in alto, la città di Dresda ridotta in macerie il 13 febbraio 1945, a guerra ormai finita. I quadrimotori inglesi e americani
sganciarono bombe incendiarie e ad alto esplosivo che crearono temperature intorno ai 1.500 gradi centigradi. Sotto, migliaia
di civili morirono uccisi dal monossido di carbonio o letteralmente arsi vivi dalle alte temperature dentro i rifugi antiaerei.
 
Churchill era al corrente di essere stato uno degli uomini che avevano fomentato tutto questo. Sapete cosa rispose subito dopo questo inutile massacro compiuto un mese prima della fine delle ostilità? Ascoltate molto attentamente: «Non possono ricordarmi tutto circa questo fatto (Dresda). Pensavo fossero stati gli americani a farlo» 57.
 
Nell'ottobre del 1944, Churchill disse a Stalin: «Il problema è come impedire alla Germania di mettere le mani sulla vita dei nostri nipoti» 58. Churchill non credeva realmente a ciò che aveva scritto vent'anni prima nell'articolo «Zionism vs. Bolshevism». «I reiterati avvertimenti da parte di Adam von Trott e degli altri leader della resistenza circa un'imminente "bolscevizzazione" dell'Europa non fecero alcuna impressione su Churchill» 59.
 
In breve, si può dire che il premier inglese fu uno dei volenterosi carnefici di Stalin, in quanto «anziché offrire ai tedeschi una via d'uscita prima che l'Armata Rossa invadesse l'Europa Centrale, Churchill chiese loro una resa incondizionata». Ma quest'ultima condizione implicava anche che gli Stati Uniti avrebbero potuto applicare il Piano Morgenthau, «il quale mostrò ai tedeschi un'immagine spaventosa di ciò che avrebbe voluto dire "resa incondizionata". Questo piano, siglato da Roosevelt e Churchill nel Quebec, prevedeva di trasformare la Germania in un Paese agricolo e pastorizio; anche le miniere di carbone della Ruhr dovevano essere distrutte» 60. Scrive Raico:
 
«Con l'attacco alla flotta francese, Churchill confermò la sua azione di sovvertitore del sistema di regole di guerra sviluppatosi in Occidente nel corso dei secoli. Ma il più grande crimine legato al nome di Churchill sarà per sempre il bombardamento terroristico delle città tedesche che è costato la vita a circa 600.000 civili, e il ferimento di altri 800.000. (Paragonate questa cifra alle 70.000 vittime britanniche causate dai bombardamenti aerei tedeschi durante tutto l'arco del conflitto. Peraltro, morirono più francesi a causa dai raid aerei alleati che inglesi uccisi dai tedeschi)» 61.
 
mers-el-kebir - ammiraglio somerville
Il 3 luglio 1940, per impedire che la flotta francese ancora intatta a Mers-el-Kébir,
in Algeria, cadesse nelle mani dei tedeschi, Churchill ordinò all'ammiraglio James Somerville
che venisse distrutta. L'attacco costò la vita a 1.300 marinai francesi che erano ancora a bordo delle navi.
 
Alla fine dei conti, era abbastanza chiaro agli osservatori più attenti e agli studiosi che Churchill e Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) intendevano distruggere la Germania.
 
«Alla luce di tutto questo, non deve destare nessuno stupore il fatto che un europeo civilizzato come Joseph Schumpeter, di Harvard, sia giunto a dire che "nessuno voleva sentirsi dire che Churchill e Roosevelt stavano distruggendo più di Gengis Khan [...]. Winston Churchill fu un sanguinario e un politico privo di scrupoli, la cui apoteosi servì a corrompere ogni standard di onestà e di moralità sia in politica che nella Storia» 62.
 
conferenza di yalta
Sopra: Churchill. Roosevelt e Stalin durante la conferenza di Yalta (11 febbraio 1945).
I «tre grandi» si spartirono l'Europa del dopoguerra creando due sfere d'influenza. In questa sede, tutti i Paesi
dell'Est europeo vennero consegnati da Churchill e Roosevelt (massone pure lui) nelle mani della terribile
dominazione sovietica, che è durata fino al 1989, con l'implosione dell'URSS e la caduta del Muro di Berlino.
 
Churchill, Stalin - e a dire il vero anche Roosevelt - distrussero la Germania. Come lo storico statunitense Thomas Goodrich indica giustamente,
 
«ciò che la nazione tedesca aveva edificato in due millenni, venne distrutto dai suoi nemici in soli sei anni. Quando la guerra finì, l'8 maggio 1945, il grande Reich tedesco, che era stato uno dei colossi industriali più moderni al mondo, era stato totalmente e quasi disperatamente demolito. La Germania, osservò un reporter americano dopo essersi aggirato tra le macerie delle città tedesche, somiglia moltissimo al suolo lunare. Anche un soldato come Omar Bradley era dello stesso avviso. Dopo aver visto con i proprî occhi le macerie fumanti e annerite, questo Generale rassicurò i suoi connazionali con queste parole: "Posso dire che la Germania è stata distrutta totalmente e completamente"» 63.
 
wesel bombardata
Sopra: Wesel, città della Renania settentrionale-Vestfalia,
ridotta a «suolo lunare» dai bombardamenti alleati.
 
Il processo di Norimberga fu semplicemente una farsa ridicola. Durante quel processo, la maggior parte dei giudici accusatori era composta da volenterosi carnefici di Stalin! Tali persone erano «esperti veterani delle purghe degli anni ‘30» 64. Quindi, ecco la logica: i boia di Stalin hanno liquidato più di 10 milioni di persone in meno di tre anni; ma quegli stessi boia e assassini avrebbero presieduto più tardi il processo di Norimberga. Tutto ciò è davvero patetico.
 
giudici sovietici a norimberga
Sopra: al processo di Norimberga (1945-1946) i gerarchi nazisti sono stati accusati di crimini
contro l'umanità da altri criminali dello stesso stampo. Da sinistra, i giudici sovietici Alexander Volchkov
e Iona Nikitchenko. A destra, il giudice inglese Norman Birkett.
 
Se vogliamo commemorare i morti - sia le persone che morirono sotto il regine nazista che quelle che perirono sotto altre dittature - dobbiamo commemorarli tutti, e non solo quelli uccisi dai tedeschi. É irrazionale e immorale dedicare dozzine di musei alle persone che sono morte a causa della Germania nazista e non avere un solo museo per le vittime - inclusi i cristiani - che sono state massacrate dal bolscevismo e dagli altri regimi comunisti.
 
 
 
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Note
 
1 Traduzione di un estratto dell'originale inglese Lenin, Stalin, and Mao's Willing Executioners, a cura di Paolo Baroni. Scritto reperibile alla pagina web
2 Cfr. R. Raico, Great Wars & Great Leaders («Grandi guerre & grandi capi»), Ludwig von Mises Institute, Auburn 2010, pag. 80.
3 Vedi Y. Slezkine, The Jewish Century («Il secolo ebraico»), Princeton University Press, Princeton 2004; C. H. Edward, The Bolshevik Revolution («La rivoluzione bolscevica»), Macmillan, New York 1950; S. Cohen, Bukharin and the Bolshevik Revolution («Bukharin e la rivoluzione bolscevica»), Oxford University Press, New York 1980; A. B. Ulam, Bolsheviks («Bolscevichi»), Harvard University Press, Cambridge 1980; J. Z. Muller, Capitalism and the Jews («Il capitalismo e gli ebrei»), Princeton University Press, Princeton 2010. Molti studiosi non ammettono che gli ebrei furano a capo della rivoluzione perché ciò potrebbe implicare che le reazioni anti-ebraiche dovrebbero essere rivedute.
4 Vedi R. Conquest, Harvest of Sorrow: Soviet Collectivism and the Terror-Famine («Raccolto di dolore: il collettivismo sovietico e il terrore-carestia»), Oxford University Press, New York 2008; The Great Terror («Il grande terrore»), Oxford University Press, New York 1990; M. Dolot, Execution by Hunger: The Hidden Holocaust («Esecuzione mediante la fame: l'olocausto nascosto»), W. W. Norton, New York 1987.
5 Vedi S. Rosefielde, Red Holocaust («Olocausto rosso»), Routledge, New York 2010.
6 Vedi F. Dikotter, Mao's Great Famine («La grande carestia di Mao»), Walker, New York 2010.
8 Vedi G. Allen, None Dare Call It Conspiracy («Nessuno osa chiamarla cospirazione»), Buccaneer Books, Cutchogue 1976.
9 Cfr. S. Rosefielde, op. cit., pag. 40.
10 Ibid., pag. 50.
11 Ibid., pag. 20.
12 Ibid., pag. 44.
13 Ibid., pag. 42.
14 Cfr. J. O. Pohl, Ethnic Cleansing in the USSR, 1937-1949 («Pulizia etnica nell'Unione Sovietica, 1937-1949»), Greenwood Press, Santa Barbara 1999, pag. 9.
15 Cfr. N. Naimark, Stalin's Genocide («Il genocidio di Stalin»), Princeton University Press, Princeton 2010, pag. 63.
16 Ibid., pag. 124.
17 Cfr. S. Rosefielde, op. cit., pag. 46.
18 Ibid., pagg. 79-80.
19 Cfr. D. Rayfield, Stalin and His Hangmen: The Tyrant and Those Who Killed for Him («Stalin e il suo boia: il tiranno e quelli che uccisero per lui»), Random House, New York 2005, pag. 126.
20 Ibid.
21 Ibid., pagg. 126-127.
22 Cfr. S. Rosefielde, op. cit., pag. 7.
23 Ibid., pag. 35.
24 Ibid., pagg. 35-36.
25 Ibid., pag. 103.
26 Cfr. F. Dikotter, op. cit.
27 Cfr. S. Rosefielde, op. cit.
28 Cfr. F. Dikotter, op. cit., pag. ix.
29 Ibid., pag. xvii.
30 Ibid., pag. 167.
31 Ibid., pag. 320.
32 Ibid.
33 Ibid.
34 Ibid., pagg. 321-323.
35 Ibid., pag. 323.
36 Ibid., pag. 294.
37 Ibid., pagg. 294-295.
38 Ibid., pag. 295.
39 Ibid., pagg. 295-296.
40 Ibid., pag. 296.
41 Ibid., pagg. 304-305.
42 Ibid., pag. 305.
43 Cfr. H. Akins, Synagogue Rising («L'ascesa della sinagoga»), Catholic Action Resource Center, Orlando 2012, pag. vii.
44 Cfr. W. Churchill, «Zionism versus Bolshevism» («Sionismo contro bolscevismo), in Illustrated Sunday Herald, dell'8 febbraio 1920.
45 Cfr. R. Raico, op. cit., pagg. 84-85.
46 Ibid., pag. 59.
47 Ibid., pag. 85.
48 Ibid., pag. 95.
49 Ibid., pagg. 65-66.
50 Ibid., pag. 76.
51 Ibid., pag. 81.
52 Ibid., pag. 95.
53 Ibid., pag. 101.
54 Ibid.
55 Ibid., pag. 98.
56 Ibid., pag. 92.
57 Ibid., pag. 101.
58 Ibid., pag. 85.
59 Ibid., pag. 86.
60 Ibid., pag. 87.
61 Ibid., pag. 89.
62 Ibid., pagg. 91, 101.
63 Cfr. T. Goodrich, Hellstorm: The Death of Nazi Germany 1944-1947 («Tempesta infernale: la morte della Germania nazista 1944-1947»), CreateSpace Independent Publishing Platform, 2014, pag. 277.
64 Cfr. R. Raico, op. cit., pag. 97.

giovedì 4 agosto 2016

Rockefeller Family: BUON SANGUE NON MENTE.


John D. Rockefeller: “Il modo per far soldi e' di comprare quando il sangue scorre per le strade...”

Nelson Rockefell...er: “Il segreto del successo è non di possedere tutto ma di CONTROLLARE tutto”

David Rockefeller: “ Siamo grati al Washington Post, al New York Times, al Time magazine, e ad altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato ai nostri incontri e hanno rispettato le loro promesse di discrezione per quasi quarant’anni. Sarebbe stato impossibile per noi, sviluppare il nostro progetto per il mondo se fossimo stati esposti alle luci della pubblicità nel corso di questi anni. Ma il mondo è adesso più sofisticato e pronto a marciare verso un governo mondiale che non conoscerà mai più la guerra, ma solo la pace e la prosperità per l’intera umanità. La sovranità sovranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale esercitata nei secoli passati.”

David Rockefeller: “Diremo loro che se questi bambini non vengono vaccinati...si ammaleranno delle malattie più terribili: poliomelite, meningite, persino cancro, e tutte quelle che potremo trovare o eventualmente inventare….”


Fonte: Lo sai

Il patriota tirolese Barone Anton Bossi-Fedrigotti

Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

Il Barone Anton Bossi-Fedrigotti
Un grande patriota tirolese, il barone Anton Bossi-Fedrigotti (Innsbruck, 1901 - Pfaffenhofer an der Ilm, 1990), uomo di cultura e molto legato alla propria terra.

La famiglia Fedrigotti è originaria di Avio in Tirolo. Nel 1882, l'imperatore Francesco Giuseppe conferiva al dott. Guglielmo B. Fedrigotti di Belmonte (di Avio) ed ai suoi legittimi discendenti il titolo di barone e l'uso di un particolare stemma.

Anton Bossi-Fedrigotti fu diplomatico, giornalista e autore di vari libri per giovani e romanzi sulla storia tirolese e sulla Prima Guerra Mondiale, Bossi-Fedrigotti ha sempre dimostrato come fu traumatico per la popolazione tirolese il passaggio del Tirolo Meridionale all'Italia.

Ecco una lista con alcuni dei suoi principali libri sulla storia tirolese e austriaca:

-Ade, mein Land Tirol! : Andreas Hofer, Kampf und Schicksal.
- Tirol bleibt Tirol: Der 1000jährige Befreiungskampf e. Volkes.
- Kaiser Franz Joseph I. und seine Zeit.
- Heimkehr in den Untergang: ein Roman vom Ende der Donaumonarchie.
- Col di Lana: Kalvarienberg dreier Heere.
- Abschied vom Doppeladler: als Österreicher im Ewigen Eis und vor Verdun (1915 - 1918).
- Dolomitensaga.
- Die Kaiserjäger im Ersten Weltkrieg.

mercoledì 3 agosto 2016

Il canto popolare di Bezzeca (dedicato all'omonima battaglia)

Ecco come la popolazione del Tirolo Meridionale celebrava la sconfitta di Garibaldi a Bezzecca.



 Questa canzone in dialetto la cantavano i vecchi della Val di Ledro/Ledertal (e non solo).
Chissà, magari anche gli avi dell'attuale sindaco di Ledro, che nel "moderno" 2016 ha avuto la brillante idea di celebrare Garibaldi... Con l'aiuto di alpini ed altri politici opportunisti, il sindaco ha contribuito a mantenere la povera e controversa retorica di stampo fascista, con quel mitico "Obbedisco" di Garibaldi (un falso storico), perché il mercenario di Vittorio Emanuele dovette scappare della Val di Ledro. La portantina che trasportava Garibaldi diventò subito un "trofeo di guerra" dei tirolesi e si trova ancora ad Innsbruck, nel Museo dei Kaiserjäger sul Bergisel.

Fonte: Trento è Tirolo - Trient ist Tirol

Rimessa in discussione delle datazioni delle aree geologiche

Immagine 
Fonte: http://www.radiospada.org/

Riproduciamo questo avvincente articolo di una delle più importanti esponenti della mineralogia, esperta di fama mondiale: Marie Claire van Oosterwyck-Gastuche. Tratto da C.E.P. N°1 [RS]

di M.C. van Oosterwyck-Gastuche

Questo articolo riassume un lavoro cominciato più di 20 anni fa. Io sono un mineralogo professionista, specializzato in silicati. Ho lavorato principalmente su materiali africani in un reparto di ricerca di geologia, mineralogia e geocronologia. In quel periodo, un geocronologo di fama mondiale chiese la mia opinione sull’origine delle età “anormali” che si trovano tanto frequentemente negli studi geocronologici.
La mia risposta è molto semplice: poiché gli elementi radioattivi sono incastrati in reticoli cristallini ben definiti, è logico pensare che durante la genesi e l’alterazione dei cristalli essi siano influenzati da fattori come la temperatura e le soluzioni (in particolare, nel caso di età anormali misurate nelle rocce, le “condizioni idrotermiche“). Ovviamente la loro composizione chimica è importante (Gastruche, 1959; Gastruche e De Kimpe, 1959; De Kimpe, Gastuche et Brindley, 1961, etc.) come lo è la loro granulometria (Gastruche, 1963 a – b). Poiché questi fattori sono presenti in campioni che danno età anormali, io proposi una serie di test. Essi non sono mai stati condotti.
I geocronologi rifiutarono obiettando che condurre esperimenti sulle tecniche isotopiche fosse “non scientifico,” poiché queste forniscono sempre delle età assolute. Allo stesso tempo evasero ogni forma di discussione, persino quelle su quei risultati assurdi che essi mi avevano incaricato di passare al setaccio. È vero che la mia conclusione non piacque loro. Capirete il perché quando leggerete quest’articolo.
Una tale reazione stimolò la mia curiosità. Consultai diversi specialisti: geologi, sedimentologi, embriologi, genetisti, etc., sulle prove riguardo ai lunghi periodi evolutivi. Con mia sorpresa, scoprii che tutti pensavano che esse fossero state fornite dai geocronologi. Allora consultai la vastissima documentazione a mia disposizione. Dopo aver notato differenze di alcuni miliardi di anni tra formazioni precambriane apparentemente identiche, mi interessai agli “eventi ben datati” che accaddero sul continente africano riguardo alla “nascita dell’intelligenza” tra le popolazioni di antropoidi ed ominidi durante il loro “processo di emersione” allo stato umano. Questi fossili, antichi di svariati milioni di anni secondo le tecniche di datazione isotopica, a dire degli esperti, contrassegnavano il limite ufficiale delle Ere ed in particolare del Pleistocene in quanto questi coincidevano con la comparsa della produzione del primo paleolitico.
Giunsi a due importanti conclusioni:
1. Non c’è alcuna prova, neanche la più piccola, di un’origine animale del genere umano.
2. Le misurazioni isotopiche, che “datano” le ere geologiche, non hanno alcun senso cronologico.
Ma le conclusioni dei manuali sono, come sappiamo, diametralmente opposte. Cominciai con l’informarmi chiedendo ai miei colleghi geologi. Anzitutto volevo conoscere i punti di riferimento cronologici che sono stati usati per avvalorare i milioni di anni di evoluzione e che hanno permesso la selezione dei dati geocronologici con lo scopo di mantenere solo i risultati validi (“migliori valutazioni”). Essi confessarono di non conoscerli ma mi consigliarono di consultare il manuale “Physical Geology” di Holmes (1965), perché “stava tutto lì.”
Così cominciai la mia ricerca con quel manuale e scoprii che le date erano state selezionate secondo la teoria “attualista” di Lyell. In realtà la sua “scala stratigrafica” stabiliva “l’emergere della vita” con la struttura cronologica, costruita durante quei lunghi periodi chiamati “Ere” geologiche di cui l’ultima, il Pleistocene, coincide con la comparsa dei nostri primi “progenitori” animali, gli ominidi che, come sappiamo, fecero le prime pietre intagliate (paleoliti).
È importante notare che, per il suo “attualismo”, Lyell trasse la sua ispirazione da un preciso “credo” secondo cui le storie bibliche sono solo favole, e perciò che quegli strati e quei fossili non potevano essere la traccia del cataclisma di una inondazione, come si pensava fino ad allora, ma riflettevano lunghi e tranquilli periodi durante i quali le specie si evolsero progressivamente, dai Batteri fino all’Uomo. Di conseguenza un altro nome dell’attualismo di Lyell è l’uniformitarismo o “teoria tranquilla“. Nel nome dell’obiettività scientifica, Lyell riconobbe di aver messo da parte l’interpretazione diluvianista come un credo religioso soggettivo e perciò non realista.
La scala di Lyell, che prova l’evoluzione scientificamente, fu presto insegnata in tutte le università. Un esame più attento porta alla conclusione che essa è divenuta obsoleta e che i fatti osservati sono molto meglio interpretati nel contesto della storia Biblica.
Una simile affermazione potrebbe sembrare oltraggiosa. Eppure giunsi a questa conclusione dopo aver consultato un considerevole numero di documenti. Una ricerca più approfondita fornirebbe certamente nuove prove, ma penso che sia importante mostrare qui ed ora perché i principi della geologia siano superati. Devo confessarlo, la maggior parte dei geologi e dei paleontologi diventa isterica quando presento il mio punto di vista. Tuttavia essi non hanno alcuna risposta. Ora presenterò i principi di base dell’evoluzionismo e ne mostrerò le debolezze.
I) La prova stratigrafica
Secondo Lyell, il tempo è misurato da una “scala stratigrafica” – la successione verticale di strati ed il loro spessore rivelano che lenti depositi si verificarono sulla crosta, supposta uniforme, della Terra con movimenti verticali, mentre i continenti venivano dagli antichi oceani e viceversa.
Ma la recente teoria delle placche tettoniche ha rivelato l’eterogeneità della crosta terrestre: continenti ricchi di alluminio silicati (SiAl), placche rigide che “galleggiano” su un letto pastoso ricco di magnesio silicati (SiMa) (Astenosfera). La sottilissima crosta suboceanica costituita dal SiMa è ancora sottoposta a impressionanti fenomeni vulcanici. Perciò i movimenti della crosta terrestre erano laterali, dal momento che le placche che formano i continenti attuali vengono dalla rottura del continente unico primitivo chiamato dai geologi Antico Continente Rosso (ACR).
Esso si sarebbe spaccato in diversi pezzi durante un cataclisma che ebbe luogo circa 70 milioni di anni fa, secondo le migliori stime cronologiche.
Perciò la teoria di Lyell è piuttosto obsoleta, dato che sono stati invalidati i suoi primi due postulati e che nessuna prova obiettiva ha mai confermato la cronologia della “scala stratigrafica”.
D’altra parte, recenti esperimenti di stratificazione hanno dimostrato che gli stessi depositi, interpretati da Lyell come un segno di lunghi periodi, si sono formati in tempi molto brevi in un ambiente catastrofico (cfr.: tra l’altro Julien, Lan e Berthault, 1993). Di conseguenza, gli strati ed i fossili devono essere interpretati diversamente.
II) La prova mineralogica e paleontologica
Questa sembra essere la meno ortodossa. Il primo criterio per determinare l’età di uno strato era il suo grado di cristallizzazione.
I più antichi strati, secondo la classificazione di Arduino (1714-1795) sono gli gneiss e le rocce cristalline, come i graniti, che sono impossibili da sintetizzare e che si diceva si siano formati in una lontana era “primitiva” chiamata “Archeana” o “Precambriana”, seguita dall’era “Secondaria”, con rocce forti, e dall’era “Terziaria”, con rocce libere, composte da rocce alluvionali.
Lyell allora assunse la classificazione di Arduino aggiungendo un punto di riferimento cronologico essenziale: il “fossile caratteristico“. In realtà, secondo i geologi, i fossili sono le “medaglie” della geologia (Moret, 1958). L’evoluzione non è fissata dallo strato ma dal grado di complessità del fossile. Così notiamo che la scala, fondata su un sistema di stratificazione obsoleto, si basa sul presupposto secondo cui è vero ciò che deve essere provato. Lyell inizialmente considera l’evoluzione come provata ma senza alcuna prova.Charles Darwin
In realtà, secondo “l’attualismo” (le trasformazioni che seguono le famose leggi di Lamarck e di Darwin, enunciate in un contesto puramente naturalista e mineralista) i primi organismi unicellulari (alghe e batteri), che si suppongono “primitivi”, generarono, attraverso sviluppi successivi, organismi più complessi. Ecco gli elementi usati per costruire la “Scala di Lyell“. L’era “Archeana”, costituita da rocce cristalline, rivela tracce di alghe e batteri (in seguito vennero chiamate Ere Precambriane, enfatizzando la loro estrema complessità). Dopo quest’era, l’Era Paleozoica o Era Primaria (della “Emersione dei Pesci”), il Mesozoico o Era Secondaria (della “Emersione dei Rettili”), infine il Cenozoico (della “Emersione dei Mammiferi”), divisa in terziario e quaternario, essendo quest’ultima caratterizzata dal “processo di emersione” umana dalla condizione animale.
Il significato dei prefissi greci: “archeos” (molto antico), “paleos” (antico), “mesos” (medio), “kainos” (recente), legati a “zoe” (vita), suggerisce la successiva comparsa di forme di vita progressivamente più complesse, secondo una legge conosciuta come “complessificazione conscia”.
Notiamo che la stessa struttura si trova nel “lavoro di sei giorni” del libro della genesi, ma in un arco di tempo estremamente ridotto.
Oggi, la prova essenziale dei lunghi periodi di tempo per l’evoluzione è data dalla geocronologia e noterete che le mie osservazioni sono arrivate proprio al momento giusto. Oggi, ufficialmente, le Ere Precambriane vengono datate da 3000 a 600 milioni di anni fa, l’Era Paleozoica da 600 a 225 milioni di anni fa, quella Mesozoica da 225 a 70 milioni di anni fa, il Cenozoico da 70 milioni di anni fa fino ai giorni nostri, con la comparsa dei nostri progenitori ominidi nel Pleistocene, circa 2-3 o 5-6 milioni di anni fa. Ma quale prova esiste che tali trasformazioni ebbero luogo per diversificazione delle varie specie o che il periodo di tempo fosse estremamente lungo? Bisogna riconoscerlo. nessuna!
Cominciamo con la trasformazione delle specie. Oggi esse sono stabili ed i fossili appartengono a specie morte (alcune tra le migliori di esse come il celacanto sono state trovate addirittura vive, il che è imbarazzante). Ma altre specie collegate a quelle scomparse sono ancora vive e caratterizzano ben determinate “nicchie ecologiche” (Flori e Rasolofomasoandro, 1974). Le specie determinano nicchie ecologiche e non qualche sorta di trasformazione. Essendo la stabilità delle specie un fatto riconosciuto, le “ricostruzioni phyletiche” che si suppone siano le basi dell’evoluzione, sono giochi mentali e sono valide solo se l’evoluzione è provata, come ammettono volentieri i paleontologi. Essi illustrano l’evoluzione, ma non la dimostrano. Nel 1957, Bounoure scrisse sui mammiferi del terziario (l’osservazione è valida per tutte le ricostruzioni): “La nostra mente può stabilire dei paragoni e dei legami ideali di classificazione per queste ramificazioni degli animali: questo è persino il compito per definizione dell’anatomia comparata. Ma andiamo oltre i fatti se nella maggior parte dei casi interpretiamo questi legami come se denotassero una reale diversificazione, una discendenza effettiva”. L’osservazione è valida per i resti fossili, ominidi o altro? Questi sono presentati come nostri “progenitori” (bisogna notare le virgolette intorno alla parola progenitori nel linguaggio evoluzionista, che indicano il carattere essenzialmente soggettivo della loro classificazione).
Così la sterminata documentazione sui teschi, i denti o gli arti delle differenti specie di scimmie, cavalli, e dinosauri, etc., non stabilisce una transizione verso il cervello o la mano umani e la paleontologia non ha mai fornito prove obiettive di un’evoluzione progressiva. Inoltre, alla luce della genetica e dell’embriologia moderne, le teorie Lamarckiane e Darwiniane oggi sono descritte come infantili e irreali (Chandebois 1989, 1993; Denton, 1989). In particolare Chandebois, un embriologo, pensa che i cambiamenti abbiano avuto luogo dentro l’embrione attraverso semplici ma mirati meccanismi psicochimici, e possano accadere in tempi molto brevi. Ciò presuppone l’intervento di un’Intelligenza che agisca dentro l’embrione, prima della nascita dell’animale; il che esclude le leggi di “utile o non utile” e “selezione naturale”.
Notiamo ancora che Darwin ha fondato la propria teoria della “selezione naturale” supponendo l’esistenza di un periodo di tempo necessariamente lungo per l’evoluzione delle specie (che egli spiegò consistere in minime modifiche, come quelle create dagli allevatori inglesi nei cavalli e nei cani, ma prolungate per immensi intervalli di tempo), basandosi egli stesso sull’attualismo di Lyell. Nella prefazione de “L’origine delle specie” egli scrisse: “Una persona che legga il grandioso lavoro di Charles Lyell “Principi di geologia”, che gli storici futuri riconosceranno come una rivoluzione nelle scienze naturali (egli non si sbagliava), e che non ammetta che i periodi passati siano stati molto lunghi, può chiudere il mio libro immediatamente”.
Se le discipline non fossero separate in comparti, gli scienziati avrebbero da tempo abbandonato le tesi di Darwin, come vedremo e come molti riconosceranno leggendo pubblicazioni specializzate.
III) La prova geocronologica
Rimane quest’ultima, mostrata oggi come la vera prova dell’evoluzione, per datare la comparsa delle specie milioni o addirittura miliardi di anni fa. Anche qui, un attento esame rivela il suo carattere illusorio. Il tempo geologico misurato dal decadimento di un isotopo radioattivo fu il lavoro fondamentale di Arthur Holmes (1890-1963), che condivideva la “dottrina” di Lyell. In effetti, egli confermò le tesi di Lyell attribuendo le più antiche età (da 3000 a 600 milioni di anni) alle formazioni Archeane o Precambriane, in cui non erano ancora stati scoperti elaborati segni di vita. Inoltre la sua “scala di tempo Fanerozoica“, da 600 milioni di anni fa fino alla nostra era, confermava l’evoluzione osservata nella scala stratigrafica di Lyell, fornendo “l’emersione della vita” e datando ufficialmente i principali “eventi” registrati entro le ere geologiche.
Nonostante la sua documentazione paleontologica apparentemente convincente e la sua impressionante formalità matematica, la scala geologica di Holmes appare molto confusa. Le date della sua “scala Fanerozoica” sono tra le più dubbie, come era stato notato in varie occasioni, la prima delle quali durante un meeting che ebbe luogo proprio l’anno della sua morte. A quei tempi gli rimproverarono di basarsi su un numero troppo limitato di dati e che questi erano per la maggior parte discutibili (Harland, Smith and Wilcook ed., 1964). Più tardi, York e Farquhar (1972), sconcertati dall’abbondanza di età anormali e chiedendo ulteriori dati, ironicamente scrissero a proposito della scala di Holmes, “Questi due presupposti necessari, localizzazione stratigrafica precisa e datazione radiometrica affidabile, sembrano escludersi l’un l’altra: andiamo quasi a finire su un principio di incertezza geologica”.
Il fatto preoccupante è il seguente: queste determinazioni isotopiche, che forniscono i milioni di anni così ben accolti (e così controversi per gli specialisti) e che hanno provato “l’Emersione della vita,” non erano mai state applicate ad alcun fossile o ad alcun strato in cui questi fossili erano sepolti, non prestandosi le rocce sedimentarie alla radio-datazione. Il materiale datato è generalmente un flusso di lava sovrastante questi giacimenti fossiliferi, flusso di lava supposto in stretto legame con il processo di evoluzione, come disegnato nella struttura “attualista” che ispirò la scala di Holmes, il tutto senza un’ombra di prova.
Un altro fatto sconcertante: le età “corrette” che compaiono sono il risultato di una selezione (Holmes, 1965), avendo l’autore accettato le “migliori valutazioni” (quelle che confermavano la scala stratigrafica di Lyell), rifiutando le altre come “anomale”.
Il carattere ipotetico di una simile costruzione, valida se la teoria di Lyell è esatta, è sottolineato dai geocronologi stessi, cominciando con gli autori del metodo di datazione del potassio-argon. Dalrymple e Lanphere (1979), Fitch, Hooker e Miller (1978), di fronte a problemi in materia, discussero in “Geological Background to Fossil Man” sulla capacità delle tecniche di decadimento radioattivo di fornire età reali per i principali “eventi” del Rift Orientale Africano (East Rift Valley) legati al “processo di emersione”. Essi notarono che il fenomeno del decadimento radioattivo fornisce date per “eventi” che hanno luogo nelle rocce, ma sulla base di cambiamenti di temperatura e/o sulla comparsa di soluzioni. Essi sottolineano: “È importante capire che l’esattezza delle età ottenute con questi mezzi dipende dall’integrità e dalle condizioni di preservazione della registrazione isotopica delle rocce (poiché esse cambiano con i fattori sopraccitati e con l’alterazione dei minerali costituenti) e dipende anche dalla nostra interpretazione degli esperimenti radio-isotopici.” Ciò si basa essenzialmente “sulla nostra interpretazione dei dati relativi alla fauna fossile” (ciò che non si dice è che l’interpretazione è di coloro che propongono l’attualismo e la struttura della teoria dell’Evoluzione), poiché “la combinazione della stratigrafia delle rocce e la paleontologia stratigrafica ci dà la scala di tempo stratigrafica.” Purtroppo, notano che i risultati ottenuti nel Rift Orientale, lontani dal confermare le ipotesi attualiste, restano particolarmente strani. Inoltre, questi autori concludono: “Poiché i due principali strumenti della geocronologia sono ugualmente incerti, la cosa migliore è usarli unitamente e non opporli.”
Perciò lo strumento principale non è la geocronologia, ma la scala di Lyell e l’argomento portante, che sembra privo di ogni senso, rimane il “fossile caratteristico”, essendo i risultati isotopici filtrati secondo la sua età teorica.
La Tabella 1 presenta alcuni dei risultati ottenuti da Bishop e Al (1969) con le tecniche del potassio – argon (*1), con la speranza di determinare gli “eventi” ufficiali relativi alla “ascesa degli ominidi” (*2) del Miocene. Una misurazione di 14-15 milioni di anni fa è considerata valida per la datazione del Proconsole, un importante progenitore “ominide” (*3), mentre età misurate a 42 e 264 milioni di anni fa vengono scartate come “anormali”. In realtà la prima data viene integrata nella “scala Fanerozoica” di Holmes, mentre le altre sono troppo vecchie. La data di 42 milioni di anni fa venne attribuita all’influenza della granulometria, che è stata tirata in ballo diverse volte in mineralogia (vedere ad esempio Gastruche, 1963 a – b), la data di 264 milioni di anni fa, “all’influenza di soluzioni più vecchie” provenienti da un blocco Precambriano (“Basamento complesso”) con le sue “età” radiometriche di oltre 600 milioni di anni fa.
(1*) A quel tempo si supponeva che fossero più affidabili di quelle all’Uranio – Piombo e al Rubidio – Stronzio, i risultati dei quali mostravano l’influenza delle soluzioni. Allora si pensava che non fosse questo il caso della tecnica al Potassio – Argon, ma era un errore.
(2*) Gli ominidi sono grandi scimmie i cui resti fossili sono stati scoperti in abbondanza nella zona intorno al Victoria Lake. Essi sono ovviamente i “progenitori” degli ominidi e perciò sono nostri distanti “progenitori”, naturalmente !
Tabella 1: Alcune età apparenti secondo il K/Ar ottenute su materiali classificati nel Miocene con fossili di mammiferi, presso Victoria Lake.(W. W. Bishop, H.A. Miller, F.J. Fitch. 1969)
Luogo Campione DescrizioneEtà in milioni di anni  Autore
Isola Rusinga lR.107 siteSerie di materiali Kihara (situate sotto lo strato del Proconsole)  14.6 + 1.4 Everden e al. (1964) 
 KA 336Idem. Biotite grezza di origine vulcanica15.2 + 1.5 Everden y Curtis (1965)
 KA 800Idem. Stessa biotite, raffinata.42.0 Everden y Curtis (1965)
Koru WW 24/2Mica di tufo vulcanico terziario. 258 + 13 Curtis (non pubblicato)
 264 + 8 Bishop e al.(1969)
Volcán Egon KA 1775Lava nefelina Teoricamente un flusso più antico e profondo. 17.2 + 4 Bishop e al. (1969)
Idem. Teoricamente un giacimento superiore più giovane. 19.8 + 1.7 Bishop e al. (1969)
 Volcán Napak WW 1/11 Area 1 tufo vulcanico grezzo 25.8 + 1.8 Everden e Curtis (1965)
 WW _ Area 1, biotite dello stesso tufo vulcanico. 19.2 Everden e al. (1964)
 MB 23 Area 1, lava nefelina nera, altro luogo 12.8 + 0.5 7.5 + 0.5  Bishop e al. (1969)
 Sun 1Lava nefelina, altro luogo. 14.3 + 0.7 6.9 + 0.5  Bishop e al. (1969)
 Sun 3Lava nefelina, altro pendio vulcanico. 27.5 + 2.6 18.7 + 2.0  Bishop e al. (1969
(3*) Il proconsole aveva sollevato grandi speranze. Il suo status di “progenitore” è stato sottolineato da Ruby Zalinger in UNESCO Mail (Le Courrier de l’Unesco, 1972) che lo disegnò eretto, con una pietra in ogni mano! Steve Parker in “The Dawn of Humanity” (1992) lo considera ancora favorevolmente a causa della sua ampiezza frontale”.
Anche la Tabella 2 è interessante perché mostra alcuni risultati ottenuti da Fitch e Miller (1976) su un campione vulcanico universalmente riconosciuto, la K.B.S. di Koobi-Fora, che sollevò un infinita quantità di domande.
Una di queste era l’affidabilità della data del Pleistocene, ufficialmente stabilita grazie ad un’altra famosa scoperta ad opera del dott. Louis Bassett Leakey, nella gola Olduvai, in Kenya: l’Australopiteco associato a manufatti di pietra grezza, gli “strumenti da taglio”. Forse che l’Australopiteco scolpisse 1,75 milioni di anni fa? Un fatto “provato” da uno dei primissimi procedimenti di datazione al K/Ar della lava ricoprente il famoso “Letto I” (Leakey, Everden e Curtis, 1961). Holmes (1965), pieno di entusiasmo per la scoperta di Leakey, proclamò ufficialmente che essa determinava la data dell'”evento Olduvai quando la scimmia divenne uomo.
Essa intraprese il processo di ominidizzazione cominciando con le pietre taglienti. Di conseguenza, la data del Pleistocene è stata stabilita in un modo “rigorosamente scientifico (*4)”.
Tabella 2: Alcune apparenti età al K/Ar sul tufo vulcanico K.B.S.
(F.J.Fitch and J.A.Miller, in “Earliest Man and environment in the lake Rudolf basin”,1976)
Campione di riferimento Frazione granulometricaEtà con margine di errore (milioni di anni)
Leakey I (A) (tufo vulcanico di cristallo vitreo) 30 – 50 mesh 221 + 7
 Leakey I (B1) Pietra pomice  30 – 50 mesh3.02 + 1.6
 Leakey I (B2) Sanidina estratta dalla pietra pomice  30 – 50 mesh 2.37 + 0.5
 FM 7050 Ghiaia di pietra pomice  30 mesh 8.43 + 0.51
Sanidina schiacciata e decalcificata estratta dalla pietra pomice 30 – 70 mesh 17.5 + 0.9
Lucy(4*)Il talentuosissimo Australopiteco era il “robustus”. Più tardi, ad Olduvai, fu scoperto il “gracilis” (più gracile) che somigliava all’Afarensis (Lucy), ma che poteva essere la femmina del “robustus”, avendo le specie, come appare più tardi, un importante dimorfismo sessuale.
Purtroppo, le età K/Ar ottenute in qualunque altra analisi sullo stesso materiale provano di essere prive di senso. La più grande delusione viene dalle scoperte di Koobi-Fora (presso Rudolf o il lago Turkana), dove fossili simili associati allo stesso “strumento da taglio”, sul tufo vulcanico K.B.S., vennero ufficialmente datati antecedenti: 2.42 milioni di anni. Vennero ottenute persino date più vecchie fino a 221 milioni di anni sullo stesso tufo, ma non poterono essere decentemente introdotte nella scala di Holmes (vedere figura 2). Notiamo ancora l’influenza della granulometria sull’età K/Ar “apparente”. “Apparente” è la parola impiegata dai geologi stessi per descrivere età strane, che sono lontane dall’età aspettata del fossile e che spariranno dalle pubblicazioni ufficiali. Sul campione FM 7050, la frazione di sanidina calibrata da 30 a 70 reticoli e decalcificata, divenne 9 milioni di anni più vecchia della stesso materiale iniziale appena esaminato a 30 reticoli. Terrificante! E altri dati, proveniente da studi altrettanto precisi di questi, sono persino peggio, come vedremo più avanti.
Ancor peggio, il tufo vulcanico K.B.S. conteneva dei resti umani, il teschio di un bambino: “Teschio 1470”. Fu scoperto dal figlio del dott. Leakey, Richard, che commentò la propria scoperta in questo modo: “O si taglia fuori questo teschio, o le nostre teorie sugli uomini primitivi vengono tagliate fuori” (R. Leakey, 1973). Suo padre morì nel 1972, l’anno prima.
Divenne chiaro che né lo strumento paleontologico né lo strumento geologico erano capaci di fornire una data affidabile. Inoltre, la strana sedimentazione “ciclica” osservata là, dove gli stessi resti degli stessi fossili fatti rotolare e spostare dai flussi erano mischiati ai letti di ceneri vulcaniche, non poteva essere interpretata dalla “teoria tranquilla” di Lyell. Essa rifletteva visibilmente la traccia di eventi catastrofici. Gli specialisti finirono per riconoscerlo, con rammarico, ma con termini molto tecnici ed incomprensibili per il semplice uomo della strada.teschio 1470
La reazione degli scienziati al “Teschio 1470” fu semplice: tagliarono fuori il teschio e tennero le proprie teorie. Pur appartenendo ad una bambina, con una capacità cranica ridotta evidente (800cc), esso è stato attribuito all’Homo Erectus. Gli altri resti umani scoperti nell’aerea orientale del Rift, mischiati ad una sorprendente massa di ossa animali, vennero insabbiati allo stesso modo o citati in modo incomprensibile da Coppens, in particolare, che riconobbe la “coesistenza dell’Australopiteco chiamato robusto (*5) ed un incontestabile uomo.
Tutti conoscono questo fatto (veramente?). Essi vivono nello stesso paese, in nicchie ecologiche diverse. Due tipi di ominidi (soltanto) coesistettero durante la stessa era dell’umanità. E non è una faccenda di 2 o 300 anni ma di 1 milione di anni. Entrambi sono stati scoperti nello stesso ritrovamento, negli stessi livelli. Su questo punto, il consenso è completo (Coppens, 1991).
Essendo stati invitati a concludere il simposio dedicato all'”Uomo primitivo”, pubblicato in collaborazione con lo stesso Coppens (Coppens e Al., 1976), Howell e Isaac riconobbero che la scoperta di Leakey “aveva sollevato un inaspettato numero di problemi”. Ma poiché l’evoluzione dell’Umanità è semplicemente una “questione di comportamento“, dato che “l’evidenza fossile ha chiaramente mostrato l’esistenza dei primati bipedi in una parentesi dai 2 ai 3 milioni di anni (*6), “tutti loro erano ominidi”, c.v.d.
Un mistero rimaneva: Chi ha scolpito “gli strumenti da taglio”? La conferenza sollevò queste domande in parte come uno scherzo – secondo gli stessi autori – poiché non c’è alcuna risposta obiettiva. La maggior parte delle località in cui gli ominidi vennero scoperti non hanno oggetti manufatti e la maggior parte dei siti archeologici non presenta traccia di ominidi…
Di conseguenza, la nostra risposta a queste domande rimane largamente soggettiva e speculativa: si deduce facilmente che siamo lontani dall’obiettività scientifica che questi ricercatori acclamano.
Ma la risposta dai geocronologi sull’affidabilità delle loro date è anch’essa soggettiva e speculativa, completamente basata sulle scale di Lyell e di Holmes, esse stesse costruite su concetti soggettivi. Deve la storia naturale procedere con speculazioni soggettive tutte basate non sulla scienza ma su un singolo, solido “credo” di Lyell: “da essere compiuto con Mosè”? Ogni volta che vengono confrontati gruppi di fatti restrittivi che invalidano la “teoria tranquilla” che serve come fondamenta per l’Evoluzione dei viventi, paleontologi e sedimentologi si attaccano disperatamente ai dati dei geocronologi, dei quali credono che posseggano l’incontestabile prova della realtà di lentissimi fenomeni descritti da Lamarck e Darwin. Staremo a vedere come si nutriranno delle proprie illusioni.
(5*) Il “Teschio 1470” si suppone che sia un erectus e Lucy un Australopiteco afarensis !
(6*) Può l’Australopiteco stare eretto? La domanda è stata a lungo discussa senza trovare risposta, finché non notammo che essi erano – come altre scimmie – umili quadrumani (cfr. Johanson, 1996). I resti umani e le altre date ovviamente anormali sono stati fatti passare sotto silenzio.

lunedì 1 agosto 2016

Darwin sì, Darwin no, Darwin forse

Dopo i precedenti riproponiamo anche questo articolo-lettera, datata ma interessante, di M. Quagliati, uscito all’epoca su MMMGroup. Sebbene, in alcuni punti, le nostre opinioni divergano da quelle dell’autore, ci pare fornisca spunti utili. [RS]

di Mauro Quagliati - Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Gentile dott. Telmo Pievani,
e per conoscenza ai membri competenti del Comitato Scientifico del Festival della Scienza,
la mia passione per le questioni evolutive e antropologiche mi ha portato ad assistere a un buon numero delle conferenze tenutesi durante le tre edizioni del Festival della Scienza, riguardanti il dibattito sull’evoluzione (il mio è un interesse da dilettante, essendo infatti un ingegnere ambientale). Ero presente anche all’ultima del 6 novembre 2005, al termine della quale avrei voluto porle una serie di domande che per complessità e lunghezza sarei stato impossibilitato a esporre in maniera corretta. Per cui ho preferito affidare a questo scritto alcuni dubbi che ho maturato in questi anni e cercare di formulare un pensiero più chiaro e ponderato possibile (temo troppo lungo, spero non tedioso).
Il primo problema è che non capisco il messaggio di totale chiusura del dibattito evoluzionista che emerge dalle tavole rotonde a fronte di proclami e titoli che invece accennano a “pluralità”, “dibattito”, “diversità”. Domenica scorsa avete  chiuso la conferenza dal titolo ” Darwin si, Darwin no, Darwin” forse” asserendo che:
  • l’evoluzione è un ormai un dato di fatto provato oltre ogni ragionevole dubbio e non più una teoria, per cui non vale nemmeno la pena discuterne”
Mi piacerebbe capire meglio, dato che le affermazioni apodittiche non mi piacciono (e non dovrebbero piacere a nessuno nella comunità scientifica), e soprattutto non mi piace la confusione strumentale che si fa tra i “dati di fatto” e la teoria esplicativa. Cerchiamo di dare il giusto senso alle parole. A me sembra che l’affermazione di cui sopra sia certamente condivisibile, intesa in questi termini:
  • “vi sono prove conclusive dimostranti che, da quando la vita è comparsa sulla Terra (2 o 3 miliardi di anni), vi sia stata una successione / trasformazione / evoluzione delle forme viventi, che si sono manifestate nelle successive epoche geologiche, secondo morfologie che presentano relazioni gerarchiche (Phylum, Classe, Specie) e una parentela con le forme viventi odierne”.
Spero che una formulazione del genere sia abbastanza sensata. Detto questo, la teoria dell’evoluzione darwiniana è una teoria sul meccanismo con cui funzionano le trasformazioni evolutive, ovvero sulle leggi che hanno determinato quelle forme biologiche. Secondo tale modello esistono due forze motrici dell’evoluzione:
–          la grande varietà dei caratteri prodotta dal rimescolamento sessuale (l’enunciato originale è oggi corretto dalla formulazione neo-darwiniana, che prevede l’intervento “creativo” della mutazione genetica);
–          l’intervento continuato e su tempi molto lunghi della selezione naturale, forza cieca e imparziale che opera per ottimizzare gli individui e le specie secondo severi criteri di utilità e vantaggio.
La domanda è la seguente. E’ possibile, nel mondo scientifico, contestare questo paradigma esplicativo vecchio di un secolo e mezzo, che pretende di spiegare tutte le manifestazioni naturali? Da quel che capisco uscendo dalle conferenze del Festival pare che non sia nemmeno legittimo. Il Comitato Scientifico non si è affatto occupato di confutare le obiezioni al darwinismo. Ad esempio il dibattito del 30 ottobre tra evoluzionismo e “progetto intelligente” si è risolto con un nulla di fatto, dato che, per ammissione dello stesso moderatore, non si sono trovati degli esponenti della teoria alternativa che venissero a sostenerla pubblicamente.
La teoria egemone prevede, in parole molto povere, che tutte le forme di vita sulla Terra si siano avvicendate grazie all’accumulo di una serie vantaggiosa di errori di copiatura del DNA (che costituisce l’unico e ultimo “progetto” costitutivo della vita). Se posso usare una metafora “edilizia”, l’idea che mi sono fatto della Teoria Sintetica neo-darwniana è più o meno la seguente:
  • “C’era una volta una campagna disabitata. Passarono i secoli e, ad un certo punto, ecco spuntare la prima casetta, piccola, bella e perfettamente funzionale. Non abbiamo notizie né dell’ingegnere che progettò l’edificio né dei geometri e operai che si occuparono della costruzione, sappiamo però che in poco tempo si forma un villaggio florido e in armonia con il paesaggio. Tra i vari abitanti delle case, occupati nelle diverse mansioni necessarie alla vita di tutti i giorni, vi è un gruppo di operai che ha il compito di capitale importanza di ricopiare il progetto della casa in modo che serva alle generazioni successive. Si badi bene questi addetti sono del tutto ignoranti di scienza delle costruzioni e di carpenteria, sono dei semplici amanuensi, che ripetono operazioni seriali con la massima cura, pena il crollo dell’edificio così ben progettato. Ed infatti sono molte le case che, a causa di errori di copiatura, vengono tirate su con una finestra su una parete portante, o con un pilastro in meno, e inevitabilmente crollano. Però dopo secoli e secoli di storia del villaggio, gruppi di case con piccole modifiche vantaggiose (cioè che per puro caso stavano in piedi) si sono conservate e, sommando modifica su modifica, arrivarono a realizzare il World Trade Center.”
Il racconto purtroppo evita accuratamente di parlare della costruzione degli edifici “intermedi” tra la casetta e il grattacielo, di cui si hanno scarsissime notizie. Può darsi che mi sbagli e che questa mia immagine fiabesca di una natura alquanto “stupida” e fortunata sia solo il risultato di un’istruzione liceale di basso livello tendente a banalizzare le scienze naturali e la biologia. Purtroppo la teoria darwiniana per le scuole medie e superiori (figuriamoci le elementari) è, nei fatti, una sorta di catechismo, la cui potenza esplicativa per degli studenti inermi, ha lo stesso valore di una favola. La reazione della comunità scientifica italiana alla mal posta iniziativa del Ministro dell’Istruzione è indizio di questo atteggiamento mentale. Sembra infatti che la mancata “somministrazione” del darwinismo prima dei 14 anni (come le vaccinazioni) possa procurare danni permanenti alla formazione scientifica delle giovani menti.
Tornando alla materia specifica, la Teoria Sintetica sosterrebbe che l’evoluzione è praticamente avvenuta in barba ai meccanismi protettivi e riparativi messe in atto dalla cellula contro le mutazioni genetiche. La mutazione è un fenomeno marginale ed indesiderato della biologia cellulare, eppure è il “motore” in base al quale vengono proposte alla natura le “varianti” dei progetti. Quei progetti si traducono in forme e lo studio delle forme del passato è materia della paleontologia. Riporto qui alcune opinioni di emeriti paleontologi, tra l’altro molto stimati nell’ambito del Festival della Scienza:
  • Finora la paleontologia non ha dato quasi nessun contributo alla teoria dell’evoluzione. (Niles Eldredge – 1980)
  • la paleontologia, ha messo in discussione con grande vigore la premessa darwiniana che sia possibile spiegare le trasformazioni principali della vita sommando, attraverso l’immensità del tempo geologico, i minuscoli cambiamenti successivi prodotti generazione dopo generazione dalla selezione naturale. (Stephen Jay Gould, “Critica al fondamentalismo darwiniano”).
Mi stupisce come da premesse così critiche dell’impianto darwinista sia scaturita una teoria mansueta come quella denominata degli “Equilibri Punteggiati” che continua comunque a professarsi darwiniana. Nel 2003 al Festival, sono intervenuti appunto gli esponenti del “pluralismo darwiniano”, il cui contributo innovativo alla teoria dell’evoluzione non sembra poi così rivoluzionario nelle conclusioni. Si parla di ramificazioni e di “successo adattativo”, viene data maggiore importanza alle mutazioni casuali e neutrali e si ristabilisce l’importanza fondamentale delle catastrofi e delle estinzioni di massa, constatando ciò che è noto da molto tempo, cioè che vi sono lunghi periodi di stabilità delle specie intervallati da accelerazioni nella differenziazione biologica. Se però il “motore” dell’evoluzione continua a rimanere la mutazione genetica (che si porta ancora dietro il “Dogma Centrale della Biologia”), accoppiata a una generica legge del “successo” (un po’ meno adattativo e un po’ più casuale), qui le cose anziché migliorare peggiorano. Se già prima avevamo una catena di eventi improbabili, ora si sosterrebbe che la maggior parte della variazione che Darwin pensava si producesse in “eoni” di tempo, si è svolta in molto meno tempo e più freneticamente.
Non sarebbe più onesto sostenere semplicemente che l’evoluzione non è darwiniana? Come ad esempio fa Antonio Lima-de-Faria, nel suo volume Evoluzione senza Selezione, pubblicato ormai 15 anni fa (ma in Italia solo nel 2003, proprio da una casa editrice genovese). Il titolo è appunto paradigmatico di uno scienziato che trova del tutto insufficienti i concetti di vantaggio adattativo e di competizione per la sopravvivenza, nello spiegare i fenomeni fondanti della biologia evoluzionista, ovvero la macro-evoluzione, la mutazioni delle forme, le transizioni tra le classi e i Phyla. Ecco il punto cruciale. Tutti i fenomeni che vengono presentati dalla letteratura ortodossa come “innumerevoli prove inoppugnabili” a sostegno dell’evoluzione in realtà sono fatti micro-evolutivi. In altre parole riguardano la variazione dei caratteri (fenotipi) di popolazioni all’interno della stessa specie. Come ad esempio il fenomeno della resistenza agli antibiotici sviluppata dai batteri patogeni durante una terapia. Non vi è alcuna mutazione nel ceppo dei batteri, semplicemente la pressione ambientale, esercitata dall’antibiotico, attiva nel microrganismo la capacità latente di sintetizzare un enzima protettivo. Quella proteina specifica c’è già, codificata nel genoma del battere, oppure dobbiamo credere che nel giro di poche generazioni viene codificata “da zero” un tipo totalmente nuovo di proteina?
L’applicazione della genetica di popolazione alla macro-evoluzione è un’estrapolazione non autorizzata, fino a prova contraria. E’ dimostrato scientificamente che l’esplosione della fauna cambriana fu un prodotto della mutazione e della selezione naturale? E’ stato mai costruito uno scenario credibile delle pressioni selettive che costrinsero un pesce audace sulla battigia della spiaggia per (chissà quante) generazioni fino a che gli spuntassero i primi abbozzi di arti locomotori? E le strade stupefacenti attraverso cui un roditore a-specializzato sviluppò gli arti anteriori in una foggia tale da trasformarsi in un’ala adatta al volo? Questo dovrebbe fare una teoria dell’evoluzione, raccontarci scenari plausibili di macro-evoluzione. Ora dato che nel caso esemplare del pipistrello (come in numerosi altri) sia i fossili ancestrali che il meccanismo mancano completamente, Lima-de-Faria nega decisamente che queste transizioni possano avvenire in termini neo- darwinisti, anzi nega proprio che una simile transizione sia mai avvenuta. Secondo lui FORMA e FUNZIONE nascono insieme. Quest’ipotesi, denominata Auto-evoluzione di forma e funzione, si basa sul postulato che non siano i geni a determinare le morfologie (in particolare le strutture tassonomiche superiori), ma che le forme siano il risultato della concatenazione ininterrotta delle leggi della fisica e della chimica, che sono state “colonizzate” solo posteriormente dai geni, introducendo nel sistema la memoria e l’informazione. Per sgombrare il campo da fraintendimenti creazionisti, stiamo parlando di un citogenetista accademico riconosciuto a livello internazionale di dichiarata impostazione materialista.
Sono queste, ad oggi, le poche cose serie da dire sul “dissenso” al darwiniano e non certo le beghe politiche provocate dalla ministra Moratti. Dissenso che in Italia annovera, pochissimi ma buoni rappresentati: Giuseppe Sermonti (genetista), Roberto Fondi (paleontologo dell’università di Siena), Giovanni Monastra (biologo, presidente dell’INRAN), Marcello Barbieri, e altri. Costoro contestano, non certo “l’Evoluzione” come fatto storico in sé (accusa insensata reiterata continuamente),  bensì la formulazione completamente meccanicista della teoria egemone, secondo la quale l’ordine emerge dal disordine, per cui l’organismo perfettamente funzionante e l’ecosistema con i suoi complessi equilibri sono il prodotto della competizione “libera e caotica” dei suoi costituenti (Caso e Necessità). Se i lavori di questa nicchia di ricercatori, sono ritenuti scientificamente irrilevanti dal Comitato Scientifico di cui sopra, non sarebbe comunque più formativo confutarli pubblicamente, anziché affermare semplicemente che non vale neanche la pena parlarne?
Sicuramente se ne è parlato a scopo diffamatorio, quando il dott. Pievani ha detto che le obiezioni del prof. Giuseppe Sermonti all’evoluzionismo sono – come quelle di Zichichi – “folcloristiche”. Ora mi consola parzialmente il suo tono bonario, conoscendo il disprezzo aperto con cui l’anziano professore viene trattato in altri ambienti (spesso politicizzati). Tuttavia un minimo di onestà intellettuale impone di distinguere decisamente due personaggi così diversi. Il modo “cialtrone” del prof. Zichichi di trattare la scienza è noto al grande pubblico, avendo costui ampia visibilità televisiva in qualità di esperto di qualsiasi argomento (oltretutto non se ne conoscono lavori degni di nota nemmeno nel campo della fisica) [nota di RS: qui ci permettiamo di dissentire. Zichichi, tra le altre cose, è stato Presidente della Società Europea di Fisica (1978-1980), Presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (1977-1982), Presidente del Comitato NATO per le Tecnologie di Disarmo, Rappresentante della CEE nel Comitato Scientifico del Centro Internazionale di Scienza e Tecnologia di Mosca, Presidente della World Federation of Scientists] . Al contrario Giuseppe Sermonti è un genetista di livello internazionale, misconosciuto in patria, che ha prodotto e tentato di divulgare (pur nell’ostracismo più totale) obiezioni alla teoria darwiniana pertinenti ai suoi studi e soprattutto argomentati in maniera scientifica, non certo confessionale. Tutt’altro da quello che il moderatore ha detto in Sala del Minor Consiglio domenica scorsa, riferendo che Sermonti “non crede alle evidenze che lui stesso deve studiare”. Sarebbe utile in proposito una rilettura di Dopo Darwin, un libro vecchio di 25 anni ma attualissimo, scritto a quattro mani con Roberto Fondi. Ci si accorgerebbe della legittimità scientifica delle prove e delle argomentazioni, pur senza condividerne, magari, le conclusioni. Oppure, non è più nemmeno lecito contestare una teoria sedicente scientifica?
La seconda parte del libro, curata da Roberto Fondi, mostrava lo stato della conoscenza paleontologica al 1980 (non credo che ci siano state da allora novità significative, a parte la retrodatazione della comparsa dei primi microrganismi). L’esame obiettivo della serie fossile mostra che la paleontologia confuta decisamente gli assunti darwiniani, cioè le stesse cose che diceva S.J. Gould fin dagli anni ’70. Però qui si giunge alla logica conclusione: la proposta di superamento del darwinismo, non di una sua riedizione. L’evoluzionismo vorrebbe che la vita partisse alle origini con poche forme indifferenziate e sviluppasse la sua infinità varietà procedendo nel tempo. I fatti paleontologici dicono tutt’altro: che la vita quando compare, si manifesta già specifica e con la massima biodiversità, in ogni epoca geologica. Che con il passare delle ere i vari tipi e sottotipi di forme viventi non aumentano in numero ma rimangono quasi costanti (tutti i Phyla conosciuti c’erano già 500 milioni di anni fa e quasi tutte le classi a circa 350 milioni di anni). Il fatto più spiacevole è che il tracciamento dei possibili alberi filogenetici tra specie e ordini, anziché chiarirsi, con l’aumentare della conoscenza dei fossili, si complica in tutti gli ambiti. E questa risalita ai progenitori sempre più antichi si ferma comunque al livello di entità che risultano “irriducibili” a qualunque altro progenitore conosciuto. In altre parole si risale fino ad un numero finito di “prototipi” Si ha quasi l’impressione che questi prototipi siano stati forniti dalla natura belli e pronti e che su di essi si sia esercitata l’evoluzione successiva, nella misura di “variazioni” sul tema. In conclusione la natura si manifesta attraverso una serie di salti sistemici che, per complessità, non ammettono gradi intermedi (dal mondo inorganico all’organico, dagli organismi monocellulari a quelli pluricellulari, dall’ambiente marino a quello terrestre, dall’assenza di volo al la capacità di volare, ecc…)
Alla maggioranza dei benpensanti un’esposizione di questo tipo appare inaccettabile, esotica, quasi magica. Di solito obiettano: “e le forme sono nate dal nulla?”. Obiezione non ricevibile in un contesto scientifico: quando un fenomeno straordinario come la stessa origine della vita non si inquadra nel paradigma vigente, bisogna tentare di elaborare un nuovo paradigma. Invece è bastato smettere di parlarne. Sul mistero della nascita della vita, pare sia calato un velo pietoso, come se l’esperimento di Stanley Miller avesse risolto per sempre il problema. Tuttalpiù avrebbe dimostrato che in particolari condizioni controllate si possono formare per reazione chimica alcuni mattoni fondamentali della casa (molti in verità contestano anche questo). Ma chi ha costruito la casa? Non esiste nel contesto delle attuali leggi della fisica una strada per spiegare in termini termodinamici il passaggio dal caos all’aggregazione, dal disordine all’informazione, dalle proteine alla cellula (correggetemi se sbaglio). Essendo la vita un sistema “circolare” che prevede la retroazione (feed-back) tra i suoi elementi costitutivi  non lo si può ottenere per aggiunte successive di un sistema lineare (in merito a ciò, la “Teoria semantica dell’evoluzione” di Marcello Barbieri è molto innovativa e illuminante).
Non vedrei quindi alcuno scandalo nell’ammettere come ipotesi di lavoro di una biologia post-darwiniana la nostra quasi totale ignoranza sulla nascita e l’avvicendamento delle forme. Questa ignoranza è appunto causata dal neo-darwinismo, che impedisce di esplorare strade alternative, a parte rarissimi tentativi di una biologia “strutturale” e le ipotesi relative al “campo morfogenetico” (Rupert Sheldrake – Ervin Laszlo). Non è una crociata iconoclasta. Professandomi agnostico e razionalista, come tanti suoi colleghi, propongo di sgombrare il campo dagli equivoci politici e religiosi. Il libro della Genesi non è che una delle tante  cosmogonie antiche e non deve interessare ad alcuno se la narrazione è in accordo o meno con una teoria scientifica (tra l’altro ci sono altre cosmogonie molto più ricche e suggestive – come ad esempio quella vedica – che si prestano ad interpretazioni molto profonde) [nota di RS: anche qui – per ragioni ovvie – non possiamo sottoscrivere]. Però bisognerà anche disfarsi del darwinismo, allo stesso modo con cui Galileo si è liberato dai dogmi aristotelici per fondare la Dinamica dei corpi. (ed Aristotele è comunque ritenuto un padre del pensiero moderno).
Fare piazza pulita degli eredi di Darwin non significa cancellare Sir Charles dai libri di scuola, ma collocarlo nella giusta prospettiva della storia delle scienze. Il suo contributo originale alla biologia si limita alla speciazione per isolamento geografico ed alla constatazione che in natura gli individui competono per accaparrarsi risorse limitate e che la selezione naturale mantiene sana la specie (sopprimendo gli anormali, i deboli, i “mostri”). Nelle due settimane del Festival edizione 2005, è stata giustamente ricordata non solo la figura di Darwin naturalista, ma anche la sua esemplare e rara attitudine di scienziato aperto alle critiche e alle obiezioni.  Queste sono le sue parole esatte tratte dal secondo fondamentale lavoro “L’Origine dell’Uomo” del 1871:
  • nelle prime edizioni della mia “Origin of Species” ho probabilmente attribuito troppo all’azione della selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto… Non avevo allora considerato a sufficienza l’esistenza di molte strutture che sembrano non essere, per quanto possiamo giudicare, né benefiche né dannose; e questo credo sia una delle più grandi sviste sinora trovate nel mio lavoro.
Quindi 130 anni sono passati invano? Sono state prodotte nuove prove dell’onnipotenza della selezione naturale nell’indirizzare le nuove forme verso destini inaspettati? Sono state riempite le lacune fossili di cui si lamentava Darwin? Purtroppo invece di studiare Darwin per quello che fece e per quello che disse, lo si celebra in ogni salsa come precursore e visionario. Tutte le conquiste della biologia posteriore vengono fatte risalire a lui, quando in realtà la biologia moderna è nata nonostante Darwin, per non dire in aperta contraddizione. Darwin sosteneva la generazione spontanea (abiogenesi) della vita batterica (non è una colpa, data l’epoca) e la discendenza dei caratteri acquisiti (pangenesi) alla stregua di Lamarck. Eppure è lui il padre putativo di ogni disciplina.
–          La genetica: il lavoro di Gregor Mendel, lo scopritore della genetica, è stato trascurato dai darwinisti finchè era in chiaro disaccordo con la dottrina del trasformismo, poiché rivelava la fondamentale persistenza dei determinanti genetici dietro un’apparente variabilità. Poi Mendel è stato poi forzato ad andare a braccetto a Darwin con la formulazione della famosa “Sintesi” negli anni ’30 del ‘900.
–          La paleontologia: i fondamenti della sistematica sono precedenti a Darwin (Cuvier e Linneo) e le linee filogenetiche tratteggiate, (perché inesistenti) che troviamo su tutti i libri di scienze, non aggiungono alcunché di significativo alla comprensione delle forme viventi.
Al contrario gli esiti disastrosi dell’applicazione del darwinismo alle società e alle culture umane (l’eugenetica, il razzismo, l’ideologia del colonialismo) vengono sempre attribuiti alle derive dei suoi discepoli troppo integralisti (Galton, Huxley e compagnia) al di là delle intenzioni originali del maestro. Quindi Darwin non è solo un naturalista rivoluzionario è l’uomo simbolo della modernità, autore della “fine del disincanto”, fondatore lui stesso del pensiero moderno (se non ho frainteso le parole del prof. Sgaramella), filosofo della scienza, salvatore dell’umanità. Cos’altro ancora? Santo?
Tutto ciò rivela la debolezza di questo schema di pensiero, che sembra sottrarsi alle regole vigenti negli altri campi della scienza. Basta leggere i testi di Darwin per constatare quanto egli fosse figlio del suo tempo. La sua teoria è talmente “originale” che il, sempre misconosciuto, A.F.Wallace, negli stessi anni e dall’altra faccia del pianeta, la formulò negli identici termini. Fenomeno paranormale? Ma no, semplicemente entrambi i ricercatori, di scuola anglosassone, l’avevano mutuata dalle teorie economiche maltusiane della lotta per le risorse. A tal proposito rammento l’analisi di Karl Marx, suo contemporaneo, che scrisse nel 1862:
  • E’ notevole vedere come Darwin ritrovi nel mondo animale e vegetale la sua società inglese, con la divisione del lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, le invenzioni e la lotta per la vita di Malthus. … in Darwin il regno animale figura come società borghese.
Più in generale, è la filosofia materialista, positivista, riduzionista ottocentesca ad aver partorito il darwinismo, all’insaputa del povero Charles, che stentava egli stesso a capire il successo travolgente della sua dottrina. Egli fu l’uomo giusto al momento giusto. E proprio in contrasto con le idee del suo fondatore il paradigma della “sopravvivenza del più adatto” è stato spalmato su tutta la natura ad occultare l’ignoranza dei fondamenti di quei fenomeni che si vorrebbe spiegare. La dubbia utilità scientifica dell’enunciato darwiniano fu osservata, fra gli altri, dal filosofo della scienza Karl Popper:
  • non è affatto chiaro che cosa potremmo considerare come possibile confutazione della teoria della selezione naturale. Se, più in particolare, accettiamo la definizione statistica di adattamento, [che definisce l’adattabilità] in termini di sopravvivenza effettiva, allora la sopravvivenza del più adatto diventa tautologica e inconfutabile.
Addirittura le tare epistemologiche dell’opera di Darwin sfociano in un antropomorfismo ingenuo (si ricordi che l’argomentazione di “L’origine delle specie” muove dall’analogia con l’allevatore, cioè dalla selezione artificiale operata da un intelligenza esterna che sa già in anticipo qual è la direzione desiderabile per gli esemplari dell’allevamento (pelo più folto, resistenza, statura). Ciò non può assolutamente valere per la Selezione Naturale che tuttavia assume nelle spiegazioni darwiniane lo stesso ruolo di un demiurgo (deus ex machina) che opera sempre per il bene dell’individuo e della specie. Paradossalmente l’esito finale dell’applicazione della filosofia darwinista alla natura è una nuova forma di finalismo, poiché ogni caratteristica anatomica e comportamentale dei viventi  esiste perché è utile ad uno scopo (ed inoltre deve essersi trasformata, durante il processo evolutivo, attraverso stadi intermedi di massima utilità).
Alla luce di queste considerazioni ho trovato sorprendenti le proposizioni finali del documento dei “saggi” indirizzato al Ministero (sempre che, di nuovo, non abbia frainteso). Secondo Sgaramella:
  • il darwinismo è il presupposto per una comprensione olistica della natura.
ciò nondimeno il documento mette in guardia dagli eccessi di una certa deriva scientista cioè dalla:
  • onnipotenza del gene (il rischio delle manipolazioni genetiche).
Capirà adesso quanto possa sentirmi confuso. In quale modo la sintesi neo-darwiniana possa dirsi “olistica” mi sfugge. Nella storia della scienza niente è più pervasivamente riduzionista dell’attuale Teoria Sintetica dell’Evoluzione. Almeno nella forma che mi è stata insegnata a scuola; altrimenti se stiamo parlando di qualcos’altro, ci terrei ad essere informato sulla  letteratura scientifica recente (ritenuta degna dal Comitato) che si indirizza verso l’interpretazione olistica della biologia. Il monito sull’onnipotenza del gene poi, non sarà mica un avvertimento verso la divulgazione ultradarwinista alla Richard Dawkins (quella sì, se posso permettermi, folcloristica, così pervasa di inquietanti elementi antropomorfi come il “Gene Egoista” e “L’Orologiaio Cieco”). Come si fa sostenere una cosa e il suo contrario nell’ambito della stessa manifestazione scientifica?
Nel mondo paleoantropologico in particolare, il mito dell’onnipotenza del gene è molto viva e giustifica l’eccessivo ottimismo con cui vengono presentati i risultati dell’antropologia molecolare. Purtroppo non c’è qui spazio per affrontare nel dettaglio la questione e instillare un poco di dubbio nella certezza che questi modelli abbiano prodotto risultati definitivi e condivisi da tutti, come l’età dell’antenato Homo sapiens  comune tutta l’umanità e la sua origine africana. Le applicazioni della genetica di popolazione alle migrazioni degli antenati dell’uomo spesso contraddicono i dati archeologici più recenti. Come si concilia una fuoriuscita dall’Africa stimata in 50.000 anni con la presenza di uomini anatomicamente moderni oltre il circolo polare Artico 30.000 anni fa, in Australia 60.000 anni fa, nelle Americhe 40.000 anni fa?  Bisognerebbe chiedersi se il cosiddetto gene MRCA (Most Recent Common Ancestor) sia in grado di darci informazioni significative sull’antenato in carne ed ossa che l’avrebbe portato nel suo DNA. Ci sarebbe molto da discutere sulla taratura dell’orologio molecolare arbitrariamente effettuata sulla distanza genetica rispetto ad un’altra specie, lo scimpanzé. Distanza che sul piano genetico è ora ridotta al 2%. Mi chiedo se un’affermazione del genere non equivalga a misurare le analogie tra “La Divina Commedia” e “I promessi sposi”, facendone l’analisi grammaticale. Molta letteratura che sostiene la monogenesi recente è stata sottoposta ad aggiustamenti “ad hoc” per farla tornare con l’idea preconcetta della migrazione “Out of Africa”. Basta una scorsa alla letteratura genetica per trovare anche qui i dissidenti, che si rifanno ad una diversa scuola di interpretazione dei dati e di cui non si è fatto parola al Festival (John Relethford, Alan Thorne, Richard Lewontin).
Fin qui una sintesi dei dubbi relativi all’evoluzionismo come teoria biologica. Ora tocchiamo un tasto molto più dolente: l’estrapolazione del darwinismo all’evoluzione culturale dell’uomo. Il 31 ottobre Gianfranco Biondi, co-autore de “Il codice Darwin”, affermava che tutte le nostre peculiarità umane, compresi i comportamenti, i sentimenti, la cultura ci vengono dall’evoluzione. Un’affermazione da prendere con cautela. Nella misura in cui significa che l’uomo è un animale appartenente all’ordine dei primati e che si è evoluto sulla Terra, senza interventi soprannaturali, lo trovo un concetto evidente, certamente inoffensivo.
Nella misura in cui sottintende invece il darwinismo applicato alla cultura umana, cioè che il pensiero, i significati, il linguaggio, i sentimenti, siano “emersi” dai nostri geni attraverso un percorso di competizione, di selezione del più adatto, allora lo trovo assolutamente inaccettabile. E sono quasi sicuro che sia questo il caso perché, lo scorso anno, ho assistito alla conferenza del prof. Luigi Luca Cavalli Sforza. Sostenere, come fa quest’ultimo, che tutte le peculiarità che ci fanno umani esistono in quanto “vantaggiose”, e in virtù del fatto di aver superato il test della selezione naturale è un’impostazione di un riduzionismo lampante. A me sembra una ben squallida prospettiva.
Prendo spunto proprio dalla relazione dell’ottobre del 2004, in cui il nostro professore di Stanford spiega che la cultura va considerata un meccanismo di adattamento all’ambiente straordinariamente efficiente che ha preso il posto, nella nostra specie, dell’evoluzione biologica. Ha impostato il suo lavoro su una definizione di cultura di questo tenore:
  • “accumulazione nel tempo dei comportamenti umani che portano alle novità culturali” (definizione che al limite potrebbe adeguarsi all’evoluzione della tecnologia, se non fosse ricorsiva)
La supposta somiglianza formale tra l’evoluzione dei geni, delle etnie, delle lingue e delle culture umane, poiché si sostiene fondata sugli stessi meccanismi di base – cioè la mutazione (la novità), la trasmissione preferenziale (orizzontale nel caso di lingua e cultura), la deriva – è un enunciato da dimostrare, NON l’assioma da cui partire. Altrimenti che modo di fare scienza è mai questo? Mi preoccupano sinceramente alcune affermazioni estratte dal suo ultimo libro “L’evoluzione della cultura”:
–          la genetica ha sviluppato la teoria dell’evoluzione biologica, ma tale teoria è del tutto generale e include anche quella dell’evoluzione culturale, perché vale per qualunque organismo [enunciato apodittico, quali evidenze?];
–          l’evoluzione culturale può fare quello che vuole ma è sempre sotto il controllo della selezione naturale. Quest’ultima corregge sempre gli errori e ciò offre una garanzia contro la possibilità che siano compiuti errori troppo gravi; tuttavia essa può anche colpire molti innocenti;
–          le nostre decisioni al livello culturale sono poi sottomesse a un tribunale più elevato, la selezione naturale, che le giudica e decide autonomamente in base alla nostra sopravvivenza e riproduzione se e quanto conteranno sulle generazioni successive [antropomorfismo del deus ex-machina].
Non so a voi, ma a me questa suona più come una minaccia messianica che un’asserzione scientifica: “state attenti perché qualunque cosa facciate la selezione naturale decide “autonomamente” per il vostro bene”. Queste affermazioni reazionarie affossano completamente un secolo di antropologia culturale. Da questa strada si ritorna dritti al punto di partenza degli studi etnologici del XX secolo, che si sono faticosamente scrollati di dosso la tara evoluzionistica nell’interpretazione culturale e nello studio del “pensiero selvaggio”. Ovvero quella scala evolutiva “naturale” che porta dai “semplici” comportamenti ripetitivi dei rituali magico-religiosi, alle civiltà “complesse” che hanno inventato l’ingegneria, il tasso di interesse e la democrazia parlamentare. Del resto questo atteggiamento non stupisce nel clima da neo-darwinismo sociale che si respira oggi nell’establishment politico-economico dominante. Basta constatare la superficialità e l’arroganza con cui la nostra civiltà industriale ha deciso unilateralmente che il proprio democratico metodo di sviluppo è il migliore, anzi l’ultimo, e va generosamente “elargito” a tutta la popolazione mondiale.
L’antropologia culturale ha mostrato che i comportamenti umani, le strutture del pensiero, le società umane, si articolano in entità di complessità “irriducibile”. Strutture che non sono suscettibili di essere spiegate nei termini di una “accumulazione di caratteri” che tendono a trasformare le strutture di partenza in qualcosa di migliore (più efficiente? più bello?). Ma la pensano così anche altri genetisti, come ad esempio Richard Lewontin:
  • “Manca totalmente, nel caso delle culture, l’equivalente dei meccanismi genetici alla Mendel. In biologia, le unità di base sono i geni, mentre non c’è modo di identificare le unità di base nella cultura, se non con criteri che risultano completamente arbitrari.”
Il biasimo espresso dal Cavalli-Sforza verso i suoi colleghi antropologi del versante culturale (accusati di “indigenismo”), a suo dire “troppo poco evoluzionisti”, si sposa male con la professata interdisciplinarietà degli incontri del Festival. Non sarebbe gentile invitare al tavolo anche gli antropologi culturali? (peraltro la facoltà di Genova annovera esponenti rispettabili). I neo-darwinisti si proclamano pluralisti, aperti di mente, contrari all’oppressione dei dogmi religiosi altrui, democratici, anti-razzisti, ma alla fine riducono tutto ciò che studiano, ai minimi termini “digeribili” da una filosofia ottocentesca mutuata dalle teorie economiche liberiste e dal positivismo progressista. I fatti biologici come le manifestazioni immateriali, devono sottostare “definitivamente” alla legge universale della selezione naturale. Ogni espressione della cultura umana è interpolabile o estrapolabile a piacere fino ad arrivare all’antenato comune, passando per progenitori intermedi, spesso inesistenti. Il metodo scientifico invece dovrebbe funzionare all’inverso: se un fenomeno non è suscettibile di essere spiegato in modo evoluzionista, o si sospende il giudizio oppure si cerca di elaborare una nuova teoria.
Rivelato il meccanismo di base, è facile vedere le vere ragioni alla base della popolarità di uno studioso come  Merrit Ruhlen. Sostenitore della monogenesi delle lingue (la derivazione di tutte le lingue del mondo da un’unica antica proto-lingua madre parlata da una comunità di antenati), egli appare nel suo campo un “dissidente” della dottrina ortodossa della linguistica comparata tradizionale (poligenesi). Il fatto è che la monogenesi concorda in pieno con l’impostazione neo-darwinista. La “macro-comparazione” linguistica adottata da questo ricercatore sembra capace di ridurre l’evoluzione delle lingue alle trasformazioni delle sue particelle (sillabe e fonemi), allo stesso modo in cui la genetica annulla le differenze tra gli organismi riducendole alle distanze tra i loro genomi. In questo modo, trascurando aspetti essenziali delle strutture linguistiche (come la sintassi che ne costituisce la “morfologia”) si possono mettere le “specie” linguistiche nel piano astratto delle distanze vettoriali misurate come “accumulo di mutazioni” in senso algebrico. Diventa così possibile estrapolare più o meno ciò che si vuole, avvicinare vocaboli che tra di loro non sembravano parenti ma che, passando attraverso l’artificio delle proto-lingue, possono somigliare a tutti gli antenati possibili fino ad approdare alla proto-lingua madre. L’intervento di Starostin mi è sembrato veramente chiarificatore in proposito. Entità che, alla luce della linguistica comparata tradizionale, apparivano “irriducibili” le une alle altre ora appaiono derivare da progenitori comuni.  Come ad esempio la lingua Khoisan dei Boscimani e le antiche lingue caucasiche, caratterizzate da strutture profondamente diverse che non possono essere derivate da progenitori comuni,
La parte “sospetta” nelle conclusioni di Ruhlen (almeno nella sintesi della conferenza) è l’estrapolazione alla mitica comunità di primi homini sapiens migrati dall’Africa 50.000 anni fa. Egli presenta questo risultato non come il frutto indipendente della sua indagine, ma come una verità calata dall’alto. In altre parole le proto-lingue dovrebbero venir fuori dall’analisi linguistica ed essere controllate nello spazio-tempo archeologico (paleografia antica?) o etnologico. Altrimenti vi è ben poco di verificabile. Ad esempio vi è una lingua africana odierna che risulta più vicina alla lingua madre (perché – immagino – più “semplice” o più efficiente?) secondo il “tempo di coalescenza” calcolato dall’albero filogenetico? E’ possibile estrapolare la proto-lingua dei progenitori dei Polinesiani (che dovrebbe risultare, secondo l’archeologia, molto recente? L’aggregazione in macro-famiglie (legittima finchè raggruppa entità omogenee), non produce di per sé una lingua madre. L’unico elemento di prova che viene mostrato è la matrice comune di singole parole e suoni, che sembrano diffusi fra tutte le lingue del mondo.
Ma per quel che ne sappiamo questo può anche essere il risultato di un “prestito” universale effettuato a livello planetario dalla singola lingua di un’ipotetica cultura umana diffusa sul pianeta nella preistoria recente (si pensi al destino dell’inglese moderno). Una cultura umana che potrebbe contemporaneamente essere la matrice per una monogenesi delle “tecnologie”. In proposito trovo sorprendente che il neo-darwinismo applicato all’uomo abbia introdotto la monogenesi ovunque, eccetto che nella nascita delle civiltà. Qui infatti vige il più severo dettame poligenetico: le grandi civiltà dell’antichità sarebbero nate tutte indipendentemente le une dalle altre, giungendo a conquiste tecnologiche e culturali del tutto analoghe tra loro. Ad esempio, la nascita dell’agricoltura attorno ai 10.000 anni fa, in maniera autonoma e indipendente sui quattro continenti, in un lasso di tempo molto breve (se paragonato al passato evolutivo della specie), appare, ad alcuni studiosi, un fenomeno molto misterioso.
Concludendo la questione “culturale”, è chiaro che,  dando per scontato che l’uomo è un essere africano recente, vengono promossi dall’establishment quei metodi di indagine che producono le parentele genetiche desiderate. Insomma l’orologio molecolare, la macro-linguistica e in generale le elaborazioni della scuola di Stanford non costituiscono prove indipendenti della Teoria “Out of Africa”, bensì ne sono corollari inconsci.
Vorrei infine far notare l’esito più pregnante della filosofia darwiniana, applicata al mondo tecnologico odierno: la manipolazione genetica degli organismi. Nel dominio di una natura che si professa governata dalle mosse caotiche di un “Orologiaio Cieco”, non c’è niente di male nel sostituire l’agente naturale con l’ingegnere genetico, il quale si adopera per “migliorare la natura”, in modo che i suoi prodotti possano meglio incontrare le esigenze del mercato. Peccato però che il Dogma centrale della biologia sia morto da trent’anni. Peccato che l’inserzione violenta di tratti di genoma GM nelle sequenze prodotte dall’evoluzione organica della specie, in un complesso (e incompreso) equilibrio a cui partecipano tutti i microrganismi cellulari, provochi risultati ampiamente imprevedibili, indesiderati, spesso pericolosi (già documentati dalla letteratura degli ultimi 15 anni). Questa è l’arroganza dell’allevatore industriale, figlio degenere del più bonario allevatore di Darwin, perché dotato di mezzi tecnologici che hanno by-passato le barriere di specie ed è rivestito addirittura di una missione umanitaria verso i problemi agro-alimentari del Terzo Mondo.
Sarebbe auspicabile per il futuro di un Festival della Scienza veramente pluralista, assistere a delle sessioni aperte alla ri-discussione dell’evoluzione culturale e dell’industria degli OGM.
 
In fede,