mercoledì 11 maggio 2016

David Laven e l'annessione del Veneto

Lo storico britannico David Laven, docente all'Università di Nottingham e specializzato in storia italiana dal 1700 fino al fascismo:

"Sono diventato austriacante studiando.
I veneziani sapevano che nel 1861 gli austriaci avevano introdotto una legge per la libertà personale: mai accaduto in Italia. Vigeva sì la censura ma il Veneto capiva che sotto gli austriaci c'erano regole e non solo pressione. Non stavano poi così male i veneti con l'Austria, ci ...sono documenti a dirlo, basta cercarli.
Credo che nessuno voglia un serio dibattito sull'unificazione dell'Italia, i fascicoli che ho consultato nell'Archivio di Stato di Venezia avevano tutti due diti di polvere: mai consultati prima."

Sul "Plebiscito truffa": "ho fatto le mie ricerche ma non posso dare giudizi assoluti su queste cose: ci sono stati troppi studi ideologici."


Fonte: Vota Franz Josef

Il 17 esimo reggimento KuK al contrattacco...

Fonte: Vota Franz Josef



E' una situazione che si vide centinaia di volte; quando gli italiani conquistavano qualche nostra trincea si rilassavano, inoltre le nostre erano progettate per essere indifendibili da tergo. Il 17 esimo reggimento presente a quasi tutte la battaglie dell'Isonzo aveva un battaglione a Lubiana, gli altri tre a Klagenfurt come il comando. Ma vi erano arruolati diversi soldati del Litorale, qualcuno anche dall'Istria e dalle isole vicine. Faceva parte del "Corpo di Ferro" insieme ai nostri reggimenti che terminavano per sette tra i quali l'87. ed il 97.... "il fior fiore del lealismo asburgico" come scriveva Paolo Sema.

martedì 10 maggio 2016

"La Radetzky"


Nella foto si vede il Panzerkreuzer Karl VI bersagliato dalle batterie da 15 francesi portate sul monte Lovcen. Questo è il colpo che andò più vicino e danneggiò leggermente il locale bandiere, la foto è stata probabilmente scattata dal pallone aerostatico che la Radetzky aveva alzato come osservatorio, per ridurre il gap nei confronti dei francesi, in quota di circa 1800 metri.
Il tentativo di osservare il tiro dagli aerei fallì perché la maggior parte di essi non poteva raggiungere quota 2 mila e quelli che erano in grado, impiegavano troppo tempo per salire. Gli osservatori segnalavano i punti di caduta con i numeri dell'orologio: 0 lungo, 3 a destra, 6 corto, 9 a sinistra. Gli osservatori sopraelevati erano sempre più bassi del bersaglio, ma almeno potevano osservare i fumi delle esplosioni e stimare meglio i punti di caduta. L'arrivo della Radetzky (Pola-Cattaro in meno di 24 ore, un vero record ad oltre 18 nodi di media) permise finalmente di raggiungere i cannoni francesi, diversi colpi caddero sulle fortificazioni dei parapetti ed un colpo centrò una bocca da fuoco francese, uccidendo tutti gli artiglieri.
Il tenente francese Grellier, decise allora di ritirarsi e la minaccia dei bombardamenti dal Monte Lovcen furono scongiurati. Ciò accadeva nel dicembre del 1914, nel successivo mese di febbraio ci fu l'attacco al Montenegro ed il Monte Lovcen fu preso: cessò la segnalazione del nostro traffico effettuata da una radio installata sul Lovcen dai francesi. Fino a quando fu presente l'osservazione, i nostri dovevano uscire e muoversi di notte, se volevano avere la speranza di non essere notati, segnalati ed attesi da navi e sommergibili nemici, sui percorsi dei nostri raid.
Dover uscire di notte limitava l'autonomia dei nostri, il momento migliore per uscire e raggiungere i bersagli all'alba (sbarramento di Otranto, costa nemica fino a Monopoli) era il tramonto... altrimenti si doveva navigare le ultime miglia con il chiaro del giorno, finendo inevitabilmente tra le braccia del nemico. Se la situazione fosse rimasta invariata fino alle brevi notti d'estate, la base di Cattaro sarebbe stata in buona parte inservibile.

Fonte: Vota Franz Josef

sabato 7 maggio 2016

L'onta napoleonica su Venezia

Fonte: Raixe Venete
 
 
 
Ho ucciso 60.000 (sessantamila) #Veneti, ho distrutto mezza #Venezia, ho bruciato il #Bucintoro, ho demolito 60 #chiese, ho distrutto la flotta dell’ #Arsenale, ho liquefatto gran parte del #tesoro di #SanMarco per pagare i miei soldati, ho rubato migliaia di opere d’arte e migliaia di dipinti, distrutto centinaia di Leoni Marciani, e ora, ora, grazie a Paolo Costa e Giandomenico Romanelli (rispet...tivamente ex sindaco di Venezia e direttore musei civici veneziani), sono in bella esposizione all’ingresso di Ca’ Correr (sui morti, oggetto di contestazione già una volta.. calcoliamo i morti in Russia, veneti arruolati nell'Armée a forza e le vittime delle rivolte dal 1806-7 in poi e ci arriviamo... ) la statua impostaci andrebbe messa in un museo degli orrori dell' #occupazionefrancese. quella culturale dura ancora, vedi #museoCorrer.)
#napoleone

giovedì 5 maggio 2016

Wilhelm Oberdank: tra falsi storici e propaganda a "tre colori"

 
 
 
 Il cognome di Oberdank fu italianizzato dopo la sua morte. Nei dispacci ufficiali del Governo italiano veniva scritto con la kappa finale, così addirittura nelle medaglie commemorative coniate dai suoi complici, così in tutta la stampa italiana come si vede dalla rassegna del Comandini a foto numero 4.

Il suo nome italianizzato "Oberdan" compare per la prima volta sulla stampa italiana, 8 an...ni dopo la sua morte ed in modo sporadico. Appena alla fine del 1914, la kappa finale scomparirà del tutto.

I traditori irredentisti e loro seguci attuali, nostalgici dell'Italia, affermano che egli si sarebbe italianizzato da solo ed esibiscono come indizio, il suo "testamento". Quel documento è falso come lo è la "sentenza di morte" che circola in tutta Italia, come dimostreremo in seguito e come si può osservare ad occhio nudo alla foto (5).
 
 
 
 
 

 
 
Questa sarebbe la scrittura di Wilhelm Oberdank?

Ridicoli... se usate google immagini non faticherete molto a scoprire che si tratta di uno stile tipografico della famiglia "handwriting", che nel 1800 voleva imitare in qualche modo i caratteri di Guttenberg.

Si notano varie curiosità in questo falso dei falsi, ad esempio il variare dell'inclinazione della scrittura. Ne esiste una versione stampata su sfondo grigio, una stampata su sfondo rosa.
 
 
Versione in rosa, come la Gazzetta dello Sport
 
Versione stampata. Sarebbe veramente curiosa la conversione di Wilhelm Oberdank, figlio di una slovena e di un padre forse veneto e forse sloveno anche lui, adottato da un croato... che odia tanto "gli stranieri".

Più slavo di lui non c'era nessuno eppure voleva "liberare" Trieste anche dalla sua stirpe. Curioso. E' molto curioso anche il fatto che avrebbe scritto il "testamento politico" (lasciamo perdere i font di stampa) certo di morire, prima di compiere l'azione.

Forse una cartomante napoletana pagata da Imbriani, gli aveva predetto il futuro? Era poi repubblicano quando arrivò in Italia? No.
Sentenza di morte originale, in seguito alcune versioni falsificate che ornano muri e bacheche di musei e di scuole di tutta Italia.
 
falso storico.

In tutte le versioni falsificate che pubblichiamo, il testo della condanna non è stato modificato.

Non così per il nome e cognome del condannato che compare nell'impossibile versione italianizzata post mortem e non così per le firme....

Se fossero rimaste le firme originali, i lettori avrebbero potuto accorgersi che le prime due firme sono di due suoi colleghi parigrado, come da legge militare per le corti marziali. e' anche probabile che appartenessero al Reggimento 22 esimo dal quale aveva disertato, ma di questo non vi è certezza.

La giuria delle corti marziali era rappresentata dai vari gradi della gerarchia ma i parigrado votavano sempre per primi, onde evitare che il voto dei superiori potesse influenzarli.

In ultimo, il presidente della corte marziale pronunciava la sentenza ed applicava la pena prevista, informando sempre il condannato dei suoi diritti e dalla possibilità di chiedere la grazia.

La condanna di Wilhelm Oberdank fu pertanto "democratica", decisa da una corte marziale senza alcuna influenza "politica".

Chi conosce la storia dell'Austria e dell'esercito imperiale (K.u.K.) del quale Oberdank era disertore, sa che eventuali influenze politiche erano del tutto escluse.

Solo l'Imperatore avrebbe potuto comunicare con i giudici essendo il capo supremo delle forze armate ma non lo fece e chi conosce la Sua figura storica, esclude che lo avrebbe mai fatto, nonostante la Giustizia militare avesse fornito "un martire" ai terroristi italiani che gli armarono la mano.

Era anche del tutto esclusa la Grazia, se non richiesta dal condannato. I quotidiani di mezza Europa che invocavano la grazia, non avrebbero dovuto rivolgersi al nostro Imperatore che mai violò alcuna legge austriaca; avrebbero fatto meglio a rivolgersi al condannato in modo che la chiedesse.
 
falso storico
 
falso storico.

Qui la falsificazione più evidente è il nome e cognome italianizzato inserito a stampa con un "font" del tutto estraneo al testo e del tutto estraneo alla grafica dell'aquila bicefala che oltretutto, è del Lombardo Veneto e non certo dello Stato austriaco che lo arrestò e lo processò.
E aggiungiamo per i meno attenti, che nel 1882 il Lombardo-Veneto era occupato dal governo italiano da sedici anni. Il buontempone che ha creato il falso si è con molta probabilità avvalso di documenti di epoca austriaca reperiti in un archivio in territorio lombardo-veneto che all'epoca del falso erano ormai parte del Regno d'Italia. Hanno cioè ignorantemente utilizzato la prima aquila che gli è capitata sottomano, senza nemmeno rendersi conto che era quella con sul petto gli stemmi di Lombardia e Veneto, quindi non pertinente nè a Trieste nè a Vienna.
 
Italia: 2 condanne nei processi per le manifestazioni in favore di Oberdank: condannato il capo redattore del foglio "Il ribelle" ed il direttore responsabile dell'Osservatore Cattolico, don Albertorio; multe alle testate per 400 e 1.500 lire.
 
questa è la versione del falso storico della sentenza, appesa in molte copie nei corridoi del liceo "Oberdan" di Trieste. Generazioni e generazioni di studenti, cresciuti nel falso storico.

Generazioni e generazioni di insegnanti che hanno raccontato palle.

Nessuno ha avuto ancora il coraggio di dire: "No, quello è un falso storico!"

Nessuno ha avuto ancora il coraggio di dire che Oberdank era un terrorista e che non si intitolano i licei ai terroristi e stragisti di inermi minorenni.
 
Si invita a documentarsi sul libro di De Marzi: "Oberdank il terrorista" e non sul più famoso testo di Salata, che era degno compare di Oberdank e quasi certamente coinvolto nel complotto.

In realtà sarà proprio il Salata a fare luce sull'identità del criminale che tirò 2 bombe "Orsini" sul corteo di reduci nel Corso, a Trieste, la sera del 4 agosto 1882.

Nella prima edizione del libro di S...alata, egli pubblicò la confessione giuntagli dallo stesso Oberdank che gli descriveva la dinamica:

"Visto il corteo, le bandiere asburgiche e la folla giubilante, preso da furore lanciai la bomba dalla finestra dell'albergo con alta parabola per farla cadere dove la folla era più numerosa."

Ma dopo l'uscita della prima edizione (*) i vertici italianisti cambiarono idea e decisero di tenere segreto il crimine dell'Oberdank. Pertanto, molte copie furono ritirate dalla circolazione e nell'edizione successiva, l'intero capitolo ed il testo della lettera, erano spariti.

Una copia fu ritrovata negli anni '70 da un librario antiquario, che informò gli storici ed anche il ministro Spadolini in visita nel 1979 nella stessa galleria dove aveva sede la libereria. Spadolini pronunciò la storica frase: "Ogni tanto, qualche bomba ci vuole".

(*) La prima data di pubblicazione risale al 1924.
 
Francesco Salata, nato ad Ossero, traditore irredentista. Collaborò con il nemico ai massimi livelli, come aiutante personale di Sonnino dopo il suo espatrio effettuato nel 1914. Fu utilizzato nei primi anni come capo dell'Ufficio Centrale per le Nuove Province.

Si dice che nel 1924 anno di uscita del suo libro, sarebbe andato in urto con il fascismo perchè "irredentista liberale".
 
Questa l'opera. Dentro c'è scritto che Wilhelm Oberdank si sarebbe italianizzato il cognome a 15 anni dopo iscritto alla "scuola di ginnastica", mitico posto dove circolavano clandestinamente i giornali italiani "assolutamente proibiti a Trieste".

Non vale la pena commentare se non per la coincidenza temporale della circolazione delle prime sentenze falsificate. Fu quindi il Salata a trovare... il testo della Sentenza e fu tra lui e qualche funzionario del Ministero della Stampa e Propaganda fascista, che uscirono e furono diffuse le prime copie della stessa.

Quelle che sono affisse ai muri dei corridoi del liceo "Guglielmo Oberdan".

Non si può escludere che tra i motivi dei guai di Salata con il fascismo, ci fosse anche quella pagina rimossa nella prima edizione del suo libro. Il Salata forse non si rendeva pienamente conto di quello che faceva e pur essendo un irredentista provetto e garantito, aveva tentato in tutti i modi di far mantenere l'autonomia al Litorale nonchè le Leggi e Regolamenti austriaci che secondo lui e secondo molti osservatori insospettabili (Giolitti, Gentile, Sonnino, il Duca d'Aosta..) erano molto più avanzati di quelli italiani.

Aveva voluto l'Italia, ora ce l'aveva e pedalava. Peccato che pedalavano anche tutti i nostri poveri nonni.
 
 

"La madre Josepha Maria Oberdank, una cuoca slovena di Gorizia e del soldato veneto Valentino Falcier, arruolato nell'esercito austro-ungarico."

Così scriveva il Salata. Se Oberdank nasceva il 1 febbraio 1858, l'esercito austro ungarico esisteva dal 1867.

Com'era possibile che un soldato "veneto" fosse arruolato nell'esercito KuK, lo sa sapeva solo l'autore istriano. Vedremo poi che nemmeno sulle origini dei padri di sangue e putativo, c'è unanimità di fonti.

A destra della madre "il marito Francesco Ferencich, giovane croato che lavorava al porto e riponeva una solida fiducia nel governo asburgico."
 
Questo scriveva la Lega Nazionale nel 1959. Il Ferencič non era più "soldato austro-ungarico".
 
Non ci sono prove certe o almeno indizi credibili, che Obderdank fosse irredentista prima di disertare e rifugiarsi a Roma. Se disertò per motivi ideologici, essi potevano essere anche il panslavismo o l'anarchia.

In effetti il movimento anarchico tentò di impossessarsi della sua figura ma non c'è niente di "anarchico" che egli abbia mai fatto in vita sua.

Dove ci sono prove certe di irre...dentismo, è a Roma. Certamente perse la borsa di studio all'Università di Roma perchè diede un solo esame al secondo anno cui fu ammesso e poi interruppe gli studi.

Aveva studiato a Vienna per dieci mesi con i soldi del Comune di Trieste che gli aveva concesso una borsa di studio. Aveva fatto la visita di leva in marzo del 78 ed era "Tauglich". Doveva partire in ottobre ma fu chiamato il 5 luglio per l'occupazione della Bosnia decisa dal Congresso di Berlino. Rimase in caserma 10 giorni e poi scappò in Italia con altri due disertori.

Approdò ad Ancona dove si fece mantenere da un certo Salmona, massone ed irredentista e dal repubblicano Barilari, direttore di giornale. Ottennero per lui una borsa di studio dall'Università di Roma e lì lo spedirono disfandosi del pacco.

Dopo l'abbandono degli studi, la leggenda dice che si sarebbe mantenuto dando lezioni private ai rampolli della nobiltà patriottica. Più precisamente, la vulgata tramandata da Salata e da Imbriani dice:

"In generale, la sua permanenza in Italia fu caratterizzata da gravi ristrettezze economiche. Solo per i primi mesi riuscì a contare sul sostegno delle associazioni irredentiste. Pertanto fu costretto a dare lezioni private e a lavorare come traduttore nelle redazioni dei giornali. Qualche sporadico aiuto giunse anche dalla sua famiglia e godette di alcuni sussidi governativi grazie a Onorato Occioni, rettore dell’Università, e a Luigi Cremona, direttore della Scuola d’applicazione.

Solo in seguito riuscì a ottenere un incarico temporaneo e remunerato presso l’istituto di fisica e, a varie riprese, un impiego presso la Compagnia reale delle ferrovie sarde procuratogli dall’ingegnere triestino Beniamino Besso.

Quindi faceva la fame ma non aveva voglia di studiare, mendicava aiuti e si fece mandare degli spiccioli anche dalla famiglia, più "straniera" degli stranieri.

Che sia stato tramite gli strozzini, che sia stato tramite altri loschi metodi, la sua vita in Italia era distrutta dopo 4 anni. Chi gli avesse dato o promesso dei soldi, si sarebbe facilmente conquistato la sua fedeltà.

E' il 1978, la lettera di Salata è stata ritrovata, è tempo di contestazione ed il tempo di scrivere questo libro. D'altra parte, smentire le palle della falsa vita di Wilhelm Oberdank, è facile come bere un bicchiere d'acqua.
 
Estratto dal Registro dei nati della Parrocchia di sant'Antonio Nuovo:

Dionisio Guglielmo Carlo, cattolico, illegittimo, nato il 1° febbraio 1858 alle ore 3 di mattina, nella casa del numero tavolare 1668, battezzato il 7 febbraio dal reverendo don Francesco Resic.

Nome,cognome, condizione del padre: Valentino Falcer, panettiere, che dichiara in presenza di testimoni, di essere il padre....

Nome,cognome, condizione della madre: Josepha Oberdank, cuoca.

Testimonio: Guglielmo Rossi, commerciante.

Padrino: Ignaz Hermann Metzgermeister, macellaio nell'i.r. Esercito austro-ungarico.

Levatrice: Giuseppina Koscir.

Quando il piccolo aveva 4 anni, sua madre sposò Francesco Ferencich di origine croata.

Nel censimento del 1865 all'età di 7 anni scriveva con l'aiuto del padre adottivo nel "foglio di famiglia": Guglielmo Ferencich, figlio di Francesco Ferencich e di Giuseppina Oberdank, nato a Trieste il 1° febbraio 1858.

Ai tempi i nomi di battesimo venivano sempre tradotti nella lingua dei destinatari dei testi. Non è possibile appurare se il padre adottivo si chiamava in realtà Frane o Franz, e se la madre cambiò il nome di battesimo da Josepha in Giuseppina.

Per l'iscrizione alle scuole superiori fu chiesto ad Oberdank il certificato di nascita, scoprendo di essere illegittimo. Sembra che si fosse rivoltato contro il padrigno austriacante per avergli mentito, e non contro il padre naturale che lo aveva abbandonato. Età presunta della scoperta, circa 16 anni (passaggio dal ginnasio al liceo).

Si dice che il padre naturale sarebbe stato veneto (Falcer) ma non ci sono prove.

I cognomi Pfaltz e Pfatzer sono comuni in Austria, ma anche Falcer (la c semplice si legge z sibilante), cognome diffuso nella zona di Maribor.

Si sa che il giovane Oberdank (certamente Wilhelm sotto le armi) disertò in conseguenza dell'occupazione della Bosnia (decisa dalle Nazioni europee Italia compresa).

L'irredentismo fu fondato nel 1875, in tre anni non poteva aver raggiunto il giovane Oberdank, che essendo di origine "slava" seppur linguisticamente assimilato, non aveva frequentato i circoli nazionalisti italiani pre irredentisti, che erano ferocemente antislavi e molto borghesi. O almeno, non ci sono prove che tra i 16 ed i 18 anni lo abbia fatto.

Iscritto al Politecnico di Vienna nel 1877 viene chiamato alle armi nel 1878, il 22° Reggimento triestino partiva per la Bosnia. Diserta, e lo lasciamo mentre espatria e si reca a Roma, dove frequentò l'Università grazie ad una borsa di studio.
 
 
Ritroviamo il soggetto a Roma. Sappiamo che partecipò ad una manifestazione irredentista e che gridò contro l'ambasciata austriaca.

Si sa che incontrò i vertici della società irredenta ed in particolare che, poco prima di intraprendere il viaggo omicida (luglio 1882) si recò a Napoli per incontrare Imbriani, il co-fondatore dell'irredentistmo insieme con il generale Avigliana. Entrambi napo...letani, entrambi massoni.

La vulgata dice che sarebbe andato per comunicare la propria intenzione di immolarsi, ma la vulgata tace su chi gli diede i soldi e lo mise in contatto con gli irredentisti del Friuli.

La logica fa supporre che prima di incontrare Imbriani, il soggetto non avesse alcun piano d'azione e che l'organizzatore dell'attentato fosse lo stesso Imbriani.

Lo scopo era chiaro: provocare una guerra tra Italia ed Austria, sperando nella leggenda che dopo la morte di Franz Josef, l'Impero si sarebbe dissolto. Se non fosse accaduto andava bene lo stesso: solitamente i finanziatori dei guerrafondai non pretendono che si vincano le guerre ma solo di vendere più armi possibile.

E proprio in quegli anni si stava formando il partito nazionalista italiano, al quale non importava nulla di fare la guerra contro la Francia, l'Austria o la Turchia, bastava solo di fare qualche guerra.

Da quale strano rivolo di denaro trasse sostentamento l'irredentismo del 1800, non si è mai saputo. Ma cercando il denaro solitamente si arriva alle banche e tramite queste, ai produttori e commercianti d'armi... chi altri?

Il napoletano Matteo Imbriani, il sospettato numero 1 del complotto e fondatore della "società irredenta" insieme al generale Avigliana, pure lui napoletano.

A Trieste c'è una via molto importante del centro, ad egli dedicata. Cospirò per tutta la vita ma ebbe un insulto durante lo scoprimento di un monumento a Garibaldi. Ne fu paralizzato quasi completamente e morì qualche anno dopo, forse tra atroci tormenti.

Il Grande Oriente d'Italia lo celebra come un proprio eroe. "Insigni" giuristi della Corte Costituzionale ne tessono le lodi per conto della confraternita. Era il capo di un'organizzazione terrorista.
 
4 agosto 1882, l'esplosione di una "bomba Orsini" in Corso, a Trieste.
 
QUOTIDIANO ISTRIA 4 AGO. SEGUONO ALTRI ARTICOLI, IN ALCUNI VIENE DATA LA DATA DEL 2 AGOSTO.

2 agosto 1882

"A Trieste stasera sul Corso, durante una fiaccolata in omaggio all'arciduca Carlo Lodovico, qui venuto per inaugurare l'esposizione agricola e industriale, viene lanciata una bomba Orsini. Si lamentano morti e feriti e si attribuisce l'atto a partiti politici. Si tenta una dimostrazion...e dinanzi al Consolato d'Italia.

Non si conoscono gli autori dell'attentato che si attribuisce all'Irredenta italiana. Oltre all'inaugurazione dell'esposizione nazionale austriaca, si celebrava la festa commemorativa del 5° centenario dell'unione di Trieste all'Austria" (rassegna stampa italiana del Comandini).
 
"Tutti riportavano l'invito che la Società dei Veterani e dei Reduci rivolgeva alla popolazione di partecipare alla fiaccolata che si sarebbe svolta quella sera in omaggio all'Arciduca.

Dopo il tramonto moltissima gente cominciò ad affollare i marciapiedi del centro.

Alcuni spettatori gettavano fiori. Il corteo si avvicinava e quando la Banda Militare del Presidio, svoltò da Via San Spiri...dione per immettersi nel Corso all'altezza dell'Hotel Aquila Nera il fragore degli ottoni si fece assordante.

Una selva di bandiere giallo-nere seguiva la banda e, distanziata di alcuni metri, marciava la schiera dei Veterani impettiti con giubbe adorne di decorazioni.

Un fremito di rabbia colse Guglielmo; affondò la mano in tasca, afferrò una bomba a mano e la scagliò altissima verso le bandiere" (Oberdank il terrorista di Renato de Marzi, idem da un testo inglese)
 
 
"La mattina seguente Guglielmo tornò verso Piazza Grande. Lesse i primi giornali. Tutti i titoli, a grandi caratteri esprimevano esecrazione, sdegno, condanna per l'attentato. Un ragazzo triestino di 16 anni era morto. Si chiamava Angelo Fortis.

Un altro giovane di Castelnuovo del Carso era moribondo. Altre 16 persone erano rimaste ferite e giacevano all'ospedale.

Tutti i giornali condann...avano l'attentato con espressioni di indignazione e di orrore. Persino l'Indipendente lo definiva una folle azione criminale contro cittadini inermi e pacifici" (de Marzi).

"4 agosto 1882

Tutti i giornali di Vienna stampano articoli irritatissimi contro l'attentato di Trieste. Ma quasi tutti fanno notare che gli autori non hanno certamente l'appoggio del Governo italiano, il quale è entrato lealmente e sinceramente nell'alleanza delle Potenze settentrionali e deve essere il primo a riprovare il nefando misfatto.

6 agosto 1882

Molti giornali tedeschi esprimono la convinzione che l'attentato di Trieste sia stato eseguito da un affiliato dell'Irredenta, cioè il partito del così detto degli "italianissimi", Il Fremdenblatt, dopo aver eccitato a combattere gli irredentisti, conclude: "l'Italia, nostra vicina ed amica, non potrà aversene a male, poiché in circostanze simili essa farebbe lo stesso. L'energica azione contro gli italianissimi e l'Irredenta non deve essere interpretata come un'animosità contro l'elemento italiano in generale”.

Tale conclusione sarebbe assolutamente erronea... Anche il regno d'Italia è in lotta contro gli irredentisti, i quali non solo minacciano la sicurezza della propria patria e possono precipitarla in gravi conflitti, ma predicano pure la più rozza ingratitudine verso la dinastia alla quale l'Italia deve la sua unità" (Comandini).
 
 

Una folla inferocita ha preso a sassate le finestre del quotidiano irredentista "l'Indipendente" ed il consolato italiano, con grida di "Viva l'Austria".

I manifestanti hanno sfondato la porta del consolato ma non sono riusciti a salire grazie all'intervento della polizia. Verso sera è stata riportata la calma.

"Eine aufgebrachte Volksmenge warf die Scheiben des Büros der irredentistischen... Zeitschrift „Indipendente“ ein; unter Buhrufen und „Evviva l Austria“ zog sie auch vor das italienische Konsulat der Stadt‚ bewarf das italienische Wappen mit Steinen und versuchte die Tür aufzubrechen. Polizisten wurden zum Eingreifen aufgefordert, unternahmen aber nichts.“ Auch in der Folge unternahmen die Behörden mit voller Absicht nichts, um die allabendlichen, italien und rredentafeindlichen Demonstrationen zu unterdrücken." Klaus Gatterer
 
 Fonte: Vota Franz Josef
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

martedì 3 maggio 2016

DUE FILASTROCCHE ANTI PIEMONTESI NATE PRIMA DELL’ANNESSIONE DEL VENETO.

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Fonte: https://venetostoria.com/

Che il popolo veneto fosse sostanzialmente ostile ai nuovi padroni “taliani” è un fatto negato dalla storiografia unitaria. Ma noi che amiamo scrivere stupidate, come ha più volte sottolineato la pagina facebook “le cazzate degli indipendentisti”, mettiamo intanto due filastrocche dei nostri avi, come prova di quale aria tirasse veramente nel 1848. La borghesia era magari filo unitaria, ma il 90 per cento dei Veneti era ostile, se non indifferente. Ostilità che aumentò ad annessione avvenuta, con l’introduzione di tasse esose (persino sugli affreschi delle ville venete, poi anche sul macinato per fare il pane) e la povertà sempre più diffusa. Unica scelta, per moltissimi, fu l’emigrazione, al grido disperato “P…ca Italia, ‘ndemo via !)
Sono tratte da un bel periodico, “Quaderni veneti”, diretto dall’amico Roberto Stoppato Badoer, in redazione spiccava tra gli altri Moreno Menini, che credo abbia presentato questo articolo.
I piemontesi son partiti / con la piva nel suo saco / Carlo Alberto l’è un gran macaco / ch’el voglimo fusilar.
e ancora : I Piemontesi co i so bafi / l’è na manega de briganti / i coparemo tuti quanti / i metaremo soto i pié.
Scrive la Redazione: Questo canto antipiemontese fu raccolto da Scipione Righi nel 1857 a Marano di Valpolicella e risale alla guerra del 1848. Sta in diretta della sostanziale estraneità della classe contadina ai moti liberali e risorgimentali.

Aggiungiamo  un articolo di ETTORE BEGGIATO*

20e70b3d-6afd-47cc-87e1-58ba38a5fa1412MediumIl Veneto fu annesso all’Italia il 21-22 ottobre 1866 dopo un plebiscito-truffa scandaloso.
La prima conseguenza dell’arrivo dei “liberatori” italiani nel Veneto fu …la partenza dei veneti dal Veneto. I Savoja nella nostra Terra si propongono come i continuatori dell’infame rapinatore chiamato Napoleone….Una pesantissima coscrizione militare obbligatoria (attraverso la quale si sottraggono alla nostra agricoltura migliaia e migliaia di possenti braccia), la riproposizione dell’odiosa tassa sul macinato, una vera e propria tassa sulla fame, proprio come quella imposta da Napoleone ai primi dell’ottocento, e poi tasse sul sale, sul caffè, sullo zucchero, sul petrolio, tasse giudiziarie e via discorrendo.
C’è chi protesta, con una buona dose di ironia: “Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vitorio Manuele metaremo par balin”, e chi, costretto dalla fame e dalla disperazione che flagella il nostro popolo come mai nella nostra storia, emigra. Interi paesi partono alla ricerca della “Merica”, soprattutto nell’America Latina e in particolare nel Brasile meridionale, ricreando un altro Veneto al di là dell’Oceano (Nova Bassano, Nova Vicenza, Nova Padua ecc.), un Veneto che dopo diverse generazioni conserva tenacemente la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria lingua.
– See more at: http://www.lindipendenzanuova.com/beggiato-savoia/#sthash.4NbPElQO.dpuf

lunedì 2 maggio 2016

L’età e le dimensioni dell’Universo non sono un’obiezione a Dio, anzi!

helixnebulosa
 
Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Reperiamo sul sito UCCR questo interessante articolo. Sebbene da questo sito ci separi un oceano ideale, volentieri lo ripubblichiamo per i nostri lettori. Contemporaneamente rimadiamo – su un tema che affianca ineludibilmente questi argomenti – al libro DIO accessibile a tutti. Prova della sua esistenza che racchiude tutte le altre, da quella del moto locale fino a quella dei frutti della santità. IL PIÙ NON VIENE DAL MENO, di R. Garrigou-Lagrange [RS]
L’Universo é apparso miliardi di anni fa e l’esistenza umana sembra davvero un semplice blip sul calendario cosmico, esistono un gran numero di galassie, enormi quantità di stelle, pianeti e altre entità astronomiche, la terra stessa ha miliardi di anni eppure gli esseri umani hanno iniziato ad esistere solo da un periodo relativamente recente di tempo.
Queste evidenze scientifiche sono statisticamente le più trattate dalle persone di fede atea quando giustificano la loro posizione esistenziale. Eppure, è proprio attraverso la ricerca scientifica che si può replicare: John Barrow e Frank Tipler, nel loro capolavoro intitolato “Il principio antropico” (Adelphi 2002), hanno ben spiegato che ledimensioni e l’età dell’Universo sono proprio ciò che dovremmo aspettarci di osservare. Infatti, un universo corrispondente a dati differenti sarebbe rimasto vuoto e disabitato poiché in un tempo più breve di 15 miliardi di anni gli elementi pesanti (ossigeno e carbonio), indispensabili sia per la costituzione della terra che per i composti organici di cui è fatta la materia vivente, non avrebbero avuto il tempo e lo spazio necessari per formarsi in quantità sufficiente nelle nucleo-sintesi stellari.
Come ha scritto Owen Gingerich, docente di Astronomia e Storia della scienza all’Università di Harvard, «invece di denunciare il carattere marginale e assolutamente effimero dell’umanità all’interno di un universo immenso e antichissimo, bisognerebbe spiegare che in un universo più piccolo e più giovane la nostra comparsa non sarebbe stata possibile, dal momento che non vi sarebbe stato il tempo per “cuocere” a fuoco lento gli elementi necessari alla vita» (O. Gingerich, “Cercando Dio nell’Universo”, Lindau 2007, p.17).
Questa spiegazione, com’è comprensibile, fa sorgere una seconda domanda: perché Dio ha scelto un tale universo piuttosto che produrre miracolosamente le stelle e i pianeti, l’uomo e la natura in un solo attimo? Qui si esce dal campo scientifico e si chiede di entrare nella mente di Dio, è comunque possibile rispondere come ha fatto il filosofo William Lane Craig, della Talbot School of Theology di Los Angeles, osservando che probabilmente il Creatore ha voluto appositamente creare un passato non illusorio al nostro mondo. Si potrebbe anche aggiungere che un universo sorto improvvisamente, già formato, senza una sua naturale evoluzione, avrebbe irrimediabilmente compromesso la libertà degli esseri viventi, costretti e forzati a credere in Lui. Quale Padre sarebbe soddisfatto se costringesse il figlio ad amarlo? Senza la libertà di riconoscere o meno Dio, il Creatore avrebbe forgiato un burattino, non un uomo.
Per questo il noto fisico inglese Paul Davies ha commentato: «Secondo la mia opinione e quella di un crescente numero di scienziati, la scoperta che la vita e l’intelletto sono emersi come parte dell’esecuzione naturale delle leggi dell’universo è una forte prova della presenza di uno scopo più profondo nell’esistenza fisica. Invocare un miracolo per spiegare la vita è esattamente quello di cui non c’è bisogno per avere la prova di uno scopo divino nell’universo» (P. Davies, Conferenza pronunciata a Filadelfia su invito della John Templeton Foundation e diffusa da Meta List on “Science and Religion”).
A chi denuncia la poca efficienza di un tale universo, osservando lo spreco di spazio e di tempo, bisognerebbe ricordare -come ha fatto giustamente il già citato filosofo americano- che l’efficienza è un valore solo per chi ha un tempo e/o risorse limitate, una condizione che è inapplicabile a Dio. Egli va considerato piuttosto come un artista, «che spruzza la sua tela cosmica di colori abbaglianti e creazioni. La vastità e la bellezza dell’universo mi parlano della maestosa grandezza di Dio e della sua meravigliosa condiscendenza nell’amare e nel prendersi cura di noi». Effettivamente è soltanto osservando un Universo del genere -finemente sintonizzato alla comparsa della vita e dominato dall’ordine, non dal caos- che può sorgere lo stupore e l’umiltà dell’uomo, che porta a dire: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8).
E’ soltanto osservando il nostro Universo che Albert Einstein può affermare: «Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti. Sospetta però che vi sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell’essere umano, anche il più intelligente, di fronte a Dio. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio» (citato in Isaacson, “Einstein: His Life and Universe”, Simon e Schuster, pag. 27). Un Universo differente, non avrebbe fatto volgere al cielo gli occhi del pastore errante dell’Asia, descritto da Leopardi, nessuno avrebbe sentito la sproporzione della sua finitezza con l’immensità dell’Universo di cui è parte, chiedendosi il significato di questo e che senso abbia lui stesso, la sua stessa esistenza. Nessuno, per concludere, avrebbe colto la domanda infinita di senso che abita noi, esseri finiti.
Bisogna quindi smentire l’idea che la vastità dello spazio e l’età dell’Universo siano una valida obiezione a Dio. E’ proprio vero il contrario, come ha spiegato il celebre evoluzionista Kenneth R. Miller, docente di Biologia presso la Brown University: «il nostro mondo è infinitamente più vasto, più complesso, più vario e creativo di quanto avessimo mai creduto prima, in un certo senso questo approfondisce la nostra fede e il nostro apprezzamento per l’Autore di tale opera, l’autore di questo universo fisico».