mercoledì 27 febbraio 2013

In memoria di Mons. Umberto Benigni

Mons. Umberto Benigni (scheda pubblicata sul n. 61 della rivista Sodalitium)

Il cattolico integrale per antonomasia fu monsignor Umberto Benigni.
Nacque a Perugia nel 1862, fu ordinato sacerdote nel 1884 e subito dopo iniziò la collaborazione ad alcuni giornali cattolici locali.
Nel 1892, dopo la promulgazione della Rerum Novarum, insieme a don Cerruti, promotore delle Casse Rurali, fondò la prima rivista cattolica sociale d’Italia, Rassegna Sociale e divenne caporedattore de L’Eco d’Italia di Genova.
Nel 1895 si trasferì a Roma, dove per dieci anni si occupò di storia ecclesiastica, prima come addetto alla Biblioteca Vaticana e poi come professore al Seminario Romano.
Dal 1900 al 1903 fu anche direttore del quotidiano intransigente La Voce della Verità.
Dal 1902 curò la pubblicazione della Miscellanea di storia e cultura ecclesiastica, primo periodico italiano consacrato alla storia ecclesiastica, che uscirà sino al 1907. E’ possibile che gli studi pubblicati sulla Miscellanea siano stati alla base della sua monumentale Storia Sociale della Chiesa, in sette volumi, che si interrompe purtroppo al XI secolo.
Nel 1904, dopo l’elezione di Pio X, per don Umberto si aprirono le porte dei vertici della Curia vaticana: divenne infatti Sottosegretario degli Affari ecclesiastici straordinari, ritrovandosi ad assumere la quinta carica d¹importanza all¹interno della Segreteria di Stato.
Si deve al genio di Benigni la paternità della sala stampa vaticana. Per invogliare i quotidiani laici (“indipendenti”) a occuparsi correttamente delle vicende ecclesiastiche, Benigni pensò di ingraziarsi una parte di giornalisti (che oggi chiamiamo “vaticanisti”), riunendoli quotidianamente (ecco la “sala stampa”) e fornendo loro esaurienti (e ben impostate) informazioni, che il giorno seguente venivano poi pubblicate su tutti i giornali.
La strategia risultò efficace per preparare sulla stampa laica il terreno alla pubblicazione dell¹enciclica Pascendi e per neutralizzare, almeno in parte, le successive campagne denigratorie della fazione modernista. Nacque così l’agenzia di stampa Corrispondenza di Roma (il n. 1 uscì il 23/5/1907, il 1282° e ultimo numero il 31/12/1912), che ebbe presto un’edizione francese, Corrispondance de Rome (dall’ottobre 1907). Bollettino “né ufficiale né ufficioso”, rifletteva gli orientamenti della Segreteria di Stato e non tardò a suscitare grandi polemiche negli ambienti cattolici e in quelli politici, come le aspre reazioni del governo massonico della III Repubblica francese.
Dal 1910 al 1912 un settimanale in lingua francese, Cahiers contemporaines, riportava gli articoli più importanti della Corrispondenza. Nel 1912, pochi mesi prima della chiusura della Corrispondenza, mons. Benigni aprì una seconda agenzia d¹informazioni, l’A.I.R. (‘Agenzia Internazionale Roma’), col bollettino quotidiano Rome et le monde e il settimanale Quaderni romani, che usciva anche in edizione francese. Le notevoli capacità organizzative di mons. Benigni diedero vita ad altri organi di stampa, come il Borromeus, per i componenti romani del SP, e il Paulus, indirizzato agli amici giornalisti.
All’estero SP disponeva di alcune pubblicazioni come La Vigie in Francia, la Correspondance Catholique nel Belgio, la Mys Katolycka in Polonia. Inoltre Benigni era in stretta collaborazione con altre riviste antimoderniste indipendenti da SP, come La Riscossa dei fratelli Scotton e La Critique du liberalisme del sacerdote Barbier, in Francia. Per dedicarsi maggiormente e più liberamente all’opera intrapresa, don Benigni lasciò l¹incarico agli Affari ecclesiastici, sostituito da mons. Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, che nel processo per la canonizzazione di Pio X rimase indifferente alle pressioni di coloro che dipinsero Benigni come l¹anima nera di Papa Sarto per impedire che il Pontefice fosse elevato agli altari. Nel 1911 san Pio X creò per don Umberto un’ottava carica di Protonotario Apostolico Partecipante, il più
alto titolo prelatizio, che sino ad allora era limitato a soli sette membri.
Il prestigioso titolo fece capire al novello monsignore due cose: innanzitutto la preclusione a un futura nomina episcopale, ma anche l’incoraggiamento papale a continuare sulla strada intrapresa.
Fin dal 1909 Benigni lasciò l’appartamento in Vaticano e aprì in Via del Corso la “Casa san Pietro”, sede delle sue attività. Qui nacque il Sodalitium Pianum, chi cui si è parlato diffusamente nella prima parte di questo numero.
Dopo lo scioglimento definitivo di SP, avvenuto il 25/11/1921, mons. Benigni, seppur amareggiato, seppe trovare la forza d¹animo per proseguire le battaglie per l¹’ntegralità della Fede.
Nel 1923 rilanciò l’AIR con il nome di Agenzia Urbs, che continuò le attività sino al 1928, curando la pubblicazione del bollettino settimanale Veritas e poi del mensile Romana.
Nel 1928 fondò l’Intesa Romana per la Difesa Sociale (IRDS), col motto “Religione, Patria, Famiglia”. È la fase fascistizzante della vita di mons. Benigni, certamente la meno originale e rappresentativa: Benigni cercò di usare il Fascismo in chiave anti-democristiana nello stesso modo in cui il regime usava in modo strumentale la Religione.
Mons. Benigni, calunniato e perseguitato dai suoi nemici, condusse gli ultimi anni della sua vita nella povertà più assoluta.
Nella Disquisitio uno dei testimoni, il padre Saubat, intimo collaboratore di Benigni assicurò che Mons. Benigni, pur non avendo la cura delle anime, celebrava ogni giorno la Messa e si confessava ogni settimana nella chiesa di S. Carlo al Corso da un padre mercedario.
Mons. Benigni si spense a Roma il 27 febbraio 1934, “abbandonato e disprezzato dal clero”: al funerale presenziarono “7 o 8 senatori, da 12 a 15 deputati, una legione di giornalisti e persino 12 carabinieri in alta uniforme” ma furono presenti solamente due sacerdoti: il padre Saubat e il padre Jeoffroid.
Quasi 50 anni dopo la sua morte, il pensiero e l’opera di mons. Benigni divennero il punto di riferimento per la nostra rivista Sodalitium (fondata nel 1983).

Fonte:

http://federiciblog.altervista.org/

martedì 26 febbraio 2013

Cattolicesimo ed americanismo a confronto (sesta e ultima parte)

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Concludiamo la pubblicazione, in sei parti, della relazione Cattolicesimo e americanismo a confronto: il problema politico contemporaneo del prof. Miguel Ayuso (Università Comillas di Madrid), che si è tenuta presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone, 23 agosto 2012) al XL convegno annuale degli “Amici di Instaurare”. Grassetti, corsivi, sottolineati e “titoletti” sono a cura della redazione di Radio Spada. Grazie per aver seguito le puntate precedenti 
 
Laicità e laicismo.
 
Questa è sempre stata la logica della laicità che, però, ora – passato il momento forte delle “religioni civili” – emerge in tutta chiarezza. Pertanto, dinnanzi alla falsa opposizione tra “laicismo e laicità” si deve proclamare “né laicismo né laicità”. Infine, due parole su laicità includente e laicità escludente. Riflesso, secondo molti, della precedente distinzione fra laicità e laicismo… Oggi la questione si pone in termini nuovi.
 
La laicità includente, infatti, considera e include il fenomeno religioso ma come diritto all’esercizio della libertà negativa, di modo che non è la natura (dell’uomo, delle cose) da cui derivano le istituzioni giuridiche o i diritti, ma – al contrario – è l’ordinamento giuridico che si pone come condizione del diritto. In altri termini… questo è nichilismo giuridico, a cominciare dalla libertà “di” coscienza intesa, questa, come facoltà vitalistica.
 
Ci si trova di fronte, pertanto, a due vie, la francese e l’americana. Benché entrambe siano espresse dall’esperienza contemporanea, la prima corrisponde al vecchio modello del laicismo, al quale si sarebbe amputata la sua militanza antireligiosa e subirebbe inevitabilmente l’attrazione della seconda, verso la quale tende senza consapevolezza.
 
La “via francese”, infatti, privilegia i diritti dell’identità collettiva e, pertanto, è soggetta a tensioni interne quando proclama, non senza enfasi, la libertà “di” coscienza: l’individuo secondo la laicità francese è libero nella libertà dello Stato e all’interno dello Stato. Ma lo Stato, per essere veramente laico, dovrebbe essere indifferente di fronte a ogni opzione e a ogni progetto
 
Questa impostazione ha aperto la “via americana” alla laicità: è l’individuo e non lo Stato che terrebbe il diritto di esercitare la libertà negativa; lo Stato sarebbe l’istituzione al servizio dei progetti della società civile e persino (nella versione radicale) degli individui. La neutralità dell’ordinamento giuridico, però, è impossibile, per la qualcosa anche questa via non è esente da limiti e contraddizioni.
 
La laicità, pertanto, imbocca una strada senza uscita. Da un lato, non solamente non risolve alcun problema politico o sociale, ma addirittura li aggrava. Dall’altro lato, la laicità includente finisce per essere più assurda della laicità escludente, poiché non cerca nemmeno come questa la pseudo-soluzione ideologica, che qualche aspetto positivo conservava fino a quando non è finita direttamente nel nichilismo.
 
*** *** ***   *** *** ***
 
Non terremo lo stesso linguaggio sull’altro punto, concernente il principio della separazione dello Stato e della Chiesa, il che equivale a separare la legislazione umana dalla legislazione cristiana e divina. Non vogliamo fermarsi a dimostrare qui tutto ciò che ha di assurdo la teoria di questa separazione; ognuno lo comprenderà da se stesso. Quando lo Stato ricusa di dare a Dio ciò che è di Dio, ricusa per necessaria conseguenza di dare ai cittadini ciò, a cui hanno diritto come uomini; giacché, vogliasi o no, i veri diritti dell’uomo nascono precisamente dai suoi doveri verso Dio. Onde segue che lo Stato, venendo meno, sotto questo riguardo, al fine principale della sua istituzione, giunge in realtà a rinnegare se stesso e a smentire ciò che forma la ragione stessa della sua esistenza. Queste verità superiori sono sì chiaramente proclamate dalla voce stessa della ragione naturale, che s’impongono ad ogni uomo non accecato dalla violenza delle passioni.
 
LEONE XIII
 
 
Fonte:
 

Le crociate come categoria dello spirito

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“ Popolo dei Franchi, popolo d’oltre i monti, popolo come riluce in molte delle vostre azioni eletto ed amato da Dio, distinto da tutte le nazioni sia per il sito del vostro paese che per l’osservanza della fede cattolica e per l’onore prestato alla Santa Chiesa, a voi si rivolge il nostro discorso e la nostra esortazione.
Vogliamo che voi sappiate quale lugubre motivo ci abbia condotto nelle vostre terre; quale necessità vostra e di tutti i fedeli ci abbia qui, attratti. Da Gerusalemme e da Costantinopoli é pervenuta e più d’una volta è giunta a noi una dolorosa notizia: i musulmani, gente tanto diversa da noi, popolo affatto alieno da Dio, stirpe dal cuore incostante e il cui spirito non fu fedele al Signore, ha invaso le terre di quei cristiani, le ha devastate col ferro, con la rapina e col fuoco e ne ha in parte condotti prigionieri gli abitanti nel proprio paese, parte ne ha uccisi con miserevole strage, e le chiese di Dio o ha distrutte dalle fondamenta o ha adibite al culto della propria religione. Abbattono gli altari dopo averli sconciamente profanati, circoncidono i cristiani e il sangue della circoncisione o spargono sopra gli altari o gettano nelle vasche battesimali; e a quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati. Altri fanno bersaglio alle frecce dopo averli legati ad un palo; altri, fattogli piegare il collo, assalgono con le spade e provano a troncare loro la testa con un sol colpo. Che dire della nefanda violenza recata alle donne, della quale peggio è parlare che tacere? Il regno dei Greci è stato da loro già tanto gravemente colpito e alienato dalle sue consuetudini, che non può essere attraversato con un viaggio di due mesi. A chi dunque incombe l’onere di trarne vendetta e di riconquistarlo, se non a voi cui più che a tutte le altre genti Dio concesse insigne gloria nelle armi, grandezza d’animo, agilità nelle membra, potenza d’umiliare sino in fondo coloro che vi resistono?
Vi muovano e incitino ali animi vostri ad azioni le gesta dei vostri antenati, la probità e la grandezza del vostro re Carlo Magno e di Ludovico suo figlio e degli altri vostri sovrani che distrussero i regni dei pagani e ad essi allargarono i confini della Chiesa. Soprattutto vi sproni il Santo Sepolcro del Signore Salvatore nostro, ch’è in mano d’una gente immonda, e i luoghi santi, che ora sono da essa vergognosamente posseduti e irriverentemente insozzati dalla sua immondezza. O soldati fortissimi, figli di padri invitti, non siate degeneri, ma ricordatevi del valore dei vostri predecessori; e se vi trattiene il dolce affetto dei figli, del genitori e delle consorti, riandate a ciò che dice il Signore nel Vangelo ” chi il padre e la madre più di me, non è degno di me. Chiunque lascerà il padre o la madre o la moglie o i figli o i campi per amore del mio nome riceverà cento volte tanto e possederà la vini eterna”. Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, ché questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele.
Gerusalemme è l’ombelico del mondo, terra ferace sopra tutte quasi un altro paradiso di delizie; il Redentore del genere umano la rese illustre con la sua venuta, la onorò con la sua dimora, la consacrò con la sua passione, la redense con la sua morte, la fece insigne con la sua sepoltura. E proprio questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso. Da voi più che da ogni altro essa esige aiuto poiché a voi è stata concessa da Dio sopra tutte le stirpi la gloria delle armi. Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri dell’immarcescibile gloria del regno dei cieli.
0 fratelli amatissimi, oggi in noi si è manifestato quanto il Signore dice nel Vangelo: Dove due o tre saranno radunati nel mio nome, ivi io sarò in mezzo a loro. Se il Signore Iddio non avesse ispirato i vostri pensieri, la vostra voce non sarebbe stata unanime; quantunque essa abbia risuonato con timbro diverso, unica fu tuttavia la sua origine: Dio che l’ha suscitata, Dio che l’ha ispirata nei vostri. cuori. Sia dunque questa vostra voce il vostro grido di guerra, dal momento che essa viene da Dio.
Quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: “Dio lo vuole! Dio lo vuole!”
E noi non invitiamo ad intraprendere questo cammino i vecchi o quelli che noti sono idonei a portare le armi; né le mogli si muovano senza i mariti o senza i fratelli o senza i legittimi testimoni: tutti costoro sono più un impedimento che un aiuto, più un peso che un vantaggio. I ricchi sovvengano i poveri e conducano a proprie spese con loro uomini pronti a combattere. Ai sacerdoti e ai chierici di qualunque ordine non sia lecito partire licenza dei loro vescovi, perché questo viaggio sarebbe inutile per loro senza questo consenso; e neppure ai laici sia permesso partire senza la benedizione del loro sacerdote. Chiunque vorrà compiere questo santo pellegrinaggio e ne avrà fatto promessa a Dio e a lui si sarà consacrato come vittima vivente santa e accettevole porti sul suo petto il segno della croce del Signore; chi poi, pago dei suo voto, vorrà ritornarsene, ponga alle sue terga; sarà così adempiuto il precetto che il Signore dà nel Vangelo: “Chi non porta la sua croce e non viene dietro di me non è degno di me. ”
 
Discorso sulla Crociata di Papa Urbano II al Concilio di Clermont, 27 novembre 1095
 
Tratto dal libro “La Chiesa fra le Tempeste” di Roberto de Mattei, 2012, Sugarco Edizioni
 
A cura di Federico
 
Fonte:
 

Il voto è terminato, si spengono le luci, l'ultimo seggio cigolando chiuderà...






Si sa come la penso sulle elezioni , sul voto e sulla dem(oni)ocrazia :  una mistura di favole ed inganni figli della Rivoluzione. Ogni partito è composto da lupi famelici travestiti con colori diversi.
Ora, i convinti sognatori hanno votato e sperato che un sistema marcio e fatiscente possa generare dei buoni frutti ,  un cambiamento realmente  positivo. Queste persone dovrebbero svegliarsi dal torpore che le persuade perché ne va del futuro di tutti.
Lo so lo so, è bello credere alle favole con il lieto fine . E' bello credere di vivere nel mondo dell'astratta politica del popolo dove "anche tu giovane ragazzo puoi!". E' soave il lasciarsi cullare dalle mielose parole che dicono "democrazia" , "siamo tutti uguali", etc. etc. Ma si sa , Io sono persona concreta che detesta il giocare è ama la verità assoluta . Sono uno dei pochi , oggi , in grado di riflettere su questioni tanto importanti senza farsi lasciar trasportare dal solito e nauseante accomodamento che tanto piace ad una certa gioventù che si divide tra bighelloni e figli di papà terrorizzati dal rischio. Non si tratta di mero anti-conformismo fine a se stesso ma di saggia comprensione del problema dell' ora presente.
Nell'opera monumentale di Delasuss, Il problema dell' ora presente, dalla quale rileggevo proprio l'altro giorno alcuni passaggi del tomo I, ve scritta la seguente citazione che considero molto "profetica":

"In questo paese la cui unità morale ne ha formato, attraverso i secoli, la forza e la grandezza, due gioventù, meno separate dalla loro condizione sociale che dall'educazione che ricevono, vanno crescendo senza conoscersi, fino al giorno in cui s'incontreranno, tanto dissimili, che arrischieranno di non comprendersi più. Per tal guisa si vanno a poco a poco preparando due società differenti - l'una
sempre più democratica, trasportata dalla larga corrente della Rivoluzione, e l'altra ognor più imbevuta di dottrine che potevasi credere non sarebbero sopravvissute al gran movimento del secolo XVIII, e destinate un giorno a darsi di cozzo".

Pierre Marie René Ernest Waldeck-Rousseau ( Tolosa, 28 Ottobre 1903)

 

Il settario Waldeck-Rousseau nelle sue parole descrive queste "due gioventù" opposte che già agli inizi  del XX secolo mostravano una grande probabilità di farsi battaglia in un futuro non molto lontano . Io faccio parte, per ovvie e conosciute ragioni,  di quella gioventù che Waldeck-Rousseau  descrive come  "ognor più imbevuta di dottrine che potevasi credere non sarebbero sopravvissute al gran movimento del secolo XVIII". Questa gioventù è composta da tutti coloro che anche attraverso i miei scritti hanno deciso di operare una vera Reazione politica esterna al sistema vigente. Questa gioventù è composta da tutti coloro i quali non si sono e non si arrendono ascoltando o utilizzando le solite arrendevoli parole "E' anacronistico", "bisogna accettare ciò che la politica ci offre" etc. etc. Questa gioventù è quella alla quale  Françoise-Athanase Charette de La Contrie faceva parte e che incitava con questa stupende parole:

 

“È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e vogliono fondare sull’assenza di Dio.
Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizioni…fanno ridere!
Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori, siamo la gioventù di Dio.
La Gioventù della Fedeltà!
 

L'altra gioventù invece , quella "sempre più democratica, trasportata dalla larga corrente della
Rivoluzione" , e che oggi supera di numero ma non certo di qualità la precedente gioventù, è composta da tutti quelli che si sono recati con un'espressione beota alle urne votando assurde combriccole delle più disparate e ridicole. Non mi riferisco solamente a coloro i quali hanno votato il "rosso" o la compagnia dei sessantottini  chiamata "Movimento 5 Stelle" ma mi riferisco anche a quelli che pur dicendo di esser Cattolici Tradizionalisti si mettono a votare  Berlusconi, Lega Nord oppure i Neo Fascisti da premio dell'assurdo e del ridicolo di Forza Nuova* (avrebbero dovuto chiamarsi "Forza col ventennio"). Questa gioventù è variegata , composta da convinti liberali , da sognatori di una scemenza chiamata "democrazia diretta"  , da individui capaci di affermare una cosa e fare tutto l'opposto rimanendo convinti di fare bene. Questa gioventù è composta da tutti quei ragazzi che pensano di conoscere la politica mentre si cimentano a scimmiottare ideologie nate dal ventre malsano della Rivoluzione pensando che siano "alternative favorevoli". Questa gioventù è talmente assuefatta dal mito demoniaco della democrazia che non vogliono sentir dire altro che "libertà e diritti!" . La maggior parte di loro non avrà un futuro tanto superiore allo schiavo che sogna d'esser libero . Questa maggioranza la si trova nei locali dove l'alcol e la perdizione sono legge di vita. La parte minoritaria invece è quella che sempre si servirà dell'ignorante maggioranza per far i loro comodi (i Borghesi, quelli che spadroneggiano e mangiano grazie alle agevolazioni della setta, per essere sintetici e per capirci).

*Tante belle parole nei manifesti di Forza Nuova, con sullo sfondo un immagine che ci riporta vividamente alla mussoliniana memoria  che di Tradizionale non ha nulla a  meno che non si parli di "tradizione dell'assurdo" o "tradizione dell'errore/orrore". In merito vi rimando alla visione dei loro video tra i quali questo https://www.youtube.com/ . Vi accorgerete della loro abissale incoerenza.



Il teatrino delle elezioni a chiuso i battenti, i media divulgano il fantomatico voto degli "italiani" (?) e scopriamo che come da me previsto il gioco a portato la cricca più liberale al potere.
 Immagino tutti gli stolti sognatori che sperano e che , mi spiace per loro, finiranno a fondo con la loro barca rattoppata da menzogne e astratte prospettive. Immagino tutti i "grillini" che se la ridono e che presto o tardi dovranno fare i conti con la dura realtà (manovrati dal frammassone Casaleggio) . Immagino tutti quelli che dicevano "Berlusconi e meglio di Monti", (quando la differenza nel succo non c'è)
, accorgersi per l'ennesima volta che le cose non stanno così (sempre massoni sono) .

Gli esordi di Silvio Berlusconi nella Massoneria



Immagino tutti quelli che perdono il contatto con la ragione e la realtà appena sentono parlare di democrazia, e che molto presto si renderanno conto che il loro beniamino Bersani è un pessimo canta storie di  vecchia data amante della cortina di ferro e del motto "Compagno! Tu lavori e io magno".
Sono finiti gli spogli dei seggi ed ecco già che si parla di nuovi problemi. Si parla di possibile ritorno al voto , di un collasso dello stato italiano (sono 150 anni che è in agonia) e tanto altro per la gioia del popolino.



Non cambierà mai nulla fino a che si continuerà a servire il medesimo sistema che da 150 anni spadroneggia nella Penisola italiana.



Stiamo vivendo sull'orlo dell'abisso. Con la triste abdicazione del Sommo Pontefice la situazione se fatta ancora più critica, e se uniamo ciò con la situazione di totale caos politico dettato , lo ribadisco, dalla setta, viene fuori un orizzonte tempestoso. Se ciò significherà guerra civile allora che venga , e quando verrà possa essere l'ultima delle innumerevoli che sono state causate dalla Rivoluzione e dall'unità geo-politica della Penisola. Temo che questa guerra civile farà da sfondo ad un conflitto mondiale di dimensioni apocalittiche. Sono esagerato? Forse si o forse no, sarà che guardo le cose per quello che sono. E' probabile che a breve dovrò imbracciare il fucile e mettere da parte la tastiera.
Tornando al baraccone italiota , staremo proprio a vedere se le mie previsioni sono state il frutto della mente di un ragazzo con la mania del complottismo oppure la sincera espressione della realtà detta da una delle pochissime persone che hanno avuto ed hanno il coraggio di denunciare la palese corruzione del sistema.

Ps: Quasi dimenticavo di dirvi cosa Io ho scritto sulla scheda elettorale:

"Non ho intenzione di votare nessuna loggia! Non ho intenzione di prendere parte alla messa in scena che qui imbastite! Non sceglierò il "Lupo" travestito meglio da "pecora"! "

Sintetico ma incisivo. Sempre e solo attivismo politico esterno al sistema! Non expedit cum reactione!


Bozza del manifesto che ho appeso all'esterno dei seggi
 




Scritto da :

Il Presidente e fondatore Amedeo Bellizzi

lunedì 25 febbraio 2013

Cattolicesimo ed americanismo a confronto (quarta e quinta parte)

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Continuiamo la pubblicazione, in sei parti, della relazione Cattolicesimo e americanismo a confronto: il problema politico contemporaneo del prof. Miguel Ayuso (Università Comillas di Madrid), che si è tenuta presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone, 23 agosto 2012) al XL convegno annuale degli “Amici di Instaurare”. Grassetti, corsivi, sottolineati e “titoletti” sono a cura della redazione di Radio Spada.
 
Littera enim occidit.
 
Un abbozzo della cultura politica e giuridica degli Stati Uniti non può prescindere da un riferimento al positivismo giuridico. Ma solo come pro-memoria, ovvero per sintesi, di lineamenti che lo delineano. Incominciamo da questo. Così, di fronte ai (supposti) “poteri limitati” del governo nazionale, la realtà impose ben presto la sua supremazia, attraverso una clausola di fondamento costituzionale, sviluppata da successivi emendamenti e interpretazioni giudiziali.
 In seguito, anche per la lontananza da una (impossibile) “neutralità religiosa”, una profonda ostilità verso la religione rivelata condusse, una volta ancora nella linea lockiana, alla subordinazione della religione al potere dello Stato… In terzo luogo, una tirannia giudiziale si è andata imponendo sulla volontà della maggioranza attraverso la revisione giudiziale delle leggi.
 Infine, l’intero quadro tende a dissolversi nella ricerca di una moderazione che si risolve nell’“equilibrio newtoniano”. Però, senza il positivismo giuridico il quadro anteriormente dipinto non può ritenersi completo. Non si tratta, ancora una volta, di qualcosa di avventizio, ma piuttosto di originale, nella traiettoria costituzionale degli Stati Uniti.
 Non si fondò sui principi cristiani né sulla tradizione della legge naturale (salvo che non si consideri questa nella visione lockiana, che – se mi è permesso il gioco di parole – la denaturalizza) ma sui postulati della modernità politica. Ciò è evidenziato al giorno d’oggi dalla giurisprudenza definita conservatrice che rifiuta qualsiasi interpretazione che implichi valutazioni, attenendosi allo storicismo e al sociologismo. E accomodando attentamente la legge naturale.
La legge naturale, com’è noto, si basa su alcuni presupposti metafisici e in ultima istanza teologici: la permanenza e l’intrinseca bontà della natura umana, al di là dei cambiamenti temporali e malgrado l’eredità prodotta dal peccato originale che l’ha indebolita.
Evoluzionismo e protestantesimo, al contrario, negano rispettivamente queste condizioni. L’evoluzionismo dell’Illuminismo e la teologia protestante erano dottrine radicate nel suolo americano quando la repubblica federale incominciò a camminare.
 Questa Costituzione newtoniana… oggi senza dubbio è minacciata da una democrazia fondata su un’opinione pubblica che disprezza la legge naturale. Si potrebbe dire che anche in Europa è in atto un processo simile…
 Qui, però, non sono state risparmiate critiche a questi sistemi, strettamente legati con il paradosso totalitario di Rousseau quando non direttamente con il Giacobinismo e persino con il Terrore. Invece molti interpreti importanti continuano a riservare all’Illuminismo anglosassone e alle sue concrezioni politiche i maggiori elogi.
Optavi et datus est mihi sensus.
Un asse adamantino lega fra loro le premesse teologiche e le conseguenze politiche. Se assunti eminentemente teologici come l’attivismo si trovano nel cuore della condanna papale ricordata, non appaiono senza rilevanza altri più politici (benché in fondo non meno teologici) come quello della separazione tra Chiesa e Stato che si riconosce nell’esperienza degli Stati Uniti.
Infatti, una delle tesi centrali dell’americanismo consiste nell’elevazione di questa situazione a ideale. Definita frequentemente come laicità, di fronte al laicismo, e perfino definita come laicità includente o positiva, si rende necessaria una succinta indagine problematica su entrambi gli aspetti della medesima. Per incominciare, laicismo e laicità. Due termini imparentati. Con significati, pertanto, intrecciati.
Il primo, lo denota il suffisso “-ismo”, legato a un’ideologia. Una ideologia, la liberale, basata sulla emarginazione della Chiesa dalle realtà umane e sociali. Effettivamente, il naturalismo razionalista impostosi in virtù della Rivoluzione liberale, e condannato dal magistero della Chiesa, ricevette fra gli altri il nome di laicismo.
Il secondo si riferisce, in origine, a una situazione creata da questa ideologia nella Francia degli ultimi trenta anni dell’Ottocento. Così laicismo e laicità sono termini che esprimono lo stesso concetto.
 Oggi, invece, sembra che ci siano settori interessati a contrapporli. Principalmente il “clericalismo” (assunto nel senso attribuitogli da Augusto Del Noce, cioè come subordinazione del discorso politico e intellettuale cattolico alla moda del momento) e la democrazia cristiana.
Il laicismo aggressivo si differenzierebbe, così, dalla laicità rispettosa e la coppia “laicismo e laicità” verrebbe interpretata disgiuntamente come “laicismo o laicità”.
Risulta, però, fondata questa opposizione? Meglio, è possibile trovare in questa opposizione una sola sfumatura fra due versioni di una medesima ideologia? Un indizio, fra molti, e di singolare rilevanza, ci porta verso questa seconda possibilità: la protesta dei seguaci della laicità di rispettare la “separazione” tra Chiesa e Stato, con il conseguente rifiuto della tesi dello Stato cattolico.
Orbene, la Chiesa non può (senza tradire la sua missione) fare a meno di affermare che c’è una legge morale naturale che Essa custodisce, e alla quale i pubblici poteri debbono sottomettersi.
In altre parole, il nucleo dello Stato (che non è lo Stato moderno, ma la comunità politica classica) cattolico che secondo una terminologia di origine protestante viene chiamato “Stato confessionale” e – con termini tradizionali che presuppongono una maggioranza sociologica – “unità cattolica”…
In pratica, senza dubbio, ciò che si sta chiedendo è l’agnosticismo politico che non può che concludere pretendendo la sottomissione della Chiesa (previa rinuncia alla sua missione di garante di questa ortodossia pubblica) allo Stato: la “laicità dello Stato” sempre finisce nella “laicità della Chiesa”, cioè, nella pretesa che questa rinunci alla sua missione e si limiti a offrire il suo “prodotto” (pura opzione) nel rispetto delle regole del “mercato”.
 
 [Fine quarta e quinta parte] 
 
Fonte:
 

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.: Gli avvisi del Cielo.

La Civiltà Cattolica anno XLI, serie XIV, vol. V (fasc. 953, 17 febbr. 1890), Roma 1890 pag. 513-525.
 
 

R.P. Raffaele Ballerini d.C.d.G.

Gli avvisi del Cielo

I.

Di tutti i tempi dell'anno, il quadragesimale suol essere pei cristiani il più acconcio a farli un po' rientrare in sè stessi, che è il biblico recogitare corde, per la cui trascuranza, nelle età più corrotte, orribili desolazioni hanno riempita la terra, desolatione desolata est omnis terra. Allorchè queste parole, più secoli avanti l'era volgare, furono scritte [1], il pervertimento, giunto al colmo, apparecchiava calamità estreme; e nulla ostante che i profeti di Dio le predicessero vicine, non si pensava nè a mutar vita, nè ad implorare la superna clemenza.
Che l'età nostra, così nella malvagità come nella contumacia, rassomigli a quella, non è a dubitarne. Mancano è vero i profeti annunziatori dell'ira divina: ma, a chi voglia intenderli, non mancano segni ed avvisi, che pur dovrebbero tenere in apprensione i più dissennati.
Lasciamo stare i contagi colerici, che in sei anni due volte hanno disertata l'Europa, e segnatamente l'Italia; lasciamo stare i malanni che han percossa la terra, isterilendola di frutti, e le molteplici distruzioni delle vigne, così che da molto in qua si avvera alla lettera il lutto della vendemmia, luxit vindemia, e lo svigorimento della vite, infirmata est vitis, vaticinati da Isaia, in pena dell'essersi i popoli ribellati a Dio, transgressi sunt leges, e dell'aver mutato il diritto, mutaverunt ius [2]; lasciamo stare altre piaghe di inondazioni, di terremoti e via via, che con ispaventosa frequenza si succedono.

Ma che dire dell'epidemia la quale testè, in poche settimane, si è diffusa pei due emisferi del nostro globo, ha infette a un'ora stessa milioni e milioni di creature umane d'ogni età, e molte ne ha spente, nè ha risparmiati pur gli animali; senza che a nessuno sia stato concesso di scoprirne l'origine e la condizione, svergognando così la odierna superbia, che si vantava di avere strappati alla natura tutti i suoi secreti?
La cosa da non pochi si è presa in celia, perchè generalmente non dava morte. Altri però son venuti considerando ciò che sarebbe stato, se qualche maggior grado di malignità avesse avuto il morbo; e si son persuasi che oltre un terzo dei viventi in Europa allo spuntare del 1890 giacerebbe ora sotterra, con quelle conseguenze, ancora politiche, le quali non è difficile immaginare. Tanto leggier fatica è a quel Dio, che pazzamente si nega, tutti in un istante sconvolgere i disegni della mondana scaltrezza!
Onde a buona legge questa non interrotta serie di pubbliche disavventure, da chi ha un briciolo di fede, si tiene in conto di longanime avviso del cielo; «essendo manifesto, come avverte opportunamente un atto recentissimo della Santa Sede, che i frequenti mali da cui siamo afflitti, sono da ascriversi alla divina giustizia, la quale con ragione punisce i corrotti costumi e la trasmodante colluvie delle scelleraggini umane [3]

II.

Un altro avviso però non meno pauroso e costante, poichè dura invariato da bene vent'anni, si ha nello stato incertissimo della pace d'Europa. Se pace è quiete nell'ordine, può dirsi con verità che essa, dopo il 1870, non ha goduta più pace; essendo stata la sua quiete, non nell'ordine ma nelle armi, simile al silenzio che precede le tempeste. Da allora in qua gli anni si sono passati nel continuo timore, che un incendio di guerra o di rivoluzione, da un momento all'altro, si appiccasse in qualche angolo del suo territorio. Da un lato il socialismo colle sue mostruose cupidige, dall'altro i Governi colle reciproche loro diffidenze, hanno tenuti i popoli nelle angustie di un essere, che non è di guerra nè di pace; ma di una tregua, sterile di molti beni dell'una e feconda di molti mali dell'altra.
Assai si è filosofato e scritto da gente di ogni scuola, intorno alle cause di questa condizione stranissima di cose. Chi ha ragionato, chi ha fantasticato e chi ha spropositato. Ma nessuno, secondo noi, ha dato più e meglio nel segno, di coloro che, accoppiando il lume della fede ai dettati del buon discorso, hanno scorta in questa assenza di pace, l'adempimento della parola di Dio, che afferma non potersi aver pace dagli empii: Non est pax impiis [4]; parole riguardanti sì gl'individui e sì le nazioni, sì i privati e sì i Governi; giacchè i popoli prevaricatori Iddio ha condannati alla miseria: Miseros facit populos peccatum [5]; ed ai Governi a sè ribellanti ha minacciata l'ira sua ed il suo furore: Loquetur ad eos in ira sua et in furore suo conturbabit eos [6].
L'Europa non ha più pace, perchè nella parte sua più importante, che è la direttiva, la diplomatica, la legale, la ufficiale, come la chiamano, si è abbandonata all'empietà, ed ha tratta grande porzione di popoli a debaccar seco nel disordine e nell'apostasia. In questo eccesso, che comprende un cumolo di eccessi, i pensatori cristiani vedono la ragione più universale e più adeguata dell'odierno suo stato; come nelle calamità e nelle catastrofi che in sè medesima presagisce, e delle quali sente gli avvisi precursori, vedono un effetto del rimorso, somigliante a quello che rode il cuore dell'empio individuo, e lo mantiene in un'implacabile ansietà. Onde si direbbe quasi che, sebbene per la incredulità sua e la durezza della sua cervice, questa Europa non possa o non voglia riconoscerlo, pure ha segreto presentimento dei flagelli che dall'ira e dal furore del giustissimo Dio si è meritati, e ne paventa ogni tratto lo scroscio.
E chi non dev'esser compreso da simili terrori? Si mirino le ragioni materiali ed umane, o si mirino le morali e divine, tutto nel mondo oggigiorno prenunzia perturbamenti non lontani. Ma gl'indizii che la tazza delle iniquità della europea Babele è ricolma, appariscono da ogni lato. Non sarà dunque altro che utile il rappresentare, come dentro un sol quadro, l'abbozzo delle più gravi, onde si è fatta rea e per le quali dev'essere infallibilmente punita.
Altri, imitando il cane che abbocca il sasso e non cura la mano che glielo scagliò contro, si fermi pure a indagare le cause dei mali pendenti negl'interessi, nelle rivalità, nelle cupidige, negli errori e nelle passioni di questo o quel partito, di questo o di quell'ordine civile di persone. Noi, sollevando l'occhio più alto, le troviamo chiare nelle colpe senza numero e senza peso, che audacemente da tanti anni si sono accumulate, e manteniamo, coi filosofi cattolici, che questa è la causa potissima dei mali presenti e dei più dolorosi di cui sono forse annunziatori.

III.

La guerra alla Chiesa cattolica, mossa direttamente, o permessa, o almeno guardata con indifferenza, è la primaria colpa, radice delle altre, della quale gli Stati d'Europa sono rei, e la quale più sovr'essi provoca la indignazione di Dio. In questo ultimo periodo del secolo, che si gloria singolarmente civile, perchè singolarmente geloso di libertà, noi vediamo l'abbominando spettacolo di una licenza sfrenata concessa ad ogni religioso errore, e di una disumana tirannide usata unicamente contro la verità cattolica: cotalchè l'ingiustizia legale od arbitraria, in danno delle persone, delle cose e dei diritti della Chiesa di Cristo, è divenuta come il cimento al cui paragone si prova la civiltà dei moderni Stati. I quali, per conseguenza, tanto più si giudicano civili, quanto più, colle loro leggi e colle loro sevizie, opprimono il cattolicismo e si adoperano ad avvilirne la gerarchia, ad impoverirne il sacerdozio, a difficultarne il culto, a renderne odiose la fede e la dottrina.
Per quanto si giri l'occhio intorno all'Europa e si scrutino gli andamenti degli Stati suoi, si scorgerà che, per questo rispetto, si può dire senz'amplificazione il non est in ea sanitas. Non ve n'ha per avventura uno solo, che sia immune dalla tabe di questa civiltà, la quale si risolve in un vero anticristianesimo; poichè consiste nel separare tutte le civili appartenenze dalla religione, la politica dal Vangelo, il gius pubblico dal gius divino, la coscienza dal decalogo, i popoli da Dio, i fedeli dalla Chiesa, la società cristiana da Cristo. Il che si chiama laicizzare la legislazione, ripristinare l'indipendenza dello Stato e dei cittadini, e tornare a Cesare quel che è di Cesare. Variano in ciascuno Stato i gradi del morbo; ma tutti ne sono infetti. Quale per profonda malizia, quale per interesse politico, quale per vano timore, tutti, o più o meno, in questo nostro tempo, convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius. Avvegnachè discordi nel resto, si sono in qualche modo accordati nel mettersi contro Dio e contro il suo Cristo, nel romperne la santa legge e nello scuoterne il giogo salutare: dirumpamus vincula eorum, et proiiciamus a nobis iugum ipsorum [7]. In una parola, si sono intesi per escludere Gesù Cristo dalla civiltà, ripetendo il detto della sinagoga contro Cristo Re: Nolumus hunc regnare super nos [8]: vogliamo vivere separati dalla Chiesa, per la quale e nella quale Cristo regna: vogliamo la laicità universale: nulla vogliamo più di comune fra l'autorità del Dio Redentore e noi: intendiamo essere Dio a noi stessi, e surrogare Dio nel reggimento dei popoli.
Or questo delitto, che include un'apostasia formale od equivalente dei poteri pubblici da Dio, dalla sua fede e dalla sua Chiesa, è propriamente quello che Iddio medesimo, nel celebre vaticinio davidico, da noi sopra addotto, ha dichiarato di volere punire dall'alto de' cieli, col suo tremendo scherno e col furore della collera sua: Qui habitat in caelis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos. Tunc loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos [9]. E ciò, per confermare, collo splendore della sua giustizia, che Gesù Cristo è costituito Re e Maestro dei popoli e dei regnanti, siccome eterno Figliuolo suo, il quale, nell'assunta natura d'uomo, ha ereditato dal Padre le genti ed il dominio supremo del mondo: Dabo tibi gentes haereditatem tuam, et possessionem tuam terminos terrae. Ond'è che egli governerà i ribelli a sè con verga di ferro, e ne stritolerà l'orgogliosa fronte qual vaso di creta [10].
E perchè non fosse dubbio, che questa immortale profezia, verificatasi costantemente per ogni secolo, in una forma o in un'altra, da Nerone a Napoleone III, era sopra tutto rivolta ai re ed ai terrestri potentati, si conclude coll'ammonirli, che vogliano bene afferrarne l'intelligenza e da essa imparare a servire Iddio con timore, ed a tremare della sua indignazione: Et nunc reges intelligite: erudimini qui iudicatis terram. Servite Domino in timore, et exultate ei cum tremore. Apprehendite disciplinam, nequando irascatur Dominus [11].
È quindi manifesto che l'Europa odierna, così scopertamente ed ufficialmente ribelle a Dio ed al suo Cristo, non può sfuggire al castigo da esso Dio minacciato; ma indubitatamente vi soggiacera: e tanto più disastroso lo sperimenterà, quanto più egli è stato paziente nel dissimulare le sfide della sua tracotanza. Se è certo, com'è certissimo, che sillaba di Dio non si cancella, si può predire che la verga del divino furore visiterà l'Europa, con maggior sicurezza che non si predice il tramonto del sole dopo la sua levata, e la state [l'estate, N.d.R.] dopo l'inverno.

IV.

E questo merito dell'Europa legale, ufficiale, governante a flagelli del tutto spaventosi, che travolgeranno pur le nazioni in gran parte sue complici, apparisce anche troppo evidente, se si considera l'estensione dell'apostasia sua, la quale inchiude un abisso senza fondo di sacrilegi, di nequizie, di disordini; e per la quale è caduta, sotto alcuni riguardi, in più vile stato che le genti barbare del paganesimo.
Lasciamo andare la spogliazione della Chiesa, le rapine de' beni sacri a Dio, la demolizione di tanti suoi templi e la loro conversione in usi turpi o profani, lo sperperamento dei suoi Ordini religiosi, le persecuzioni del suo clero, non d'altro reo se non di essere e serbarsi fedele a Dio; lasciamo andare, diciamo, questo baratro di scelleraggini, eseguite legalmente, sebbene ognuna di essa, al trono dell'Eccelso, gridi vendetta: ed osserviamo così di volo qualcun'altra delle molte sorgenti di peccato, aperte fra i popoli dall'apostasia dei Governi.
Vi è quella delle sètte massoniche, notoriamente nemiche del cristianesimo, corrompitrici della fede e del costume e sovvertitrici d'ogni pace religiosa e civile; le quali, comechè i Romani Pontefici ne avessero mostrata la esiziale empietà e severamente dannatele, si sono, non che tollerate, ma promosse, ma favorite, ma privilegiate, ma sollevate persino agli onori del comando ed alla partecipazione di più troni: di maniera che oggi parecchi potenti Stati sono nelle loro mani, ed altri si reggono sotto gl'influssi loro. Per lo che all'anticristiana massoneria, strumento della sinagoga giudaica, si è dato quasi tutto quello che alla Chiesa di Gesù Cristo si è tolto; ed i popoli battezzati e da Cristo redenti sono abbandonati alla discrezione di occulte potestà, negatrici di Cristo e del suo battesimo; e sopra l'altare in cui prima gli Stati adoravano il vero e vivo Dio del Calvario, adorano in presente Satana, sotto le mentite spoglie di civiltà e di ragione. Del quale misfatto è conseguenza il pullulare libero e tempestoso, per ogni banda, delle sètte socialistiche, generate dalla massoneria, che invadono irreparabilmente la massa della plebe; e preparano in pien meriggio la ruina delle monarchie, il saccheggio delle private sostanze e lo sconquassamento della società, fra gli eccidii e gl'incendii, di cui in questi ultimi venti anni già fecer prova nella Francia e nella Spagna. Al che, appunto in questo proposito, alludendo il Santo Padre Leone XIII, nella sua recentissima Enciclica Sapientia, ha dato a intendere quanto sia da temere che questi non si rinnovellino, colle parole: Graves memoratu casus saeculum tulit; nec satis liquet num non sint pertimescendi pares: «il secol nostro già produsse vicende ben tristi a ricordare; e non sappiamo abbastanza se non sieno per accaderne delle eguali nell'avvenire.» E di fatto non vediamo il possente Impero germanico premunirsi oggi contro il dilagante socialismo, come contro nemico più pericoloso alla dinastia degli Hoenzollern, che non sieno Russia e Francia collegate insieme?
Or questa sorgente di mali senza misura è stata scavata dai Governi: essi, per inescusabile debolezza, o per interessata malizia, alla cristiana civiltà hanno sostituita la barbarie massonica; e sopra il loro capo ricade l'enorme colpa di avere così traditi e di seguitare a tradire i popoli allucinati.

V.

Vi è inoltre la sorgente della licenza, se non sempre per legge, almeno per tacito consenso e per una connivente impunità, lasciata alla stampa ed al teatro, di bestemmiare e vituperare quanto è di più santo e venerabile nel cielo e nella terra: e non solo di vilipendere Iddio e tutte le cose attenentisi al cristianesimo; ma di screditare i primi elementi della morale umana, di deridere ogni virtù e di battere gli stessi cardini, nei quali il vivere sociale e l'ordine della natura sussistono. Licenza esecrabile, il cui delitto, per parte dei poteri che la consentono o la danno, è al sommo aggravata da questo, che poi la negano e la puniscono, quando trascenda a violare la dignità delle loro persone o delle leggi loro. Onde in una gran porzione dell'Europa siamo spettatori di quest'esorbitanza, che si fa lecito l'oltraggio pubblico alla eterna Maestà di Dio, e si vieta l'offesa alla maestà dei re e degl'imperatori: e, verbigrazia, in Germania si passa per un innocente scherzo la bestemmia contro Gesù Cristo, Figliuolo di Dio, e si condanna qual crimenlese [= delitto di lesa maestà, da crimen lesae (maiestatis), N.d.R.] un frizzo contro la celsitudine del gran cancelliere; come presso noi, si sorride a chi pubblicamente maledice l'unità di Dio, ma si mette in carcere chi impreca all'unità d'Italia.
Dal qual modo di procedere è nata la consuetudine sì generale della bestemmia, non solo dotta, scientifica ed elegante, nei libri e nei giornali; ma eziandio bassa e triviale, che indistintamente risona sulle labbra dell'artigiano e del ricco, del paltoniere e del gentiluomo; e si ode non rare volte echeggiare fin dentro il tempio di Temi [= tribunale, N.d.R.] e le aule di qualche Parlamento.
Con la licenza di tutto malmenare a voce ed in istampa, si accompagna quella della pubblica disonestà; alla quale si è sciolto in più guise il freno e si è dato pur anche, in varii casi, un essere legale, con la sequela di un tal guasto nel costume, che le più colte città d'Europa son divenute sentine da disgradarne le antiche Sodome e Gomorre. Il vizio patentato, gabellato e legalizzato, come non fu mai in Babilonia, in Ninive, nell'Atene degli Alcibiadi e nella Roma degli Eliogabali, è ora una gloria comune agli Stati europei; anzi è l'aureola più fulgente della moderna civiltà laicizzata. E il più orrendo agli occhi di Dio si è, che dove non è sorta di lubrici spettacoli, i quali non si veggano autorizzati, le feste e le cerimonie della Chiesa sono poi contenute in angusti limiti e spesso impedite, sotto scusa di tutelare il pubblico decoro. Quindi è che in molte città cristiane e cattoliche, come per esempio nella nostra Italia, sono bensì permesse le mascherate del carnevale per le vie e per le piazze; ma le sacre processioni vi sono interdette. Agl'istrioni ed alle mime è concesso libero lo spazio delle strade, che nè meno si vieta, quando fa pro, agli stendardi di Lucifero: a Cristo in sacramento ed alla sua Croce, per amore di decoro, è negato!
Nulla diciamo dei delitti d'ogni sorta, che, per questo sbrigliamento delle popolari passioni, favorito dai Governi, aumentano e dilagano da per tutto; e in ispecial modo dei furti e dei suicidii. Le annuali tavole statistiche della Francia, dell'Italia, della Germania mettono ribrezzo.

VI.

Un'altra sorgente di pravità, aperta dai Governi nei paesi cristiani, è il pervertimento della pubblica istruzione. Pressochè da per tutto gli Stati hanno privata la Chiesa della sua libertà di ammaestrare e di educare i giovani, ammessi pel battesimo nel suo grembo, secondo il dovere impostole ed il diritto conferitole da Dio: e dove non gliel'hanno tolta interamente, gliela impacciano e gliela inceppano in mille maniere. Per contrario la concedono amplissima ad empii e settarii maestri, che convertono le scuole in officine di errore e di corruttela. L'insegnamento laicizzato e la separazione dell'istruzione dello Stato da quella della Chiesa hanno avuto per effetto, che ora dalle cattedre pubbliche si bandiscono legalmente l'ateismo ed il materialismo; e la gioventù, da istitutori salariati col denaro spremuto ai popoli cristiani, impara ne' ginnasii, nei licei e nelle università, che Dio non esiste, che l'uomo è di poco differente dal bruto, che il Vangelo è una leggenda, che la fede di Cristo è una superstizione, che l'immortalità dell'anima e la vita avvenire sono poetici spauracchi, che il godere è fine del presente vivere; e simili dottrine, le quali i Governi sperano che debbano poi agevolare la surrogazione del culto del Dio-Stato a quello di Dio-Cristo. Ma le prove riescon male, come dimostranlo le turbe di discoli e scapestrati giovani, che si formano cotidianamente in sì fatte scuole, le riunioni loro, nelle quali si professano atei e socialisti, e i tumulti e le sedizioni onde preludono alle belle imprese che adulti poi compiranno.
Già la colluvie di nequizie e di colpe, che dalle predette sorgenti si è derivata nelle popolazioni è così strabocchevole, che sovrabasta a mostrare il merito degli Stati e delle genti d'Europa ai flagelli più ruinosi dell'ira divina. Eppure vi sarebbe anche tanto che dire, intorno allo scempio che vi si è fatto e vi si fa tutto giorno della elementare giustizia e della cristiana coscienza, per la tirannia di leggi dissolvitrici delle famiglie, di sistemi tributarii distruttivi dei patrimonii privati, di balzelli e di leve militari che affamano il minuto popolo e succhiano il miglior sangue delle nazioni, di articoli di codici che offendono la dignità dei cittadini e ledono le libertà più inviolabili dell'uomo.
Ma passiamo sopra tutte queste ed altre iniquità e notiamo invece l'altro grandissimo peccato, che è il vilipendio del gius di natura nelle relazioni fra paese e paese, che i vecchi nostri denominavano diritto delle genti.

VII.

Cosa incredibile, ma pur troppo indubitata! La laicizzazione della politica, negli Stati cristiani, e la sua separazione dalla morale evangelica li hanno condotti a perdere praticamente, non solo il concetto della legge, in quanto è la ragione esistente in Dio, ratio in Deo existens, è la mente di Dio, mens Dei, è la suprema norma delle umane azioni; ma a perdere persino quel concetto della legge naturale, fondato nella retta ragione, in recta ratione, che il filosofo romano riconobbe sussistere fra uomo e uomo, fra popolo e popolo. Perciò, ripudiatosi nelle relazioni internazionali questo rispetto al giusto invariabile ed eterno, si è ricorso ad un diritto nuovo, la cui sovrana regola è l'interesse, il cui termine sono i latrocinii degli Stati, detti da S. Agostino latrocinia magna, e i cui mezzi sono la perfidia, gl'inganni, i tradimenti e la forza brutale: d'onde il motto: La force prime le droit, che può definirsi la sintesi giuridica della civiltà separata da Dio e dal suo Verbo.
I pubblicisti francesi comunemente si lagnano, che l'equilibrio europeo sia crollato sotto il soverchiante peso del trattato di Francoforte, che ferì l'unità nazionale della Francia, togliendole l'Alsazia e la Lorena. Di che concludono che l'indipendenza dei deboli è minacciata, e conviene rifare da capo il lavoro dell'equilibrio, che fu opera di anni lunghi e sanguinosi.
Bene sta. Ma la dissoluzione di questo diritto pubblico era già incominciata, per colpa dell'Impero francese, col Congresso di Parigi nel 1856, e progredita di molto colla guerra del 1859, in detrimento del Romano Pontefice. Codesti politici non arrivano a comprendere che l'iniquità, commessa in nome della Francia, contro il Papato, doveva per giusta vendetta del cielo espiarsi principalmente dalla Francia; e che il diritto europeo non fu spento propriamente in Francoforte, col trattato che privava di due province la Francia, rimasta perdente in una guerra da sè provocata; ma fu spento in Roma, con quella breccia, non provocata dal Papa, non invocata dai romani, la quale, senza l'ombra non diremo di una ragione, ma di un pretesto, abbatteva il sacro trono pontificio e costituiva il Capo della cattolicità in una condizione di morale prigionia, che tutti gli Stati d'Europa avrebbero dovuto impedire.
Questo atto dell'occupazione di Roma, per parte di una setta divenuta Governo, non appoggiato a veruna scusa giustificabile dal diritto cristiano, nè dal diritto delle genti, eppure così acclamato dai fautori della novella civiltà, e guardato con occhio benevolo o indifferente dalle Potenze, fu il vero suggello che autenticò la morte del gius pubblico europeo: ma al tempo stesso fu un nuovo titolo di debito onerosissimo, che l'Europa contrasse colla giustizia di Dio. Ed essa già lo sta pagando, e lo pagherà donec reddat novissimum quadrantem [12], fino all'ultimo centesimo; e lo pagherà solennemente, come Napoleone III pagò il suo nelle umiliazioni e nei dolori di Sèdan: e lo pagherà a gloria ancora temporale del Papato, che si è voluto deprimere ed atterrare, ma che finisce sempre col vedere sotto di sè depressi ed atterrati gli assalitori suoi, o sieno re, o sieno imperatori, o sieno Repubbliche, o sieno popoli, o sieno eretici, o sieno cattolici rinnegati.
Che poi ciò debba accadere anche questa volta, non ostante la sì larga prevaricazione dell'Europa, tutta intesa a perseguitare il cattolicismo ed il suo Capo, ce n'è pegno l'ordine straordinario che la Provvidenza segue visibilmente nell'assistere e nel sostenere il Sommo Pontefice. E questo altresì è uno di quegli avvisi del cielo, che avrebbero da dare a pensare a coloro, i quali stimano vinto l'invincibile.

VIII.

Qualcuno per avventura ci opporrà, che noi ragioniamo troppo misticamente, o se non altro con un rigore di teologia, la quale non è più adatta al tempo nostro, tempo di progresso nelle armonie dei diritti sociali e degli elementi di civiltà. E noi risponderemo, che il ragionamento nostro è stabilito in quelle cose che non soggiacciono a mutazione; cioè nè ad intrinseci regressi, nè a progressi, perchè sempre in ogni tempo vere: e sono la rivelazione di Dio e le leggi di natura. Noi possiamo accertare gli oppositori, che come non vi sono due Dei, nè due Cristi, nè due fedi, nè due decalogi, nè due umane nature; così non si posson dare, per vigore di qualsiasi progresso, nè due contradditorie giustizie, nè due contradditorie virtù. Ond'è inutile illudersi che Dio sia per vedere equo ciò che è iniquo, o virtuoso e meritorio, quello che è punibile e disonesto. Il diritto nuovo non sarà mai ammesso nei codici dell'Altissimo; il quale anzi appone a massimo oltraggio della santità sua l'averlo inventato e praticato.
Quando adunque ci sarà chiarito con validi argomenti, che anche Dio ha ceduto al corso del moderno progresso, ha sancite le nuove modificazioni del giure sociale ed ha riconosciute le sue nuove armonie cogli elementi di civiltà, sovvertendo i cardini della morale pubblica e privata, allora anche noi muteremo linguaggio. Ma per ora, e finchè l'immutabile non si muta, seguiteremo a credere e ad affermare, che Dio socialmente castiga i delitti sociali dei popoli e degli Stati; e ad esortare chi non tiene sotto i piedi la fede ed il buon criterio, a fare gran conto degli avvisi che sinora ci ha dati, ed a recogitare corde; perocchè l'esperienza di tutti i secoli ci mostra, che questi sono come i lampi, dietro i quali vengono poi fulmini sterminatori.

NOTE:

[1] Gerem. XII, 11.
[2] C. XXIV. 5-7.
[3] Cum aperte pateat crebra quibus affligimur mala, ad divinam iustitiam esse referenda, quae, ob corruptos mores et late exundantium flagitiorum colluviem, iustas poenas ab hominibus expetit. S. R. U. Inq. ad omnes archiep. episc. et loc. ord. catholici orbis. Die 30 ianuarii 1890.
[4] Is. XLVIII, 22.
[5] Prov. XIV, 34.
[6] Sal. II, 5.
[7] Sal. II, 2, 3.
[8] Luc. XIX, 14.
[9] Ivi, 4, 5.
[10] Ivi 6, 9.
[11] Ivi, 10, 12.
[12] Mat. V, 26.

R.P. M. Liberatore: Del dovere di tutela che lo Stato ha verso la Chiesa.

R. P. Matteo Liberatore d.C.d.G.

Da: La Chiesa e lo Stato (2a ed.) Napoli 1872, cap. I, pag. 72-87.

CAPO I. — CONDIZIONE DELLA CHIESA RIMPETTO ALLO STATO.

 
 

ARTICOLO VI.

Del dovere di tutela che lo Stato ha verso la Chiesa.

I.

Aspetto della quistione.

La pretesa libertà di coscienza e di culto può considerarsi sotto due aspetti: in sè medesima, o come conseguenza della natura dello Stato. Considerata in sè medesima alcuni la difendono qual diritto essenziale dell'uomo, altri qual espediente politico pel maggior bene della società. Noi vedemmo nell'articolo quarto come sapientemente il Pontefice, quanto a diritto la dichiara delirio, quanto a spediente politico la dichiara mezzo di perdizione.
È delirio come diritto, perchè dovrebbe fondarsi o nel panteismo, o nell'indipendenza della creatura dal Creatore, o nella negazione di diversità del vero dal falso. Invece del diritto di credere a talento, l'uomo ha essenziale dovere di accettare la verità da Dio rivelata, e conformare ad essa le proprie azioni. Che se per mala ventura non sia ancor giunto a ravvisarla, ha stretta obbligazione di porre ogni opera per venirne a capo. Il solo diritto che compete all'uomo in tutta questa faccenda, è di esservi condotto per via di persuasione e non costretto colla violenza. Ma ciò appunto la Chiesa ha sempre insegnato per organo de' suoi Pontefici e de' suoi Dottori, ed ha ripreso il falso zelo di que' principi, che talvolta si son dilungati da questa regola. L'apostolato della spada è prerogativa del Corano, non del Vangelo [1].
È poi mezzo di perdizione come espediente politico, sì per la discordia che pone tra' cittadini, contraria al concetto stesso di società; e sì per l'ampia e sdrucciolevole via che apre al corrompimento e alla rovina delle anime. L'uomo, nella presente condizione della sua natura, ha bisogno di molti aiuti e di molte cautele, per preservarsi dai sofismi dell'errore e dagli allettamenti del vizio; nè le moltitudini imperite o la gioventù inesperta trovano in loro stessa sufficiente schermo contro le arti di seduttori eloquenti ed astuti.
Questi due punti, relativi alla considerazione della libertà di coscienza, considerata in sè medesima, furono da noi bastevolmente messi in chiaro. Resta ora che ci volgiamo all'altra considerazione, a quella cioè che riguarda la libertà di coscienza e di culti come conseguenza della natura dello Stato. Lo Stato, dicono alcuni, per sè medesimo non ha che fare colla religione, nè ha per còmpito l'eterna salute dei cittadini. Esso non può dare la verità, di cui è sola ministra la Chiesa; e benchè riconosca essa Chiesa, tuttavia è da lei distinto. Dunque, benchè sia innegabile che niuno ha diritto all'errore, e che però la libertà di coscienza non può approvarsi dalla Chiesa; tuttavia lo Stato dee permettere l'errore e lasciare libera balìa a ciascuno di seguire o predicare qualsivoglia credenza, purchè non si opponga alla pubblica tranquillità. Almeno ciò importa l'idea di società incivilita e ottimamente formata.
Questa falsa opinione altresì di non riconoscere nello Stato il dovere di proteggere colle sue leggi la Chiesa, è riprovata dal maestro infallibile della cristiana credenza: Contra sacrarum Litterarum, Ecclesiae, sanctorum Patrum doctrinam asserere non dubitant optimam esse conditionem societatis, in qua Imperio non agnoscitur officium coërcendi sancitis poenis violatores catholicae religionis, nisi quatenus pax publica postulat [2]. Nel qual luogo torniamo ad avvertire ciò, che abbiamo avvertito altra volta, cioè non parlarsi dal Pontefice dell'ipotesi particolare di tale o tal altra società, la quale può trovarsi in sì fatta contingenza, attese le divisioni religiose già in lei radicate, che la prudenza consigli civil tolleranza rispettivamente a tutti i culti, senza protezione speciale dell'unico vero. Ma il Pontefice parla della tesi generale, ossia della massima in ordine all'ottima forma di reggimento, vale a dire a quella forma di reggimento, che meglio risponda all'idea divina e alla felicità dei popoli.
Vuol tenersi d'occhio in questa materia ciò che Cristo c'insegna in una delle parabole, da lui recate nel capo decimoterzo di S. Matteo. «Il regno dei cieli, ossia la Chiesa, egli disse, può rassomigliarsi a un Padre di famiglia, il quale seminò del buon grano nel proprio campo. Dormendo i coloni, venne un suo nemico e vi soprasseminò la zizzania. Essendo questa apparsa, tostochè crebbe il frumento, i servi del Padre di famiglia andarono a lui e gli dissero: Non hai tu piantato ottimo grano nel campo? Donde dunque cotesto loglio? È opera del mio nemico, rispose il Padrone. Ed essi a lui: Or vuoi tu che andiamo e lo sterpiamo dal campo? No, quegli replicò; perchè ci sarebbe rischio che sterpaste insieme col loglio il frumento. Lasciate che crescano entrambi insino alla messe; e allora dirò ai mietitori che raccolgano la zizzania per gittarla nel fuoco, e il frumento per conservarlo ne' miei granai [3].» Qui apertamente il Padre di famiglia credette di dover dare anche alla zizzania libertà di vegetazione, posto il male dell'essersi di già abbarbicata nel campo; ma non per questo riputò una tale necessità cosa buona per sè medesima, nè approvò la negligenza dei coloni d'aver lasciato agio all'avversario di penetrare nel suo podere. Quella concessione fu voluta dallo stesso Padre di famiglia come opportuna al presente stato di cose, ma tuttavia la dichiarò disastro, inimicus homo hoc fecit; disastro peraltro da comportare per fuggire maggiori danni, ne forte colligentes zizania eradicetis simul cum eis et triticum.

II.

Di tre capi, per cui lo Stato è obbligato a proteggere colle sue leggi la Chiesa.

Che lo Stato debba, colle sue leggi, proteggere la religione cattolica, può rilevarsi da un triplice ordine: da quello in che esso è verso i sudditi, da quello in che esso è verso la Chiesa, da quello in che esso è verso Dio.
I. Lo Stato ha dovere d'assicurare e proteggere da ogni offesa i diritti dei cittadini. Ora i cittadini han diritto a non essere scandolezzati da pubblica scostumatezza, a non soffrire che i loro figliuoli vengano corrotti nella mente o nel cuore da insidie di seduttori, a non vedere vilipesa e conculcata la loro fede dall'altrui empietà. Ciò è sì vero, che nello stato estrasociale le famiglie disperse avrebbero diritto ad adoperare eziandio la forza, contro un vicino contumacemente molesto e pregiudiziale in punti di tanta rilevanza. Lo scandaloso, il pervertitore, il pubblico bestemmiatore di Dio, è, secondo ragione, meritamente agguagliato all'ingiusto aggressore. Quella forza dunque, che ciascun uomo avrebbe diritto di adoperare per sè medesimo nella condizione, come suol chiamarsi, di natura, convien che venga adoperata dallo Stato, supposto la società; e ciò eziandio nell'ipotesi liberalesca che il diritto sociale non sia altro che il diritto collettivo dei singoli associati.
Di più, dove la diversità di culti non abbia talmente invasa la società, che sia entrata nelle idee, nelle abitudini, nei costumi del popolo; il possesso della vera religione è bene non di soli privati, ma sivveramente della comunanza. Ora è dovere strettissimo dello Stato tutelare co' mezzi suoi la conservazione de' beni sociali, e assicurarli da ogni assalto interno od esterno. Il che ha tanto più forza nella presente materia, in quanto la religione non è un bene qualunque, ma è il bene massimo dell'uomo; giacchè riguarda i suoi eterni destini: ed è bene altresì massimo della società, la quale trova in essa il suo più valido appoggio. Se dunque è dovere dello Stato proteggere colle sue leggi gli altri beni inferiori, quanto più questo che li supera tutti?
In fine lo Stato ha massimamente dovere di proteggere l'impotenza del debole contro la prepotenza del forte. Ora l'abuso della forza può aver luogo, come nell'ordine materiale, così ancora nell'ordine morale. Chi ha maggior ingegno, maggiore dottrina, maggiore eloquenza, ha in mano un'arme potentissima come pel bene così pel male, e può agevolmente abusarne in danno altrui. Il rozzo, l'idiota, l'uomo di scarso intelletto non ha per sè stesso mezzi a propulsarne l'offesa. In suo aiuto adunque uopo è che venga lo Stato; se è vero che l'impulso alla vita sociale è appunto il trovare presidio in quelle cose, a cui non è bastevole la individual debolezza. E ciò per rispetto al danno, che la religione de' cittadini può ricevere dall'altrui malizia. Ma oltre a questo, non vuolsi omettere il conforto, che all'onestà della vita proviene loro dal rigor delle leggi; essendo pur troppo vero che sopra gli animi grossolani, de' quali in ogni paese del mondo è composta la maggior parte delle moltitudini, fanno meno impressione le pene della vita avvenire, che quelle della presente. Onde S. Leone Magno, nell'epistola al Vescovo Toribio, dice che spesso il timore del gastigo temporale, minacciato dalle leggi civili, risveglia nel cuore dei cristiani traviati il pensiero della salute eterna.
II. Venendo ora al secondo capo, egli è certo che non solo gli spicciolati individui, ma le associazioni politiche altresì sono membri di questa gran Società, da Cristo stabilita nel mondo, cioè della Chiesa. Anzi più ancora le associazioni politiche; giacchè queste formano direttamente l'assegnamento fatto a Cristo dal divin Padre: Dabo tibi gentes haereditatem tuam. Come la famiglia è composta di particolari, e la nazione di famiglie; così la Chiesa è composta di Nazioni. Però essa fu dai Profeti rappresentata come un impero da succedere agli antichi imperi della forza; il quale colla sua potenza morale avrebbe assoggettata al suo dominio la terra. Ora i membri di ogni società hanno dovere di concorrere alla difesa di lei, e assicurarne la pacifica esistenza, contro i perturbatori di dentro o gli aggressori di fuora. Dunque lo Stato, per ciò stesso che è cattolico e rappresenta una nazione cattolica, è obbligato a proteggere e difendere co' suoi mezzi la Chiesa. Che se esso, apostatando, in quanto è Stato, dalla Fede, nega di compiere siffatto dovere; questo cade di natura sua nei singoli fedeli: i quali certamente non possono in faccia alla Chiesa perdere la lor natura sociale, per colpa di chi sarebbe destinato a rappresentarli. In tal guisa sorge nella società umana un necessario disordine, cioè una forza legittima, indipendente dal pubblico depositario della forza; nè è meraviglia che fiorisca un diritto non conforme alla condizione normale, quando questa viene abbandonata e sconvolta. Anche in Logica, stabilito un contraddittorio principio, ne segue di necessità una contraddittoria illazione. La Chiesa essendo stabilita da Dio come società perfetta, ha ricevuto senza dubbio da lui tutti i diritti necessarii alla sua conservazione. Altrimenti converrebbe accusar Dio d'incoerenza, come colui che avesse voluto il fine negando i mezzi. Ora tra i diritti proprii di una Società perfetta ci è quello di coazione contro i nemici interni ed esterni. Nello stato di scambievole alleanza tra lo Stato e la Chiesa, il predetto diritto viene da questa esercitato per mezzo di quello, in virtù della tutela armata che esso le porge. Quinci l'idea delle due spade, la spirituale e la materiale, confederate insieme a salute del mondo. Ma rotta una tale alleanza, ognun vede che quel diritto della Chiesa non può perire, siccome risultante dalla natura stessa sociale, di cui non dallo Stato ma da Dio fu rivestita.
Di più, tutti i Dottori insegnano che la potestà temporale dev'essere subordinata alla potestà spirituale; e una tal verità è stata da noi più innanzi, nell'articolo secondo, bastevolmente dimostrata.
Or chi non vede che parte precipua di questa subordinazione si è l'armonizzare le leggi civili colle canoniche e far servire la forza di quelle all'adempimento di queste? Una, a parlar propriamente, è la società umana , benchè per conseguire appieno il suo fine abbia bisogno di due poteri, lo spirituale e il temporale. Di qui nasce, qual necessaria inferenza, che cotesti due poteri, per ciò stesso che son distinti, han diritto ad assistenza reciproca. Altrimenti l'opera di Dio sarebbe imperfetta, e i mezzi non sarebbero nè proporzionati nè ben disposti tra loro. Come dunque la Chiesa aiuta lo Stato, informando i popoli ad ogni virtù umana e cittadina, e rendendoli obbedienti e tranquilli sudditi dell'autorità politica; così e converso fa d'uopo che lo Stato aiuti la Chiesa, prestando appoggio alle sue leggi e punendo i perturbatori della fede e della morale cristiana. Acconciamente il dottissimo Phillips: «Non basta che essi (i Principi) tutelino ciò che si riferisce ai bisogni esterni della Chiesa, il mantenimento del suo culto, i mezzi di sussistenza pei suoi ministri; non essendo un compimento pieno di tutti i loro doveri verso di lei il non averle negata quella protezione legale, a cui ha diritto ogni società lecita in sè medesima. Essi debbono inoltre (ed è questo il fine supremo, la principale missione della potestà temporale) favorire lo stabilimento del Regno di Dio, e per conseguente dare ai loro popoli una legislazione, la quale armonizzi con la legge divina annunziata dalla Chiesa, una legislazione che porga l'appoggio della sua autorità alle prescrizioni della legge religiosa [4]. Or la prima condizione di un'alleanza efficace della legge dello Stato colle leggi della Chiesa, è l'applicazione dei mezzi coercitivi, di cui esso Stato dispone, in tutti quei casi, nei quali la pena spirituale è insufficiente [5]. La voce del Pastore non ha sempre virtù bastevole per allontanare i rapaci lupi dall'ovile di Gesù Cristo. Appartiene allora al Principe, investito dell'autorità della spada, armarsi della sua forza per reprimere e mettere in fuga tutti i nemici della Chiesa [6]
III. E qui l'argomento stesso ci porta a dir qualche cosa del terzo capo; attesochè il Governante terreno conviene che sia soggetto a Dio non sol come uomo, ma ancora come governante. Se negli atti che all'uno e all'altro ordine si riferiscono egli opera come ente morale, egli deve farli servire entrambi alla divina gloria. Ora ciò non può farsi altrimenti, che cooperando colla Chiesa alla salute delle anime e alla conservazione e propagazion della Fede; giacchè alla Chiesa è affidato da Dio l'incarico di procurar la sua gloria e procurarla colla santificazione de' fedeli. Laonde il Pontefice S. Leone il Grande scrivendo a Leone imperatore, gli diceva: Tu devi assiduamente considerare che la regia potestà ti è stata conferita non solo pel governo del mondo, ma massimamente pel presidio della Chiesa: Debes incunctanter advertere, regiam potestatem tibi non solum ad mundi regimen sed maxime ad Ecclesiae praesidium esse collatam [7]. E S. Agostino nel suo libro della Città di Dio dice: Appelliamo felici i cristiani Imperanti, non perchè regnarono lungamente, nè perchè trapassando con morte tranquilla lasciarono la corona a' figliuoli..; ma sibbene perchè volgendo la loro potenza alla dilatazione massimamente del culto di Dio, la fecero serva della maestà di Lui: Christianos imperatores non ideo felices dicimus, quia vel diutius imperarunt, vel imperantes filios morte placida reliquerunt..; sed si suam potestatem ad Dei cultum maxime dilatandum, maiestati eius famulam faciunt [8]. Scrivendo poi al Conte Bonifacio, governatore dell'Africa, si esprime così: In altra guisa il Principe serve a Dio in quanto è uomo, e in altra guisa in quanto è Principe. In quanto è uomo serve a Dio, vivendo secondo la Fede; in quanto è Principe serve a Dio, con far leggi che comandino il bene e proibiscano il male. In ciò dunque servono a Dio i Principi, come Principi, in quanto volgono al servizio di lui quelle cose, che non possono fare se non i Principi: Aliter servit Deo quia homo est; aliter quia etiam rex est. Quia homo est, ei servit vivendo fideliter; quia vero etiam rex est, servit leges iusta praecipientes et contraria prohibentes convenienti vigore sanciendo... In hoc ergo serviunt Domino reges, in quantum sunt reges, cum ea faciunt ad serviendum illi, quae non possunt facere nisi reges [9]. Questo dovrebbero capire i reggitori dei popoli; se amassero la vera sapienza ed intendessero il loro ufficio. E dovrebbero anche capire che in ciò non si tratta tanto dell'interesse della Chiesa, quanto si tratta dell'interesse loro proprio. Imperocchè, la Chiesa, la quale in mezzo alle persecuzioni di tre secoli giunse ad impadronirsi del mondo, ben può passarsi della protezione del secolo, senza suo sostanziale discapito e sottentrando Dio a tutelarla per vie straordinarie. Ma il secolo andrà in soqquadro, se viene privato del soccorso della Chiesa. Il separarsi del corpo dall'anima non torna sostanzialmente a danno dell'anima, la quale è immortale; ma ben torna a gravissimo danno del corpo, il quale per tal separazione muore e si corrompe.

III.

L'anzidetto dovere nasce nello Stato non per mutazione intrinseca di natura, ma per mutazione estrinseca di rapporti.

Un errore di gravissimo momento in questa materia bisogna schivare, ed è il credere che lo Stato abbia rivestito il dovere di tutela verso la Chiesa, per ragione d'intrinseco mutamento di natura, prodotto in lui dal Cristianesimo. Ciò condurrebbe a molto erronee conseguenze. Imperocchè se il governante politico si persuadesse che il debito di tutelare con la sua sanzione le leggi della Chiesa sia nato, perchè coll'abbracciare la fede cristiana l'autorità civile siasi intrinsecamente cambiata da ciò che era nell'ordine naturale, sicchè l'obbietto suo non sia più la felicità temporale riposta nella pubblica pace e nel mantenimento della giustizia tra' cittadini, ma sia propriamente la salute eterna delle anime o anche la cristiana onestà de' costumi, cioè a dire la virtù in quanto elevata pel Vangelo all'ordine soprannaturale; se, diciamo, il governante politico si persuadesse una sì esorbitante opinione, egli per questo stesso si arrogherebbe il diritto di far leggi in materia religiosa, e mettere direttamente le mani in ciò che spetta a credenza e morale. Fu questo l'errore degl'Imperatori del basso Impero, imitato poscia dalle pretensioni del Gallicanismo e del Febronianismo, e che ora si vorrebbe suscitare negli Stati moderni, dopo che questi, come Stati, han cessato di essere cattolici colla libertà concessa dei culti. Ma il secolo non si spaventa mai di contraddizioni ed assurdi. È necessario adunque chiarir brevemente un tal punto.
Diciamo dunque che il fine dell'autorità politica per sè stesso non può essere che naturale. La ragione è chiarissima: giacchè il fine è proporzionale al principio, non potendo niuna cosa superare la causa da cui procede. Ora il principio della autorità politica è la semplice natura: giacchè essa non tira origine, come la Chiesa, da soprannaturale istituzione divina, ma da puro dettame della ragione. Dunque il suo fine non può essere che naturale; giacchè la natura non può superare sè stessa, ordinando a ciò che è fuori la cerchia e le forze sue. Ora se il fine dell'autorità politica per sè stesso è naturale, tale intrinsecamente è rimasto anche dopo il Cristianesimo. Imperocchè qualunque intrinseco accrescimento sopra l'ordine di natura, non sarebbe potuto avvenire in lei, se non per positiva collazione divina; e questa collazione non ha avuto luogo in nessun modo nella legge evangelica: giacchè Cristo non a Cesare ma a Pietro solamente ed agli Apostoli conferì la novella autorità che veniva a recare sulla terra. Che poi nello stesso giro della natura il potere politico sia di per sè ristretto al solo ordine esterno, si deduce facilmente dal considerare che più in là non si stendono i mezzi, di cui esso dispone; e la natura non prefigge uno scopo, pel quale non somministri nel tempo stesso i mezzi opportuni.
In che dunque si è cangiato il potere politico per l'avvenimento di Cristo? Ha mutato i suoi estrinseci rapporti. Dove prima aveva relazione col fine puramente naturale degl'individui; adesso l'ha col fine soprannaturale dei medesimi. Dove prima era a contatto con un'autorità religiosa o a sè attribuita o da sè dipendente; adesso ha di fronte un sacerdozio di origine più alta che la sua, da sè totalmente distinto e a sè superiore. Dove prima bastava che l'ordine pubblico prendesse norma dall'onestà de' costumi, conosciuta per lume della ragione; adesso questa medesima onestà convien che sia retta dal vero rivelato e dalle prescrizioni della legge evangelica [10]. Di che si vede che la mutazione dei rispetti, di cui parliamo, si desume da tre capi, coerentemente a quelli che abbiamo noverati nel paragrafo precedente. Il primo è, perchè nella società cristiana il popolo non è più composto di semplici uomini, ma di fedeli; cioè di uomini rigenerati da Cristo alla vita della grazia e rivestiti di nuovi diritti e obbligati da nuovi doveri. Il termine dunque, riguardato dall'autorità politica, è mutato; ed ogni mutazione del termine si tira dietro necessariamente mutazione di rapporto nel soggetto correlativo. Il secondo capo è che per l'istituzione della Chiesa la società è per diritto divino sottoposta al governo di un nuovo potere supremo, al potere cioè sacerdotale, indipendente al tutto dal potere politico, e col quale il potere politico dee porsi in armonia, acciocchè l'andamento sociale sia ordinato e tranquillo. In fine se il governante stesso ha abbracciata la fede, egli non può non operare in conformità di questa fede, eziandio come governante; giacchè la fede si costituisce come norma suprema di tutto l'operare morale, e sarebbe assurdo il voler sottrarre dall'ordine morale gli atti governativi, quasi non fossero atti liberi dell'uomo e però capaci di bontà o di malizia [11].
Dalle quali cose sorgono due corollarii. L'uno è che il potere politico per l'avvenimento del Cristianesimo è stato ristretto in più angusti limiti; l'altro che nei nuovi limiti, a cui venne ridotto, è stato elevato a un'eccellenza, molto superiore alla propria natura. È stato ristretto in più angusti limiti, perchè, come saviamente osserva il Suarez, gli è stato interamente sottratto l'ordine religioso; il quale, socialmente considerato, nel paganesimo dipendeva da lui. Allora la cura della religione, in quanto pubblica, aveva per iscopo la felicità della repubblica; e però o era pertinenza del potere regio, o si congiungeva con esso nella medesima persona del principe, o ad esso era subordinata. Quindi veggiamo il re Anio essere al tempo stesso sacerdote di Apollo [12]; e presso i Romani il supremo Pontificato era come corona e compimento della dignità imperiale. Ma adesso nella legge evangelica la religione, così privata come pubblica, è intesa e voluta per sè medesima, siccome quella che riguarda la gloria di Dio e la salute eterna delle anime, e non è ordinata ad alcun bene terreno, ma tutti gli altri beni sono ordinati a lei. Laonde ne è commessa la cura non punto al principe, ma ai Vescovi con a capo il romano Pontefice; e ciò per immediata istituzione di Cristo [13]. Senonchè questa limitazione del potere civile è tornata in sua maggiore esaltazione e più sublime decoro. Imperocchè, attesa l'alleanza, in che il potere civile deve costituirsi colla nuova autorità spirituale, e la protezione che a lei dee; esso da amministratore d'un bene meramente umano è cangiato in cooperatore di un bene divino, non ristretto alla vita presente ma riguardante altresì l'avvenire. Egli partecipa indirettamente dell'impero stesso universale della Chiesa, e la sua spada materiale per una specie di consecrazione, che riceve dal contatto colla spirituale, da strumento di morte si converte in ministra di vita. Di ciò lo Stato dovrebbe meritamente andar superbo. Ma per satanico inganno, esso da prima disconosce questa sua dignità, separandosi dalla Chiesa; poscia, rifattosi pagano, cerca di ripigliare sulla religione di Cristo quella balìa, che innanzi esercitava sulle superstizioni umane del Gentilesimo.

IV.

Si risponde ai due sofismi obbiettati da principio.

È facile ora sbrigarsi con poche parole dei due sofismi, in virtù de' quali dalla natura dello Stato volea inferirsi l'indifferenza politica per ogni sorta di religione, e l'incapacità di tutela verso la Chiesa. Lo Stato, si diceva, ha per fine la felicità temporale degli uomini associati: la pace cioè, la giustizia esterna, la copia de' mezzi, necessarii al loro ben essere nella vita terrena. Esso è distinto dalla Chiesa, che mira alla felicità spirituale ed eterna; dunque dev'esserne separato. Esso non può dare la verità; dunque non può difenderla.
Noi potremmo insistere sul fine stesso politico, qual è descritto dagli avversarii, e mostrare com'esso, dopo l'apparizione del Cristianesimo non può più corrispondere alla dignità della natura umana, nè tornare in vero bene dei sudditi, senza entrare in istretta relazione colla Chiesa. Ma perciocchè questo punto sarà da noi toccato di proposito in processo, là dove parleremo del naturalismo politico, basterà qui solvere i due argomenti, che sopra vi si fabbricavano. Egli è verissimo che essendo quello, sopra descritto, il fine dello Stato, lo Stato per ciò stesso apparisce distinto dalla Chiesa; giacchè ogni società viene specificata dal proprio fine. Ma da ciò non segue in niuna guisa che dev'esserne separato. Anche il corpo è distinto dall'anima; e nondimeno nell'uomo non solo non è da lei separato, ma è con lei nella massima delle unioni, qual è quella di natura e di persona. Noi anzi dall'essere lo Stato distinto dalla Chiesa, deducemmo come necessaria conseguenza l'opposto, cioè il diritto di scambievole assistenza tra loro e di armonia nell'ordinare, l'uno e l'altra secondo il proprio fine, la medesima società. Altrimenti, dovendo essa società sottostare ad amendue i poteri, correrebbe rischio, se essi non fossero in concordia tra loro, di trovarsi in contrasto con sè stessa, e venir tirata in parti avverse, con gravissimo disturbo dell'ordine.
Del pari, è indubitabile che lo Stato, avendo origine umana non può dare la verità, la quale ha origine divina. La sola Chiesa, a cui Iddio ha partecipata la sua infallibilità, ha un tal potere. Ma che per ciò? Il corpo non può dare l'anima: ne inferireste voi, che avvivato una volta dall'anima, non può concorrere cogli atti suoi ad aiutare e difendere l'esterna esplicazione delle forze di lei? Il fatto vi smentirebbe. Da quella premessa, che lo Stato non può colla virtù sua dare la verità, segue solamente che esso deve guardarsi dall'entrare, come che sia, nelle decisioni dommatiche o morali; e ciò fa contro le oltracotate pretensioni dei Placet e degli Exequatur, di cui già facemmo cenno più innanzi, e parleremo appositamente appresso. Ma in menoma guisa non segue da quella premessa che lo Stato ricevendo la verità dalla Chiesa, la quale sola ne è maestra quaggiù, non possa o non debba prestarle il suo braccio, sicchè ella compia liberamente la sua divina missione, senza venire impedita da ostacoli materiali. Anzi ciò è conformissimo all'intenzione di Dio, e all'ordine della ragione; pel quale il corpo dee servire allo spirito e la forza materiale alla forza morale.
E qui ci piace conchiudere col ricordare una gravissima considerazione. Il Pontefice proscrivendo l'erronea opinione, la quale dice ottima forma di reggimento politico quella che stabilisce la libertà di coscienza e l'impunità dei delitti religiosi, afferma che essa è contraria alla dottrina della sacra Scrittura, della Chiesa e dei Padri: Contra Sacrarum litterarum, Ecclesiae sanctorumque Patrum doctrinam. La santa Scrittura loda sempre quei Re che fecero servire la spada delle leggi a difesa della vera Religione. Nell'antico Testamento era prescritto che i Re di Giuda, nell'atto della loro consecrazione, ricevessero dai Sacerdoti il libro della divina legge, per significare che conforme ad essa dovevano governare la nazione. Iddio è propriamente Re; i governanti non sono che suoi Ministri: Cum essetis Ministri Regni illius [14]. Or di che nuova foggia Ministri sarebbero quelli, i quali si mostrassero indifferenti all'offesa del loro Signore, e lasciassero che impunemente se ne potessero trasgredire i precetti? Sopra un tal punto Cristo stesso ci volle ammaestrare col suo esempio, percotendo di propria mano col flagello i profani, che disonoravano il tempio. La tradizione poi della Chiesa è costante, nè ammette eccezione. Si consultino intorno a ciò i decreti dei Pontefici, i canoni dei Concilii, gl'insegnamenti de' Padri e de' Dottori, e si troveranno sempremai conformi nell'attribuire ai principi cristiani il dovere di proteggere la Chiesa e punire i trasgressori delle sue leggi. Ci contenteremo per saggio riportare l'autorità di due Santi, che per la loro sapienza nel governo della Chiesa universale meritarono il soprannome di Grandi. Siano questi, san Leone Magno e san Gregorio parimente Magno. Il primo, nella sua lettera a Toribio, parlando del rigore delle leggi contro i disseminatori di eretica dottrina, dice: Profuit ista districtio ecclesiasticae lenitati, quae etsi Sacerdotali contenta iudicio, cruentas refugit ultiones, severis tamen Christianorum principum constitutionibus adiuvatur: dum ad spirituale nonnunquam recurrunt remedium, qui timent corporale supplicium [15]. Il secondo, scrivendo all'imperatore Maurizio, lo ammaestra così: Ad hoc enim potestas super omnes homines Dominorum meorum pietati caelitus data est, ut qui bona appetunt adiuventur, ut caelorum via largius pateat, ut terrestre regnum caelesti regno famuletur [16].
A due santi Pontefici tengano dietro due santi Dottori. San Pier Damiani nell'epistola a sant'Annone, Arcivescovo di Colonia, scrive: Quoniam utraque dignitas (la regale cioè e la sacerdotale) alternae invicem utilitatis est indiga, dum et Sacerdotium regni tuitione protegitur, et regnum sacerdotalis officii sanctitate fulcitur [17]. San Bernardo poi scrivendo al Pontefice Eugenio III, lo esorta: Exerendus est nunc uterque gladius in passione Domini... per quem autem nisi per vos? Petri uterque est; alter suo nutu, alter sua manu, quoties necesse est, evaginandus [18].
E questa metafora, così espressiva, delle due spade, da doversi insieme congiungere, era divenuta sì comune nella Chiesa, che gli stessi principi secolari la usavano sermonando nelle pubbliche assemblee, o, come ora si direbbe, nei loro discorsi della Corona. Il re Edgaro confortava i Vescovi, congregati a Dunstan nell'Inghilterra, con queste eloquenti parole: «Gareggiate meco, o Sacerdoti, gareggiate nelle vie del Signore e nei precetti del Nostro Dio. È tempo d'insorgere contro coloro, che dissiparono la divina legge. Io ho in mano la spada di Costantino, voi quella di Pietro. Uniamo le destre; congiungiamo spada a spada, e sieno cacciati fuori del campo i leprosi, si mondi il santuario del Signore, e ministrino nel tempio i figliuoli di Levi [19].» Lo stesso Federico II, di orribil memoria, pure costretto dalla pubblica opinione, confessava ai Principi, adunati nella Dieta di Wormazia, che la spada materiale era ordinata in aiuto della spada spirituale: Gladius materialis constitutus est in subsidium gladii spiritualis [20].
Che i laici ignorino questa perpetua tradizione della Chiesa, è un difetto scusabile, non essendo essi obbligati ad ampie e profonde cognizioni di dottrina sacra. Ma intorno a ciò vogliono avvertirsi due cose: l'una, che una eguale scusa non meriterebbero le persone ecclesiastiche, per la contraria ragione. L'altra, che quando trattasi di materie così delicate, quali son le morali, e massimamente se hanno alcun rapporto colla religione; la prima cura d'ogni buon cattolico dev'essere d'informarsi qual è intorno ad esse il sentir della Chiesa, per potere così assicurare la propria mente da ogni pericolo di errore. Poco importa che diversamente ne pensino i Parlamenti odierni o i barbassori del diritto nuovo. Molte altre bestialità costoro insegnano; e starebbe fresca la scienza umana, se dovesse tenersi a simili insegnamenti. Il sincero cattolico, il quale sa che colonna e maestra del vero è la Chiesa di Gesù Cristo, cerca innanzi tutto che cosa pensa e giudica essa Chiesa, e non cerca di tirare al proprio preformato giudizio la dottrina di lei, stiracchiandola più o meno stranamente; ma alla dottrina di lei, con docile e schietto animo appresa, volonteroso conforma il proprio giudizio.
[CONTINUA]

«E contro la dottrina delle sacre Lettere, della Chiesa e dei santi Padri, non dubitano di asserire ottima essere la condizione della società, nella quale non si riconosce nell’Impero il debito di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto lo dimanda la pubblica pace.» Papa Pio IX, Enc. Quanta cura, 8 dic. 1864.


NOTE:

[1] Vedi Phillips, Du droit eeclèsiastique etc. tome second. §. 98. Dèfense d'employer la contrainte pour convertir.
[2] Enciclica dell'8 Dicembre 1864.
[3] Simile factum est regnum caelorum homini, qui seminavit bonum semen in agro suo. Cum autem dormirent homines, venit inimicus eius et superseminavit zizania in medio tritici, et abiit. Cum autem crevisset herba et fructum fecisset, apparuerunt et zizania. Accedentes autem servi patrisfamilias, dixerunt ei: Nonne bonum semen seminasti in agro tuo? Unde ergo habet zizania? Et ait illis: Inimicus homo hoc fecit. Servi autem dixerunt ei: Vis, imus et colligimus ea? Et ait: Non: ne forte colligentes zizania eradicetis simul cum eis et triticum. Sinite utraque crescere usque ad messem; et in tempore messis dicam messoribus: Colligite primum zizania et alligate ea in fasciculos ad comburendum; triticum autem congregate in horreum meum. Matth. c. XIII.
[4] Can. Certum est, 12, d. 10.
[5] Cap. Ad abolendum, 9, X, de Haeret. (V. 7.) — Imperialis fortitudinis vigore suffulti.
[6] Du Droit ecclèsiastique, etc. Tom. II, Ch. 10, §. 107.
[7] Epist. 75.
[8] De Civit. Dei, l. V.
[9] Epist. 185 ad Bonifacium.
[10] Come ognun vede, qui prescindiamo dalla costituzione della Chiesa giudaica, e parliamo del solo potere religioso tra le Genti.
[11] Questa in sostanza è la dottrina che concordemente agli altri Dottori cattolici insegna il Suarez, là dove dice che la potestà civile, in quanto si trova nei principi cristiani congiunta colla fede, benchè non si stenda, nella materia che riguarda e negli atti in cui si spiega, al fine soprannaturale o spirituale dell'uomo; tuttavia può nelle sue leggi e in parte ancora è tenuta ad aver di mira il fine soprannaturale e ad esso riferire l'atto stesso legislativo: «Dico potestatem civilem (etiam prout est in principibus christianis fidei coniuncta) non extendi in materia vel actibus suis ad finem supernaturalem seu spiritualem vitae futurae vel praesentis; licet ipsi legislatores fideles in suis legibus ferendis intueri possint et ex parte debeant supernaturalem finem, et actum ipsum ferendi legem in supernaturalem finem referre.» Scendendo poi a chiarir la cosa in particolare, l'esimio Dottore soggiunge che questa relazione della potestà civile al bene religioso si ha da intendere in doppio modo. Prima in senso di positiva ordinazione, e così ordinariamente è di solo consiglio, purchè non intervenga speciale precetto o necessità che la comandi. Secondamente in senso negativo, cioè di cautela a non istabilir cosa alcuna che sia contraria al fine soprannaturale o nuoca al suo conseguimento; la quale avvertenza nel potere politico ha origine dalla fede e può dirsi una virtual relazione all'ultimo fine. Nè essa è di solo consiglio ma è di vero precetto, massimamente proprio dei principe cristiano e cattolico. «Est autem observandum hanc relationem posse dupliciter fieri. Primo per positivam ordinationem, et sic regulariter erit in consilio, nisi speciale praeceptum vel necessitas ad illum obligaverit..... Secundo intelligi potest per negationem tantum, seu per circumspectionem nihil statuendi per hanc potestatem, quod sit contrarium fini supernaturali vel eius consecutionem impedire possit; quae observatio et prudens cautio ex fide procedit et virtualis quaedam relatio in ultimum finem dici potest. Estque non tantum in consilio sed etiam in praecepto, maxime proprio christiani et catholici principis, ut constat.» De legibus l. III, cap. 7.
[12] Rex Anius, rex idem hominum Phoebique sacerdos. Virg. Aeneid. III, 28.
[13] Quoad illa quae pertinent ad religionem, civilis potestas magis limitata nunc est in Ecclesia, quam esset ante christianam religionem. Nam olim cura religionis ordinabatur ad honestam felicitatem reipublicae: nunc autem religio et spiritualis salus et felicitas per se primo intenta est, et reliqua propter illam. Et ideo olim cura religionis vel pertinebat ad potestatem regiam, vel cum illa coniungebatur in eadem persona, vel illi subordinabatur: nunc autem cura religionis specialiter Pastoribus Ecclesiae commissa est. Suarez, De Legibus, lib. IV. c. XI.
[14] Sap. VI.
[15] Epist. XV, ad Turribium, Asturiensem Episcopum.
[16] Epist. lib. 3. Ep. 65, ad Mauritium Augustum.
[17] Epist. lib. 3, Ep. 6.
[18] Epist. 256, ad Eugenium.
[19] Aemulamini, o Sacerdotes, aemulamini vias Domini et iustitias Dei nostri. Tempus insurgendi contra eos qui dissiparunt legem. Ego Constantini, vos Petri gladium habetis in manibus. Iungamus dexteras; giadium gladio copulemus, et eiiciantur extra castra leprosi, et purgetur Sanctuarium Domini, et ministrent in templo filii Levi. — Orat. Edgari regis an. 969. Hardouin, Concil. t. VI, p. 1, col. 675.
[20] Pertz, Monum. Germ. hist. t. IV. p. 234.