venerdì 1 febbraio 2013

Il risorgimento: bugie, inganni e violenza.




"Sia il vostro dire sì sì no no": forte di questa ammonizione evangelica, presenterò la mia tesi in modo inequivocabile, affermando che del risorgimento non c'è niente da salvare, ma che anzi i più grandi problemi degl'italiani derivano dall'unità d'Italia, o almeno dalle cattive modalità con le quali nel XIX secolo si è compiuta l'unificazione nazionale. Il 150°anniversario dell'evento, caduto nel corso del 2011, avrebbe potuto essere l'occasione per ragionare su questi avvenimenti e presentarli al grande pubblico in modo veritiero. Così, una volta conosciute le radici di certi problemi, avrebbe potuto iniziare una discussione nuova e magari costruttiva. Invece ha prevalso la retorica patriottarda dei ciampi benigni e cazzulli vari (1), a cui il popolo si è accodato, urlando quant'è bello essere italiani e appendendo tricolori a ogni balcone. (Ma non s'illudano i patrioti nazionalisti: queste hanno rappresentato solo manifestazioni esteriori di un sentimento superficiale. Il popolo italiano in realtà esiste solo quando gioca la nazionale di calcio; nei momenti cruciali della vita politica e sociale hanno continuato e continueranno a prevalere, come sempre, l'individualismo egoistico e lo spirito di fazione itaglioti).

Analizzando alcuni errori ed orrori del risorgimento e dei suoi protagonisti, quindi, scopriremo l’origine di alcune debolezze strutturali che oggidì, detto en passant, rischiano di far sì che il giocattolo si rompa da un momento all'altro. (Sì, lo riconosco: non me la sento di scommettere più di tanto sul futuro dei questo paese).


-Questione meridionale


1- ll Regno delle Due Sicilie


Non era, il regno dei Borbone, una specie di paradiso terrestre. E infatti nessuno lo afferma (a parte gli unitaristi, che cercano di attribuire ai critici del risorgimento queste considerazioni, nel vano tentativo di screditarne il lavoro). Tuttavia, nell'Italia meridionale non si viveva peggio che nel resto dell'Italia e dell'Europa. Nel 1856 il regno borbonico era stato premiato alla mostra di Parigi come primo stato più industrializzato d'Italia e terzo d'Europa. Napoli, a metà '800, era la terza città europea dopo Parigi e Londra. Gli impianti industriali più evoluti d'Italia, Mongiana e Pietrarsa, si trovavano al sud: l'ultimo dei due in particolare fungeva da modello e attirava delegazioni di studio dalle altre potenze europee, dal Piemonte alla Russia! Non che mancassero, ovviamente, sacche di miseria e povertà, condite con un diffusissimo analfabetismo. Ma, come ha ricordato Pino Aprile, in quegli anni le altre due metropoli europee facevano da teatro a romanzi come "I miserabili" o "Le avventure di Oliver Twist": i paradisi terrestri, evidentemente, non esistevano neanche più a nord... A Napoli borghesi arricchiti e nobili spadroneggiavano, e in Sicilia ciò avveniva in misura ancora maggiore, dato lo strapotere dei baroni latifondisti e la scarsa presenza del potere statale. Tuttavia, le Due Sicilie sono anche lo stato che ha avviato la prima profilassi antitubercolare e quello in cui si è avuta la prima assegnazione di case popolari.  Inoltre esso possedeva una flotta militare e mercantile di tutto rispetto, tanto da farne una delle prime tre potenze marine d'Europa, e grazie agli spostamenti mercantili via mare sopperiva alla debolezza infrastrutturale legata alla scarsità di strade e ferrovie (scelta logica, in uno stato circondato per 3/4 dal mare). Ancora: già all’indomani del Congresso di Vienna i Borbone avviarono il primo sistema pensionistico d’Italia, attraverso trattenute del 2% sugli stipendi degli statali, e nel Regno c’era la più alta percentuale di medici per abitante della penisola, cioè 9390 su circa 9 milioni di abitanti: anche per questo, forse, lì si registrava la più bassa mortalità infantile italiana.


Queste brevi considerazioni, ancorchè non esaustive, dovrebbero essere sufficienti per capire la natura di una delle grandi bugie del risorgimento, ossia l’idea di un meridione barbaro-retrogrado-povero, provvidenzialmente liberato dai soliti “eroi”.


2-I contrasti con l’Inghilterra e l’invasione


Eppure, in pochi mesi, il regno millenario fu cancellato dalle carte geografiche. A proposito della spedizione dei mille e dei suoi interpreti si è già scritto tanto. Essi, come ammetteva lo stesso Garibaldi, erano "tutti di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici nel letamaio della violenza e del delitto". Riuscirono a  sbarcare perché protetti dalla presenza della marina militare inglese, e vinsero le prime battaglie corrompendo vertici militari e funzionari civili duosiciliani. Domanda: come una sbranca di delinquenti potè rimediare così tanto denaro da far saltare uno stato? (2) Semplice: furono finanziati dalla logge massoniche inglesi e dai circoli protestanti anglo-americani, perché facessero in loro vece un lavoro sporco (molto sporco), che essi desideravano per almeno tre motivi: eliminazione di un rivale commerciale degli inglesi, con cui nei decenni precedenti avevano maturato non pochi contrasti (vedi questione dello zolfo siciliano, materia prima all'epoca importante e sulla quale l'imperialismo di sua maestà britannica aveva messo gli occhi, non gradendo ad esempio i rapporti di Re Ferdinando con lo Zar); eliminazione di un forte stato cattolico e, ancora più importante, tappa di avvicinamento verso lo stato della Chiesa, che questi soggetti sognavano di distruggere per poi eliminare definitivamente anche il cattolicesimo; creazione di un feudo britannico nel cuore del mediterraneo, da poter poi usare, all'occorrenza, in chiave antifrancese. Per inciso: divertente il corto circuito logico nel quale cadrebbero i nazionalisti nostrani, che mai ebbero in simpatia la perfida albione, se non facessero finta di ignorare che senza i soldini e le navi inglesi l'italia non sarebbe mai nata.


3- La guerra civile e il brigantaggio


La conquista fu completata quando l'esercito piemontese, in barba a qualsiasi regola e consuetudine,  invase lo stato da nord. Contro i liberatori, tuttavia, si sviluppò fin da subito una resistenza armata, che impose al nuovo stato italiano l'impiego di metà dei suoi effettivi (oltre 100000 uomini) nonché misure repressive spietate. Nel 1863 fu approvata la legge Pica, che legittimava lo stato d'assedio. I combattenti antipiemontesi, i briganti, erano figure etereogenee unite dalla lotta ai savoia: legittimisti borbonici, delinquenti comuni, ex militari degradati, civili che sposarono la lotta armata perchè non accettarono le nuove regole savoiarde che aumentavano a dismisura la pressione fiscale e li costringevano ad un lunghissimo periodo di leva militare obbligatoria lontani dalla patria. Essi tennero in scacco l'esercito piemontese fino alla metà degli anni '60, anche se l'ultimo brigante fu ucciso nel 1872. In questo periodo i “fratelli d'italia” usarono qualsiasi mezzo per avere la meglio: fucilazioni, esecuzioni sommarie, stragi. Accade, e accadde più di una volta, che interi paesi furono bruciati, con le donne e i bambini dentro. Da Bronte (siamo ai primi vagiti dell'invasione) a Pontelandolfo, a Casalduni gli eccidi furono la norma. Alla fine, tra i meridionali, si conteranno centinaia di migliaia di morti, forse un milione (sia nella I che nella II guerra mondiale i caduti italiani saranno circa 600mila ! ) Ricordiamo anche, dato che non è stato fatto spesso, che i prigionieri militari borbonici che non accettavano di rinnegare il giuramento di fedeltà a Re Francesco finivano spesso in carceri, ormai universalmente definiti “lager”, dove venivano fatti morire di fame e di freddo. A migliaia !


 


 


Ecco il risorgimento, l'impresa inenarrabile di benignesca memoria. Sì Roberto, hai ragione: fu proprio un'impresa inenarrabile... Come si sia potuti arrivare a questo  massacro, non è facile capirlo. Certo, i pregiudizi e l'odio antimeridionale covato dalle elite piemontesi, e instillato nei militari, di certo ha aiutato. Consiglio una rassegna delle dichiarazioni dei vari boia Cialdini, D'Azeglio, Nievo, Bixio sui meridionali: dalla razza inferiore e vaiolosa al “bruciamoli tutti” ce n'è per tutti i gusti !


 


Un ultimo appunto: alla vigilia della II guerra di indipendenza (quella fatta per liberare gli italiani, of course) il Piemonte rischiava la bancarotta. Nel decennio cavouriano il debito pubblico era salito alle stelle: oltre un miliardo di lire. La guerra di conquista con conseguente furto delle ricchezze degli stati assoggettati era l'unica possibilit・ di sopravvivenza per lo stato sabaudo, come disse a chiare lettere il liberale piemontese Boggio: “La pace ora significherebbe per il Piemonte la riazione e la bancarotta”. Per fortuna le casse del regno duosiciliano erano piene di milioni d'oro: ci avrebbero pensato loro a risanare il bilancio piemontese !


 


 


4-Le conseguenze ancora attuali: emigrazione, desolazione, criminalità organizzata  e mancanza di senso civico  


Nonostante la distruzione dello stato e delle industrie (l'impianto siderurgico di Mongiana prima dell'invasione era il più all'avanguardia della penisola) fino agli anni '70 il divario tra nord e sud (che, come abbiamo visto, non esisteva prima dell'invasione) rimase poco accentuato, ma da quel momento in poi iniziò a manifestarsi nella sua drammaticità. Vista l'esito sfavorevole della lotta armata, e venute meno le opere di assistenza fornite dai vari ordini religiosi (dopo che lo stato italiano aveva proceduto al furto dei beni della Chiesa) per milioni di meridionali l'emigrazione divenne l'unica speranza. Il fenomeno iniziò dagli anni '70/'80, e non si placò se non dopo molti decenni. Capitolo criminalità organizzata: così come i briganti, soprattutto tra Lazio e Campania, erano presenti da secoli, ma solo negli anni '60, grazie all'appoggio della popolazione, si formò il brigantaggio, così è certo che nel sud esistevano forme di criminalità organizzata, le quali esercivano una forma di controllo del territorio, soprattutto dove l'autorità statale era più lontana. Ma da qui ad assumere le connotazioni proprie dell'epoca post-unitaria, ce ne passa eccome. Fu durante l'unità che il potere della mafia si consolidò: lo sbarco di Garibaldi fu preparato logisticamente dagli agenti di Cavour che si accordarono coi picciotti dei potentissimi baroni siciliani (chissà che caruccia la scena di Garibaldi che a Salemi, scortato dai mafiosi dell'epoca, proclama la dittatura dell'isola); a Napoli, dopo la partenza di Re Francesco, il ministro Liborio Romano, altro beneficiario dei soldini garibaldo-massonici, conferì il mantenimento dell'ordine pubblico ai camorristi (sembra uno scherzo ma purtroppo è la realtà). Camorristi che, esibendo con orgoglio la coccarda tricolore, “vigileranno” con impeccabile senso del dovere anche le operazioni di voto del plebiscito di annessione. Da quel momento in poi, in intere regioni del sud niente avrebbe fermato il potere della criminalità organizzata, con buona pace di chi afferma che questa era presente anche prima e che l'unificazione non ha contribuito ad aumentare esponenzialmente il suo potere e la sua influenza sul territorio, fino a farne un vero controstato.


Pino Aprile, nel suo fortunato “Terroni”, dedica molto spazio ad analisi di psicologia sociale, che ci possono essere utili per analizzare i rapporti tra unificazione e attuali problemi del sud. Perchè- si chiede Pino Aprile, che con onestà non nega gli attuali enormi limiti civici del meridione- un calabrese che si trasferisce a Pavia diventa un buon cittadino ? Non essendo evidentemente una questione genetica, bisogna cercare altre spiegazioni. Il ruolo dell'individuo nella società- spiega Aprile- è fondamentale per determinare la sua condotta, ancora più della volontà immediata dell'individuo stesso. Al sud, dopo il 1860 si impose il concetto di “impotenza appresa”: sconfitti militarmente, i meridionali furono spinti a credere che fosse stato giusto così. Coloro che non emigrarono erano i più apaticamente propensi a tollerare soprusi, e a venire a patti col nuovo potere.  Una società che ha certi pregiudizi agisce in modo da confermarli, e così al sud ognuno si adeguò al suo nuovo ruolo. Il vinto fu portato, seppur inconsapevolmente, ad accettare come giusta la sua condizione. Non basta però tutto questo a spiegare il disfacimento dell'ordine civile che colpì il meridione, dove il senso civico si restrinse alla famiglia o al clan. Una realtà mai analizzata, ad esempio, fu la tragedia della “perdita dei padri”: prima la resistenza all'invasore coi suoi massacri, poi l'emigrazione, che coinvolse principalmente giovani uomini, infine la carneficina della I guerra mondiale dove morirono, in proporzione, più meridionali che uomini del nord, fecero sì che molte persone di tre generazioni di meridionali crebbero senza padre. Addirittura, ai primi del '900, sorse un problema demografico legato alla sovrabbondanza di femmine rispetto ai maschi. L'assenza di autorità paterna, in una società da secoli abituata a conoscere l'importanza del padre, fece sfilacciare l'insieme delle regole che governavano la comunità. Alla luce di tutto questo, si può ancora difendere il risorgimento?


-Il fine giustifica il mezzo (?)


I convinti sostenitori dell'unità diranno che, evidentemente, queste erano le uniche modalità per arrivare a fare l'italia unita. A questa tesi si può rispondere in due modi diversi: in primo luogo, non sta scritto da nessuna parte che uno stato unitario italiano dovesse nascere per forza. Questa idea a ben vedere è figlia di una visione storica determinista e teleologica, di matrice romantica, per la quale tutto il processo storico è corso inevitabilmente verso la creazione dello stato-nazione Italia. Questa in realtà era stata unita politicamente solo ai tempi dell'Impero di Roma, (4) quando era una parte della grandiosa res publica sovranazionale. Conosciamo un parere autorevole in proposito:
Per duemila anni l'i talia ha portato in sé un'dea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale.
I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E' sorto un piccolo regno di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè  non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”
Così si esprimeva Dostoievski nel suo "Diario di un viaggiatore".


Un'eventuale unione degli italiani non avrebbe mai dovuto avvenire in seguito ad un processo di conquista, ma gradualmente e solo su una base confederale o largamente federale !


-Lega o federazione italica: chi avrebbe voluto e chi si è opposto.


Arriviamo dunque ad analizzare la seconda risposta che potremmo fornire all'unitarista di turno: l' unità è stata fatta nel peggiore dei modi possibili, quando invece avrebbero potuto essere battute altre strade. Vediamo come, ricordando che non ci accingiamo tanto a raccontare una “storia fatta coi sè”, del tutto fine a se stessa, ma, ancora una volta, ad analizzare certi fatti storici alla base dei mali endemici dello stato italiano. La creazione di uno stato unitario ed accentrato, la cosiddetta piemontesificazione, ha umiliato la tradizione policentrica e municipalistica della penisola e, dove ha trovato una resistenza di popolo, ha comportato costi umani mai conosciuti fino a quel momento. I creatori dell'Italia unita, rude manovalanza dei circoli massonici europei, non hanno avuto interesse a tenere in debito conto la necessità di preservare quel “tesoro di tradizioni italiche, quell'inimitabile patrimonio di differenze che caratterizzava il paese delle tante capitali” (5). I piemontesi spesso non conoscevano il meridione e lo odiavano pregiudizialmente: lo stesso Cavour, che pure aveva soggiornato a lungo in Inghilterra e Francia, non si era mai spinto più a sud di Firenze (e parlava abitualmente in francese, così come re vittorio emanuele, che riusciva a esprimersi decentemente solo in francese o in piemontese, alla faccia dell'idea per la quale i piemontesi avrebbero “cacciato gli stranieri”, ossia sovrani nati e cresciuti in italia, come Leopoldo e Ferdinando di Toscana , Francesco di Modena e Francesco di Napoli). I piemontesi hanno conquistato l'italia sfruttando al meglio le contingenze storiche verificatesi tra il 1859 e il 1861 (ma pianificate da anni), mangiandosi i vari stati come le “foglie di un carciofo”. Tuttavia, negli anni precedenti, proprio loro avevano rifiutato di contribuire ad un'unione federale dei popoli italiani. In realtà, a mio avviso, l'unica logica e legittima possibilità di unione degli italiani. Unione federale che, invece, era stata proposta a più riprese proprio da coloro che la retorica menzognera ha presentato come nemici dell'idea di Italia. Il primo a  parlare una lega degli stati italiani era stato, infatti, il Re di Napoli Ferdinando II, che nel 1833 aveva proposto agli altri un'unione difensiva tra gli stati della penisola. Nello stesso anno un'assemblea di liberali riunitasi a Bologna gli offrì segretamente la corona d'Italia (ricordiamo che all'epoca il regno del sud si presentava più liberale del piemonte: basti pensare che mentre Vittorio Emanuele I nel 1814 aveva restaurato tout-court la legislazione pre - napoleonica, Ferdinando I aveva mantenuto i nuovi codici, con qualche misurato adeguamento. Inoltre nel regno sabaudo furono giustiziate molte decine di oppositori, 169 solo tra 1821 e 1832). Re Ferdinando però rifiutò per rispetto agli altri sovrani della penisola. In seguito Papa Pio IX, tra il 1847 e il 1848, avviò trattative per una lega doganale, premessa di un'eventuale unione politica federale, con le case regnanti di Napoli, Firenze e  Torino, ma il progettò non decollò proprio per l'ostilità dei Savoia, che avevano ormai deciso di fare da sé (per modo di dire, chè senza Francia e Inghilterra prima e Prussia poi, non avrebbero vinto neanche una battaglia). L'azione di Pio IX ci rivela un altro aspetto mistificato, un'altra bugia del risorgimento: l'eventuale opposizione della Chiesa all'unità. Tacendo in questa sede del contributo intellettuale dei cattolici al dibattito politico e culturale di quel periodo (basti pensare a Gioberti e al neo-guelfismo) rileviamo che il Papato si oppose al processo di unificazione quando questo fu egemonizzato da casa savoia, che fece sue le istanze anticlericali massoniche. 


 


-L'annessione del centro Italia: come sempre inganni e bugie. La vergogna dei plebisciti farsa


Il giovane Francesco d'Austria-d'Este, futuro Duca di Modena col nome di Francesco V, quando era ancora in vita il padre, Francesco IV, nel 1841, elaborò un interessante studio a proposito di una possibile unione federale degli italiani. Nel testo, a intuizioni interessanti si alternano anche considerazioni ingenue, ma l'aspetto importante del documento è, ancora una volta, il fatto che il concetto di “Italia” e “italiani” stava a cuore anche a chi dal processo risorgimentale uscì sconfitto. Proprio il mite Francesco V sarà vittima di una campagna calunniatoria orchestrata dai tirapiedi di Cavour, i quali diffusero la voce che nel 1859, dopo la battaglia di Magenta, egli era scappato da Modena portando con sé un ingente patrimonio personale, quando invece aveva lasciato tutto nelle casse dello stato. Furono in realtà i piemontesi ad impossessarsi del patrimonio degli Estensi, e a fonderne gli oggetti preziosi. Da registrare che 3600 soldati modenesi rimasero fedeli al Duca e lo seguirono nell'esilio, accettando lo scioglimento della loro brigata, detta “Brigata Estense”, solo nel settembre 1863. Nel Granducato di Toscana, invece, nei giorni della II guerra di indipendenza la situazione interna era calda, a causa della presenza di agitatori al libro paga del conte di Cavour, che avevano corrotto, anche in questo caso, militari e funzionari di polizia. Per evitare che  la situazione degenerasse, il 27 aprile Leopoldo II lasciò Firenze. Nel marzo 1860 si tenne il plebiscito farsa per sancire l'annessione al Piemonte. Le cose, pressapoco come a Napoli, in Veneto e dovunque furono organizzate queste macabre farse, andarono così: (5) la fine della guerra tra i franco-piemontesi e l’Impero Austriaco fu sancita dall’armistizio di Villafranca dell’11 luglio 1859. Tra le clausole del trattato era prevista la restaurazione del Granducato (il 27 aprile, come detto, un moto organizzato e finanziato dai piemontesi aveva infatti spinto SAIR Leopoldo II a lasciare lo stato). Per agevolare il ritorno degli Asburgo-Lorena sul trono di Firenze proprio Leopoldo decise di abdicare in favore del figlio, Ferdinando IV, che venne riconosciuto come nuovo sovrano di Toscana dagli altri capi di stato d'Europa. Durante la seconda metà del 1859 si impose però una situazione di empasse dovuta ai contrasti tra le grandi potenze internazionali circa il futuro della penisola. Mentre Napoleone III aspirava a sostituire la sua influenza politica a quella austriaca mediante la nascita di una federazione a sostanziale egemonia francese, l’Inghilterra avrebbe preferito la creazione di uno stato unitario, proprio per evitare un accrescersi dell’influenza francese in europa e nel mediterraneo. Per superare questa situazione si decise così di ricorrere ai plebisciti, uno strumento che in quel momento accontentava tutti: in questo modo i piemontesi avrebbero potuto giustificare le loro annessioni; i francesi, usciti a mani vuote dal sanguinoso conflitto dei mesi precedenti avrebbero a loro volta, sempre tramite plebiscito, annesso almeno la Savoia e gli inglesi sarebbero rimasti padroni dei mari.
Fin qui tutto chiaro: quello che però a scuola non è stato insegnato sono le modalità con cui sono stati svolti i plebisciti, e che li hanno ridotti, in pratica, ad una drammatica farsa. Pesantissime irregolarità si sono infatti avute sin dalla “campagna elettorale”: il nobile Ricasoli, dittatore pro-tempore e maggior responsabile della svendita dello stato toscano ai piemontesi, vietò ad esempio l’ingresso e la pubblicazione di ogni rivista che potesse spingere l’elettorato verso il rifiuto dell’annessione al Piemonte, mentre la stampa rimanente si adoperò in un incessante propaganda anti-autonomista. Insomma, “(Ricasoli) …mise in moto tutta la macchina affinché il risultato di quelle consultazioni non presentasse alcuna sorpresa al Piemonte...” Intimidazioni ai contadini, minacce ai preti erano dunque normali, in quei giorni. Come se non bastasse, i votanti il giorno stabilito per il referendum poterono scegliere tra due opzioni: “Unione alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II” o un non meglio precisato “Regno separato”. La possibilità di richiedere la restaurazione della famiglia Granducale, che tanto bene aveva governato la Toscana per quasi 130 anni, non era neanche contemplata nelle schede! Inoltre, sembra quasi grottesco raccontarlo, soprattutto se non sgombriamo la mente dai luoghi comuni della retorica risorgimentale, ma il voto non fu segreto ! Nelle urne dalle quali attingere le schede era infatti ben visibile le scritte SI o NO. Da tutto questo capiamo che quando qualche storico parla di brogli e mere pressioni fisiche e psicologiche in relazione al plebiscito toscano usa solo degli eufemismi. Ma la parte peggiore di questo storia italiota deve ancora essere narrata. Grazie al memoriale di un agente di Cavour rinvenuto dallo storico Giuseppe de Lutiis negli archivi del ministero della difesa possiamo capire come il dato sulla percentuale degli astenuti, pari ad oltre un quarto degli aventi diritto, sia del tutto simbolico, e frutto dei più squallidi brogli dei savoiardi e dei loro tirapiedi. La gente che non andò a votare fu molta di più, ma venne considerato come se avessero votato per l’unione al Piemonte. Leggiamo insieme come accadde. Noi ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori, indi preparammo tutti i polizzini. Nel voto dell’annessione un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, lande noi, nel momento della chiusura delle urne, vi gettammo i polizzini (naturalmente in senso piemontese) di quelli che s’erano astenuti. E’ superfluo il dire che ne lasciammo in disparte qualche centinaio o migliaio in ragione alla popolazione del collegio. Occorreva salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero. In alcuni collegi l’immissione nelle urne dei polizzini degli astenuti si fece con tanta trascuratezza e si poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede un maggiore numero di votanti di quello che lo fossero gli elettori iscritti. In siffatti casi si rimediò al fatto con una rettificazione al processo verbale”.


 


-La guerra contro la Chiesa e le durature conseguenze del divario tra paese legale e paese reale.


Nel XIX secolo solo il sentimento religioso cattolico univa gli italiani. Della lingua s'è già detto (vedi nota 3): esisteva una tradizione linguistica secolare che univa Petrarca a Machiavelli ad Alfieri a Vico ecc ecc, ma riguardava la classe colta: i popoli capivano solo i loro dialetti. (6) Logica avrebbe voluto che l'unità degli italiani fosse costruita intorno a quel sentimento religioso e non contro di esso. Ma, come abbiamo già visto, i protagonisti del risorgimento erano più interessati a servire i desiderata dei loro burattinai, sia che avessero base oltralpe che oltremanica, piuttosto che a costruire qualcosa di buono e duraturo. La gravissima rottura che si formò tra paese legale (istituzioni del regno) e paese reale (il 98% della popolazione, che  non aveva né seguito né voluto il processo risorgimentale ed era fedele alla Chiesa, e che non aveva neanche diritto di voto), si protrasse per vari decenni dopo il 1861, e non è assurdo pensare che esso sia una delle cause dell'endemico distacco tra cittadini e stato, quindi dello scarso senso civico e dello scarso spirito di popolo degli italiani. Ma in cosa  è consistita questa guerra contro la Chiesa? Innanzitutto la sua Dottrina sociale era contraria al centralismo e all'unitarismo, vie maestre (anzi, gran maestre, si potrebbe dire con una battuta) seguite dalla corrente vincitrice del risorgimento. D'altronde- ha ricordato Angela Pellicciari - I principali esponenti della massoneria non hanno dubbi: il federalismo, il particolarismo, il localismo, sinonimi di disordine e confusione, di Medioevo, di forza bruta e barbarie, in una parola di Chiesa cattolica, vanno assolutamente evitati e superati a favore dell'omogeneità, dell'identità, dell'unità delle ragioni ideali”. Ma la guerra contro la Chiesa cattolica, iniziata in Piemonte negli anni '50 e poi estesa a tutta la penisola, si è attuata tramite atti drammaticamente concreti: confische ed espropri (di fatto furti illegittimi, perchè i beni della Chiesa erano frutto di secolari donazioni); ma anche incarcerazioni di sacerdoti e persino vescovi; soppressione di ordini religiosi; promulgazione di una legislazione sfavorevole e unilaterale (un solo esempio: la soppressione del foro ecclesiastico era già avvenuta in quasi tutti gli stati cattolici europei, senza suscitare particolari problemi, tramite un'azione d'intesa tra Chiesa e governi nazionali). Tra l'altro queste istituzioni avevano un forte ruolo sociale in favore dei poveri: quando nel 1889 la guerra sabauda contro la Chiesa si completerà con il furto delle “Opere pie”, per molti italiani non resterà altra scelta che emigrare.


-Garibaldi, Mazzini e Cavour: chi erano (davvero) costoro?


Credo che, per concludere in bellezza, due paroline sui “padri della Patria” si possano dire. Tralasciamo nei limiti del possibile i vizi privati (erano quasi tutti puttanieri, seppur ognuno secondi i suoi gusti: re vittorio preferiva le ruspanti contadinotte piemontesi, che cercava sempre di “rimorchiare”: una delle poche cose che a quanto pare sapeva fare benino; il fine Cavour invece si trovava meglio negli eleganti bordelli della grandi città europee). Ma sorvoliamo questi dettagli. Oltre che puttaniere, il conte Cavour era anche ricchissimo, nonché speculatore. La “Società anonima dei  mulini angloamericani di Collegno”, di cui era azionista principale, aveva fatto incetta di granaglia (si disse 15000 sacchi di farina), che portarono al nostro amico non pochi guadagni, in occasione della carestia del 1853; a prescindere dalla speculazione immorale, vogliamo parlare del conflitto di interessi che lo coinvolgeva, in quanto in quegli anni fu anche ministro dell'agricoltura, e poi delle finanze?!?  Giuseppe Garibaldi invece, il biondo eroe dei due mondi, oltrechè mercenario e massacratore, durante la sua permanenza in america latina era stato anche protagonista di una compravendita di schiavi! Tacciamo, per carità di patria e per non annoiare oltre gli amici lettori, le imprese di Mazzini, terrorista ante-litteram, e della sua religione civica panteistica, alla base (punto che mi prometto di approfondire in seguito) al pari di altre esperienze politico-culturali anticristiani, dei totalitarismi novecenteschi.


Conclusioni


Abbiamo conosciuto, seppur per sommi capi, alcune pagine poco note del risorgimento: storie di bugie, corruzione, violenza, morte. Cosa salvare? Il fatto che alla fine della fiera, al termine di tutto ciò, è stato creato lo stato italiano? No, e ho già spiegato il perchè.                                                                                                         Se faccio uno sforzo, posso riconoscere la buona fede di alcuni protagonisti di queste vicende, come gli studenti toscani che a Curtatone e Montanara si sono coperti di gloria. Giovani infatuati da un'idea nuova, che in Italia era una (disgraziata) merce d'importazione risalente all'epopea napoleonica: il nazionalismo. Un'idea che in seguito sarebbe stata foriera di indicibili lutti; tuttavia a loro, e a chi come loro, ha creduto in qualcosa, va il mio cavalleresco omaggio. Spero che un giorno gli italiani tutti scoprano come sono stati uniti, e forti di questa consapevolezza creino un'Italia nuova, federale, inserita nel concerto di una libera Europa dei popoli. Si studia quello che è successo ieri anche e soprattutto per costruire un domani migliore.


 


 


 


(1)Avevo già scritto della patetica esibizione di Benigni a Sanremo 2011, qui: http://rivoluzionereazione.blogspot.it/2012/02/alcune-considerazioni-sullo-show-di.html


(2) Quindici milioni di sterline solo in Scozia: “l'impavido eroe” non si mosse se non dopo aver avuto adeguate “garanzie” economiche e militari.


 


(3) Il policentrismo politico, che non ha ostacolato ma anzi ha favorito la grandezza culturale e artistica della penisola nel medioevo e nell'epoca moderna, ha caratterizzato la storia d'Italia per 14 secoli. Ciò che univa gli italiani, o almeno la stragrande maggioranza di loro, nel XIX secolo, era solo il sentimento religioso. E la lingua, alla base dell'idea romantica che la nazione (intesa come comunità etnica linguistica) dovesse per forza coincidere con l'istituzione giuridica, cioè lo stato? Secondo una certa scuola di pensiero, no: la lingua non univa gli italiani. Presento ad esempio la recensione di un saggio di S.Salvi edito da Ilcerchio, reperibile qui http://www.lindipendenza.com/patriottismo-linguistico-e-lingua-del-mi/ : Sulle pagine di questo libro Sergio Salvi, grande storico e linguista libero, sbriciola, sottoponendolo al rullo implacabile della storia e della scienza, proprio il mito più pervicace alla base del Risorgimento: che l'italia fosse (e sia) una di lingua. Accanto a questo mito, proseguendo nella lettura del libro, traballano molti altri luoghi comuni: che l'italia sia una penisola; che il suo nome abbia coperto l'intero Paese quale risulta oggi e non, alternativamente, gli attuali Sud e Nord così irrimediabilmente divisi nonostante una recente e ancora sottile buccia unitaria; che le regioni allestite nel 1970, ma progettate maliziosamente assai prima, rispettino le identità etniche e culturali sottostanti; che il rapporto tra lingua di Stato e dialetti di popolo sia quello insegnato nei gradi e negli ordini bassi della scuola di Stato e professato di conseguenza dalle classi alte dei professionisti della politica e della pubblica opinione. Da mezzo secolo, ormai, la ricerca linguistica internazionale ha stabilito, con dovizia di particolari, che sul territorio dell'attuale repubblica italiana si parlano, a partire dall'alto medioevo, almeno cinque lingue autoctone (senza contare quelle, ancora più numerose, degli alloglotti), una sola delle quali, il Toscano, ha prodotto la cosiddetta lingua nazionale allontanando gli altri idiomi dalle bocche dei loro parlanti condannati al ruolo secondario di dialettofoni. Una di queste lingue considerate inferiori il Padano, non fruisce di una forma standard ma si presenta come una federazione di dialetti strettamente correlati, strutturalmente diversi dal Toscano e assai più facilmente apparentabili al Francese, all'occitano, al Catalano. Sono dialetti parlati in Italia ma non sono dialetti italiani. La caratteristica più appariscente, anche se non la più importante, di questo Padano è che in esso, unica tra le dodici lingue scaturite dal latino, il pronome personale non deriva dal nominativo ego ma dal' accusativo me: un fenomeno così eccezionale, testimoniato da Torino a Pesaro, da Ventimiglia a Oderzo, che ha fornito l'occasione per titolare questo libro proprio "La lingua del mi".


(4)Cfr: Il Ducato Francesco V e gli altri. I progetti per un'Italia federale, p.3, editoriale di Elena Bianchini Braglia


(5) Avevo già ricostruito la storia qui http://rivoluzionereazione.blogspot.it/2012/02/come-nacque-litalia-il-plebiscito-in.html, ispirandomi a un articolo di Marco Matteucci, apparso sulla rivista Nobiltà”


(6)Non ritengo l'unificazione linguistica un male a prescindere (anche in Germania accanto alla varietà dialettale regionale, per la quale un bavarese che parla a sua mamma sarebbe difficilmente compreso da un uomo di Amburgo, esiste un Hochdeutsch che unisce tutti i cittadini); di certo è stato un male la perdita di quello straordinario patrimonio storico culturale che erano i dialetti, la lingua dei padri.


 


 


Per non appesantire la lettura, trattandosi di un testo divulgativo, ho inserito pochissime note. Alcuni riferimenti a dati numerici e i resoconti degli eventi li potrete trovare in alcuni dei libri a seguire, di cui consiglio la lettura:


-P.Aprile, Terroni ; A.Pellicciari, L'altro risorgimento; G. Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia; Francesco V e gli altri...; 1861, Fasanella, Grippo; V. Bruno Guerri, Il sangue del sud; M, Viglione, Le due Italie; A,. Del Boca, Risorgimento disonorato
 
Fonte:
 

La politica siciliana nel Regno d’Italia: gli anni 1861-69










 
 
risorgimentodi Massimo Costa - Gli anni immediatamente successivi all’annessione sono per la Sicilia quelli di un Paese non completamente pacificato. Continue sommosse, insurrezioni, ma anche fatti di cronaca nera, e conseguenti stati d’assedio: se ne contano ben tre nella stessa decade.
Il nuovo regime era in una contraddizione latente: da un lato aveva portato, per ragione sociale, un ordinamento che si voleva liberale, dall’altro, nei fatti, governava con un regime di polizia ben piú duro di quello precedente. Una modesta libertà di associazione e di stampa, la rimozione dei vincoli alla libertà di culto, ma soprattutto un moderato diritto di voto furono in pratica gli unici benefici che la Sicilia vide dal processo di unificazione. Per il resto fu letteralmente spogliata di ogni bene e, quel che forse è peggio, militarmente occupata e disprezzata da una casta aliena di funzionari e militari venuti dal lontano Nord Italia, quasi tutti piemontesi nei primi anni.
Se un effetto ebbe la “dominazione” italiana fu quello di rinfocolare, non fosse altro che per reazione, il partito legittimista borbonico, ma – per quanto possa sembrare paradossale – anche quello di far saldare fra di loro tutte le opposizioni: democratica moderata ed estrema, cioè in pratica repubblicana, clericale, borbonica, autonomista e separatista. Chi aveva fatto la “rivoluzione” (se così può dirsi) del 1860, non pochi dei quali avevano fatto anche quella più remota del 1848, si ritrovò di colpo perseguitato dal regime e deluso dal nuovo corso ed ora si rivoltava contro il Governo. Come è stato detto da alcuni storici, però, se la Sicilia (e il Sud) rimase italiano nonostante tutti i clamorosi errori del Governo piemontese (che definiremmo tale anche quando la capitale fu trasferita a Firenze) bisogna ammettere che la vera base di questo dominio era la più forte legittimazione di cui era stato capace di dotarsi. In altri termini, sebbene sembra non ci fosse quasi nessun siciliano contento delle nuove cose, tranne qualche “ascaro” collaborazionista, l’idea di Italia era in qualche modo entrata nel sentire comune (tranne sparuti gruppi indipendentisti e l’opposizione borbonica, sulla quale torneremo). Questa legittimazione “nazionale”, che era mancata al governo duosiciliano, non sta a noi dire se fosse corretta o degna di miglior causa; sta di fatto che c’era e, sulla lunga distanza, costituí il migliore cemento che potesse tenere legata (o forse “incatenata”, visti i rapporti di fatto) la Sicilia alla Penisola, pur non essendolo mai stata sino ad allora nel corso della sua lunga storia.
Ad ogni modo noi non faremo qui la “storia” completa di quegli anni, ma solo quella strettamente politica. La storia completa sarebbe troppo complessa, anche perché è in quegli anni che la “proto-mafia” che già in Sicilia si era formata nel corso del secolo, diventerà una vera e propria istituzione semi-permanente e infangherà con la sua l’immagine stessa della Sicilia. E poi troppo complessi sarebbero i risvolti economici e sociali delle trasformazioni di quel periodo.
Partiamo dunque dalle consultazioni politiche del 1861 per l’elezione della Camera dei Deputati. I Siciliani potevano votare per la prima volta dalle elezioni del 1848. Quelle si erano tenute secondo le regole, assai piú democratiche, della Costituzione del 1812 ed avevano espresso una Costituzione ancor piú democratica in cui praticamente mancava poco al suffragio universale maschile (che poi fosse solo maschile, invero, era solo sottinteso nella Costituzione del 1848, che parlava solo di “cittadini” e non di “cittadini di sesso maschile”). Questa volta, invece, si votava con un suffragio molto, molto ristretto. Potevano votare solo i cittadini non analfabeti (ma era consentito il diritto di voto agli analfabeti del Regno di Sardegna che avevano già votato nelle precedenti elezioni) che pagassero almeno 40 lire di imposta oppure che appartenessero ad alcune categorie privilegiate, a prescindere dal reddito: membri delle accademie, camere di agricoltura e commercio, professori e insegnanti delle Regie Accademie e Regie Università, professori degli istituti di istruzione pubblica secondaria, funzionari e impiegati delle amministrazioni statali civili e militari, membri degli ordini equestri, avvocati, ragionieri, geometri, notai, farmacisti, etc, e in più tutti i laureati.
Come legge elettorale c’era un sistema maggioritario a doppio turno. Non c’erano partiti; si votava il candidato persona fisica del Collegio. La Sicilia aveva diritto a 48 deputati, divisi fra altrettanti collegi. Poteva essere eletto a primo turno solo chi aveva ottenuto il 50 % dei voti piú uno e, contemporaneamente, avesse avuto il voto valido di almeno un terzo degli iscritti alle liste elettorali del Collegio. Al ballottaggio andavano non piú di due candidati (quelli che avevano preso i voti maggiori) e veniva eletto semplicemente chi prendeva piú voti tra loro due. Il sistema era curioso, perché il requisito del terzo dei voti tra gli aventi diritto, spesso costringeva al ballottaggio in alcuni collegi in cui già c’erano solo due candidati alla partenza. E i ballottaggi nel tempo andarono aumentando man mano che aumentava l’astensionismo.
Se andiamo a guardare i risultati ufficiali, troviamo che con il 79,6 % di affluenza e il 96,3 % di voti validi la Sicilia si affermò come la prima in Italia per partecipazione alle elezioni. Questo entusiasmo iniziale nel tempo sarebbe andato lentamente scemando, ma segna comunque un punto a favore per l’unica Regione che poteva vantare secoli di storia parlamentare propria. I 48 deputati furono così distribuiti:
Destra storica 27, con il 38,9 % dei voti;
Sinistra storica 16, con il 23,8 % dei voti;
Sinistra estrema 2 con il 2,4 % dei voti;
Eletti “non definibili” 3 con il 4 % dei voti;
altri candidati non eletti 30,9 % dei voti.
Fra gli sconfitti “eccellenti” ricordiamo il Calvi, sconfitto a Calatafimi da Simone Corleo, pure lui moderato, ma meno legato a Torino, il Carnazza, regionista e indipendentista del 1848, sconfitto a Catania dal rappresentante della Destra storica, e ancora il Marchese di Roccaforte, di destra ma regionista, sconfitto in più circoscrizioni, Francesco Ferrara, liberale della Sinistra, sconfitto da Giacinto Carini della Destra nella Palermo II.
Insomma, vinse la Destra dei moderati. Fu, come si vede una vittoria tutto sommato sofferta, se si considera che votavano solo i benestanti e che le pressioni del Governo su queste elezioni, in cui si veniva eletti con qualche centinaio di voti per ogni collegio, dovettero essere enormi, ma – almeno nel 1861 – la Destra, ancora rappresentata dal Cavour, poteva dire di avere il pieno controllo dell’Isola.
Non inganni il 30,9 % dei voti ad “altri”. Il sistema elettorale portava infatti i cartelli politici a schierare piú di un candidato nei collegi in cui si sentivano particolarmente forti, o in quelli in cui le “correnti” interne ai due principali partiti erano in contenzioso tra di loro.
Quello che però è interessante è  scorgere i nomi all’interno di queste due grandi formazioni. L’inesperto potrebbe infatti pensare che quei 16 oppositori fossero tutti “azionisti”  garibaldini alla Crispi, da un lato oppositori degli eccessi della Destra storica, ma dall’altro ferventi nazionalisti che chiamavano al voto al grido di “O Roma o morte!”. E qui invece spunta una sorpresa. La maggior parte degli eletti di sinistra non sono garibaldini “puri”, ma esponenti di un partito che man mano che gli anni passano diventerà sempre piú forte: i “regionisti”, cioè gli autonomisti siciliani, almeno quelli di sinistra, quasi tutti reduci del 1848!
La Destra ottiene sí la maggioranza, ma di “salti della quaglia” ne ha proprio pochi. Gli unici “eroi” del 1848 che passano armi e bagagli, per opportunismo o per convinzione politica, all’unionismo puro e semplice si contano sulle dita di una mano. Abbiamo ovviamente il La Farina, eletto a Messina II, abbiamo il Calvi, che aveva solennemente proclamato i risultati del plebiscito e abbiamo Michele Amari, il grande storico del Vespro, peraltro sconfitto simultaneamente in tre collegi, ma fatto senatore (e quindi parlamentare a vita) poco dopo, e pochissimi altri. La maggior parte del personale politico della Destra era composto o da blasoni opportunisti che dopo aver ritrattato la deposizione del re Borbone ora erano fedeli sudditi di Vittorio Emanuele, oppure di borghesi di provincia tutto sommato oscuri.
La Sinistra invece aveva, tra i suoi eletti, il fior fiore del Sicilianismo, oltre ai democratici propriamente detti: Lucio Tasca D’Almerita, antenato dell’omonimo conte separatista del II Dopoguerra, per qualche tempo Filippo Cordova, che poi passò alla Destra, Vincenzo Di Marco, Gregorio Ugdulena, Emerico Amari, ma anche Francesco Crispi, Giuseppe La Masa e il repubblicano Saverio Friscia. Un fronte composito, quindi, in cui il Regionismo cattolico, autonomista e liberale era in assoluta prevalenza.
Fra i due eletti della sinistra estrema ritroviamo quell’Antonio Mordini che aveva tentato di convocare l’assemblea parlamentare l’anno prima ed al quale si doveva la Relazione del Consiglio Straordinario di Stato in cui si prospettava in sostanza una Sicilia federata all’Italia.
La “destra regionista” di impronta clericale invece non si era arrivata ad organizzare e avrebbe iniziato a giocare un proprio ruolo piú tardi. A meno di non voler attribuirle, ma è assai dubbio, almeno alcuni dei pochi deputati non allineati che emersero da quelle elezioni.
Il nuovo ordine è però segnato da disordini crescenti che alienano presto quel po’ di favore di cui ancora il Governo poteva godere ai primi dell’anno. Dai fatti di Santa Margherita Belice del marzo in poi è un susseguirsi di insofferenze continue. Non può dirsi, ad ogni modo, che in Sicilia si sia combattuta una vera e propria “Guerra del Brigantaggio” paragonabile a quella che infiammò il Sud Italia. Lí si trattò in modo inequivocabile di una guerra civile di impronta legittimista con un evidente sostegno e regìa da parte del Governo borbonico in esilio a Roma; qui si trattò di una rivolta indomabile, acefala, endemica, in cui confluivano molte formazioni politiche di opposizione, ma, senza soluzione di continuità, anche di comuni problemi di ordine pubblico e criminalità. Da Marsiglia l’ex-capo della Polizia siciliana borbonica, il Maniscalco, ovviamente organizzò o tentò di riorganizzare il partito borbonico attraverso i “comitati”. Ma è difficile stabilire esattamente quale sia stato il loro ruolo, anche perché la “propaganda ufficiale” attribuiva genericamente ogni insorgenza o a indistinti “clerico-borbonici”, o ad altrettanto indistinti “repubblicani”, con evidente confusione. È ben vero che la confusione c’era realmente, al punto che in circoli repubblicani finivano persino per militare borbonici, più o meno camuffati, ma è anche vero che tutti, persino i clericali, smentivano contatti con i borbonici, comunemente definiti “sorci”, e praticamente ghettizzati nella politica siciliana di quegli anni, più o meno come sarebbe stato l’MSI negli anni della I Italia repubblicana. Nei fatti però la repressione – come si è detto sopra – aveva conciliato l’inconciliabile e ormai regionisti, appena tollerati dal Governo, ma talvolta anche incarcerati, e legittimisti di fatto andavano a braccetto dopo che si erano “sparati” gli uni gli altri per generazioni. Col tempo i legittimisti sarebbero riusciti ad esprimere un leader di tutto rispetto: il Mortillaro, già reduce dal 1848, ed esponente di un moderato sicilianismo sin sotto i Borbone (come nella polemica contro la politica doganale interna o “del cabotaggio”, ma che aveva rifiutato di votare la decadenza del re) ed ora a capo del partito. Ma, come vedremo, questo resterà sempre ai margini della scena politica siciliana e finirà per confluire di nuovo nell’autonomismo siciliano.
Il 14 aprile il Governo della Luogotenenza passa al Generale Della Rovere: di fatto la Sicilia è sotto amministrazione militare. A settembre c’è un cambio della guardia con il Generale Pettinengo. Nel mezzo (a giugno) muore Cavour, che non aveva mai escluso del tutto una soluzione regionalista per il Paese da poco a stento unito. Il clima mutava di male in peggio.
Impossibile citare tutti i disordini. Si ricordi almeno la Rivolta dei Cutrara di Castellammare agli inizi dell’anno successivo (il 1862) e la susseguente spietata repressione. Il Governo autonomo della Luogotenenza, ombra dell’Autonomia richiesta, è revocato.
In questo clima rovente Garibaldi, a giugno, ritorna a Palermo, dove godeva ancora di una certa popolarità e recluta volontari per la spedizione su Roma. Prosegue sino a Catania dove si imbarca per la Calabria e per la sfortunata spedizione dell’Aspromonte. La Sicilia è ora considerata una Regione ribelle e posta sotto stato d’assedio, affidata alle “cure” del Generale Cugia, sostituito ai primi del 1863, dal piú feroce ancora Cialdini. I “garibaldini” sono braccati come bestie, i diritti civili restano un fatto teorico. Il Governo italiano scopre la “strategia della tensione”: il terrorismo a fini politici. Una oscura “congiura dei pugnalatori”, prontamente attribuita ai “clerico-borbonici”, scuote Palermo, e giustifica provvedimenti eccezionali. Intanto però, ad agosto del 1863, a lasciarci la pelle non è un questore o un rappresentante dell’ordine costituito ma il garibaldino radicale Giovanni Corrao, che, insieme a non pochi repubblicani dell’Isola, non aveva esitato ad allearsi con le opposizioni di Destra. La “strana alleanza” di rossi e bianchi o biancogigliati contro l’oppressore non viene però ad interrompersi, anzi i disordini aumentano. Questa alleanza, per inciso, è sconfessata dallo stesso Mazzini come dagli azionisti “continentali”, timorosi della piega separatista che stanno prendendo le cose in Sicilia. Il Governo reagisce estendendo alla Sicilia la Legge Pica, già sperimentata nelle Province Napoletane per la lotta al “brigantaggio”: chiunque fosse stato sommariamente identificato come “brigante” sarebbe stato giudicato dai tribunali militari e giustiziato. In pratica era la licenza di uccidere impunemente meridionali e siciliani in quanto tali. Eroica ma inutile fu l’opposizione parlamentare del Siciliano autonomista D’Ondes Reggio: la sua era solo una voce che veniva da una colonia appena conquistata e che si rifiutava di arrendersi.
Il Generale Govone tenne in stato d’assedio la Sicilia fino alla fine del 1865. Questo non valse però a normalizzare la Sicilia.
Anzi, le elezioni politiche del 1865, segnarono la sconfitta nell’Isola della Destra storica, nonostante il controllo militare di cui poteva disporre il Governo sulle elezioni.
Questi i risultati:
Affluenza: 70,7 % ( – 8,9); Voti validi 96,6 % ( + 0,3);
Destra Storica 20 deputati ( – 7), 27,2 % ( – 11,7 %)
Sinistra Storica 23 deputati ( + 7), 29,8 % ( + 6,0)
Sinistra Estrema 4 deputati ( + 2),  5,8 % ( + 3,4)
Eletti “non definibili” 1 deputato ( – 3), 1,7 % ( – 2,3)
Altri candidati non eletti 35,5 %, ( + 4,6).
È il sorpasso della Sinistra sulla Destra. Sono elezioni molto piú combattute e sofferte: i ballottaggi passano da 7 a 16 e non mancano sorprese. Questa volta il partito regionista di destra, piú o meno neoborbonico, è organizzato e si presenta alle elezioni. Ma non c’è molto spazio per le candidature indipendenti. A parte tale Di Figlia, che la spunta a Caltanissetta, il Mortillaro è sconfitto in tre collegi. Ma tra questi, a Calatafimi, è sconfitto insieme al candidato della Destra Simone Corleo mentre vince quello della sinistra estrema Luigi Miceli; simile il risultato a Palermo II, dove il democratico Friscia non batte solo il Mortillaro ma anche il candidato della Destra, Paternostro. I democratici guadagnano qualche posizione sulla stessa corrente regionista della Sinistra che qua e là vacilla: il D’Ondes Reggio è sconfitto da Cognata ad Aragona e da Tamajo a Messina II, entrambi della Sinistra, ma la spunta a Palermo IV; il Carnazza è sconfitto di nuovo a Catania I e a Regalbuto, ma a favore di altri candidati di Sinistra; il La Masa, azionista di sinistra, sconfigge il regionista di sinistra Ugdulena a Termini Imerese. Il moderato Marchese di Roccaforte fa vincere la Destra a Palermo I, ma lui, conservatore, manda a casa il liberale Vincenzo Errante, pure di destra e sconfigge persino Francesco Crispi. Nel complesso i regionisti tengono ma la scena politica si radicalizza. Gli “estremisti” a Messina I addirittura eleggono deputato Giuseppe Mazzini. Nel complesso però il risultato era che il Governo di Torino (e pochi mesi dopo, di Firenze) era stato messo in minoranza in Sicilia.
Come mai questa maggioranza nulla o quasi poté  in Italia per sollevare la Questione Siciliana? Il punto è che la Destra Storica era saldamente al potere al Centro-Nord e poteva semplicemente ignorare e reprimere la Sicilia all’opposizione. I numeri del Nord erano piú forti di quelli del Sud e la forza prevaleva.
Gli anni tra il 1865 e il 1866 videro precipitare gli effetti della conquista piemontese: già nel 1862 era stata introdotta la leva obbligatoria, fatto alieno alla storia siciliana, i Borbone non ci erano mai riusciti e si erano accontentati di un compromesso, ora entrava di colpo la legislazione civile e penale piemontese, in molti punti piú arretrata di quella duosiciliana, entrava il corso forzoso delle monete cartacee e sparivano dalla circolazione quelle in metallo pregiato, ma soprattutto venivano sciolte tutte le corporazioni religiose e il loro patrimonio confiscato allo Stato. Lo shock fu tremendo, ma forse chi guidava il vapore sapeva di avere il coltello dalla parte del manico.
Il settembre del 1866 vide una Rivolta, quella del Sette e Mezzo, in cui tutto il malcontento e tutte le opposizioni si condensarono in una minaccia concreta per il nuovo Stato italiano. Mai, dal 1861, la Sicilia aveva rappresentato tale pericolo e, ora che il brigantaggio nel Sud era praticamente sconfitto, proprio mentre lo Stato era impegnato in una guerra impari (la III Guerra d’Indipendenza per liberare il Nord-Est del Paese dal dominio austriaco) fatta solo di sconfitte, si apriva una faglia terribile, anzi scandalosa per il patriottismo di regime, all’estremo Sud dello Stato.
Non ripercorriamo qui i fatti di quei convulsi giorni che stavano per infiammare la Sicilia intera. Non si ebbe il tempo di dare un ordine alla rivolta. Il ceto medio e superiore fu spaventato da quella che sarebbe potuta essere una delle tante, forse l’ultima, delle rivolte urbane di Antico Regime che Palermo era capace di fare, non dissimile da quella del 1647 o del 1773 o a quelle politiche del 1800. Si arrivò appena a costituire un Comitato provvisorio affidato al Principe di Linguaglossa, fra i pochissimi dell’élite palermitana che diedero credito alla sommossa. I rapporti di forza e l’isolamento internazionale dei Siciliani però non consentivano altri sbocchi se non quello della repressione e, di nuovo, dell’amministrazione militare della Sicilia con lo Stato d’assedio. Palermo fu cannoneggiata dal mare come un Paese straniero da conquistare; i rivoltosi furono fucilati ad alzo zero. La Sicilia fu piegata con lo sterminio e con la collaborazione del fedele sindaco collaborazionista Di Rudiní.
Qual era il colore della rivolta? Non lo sapremo mai con esattezza. Forse era il colore della fame piú nera, il colore incolore della disperazione. Certo era che mai come allora gli estremismi repubblicani e borbonici riuscirono ad alzare tanto il tiro e a coalizzarsi tra loro. C’era certamente il clericalismo, anzi forse era il carattere dominante, insieme al regionismo, in quella rivolta. C’erano anche punte di separatismo, ma la rivolta era separatista nei fatti piú che nelle ideologie. Dopo soli sette anni dallo sbarco di Garibaldi l’idea compiuta di una Sicilia indipendente era quasi sparita dall’orizzonte dei Siciliani. Ma… nei fatti i rivoltosi si stavano per dotare di un Governo separato da quello del Continente e forse l’unico nodo da sciogliere era se ricostituire il Regno di Sicilia e affidare la corona a Francesco II o creare la Repubblica Siciliana come qualcuno vagheggiava in quei giorni. Ma non si ebbe tempo di pensare piú di tanto. La repressione giunse implacabile e risolutiva a tranquillizzare i bempensanti.
L’anno dopo arrivarono di nuovo le elezioni politiche. Questa volta il Governo raccolse, sia pure nei limiti del suffragio limitato, i frutti di tanto veleno versato. I risultati furono infatti i seguenti.
Affluenza 68,9 % ( – 1,8); Voti validi 96,3 ( – 0,3)
Destra storica 16 deputati ( – 4) e 22,5 % ( – 4,7)
Sinistra storica 28 deputati ( + 5) e 38,7 % ( + 8,9)
Sinistra estrema 3 deputati ( – 1) e 4,4 % ( – 1,4)
Eletti “non definibili” 1 deputato (=) e 1,9 % ( + 0,2)
Altri candidati non eletti 32,5 % ( – 3,0)
Ballottaggi 17 ( + 1)
Ormai la Sinistra esprimeva compatta un blocco sociale. In questo convergevano tanto istanze democratiche quanto oscure, addirittura mafiose. Era ormai “la Sicilia” tutta, nel bene e nel male, che si contrapponeva ad una politica statale completamente alienata e ottusa. La Destra, in Italia, continuava però ad avere la maggioranza. Essa ormai era espulsa dai grandi centri urbani o dai piú popolosi collegi rurali e sopravviveva nelle contrade piú desolate dell’Isola, dove il Prefetto poteva ancora controllare il voto dei pochi notabili: Castroreale, Cefalú, Corleone, Militello, Noto, Partinico, Patti, Petralia e pochi altri.
Fra i nomi e i collegi da ricordare: a Caccamo la sinistra fa eleggere l’economista Francesco Ferrara, a Calatafimi la sinistra estrema batte Simone Corleo della Destra, Saverio Friscia, definitivamente passato alla Sinistra repubblicana ed estrema, vince a Sciacca ma viene sconfitto dal candidato della Sinistra storica a Palermo II, Cordova, della Destra, la spunta a Caltagirone, i regionisti Emerico Amari e Vito D’Ondes Reggio, teoricamente contati come Sinistra storica, vincono a mani basse a Palermo III e IV, a Palermo I vince Cottú di Roccaforte, altro regionista, teoricamente contato come Destra storica. In realtà, al di là dell’apparentamento parlamentare a Roma, Palermo si rivela la roccaforte siciliana del Regionismo, che si va colorando sempre piú di conservatorismo cattolico. Si fanno avanti, ancora, tra le fila degli eletti della Sinistra molti nomi nuovi e sostanzialmente anonimi: è la marea dei “notabili”, dei politici di mestiere, che pian piano emerge nella politica del nuovo Regno d’Italia.
Sul finire degli anni ’60 pian piano il clima cambia. L’opposizione parlamentare della Sicilia e la sconfitta militare del 1866 attenuano le tensioni politico-militari dei primi anni. L’opposizione trova sfogo nel voto amministrativo, strappando ai moderati quasi tutte le amministrazioni comunali: nel 1869 è la volta di Palermo, che cade nelle mane di una coalizione di regionisti e clericali. L’Italia, bene o male, si consolida nel novero degli stati europei. Comincia persino una politica coloniale (se mai non era già coloniale la conquista del Sud): la Compagnia di navigazione genovese Rubattino acquista in Eritrea la Baia di Assab, iniziando cosí la penetrazione italiana nel Corno d’Africa. Comincia al contempo e cresce sempre piú l’emigrazione dei Siciliani, la loro diaspora nel mondo.
La presa di Roma, infine, nel 1870, annienta ogni focolaio di legittimismo borbonico (ma già da qualche anno Francesco II aveva sciolto il Governo in esilio ormai non piú riconosciuto nemmeno dalla Spagna), e decretano la scomparsa dal panorama politico siciliano di quel po’ di neoborbonismo che negli anni ’60 si era venuto a creare. Gli eredi vanno ad ingrossare le fila dell’Autonomismo siciliano che resta piú o meno larvatamente separatista.

Ricordi della Guerra Carlista (1837-1839), del Principe Lichnowsky


 
 
 
 

Durante la Guerra dei Sette Anni, molti stranieri si precipitarono a combattere nelle file della legittimità. Il Principe Lichnowsky era uno di quegli uomini che videro in Carlo V " il paladino di una causa che ritenevo giusta e che per me era sacra ." E 'stato l'unico l'unico prussiano o tedesco che ha combattuto la rivoluzione, l'amicizia  hispano-germanica è stata notevole in quel periodo. Tra questi, possiamo citare i  Principi  Stolberg e Schwarzenberg. Il Re di Prussia, Federico Guglielmo III, invio somme di denaro a Carlo V.

Al servizio di Carlo V, Lichnowsky ha combattuto tra il 1837 e il 1839. La sua storia è sincera, anche se a volte  traspare attraverso il pregiudizio del secolo dei Lumi. Nelle sue memorie troviamo descrizioni interessanti del carattere spagnolo e dei costumi spagnoli, le idiosincrasie dei personaggi della guerra, come il Conte di Spagna, Cabrera, Father Murphy, l'Infante don Sebastiano, il sostegno popolare per la causa monarchica, il orrori della guerra, e le campagne militari alle quali ha preso parte.

  La presente  edizione presenta la prefazione fatta dallo storico José María Díaz de Rada e Azcona.

Scarica in formato PDF: Ricordi della Guerra Carlista (1837-1839), del Principe Félix Lichnowsky(il testo è in spagnolo).


 
 
 
Fonte:
 

I Santi ed il diavolo

01 feb 2013I Santi sono stati tormentati dai demoni e parlano di loro con grande sicurezza e sincerità.
S. Francesco d’Assisi un giorno confidò a un suo intimo compagno: “Se capissero i frati quante e che gravi tribolazioni e afflizioni mi danno i demoni, non ci sarebbe alcuno di loro che non si muoverebbe a compassione e a pietà di me” (FF. 1798).
S. Caterina da Siena viene dichiarata dal suo confessore “martirizzata dai demoni” (Cf. vita di lei scritta dal B. Raimondo da Capua).
La B Maria di Gesù Crocifisso, detta la Piccola Araba perchè di origine palestinese, quando era molto avanti nella santità, ebbe due periodi di vera e propria possessione diabolica, documentata dagli Atti del processo (Cf  Padre Estrata: vita della beata).
S. Pio da Pietrelcina certamente è uno dei Santi più tentati e tormentati dal diavolo. Egli fin dai 5 anni si da completamente a Gesù e a Maria, e subito (come lui scrive nei suoi appunti) gli appare Gesù col cuore in risalto sul petto e gli pone la mano sul capo per dimostrare di gradire tanto il suo proposito di amarlo, di donarsi tutto a Lui di consacrarsi al Suo amore. Ama molto anche la Madonna.
Da allora ogni giorno si ritira in qualche angolo della chiesa o della casa o dei campi per pregare, recitare Rosari e fare penitenza battendo il suo corpo con una catena di ferro.
E subito il diavolo si scatena contro di lui, e lo tormenta di giorno e di notte con orribili tentazioni, con immagini provocanti di sconce figure di ragazze in forme oscenissime e bestiali. La moglie del dott. Sanguinetti, collaboratore del P. Pio, scrive a un sacerdote: “Il diavolo ha gettato a terra P. Pio e l’ha coperto di pugni e di lividure, gli ha spaccato un sopracciglio; lui gronda sangue” (15 luglio 1954). Lo stesso P. Pio ha scritto: “Se i frati sapessero quali tormenti mi infligge il demonio, non ci sarebbe neppure uno che non piangerebbe”. Il diavolo lo percuote spesso perché lui ceda alle tentazioni. Scrive al suo direttore spirituale: “Le tentazioni sono assassine e di giorno in giorno vanno sempre più moltiplicandosi … Tremo da capo a piedi temendo di poter offendere Dio” (Cfr. Epist. I di P. Pio).
Queste tentazioni impure furono intense per 20 anni.
Poi diventarono meno furibonde, e si accompagnarono a forti tentazioni contro le verità di fede. Fu pure immerso in una grande oscurità spirituale, detta “notte oscura”, che in tanti santi si prolungò per un numero limitato di mesi o di anni, mentre in P. Pio si è prolungata, con grande sua sofferenza, per tutta la vita.
P. Pio ripeteva: “Oggi i diavoli si sono scatenati e sono tanto numerosi che se si potessero vedere e fossero piccoli come la capocchia di uno spillo, non riusciremmo a vedere il sole”.
Esempio
S. Brigida racconta di un uomo che viveva ai suoi tempi il quale da ben 40 anni non si accostava ai Sacramenti; però era devoto della Madonna.Si ammalò gravemente. S. Brigida gli inviò un Confessore; ma il moribondo lo respinse sdegnosamente. Così per due volte. Glielo inviò una terza volta con l’incarico di dirgli, da parte di Dio e della Vergine Santa, che egli era invasato da ben 7 demoni i quali l’avrebbero ben presto portato all’inferno. Spaventato si confessò, ricevette gli ultimi Sacramenti e spirò nel bacio del Signore. Dopo la sua morte, Dio fece conoscere a S.Brigida (celebre per le rivelazioni che ebbe dal Signore) che quell’infelice era scampato all’inferno unicamente per la sua devozione alla Vergine, la quale è sempre vittoriosa contro il diavolo.
Esortazione
Amiamo tanto Gesù sull’esempio di P. Pio e di tutti i Santi, ricordando ciò che dice S. Agostino: “II diavolo è come un cane legato alla catena, morde chi gli si avvicina”.
Ma se ameremo tanto Gesù, se avremo sempre Gesù nella mente e nel cuore, staremo spiritualmente lontanissimi dal demonio.
Proposito
Quando avvertiamo una tentazione, subito recitiamo devotamente l’Ave Maria. La Madonna, la nemica del diavolo, lo mette in fuga. Lei è il martello che lo schiaccia; è la santificazione della nostra anima, è la gioia degli angeli.
Grande devozione alla Madonna. S. Francesco d’Assisi ripeteva: “Alla recita dell’Ave Maria, tremano tutti i demoni!”. Che sarà se le Ave Maria sono 50 come in una corona? o 150, come in tre corone?
Esclameremo con S. Giovanni Bosco: “O Maria, Vergine potente, Tu grande e illustre difesa della Chiesa; Tu aiuto, aiuto mirabile dei Cristiani; Tu, terribile come un esercito schierato a battaglia; Tu, che da sola hai distrutto tutti gli errori del mondo; Tu, nelle angustie e nelle lotte, nelle necessità difendici dal nemico e nell’ora della morte accoglici nei gaudi eterni. Amen”
 
 
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