mercoledì 2 maggio 2012

LUGLIO 1797, A MORTE CHI GRIDA “VIVA SAN MARCO”


Decreto della Municipalità Provvisoria contro gli oppositori - 24 luglio 1797
LIBERTA’ – EGUAGLIANZA
RAPPORTO DEL COMITATO DI SALUTE PUBBLICA
Relatore Giuliani
Cittadini! I pericoli della Patria vanno crescendo ogni giorno. L’audacia de’malevoli alza imprudentemente ed impunemente la fronte. Le divise nazionali sono oltraggiata, il governo disprezzato, gli stessi rappresentanti del Popolo motteggiati, avviliti. Mille e mille carte incendiarie predicano l’insubordinazione alle autorità costituite. Gli stemmi di San Marco si veggono malignamente affissi in tutti gli angoli della città. Le grida d’insurrezione viva San Marco allarmano i buoni cittadini. Il male è giunto al colmo: richiede estremi rimedi. Noi saremmo risponsabili verso il Popolo, se non prendessimo le misure che prevengano una controrivoluzione.
La salvezza pubblica c’induce a presentarvi il seguente decreto.
  1. I. Chiunque griderà viva San Marco, segnale dell’orribile insurrezione del giorno 12 maggio, sarà punito di pena di morte.
  2. II. E’ proibito ogni attruppamento. Quello o quelli che ecciteranno attruppamenti pubblica sicurezza e puniti di pena di morte.
  3. III. Chiunque cercherà con discorsi di eccitare l’insubordinazione alle autorità del governo, sarà punito di pena di morte.
  4. IV. Chiunque affiggerà o diffonderà carte incendiarie o stemmi di S. Marco e sarà autore e promotore di tali segni d’insurrezione, sarà punito di pena di morte.
  5. V. Gli autori e gli stampatori di opere o fogli che eccitassero l’insubordinazione alle autorità del governo, saranno puniti di pena di morte.
  6. VI. Gli osti, i locandieri, i caffettieri, i custodi de’ casini ed altre adunanze e i loro subalterni che non porteranno al Comitato di Salute Pubblica la riferta di chiunque tenesse discorsi che eccitassero l’insubordinazione alle autorità del governo, saranno soggetti alla carcerazione di cinque anni.
  7. VII. Sarà formata questa notte una commissione criminale composta di cinque cittadini colla facoltà di procedere militarmente contro i colpevoli dei delitti indicati negli articoli precedenti.
  8. VIII. Il presente decreto sarà stampato straordinariamente questa notte e pubblicato in tutti i sestieri a suon di tamburo.
Gallini, Giuliani, Sordina, Dandolo, Fontana, Benini, Signoretti (del Comitato).
Butturini Comm.rio Generale
Approvato per appello nominale con tutti i voti della Municipalità radunata straordinariamente alla mezza notte precedente il giorno 6 calorifero, 24 luglio.
Benini Presidente, Armani Secretario.
Tratto da “FONTANELLA A. – “1997 il ritorno della Serenissima” – Venezia 1997”

BRONTE, CRONACA DI UN MASSACRO DATATO 1860

BRONTE, CRONACA DI UN MASSACRO DATATO 1860

Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato è un film del 1972 diretto da Florestano Vancini, che descrive in modo abbastanza accurato i tragici eventi di Bronte dell’estate 1860, che a loro volta hanno costituito l’ispirazione della novella di Giovanni Verga intitolata Libertà.
Fu ideato inizialmente come uno sceneggiato televisivo in tre puntate coprodotto dalla RAI con la Histria Film; tuttavia al cinema fu proiettata nel 1972 la versione ridotta di 109 minuti e dal 19 settembre 1974 la RAI preferì mandare in onda quest’ultima (Programma nazionale, ore 20,40). La messa in onda avvenne stranamente di giovedì, in un’epoca in cui la Rai trasmetteva film solo il lunedì o il mercoledì. Ciononostante, Bronte fu visto da circa dieci milioni di spettatori.
Da allora il film è stato programmato poche altre volte: il 1º e 18 maggio 1975 fu trasmesso intorno alle 21 rispettivamente da Capodistria Tv e dalla Televisione Svizzera. Il 27 ottobre 1985 viene quindi mandato in onda da Raidue alle 21,30. La stessa lo ritrasmetterà il 16 novembre 1987 alle 24. Dopo il 1987 la Rai ha recuperato Bronte solo per i canali minori Rai Sat 3 (25 luglio 1998) e Rai Storia (agosto 2010).
Il 23 gennaio 2002 è uscita in DVD una versione restaurata con 16′ di girato mai montato prima. Resta tuttora inedita la versione integrale.

N.B. I primi due minuti sono disturbati, ma successivamente il film si guarda ed ascolta senza problemi.

LA FRANCIA FESTEGGIA LA SUA EROINA: GIOVANNA D’ARCO



Sfilate, esposizioni, spettacoli di teatro, concerti: sono iniziate ieri a Orleans, nel centro della Francia, le celebrazioni per il 600° anniversario della nascita di Giovanna d’Arco, la più popolare eroina transalpina, che l’8 maggio del 1949 liberò la città assediata dagli inglesi durante la Guerra dei cent’anni. Da tale impresa le derivò il soprannome di “Pulzella d’Orleans”. Per i festeggiamenti, in pompa magna, che dureranno fino al 13 maggio, sono attese 300 mila persone.
Si parte con la presentazione della Giovanna d’Arco 2012, Pauline Finet, una giovane ragazza di Orleans di 17 anni che impersonificherà l’eroina durante le commemorazioni. Per l’occasione riapre al pubblico la Casa di Giovanna d’Arco. Il primo maggio una grande manifestazione ricorderà l’arrivo a cavallo della pulzella, con il suo passaggio dal fiume che attraversa la città, la Loira. Ci sarà anche una grande festa medioevale. A teatro è in cartellone “Il mistero della carità di Giovanna d’Arco” di Charles Peguy, mentre da venerdì saranno proiettati in Place de l’Etape 600 ritratti dell’eroina realizzati da artisti contemporanei provenienti da tutto il mondo. Saranno inoltre premiate nove opere del concorso d’arte ‘Attorno a Giovanna d’Arcò organizzato dalle scuole della città. Seguiranno concerti (il coro Francis Poulenc e la Musique municipale d’Orleans e le musiche di Tours e Blois, oltre a una serata di musica elettronica in Place de la Loire), dibattiti, tra cui “Giovanna d’Arco storia e mito” all’Università di Orleans, mercatini e manifestazioni. Tra gli eventi del fine settimana del 12 e 13 maggio, momento forte delle celebrazioni, a cui parteciperanno anche una decina di delegazioni internazionali, una festa di luci, suoni e proiezioni 3D sulla Cattedrale Saint-Croix e grandi parate dei diversi ordini, civile, religioso e militare che si concluderanno con la restituzione dello stendardo di Giovanna sul campo di battaglia. Per l’importante anniversario è stato prodotto, in collaborazione con il Vaticano, un francobollo che riproduce un’immagine tratta da una miniatura quattrocentesca conservata a Parigi. La Pulzella di Orleans vi compare coperta dall’armatura mentre tiene in mano una spada e uno stendardo con una scena religiosa.
Nata il 6 gennaio 1412, Giovanna d’Arco, al di là della verità storica sulle sue gesta, divenne il simbolo della resistenza dei soldati francesi contro l’esercito inglese nella Guerra dei cent’anni. Profondamente credente, visionaria, fu condannata al rogo dopo un processo per eresia, quindi riabilitata ed elevata al rango di martire, poi beata e infine santa. L’estrema destra si è appropriata fin dai tempi dell’Action Francaise della sua eredità, poi trasferita al Fronte nazionale, che da oltre 20 anni organizza ogni primo maggio una cerimonia con manifestazione a Parigi.

di REDAZIONE "l'Indipendenza"

La Monarchia Tradizionale applicata al XXI Secolo (Parte 3°): La Carta dello Stato ( Costituzione) (Parte 1°).



Attenzione: La bozza Costituzionale esposta ,da qui in avanti, lunge da contaminazioni liberali o da corruzione della dottrina legittimista e della tradizionale figura del Sovrano.


Disposizioni generali



Art. 1 – Lo Stato verrà d’oggi innanzi retto da temperata monarchia ereditaria dotata di  costituzione con basi tradizionali .

Art. 2 – La circoscrizione territoriale dello Stato rimane qual trovasi attualmente stabilita; e non potrà in seguito apportarvisi alcun cangiamento se non in forza di una legittimità confermata .

Art. 3 –  La religione Cattolica apostolica romana è la religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono permessi conformemente alle leggi.

Art. 4 – Il potere legislativo risiede complessivamente nel re, ed in un parlamento rappresentativo, composto di due camere, l’una di pari, l’altra rappresentanti delle Provincie.

Art. 5 – Il potere esecutivo appartiene esclusivamente al re.

Art. 6 – L’iniziativa per la proposizione delle leggi si appartiene indistintamente al re, e ciascuna delle due camere legislative è possibilitata ad esporre proposte di legge.

Art. 7 – La interpretazione delle leggi in via di regola generale si appartiene unicamente al potere legislativo.

Art. 8 – La Carta  garantisce la piena indipendenza dell’ordine giudiziario per l’applicazione delle leggi a’ casi occorrenti, a patto che esso non calpesti gli ordinamenti del Sovrano.

Art. 9 – Apposite leggi oltre alla libera elezione da parte de’ rispettivi abitanti per le diverse cariche comunali, assicureranno ai comuni ed alle provincie, per la loro amministrazione interna, la più larga libertà compatibile con la conservazione de’ loro patrimonii.

Art. 10 – Possono ammettersi truppe straniere al servizio dello stato in forza di una necessità. Le convenzioni esistenti saranno però sempre rispettate.  Senza una esplicita legge Sovrana non è  permesso  a truppe straniere di occupare o di attraversare il territorio dello Stato .

Art. 11 – I militari di ogni arma non possono esser privati de’ loro gradi, onori e pensioni, se non ne’ soli modi prescritti dalle leggi e regolamenti.

Art. 12 – In tutte le provincie dello Stato vi sarà una guardia Civica. L’istituzione della Guardia civica, che si dichiara istituzione dello Stato, l’ordinamento ed amministrazione dei comuni e l’istruzione pubblica saranno regolati da leggi speciali.
In questa legge non potrà mai derogarsi al principio, che nella guardia  Civica i diversi gradi, sino a quello di capitano, verranno conferiti per meriti dal Sovrano .

Art. 13 – Il debito pubblico è riconosciuto e garentito.

Art. 14 – Niuna specie d’imposizione può essere stabilita, se non in forza di una legge Sovrana, non escluse le imposizioni comunali.

Art. 15 – Non possono accordarsi franchigie in materia d’imposizioni, se non in forza di una legge Sovrana.

Art. 16 – Le imposizioni dirette si votano annualmente dalle camere legislative.

Le imposizioni indirette possono avere la durata di due anni.

Art. 17 – Le camere legislative votano ogni anno lo stato discusso, e acclarano i conti che vi si riferiscono.

Art. 18 – La gran corte de’ conti rimane collegio costituito, salvo alle camere legislative il poterne modificare in forza di una legge Sovrana le ordinarie attribuzioni.

Art. 19 – Le proprietà dello stato non possono altrimenti alienarsi che in forza di una legge Sovrana.

Art. 20 – Il diritto di petizione si appartiene indistintamente a tutti.  Le petizioni alle camere legislative  possono farsi  in iscritto, senza che ad alcuno sia permesso di presentarne in persona.

Art. 21 – La qualità di cittadino si acquista e si perde in conformità delle leggi. Gli stranieri non possono esservi naturalizzati che in forza di una legge Sovrana.

Art. 22 – I cittadini sono tutti eguali in faccia alla legge, qualunque ne sia lo stato e la condizione.

Art. 23 – La capacita di esser chiamato a cariche pubbliche si appartiene indistintamente a tutti i cittadini, muniti di istruzione minima di base, senza altro titolo che quello del loro merito personale.

Art. 24 – La libertà individuale è garentita. Niuno può essere arrestato se non in forza di un atto emanato in conformità delle leggi dell’autorità competente, eccetto il caso di flagranza o quasi flagranza.

In caso di arresto per misura di prevenzione l’imputato dovrà consegnarsi all’autorità competente fra lo spazio improrogabile delle ventiquattro ore, e manifestarsi al medesimo i motivi del suo arresto.

Art. 25 – Niuno può essere tradotto suo malgrado innanzi ad un giudice diverso da quello che la legge Sovrana determina: né altre pene possono essere applicate a’ colpevoli se non quelle stabilite dalle leggi emanate dal Sovrano.

Art. 26 – La proprietà de’ cittadini è inviolabile. Il pieno esercizio non può essere ristretto se non da una legge Sovrana per ragione di pubblico interesse. Niuno può essere astretto a cederla, se non per cagione di utilità pubblica riconosciuta, e previa sempre la indennità corrispondente a norma delle leggi Sovrane.

Art 27 – La proprietà letteraria è  garentita  ed inviolabile  entro i limiti e le ordinanze Sovrane .

Art. 28 – Il domicilio de’ cittadini è inviolabile, salvo il caso in cui la stessa legge Sovrana autorizzi le visite domiciliari, le quali non possono allora praticarsi che ne’ modi prescritti dalla legge Sovrana medesima.

Art. 29 – Il segreto delle lettere è inviolabile  eccezion fatta per comprovati motivi di sicurezza . La responsabilità degli agenti della posta, per la violazione del segreto delle lettere, sarà determinata da una legge Sovrana.

Art. 30 – La stampa sarà limitatamente libera, e solo soggetta ad una legge repressiva, da pubblicarsi per tutto ciò che può offendere la religione, la morale, l’ordine pubblico, il re, la famiglia, i sovrani esteri e le loro famiglie, non che l’onore e l’interesse de’ particolari.

Sulle stesse norme a garentire preventivamente la moralità dei pubblici spettacoli, verrà emanata una legge apposita; e fino a che questa non sarà sanzionata, si osserveranno su tale obbietto i regolamenti in vigore.

La stampa sarà soggetta a legge preventiva per le opere che riguardano materie di religione trattate ex professo.

Art. 31 – Il passato, per ciò che riguarda reati minori, rimane coperto d’un velo impenetrabile, la fiducia data farà si che ogni condanna sinora profferita per politiche imputazioni sarà cancellata, ed ogni procedimento per avvenimenti successi sinora, viene vietato ma  preso in considerazione per la sicurezza pubblica e dello Stato.

(Fine parte 1°)

Scritto da :

Il Principe dei Reazionari

martedì 1 maggio 2012

COSTITUZIONE DELLA PROVINCIA DEL TIROLO (1816)



Noi, FRANCESCO PRIMO, per la Grazia di Dio Imperatore d’Austria; Rè di Gerusalemme,
d’Ungaria, di Boemia, Lombardia e Venezia, Dalmazia, Croazia, Schiavonia, Gallizia e Lodomeria;
Arciduca d’Austria, Duca di Lorena, Salisburgo, Stiria, Carintia, Carniola, Silesia Inferiore e
Superiore; Gran-Principe di Transilvania; Margravio di Moravia; Conte Principesco d’Absburgo,
del Tirolo, ecc. ecc.
Volendo noi dare una nuova pruova delle paterne Nostre cure per il bene della fedele Provincia del
Tirolo, e riconoscendo pienamente i moltiplici meriti, non che i generosi sentimenti patriotici dei
leali abitanti di questa Provincia, abbiamo risoluto di ristabilirvi la costituzione degli Stati
provinciali abolita dal cessato Governo sulla base degli stessi privilegi, e delle stesse immunità, che
dai gloriosi Nostri Predecessori, non meno che da Noi furono per grazia particolare accordati, colla
sola riforma di quanto le cambiate relazioni, ed i bisogni del tempo richiedono.
A tale oggetto è Nostra intenzione di ordinare quanto segue:
1) La Provincia del Tirolo verrà rappresentata da quattro Stati provinciali, cioè dall’ordine dei
Prelati, da quello dei Signori e dall’Equestre, indi dagl’ordini dei Cittadini e dei Contadini.
2) Tutte le Prelature ed i Capitoli, che tuttavia sussistono, o che verranno ristabiliti, tutti i membri
dell’ordine dei Signori, dell’Equestre, e dei Nobili, non che le Città e le Giurisdizioni, che avanti la
cessione della Provincia erano inscritti nella Matricola provinciale, ritorneranno a godere del
primiero loro diritto di prender parte alla costituzione provinciale; ed è pure Nostro volere,
d’accordar al Maresciallo della Provincia, ed ai Deputati dell’ordine de’ Signori, dei Nobili e
dell’Ordine Equestre il diritto di tenere la Matricola degli Stati, come non meno la facoltà di
proporci i soggetti da inscrivervisi, riservandoci peraltro la nomina effettiva de’ proposti riguardo a
tutti e quattro gli Stati della Provincia.
3) Dichiariamo nel tempo stesso li per l’adietro indipendenti Distretti di Trento e di Bressanone,
anche rispetto alla costituzione degli Stati, come parti integranti della Nostra fedele Provincia del
Tirolo, costituendovi ad esempio delle altre parti della Provincia i quattro ordini degli Stati. Ne
ordiniamo quindi, a tal uopo l’inscrizione nella Matricola provinciale del Tirolo, in modo, che essi
Distretti in avvenire godano dei diritti della Matricola in quella estensione, in cui ne godono le altre
parti, e gli altri circoli della Provincia.
4) Le dignità ereditarie della Provincia, ed in particolare quella di Maresciallo provinciale
ereditario, rientreranno ne’ rispettivi loro diritti. Qualora però quegli, che era in possesso di una
simile ereditaria dignità feudale, fosse morto in tempo della separazione del Tirolo, il successore
chiamatovi non potrà conseguirla, prima d’averne richiesta ed ottenuta dall’autorità competente
l’investitura, e prima d’aver adempiuto a quanto in tal caso prescrivesi dalle leggi, e dalle
consuetudini.
5) Ci riserviamo in ogni tempo la nomina del Capitano di Provincia, ed abbiamo stabilito d’affidare
tale carica, ad esempio dell’osservanza sotto il Regno dell’Imperatrice, e Regina Maria Teresa di
gloriosissima memoria, al Nostro temporaneo Governatore del Tirolo.
6) Vogliamo bensì accordare agli Stati la revisione, il riparto, e l’incasso delle imposte prediali, non
che delle relative prestazioni, a norma delle prescrizioni da Noi fissate, e ancora da fissarsi in
avvenire, non competerò però loro in verun modo il diritto di pronunciare, ordinare, ed esigere, per
qual si voglia titolo ed oggetto, imposte e contribuzioni senza la Sovrana Nostra approvazione.
7) Ci riserviamo in tutta la sua estensione il diritto d’imporre le contribuzioni; notificheremo però le
imposte prediali da Noi fissate ogni anno ai quattro ordini degli Stati della Provincia in forma di
postulati.
8) Resta salvo il diritto degli Stati legittimamente radunati, d’indirizzare a Noi immediatamente in
nome della Provincia le loro preghiere, e rimostranze, oppure di rassegnarle al Governo, che sarà
tenuto di rimetterle ai Nostri dicasteri Aulici. Non si potranno inviare deputazioni alla Nostra Corte,
prima d’averne da Noi ottenuta la permissione.
9) Abbiamo già ordinato la regolare liquidazione del debito pubblico inerente alla Provincia del
Tirolo, e Ci riserviamo, condotta ch’essa sia al suo termine, di dichiarare in qual modo, ed in qual
misura abbiano poi ad assumerlo gli Stati della Provincia.
10) Abbiamo pure manifestato la Nostra intenzione, che la Provincia del Tirolo debba in
proporzione contribuire alla difesa della Monarchia con erigere un Reggimento di cacciatori
composto di quattro battaglioni, e Ci riserviamo di palesare in seguito la Nostra determinazione
riguardo agli oggetti concernenti la difesa della Provincia del Tirolo.
11) Concediamo agli Stati la libera elezione de’ Deputati alle loro radunanze, a condizione però che
si osservino le emanate relative prescrizioni.
12) Vogliamo inoltre conceder loro il diritto di nominare i rispettivi loro impiegati, però verso
l’obbligo di non eccedere i limiti del quadro del personale e delle paghe da Noi previamente
applacidato.
13) Dovrà esser rassegnata alla Sovrana Nostra conferma qualsivoglia determinazione della Dieta
provinciale o del Congresso particolare dei Deputati, a meno che questa avesse per unico oggetto, di
porgerci le loro dimande, o le loro rimostranze.
14) Riservandoci di convocare gli Stati della Provincia a Nostro beneplacito anche in una Dieta
generale, dichiariamo nel tempo stesso esser Nostro volere, che le radunanze di essi Stati abbiano
da consistere in un Congresso maggiore, ed in un ristretto e permanente, conosciuto sotto del nome
d’Attività.
Il primo rappresenterà gli Stati della Provincia, e sarà composto di cinquanta due Votanti, vale a
dire, di 13 di ciaschedun’Ordine.
Esso non potrà radunarsi, a meno che sia emanata la Sovrana convocazione, e dovrà sulla
dichiarazione del Governo, pronunciata in nome Nostro, che sia sciolto, disciogliersi immantinente.
15) Avrà questo Congresso per suo Presidente il Capitano di Provincia, e la direzione ne spetterà al
Maresciallo provinciale. Il Capitano di Provincia ha il diritto di dar il suo voto prima o dopo degli altri, e volendo, potrà raccogliere egli stesso li voti. Il Maresciallo provinciale non ha voto alcuno.
Al Capitano di Provincia compete di communicare gli oggetti, che avranno da prendersi in
deliberazione, sopra dei quali il relatore generale rapporterà con voto informativo il suo travaglio a
tal’uopo preparato, e si raccoglieranno indi i voti de’ membri presenti, che verranno chiamati
secondo l’ordine delle consuete file.
Qualora il Capitano di Provincia ed il Maresciallo provinciale non potessero intervenire, farà le veci
del primo in qualità di Commissario Imperiale il Consigliere Aulico da Noi presso il Governo
stabilmente costituito; e quelle del secondo il primo Deputato dell’ordine dei Nobili, in modo però
che non perda il suo voto in qualità di Deputato.
Il Segretario degli Stati formerà sotto l’ispezione del Maresciallo provinciale il protocollo, ed il
Capitano di Provincia ne proclamerà in seguito la conclusione. Le minute, delle quali hanno da
incaricarsi il Relatore generale, ed i Segretarii degli Stati, dovranno esser approvate dal Capitano di
Provincia e dal Maresciallo provinciale, e si spediranno quindi in nome degli Stati della Provincia,
firmate sì dal Capitano di Provincia che dal Maresciallo provinciale.
16) Il Congresso de’ Deputati vien da Noi dichiarato per rappresentazione solita ed ordinaria, cui
competerà il diritto di deliberare in nome della Provincia sopra qualunque oggetto.
17) Per il disimpegno poi degli affari correnti affidati agli Stati della Provincia, accordiamo, che
venga in Inspruck instituita una sola permanente Attività composta di quattro Votanti, da prendersi
da ciascheduno degl’ordini degli Stati.
Il Capitano di Provincia è Presidente di questa Attività, la quale per l’esecuzione delle rispettive
incumbenze sarà provveduta del necessario personale per il concetto, per la cancelleria, registratura,
contabilità e cassa, non ché di una apposita Istruzione. Sarà essa nelle sue funzioni soggetta alla
sorveglianza degli Stati, ed alla controlleria dell’Amministrazione pubblica.
18) La corrispondenza si tiene in forma di Rapporti, quando dagli Stati a Noi o ai Nostri Dicasteri
Aulici sarà diretta; fra essi Stati poi ed il Governo si tiene in forma di Requisitoriali, e con tutti gli
altri Imp. R. Uffici in forma di Note.
In tutte le occasioni, quel che giudicheremo opportuno di communicare immediatamente agli Stati,
sarà esteso in forma di Rescritti.
I Nostri Dicasteri Aulici terranno corrispondenza cogli Stati, siccome prima già veniva praticato,
mediante il Governo, e quest’ultimo corrisponderà cogli Stati per via di Note.
19) Concediamo del resto ai membri dell’ordine dei Nobili in contrassegno della Nostra speciale
grazia, per loro distinzione, lo stesso uniforme unitamente all’insegna della Matricola, che avanti la
cessione della Provincia era già loro stato accordato di portare.
Avendo Noi in tal guisa colle surriferite determinazioni manifestata ne’ suoi punti essenziali la
Nostra volontà, riguardo al ristabilimento della costituzione degli Stati della Provincia del Tirolo,
dichiariamo nel tempo stesso essere Nostra intenzione di far convocare quanto prima per il solenne
omaggio, e per dar principio alle sue funzioni, il maggior Congresso de’ Deputati, seguita che ne
sarà a norma delle veglianti prescrizioni l’elezione, e di far ad esso rimettere il palazzo provinciale,
l’Archivio degli Stati, non che al Maresciallo provinciale l’Archivio della Matricola.
Dato nell’Imperiale Nostra Città Capitale e Residenza di Vienna, il dì vigesimo quarto di Marzo
dell’anno mille ottocento sedici, e vigesimo quinto de’ Nostri Regni.
FRANCESCO.
Luigi Conte Ugarte,
Supremo Cancelliere.
Procopio Conte Lazansky,
Cancelliere.
Per espresso Supremo Ordine di Sua Maestà:
Carlo d’Eiberg.
FONTE:

The Rise of Modern Constitutionalism
http://134.76.160.151/rmc/nbu.php?page_id=02a1b5a86ff139471c0b1c57f23ac196&show_doc=AT
-TI-1816-03-24-it&viewmode=thumbview

Plebisciti: solo una bella parola


di Angela Pellicciari

1860: plebisciti indetti in mezza Italia per manifestare la volontà popolare di annessione al Piemonte. L’allora capo della polizia politica confessa la falsificazione dei risultati. Minaccia di morte ai tipografi che avessero stampate le schede contrarie all’annessione. Una vera truffa.

[Da "il Timone" n. 28, Novembre/Dicembre 2003]

Bisogna dire che la favola dell’unità d’Italia realizzata dai Savoia e dai liberali, in nome della costituzione e della libertà, è stata ben raccontata. E ancora meglio ripetuta. I popoli — si diceva (e si continua a ripetere) — “gemevano” sotto il giogo del malgoverno papalino e borbonico. I popoli, dunque, andavano liberati e Vittorio Emanuele era lì pronto per l’occasione. Cuore forte e magnanimo, il Re di Sardegna si sarebbe mosso solo perché intenerito dal pianto di coloro (tutti gli italiani) che giustamente aspiravano ad una vita da uomini liberi e non da schiavi. Questa leggenda, dicevo, è stata propagandata con cura. Peccato sia radicalmente falsa. Prima di invadere (senza dichiarazione di guerra, e sempre negando, come nel Meridione, la propria diretta partecipazione all’impresa) uno dopo l’altro tutti gli Stati italiani, il governo sardo-piemontese ha fatto in modo che avvenissero “sollevazioni spontanee” in favore dei Savoia. Si trattava di garantire il buon nome del re sabaudo di fronte all’opinione pubblica italiana e straniera.

Ecco cosa scrive Giuseppe La Farina, braccio destro di Cavour, in una lettera a Filippo Bartolomeo: “È necessario che l’opera sia cominciata dai popoli: il Piemonte verrà chiamato; ma non mai prima. Se ciò facesse, si griderebbe alla conquista, e si tirerebbe addosso coalizione europea”. Il re Vittorio Emanuele — continuava — dice: “io non posso stendere la mia dittatura su popoli che non m’invocano, e che collo starsi tranquilli danno pretesto alla diplomazia di dire che sono contenti del governo che hanno”.

Fatto sta che, nonostante il gran daffare che si sono dati, i liberali sono riusciti ad organizzare le “insorgenze” popolari solo a Firenze, a Perugia e nei ducati. A Napoli come a Roma non ‘è stato nulla da fare. E dove pure sono riusciti ad organizzarle, lo hanno fatto con la corruzione e la frode. A Firenze, per esempio, a “insorgere” sono stati un’ottantina di carabinieri fatti venire per l’occasione da Torino e spacciati per popolani toscani da Carlo Boncompagni, ambasciatore sardo in città. Quando si dice la fantasia! Questa di certo non difettava alla classe dirigente piemontese, desiderosa di conquistare un regno prestigioso come l’Italia.

A cose fatte, a conquista avvenuta, si trattava di mostrare urbi et orbi quanto felici fossero gli italiani del nuovo stato di cose. A questo scopo i padri della patria hanno fatto ricorso ai plebisciti. Hanno cioè chiamato tutta la popolazione a votare (cosa inaudita in un’epoca in cui aveva diritto di voto meno del 2% degli abitanti) perché tutti, ma proprio tutti, avessero modo di manifestare in modo democratico, e cioè col voto, il proprio entusiasmo unitario.

Indetti l’11 e 12 marzo 1860 in Emilia, Toscana, Modena e Reggio, Parma e Piacenza, il 21 ottobre in Italia meridionale, il 4 e 5 novembre nelle Marche e nell’Umbria, i plebisciti hanno dato un risultato strabiliante. Praticamente tutti erano per Vittorio Emanuele Re d’Italia. Non c’era nessuno, quasi nessuno, che rimpiangesse i vecchi governanti. Meno che mai il Papa.

Il fatto è strano, bisogna dirlo. Come strana fu la straordinaria affluenza alle urne, tenuto soprattutto conto che la maggioranza della popolazione era analfabeta e che a prassi del voto era una novità quasi assoluta. Tanta stranezza ha una facile spiegazione: il dato plebiscitario, tanto propagandato, è stato il risultato di una truffa gigantesca, confezionata ad arte.

Il capo della polizia politica Filippo Curletti, cosi ricorda nel suo Memorandum: “Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede per le elezioni del parlamenti locali, come più tardi pel voto dell’annessione. Un picciol numero di elettori si presentarono a prendervi parte: ma, al momento della chiusura delle urne, vi gittavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti. Non è malagevole spiegare la facilità con cui tali manovre hanno potuto riuscire in paesi del tutto nuovi all’esercizio del suffragio universale, e dove l’indifferenza e l’astensione giovavano a maraviglia alla frode, facendone sparire ogni controllo”.
Curletti ci tiene a chiarire che le cose stanno proprio come le racconta e specifica: “per quel che riguarda Modena, posso parlarne con cognizione di causa, poiché tutto si fece sotto i miei occhi e sotto la mia direzione. D’altronde le case non avvennero diversamente a Parma ed a Firenze”. Per quanta riguarda la Toscana abbiamo una divertente testimonianza raccontata dalla Civiltà Cattolica. Lì una pressante campagna di stampa aveva dichiarato “nemico della patria e reo di morte chiunque votasse per altro che per l’annessione. Le tipografie toscane furono poi tutte impegnate a stampare bollettini per l’annessione: e i tipografi avvisati che un colpo di stile sarebbe stato il premio di chi osasse prestare i suoi torchi alla stampa di bollettini pel regno separato. Le campagne furono inondate da una piena di bollettini per l’annessione. Chiedevano i campagnuoli che cosa dovessero fare di quella carta: si rispondeva che quella carta dovea subito portarsi in città ad un data luogo, e chi non l’avesse portata cadeva in multa. Subito i contadini, per non cader in multa, portarono la carta, senza neanche sapere che cosa contenesse”.

Il 9 ottobre, da Ancona, Vittorio Emanuele aveva indirizzato ai Popoli dell’Italia meridionale il seguente proclama: “Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l’ordine: io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma per fare rispettare la vostra. Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza, che protegge le cause giuste, ispirava il voto che deporrete nell’urna”. Forte del favorevolissimo risultato plebiscitario, il 7 novembre il Re aveva dichiarato: “Il suffragio universale mi dà la sovrana podestà di queste nobili province. Accetto quest’alto decreto della volontà nazionale, non per ambizione di regno, ma per coscienza d’italiano”.

“Uscite, popolo mio, da Babilonia” (Ap 18,4). Bene ha fatto Pio IX a proclamare il non expedit. I cattolici, con quel tipo di Stato, non dovevano aver nulla a che fare.

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“In alcuni collegi, questa introduzione in massa, nelle urne, degli assenti – chiamavano ciò completare la votazione – si fece con sì poco riguardo che lo spoglio dello scrutinio dette un numero maggiore di votanti che di elettori iscritti”. (Filppo Curletti, stretto collaboratore di Cavour, nel suo Memoriale, cit. in Angela Pellicciari, I panni sporchi dei mille, liberal edizioni, Roma 2003, p. 29).

Bibliografia

Patrick Keyes O’Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Ares 2000.
Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000.
Angela Pellicciari, I panni sporchi dei mille, liberal edizioni, Roma 2003.
Massimo Viglione [a cura di], La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento, Il Minotauro, Roma 2001.
Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, Casale Mon.to 1998.
Paolo Gulisano, O Roma o morte! Pio IX e il Risorgimento, Il Cerchio. Rimini 2000.
Geraldo Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano visto dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio, Rimini 1999.
Associazione culturale Identità Europea [a cura di], Il risorgimento italiano, Itaca, Castel Bolognese 2000.

Nazionalismo, mito importato

 
Napoleone Bonaparte, l'"esportatore" del cancro Nazionalista.

di Angela Pellicciari

Furono gli anglo-francesi a far rinnegare all’Italia la sua tradizione cattolica.

[Da "La Padania", 25 luglio 2001]

Il mito del nazionalismo in Italia non è frutto della farina del nostro sacco. Abituati ad essere il centro del mondo civile e religioso, gli italiani fino a quando Napoleone non ha esportato sulle baionette la parola d’ordine dell’unità nazionale non si erano accorti di aver bisogno, per essere grandi, di inventare un risorgimento nazionale.

Nazionalismo in Italia? Fino al secolo scorso, difficile che attecchisse. Abituati ad avere pochi rivali grazie all’Impero prima e all’universalità del potere spirituale poi, per quasi due millenni al centro dello sviluppo culturale, economico e religioso, terra di santi che hanno cambiato la storia, gli italiani hanno sempre pensato alla grande, in visione mondiale. La stessa consapevolezza di una forte identità nazionale è stata da noi sempre radicatissima e, anche in questo caso, sviluppata molto prima che prendesse radici altrove: Dante e la grande letteratura italiana del Trecento insegnano. La mancanza dell’unità politica non ha mai inficiato la profonda identità collettiva fatta di lingua, di cultura, di storia, e, soprattutto, di religione.

Tutto cambia all’improvviso. Nel secolo scorso passiamo dall’impianto universalistico a quello nazionale, che, nel nostro caso, è sinonimo di provinciale. L’Italia precipita quando la Francia, con Napoleone, riconquista l’impero. Papa Leone III inaugura il Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’800 incoronando imperatore romano il re dei franchi Carlo, detto Magno. Nel 962 il primo imperatore della dinastia sassone, Ottone, stabilisce che solo principi tedeschi possano ambire alla carica di imperatore e fino al 1800 l’impero resta saldamente in mano tedesca. Nel 1804 Napoleone mette fine al Sacro Impero Romano Germanico ed inaugura un impero di tipo nuovo, ugualmente universale (perlomeno nelle pretese), ma non più cristiano.

I francesi che invadono l’Italia, la spogliano e la rapinano, pretendono di esserne i liberatori. Da cosa? Dalla tradizione cattolica che, in netta continuità con quella romana, è, al contrario, la principale artefice della gloria italiana. Un fatto per tutti: nonostante le scientifiche spoliazioni, l’Italia romano-cattolica possiede, da sola, più della metà del patrimonio artistico mondiale.

Propaganda: Francia ed Inghilterra, le due potenze che nell’Ottocento si contendono il predominio mondiale, invitano gli italiani a risorgere dalla schiavitù in cui sarebbero precipitati da tanti secoli (quelli della tradizione cattolica) per attuare anche in Italia quel processo di omologazione culturale ed economica che loro conviene e che la cultura cattolica tenacemente contrasta da quando il protestantesimo ha diviso in due l’Europa.

Propaganda. Al di qua e al di là della Manica i potenti di turno parlano lo stesso linguaggio, addirittura utilizzando le medesime parole. Tanto per farsi un’idea di quanto simili siano gli intenti dei grandi di allora, basti confrontare il proclama di Napoleone al momento del suo ingresso a Milano col necrologio di Cavour pronunciato da Palmerston al parlamento inglese.

Nel 1796 Napoleone fa scrivere: "Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti dei Bruti e degli Scipioni. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo resero celebre e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù: tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità. Vostra sarà la gloria immortale di aver cangiato l’aspetto della più bella parte d’Europa". Nel 1861 Palmerston afferma: "Abbiamo visto sotto la sua [di Cavour] guida e la sua autorità un popolo che sonnecchiava risvegliarsi all’improvviso vigoroso e forte. Questo popolo era in realtà addormentato, inerte, snervato dalla lussuria e dalla ricerca dei piaceri. Ora questo popolo, alla voce di un solo uomo, si risveglia da un sonno secolare, sente in se stesso la potenza e la forza del gigante, e in poco tempo ottiene quella libertà che per tanti secoli gli era stata rifiutata".

In questa propaganda ciascuno si inserisce come può, sempre però battendo sul tasto delle glorie nazionali che devono risorgere. Basti citare il caso di Gioacchino Murat, divenuto Re di Napoli in qualità di cognato di Napoleone. Quando le sorti dell’illustre parente sono irrimediabilmente compromesse, Murat, con poco senso della misura e nessuno del ridicolo, aspirando alla corona di re d’Italia, il 30 marzo 1815 bandisce da Rimini questo proclama: "Italiani! L’ora è venuta in cui debbono compirsi gli alti destini dell’Italia; la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia odasi un grido solo: L’indipendenza d’Italia. A qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questo primo diritto? Sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo espiaste questa gloria con venti secoli d’oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria il non aver più padroni". Propaganda. Come reagiscono gli italiani all’invasione francese fatta nel nome della gloria romana da riconquistare? Facendosi ammazzare a decine di migliaia nelle insorgenze che capillarmente e spontaneamente si diffondono su tutto il territorio nazionale. Alla propaganda napoleonica aderisce un’esigua minoranza della popolazione: i liberali che, col tempo, riprenderanno la bandiera rivoluzionaria del risorgimento nazionale.