giovedì 26 aprile 2012

Risposta del conte Solaro della Margarita all'opuscolo Il papa e il Congresso con appendice di alcuni opuscoli di altri Deputati al Parlamento Sardo sopra il Governo temporale del Papa


Analizzando questo importante testo ci si puo rendere conto che anche nel Rgno di Sardegna vi erano dei difensori della legittimità che furono, sempre per cause liberal-settarie, emarginati e caluniati.


http://books.google.it/books?id=rQ4uAQAAIAAJ&pg=PA25&dq=conte+solaro+della+margarita&hl=it&sa=X&ei=2bqZT_mKLMWUOru-4NMG&ved=0CDkQ6AEwAQ#v=onepage&q=conte%20solaro%20della%20margarita&f=false

Memorandum storico politico del conte Clemente Solaro della Margarita Ministro e primo Segretario di Stato per gli affari esteri del Re Carlo Alberto



In questo testo, scritto dal conservatore conte Clemente Solaro della Margarita, vi si possono trovare importanti notizie sul Ministro conservatore di Carlo Alberto.
ATTENIONE: Pur essendo scritto da una fonte attendibile  la fedelta espressa dal Conte verso la Corona Sabauda  inibisce un suo giudizio del tutto obbiettivo su Carlo Alberto, ne consiglio per tanto  un'attenta e accurata lettura.

 http://books.google.it/books?id=PA8vAAAAYAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

mercoledì 25 aprile 2012

Unità nel nome della "scienza"

File:Bonaparte Charles Luciene Jules Laurent.jpg
Il cospiratore settario Carlo Bonaparte, principe di Canino


di Angela Pellicciari

Durante il Risorgimento le associazioni si riunivano per invocare "la gloria d’Italia".

[Da "La Padania", 2 agosto 2001]

L’invasore Napoleone si muove nel nome della scienza. Quello che fa, lo fa per liberare i popoli dal giogo dell’oppressione e dell’ignoranza. Napoleone ritiene giunto il momento in cui tutti debbano riconoscere la bontà, la scientificità ed il valore dei principi massonici da lui incarnati. E’ così che dovunque arriva li propaganda nel nome della scienza, fondando dappertutto Società di Agricoltura, di Scienza e di Arti.

Caduta la stella di Napoleone, in piena Restaurazione, i liberali di tutti gli stati d’Italia tengono vivo il ricordo delle mitiche gesta dell’eroe corso e rinfocolano la speranza di un più roseo avvenire -gli antichi sovrani si sono affrettati a sopprimere le Logge sorte dovunque in epoca napoleonica- organizzando Congressi scientifici. Anima del movimento è un cospiratore legato a Napoleone da stretti vincoli di parentela, Carlo Bonaparte, principe di Canino. Non è un caso che, a cose fatte, a Risorgimento ultimato, il sindaco di Roma Luigi Pianciani inaugurando nel 1873 il penultimo Congresso scientifico, finalmente convocato nella città dei papi, invita i convenuti ad una "profonda, immensa soddisfazione". "Sì, o signori, - sostiene - a me piace riconoscerlo qui in Roma, grandissima parte del risorgimento italiano è dovuto a voi; giacché ha cominciato il nostro movimento col Congresso scientifico che ebbe luogo in Pisa nel 1839". Cosa c’entra un congresso scientifico col processo di unificazione italiana? Per propagandare una religione diversa dal cattolicesimo in un paese profondamente cattolico, non ci si può servire della miriade di confraternite e opere pie in cui la popolazione italiana è capillarmente suddivisa; per scalzare dai propri troni i rispettivi regnanti, non si può agire pubblicamente in qualcuna delle, pur prestigiose, istituzioni culturali e scientifiche dei vari regni. Per propagandare la rivoluzione, cioè l’unità e l’indipendenza d’Italia, bisogna sfruttare tutti gli spazi possibili, creando le occasioni propizie. A questo mira l’Istruzione della carboneria quando prescrive: "Sotto il più futile pretesto, ma mai politico né religioso, fondate voi medesimi, o, meglio, fate fondare da altri, associazioni e società di commercio, d’industria, di musica, di belle arti". La pratica dei Congressi scientifici che fra feste, fanfare e invocazioni dello Spirito Santo si apre solennemente a Pisa nel 1839, va in questa direzione. Da allora, e fino al 1847, si tiene un congresso all’anno, a turno, nelle diverse città d’Italia. Si prosegue con Torino, poi Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e, infine, Venezia. Un solo stato si rifiuta di ospitare le assise scientifiche di nuovo tipo, ricalcato sul modello dei paesi protestanti: lo Stato della Chiesa. Quale conclusione trarne? Che si tratta di uno stato oscurantista, avverso al progresso e al sapere; uno stato che rende l’Italia, per utilizzare la colorita espressione di Pianciani, "una terra di morti".

Organizzati per sezioni, i lavori dei congressi contemplano, insieme a quelli della medicina e delle scienze naturali, il tema dell’agricoltura. Quest’ultimo soggetto però, visto l’assetto eminentemente agricolo della nazione, non è affrontato solo nei congressi. La divulgazione capillare dei miglioramenti proposti dalla scienza in agricoltura, è favorita attraverso la costituzione di numerose Associazioni Agrarie, la prima delle quali vede la luce in Piemonte nel 1843.

All’associazione, ricorda lo storico massone La Farina nella Storia d’Italia, "si iscrissero non solo gli studiosi delle scienze attinenti all’agricoltura, ma anche tutti gli uomini dotati di generosi e liberi sentimenti": ben "tremila e seicento" i soci. Il numero sorprendentemente alto degli iscritti diventa comprensibile se si tiene conto che molti di coloro che vogliono modernizzare le colture non hanno alcun campo per tradurre in pratica le teorie. E infatti, è sempre il parere di La Farina, "la parte politica, a volte predominò sulla scientifica": "ne’ banchetti e festeggiamenti, fra clamorosi applausi invocavasi il nome d’Italia, le sue antiche glorie si rammentavano, nuove glorie e non lontani trionfi le si auguravano". Anche in questo caso, sottolinea lo storico, la "parte gesuitica" fu decisamente avversa alla vita delle associazioni e, con esse, al necessario sviluppo del progresso in campo agricolo.

La Farina confonde l’avversione cattolica alla messa in scena delle Associazioni agrarie con il mancato interesse per i miglioramenti scientifici. Quante cose non si fanno per la scienza. Ieri come oggi il mondo è sempre lo stesso.

Esercito del Ducato di Parma, Piacenza e Stati annessi : 1840-1859

File:Armoiries Bourbon-Parme 1847.svg

L'esercito del Ducato di Parma, Piacenza e Stati annessi era composto   da coscritti e volontari  arruolati nella fascia d'età 18-40.  Erano esentati dall'arruolamento  coloro che avevano fratelli che avevano a loro volta servito sotto le armi, i figli unici , gli ammogliati e con famiglia a carico, inoltre Tutti i sudditi in età compresa tra i 18 ed i 25 anni erano soggetti all’obbligo del servizio militare, mediante estrazione a sorte nella misura di un prescelto ogni 200. La durata del servizio militare era di 10 anni, di cui 5 in servizio attivo ed altri 5 in congedo illimitato nella riserva. Per la Cavalleria, il Genio, l’Artiglieria e la Gendarmeria, la ferma era di 8 anni, tutti di servizio attivo. L’arruolamento volontario e il prolungamento della ferma assorbiva un gran numero di aspiranti, tanto che la richiesta di coscritti era molto ridotta, anche perchè le dimensioni dello Stato non richiedevano un organico molto numeroso.

La paga era :


- Colonnello: Lire Parmensi  800


- Ten. Col.: Lire Parmensi 700 


- Maggiore: Lire Parmensi 550


- Capitano: Lire Parmensi 380


- Tenente: Lire Parmensi  290

 Il vitto, veniva distribuito una volta al giorno alle 9.30 del mattino. La qualità era buona e le razioni, generose, comprendevano sempre, pasta in brodo e al sugo di carne. La carne (240 grammi) veniva sostituita il venerdì dal baccalà. Il pane era distribuito ogni due giorni in ragione di 650 grammi al giorno. Per il pasto serale i militari dovevano provvedere in proprio. Il rancio veniva consumato in camerata utilizzando appositi tavoli a quattro posti e veniva portato in loco dal personale delle cucine che, dopo mezz’ora, provvedevano a ritirare le stoviglie. Gli Ufficiali e i Sottufficiali consumavano il pasto unico nella giornata presso le rispettive mense. L’eventuale pasto serale era a pagamento. Il vitto degli Ufficiali e dei Sottufficiali era più vario nell’assortimento e, in genere, comprendeva una minestra, due piatti di carne, due di verdure, dessert, pane, formaggio, frutta e vino. Le condizioni igieniche collettive ed individuali venivano controllate con continue ispezioni e controlli tendenti ad accertare il rispetto delle più elementari norme d’igiene imposte dalla vita in collettività. Nei mesi estivi, i soldati dovevano effettuare i cosiddetti bagni di pulizia che, per i più ritrosi e pudici potevano ridursi al solo lavaggio delle estremità inferiori. Ogni giovedì della settimana, venivano controllati il taglio dei capelli, la pulizia del collo, delle orecchie e dei piedi. Tali ispezioni erano ripetute anche durante le marce. Ogni settimana c’era il cambio della biancheria personale. Il militare versava al caporale di servizio gli effetti sporchi da inviare in lavanderia, che venivano restituiti il sabato successivo. Ogni anno erano previste le visite sanitarie generali a cura del 1° Chirurgo del Reggimento che disponeva d’autorità i ricoveri del caso. Le armi erano prodotte quasi esclusivamente dalle piccole  industrie del Ducato, tranne qualche eccezione nell'artiglieria,  con materiali provenienti in massima parte dall'importazione di materie prime provenienti dall'Isola d’Elba e in minor parte dal territorio di  Pontremoli.

Le armi bianche in uso derivavano dal modello 1780; ammodernate a partire dal 1847, restarono invariate sino al 1859. I Generali avevano in dotazione delle spade  di pregevole fattura introdotte nel periodo Napoleonico. I reparti a cavallo adottarono le sciabole a lama dritta di derivazione francese, ad eccezione degli Ussari Reale guardia del corpo che mantennero la sciabola modello 1796 inglese. Le truppe appiedate erano equipaggiate con il tradizionale briquet a lama larga con fornimenti in ottone e fodero in pelle nera. Particolari erano le daghe dei Guastatori con l’impugnatura forgiata a testa di leone e lama a sega, mentre sontuose ed elaboratissime erano le sciabole da parata dei “Tamburi maggiori”. Negli anni ’50, con l’introduzione delle prime carabine che sostituirono in alcuni Corpi i lunghi fucili, furono distribuite le caratteristiche sciabole-baionetta. Le armi da fuoco portatili, subirono un processo di ammodernamento che iniziato nella metà degli anni ’40, durò circa un decennio. Si passò dalle armi con sistema di accensione a pietra focaia, a quelle con accensione a luminello con capsule a fulminante. La trasformazione interessò anche la rigatura delle canne, a tutto vantaggio della gittata e della precisione del tiro (lastrina con fucili). Alcuni Corpi, come la Cavalleria, continuarono ad avere carabine a pietra focaia, forse in considerazione della scarsa possibilità di utilizzo delle armi da fuoco in battaglia. Molti reparti a cavallo, erano armati con una coppia di pistole da cavalleria.
Per quanto attiene alle artiglierie, a partire dal 1850, sotto l’impulso del Duca Carlo III, l’Esercito Parmense dette inizio ad un vasto programma di rinnovamento dei materiali di Artiglieria. Furono effettuati studi sul sistema Francese del 1827 e su quello Piemontese del 1830. La riforma Parmense optò per un sistema simile a quello Napoletano,  con le sue profonde modifiche e innovazioni razionali dovute al Ten. Col. Landi, allora Direttore dell’Arsenale di Napoli.

A seconda dell’impiego le Artiglierie erano suddivise in:
- Artiglieria da Campagna, con Batterie da posizione e da battaglia;
- Artiglieria da Montagna.
- Artiglierie da assedio o da Piazza. Era dotata di cannoni da 12 libbre (122 mm) lunghi.
- Artiglieria per la difesa . Impiegava cannoni da 12 libbre e obici da 80 e 30 libbre per il lancio di granate.
Anche nell’Artiglieria Parmense furono attivati studi per il perfezionamento delle bocche da fuoco, nonché per l’applicazione della rigatura. Nel 1858/’59,  vennero importati  cannoni rigati di provenienza Austriaca .
 Di seguito potete visitare in modo virtuale la composizione dell'Esercito Parmense dal 1845 al 1859:



1845 Primo tenente del genio in grande tenuta.
L'uniforme dei corpi tecnici, artiglieria e genio, è praticamente unica ad eccezione
 del copricapo:
 gli artiglieri si distinguono dal kepi, simile a quello della fanteria,
 ornato con un pennacchio di penne verdi.

1850 Tamburo maggiore in grande tenuta.
È il sergente maggiore che guida la banda musicale con funzioni di mazziere.
 Alla fine dell'anno viene deciso di adottare uno speciale cinturone
al posto della bandoliera ed una sciarpa riccamente ricamata.


1851 Reale guardia del corpo in grande tenuta.
Soltanto le guardie delle provincie di Parma e Piacenza indossano questa splendida uniforme
alla prussiana.
 Il drappello delle guardie del corpo di Valditaro adotta invece una divisa diversa
sebbene non inferiore per eleganza e ricchezza.

1850 Primo battaglione di fanteria di linea.
Ufficiale subalterno, caporale e soldati.
Gli ufficiali inferiori sono appiedati e portano uno zaino leggero secondo la moda prussiana,
 a differenza degli ufficiali superiori che essendo montati ne sono privi.
A partire da sinistra: Guardia Civica e Soldato semplice di Fanteria
  

1852
Elmo di fanteria.

1852
Spalline da aiutante del Duca.



1852
Elmo da cacciatore
Fonti:
Archivio di Stato di Parma
Scritto da:
Il Principe dei Reazionari

Carlo Alberto, nemico della lega federale

Carlo Alberto

di Angela Pellicciari

Il Savoia osteggiò la proposta fatta da Ferdinando II di Borbone e appoggiata da Pio IX.

[Da "La Padania", 4 agosto 2001]

Chi per primo lancia l’idea di una Lega federale fra i vari stati che compongono la penisola italiana? Strano a dirsi, ma il famigerato Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie.

Nel novembre del 1833, tramite il proprio ambasciatore a Roma conte Ludorf, Ferdinando II invita Gregorio XVI a farsi promotore di una Lega difensiva e offensiva fra i vari governi italiani per tutelare la religione, i troni e l’ordinamento sociale minacciati dal liberalismo, vale a dire dalla rivoluzione.

Visti gli immediati precedenti storici - Napoleone e Murat -, si tratta anche di agire di comune accordo "verso quelle potenze straniere che sconsigliatamente volessero cooperare a favorire in un caso estremo gli sforzi dei medesimi settarî".

La risposta del papa arriva per mano del cardinal Bernetti, segretario di stato, il 6 dicembre dello stesso anno.

Gregorio XVI apprezza la proposta e le intenzioni di re, ma non può far propria l’iniziativa perché "il carattere sacro di padre comune" impedisce al papa, "supremo gerarca di nostra santa religione", di "suonare la tromba di guerra od eccitare alle armi".

Le difficoltà cui accenna Gregorio XVI sono comprensibili, eppure l’idea della Lega si fa strada all’interno della Chiesa e nel cuore di Pio IX, successore di Gregorio XVI.

Mastai Ferretti appoggia la costituzione di una Lega doganale, punto di partenza per un’unione federale e, dietro al papa, è praticamente tutta la Chiesa a promuovere e a sostenere l’unificazione italiana attraverso un processo federale. Ecco con quale slancio, nel 1848, l’influente gesuita Giuseppe Romano parla della Lega in La causa di gesuiti in Sicilia: "La Lega! Il sospiro di tanti anni, il voto unanime de’ popoli italiani. La Lega federativa è diretta a tutelare a ciascuno dei popoli federati i suoi diritti, gl’istituti, le proprietà, le franchigie. La Lega ritenendo tutti i vantaggi che dà ad ogni stato la sua autonomia, aggiunge al loro aggregato tutta la forza che mancherebbe a ciascuno di essi per costituirsi in nazione grande, ricca, commerciante, prosperevole e temuta".

La Lega, a parole da tutti auspicata, non si realizza perché sulla sua strada si frappone un ostacolo insormontabile: Carlo Alberto di Savoia. Il Re di Sardegna ha l’ambizioso progetto di "fare da sé". Incurante delle più elementari norme di diritto internazionale, vuole diventare re d’Italia lui solo. Il 2 giugno 1846 il ministro degli esteri dello stato sardo, Clemente Solaro della Margarita, indirizza a Carlo Alberto un Memorandum per mettere in guardia Sua Maestà dai pericoli che la politica liberale può comportare per il suo governo: "La corona d’Italia sarà una corona mal acquistata che presto o tardi sfuggirà dalle mani di chi se ne sarà impadronito con un progetto politico opposto a quello voluto da Dio". Solaro ricorda a Carlo Alberto di essere il primo ad augurarsi l’accrescimento del "potere" e dei "domini" di Casa Savoia, purché questo avvenga "senza lesione di giustizia".

Il benservito a Solaro della Margarita, dopo undici anni di fedele servizio, è il più chiaro segno che Carlo Alberto ha rotto gli indugi: Casa Savoia fa proprio il progetto massonico dell’unità nazionale sotto la bandiera liberale. Buon profeta Ferdinando II di Borbone.

Quanto da lui paventato diventa realtà: una casa regnante italiana si fa paladina, oltre che delle proprie, delle esigenze di potere di Francia ed Inghilterra, massime potenze liberali dei tempi.

D’Azeglio, cospiratore per noia



di Angela Pellicciari

Nei suoi Ricordi l’agente della massoneria confessa le sue vere motivazioni.

[Da "La Padania", 8 agosto 2001]

"Re galantuomo", "l’Italia è fatta, si tratta di fare gli italiani". Queste parole d’ordine, questi motti incisivi, perfetti dal punto di vista della propaganda, sono il frutto di un’intelligenza brillante e di una fantasia disinvolta: quelle del cavaliere Massimo D’Azeglio, uno dei principali protagonisti dell’epopea del nostro risorgimento nazionale.

Pittore, romanziere, genero di Manzoni, membro della migliore aristocrazia piemontese, amico di tutti i massimi governanti d’Europa, Massimo D’Azeglio è l’uomo che può riuscire dove altri hanno fallito. Così pensa la massoneria. Dopo i disastrosi tentativi insurrezionali di carbonari e mazziniani, si impone un cambiamento di strategia: bisogna puntare su un uomo moderato, ufficialmente conosciuto come cattolico, che dia alla strategia rivoluzionaria un’apparenza di riformismo e, sotto questo camuffamento, riesca dove tutti gli altri hanno fallito.

Narcisista come pochi, è lo stesso D’Azeglio a raccontare l’episodio del suo incontro romano col "settario" Filippo. Il compito che la massoneria affida a D’Azeglio non è semplice. Si tratta di convincere l’antico cospiratore Carlo Alberto a farsi promotore della lotta per la libertà e l’indipendenza della penisola e si tratta anche di convincere i vari "fratelli" sparsi per l’Italia centro-settentrionale a fidarsi di lui. Il problema è serio perché già una volta (in occasione dei moti del 1821) Carlo Alberto in un primo momento aderisce alla cospirazione ma poi si tira indietro e tradisce. D’Azeglio svolge brillantemente il compito affidatogli. La motivazione utilizzata per convincere i "fratelli" è davvero azzeccata: quando il ladro ruba per sé, si può star certi che faccia sul serio. Bisogna aver fiducia in Carlo Alberto, sostiene. Capeggiare la rivoluzione italiana è nel suo interesse perché alla fine dell’impresa avrà un regno immensamente più grande e prestigioso. D’Azeglio inizia così quella che con brillante giro di parole battezza "congiura all’aria aperta". La congiura, dopo tanto sangue sparso inutilmente, invece delle armi si serve della penna. L’arma prescelta, la penna della pubblicistica e della propaganda, è puntata contro l’Austria e contro lo Stato pontificio, accusati di essere la quintessenza dell’oppressione liberticida e del malgoverno.

È davvero tanto insopportabile la vita negli Stati preunitari? A tener conto di come la descrive lo stesso D’Azeglio ne I miei ricordi non sembrerebbe. "Qual è l’opinione - scrive - l’idea, il pensiero che non si possa dire o stampare oggi in Italia, e sul quale non si possa discutere e deliberare? Qual è l’assurdità o la buffonata, o la scioccheria che non si possa esporre al rispettabile pubblico in una sala o su un palco scenico di qualche teatrino (pur di pagar la pigione s’intende) col suo accompagnamento di campanello, presidente, vice presidente, oratori, seggioloni, candelieri di plaquè, lumi, ecc. ecc.? Basta andar d’accordo col codice civile e criminale; del resto potete a piacimento radunarvi, metter fuori teorie politiche, teologiche, sociali, artistiche, letterarie, chi vi dice niente?".

Il torinese D’Azeglio, per di più, non sopporta la tetraggine bacchettona della Torino sabauda: "Ed io, un odiatore di professione dello straniero, lo dico colla confusione più profonda, se volevo tirar il fiato, bisognava tornassi a Milano". E allora perché? Perché D’Azeglio si impegna con tanta tenacia nella "congiura" all’aria aperta? Perché tanta fatica spesa per organizzare una campagna di disinformazione e di odio contro il papa e contro l’imperatore austriaco? Per vincere la depressione. Questa la candida ammissione del cavalier D’Azeglio: "Per aver modo di passar la malinconia - scrive ne I miei ricordi -, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione".

Alle motivazioni ufficiali che nel 1861 rendono possibile la nascita del Regno d’Italia - oltre all’unità, alla libertà e all’indipendenza per intenderci - ce n’è un’altra da non sottovalutare: la noia.

martedì 24 aprile 2012

Esercito del Regno di Sardegna: 1814-1861



L'esercito del Regno di Sardegna era composto in prevalenza da coscritti arruolati nella fascia d'età 18-40. Nel periodo che va dal 1814 al 1831(anno in cui morì Carlo Felice di Savoia) l'arruolamento era più blando e interessava solamente persone che non avevano occupazione, e persone che non erano sposate e senza una famiglia a cui pensare. All'epoca l'Esercito non contava più di 15.000 unità(tempo di pace) e le paghe erano del tutto rispettabili , pari a quelle del resto d'Europa . Il rancio veniva distribuito tre volte al giorno e consisteva in :

Colazione= Gallette e latte

Pranzo=Pasta e formaggio/alternato a uova e carne

Cena= Generalmente come il pranzo anche se i soldati potevano scegliere di mangiare con mezzi propri.

La paga era :
- Colonnello: Lire 500

- Ten. Col.: Lire 350

- Maggiore: Lire 250 

- Capitano: Lire 180

- Tenente: Lire  150
La durata della ferma era di 6-8 anni  eccezion fatta per ,meriti militari , infortuni, e cause famigliari.

Con la morte dell'ultimo Savoia(Carlo Felice di Savoia) e la salita  sul Trono dei guerrafondai Savoia-Carignano anche la situazione dell'esercito peggiorò:

1) Il rancio era di scarsa qualità e al soldato semplice, il più delle volte, veniva fornito un pastone composto da scarti del frumento e patate.

2)La paga diminuì sensibilmente:

-Colonnello: Lire  350

-Ten. Col.: Lire  250

-Maggiore: Lire 200 

-Capitano: Lire 120

-Tenente: Lire 80

La durata della ferma era di 6-8 anni senza quasi nessuna eccezione fatta, apparte sparuti  meriti militari e, come di logica, infortuni vari.

 Venne inasprita la leva obbligatoria aumentando del doppio le fila dell'esercito, raggiungendo, nel 1848, il numero di 30.000 unità! con conseguente aumento delle tasse per mantenere quello sproporzionato esercito che pesava sul bilancio complessivo dello Stato. Le armi , specie dal 1848 in poi, erano di importazione Inglese e Francese, infatti il mal governo del Carignano mal gestiva il territorio che, con le sue piccole industrie, non poteva sostenere le sue ambizioni espansionistiche.
Dal 1848 fino al 1861 l'Esercito Sardo si infoltì di pessimi elementi , tra i quali mercenari stranieri (Inglesi , Ungheresi, e Polacchi).
Di seguito potete visitare in modo virtuale la composizione dell'Esercito Sardo dal 1814 al 1861:



1815 Sergente portaguidone
del reggimento di fanteria "Alessandria".

I guidoni sono insegne di vario colore
istituiti per agevolare l'allineamento dei battaglioni
o per identificare gli alloggiamenti dei vari reparti



1815 Tenente Colonello del genio.
Il bicorno è del modello generalmente adottato dall'esercito.
Fuori servizio, non viene indossata la sciarpa.


1821 Soldato della Brigata "Granatieri guardie".
Gli alamari in lana bianca sono i distintivi caratteristici delle "guardie" di questo periodo.
I comodi pantaloni bianchi sono indossati nella stagione estiva
sostituendo le calze bianche completate da mezze ghette nere.


1833 Capitano del "Corpo reale di artiglieria".
L'ufficiale indossa i pantaloni bigi, aboliti subito dopo per tornare
 a quelli tradizionali turchino scuro.
La sciarpa è tutta azzurra, a partire dalla fine del 1832.


1815 Capitano del reggimento "Piemonte Reale cavalleria".
È questo uno dei rari esempi di abito chiuso con due file di bottoni
 invece che con una sola.

 
1834 Trombettiere del reggimento "Aosta cavalleria".
Si tratta di una delle più gaie uniformi mai usate nell'esercito piemontese.
 La sua durata è stata tuttavia piuttosto limitata.


1835 Soldato del reggimento "Cacciatori guardie".
L'abito a due file di bottoni è ornato dagli alamari in lana bianca.
 Al paramano l'alamaro è a linea interrotta differenziandosi
 da quello dei granatieri guardie che lo portano diritto.


1835 Soldato del "Treno di provianda".
Con l'adozione della tunica, le buffetterie divengono nere
 e lo schako viene gradatamente sostituito con il kepì.


1843 Musicante del reggimento di fanteria "Aosta".
I musicanti indossano un'uniforme simile a questa
anche se appartengono ad altri reggimenti:
cambiano soltanto colore di fondo del colletto e dei paramenti.


1849 Soldato del reggimento di fanteria "Regina".
Il kepì foderato in rosso e la mostreggiatura rosso cremisi,
unificata per tutti i reggimenti, sono le caratteristiche peculiari
 di questa uniforme.


1848
Cappotto da Granatiere di Sardegna



1852
Képi del secondo reggimento Granatieri di Sardegna








Fonti:

Archivio di Stato di Torino


Scritto da :

Il Principe dei Reazionari