giovedì 8 dicembre 2011
Dalla Confederazione all’Unione.
tratto da: Il Domenicale, 28.6.2003 (anno II), n. 26, p. 6.
Gettysburg, 1-3 luglio 1863. Accadde 140 anni fa. Fu un massacro. E l’America Settentrionale venne normalizzata
La battaglia centrale della Guerra “civile” nordamericana decise le sorti dell’intero Paese. Fino a quel momento il Sud avrebbe potuto ancora vincere. Poi fu il disastro. E nacque l’America centralizzatrice e statalista.
Per la Confederazione combatterono addirittura dei neri e degl’indiani.
Una storia mai raccontata
Fu Guerra fra Stati, perché gli Stati Confederati d’America (CSA) si separarono formalmente nel 1861 dal resto dell’Unione per costituire una nazione indipendente, confederale e non federale.
Negli Stati Uniti d’America – oggi come allora, ma oggi molto più di allora – “federale” è il termine impiegato per indicare ciò che da noi si direbbe “nazionale” (talvolta “nazionalistico”), “centrale” (talvolta “centralistico”) e “statale” (talvolta “statalistico”). L’organizzazione “confederale”, invece, è un’unione fra Stati che conservano poteri sovrani e indipendenti.
Dopo l’indipendenza, proclamata il 4 luglio 1776 a Filadelfia, le ex Colonie britanniche dell’America Settentrionale non diedero vita agli Stati Uniti d’America, ma a una Confederazione di Stati indipendenti uniti solo flebilmente (‘loosely’, in inglese) quanto a difesa e a commercio, e più teoricamente che concretamente. Il documento ufficiale di riferimento di questa organizzazione fra Stati furono gli Articoli della Confederazione, approvati il 15 novembre 1777 dal Congresso dei delegati degli Stati (in piena guerra d’indipendenza) ed entrati in vigore ufficialmente il 1° marzo 1781 dopo la ratifica di tutti gli Stati.
Con la convocazione della Convenzione costituzionale a Filadelfia il 14 marzo 1787 s’intendeva riformare gli Articoli della Confederazione per ovviare ad alcune loro palesi debolezze. Ma ne risultò un documento completamente nuovo, quindi un'organizzazione istituzionale inedita: l’Unione degli Stati nordamericani e non più la Confederazione.
Gli Stati Uniti d’America nascono quindi nel 1789, quando George Washington è eletto primo presidente vigente la Costituzione. Il potere delegato alla struttura federale, ovvero al centro, al governo di Washington, è maggiore, laddove nella struttura confederale le ex Colonie, poi Stati indipendenti confederati, erano autonomi e sovrani.
La Costituzione federale, del resto, sorse da un compromesso fra federalisti (centralisti-nazionalisti) e antifederalisti (confederalisti). Il 25 settembre 1789, il primo Congresso degli USA propose agli Stati dodici emendamenti. Ne furono approvati dieci, che, ratificati dai vari Stati, entrarono in vigore nel 1791. Da allora sono parte integrante della Costituzione federale con il nome di “Bill of Rights”, a imitazione della “Carta dei diritti” della tradizione giuridica britannica modellata dal Common Law consuetudinario. Quello statunitense costituisce l’insieme dei dieci emendamenti alla Costituzione che bilanciano a favore dei singoli Stati il potere attribuito appunto dalla Costituzione al governo federale centrale.
Costituzione e “Bill of Rights” son dunque un ‘via media’ fra l’antica Confederazione e il centralismo moderno, quest’ultimo nato proprio dalla Guerra cosiddetta civile. Dal 1789 al 1865 (la data della fine della Guerra è un simbolo significativo) sono esistiti degli USA diversi sia dall’antica Confederazione, sia dalla nazione postlincolniana di oggi. Un “antico regime”, diverso sia dal “feudalesimo”, sia dall’epoca postrivoluzionaria.
La metafora storica non è azzardata. L’epoca della Confederazione, infatti, ereditando direttamente il passato coloniale di sostanziale autogoverno, visse del “retaggio medioevale” britannico. Mentre l’epoca successiva alla Guerra cosiddetta civile rappresenta il periodo postrivoluzionario dell’America Settentrionale, e questo grazie a quella “Ricostruzione” (1865-1877) che fu una vera e propria spoliazione culturale ed economica, e che giuridicamente stravolse l’equilibrio fra Stati e governo centrale. A mero vantaggio del secondo.
Quella combattuta fra 1775 e 1783, e definita “rivoluzione americana”, non fu affatto una rivoluzione. La si è chiamata così per analogia, a posteriori, con quella di Francia del 1789, secondo una particolare versione del sofisma ‘post hoc ergo propter hoc’ che si basa su presunte somiglianze fra Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino (26 agosto 1789) francese e “Bill of Rights”.
La “Déclaration” parlava d’«individue», il “Bill of Rights” di Stati. La prima aveva a che fare con l’illuminismo e si sarebbe inverata nel giacobinismo, padre dei totalitarismi. La seconda era figlia dell’Europa classica e giudeo-cristiana, mediata dalla giurisprudenza britannica. E parlava di libertà concrete, non di una «Loi» astratta, rivendicando il passato invece d’inventarsi un futuro inesistente. Disse il virginiano Patrick Henry (1736-1799), patriota e antifederalista, il 23 marzo 1775: «Non ho che un lume con cui guidare i miei passi e questo è il lume dell’esperienza».
Non fu rivoluzione, ma solo guerra d’indipendenza. La vera sovversione – credevano i nordamericani – era l’assolutismo di Londra laddove essa negava la tradizione della libertà.
Reazione, dunque, addirittura controrivoluzione. O, con Edmund Burke (1729-1797) – il primo critico (irlandese) del 1789 di Francia –, una rivoluzione affrontata preventivamente per risolverne le contraddizioni. La lotta armata fu una ‘extrema ratio’ e così la separazione formale del 4 luglio.
«Lungi dall’essere il prodotto di una rivoluzione democratica e di una opposizione alle istituzioni britanniche – ha scritto nell’Ottocento Lord John Emerich Edward Dalbergh Acton (1834-1902) –, la Costituzione degli Stati Uniti fu il risultato di una grandiosa reazione a favore delle tradizioni della madrepatria». E Alexis de Tocqueville (1805-1859), il più acuto osservatore degli USA alla vigilia loro della spaccatura che l’Europa abbia mai conosciuto: «Anzitutto mi sembra necessario distinguere accuratamente le istituzioni degli Stati Uniti dalle istituzioni democratiche in generale». Non era, insomma, ciò che nacque in Francia nel 1789, che De Tocqueville conosceva bene e che in gran parte disprezzava.
La “democrazia moderna” di marca illuministico-giacobina, centralistica e protototalitaria, si fece strada nel corso della prima metà dell’Ottocento nordamericano, impadronendosi di quelle forze federaliste a cui gli antifederalisti avevano a suo tempo strappato il “Bill of Rights”. Le prime coincidevano grosso modo con il Nord, i secondi con il Sud, anche se con clamorose eccezioni da entrambe le parti.
Cucinato in salsa puritana oramai secolarizzata, l’illuminismo giacobino nordamericano lavorò l’Ottocento come quello francese aveva lavorato il Settecento ed ebbe il suo 1789 nel 1861. Accadde negli USA, ma fu lo stesso – le date coincidono – in Italia con il Risorgimento. Come ha osservato Lord Acton, «è semplicemente la democrazia spuria della Rivoluzione francese che ha distrutto l’Unione, disintegrando i resti delle tradizioni e delle istituzioni britanniche». Successe con la Guerra cosiddetta civile.
Del resto, gli USA nati nel 1789 avevano il diritto alla secessione nel DNA. La Dichiarazione d’indipendenza, nel famoso preambolo, chiama alla necessità di rendere palesi le ragioni della separazione fra i componenti di un’unione politica qualora questa stessa sia divenuta insostenibile, ovvero più dannosa che utile. E questo senza di per sè rinunciare alle continuità e alle eredità culturali.
La CSA fece così nel 1861, ma il giacobinismo – che fra 1787 e 1789 in America Settentrionale non esisteva – diede fuoco alle polveri.
Fino a Gettysburg, la CSA avrebbe potuto vincere. Dopo è andata com’è andata. La Guerra cosiddetta civile avrebbe potuto modificare l’America Settentrionale per conservarla. Gettysburg la conservò per modificarla.
Il Carlismo.
Aquila Carlista.
tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».
1. Da una disputa dinastica un movimento politico
Il carlismo è un movimento politico spagnolo nato da una disputa dinastica, ma caratterizzato da una visione del mondo. Si comincia a parlare di carlismo alla morte di re Ferdinando VII di Borbone (1784-1833), salito al trono dopo aver cacciato i francesi nel 1812. Con una serie di concessioni costituzionali e di successive abrogazioni egli produce una situazione d'insicurezza politica, che lo costringe a richiedere, nel 1823, l'aiuto della Santa Alleanza la quale invia un esercito guidato da Louis Antoine, duca d'Angoulème (1775-1844).
Rimasto per la terza volta vedovo e ancora senza figli, Ferdinando VII sposa Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie (1806-1878) e poco dopo, poiché non ha eredi maschi, designa come legittimo successore il fratello Don Carlos María Isidro (1788-1855). Ma nel 1830 dal matrimonio nasce una figlia, Isabella (1830-1904), e il re, con atto unilaterale senza precedenti, il 29 marzo 1830 abroga la legge salica, che comporta l'esclusione delle donne dalla successione al trono, annulla la designazione di Don Carlos e proclama la figlia legittima erede.
Alla morte di Ferdinando VII, nel 1833, la Spagna si divide in due opposte fazioni. Da un lato si schierano i seguaci di Don Carlos, che assume il titolo di Carlos V -detti per questo "carlisti"-, erede legittimo secondo la legge salica, appoggiato dai monarchici legittimisti, dai cattolici tradizionalisti e soprattutto dai reazionari antiliberali; dall'altro si schierano i liberali, i massoni, i cattolici costituzionalisti e le frange più progressiste della società spagnola, che sperano di strappare a Maria Cristina -nominata reggente a causa della giovane età di Isabella- concessioni politiche grazie all'appoggio dato a sua figlia.
2. Le tre guerre carliste
La lotta politica da contrasto dottrinale degenera presto in scontro armato: inizia la Prima Guerra Carlista (1833-1839). In Navarra e nelle province basche la popolazione insorge in difesa dei diritti di Carlos V e occupa la parte settentrionale del paese. Nel resto della penisola, dove la maggioranza parteggia per Isabella o si mantiene neutrale, la lotta diventa guerriglia e bande di armati carlisti, i requetés, attaccano a sorpresa le guarnigioni. La guerra si trascina fino alla tregua di Vergara, del 31 agosto 1839, e la guerriglia si esaurisce nel giugno del 1840.
Nel 1845 Carlos V abdica in favore del figlio Carlos VI (1818-1861) e altri tentativi insurrezionali si verificano nel 1847 e nel 1849 -è la Seconda Guerra Carlista-, e nel 1860. Alla morte di Carlos VI gli succede il nipote Carlos VII (1848-1909). Nel 1868 Isabella -Isabella II dal 1841- viene dichiarata decaduta da un moto rivoluzionario repubblicano, quindi le Cortes, il parlamento spagnolo, chiamano al trono Amedeo I di Savoia (1845-1890). Nel 1872 Carlos VII, vedendo allontanarsi la possibilità di una restaurazione, dà il segnale della sollevazione: è la Terza Guerra Carlista (1872-1876). Prima contro Amedeo I di Savoia, poi contro la repubblica proclamata nel 1873 alla sua abdicazione, infine contro Alfonso XII (1857-1885), figlio di Isabella II, la guerra continua fino al 19 febbraio 1876 quando, sconfitti a Estella, in Navarra, i carlisti rinunciano alla lotta. Carlos VII decide di passare la frontiera francese con quanto resta del suo esercito, al quale, il 28 febbraio, rivolge l'ultimo discorso salutandolo con lo storico "Volveré!", "Tornerò!", consegna delle generazioni carliste venture ed espressione della fedeltà alla monarchia tradizionale.
Approfittando del malcontento politico prodotto dalla perdita di Cuba, di Portorico e delle Filippine a conclusione della guerra con gli Stati Uniti d'America del 1898, nello stesso anno i carlisti ritentano la sorte, ma sono sconfitti, esiliati e imprigionati. Seguono diversi tentativi di riorganizzazione da parte di delegati di Don Carlos, tutti destinati a insuccesso.
La morte di Carlos VII, avvenuta il 18 luglio 1909, precipita i carlisti in un lutto profondo e, dopo una fase di sbandamento, è invitato alla guida del movimento Don Jaime di Borbone (1870-1931), figlio di Carlos VII, che prende il nome di Jaime III.
Durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera y Orbaneja (1870-1930) i carlisti non hanno una posizione univoca e nel 1931 stringono un'alleanza elettorale con gruppi nazionalisti e piccole formazioni di destra -è la Minoranza Basco-Navarrina- per opporsi politicamente alla repubblica.
Il 22 settembre 1931 Alfonso XIII (1886-1941), di ascendenza isabellina, visita a Parigi Jaime III nella sua residenza di Avenue Hoche, visita ricambiata tre giorni dopo a Fontainbleu. Si parla di un riavvicinamento dei due rami e di un patto, per cui Alfonso XIII avrebbe accettato Jaime III come capo della Casa e legittimo erede al trono purché nominasse successore suo figlio, l'infante Don Juan; ma il 2 ottobre 1931, in seguito a una caduta da cavallo, Jaime III muore. L'unico discendente diretto è Don Alfonso di Borbone (1849-1936), fratello di Carlos VII, zio di Jaime III. Benché ottantenne e in una situazione politica molto difficile, Don Alfonso assume il titolo di re carlista con il nome di Alfonso Carlos, in memoria del fratello, e ricostituisce il movimento come Comunión Tradicionalista. [...]
Bandiera Carlista.
Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1768-1838).
Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa.
tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».
1. Agguerrito e instancabile polemista
Antonio Capece Minutolo nasce a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle famiglie nobili più antiche del regno, che aveva signoria sul vasto feudo di Canosa, in Puglia, ed era ascritta al primo dei Sedili o circoscrizioni di Napoli, quello di Capuana. La cappella di famiglia, edificata nel duomo della città partenopea nel 764, con i ritratti di numerosi uomini politici, due cardinali e uno stuolo di guerrieri, testimonia la virtù della stirpe dei Capece Minutolo, che hanno servito per secoli il regno di Napoli e la Chiesa cattolica, senza essere contaminati da quel declassamento dell'aristocrazia feudale in nobiltà cortigiana, verificatosi sotto la spinta dell'accentramento burocratico e amministrativo.
Il giovane Antonio compie gli studi di filosofia a Roma, presso il Collegio Nazareno dei gesuiti, quindi il padre lo avvia alla carriera forense ma egli, pur distinguendosi nella trattazione delle cause criminali, sente che l'avvocatura non è la sua vocazione. Le "declamazioni dei falsi liberali e dei miscredenti" lo tentano in quegli anni, concretizzandosi nell'invito ad affiliarsi alla massoneria, ma non lo attirano nella rete, anzi lo inducono ad approfondire la conoscenza della teologia e del diritto pubblico della nazione napoletana. Nel 1795, con un'orazione su «La Trinità», diretta a confutare i deisti, che postulano una religione naturale fondata sull'unità di Dio, e con una dissertazione accademica su «L'Utilità della Monarchia nello stato civile», il giovane principe scende in campo per difendere la causa del trono e dell'altare, cui attentano le teorie degli illuministi e le realizzazioni della Rivoluzione francese.
Richiamandosi alla tradizione del regno di Napoli, egli ricorda che non può esservi vera monarchia senza corpi intermedi, il più importante dei quali è l'aristocrazia, e che la società ha una sua personalità specifica, pur nella sottomissione e nella fedeltà al monarca, il quale da parte sua è legittimo quando rispetta le leggi e le consuetudini della nazione. La monarchia feudale, quindi, è organicamente in rapporto con i ceti e con le comunità, e, all'esterno del regno, con il Papato e con l'impero. Nel 1796, con le «Riflessioni critiche sull'opera dell'avvocato fiscale sig. D. Nicola Vivenzio intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra», precisa il suo pensiero sui compiti della nobiltà nell'ora presente. In particolare, muovendo dalla considerazione che i feudi moderni non erano più concessi dal monarca in ricompensa di servigi ricevuti e in cambio del servizio militare prestato dai nobili, ma erano diventati corpi venali, che potevano anche essere acquistati, senza obblighi o vincoli connessi, egli ritiene priva di fondamento giuridico la pretesa del re d'imporre il servizio militare ai baroni; costoro, tuttavia, per il senso dell'onore e della fedeltà che li caratterizza, devono fornire denaro e soldati alla nazione quando questa è in pericolo. L'occasione di dare concreta esecuzione a queste affermazioni non tarda a presentarsi.
2. Onore della nobiltà napoletana
Nel novembre del 1798, all'approssimarsi dell'invasione dell'esercito rivoluzionario francese, Antonio Capece Minutolo recluta soldati a sue spese e incita la popolazione alla resistenza. Alla partenza della corte e di re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) per la Sicilia, viene nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l'Interna Tranquillità, scontrandosi subito con Francesco Pignatelli, principe di Strongoli (1734-1812), vicario generale del regno. Il principe di Canosa, sulla base delle antiche consuetudini del regno, rivendica alla città di Napoli il privilegio di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, come era già accaduto altre volte in passato; tuttavia il vicario — il quale incarnava le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, concepita come una massa indifferenziata di sudditi — si oppone alle richieste della municipalità, per di più accusando i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una «repubblica aristocratica», e conclude un armistizio con i francesi invasori.
La capitale è espugnata nel gennaio del 1799, dopo le gloriose «tre giornate», in cui i napoletani, soprattutto i lazzari, cioè il popolo minuto, si armano e resistono valorosamente ai giacobini stranieri e a quelli locali, i «collaborazionisti». Antonio Capece Minutolo è arrestato e condannato a morte senza processo.
La pronta reazione popolare, animata dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), che alla testa dell'esercito della Santa Fede giunge in poco tempo alle porte della capitale, salva la vita all'intrepido aristocratico, il quale non sfugge però alla Giunta di Stato borbonica, che gli infligge «anni 5 di castello» per insubordinazione nei confronti del vicario regio. I repubblicani avevano punito in lui il realista e i realisti punivano l'aristocratico, cioè i due elementi che egli componeva armoniosamente nella sua persona. Alla condanna dei cavalieri napoletani segue lo scioglimento dei Sedili — "l'atto più rivoluzionario compiuto dal dispotismo illuminato borbonico", secondo il giudizio dello storico Walter Maturi (1902-1961) —, che priva la nobiltà di ogni residua influenza politica e la nazione della sua rappresentanza.
Scarcerato grazie all'amnistia generale del 1801, il principe di Canosa può riprendere i suoi studi e, due anni dopo, dà alle stampe il «Discorso sulla decadenza della Nobiltà», in cui individua la causa del declino di questo fondamentale ceto nella crisi del regime monarchico prodotta dalla dissennata politica di accentramento, che contribuisce a demolire la società tradizionale organica e cristiana. Nel 1806, di fronte alla seconda invasione francese, vuol prendersi con la Corte una «vendetta da cavaliere», mettendosi agli ordini del re e seguendolo in Sicilia. Questo atteggiamento conquista il sovrano, che gli affida il compito di difendere le isole di Ponza, Ventotene e Capri, gli unici territori non ancora caduti nelle mani dei francesi, e, dopo la Restaurazione, lo chiama a partecipare al governo.
3. Politico senza cedimenti
Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, perde l'occasione per operare una restaurazione efficace, accontentandosi di quella politica di «conciliazione», cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa da Klemens Lothar Wenzel, principe di Metternich (1773-1859), e a Napoli da Luigi Medici, principe di Ottaiano (1759-1830), che ebbe più volte la direzione del governo. A nulla valgono gli accorti giudizi del principe di Canosa, il quale denuncia l'ambigua Restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1814-1815) e tenta invano di mettere in guardia il sovrano contro l'operato delle forze sovversive, che continuano a cospirare nell'ombra. Nominato due volte ministro di polizia, nel 1816 e nel 1821, in entrambe le situazioni verrà sacrificato sull'altare del cedimento e del compromesso.
Durante le due brevi esperienze di governo il nobile napoletano cerca di condurre un'azione politica fondata sulla propaganda e sulla polemica, anche satirica, con l'ideale rivoluzionario. Si preoccupa di usare "il minimo della forza e il massimo della filosofia" e raccomanda un'intensa opera d'informazione sulle ideologie: "Dai pergami, sopra le scene dei teatri, nelle pubbliche piazze, nelle gazzette, da mille fogli periodici fare si doveva la guerra ai settari. Essi dovevano essere perseguitati dalla penna e non già dalla spada, col ridicolo e non col tuono serio: da' comedianti e non dal carnefice. Unica loro pena esser doveva quella di essere esclusi perpetuamente da ogni carica". In quel periodo compone «L'Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia», opera teatrale che costituisce esempio concreto della pratica polemica da lui auspicata. L'uso del teatro per la formazione di una corretta opinione pubblica — a conferma della costanza della riflessione canosiana sulla prassi contro-rivoluzionaria — sarà tema anche di una corrispondenza del 1833 con il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), al quale propone di dedicarsi alla stesura di testi teatrali.
4. Guida della Contro-Rivoluzione in Italia
Accompagnando la sua azione politica istituzionale e quella propagandistica alla riflessione politico-religiosa, il principe di Canosa pubblica, nel 1820, la sua opera più nota, «I Piffari di montagna», dove ribadisce le linee fondamentali del suo pensiero. Negli anni seguenti, percorrendo la penisola in esilio volontario, cerca di coordinare l'azione di quanti, laici e religiosi, intendono dare un carattere di maggiore profondità e incisività alla Restaurazione: fra questi, il padre teatino Gioacchino Ventura (1792-1861), il quale fonda a Napoli nel giugno del 1821 l'«Enciclopedia Ecclesiastica e Morale», che vagheggia per prima una nuova forma di apostolato laicale; il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio (1763-1830), che anima in Piemonte prima le «Amicizie Cattoliche» e poi il periodico l'«Amico d'Italia»; l'apologista modenese monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832), fondatore della rivista «Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura»; il conte Monaldo Leopardi, il quale a Pesaro dà vita al periodico «La Voce della Ragione», che aveva una tiratura di duemila copie, stupefacente per i tempi. Da questi cenacoli, però, non si sviluppa una struttura laicale organizzata, soprattutto a causa del persistente giansenismo e del regalismo diffusi presso il ceto colto, della tradizione giurisdizionalistica ancora viva nelle maggiori corti, in particolare a Napoli e a Torino, della diffidenza di alcuni monarchi verso gli esponenti della classe dirigente saldamente ancorati a princìpi contro-rivoluzionari. L'unico sovrano apertamente a favore delle posizioni legittimistiche è Francesco IV d'Asburgo-Este (1779-1846), duca di Modena, dotato di una forte personalità, nonché di notevole chiarezza di vedute e di grande coerenza di princìpi. "È forse l'unico Stato d'Italia — scriveva il principe di Canosa nel 1822 —, in cui il buon partito della monarchia ha qualche energia, ed ove si parla e si scrive in favore della buona causa. Questo fenomeno assai singolare dipende dalla fermezza e decisione di cui si vede rivestito il cuore del sovrano, il quale non transige coi rivoluzionari, ma mostra intrepido loro il petto e il volto, perseguitando i nemici della religione e della monarchia".
Alla corte di Modena il principe di Canosa trascorre gli anni dal 1830 al 1834, collaborando a «La Voce della Verità», diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani (1801-1863), guardia d'onore di Francesco IV, e affrontando, fra i primi in Italia, la crisi di alcuni intellettuali cattolici, che apre la strada al liberalismo cattolico. Passa quindi nello Stato Pontificio, dove cerca di promuovere la costituzione di volontari armati legittimisti, e finalmente, nel 1835, fissa la sua dimora a Pesaro, dove si sente ormai "stanco lione" cui gli asini liberali avrebbero ardito tirare calci come nella favola di Esopo. Tuttavia, reagisce con il consueto vigore alle accuse mossegli, con la «Storia del Reame di Napoli», da Pietro Colletta (1775-1831), contro il quale scrive un'«Epistola» in cui contrappone la verità dei fatti a una mendace storiografia e i suoi ideali incontaminati all'ipocrisia dei liberali. Dopo essersi battuto fino all'estremo, muore a Pesaro il 4 marzo 1838.
Per approfondire: fra le opere di Antonio Capece Minutolo ripubblicate di recente vedi l'«Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta», in Silvio Vitale, «Il Principe di Canosa e l'Epistola contro Pietro Colletta», Berisio, Napoli 1969, pp. 73-249; il «Discorso sulla decadenza della Nobiltà», a cura di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1992; «L'Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia. Commedia ridicola divisa in tre atti, e scritta nel mese di Gennaio e metà di Febbraio dell'anno 1821», con una prefazione di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1993; sulla figura del nobile napoletano vedi Walter Maturi, «Il Principe di Canosa», Le Monnier, Firenze 1944; S. Vitale, «Il Principe di Canosa e l'Epistola contro Pietro Colletta», cit., pp. 7-72; e Idem, «Il pensiero del Principe di Canosa. Le dissertazioni sulla religione», L'Alfiere, Napoli 1991; nonché Nicola Del Corno, «Gli "scritti sani". Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all'Unità», Franco Angeli, Milano 1992, pp. 31-51.
mercoledì 7 dicembre 2011
Testamento di Luigi XVI° di Borbone-Francia.
Il 25 dicembre 1792, Luigi XVI scrisse il suo testamento. Sarebbe morto il successivo 21 gennaio 1793, sulla ghigliottina.
TESTAMENTO DI S.M. Cristianissima Luigi XVI di Francia
"Nel nome della Santissima Trinità, Padre, Figliuolo, e Spirito Santo. Oggi 25 dicembre 1792. Io Luigi XVI di nome, Re di Francia, chiuso da più di quattro mesi colla mia Famiglia nel Tempio a Parigi da coloro ch'eran miei sudditi, privo di ogni comunicazione qualunque, e dagli undici in qua del corrente, fino colla mia stessa Famiglia implicato di più in un processo, di cui è impossibile prevederne l'uscita a motivo delle passioni degli uomini, e di cui non si trova né pretesto, né mezzi di alcuna legge esistente, non avendo che Dio per testimonio dè miei pensieri, a cui possa rivolgermi: Io dichiaro qui in sua presenza le mie ultime volontà, e sentimenti.
Lascio la mia Anima a Dio mio Creatore, pregandolo ad accoglierla nella sua misericordia, di non giudicarla secondo i suoi meriti, ma da quelli bensì del nostro Signor Gesù Cristo che si è offerto in sacrifizio a Dio suo Padre per noi altri uomini, benché ne fossimo indegni, ed io più di tutti.
Muoio nell'unione della nostra Santa Madre la Chiesa Cattolica, Apostolica, e Romana, che ha la sua Podestà per una successione non mai interrotta dopo S.Pietro, a cui Gesù Cristo l'ha confidata.
Credo fermamente e confesso quanto è contenuto nel Simbolo, i Comandamenti di Dio e della Chiesa, i Sacramenti, e i Misterj come la Chiesa Cattolica gli insegna, e gli ha sempre insegnati. Non ho mai preteso di farmi Giudice nelle differenti maniere di spiegare i dogmi, che dividon la Chiesa di Gesù Cristo, ma sonomi riportato, e mi riporterò sempre se Dio mi dà vita alla decisioni che i Superiori Ecclesiastici uniti alla Santa Chiesa Cattolica danno, e daranno conformemente alla Disciplina della Chiesa costante da Gesù Cristo in poi.
Compiango di tutto cuore i nostri fratelli, che potessero essere in errore, ma non pretendo però giudicarli, e non gli amo tutti per questo di meno in Gesù Cristo, secondo che la Carità Cristiana ci insegna. Prego Dio a perdonarmi tutti i miei peccati: ho cercato scrupolosamente a conoscerli, a detestarli, e ad umiliarmi in sua presenza. Non potendo servirmi del ministero di un Sacerdote Cattolico, prego Dio di ricevere la confessione che gli ho fatta, e soprattutto il pentimento profondo che ho di aver messo il mio nome (benché ciò fosse contro mia voglia) ad atti che possan esser contrari alla disciplina, ed alla credenza della Chiesa Cattolica, alla quale sono sempre rimasto sinceramente unito di cuore. Prego Dio di ricevere la ferma risoluzione in cui sono, se mi dà vita, di servirmi tosto che il possa del Ministero di un Prete Cattolico per accusarmi di tutti i miei peccati, e ricevere il Sagramento della Penitenza.
Prego tutti coloro che potessi aver offesi per inavvertenza (poiché non mi ricordo di aver mai fatto scientemente offesa a veruno) o quelli a cui potessi aver dato cattivi esempj, o scandali di perdonarmi il male che credono possa loro aver fatto. Prego tutti coloro che han carità di unire le loro colle mie preghiere per ottenere da Dio il perdono dè miei peccati.
Perdono con tutto il mio cuore a coloro che si son fatti miei nimici, senza ch'io n'abbia loro dato motivo, e prego Dio di perdonare ad essi, come pure a coloro che per un falso zelo, o per un zelo malinteso mi hanno fatto assai male.
Raccomando a Dio mia Moglie, e i miei Figli, la mia Sorella, le mie Zie, e i miei Fratelli, e tutti coloro che mi sono uniti per vincolo di sangue, o per qualunque altro modo possa ciò essere. Prego Dio particolarmente a volgere un occhio di misericordia sopra la mia Moglie, i miei Figli, e mia Sorella che soffrono da lungo tempo con me, di sostenerli colla sua grazia se venissero a perdermi, e fino a tanto che resteranno in questo mondo peribile.
Raccomando i miei Figli a mia Moglie. Non ho mai dubitato della sua materna tenerezza per essi; le raccomando sopra tutto di farli buoni Cristiani, ed onest'Uomini, di non far loro riguardar le grandezze di questo mondo (se saran condannati a provarle) che come beni pericolosi, e transitorj, e di voltare i sguardi verso la sola Gloria solida, e durevole dell'Eternità: prego mia Sorella a voler continuare la sua tenerezza à miei Figli, e di tener loro luogo di Madre se mai avessero la disgrazia di perder la propria.
Prego mia Moglie a voler perdonarmi tutti i mali che soffre in grazia mia, e i dispiaceri che potrei averle recati nel corso della nostra unione, com'Ella può esser sicura che nulla ho contro di Lei, dov'ella credesse aver qualche cosa a rimproverarsi.
Raccomando vivissimamente à miei Figli dopo quel che devono a Dio che deve andare innanzi di tutto, di essere uniti sempre fra loro, sommessi, ed ubbidienti alla lor Madre, e grati a tutte le cure, e travagli, ch'ella si prende per essi, e per mia memoria. Li prego a riguardar mia Sorella come un'altra lor Madre.
Raccomando a mio Figlio, se avesse mai la disgrazia di esser Re, di pensare che deve tutto se stesso alla felicità dè suoi concittadini, che deve dimenticarsi d'ogni risentimento, d'ogni odio, e segnatamente di quanto ha rapporto alle disgrazie, ed ai dispiaceri che provo, che non potrà fare giammai il bene dei Popoli, fuorché regnando secondo le leggi; ma al tempo stesso che un Re non può far rispettarle, né fare il ben che vorrebbe se non è rivestito dell'autorità necessaria, e che altrimenti legato nelle sue operazioni, e non ispirando alcun rispetto farà più di danno, che di vantaggio.
Raccomando a mio Figlio di aver cura di tutte le Persone che m'erano attaccate quanto le circostanze in cui si troverà gli permetteranno di fare: di pensare ch'è un debito sacrosanto da me contratto verso i Figli, o i Genitori di quelli che son periti in grazia mia, e poscia di coloro che in grazia mia si trovano in uno stato infelice.
So che tra quelli che m'erano attaccati ve ne son molti, che non si sono condotti a mio riguardo, come doveano, e che mi hanno fino mostrata dell'ingratitudine; ma io perdono loro (spesso in momento di agitazione, e di effervescenza non si è padron di se stessi) e prego mio Figlio se ne ha l'occasione a non ricordarsi della loro disgrazia.
Vorrei poter qui attestare la mia riconoscenza a coloro, che mi hanno mostrato un vero attaccamento senza alcun interesse; se da un canto sono stato commosso sensibilmente alla slealtà, e sconoscenza di alcuni, a cui mai non avea dimostrato che bontà, ed essi personalmente, o ai loro parenti, o amici, sono stato dall'alto consolatissimo in vedere l'attaccamento, e l'interesse gratuito da molte persone mostratomi; li prego tutti a gradire i miei ringraziamenti. Nella situazione in cui tuttavia sono le cose temerei comprometterli se mai parlassi più chiaro; ma raccomando specialmente a mio Figlio di indagar le occasioni per poter riconoscerli.
Crederei calunniare ciò non ostante i sentimenti della Nazione se non raccomandassi apertamente a mio Figlio MM. de Chamilly e Huë che il vero loro attaccamento alla mia persona avea portato a richiudersi meco in questo tristo soggiorno, e che hanno creduto di divenire le vittime disgraziate. Gli raccomando ancora Cléry, delle attenzioni del quale ho avuto tutto il motivo di lodarmi dacché trovasi meco, essendo quegli che è restato con me sin alla fine: Prego i Signori della Comune di consegnargli i miei panni, i miei libri, il mio oriuolo, la mia borsa e gli altri piccoli effetti depositati ai Consiglio della Comune.
Perdono ancora volontierissimo a coloro che mi hanno fatta la sentinella i cattivi trattamenti, e malattie con cui han creduto dover usar meco. Ho ritrovato alcune anime sensibili, e compassionevoli; possano esse godere nel loro animo di quella tranquillità che il loro modo di pensare deve ad essi accordare.
Prego i Signori di Melesherbes, Tronchet, e de Séze a qui tutti ricevere i miei ringraziamenti, e l'espressione della mia sensibilità per tutte le cure, e fastidi che si son dati per me.
Finisco con dichiarare innanzi a Dio, e pronto a comparire alla sua presenza, ch'io non mi rimprovero alcun dei delitti che mi si sono opposti.
Dalla Torre del Tempio, li venticinque dicembre dell'anno mille settecento novanta due".
Luigi
lunedì 5 dicembre 2011
Storia della caduta della perla Cristiana d'Oriente(parte 1°):Il Concilio di Firenze e il naufragio dell'unione con l'Oriente.
Bolla d'unione bilingue del 1439 con firma e bolla d'oro dell'imperatore bizantino
tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 1 (1305-1458), p. 587-589.
Il Concilio di Firenze, nel quale i teologi dell'Oriente e dell'Occidente misurarono le loro forze, avevano rimosso sotto il rispetto dogmatico il muro divisorio, che separava la Chiesa greca dalla latina. L'attuazione della comunione ecclesiastica ivi espressa con Roma parve l'unico mezzo per sanare le gravi ferite, di cui aveva a soffrire la Chiesa orientale come qualsiasi altra chiesa particolare strappata dalla chiesa mondiale universale (1) e per dare nuova forza vitale all'impero bizantino.
Ma i Greci presenti a Firenze non poterono far valere in patria quanto avevano accordato: una violenta opposizione si sollevò nel popolo e nel clero contro l'unione. Partendo dal punto di vista greco-nazionale, specialmente il passionato Marco Eugenico e il senza carattere Gennadio, combatterono contro l'unione con una perseveranza e vigoria, che sarebbero state degne di miglior causa. Era nella natura delle cose, che fra clero e popolo gli scritti di questi uomini trovassero maggior eco ed esercitassero influsso più grande, che non le spiegazioni degli amici dell'unione, i quali, dato il fanatico antilatinismo della maggioranza dei Greci, avevano a priori una condizione difficilissima. V'erano, sì, fra i paladini dell'unione ecclesiastica dei dotti distinti; così, avanti tutti, il cardinal Bessarione, che sino alla morte è rimasto campione dell'unione delle Chiese, inoltre Giuseppe vescovo di Metone e Gregorio Mammas (2); ma, come sempre il partito di difesa si trova in svantaggio di fronte a quello di offesa, così anche in questo caso. I prefati uomini egregi non furono in grado di rendere innocue le calunnie degli scismatici e tanto meno perchè il partito d'opposizione contava nelle sue file un combattente, che univa grande abilità e dottrina ad estrema passione. Questo uomo infausto era il ricordato Marco Eugenico. Egli fece tutto ciò che era in suo potere per sollevare monaci, clero e popolo contro la pace ecclesiastica stabilita tra Roma e Costantinopoli. Gli aderenti all'unione furono coperti di scherno e onta, chiamati azimiti, traditori, apostati ed eretici. L'avversione della grande massa del clero e del popolo, pieno di pregiudizi, contro la più lieve traccia d'una comunione ecclesiastica cogli amici della confessione romana crebbe di giorno in giorno, mentre l'imperatore trascurò di dare una solida base all'unione mediante immediata e rigorosa manifestazione del suo volere (3). Trascinati dal sentimento universale, anche molti di quei prelati, che avevano collaborato all'unione in Firenze, adesso si pentirono ed espressero pubblicamente il loro rammarico per essersi lasciati indurre a sottoscrivere il decreto d'unione! L'interno distacco spirituale dall'Occidente era sì profondamente radicato, che sotto queste circostanze l'unione non poteva assolutamente guadagnar terreno. Allorquando il nuovo patriarca di Costantinopoli, Metrofane, procedette con energia contro i passionati nemici dell'unione ecclesiastica, i tre patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme emanarono una forte protesta, comandarono, sotto pena di scomunica, agli ecclesiastici messi in carica da Metrofane, di deporre i loro uffici e minacciarono all'imperatore di non più ricordarlo nella preghiera qualora non si staccasse dagli stranieri dogmi fiorentini (4).
Frattanto la causa dell'unione aveva avuto la peggio anche nella Russia propriamente detta. Dopo la fine del concilio di Firenze pieno delle più vaste speranze il metropolita Isidoro, nella sua qualità di cardinale e legato del Nord (5), aveva da Pola iniziato il suo viaggio verso Mosca. Il 5 marzo 1440 egli incitò da Budapest i Russi e Lituani ad accogliere l'unione; conforme ai decreti fiorentini doveva stabilirsi l'unità nel dogma (dottrina intorno allo Spirito Santo e al primato del papa), rimanendo in compenso intatto il rito greco. In molti luoghi, come a Chelm, Kiew, anche a Smolensk, la saggia moderazione di Roma non rimase senza effetto, ma in parecchi altri la popolazione russa si rifiutò di assistere alle messe del legato pontificio. La vera decisione era a Mosca, di cui Isidoro toccò la terra il 19 marzo 1441. Un giudizio definitivo non può darsi per la ragione, che sugli avvenimenti che seguono non abbiamo se non fonti russe. È tuttavia molto verosimile, che Isidoro abbia fatto troppo basso calcolo delle difficoltà contrarie procedendo anche con soverchia energia. Il granduca Vasili ricevette Isidoro cogli onori competenti al suo grado e lo accompagnò alla chiesa. Appena finita la messa Isidoro fece leggere i decreti fiorentini, che a Mosca non erano ancora conosciuti, la qual cosa gettò il granduca, tutto preoccupato dai pregiudizi greci, in tale eccitazione, che fece imprigionare Isidoro come apostata e condurlo avanti a un tribunale di vescovi e abbati. Prima che questo tribunale desse la sua facilmente prevedibile sentenza, Isidoro riuscì a fuggire il 15 settembre 1441, forse non senza saputa di Vasili, e poichè anche i Polacchi, cattolici bensì, ma dediti al concilio di Basilea, non erano propensi a lui, il cardinale di Eugenio IV se ne tornò in Italia (6). Era andato fallito il tentativo di strappare allo scisma la Russia propriamente detta colla metropoli di Mosca; soltanto la metropoli di Kiew coi suoi vescovadi suffraganei di Brjansk, Smolensk, Peremyschl, Turow, Luzk, Wladimir, Polotsk, Chelm e Halitsch rimasero fedeli all'unione (7). Certo può appena soggiacere a dubbio, che per ignoranza delle condizioni russe Isidoro sia andato avanti con troppa rapidità e precipitazione. Per guadagnare un popolo sì poco istruito e avverso ai Latini come i Russi, sarebbero stati necessarii più lunghi preparativi e maggior prudenza. Quanto più lievi erano stati i successi cogli Slavi, Eugenio IV fece ora sforzi tanto maggiori attorno ai Bizantini. Isidoro fu bentosto incaricato di una nuova missione a Costantinopoli, intorno al quale invio non abbiamo particolari (8): una cosa è sicura: che la causa dell'unione rimase anche là senza speranze.
Forse ancor più svantaggiosamente che l'esempio della Russia operò a Bisanzio sugli umori della gente la notizia della terribile sconfitta dell'esercito cristiano presso Varna (10 novembre 1444): la speranza che l'unione con Roma offrirebbe la liberazione dal pericolo turco, si risolse ora in nulla.
sabato 3 dicembre 2011
Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861): I Funerali di Guglielmo Pepe , i complotti da parte degli zii del Re , e i nuovi disordini in Napoli.
Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.
Guglielmo Pepe.
Il dì 8 agosto, nella Chiesa de' Fiorentini di Napoli, si fecero i funerali al generale Guglielmo Pepe, famoso ribelle del 1820 e 1849; que' funerali delinearono il vero stato di Napoli. Conciosiacchè i rivoluzionarii aveano stabilito recarsi in Chiesa in processione, uscendo di S. Chiara colla bandiera repubblicana di Venezia, in memoria del defunto, il quale avea difesa quella repubblica nel 1849, e con altra bandiera portante il cavallo sfrenato in segno della redenta Napoli. Il Ministro liberale avrebbe tutto permesso, ma temendo sempre che i soldati facessero qualche diavolìo alla vista di quella processione, e di quelle bandiere, proibì queste e permise i funerali.
La Chiesa de' Fiorentini fu parata con emblemi repubblicani, e tante persone nemiche del Pepe, quelle che l'aveano abbandonato in Venezia, quelle che aveano logorato le anticamere de' ministri di Ferdinando II, intervennero a que' funerali, atteggiandosi a rivoluzionarii ed amici del defunto. Io vidi in mezzo agli altri notabili il de Sauget col figlio Gugliemo, il quale smentiva così le proteste di innocenza, che avea stampate circa il suo ritirarsi dall'impresa di Sicilia nel 1848.
Assisteva pure a quel funerale demagogico il Conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone, zio del Re Francesco II. La stampa liberale napoletana lodò sua Altezza reale, che onorava un rivoluzionario disertore. Quella stampa però gli rese un brutto servizio, che io non so se fosse andato a sangue del real Conte, cioè lo paragonò a Filippo d'Orleans égalité,
regicida, il quale votò nella Convenzione nazionale di Francia nel 1792 per la morte del suo benefattore e parente, Luigi XVI, Re di Francia, e che poi lo stesso Filippo d'Orleans, égalité,
fu impiccato dagli stessi rivoluzionari suoi amici.
Il generale Guglielmo Pepe non avea altro merito verso i rivoluzionari, se non quello di avere rivoluzionato l'esercito nel 1820: e pure quella gloria rivoluzionaria non dovrebbe darsi al Pepe, dappoichè costui non fu l'iniziatore di quella rivolta, ma ne profittò e ne seguì la corrente. L'altra gloria rivoluzionaria del Pepe si era di avere abbandonato il corpo di esercito napoletano da lui comandato sul Po, destinato a cacciare i tedeschi dal Lombardo-Veneto. Se non che, Re Ferdinando II fu costretto a richiamare a Napoli quel corpo di esercito, perché i liberali dopo che ottennero la Costituzione si servirono di questa per fare il 15 maggio; ed aveano pure in fretta detronizzato quel sovrano, quando ancora non aveano alcun mandato del popolo. Pepe invece di seguire l'esercito che comandava, disertò, e andandosene a Venezia prese a difendere quella repubblica che poi fu distrutta da' tedeschi nel 1849.
Il Pepe era stato un pessimo militare. Lo storico Pietro Colletta, nella storia del Reame di Napoli al libro ottavo Capo III, descrivendo la battaglia di Rieti, e lo sbandamento dell'esercito napoletano ad Antrodoco, ove era generale in Capo il Pepe, dice di questo generale in capo delle cose poco lusinghiere. Racconta che il Pepe volendola fare da presuntuoso gradasso, attaccò i tedeschi quando non era né il tempo né il luogo; che appena essi si avanzarono, egli, il Pepe, fuggì vilmente lasciando disperso l'esercito nella valle di Antrodoco, e fuggì senza fermarsi né ad Aquila, né a Popoli, né a Solmona; chè nol ritenne il bisogno di riposo o di cibo, ed incalzato sempre della paura giunse il primo a Napoli.
Non son'io che dico tutte queste vergogne del Pepe, è il liberalissimo Pietro Colletta; di quel Pepe, di cui i liberali del 1860 onoravano i funerali come di un prode Generale e benemerito della patria. È troppo vero, la rivoluzione esalta e mette in gran fama non solo i traditori de' Sovrani, ma eziandio la gente più meschina e più vile, purchè le appartenga o la secondi.
I rivoluzionarii dovrebbero mostrarsi meno inverecondi quando ci vogliono costringere ad onorare le gesta o la memoria de' loro eroi:
leggessero prima le storia scritte dai medesimi settarii, e non ritenessero il rispettabile pubblico come una mandria di bestie.
Gli zii del Re, il Conte di Siracusa e quello d'Aquila, faceano a gara a chi avesse potuto meglio opprimere e disonorare il proprio casato. Eglino forse immemori della grande rivoluzione francese del 1789 e de' suoi terribili effetti, imitavano la politica del famoso Filippo d'Orleans égalité,
e della aristocrazia francese, che si unirono a' danni dell'infelice Luigi XVI. Conciosiachè questo Filippo d'Orleans, e l'aristocrazia, prima costrinsero il Re a convocare gli Stati generali, poi fecero lega con la borghesia, e per mezzo di questa, il primo volea impossessarsi del Regno di Francia con qualsiasi titolo, l'aristocrazia per ottenere maggiori privilegi feudali, ed insieme si metteano d'accordo, ottenuto l'intento di sbarazzarsi della nuova alleata ed opprimerla. La borghesia però istruita e pratica delle sêtte giovò a que' signori per acquistare quell'importanza che allora non avea; e quando si vide forte abbastanza, fece quella radicale e terribile rivoluzione, rovesciò aristocrazia e trono, mandò al patibolo il Re, il duca d'Orleans égalité,
assassinò aristocrazia e clero, imperocchè quest'ultimo, se non tutto in parte si era pure alleato a' danni del Re.
Il Conte di Siracusa e quello d'Aquila voleano essere reggenti o vicerè del Regno per mezzo della rivoluzione. Questa, al solito, finché trovò il suo tornaconto li blan dì e lodò: quando poi non ebbe più bisogno di loro, perché forte abbastanza per far da sè, diede un calcio, fece una pertinace persecuzione a quell'Altezze reali, e non li mandò al patibolo perché i tempi non lo permetteano.
Il Conte di Siracusa congiurava apertamente contro il proprio nipote: il suo palazzo alla Riviera di Chiaia era divenuto un club
di giacobini e di cordiglieri, ove intervenivano i Robespierre, i Marat, i Danton in sedicesimo: ivi si congiurava da un Borbone contro i Borboni con la garenzia delle stesse armi borboniche.
Il 4 agosto l'ammiraglio Persano è condotto da Villamarina nel gran palazzo del Conte di Siracusa; costui ricevè Persano con deferenza ed amorevolezza. si dichiara ammiratore delle politica di Cavour, come quella che dovea salvare l'Italia dall'anarchia e dall'intervento straniero. Ei parla con ossequio del Re Vittorio Emmanuele, solo dei principi italiani che si sia mantenuto nazionale, per condurre l'Italia all'unificazione sotto il suo scettro. Conchiuse esser dolente del Re suo nipote, ed amaramente esclama: la colpa è sua. Persano a questo discorso rimane attonito. Il Conte di Siracusa si recò parecchie volte a bordo della nave piemontese la Maria Adelaide
per visitare Persano, e sopra quella nave ammirava e lodava tutto quello che era piemontese, e dicea male di tutto quello che era napoletano, e principalmente contro suo nipote il Re Francesco II. Questo real conte scrisse al Re una lettera, che appresso trascriverò in queste memorie. Con quelle lettera, Egli indegno nepote di Carlo III, si rivela ipocrita e settario: ma il suo disinganno fu terribile.
Tuttavia il Conte di Siracusa non arrecò al sovrano e al Regno tutto quel male che fece l'altro fratello, Luigi, Conte d'Aquila; essendo costui capo della flotta napoletana, la disonorò disertando, e facendola disertare al nemico, fatte poche eccezioni di alcuni uffiziali, e di tutti i marinai. Questo real conte d'Aquila da più anni si atteggiava a Filippo égalité.
Nel 1859, quando D. Liborio Romano era cercato dalla polizia il real conte, lo ascose nella sua villa di Posilipo. Fu egli che assieme agli altri sospinse il giovine sovrano a dare quella inopportuna Costituzione proclamata il 25 giugno 1860. Fu egli, che credendo D. Liborio ligio a' suoi voleri ed ordini, il sollevò al Ministero dell'interno, e gli creò quella potenza che poi facea tremare la stessa Corte. Ma D. Liborio, afferrato il potere, sentendosi forte abbastanza, cominciò a rivoltarsi contro il suo protettore ed insidiarlo, come quegli che volea liberarsi da un inciampo alle sue evoluzioni rivoluzionarie.
Il Conte d'Aquila si accorse, ma tardi, del mal fatto proteggendo D. Liborio, e dell'abisso che avea scavato sotto i suoi piedi. Per la qual cosa, cercò di riparare. Radunò armi ed armati, corse al Re e lo persuase a chiamare il Marchese Ulloa e il fratello Girolamo per formare un ministero liberale e dinastico, porre Napoli in vero stato di assedio, sciogliere la polizia de' camorristi capitanata da D. Liborio, di rifare la guardia nazionale, e cacciare da Napoli tutti quelli che aveano passaporto piemontese. Egli era cotesto un vero colpo di Stato.
Il Conte d'Aquila credeva vicino il suo trionfo, e commise il grande errore di confidare i suoi disegno al ministro de Martino che credea suo amico. Costui svelò tutto a D. Liborio, il quale giudicando che quel colpo di Stato sarebbe stata la sua rovina, e quella della rivoluzione unitaria italiana, corse frettoloso al Re, e gli scoperse tutte le trame di suo zio, il Conte d'Aquila, Gli disse di aver sequestrato armi ed arnesi di guerra de' quali il Conte dovea servirsi per rovesciare il trono e dichiararsi Reggente del Regno: e gli fece vedere centinaia di fotografie del medesimo Conte la fascia sul petto segnata dalla parola Reggente.
D. Liborio, non sicuro ancora della vittoria, chiamò a conciliabolo tutti i ministri ed espose il pericolo che li minacciava e propose di esiliare il Conte d'Aquila. I ministri considerando il pericolo che correvano assieme a tutta la rivoluzione, già da essi bene avviata, decretarono l'esilio del real Conte. Quel decreto fu presentato al Re per essere da lui approvato. Francesco II, memore di tutto quello che si era detto contro suo padre nel 1849, si contentò di perdere piuttosto l'occasione di salvarsi, anzi che rigettar quel decreto degno della Convenzione nazionale francese. Quindi diede la sua sanzione sovrana.
L'ordine di partire fu comunicato al Conte d'Aquila dal ministro Garofalo, creatura del Conte stesso; ed era in quel decreto la clausola di arrestarlo ove non ubbidisse.
D. Liborio, facendo uso di tutto quel potere che avea nelle sue mani, interdisse al Conte al vista del Re, temendo che gli potesse tuttavia nuocere. Il Re, forse non convinto della reità dello zio, gli scrisse il 13 agosto una lettera affettuosa di commiato, e questi rispose dal legno ove si trovava imbarcato protestando innocenza e sensi di devozione al Re, e alla patria italiana.
Vero peccatore, ostinato, ancora Patria italiana!
Il real Conte, o non lo capì, o non volea capirlo d'onde venisse la sua rovina e quella della sua famiglia. Il Giornale uffiziale,
all'uso dei governi rivoluzionarii che mai non dicono la verità, il 14 agosto pubblicò che il Conte d'Aquila si recasse a Londra per una missione.
Lo stesso giorno 14, con ordinanza del Comandante della Piazza, generale Ritucci si proclamò lo stato di assedio, ma per guarentigia della rivoluzione, e non per tutelare l'ordine pubblico, imperocchè era il Ministero che temeva continuamente di essere abbattuto dalla reazione.
Il Ministro Pianelli, o Pianell come oggi si fa chiamare per le ragioni che tutti sanno, divenuto ad un tratto da terrorista qual'era, tenero delle libere istituzioni, ingiungeva ai soldati di stringersi fraternamente alla Guardia nazionale, e proteggere il nuovo ordine di cose. Egli intanto non vedea e non badava di vedere la sfacciata propaganda che si facea in Napoli per corrompere i soldati e farli disertare al nemico. Giornali, opuscoli, libercoli, tutti predicavano la diserzione del soldato come una virtù patria. Il Tenente De Benedictis, un Marsilli, l'Ayala, scrivevano e pubblicavano libelli secondo il bisogno, e il Fisco non trovava nulla da condannare. Solamente i funzionarii pubblici di allora comprimevano anche i sospiri de' così detti reazionarii, i quali erano in realtà i veri amici del Re e dell'ordine pubblico.
La setta tenea pubblica bottega conosciuta da tutti, ove si dispensava denaro e promesse per acquistar soldati e sott'uffiziali dell'esercito: il solo D. Liborio, Ministro dell'interno, e Pianelli Ministro della guerra non aveano occhi per vedere quella pubblica indegnità.
Vi erano delle adunanze degli uffiziali dell'esercito, i quali faceano di tutto per demoralizzare i soldati e non farli battere contro il nemico. Questi uffiziali osarono presentare al Ministero della guerra una petizione firmata onde si persuadesse il Re di lasciare il regno senza muover guerra a Garibaldi. Il Pianelli che dovea subito arrestare e mettere sotto consiglio di guerra que' felloni e vili uffiziali, si contentò di respingere quella petizione, e la respinse forse perché il tempo non gli sembrava ancora propizio di agire in conformità de' petenti. Or io sarei tanto indiscreto di chiedere al sig. generale Pianelli, oggi a capo di uno de' cinque comandi generali dell'Italia; che cosa fareste ora se vostri subalterni militari vi presentassero, non dico una petizione simile a quella che vi presentò la melma degli uffiziali napoletani, ma qualunque preghiera opposta alla disciplina e alla lealtà militare? Sono sicurissimo che fareste subito arrestare i petenti mettendoli sotto consiglio di guerra, com'è vostro assoluto dovere, e di qualunque duce. E perché non usaste lo stesso rigore quando eravate Ministro della guerra di Re Francesco II nel 1860? Vi prego, sig. generale, di non rispondere colle solite frasi di patriottismo, e di circostanze e tempi diversi, vuote di senso per un vero militare. Dite francamente ch'eravate traditore e settario. Voi lo sapete meglio di me, che un soldato leale non deve far mai di politica qualunque siano i governi, i tempi e le circostanze. Un leale soldato, se volesse far di politica che non fosse quella del governo che serve, fosse questo ancora quello del crudele Nerone, si dovrebbe dimettere, ma in tempo di pace.
Per voi, sig. generale Pianelli - a cui non si può negare né istruzione né coraggio - non si può del pari ammettere alcuna giustificazione circa la vostra vita politica e militare del 1860, sarà questa registrata nella storia di quel tempo con tinte e qualifiche incontestabili.
Il Piemonte avea nel porto di Napoli delle navi con due battaglioni di bersaglieri a bordo, sotto pretesto di tutelare i sudditi sardi. Il 20 agosto sbarcarono da quelle navi una gran quantità di bersaglieri ed uffiziali, e si diedero a predicare le beatitudini che sarebbero per venire al Regno di Napoli, appena si proclamerebbe l'annessione al Piemonte.
Que' bersaglieri uniti a molti rivoluzionarii facean di più, cioè quando vedeano i soldati napoletano li sberteggiavano. Sul ponte della Sanità avendo incontrato sei tiragliatori della guardia, come aveano per costume, cominciarono a canzonarli: però i tiragliatori non soffrirono l'insulto, cavarono le daghe e diedero addosso a bersaglieri piemontesi ed a quelli che li accompagnavano. I bersaglieri furono difesi da' Camorristi; ma furono tutti ben picchiati e malconci; si salvarono con la fuga lasciando due de' loro feriti, ed un Camorrista mezzo morto. In quel tafferuglio accorsero le guardie nazionali, simulando di far da pacieri, ma diceano a' piemontesi: date, date a questa carne venduta.
Così chiamavano i proprii connazionali, i coscritti napoletani.
I feriti Sardi furono condotti all'ospedale. i due tiragliatori napoletani lievemente feriti, quelli che avean tolta una daga a' bersaglieri, furono arrestati e condotti alla Granguardia. A Cavour dispiacque questa zuffa, perché egli desiderava attirar questi alla causa del Piemonte. Villamarina significò al Persano per parte del Conte di Cavour «che sarebbe stato meglio non far scendere i bersaglieri a terra,». Nel medesimo tempo
spiccò il seguente telegramma al Cavour: «Bersaglieri scesi a terra, in piccolo numero, assieme alla divisione che andava in permesso, di cui fan parte.
Era utile, perché prendessero pratica della Città pel caso di sbarco.
V. E. viva tranquilla, non sarò mai io che la comprometterò.»
Intanto il Villamarina in qualità di Ministro Sardo accreditato presso Re Francesco II, chiese clamorosamente soddisfazione dell'infame
attentato contro i bersaglieri piemontesi, e il Ministero liberale diede a' due feriti sardi ventimila lire. Suppongo che questi due feriti abbiano benedette le mazzate napolitane.
Il Ministro della Guerra Pianelli mandò Moschitti alla Granguardia, creato allora giudice per processare i tiragliatori, e schiccherò un ordine del giorno lodando que' bersaglieri piemontesi quali eroi di Palestro e S. Martino.
(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).
venerdì 2 dicembre 2011
Ciro Menotti: Da Duchista a terrorista.
Ciro Menotti.
Ciro Menotti (Carpi, 22 gennaio 1798 – Modena, 26 maggio 1831[1]) , per la storiografia ufficiale descritto come una figura di rivoluzionario impavido e di eroe romantico(cosa che vedremo bene non era), sarebbe diventato nella coscienza dei terroristi e sovversivi italiani dell'Ottocento un grande patriota: anche l'"iperitaliano" Giuseppe Garibaldi volle usare il suo cognome come nome per il proprio figlio primogenito. In questo senso fin dalle prime classi delle scuole si parla del suo fantomatico sacrificio e si legge la sua lettera alla moglie piena di buoni sentimenti e amor patrio(una marea di nauseanti farneticazioni degne di un folle).
La storiella che vede protagonista il "povero" Ciro Menotti tradito dal Duca di Modena Francesco IV° D'Asburgo-Este la conosciamo ormai tutti bene o male, ma come la "buona" retorica risorgimentale ci ha insegnato fino a ora si tratta dell'ennesima leggenda messa in piedi ad arte per screditare i veri buoni , osannando i veri cattivi.Ho voluto distinguere i "veri buoni" dai "veri cattivi" perché oggettivamente o si agisce per una buona causa , che garantisce reali e concreti guadagni per tutti, oppure si agisce guidati da folli idee che portano al guadagno di pochissimi e allo sconvolgimento e alla miseria di molti.Ma allora qual'è la vera storia di Ciro Menotti , e il conteso in cui gli eventi si svolsero?, ve la racconterò così come fu:
Francesco IV° D'Asburgo-Este e Maria Beatrice di Savoia.
Quando Francesco IV° D'Asburgo-Este e Maria Beatrice di Savoia il 15 Luglio 1814 avevano fatto il loro ingresso trionfale in Modena , fra la folla osannante c'era anche un ragazzo di sedici anni , già convinto Duchista e poco dopo Tenente della Guardia Urbana Estense.Il suo nome era appunto Ciro Menotti . Ricordava Giuseppe Bayard De Volo, direttore del quotidiano Modenese "Il diritto Cattolico": "Al ristaurarsi della dinastia Estense non esitò egli di aderirvi con entusiasmo , a tal chè fu notato tra quelli che al giungere in Modena del Duca Francesco IV° ne staccarono i cavalli e trassero il cocchio alla Reggia".Nato nel 1798 a Migliarina di Carpi da una famiglia di imprenditori , Ciro in età adulta divenne a sua volta imprenditore di successo e la brillante posizione economica raggiunta gli consentì l'accesso ai più prestigiosi salotti dell'Aristocrazia e ben presto alla stessa Corte. Continuò ad essere convinto sostenitore della politica Ducale fino al 1821, quando, per questioni di affari , ebbe l'occasione di entrare in contatto con Antonio Lugli , vecchio Giacobino del 96, fanatico rivoluzionario e convinto Repubblicano. Fra i due si instaurò da subito una cordiale amicizia, fatta soprattuto di accese discussioni politiche. I frequenti scambi di opinioni con Antonio Lugli finirono però poi per influenzare il giovane Ciro, che infine si ritrovò liberale convinto e clandestino membro della Carboneria.
Nel 1835 Antonio Lugli finì in carcere , inquisito per la sua appartenenza alla Giovine Italia di Mazzini e nei manoscritti che gli vennero sequestrati furono ritrovati appunti sulle sue idee politiche , perfetto specchio dell'illuminismo ateo e sovversivo che alimentava le rivoluzioni di quei decenni:"Il solo sistema che possa preservare le Nazioni dalli due estremi, del dispotismo e dell'anarchia, è un sistema fondato sopra la ragione sola umana senza alcun rapporto con Dio...".
Ciro Menotti era invece era stato arrestato già nel 1821 per avere divulgato, fra i soldati Ungheresi di passaggio a Modena diretti a reprimere una rivolta scoppiata nel Regno delle Due Sicilie, il proclama Latino in cui li si invitava ad astenersi dal portare aiuto agli "oppressori".Negli anni successivi ebbe modo di stringere amicizia con l'avvocato Enrico Misley, regista della congiura Estense, e cominciò a dedicarsi con sempre maggiore fervore a quelle attività illegali, clandestine e rivoluzionarie che Francesco IV° aveva pubblicamente e ripetutamente condannato e per la pratica delle quali aveva con chiarezza indicato , quale unica adeguata pena, la condanna capitale.
Nonostante in apparenza fosse stato l'antico ordine , in realtà le idee sovversive della rivoluzione Francese si erano radicate in molti animi, avevano indebolito in modo inreversibile le Monarchie e la Chiesa e non sarebbero state cancellate mai più.Scriveva De Bonald nel 1817: "La Francia come trascinata da un furore sovrumano , ha inviato i suoi condottieri, i suoi soldati e i suoi principi alla lotta per l'estinzione di ogni verità, per il rovesciamento di ogni ordine, e minacciato l'universo civilizzato di un ritorno allo stato selvaggio. Il potere dell'anarchia è stato detronizzato, gli eserciti dell'ateismo non esistono più, ma gli esempi sopravvivono ai successi e principi agli esempi.Una generazione è stata educata nell'odio per il potere e nell'ignoranza dei doveri; essa trasmetterà ai tempi futuri la tradizione funesta di tanti errori accreditati , il ricordo contagioso di tanti crimini impuniti...". Francesco IV° ne era perfettamente consapevole e, da almeno un decennio , si adoperava nella stesura di disposizioni legislative in difesa dell'ordine interno e della pubblica sicurezza e, in particolare , nella repressione delle società segrete, organizzazioni sovversive capillarmente diffuse soprattutto in Italia e in Francia, ognuna con un proprio preciso scopo e uno specifico piano d'azione , in costante collegamento fra loro. La Carboneria ad esempio aveva il proprio centro a Reggio, manteneva stretti contatti con la Società dell'Italiana Emancipazione, aggregata al Comitato Rivoluzionario Cosmopolita di Parigi, e andava in quel periodo preparando una vasta ed organica insurrezione che, dal Ducato Estense, doveva propagarsi poi a Parma , a Piacenza e nelle Legazioni Pontificie.Gli Adelfi lavoravano specificatamente per cambiare le forme di governo degli Stati Italiani, mentre i Sublimi Maestri Perfetti tenevano fin dal 1818 collegamenti con analoghe associazioni in Piemonte , a Bologna e a Parma.
Per cercare di contrastare l'esorbitante crescita di questi movimenti Francesco IV° il 21 Settembre 1820 aveva emanato un decreto che inaspriva le pene per i reati di lesa maestà in primo grado: chi fosse stato incriminato e riconosciuto colpevole di tale delitto doveva essere condannato alla pena di morte "non disgiunta dalla più rigorosa esemplarità secondo le circostanze di sì infamante delitto" e della confisca "dè beni di qualunque specie e natura". Il 14 Marzo 1821 il Duca aveva poi istituito il Tribunale Statario, una speciale Mgistratura competente in modo specifico a giudicare i delitti "gravemente perturbanti la pubblica sicurezza e tranquillità", punibili con la "apprensione alla forca". La sentenza emessa da un Tribunale Statario era considerata definitiva, tuttavia il condannato poteva chiederne una revisione davanti ad una sezione del Consiglio Supremo di Giustizia che , qualora avesse riconosciuto fondato il ricorso, avrebbe rimandato la sentenza ad un nuovo Tribunale Statario . La sentenza doveva poi essere ratificata personalmente dal Duca , che poteva eventualmente decidere di concedere la grazia.
La rivolta che costò, in base alle suddette leggi, la vita a Ciro Menotti, era stata organizzata a Modena per il giorno 5 Febbraio 1831. Si pensava di irrompere a Palazzo , approfittando dell'esiguo numero di guardie che normalmente controllavano gli ingressi, costringere il Duca a concessioni, senza risparmiargli la vita qualora si fosse rifiutato , prendere in ostaggio la sua famiglia , quindi allargare l'insurrezione agli altri Stati. Ciro Menotti con una lettera informava Enrico Misley il 28 Gennaio:"...il movimento è immancabile e disposto tutto bene che non temo ormai più dell'esito, nè qui, nè in Romagna, nè in Toscana.Parma ci seguirà il giorno dopo. Io non dormo , non mangio. Sono in continuo moto. Insomma, Lunedì sarà prontò...".Il 3 Febbraio il Duca , venuto a conoscenza del piano grazie al suo fedele segretario Gaetano Gamorra che aveva intercettato una lettera scritta con l'inchiostro simpatico dallo stesso Menotti, fece arrestare il rivoluzionario Nicola Fabrizi, gesto che spinse i cospiratori adecidere di anticipare l'insurrezione a quella stessa notte. Nella sera del 3 Febbraio una cinquantina di rivoltosi si trovarono clandestinamente riuniti nella casa di Ciro Menotti, in Corso Canalgrande. Francesco IV° decise di intervenire guidando personalmente le truppe Estensi nella spedizione che avrebbe sgominato la rivolta.
Raggiunse Maria Beatrice nei suoi appartamenti per quello che avrebbepotuto essere un estremo saluto. Poichè il subbuglio era stato avvertito in tutto il Palazzo , Francesco IV° trovò negli appartamenti della Duchessa tutti coloro che erano andati a cercarvi rassicurazioni: i figli , le dame di corte, le domestiche. Con volto sereno per quanto concesso dalle circostanze e tono mesto ma speranzoso, ella cercava di portare conforto. Porgendo al consorte una reliquia del Sacro Leggno della Croce gli disse "questa ti salverà".
Tra il pianto delle dame, il rumore spaventoso degli spari, il timore che uno di quegli spari avrebbe potuto rendere vedova lei e orfani i suoi figli , Maria Beatrice pregava con il Rosario fra le mani, interrompendosi solo per portare quel poco di conforto che poteva ai tanti cuori spaventati di quella notta angosciante.
Nel frattempo , in casa Menotti si sentiva bussare alla porta: era il Duca in persona, accompagnato da Cesare Galvani , dal Principe di Canosa, dagli ufficiali Sterpin, Coronini, Stanzani e Guicciardi, e da alcuni soldati. Fu proprio il Duca a gridare dalla strada , dopo avere ordinato ai suoi uomini di cessare il fuoco:" Sono Francesco quarto Sovrano, arrendetevi e potrete sperare. Ma se resistete sarete uccisi dai miei soldati". Seguì una pausa di silenzio che sembrava preludere alla resa, ma poi la porta di casa Menotti si aprì e l'unica risposta che i visitatori poco graditi ricevettero fu una nutrita fucileria , che costò la vita a due soldati, un Dragone e un Pioniere. Francesco IV° ordinò di circondare la casa e di far avanzare un cannone che , con soli due colpi , decise le sorti del tafferugglio. Ciro Menotti cercò di fuggire dal tetto calandosi con una fune , ma venne lievemente ferito ad una spalla e catturato dal Maresciallo Pioppi.
Le conseguenze della Congiura Estense si estesero a tutto il Ducato e la Famiglia Reale non potè più considerarsi al sicuro . Francesco IV° aveva già provveduto a chiedere al Taresciallo Frimont rinforzi dalla Lombardia, ma non gli erano stati accordati , dal momento che, in quegli stessi giorni, si temevano sollevazioni anche nel Lombardo-Veneto, così decise di porre in salvo la propria famiglia con un temporaneo trasferimento nella vicina Mantova e , nella notte fra il 6 e il 7 Febbraio 1831, venne organizzata la partenza.
Il Duca procedeva a cavallo al fianco della carozza dove viaggiavano Maria Beatrice e i figli, seguiti dalla corte. Con i Sovrani partivano Cesare Galvani, il Principe di Canosa, il Conte Riccini , il Marchese Filippo Molza, ministr delle Finanze, Gaetano Gamorra, segretario del Gabinetto Ducale, in un triste convoglio di circa venti cocchi che procedeva a passo lento, nell'oscurità , preceduto e seguito da due guardie armate. Erano le nove di una sera fredda e uggiosa. Una minuta pioggia mista a nevischio aggiungeva freddo al freddo dei cuori che lasciavano Modena. Nessuna stella a rischiarirli. Ciro Menotti, ammanttato , viaggiava al seguito della Corte, su un piccolo calesse, mezzo coperto , tirato da un cavallo. Giunto a Mantova sarebbe stato rinchiuso nel carcere di San Sebastiano, poi nelle prigioni del castello di San Giorgio.
Monsignor Giuseppe Baraldi , schieratosi apertamente a fianco del Duca in sieme agli altri collaboratori delle Memorie di Religione , Morale e Letteratura, ebbe problemi a Modena: dovette sospendere la pubblicazione della rivista e abbandonare la città , pubblicamente accusato di Sanfedismo. Nella notte tra il 23 e il 24 Febbraio raggiunse Firenze dove fu ospitato da Monsignor Giovanni Fortunato Zamboni.
Narra il Sacerdote Severino Fabriani: "Le massime tristissime d'irreligione e d'immoralità diffuse in mille libri d'insegnamento e di diritto, producevano finalmente quell'amarissimo frutto, che da lunga stagione i saggi, o non ascoltati o non creduti, andavano preannunziando. L'Europa intera minacciata si vedeva di què terribili sconvolgimenti che lasciano eredi d'inconsolabile pianto e d'interminabili sciagure tanto i cittadini pacifici, quanto i miserissimi autori delle rivoluzioni: e già in molte parti il tadimento, l'assassinio , la ribellione e la guerra civile flagellavano i popoli. Ahi che purtroppo lo spirito nequissimo della rivolta portò pure in questa diletta nostra Patria la desolazione ed il lutto! Io non asacerberò una piaga profonda dell'animo dicendo nè di quella orrenda notte(3 al 4 Febbraio 1831) che destinata era all'eseguimento dell'iniquo attentato, nè di quell'infausto giorno (5 detto)in cui questa città rimaneva priva della presenza dell'ottimo suo Principe e Padre" e aggiunge come Monsignor Baraldi, pur essendosi ritirato ad una vita strettamente privata fatta di solo studio e preghiera fu costretto a lasciare la città: "Nella notte dal 22 al 23 cartelli di morte affissi vennero alle porte di parecchi innocenti cittadini che vivevano unicamente intesi allo studio, all'orazione ed alle cure di una vita individuale , quasi fossero essi macchinaori di turbolenza; e nell'altra poi ancora più trista una turba furiosamente scorrente la città fu udita con dolore estremo e fremito di tutti i buoni , gridare morte, morte al Baraldi. Infelici!Non conoscevano essi cui perseguissero, e rinnovavan così la fatale imprecazione degli sciagurati sopra l'uomo giusto...Il giorno seguente accompagnato da un amoroso discepolo, il dott. Annibale Vandelli, che la sera innanzi con sollcita e dolorosa cura avvisato lo aveva dell'istante pricolo, partiva Giuseppe da questa città, che con indignazione e dolore mirava l'ingrata mercede resa ad un tanto suo figlio , il quale sopra i suoi persecutori rinnovava frattempo la preghiera di Gesù in Croce".
Francesco IV° intanto si recò a Vienna per chiedere rinforzi direttamente all'Imperatore Francesco I° e il mese successivo potè rientrare in Italia alla testa di una divisione ditruppe Imperiali. Il 2 Marzo dal castello del Catajo pubblicava un proclama per annunciare che sarebbe rientrato nei suoi Stati "coll'aiuto di Dio in mezzo alle fedeli sue truppe, sostenute da quelle che S.M. l'Imperatore, augusto capo della sua famiglia, aveva mandato in suo soccorso". Dichiarava nulli gli atti del governo usurpatore e faceva appello all'attaccamento e alla fedeltà dei suoi amati suditti.
Il 9 Marzo 1831 faceva il suo ingresso nella capitale Estense, accolto da universale entusiasmo. Lo accompagnava ancora il Principe di Canosa che, per la fedeltà dimostrata durante i moti e per il notevole contributo dato nello sventarli, fu nominato Consigliere privato del Duca.
Il 23 Aprile il Tenete Stanzani ricondusse a Modena Ciro Menotti che venne chiuso nelle carceri dell'Ergastolo. Quella sera stessa egli tentò il suicidio con una dose di veleno che teneva nascosta nella fodera del berretto , ma fu scoperto dal custode Bosselli e riuscì ad assumere solo una piccola quantità, quindi fu colto da accessi maniaci seguiti da assopimento, fu sottoposto a una visita medica , ma sopravvisse e dovette affrontare il processo. Il 9 Maggio 1831, il Tribunale Statario militare condannava Ciro Menotti alla morte sulla forca, con l'accusa di macchinazioni in unione con i rifugiati del comitato Italiano in Francia. Dal Catajo , il giorno 21 dello stesso mese , il Duca apponeva la sua firma di approvazione della sentenza, che venne eseguita la mattina del 26, mediante impiccagione nella fortezza della Cittadella. Insieme a Ciro Menotti moriva Vincenzo Borelli , il notaio che il 9 Febbraio 1831, dopo la partenza del Duca , na aveva vergato l'atto di decadenza , nominando un dittatore , nella persona di Biagio Nardi.
Francesco IV° scrisse al presidente del Tribunale Statario Pier Ercole Zerbini una lettera contenente le istruzioni per la confisca dei beni dei condannati, prevista dalla legge, ma condotta dal sovrano con indubbia clemenza: "Considerando che l'uno(Borelli, nda) lasciò una vedova e l'altro(Menotti, nda) una vedova con figlie volendo noi provvedere al mantenimento sufficiente delle vedove ed all'educazione dei figli vogliamo che dalle sostanze confiscate venga prelevato quanto occorra a questo duplice oggetto e , ben lungi dal volere appropriarci di cosa alcuna della confisca di questi due disgraziati a pro del nostro Erari, vogliamo che, pagate passività , l'avanzo sia impegnato in primo luogo al mantenimento delle vedove e al mantenimento e buona educazione dei figli , destinando tutto il rimanente ai poveri".
Immaginetta risorgimentalista raffigurande Ciro Menotti il giorno della sua esecuzione, si nota come sia stato fatto passare come il povero martire tradito e ucciso dal "tiranno", ma oggi come allora si sà che in realtà non era niente di tutto ciò.
A seguito della rivolta piemontese del 1821, Carlo Felice di Savoia, allora ospite a Modena di Francesco IV°, pensò di togliere a Carlo Alberto il diritto di succedergli al trono e passarlo a Francesco IV°, di ciò ne scrisse nel carteggio che, anche nei periodi successivi al suo ritorno a Torino, intrattenne con Francesco IV°. Fu Francesco IV° che insistette con Carlo Felice sulla necessità del perdono a Carlo Alberto e a lasciarlo erede al trono sabaudo. Commento quindi con un deciso scetticismo all'idea che rinunciando alle ambizioni di espansione del suo potere nel 1821, cambiasse poi a 180° la sua politica dieci anni dopo mettendosi in combutta con i Carbonari .Ulteriore documento a sostegno di questa ipotesi è la relazione del convegno dei capi di stato e di governo a Lubiana, nello stesso anno (1821) ove si decise la reazione ai moti Piemontesi e Napoletani.Venendo alle relazioni tra il duca e Menotti, i documenti esistenti portano ad una interpretazione degli stessi all'interesse che Francesco IV° nutriva per le innovazioni tecnologiche nell'economia (i Menotti erano imprenditori) e nel suo interesse a conoscere i piani dei carbonari per poterli prevenire e bloccare, tutto qua. L'idea del complotto con la protezione del duca fu espressa dal Misley parecchio tempo dopo i fatti(sembra che il Misley non fosse molto considerato nell'ambito della Carboneria e questa azione potrebbe essere stata un tentativo di recuperare credito ed ottenere aiuto nelle sua condizione di esiliato).
Concludo che i maggiori storici sugli eventi modenesi(Chiappini ed Amorth, innanzitutto) non credono per niente al complotto così come fu riportato dalla propaganda risorgimentale; restano poi i carteggi tra Francesco IV° e Carlo Felice e quello tra Francesco IV° e Carlo Alberto quali testimonianze della mancanza assoluta del duca di Modena di mire espansionistiche ai danni del Piemonte.
Ennesima immagine di propaganda risorgimentalista raffigurante Ciro Menotti.
Fonti:
In esilio con il Duca(La storia esemplare della Brigata Estense)Elena Bianchini Braglia.
Archivio di Stato di Modena.
Scritto da:
Il Principe dei Reazionari.
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