martedì 8 novembre 2011

Le Pasque Veronesi:Quando Verona insorse contro Napoleone (17-25 aprile 1797).



Col nome di «Pasque Veronesi», per analogia con i Vespri Siciliani, fu chiamata l'insurrezione generale della città di Verona e del suo contado, scoppiata il 17 aprile 1797, lunedì dell'Angelo. Tra le innumerevoli insorgenze che dal 1796 al 1814 costellarono l'Italia e l'Europa occupate da Bonaparte e che esprimevano il rigetto da parte delle popolazioni dei falsi princìpi della rivoluzione francese, imposti con le baionette, la sollevazione di Verona è certamente la più importante in Italia, dopo la Crociata della Santa Fede del 1799, con la quale il Cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria e i contadini del Mezzogiorno riconquistarono un intero Regno ai Borboni di Napoli.


1 - Verona e la Serenissima prima della Rivoluzione

Dopo aver ucciso il proprio legittimo Sovrano, Luigi XVI, sterminata la sua famiglia e fatto perire nel carcere della Torre del Tempio il Delfino all'età di dieci anni, abbattuta la monarchia, perseguitati il culto e la religione cattolica, la Francia rivoluzionaria, già ubriaca dei massacri del Terrore, si avventura in una serie di guerre con le altre Potenze europee. Le orde rivoluzionarie, guidate dalle sette anticlericali più tenebrose, prima fra tutte dalla massoneria, sono ansiose di esportare in tutto il mondo l'odio contro la Chiesa e di rovesciare le tradizionali Istituzioni sacrali, sia civili che religiose, alle quali i popoli erano attaccatissimi.

Gli Stati italiani e la Repubblica aristocratica di Venezia conoscevano purtroppo allora una triste decadenza morale: gran parte del patriziato, ombra di quello che aveva affrontato e vinto tante volte il Turco, era infiltrato dai principi libertari e libertini della Rivoluzione Francese; indifferente alla religione, imborghesito, disinteressato del bene pubblico, spessissimo affiliato a logge massoniche, nelle quali si contavano moltissimi professionisti ed anche sacerdoti e vescovi. Solo il popolo e buona parte del clero (specie basso) erano rimasti refrattari alle idee illuministe e secolarizzanti che provenivano d'Oltralpe: la loro commovente fedeltà all'ordine tradizionale, civile e religioso, ricevuto quale preziosa eredità dai propri padri e da essi difeso anche a costo della vita (si contano a centinaia di migliaia gl'insorgenti caduti durante la parabola napoleonica dal 1796 al 1814) rifulge nelle sollevazioni controrivoluzionarie che costellarono da un capo all'altro la Penisola e delle quali i manuali scolastici di storia non fanno parola. Nel sostanziale tradimento del proprio glorioso passato da parte delle classi dirigenti di allora sta la spiegazione della dissoluzione della millenaria, gloriosa Repubblica di Venezia.

Verona, tuttavia, si discosta alquanto da questo quadro poco confortante. La città, sul finire del secolo XVIII, conta all'incirca 50.000 anime, che raggiungono le 230.000 comprendendovi anche la provincia. Un moderato benessere economico è diffuso anche nelle classi sociali meno abbienti, favorito da quasi cinquant'anni ininterrotti di pace. Il patriziato veronese, proprietario di cospicui fondi nel contado, migliora le condizioni di vita delle campagne, mentre in città l'antica e celebre industria della seta è ricercata e produce soprattutto per l'estero.

L'amplissima autonomia amministrativa e giurisdizionale di cui gode Verona e la irrisoria pressione fiscale non fanno che accrescere il filiale affetto delle popolazioni verso la Serenissima. La concordia tra le varie classi sociali e lo spirito religioso, straordinariamente radicato in tutti i ceti, completano il quadro di una società ordinata e pacifica, naturalmente ostile alle inaudite idee che dalla Francia giacobina stanno contagiando anche l'Italia Settentrionale. Anche a Verona, infatti, la massoneria - principale istigatrice della sovversione - cerca aderenti, ma gli affiliati sono pochi e presto l'attenta e discreta vigilanza degli Inquisitori di Stato - forse l'unica magistratura veneziana ancora efficiente ed all'altezza del suo glorioso passato - ne scopre le trame tenebrose, smantellando le logge e disperdendone i membri.

La pressoché assoluta partecipazione popolare alle pratiche cattoliche, un clero ancora immune dall'infezione rivoluzionaria, la presenza di numerosissime confraternite laiche in tutto il territorio impediscono l'affermarsi dell'eresia giansenista, i progressisti di allora, fautrice delle idee sovversive di Francia.
Proprio pochi anni prima delle Pasque Veronesi ricevono la loro formazione religiosa giganti della fede cattolica quali San Gaspare Bertoni, futuro fondatore degli Stimmatini, il Servo di Dio Don Pietro Leonardi, il Beato Carlo Steeb e la marchesa Santa Maddalena di Canossa, appartenente ad una delle più antiche ed aristocratiche famiglie cittadine, che fonderà nel secolo a venire l'Ordine delle Figlie della Carità, mentre a reggere la Cattedra di San Zeno si trova già dal 1790 il patrizio veneziano ex-gesuita Gianandrea Avogadro, profondamente anti-giansenista e vivace oppositore della dissolutrice filosofia sociale illuminista. Insomma, come riferiva alla Dominante il 25 gennaio 1795 il marchese Francesco Agdollo, un agente segreto inviato a Verona per controllare e relazionare sulla presenza tra le mura scaligere del Conte di Lilla, futuro Luigi XVIII Re di Francia: "Nessuna notizia da questa città, il buon ordine, una senza simile popolazione fa apparire essere questa la sede della tranquillità".


2 - L'invasione napoleonica

Nel marzo del 1796, Napoleone Buonaparte, un oscuro ufficiale còrso (favorito dell'amante di Barras, allora capo del Direttorio francese) già distintosi qualche mese prima nel cannoneggiamento della folla parigina, giunge al comando dell'armata d'Italia, incaricato di aprire un fronte secondario, rispetto a quello del Reno, contro l'Austria Imperiale.

Le insospettate doti del Bonaparte, la sua spregiudicata condotta militare (disprezzo della parola data e delle regole cavalleresche che fino ad allora disciplinavano la guerra, ricorso all'oro pur di corrompere i generali avversari, saccheggio sistematico dei territori occupati anche se neutrali, mantenimento e alloggiamento delle truppe a spese delle popolazioni civili trattate come nemiche, oppressione dei vinti) un servizio di spionaggio assai più efficiente e remunerato di quello dell'avversario, l'aiuto potente della massoneria e delle altre sette segrete, il ricorso agli stupefacenti (la famosa cantaride) per galvanizzare i soldati di leva, quando il fanatismo dei commissari rivoluzionari incaricati di sorvegliarli da solo non bastava e tanta fortuna, spiegano i successi mietuti dall'armata fra il 1796 ed il 1797.

Occupati il Piemonte e la Lombardia austriaca, col pretesto d'inseguire gl'imperiali in fuga, Bonaparte invade anche i territori neutrali della Serenissima Repubblica di Venezia, che aveva rifiutato le ripetute offerte di alleanza militare sia dell'uno che dell'altro belligerante. Il 1° giugno 1796 Napoleone entra in Verona con le micce accese ai cannoni, nell'ostilità generale. Subito i suoi si distinguono in ruberie ed empietà, infischiandosene della neutralità veneta ed impossessandosi delle fortezze e del relativo armamento.
Vinti gl'imperiali a Rivoli, nel marzo 1797 il piano di sovvertimento della Serenissima si realizza: Bonaparte spinge un pugno di cospiratori bergamaschi e bresciani ad un colpo di Stato, per staccare Bergamo e Brescia dalla Serenissima, le quali si proclamano repubbliche indipendenti, mentre sono in realtà soltanto dei fantocci protetti dalle baionette d'Oltralpe. Crema è rivoluzionata a tradimento dagli stessi francesi.
Tutta la Lombardia veneta è in fiamme. Salò è contesa da giacobini e abitanti delle vallate, incondizionatamente fedeli al leone di San Marco, i quali, guidati da un eroico sacerdote, Don Andrea Filippi, hanno alla fine la meglio e chiedono soccorso ai veronesi. I giacobini sono però decisi non solo a riprendere Salò, ma anche a marciare su Verona.

Per non essere a sua volta rivoluzionata con la violenza o col tradimento, «Verona fidelis» dà subito prova della sua lealtà al legittimo governo, chiedendo al Senato Veneto di potersi armare e difendere dai giacobini bergamaschi e bresciani. Quarantamila veronesi in armi, fra cui numerosi sono i contadini delle «cernide», guidati dal giovane generale Antonio Maffei, si schierano a presidiare il confine col bresciano, liberano diversi abitati e giungono addirittura ad assediare Brescia; la coccarda giallo-azzurra coi colori cittadini è il loro emblema. Il vescovo di Verona, Mons. Gianandrea Avogadro, modello di carità per tutti i combattenti controrivoluzionari, dà ordine di fondere le argenterie delle chiese per la salvezza della patria.

In città, tra l'imbarazzo e l'apprensione dei francesi barricati nei castelli, è tutto un pulire spade e lucidare moschetti, mentre compaiono ad ogni angolo di strada cartelli e scritte di «Viva San Marco!». Tutte le porte sono sorvegliate a vista dalla Guardia Nobile, una milizia volontaria appositamente costituita dalle autorità veronesi, a testimonianza di una sfiducia ormai diffusa verso le forze armate nazionali, vincolate dal Senato al rispetto della scellerata politica di neutralità disarmata. Così, pur di tenere fede a tale politica, la Repubblica, fedele alla propria neutralità, proibisce ai veronesi qualsiasi atto di ostilità contro i francesi, i quali, da Milano, da Mantova e da Ferrara-Padova si mettono intanto in marcia contro l'esercito veneto-scaligero del Maffei e contro la città.


3 - Le Pasque Veronesi

Il 17 aprile 1797, lunedì dopo Pasqua, le continue provocazioni francesi fanno sorgere i primi incidenti. Quando, alle 17, durante i vespri, le batterie dei castelli sovrastanti la città e che sono in mano nemica, iniziano a cannoneggiarla, i veronesi esasperati insorgono come un sol uomo al grido di «Viva San Marco!», mentre le campane a martello avvisano anche il contado che la sollevazione generale è iniziata.
Per nove giorni si combatte casa per casa; tutte le porte sono liberate; assaltate le piazzeforti; inviate richieste d'aiuto a Venezia, nel cui nome e nel cui interesse si battaglia e si muore e all'Impero, che però proprio in quei giorni aveva siglato con Bonaparte i preliminari di pace a Leoben.

Il popolo, inesperto nel maneggio dei cannoni, è soccorso da sei artiglieri imperiali, liberati dalla prigionia di guerra. Si assedia Castelvecchio. Trasportati i pezzi da fuoco sui colli di San Mattia e di San Leonardo, il popolo cannoneggia dall'alto i rivoluzionari francesi asserragliati dentro Castel San Pietro e Castel San Felice: altri duecento soldati imperiali combattono confusi nella mischia.
A capitanare i veronesi sono il Conte Francesco degli Emilei ed il Conte Augusto Verità. A migliaia i contadini si precipitano a soccorrere Verona. Giungono per primi gli abitanti della Valpolicella, che si offre di condurre tutti i suoi uomini; scendono i montanari dalla Lessinia; altre colonne di volontari in armi arrivano dalla bassa e dall'est veronese.

Il popolo avanza palmo a palmo verso i forti, respinge ogni tentativo di sortita da parte del nemico e tratta da traditore chiunque voglia patteggiare con lui.

L'infido generale Beaupoil, che dai castelli sopra la città, la batteva con le artiglierie, disceso a parlamentare, ben presto perde tutta la sua tracotanza, piagnucola e si vede salvata la vita dal Marchese Giona, che lo sottrae al linciaggio della folla esasperata. Gli ebrei del ghetto parteggiano senza esitazione per i nemici, offrendo loro ricetto e armi. Dalla perquisizione del ghetto saltano fuori in effetti tre casse di esplosivo ed altro materiale bellico, da essi occultato, per metterlo a disposizione dei rivoluzionari francesi.

Castelvecchio alza bandiera bianca: viene ordinato il cessate il fuoco, ma i rivoluzionari francesi, scorgendo che gli assedianti, imprudentemente, si erano troppo avvicinati al castello, aperte le porte, ne approfittano per scaricare a tradimento contro di loro un cannone a mitraglia, facendone strage. Una pattuglia imperiale, che reca purtroppo la notizia dei preliminari di pace, è accolta in delirio dalla popolazione che la crede invece un'avanguardia degl'Imperiali, prossimi a liberare la città dagli odiati giacobini.

A Pescantina l'eroica resistenza degli abitanti blocca l'avanzata di una colonna francese, impedendole di traghettare l'Adige, eroismo che diciannove pescantinesi, fra cui donne e bambini, pagano con la vita, moschettati o arsi vivi nelle loro case.

A Venezia, intanto, Emilei non ottiene gli aiuti sperati e deve rientrare a mani vuote. Sul lago il generale Maffei, attaccato dagli eserciti francesi provenienti da Milano, deve arretrare, fedele alla consegna del Senato di non scontrarsi con essi, ma a San Massimo e a Santa Lucia il 20 aprile s'ingaggia battaglia aperta; lo scontro volge in un primo tempo a vantaggio dei soldati veneti ed è quella l'ultima volta che la vittoria arride a San Marco, ma poi, sopraffatti dal numero, essi sono costretti a ritirarsi tra le mura.
Alla fine di nove giorni di combattimenti i francesi contano a centinaia le vittime lasciate sul campo in quella che è diventata, per l'esercito più potente d'Europa, una cocente sconfitta militare. Poco più di un centinaio sono i caduti veronesi. Circa 2.400 sono i prigionieri francesi catturati, dei quali 500 sono militari, altri 900 appartengono al personale civile dell'esercito napoleonico assieme ai loro familiari: tutti erano stati condotti in Piazza dei Signori, presso il palazzo dei rappresentanti veneti a Verona. Altri 1.000, infine, degenti negli ospedali cittadini, sono ivi piantonati dagli stessi veronesi per preservarli da ogni vendetta.

La sorte della città, privata di ogni soccorso esterno, è tuttavia segnata; ma il popolo non vuole ancora arrendersi. In provincia si susseguono le esecuzioni sommarie: in località Ca' dei Capri, presso San Massimo, cade fucilato sotto il piombo francese un giovanissimo sacerdote, Don Giuseppe Malenza, che guidava un gruppo d'insorgenti.

Dalle alture i giacobini veronesi, traditori della loro patria, suonano fanfare militari per l'imminente crollo dell'aborrita Verona. Infine, assediata da cinque eserciti, bombardata giorno e notte, tradita dai Provveditori Veneti che l'abbandonano per ben due volte pur di non violare la chimerica neutralità, Verona capitola il 25 aprile 1797, giorno di San Marco, dichiarando al tempo stesso, con un gesto simbolico che sottolinea il disprezzo per l'ignavia ed il tradimento dei veneziani e che la eleva a rango di capitale, cessato il dominio veneto su di essa.


4 - La vendetta rivoluzionaria e la fine della Serenissima

Disarmato il popolo, resi inservibili i cannoni, presi in ostaggio i sedici più eminenti concittadini (fra cui il vescovo, l'Emilei, Verità e tutte le più alte cariche) il 27 aprile i francesi rientrano in Verona. Per prima cosa saccheggiano il Monte di Pietà, la banca dei poveri. Vengono imposte contribuzioni enormi, depredate le opere d'arte, mentre una commissione militare è incaricata di far deportare alla Guyana i cinquanta colpevoli principali dell'insurrezione. I traditori veronesi, peggiori dei loro padroni, vorrebbero mutare nome a Verona (ribattezzandola «Egalitopoli» o «Città dell'Eguaglianza») essendosi macchiata dell'onta di essersi ribellata a cotanti liberatori e vorrebbero punire con una pubblica decapitazione sul corso, tutti i capi famiglia protagonisti della gloriosa difesa della propria città e del proprio legittimo ed amato governo. Sono gli stessi francesi, per non aggravare la tensione, ad impedire la consumazione del massacro.
Ma la vendetta non si fa attendere: il 6 maggio 1797 sono arrestati nella notte e mandati a morire tra il 16 maggio, l'8 e il 18 giugno, dopo un processo politico farsa tenutosi a Palazzo Ridolfi Da Lisca, attuale sede del Liceo Scientifico Messedaglia, Giovanni Battista Malenza (fratello di Giuseppe) del controspionaggio veneto, al quale i giacobini l'avevano da tempo giurata e che era stato uno dei capi dell'insurrezione cittadina, i Conti Emilei e Verità le cui case sono abbandonate al saccheggio ed il vecchio frate cappuccino Luigi Maria da Verona (al secolo Domenico Frangini) morto in concetto di santità. Disgustato dall'empietà dei sanculotti, in una lettera ad un suo confratello, intercettata, li aveva definiti peggiori dei cannibali, perché questi ultimi avevano levate le mani solo contro gli uomini, mentre i repubblicani francesi le avevano levate contro Dio. Rifiutatosi di disconoscere la paternità della lettera o di farsi passare per pazzo o per ubriaco, Padre Frangini affronta il martirio, raggiante, al suono scordato dei tamburi. Anche i popolani Pietro Sauro, Andrea Pomari, Stefano Lanzetta e Agostino Bianchi subiscono analoga sorte: fucilati tutti a destra di Porta Nuova, guardandola dall'esterno.

Clamoroso anche il difetto di giurisdizione del tribunale militare rivoluzionario: esso condanna a morte gl'insorgenti veronesi, in forza di una legge criminale francese che punisce i reati commessi contro l'esercito repubblicano in territori di Stati in guerra con la Francia, la quale era ancora formalmente in pace con la neutrale Serenissima.

Non appena rioccupata la città, i rivoluzionari francesi decidono l'immediata deportazione in massa in Francia, via Cisalpina e quindi via Milano, dei 2.500 uomini della guarnigione veneta che aveva difeso la città ed in particolare del Reggimento di Fanteria Treviso. Per accoglierli, la patria dei liberatori dell'umanità istituisce il primo universo concentrazionario moderno.

Da quei campi di prigionia e di sterminio, tornarono meno della metà, dopo la pace di Campoformio, rimpatriati, sul finire di quel terribile 1797 e nei mesi successivi, attraverso la frontiera del Reno, passando per i territori amici dell'Impero. La maggior parte di quei militi, colpevoli soltanto di aver fatto il proprio dovere, morì di fame o di stenti in Francia; altri ancora sulle strade del Brennero o del Tarvisio, sulla via di casa.

Nei mesi successivi giacobini veronesi e rivoluzionari transalpini si sfogano ad elevare alberi della libertà e piramidi, a scoronare e depredare in Cattedrale la venerata immagine della Madonna del Popolo (alla quale viene negato il titolo troppo aristocratico di Regina, declassandola a «cittadina Madonna») e ad altri sacrilegi, a lanciare spropositi dalla sala di pubblica istruzione, proponendo ad esempio di bruciare tutti i confessionali, di far mitragliare in Stradone San Fermo gli ecclesiastici o di distruggere le Arche Scaligere, perché innalzate sotto un regime anti-democratico. I leoni di San Marco vengono abbattuti, gli stemmi nobiliari e i rispettivi titoli proibiti, sotto pena di pesanti multe per chi soltanto osi pronunciarli.

Addirittura, per giustificarsi di aver aggredito una città ed una Repubblica neutrale ed in pace con loro, rivoluzionari transalpini e giacobini veronesi rovesciano le loro responsabilità sulle vittime, inventando la favola del massacro di Verona e facendo passare l'insurrezione di una città stanca della tirannia dei suoi pretesi liberatori, come un eccidio di massa, programmato e freddamente realizzato, di soldati francesi malati o feriti. A questa menzogna sono ispirate quasi tutte le stampe dell'epoca relative alla sollevazione di Verona.

Proclamate le elezioni, i giacobini, giunti al potere solo grazie alla forza francese d'occupazione, speravano di vedere legittimata la loro usurpazione. Quale delusione, quale rabbiosa reazione quando si vedono sconfitti in quasi tutti i collegi dagli appartenenti all'antica classe nobiliare! Naturalmente, il verdetto popolare non viene rispettato dai democratizzatori; il generale francese, al quale spetta l'ultima parola, estromette a forza gran parte degli eletti, giudicati troppo legati all'antico regime e ripesca i perdenti.

Il vescovo viene infine di nuovo arrestato: la prima volta, non avendo voluto benedire l'albero della libertà, aveva scampato per un solo voto il plotone di esecuzione; adesso, pochi giorni prima che i rivoluzionari d'Oltralpe evacuino definitivamente la città, questi lo vogliono costringere con la prigione a concedere il divorzio ad un ufficiale francese.

Mentre Verona geme sotto l'arrogante sferza della Rivoluzione, le autorità veneziane consumano l'ultimo tradimento della Repubblica, rinunziando a difendersi, pur non avendo Bonaparte alcun naviglio per conquistare Venezia, alla quale aveva frattanto dichiarato guerra. Il 12 maggio 1797 lo stesso Doge Ludovico Manin propone al Maggior Consiglio, per le cui deliberazioni mancava quel giorno oltretutto il numero legale, la devoluzione del potere al popolo e la democratizzazione rivoluzionaria. Le uniche autorità che si erano condotte con onore, gl'Inquisitori di Stato e l'eroico capitano Domenico Pizzamano, il quale, obbedendo agli ordini, aveva bombardato e costretto alla resa un vascello nemico insinuatosi in laguna, sono tratti in arresto, come chiesto da Bonaparte e dai suoi. Per ironia della sorte, quella nave francese si chiamava «Il liberatore d'Italia».

Non soltanto, ma un tumulto popolare antifrancese e in difesa della Serenissima che scoppia a Rialto, è soffocato nel sangue dalle stesse autorità venete.

Dopo mille anni di splendore e d'incontrastato dominio del leone alato di San Marco, durante i quali il glorioso gonfalone della Serenissima era sventolato su tutti i mari, temuto e rispettato perfino dal Turco, l'antica città dei Dogi è consegnata ad un nugolo di municipalisti intriganti e parolai, che piantano l'albero della libertà in San Marco, minacciano la pena di morte a chiunque osi gridare «Viva San Marco!» e che usurperanno il potere fino all'ingresso, trionfale, degl'imperiali in città, nel gennaio 1798.


5 - La Restaurazione

Dopo diciotto mesi d'incessanti preghiere e di candele accese giorno e notte innanzi all'altare della Madonna del Popolo, i veronesi sono esauditi e ottengono la grazia di essere liberati dalla barbarie rivoluzionaria. Il 21 gennaio 1798, esattamente nel quinto anniversario del martirio di Luigi XVI, Re Cristianissimo di Francia, le divisioni imperiali comandate dal Barone Wilhelm von Kerpen, da Porta Nuova entrano in formazione di parata in città, accolte da una popolazione in delirio. Nel «Te Deum» in Cattedrale il vescovo invita magnanimamente ad evitare le vendette, mentre il teatro resta aperto e tutta la città è pavesata a festa ed illuminata in segno di giubilo per quella notte memorabile.

Verona non dimentica i suoi eroi. I corpi senza vita dei tre sfortunati difensori della città (Emilei, Verità e Malenza) come degli altri suppliziati, che erano stati sepolti frettolosamente in una fossa comune nel camposanto della Santissima Trinità, il 6 febbraio 1798 sono dissotterrati ed inumati nelle rispettive tombe di famiglia. E, per decreto del Consiglio Nobiliare cittadino, nella chiesa di San Sebastiano, di giuspatronato della città, il 23 settembre 1799 si tiene una solennissima cerimonia, a cui partecipano tutte le autorità cittadine, vestite a lutto. Per l'occasione viene eretta un'imponente macchina funebre, fregiata di numerose ed eleganti incisioni che ricordano le principali gesta di quei martiri.

Con l'arrivo delle truppe cesaree, anche l'impavido cappuccino Padre Luigi Maria da Verona, riceve degna sepoltura. Il suo corpo viene estratto incorrotto (se si eccettua la testa, dove era stato offeso dai colpi mortali) con grande sorpresa di tutti, dalla nuda terra nella quale giaceva già da sette mesi. È tumulato nella chiesa dei cappuccini, la quale per ordine di Bonaparte viene in seguito soppressa, abbandonata dai religiosi e trasformata in caserma. Di Padre Luigi Maria nessuno si ricorderà più, fino al 29 marzo 1897, quando, in occasione del primo centenario delle Pasque Veronesi il dotto sacerdote Antonio Pighi ne recupera i resti mortali, che, accompagnati da un numeroso corteo, sono deposti nel Cimitero Monumentale, nell'edicola dei Cappuccini. Era l'8 giugno 1897 e quel giorno correvano cento anni esatti dal suo supplizio.


Fonte: www.traditio.it

lunedì 7 novembre 2011

Quello strano 1859 (Parte 1): La situazione del Regno Sardo, l'inizio del conflitto, e L'Imperial-Regio Esercito Austro-Lombardo-Veneto negli Stati Sardi.




Prefazione:

Poco è stato detto su un punto cruciale del cosi detto "Risorgimento", mi riferisco a quel 1859 che segnò l'inizio della tragedia per i Popoli della Penisola Italiana. Quell'anno fatidico  segnò la rottura  definitiva con  l'Italia culla di cultura e prosperità sociale e civile dando inizio  all'Italia che conosciamo tutti : corrotta , miserabile , e oggetto di critiche da parte di tutto il mondo. Detto ciò , in questa serie di articolo mi porro l'obbiettivo di far conoscere a tutti voi l'ennesima verità tra il cumulo di retorica Risorgimentalista che ancora oggi avvelena le menti di studenti e semplici cittadini. Questa volta  il mio sguardo non andrà a Sud ,come di sovente capita,  ma sarà puntato a Nord della Penisola .  In particolare riporterò le reali vicende accadute in "quello strano 1859" nel Regno di Sardegna, che per gli storici risorgimentalisti era ricco, prospero e ben felice e totalmente d'accordo con le idee unitarie, e quelle del Regno Lombardo-Veneto  che,  come ci hanno voluto far credere in tutte le salse,  "desiderava la liberazione dallo straniero e l'unità Nazionale".


L'Inizio della fine

Nel 1859 la Penisola Italiana si presentava come di sua natura divisa in sette stati legittimi, sei dei quali totalmente indipendenti, e uno (Regno Lombardo-Veneto ) controllato dall'Austria. La situazione economico-sociale di tutti gli stati era presso che efficiente , con in testa il Regno Delle Due Sicilie e il Granducato Di Toscana, seguiti dal Regno Lombardo-Veneto ,  dallo Stato Pontificio e dai Ducati Emiliani: l'unico stato da cui si levava "il gridi di dolore" era il Regno Di Sardegna, ormai devastato da un  debito pubblico stratosferico, con una tassazione sul popolo massacrante. In dieci anni(1848-1858) non solo erano aumentate le tasse già presenti , ma se ne erano aggiunte altre. In più il popolo degli Stati Sardi pagava cifre esorbitanti per il mantenimento di un esercito sproporzionato per le reali necessita dello Stato.

Alcune tasse aggiunte e aumentate nel Regno di Sardegna.


Il 23 Marzo 1849 l'esercito Sardo-Piemontese subì a Novara una pesante sconfitta da parte dell'Imperial Regio esercito Austro-Lombardo-Veneto. I soldati Sardo-Piemontese sconfitti e allo sbando si diedero al saccheggio della città di Novara, saccheggio che venne fermato dall'intervento dei soldati Imperial Regi comandati dal Radetzky . Pochi giorni dopo, il 27 Marzo 1849, scoppio una rivolta indipendentista a Genova, ridotta alla miseria dalla politica centralista Sabauda. L'insurrezione popolare durò fino al 19 Aprile. Per reprimerla il governo di Torino inviò il Generale Alfonso La Marmora al comando di 30.000 uomini , appoggiati a loro volta da una nave da guerra Inglese(Vengeance) ancorata nel porto. La Marmora ordinò di attaccare gli insorti , bombardando la città . L'attacco provocò circa 500 morti (purtroppo non  è stato possibile sapere se i morti furono solo 500 ).Ci fu chi venne ucciso per rubargli solo un po' di verdura! La soldataglia dei Savoia stuprò e violentò le donne, anche alla presenza dei figli. Furono profanate e saccheggiate le chiese ed i Santuari, le case dei Missionari, e i conventi.

Il mal contento del popolo degli Stati Sardi si manifestò in modo acceso nel 1853: si insorgeva contro tasse, caro vita, e crisi economica. Nell'Agosto del 1853 scoppiarono sommosse ad Arona-Genova-Torino(a Torino vennero uccise circa 500 persone che chiedevano pane e lavoro), si gridava "abbasso Cavour, abbasso il dazio sul grano". Il 12 Ottobre  dello stesso anno il popolo assaltò la casa di Cavour. A Natale insorse la Valle D'Aosta, e da lì il tumulto si estese per tutto il Regno Sardo. Si gridava "abbasso il tricolore": anche  qui l'esercito Regio represse duramente le sommosse con centinaia di morti: furono arrestati 300 ribelli. Le sommosse continuarono , ed ovunque gli insorti chiedevano:
 
1)allontanamento di tutti i fuoriusciti dei vari stati che andavano a mangiare il pane dei loro figli
 
2)soppressione della bandiera tricolore, e della guardia Nazionale.

E' questa la situazione del Regno di Sardegna alla vigilia della guerra del 1859, uno stato in banca rotta , che accumulava sempre più debiti e tassava il popolo riducendolo alla fame. Un popolo realmente oppresso da un cosi detto governo "liberale", uno stato governato dal cinico Cavour intenzionato a portare avanti una fantomatica causa nazionale, tanto da spedire in Crimea un piccolo contingente di 18.000 soldati  così da poter sedere tra le potenze vincitrici e trovare l'appoggio militare al folle progetto unitario. Come tutti noi sappiamo il piano del Conte finì a "buon fine": infatti la Francia , governata da Napoleone III°, promise un suo aiuto militare , di uomini e di mezzi, nel caso in cui l'Austria avesse attaccato il Regno di Sardegna. Il cinico Conte non rimase immobile, e si mise all'opera per provocare le ire dell'Austria e una successiva invasione. Il governo Sardo cominciò ad aumentare lo spostamento delle truppe lungo il confine con il Regno Lombardo-Veneto. Incominciarono già mesi prima dello scoppio della guerra a studiare nuovi metodi di difesa, erigendo sistemi difensivi in grado di resistere almeno fino all'arrivo dell'alleato Francese. Ad esempio, già nel Febbraio del 1859 il Generale Niel e Cialdini visitarono i campi della bicocca a Novara per studiare con cura le posizioni Sardo-Piemontesi prese dieci anni prima , dicendo: <<Nous corrigerons les fautes de Chzarnowski>> (la frase si riferiva alla condotta del Generale Polacco Chzarnowski nel 1849).

Alla vigilia del conflitto, nei comuni vicini al confine Lombardo-Veneto, la situazione era tesa: il popolo era in fermento, ma non per paura dell'"invasore", ma per impazienza di essere "liberati" dal mal governo Sabaudo, ma anche per paura di rivivere situazioni analoghe a quella del 23 Marzo 1849 che interesso Novara . In questi paesi e in queste città in fermento l'"ordine veniva messo nelle mani della guardia nazionale che nata undici anni prima si presentava "nulla , ormai scaduta, i capi inetti e svogliati, i gregari insofferenti di disciplina o chiamati ad opera di utilità più diretta e personale.Quell'organismo che pareva dovesse compiere prodigi di abnegazione , ed essere valido presidio dei comuni , sfasciato e scomposto, vegetava privo di idealità e guardato con la più completa indifferenza". Questa descrizione fu scritta da un personaggio di parte Sabauda, il sindaco di Novara Gibellini-Tornielli Bonperti, liberale e accanito sostenitore di Cavour e della sua politica. A Novara , come in altri comuni ,   venne "riorganizzata"  la guardia nazionale: il 17 Marzo 1859 a Novara vennero eletti gli ufficiali minori , il 7 Aprile i superiori, a comandarla col grado di Colonnello venne chiamato il Marchese Luigi Tornielli di Borgola vezzaro(vecchio Ufficiale dell'Aosta cavalleria), maggiori dei due battaglioni erano, Avogadro Cav. Giuseppe(1814-1870), e Morozzo Marchese Filippo, tutti mostravano riluttanza nell'accettare il mandato.



Guardia Nazionale del Regno di Sardegna.

 
 
 
Sempre a Novara la notte tra il 18 e 19 Aprile girò la voce di un imminente arrivo delle truppe Austriache. Il Generale Broglia comandante del presidio militare nei presi della città , con una corta si avvicino al Ticino. Al suo ritorno la popolazione li domandava cosa stesse succedendo ,e quando seppero che la situazione era tranquilla si pensò ad un accordo pacifico che non avrebbe portato la guerra. I cittadini espressero sincera felicità alla notizia di un concordato che avrebbe reciso i nervi ad ogni tentativo di unità . Ma il governo di Torino, intenzionato a far scoppiare la guerra a tutti i costi , aumentò le provocazione verso l'Austria continuando ad ammassare truppe lungo il Ticino e a intensificarne le manovre. Ma quando la guerra ormai sembrava imminente il governo ritirò le truppe dalle vicinanze del fronte e nel frattempo il Municipio  si affrettò a preparare il modulo per le requisizioni dividendolo in tre parti: una per l'esercito Piemontese, l'altro per quello Francese, e per finire uno per quello Austriaco. Il Sindaco liberale in stretto contatto con Cavour , si accordava già su presunte requisizioni Austriache che sarebbero state risarcite dallo stato (nemmeno era stato mandato l'ultimatum  che si preparavano la loro "fetta"). In un colloquio personale tra il sindaco di Novara e Cavour, il Conte  disse che sarebbe stato risarcito, ma ciò non avvenne.



Le armi in tutti i comuni nei pressi del confine, e quindi anche nella città di Novara , vennero requisite e spedite a Torino e Alessandria. Il sindaco temeva di non poter contenere eventuali e molto probabili rivolte popolari, così furono incarcerati tutti i sospetti o presunti tali . Il 25 Aprile un decreto Reale nominava i " commissari straordinari" per le province prossime al confine. Alla città di Novara venne assegnato il liberale Sebastiano Tecchia (futuro presidente del senato). Il governo intanto ritirava le ultime guarnigioni , compresi i Carabinieri, tutti i funzionari pubblici che furono fatti trasferire in attesa di nuove direttive a Vercelli .  Il 28 Aprile però il Tecchia li richiamo a Novara.

Già il 23 Aprile 1859 , si presentarono a Cavour i plenipotenziali di sua Maestà Imperiale il Barone di Kellesperg (Vice presidente della luogotenenza di Lombardia), e il Conte Ceschi di Santa Croce (Provveditore generale delle armi Austriache), che il 26 Aprile ricevettero la risposta negativa all'ultimatum da parte del governo Sardo( Kellesperg  fu addirittura arrestato e condotto a Vercelli). Mentre i fatti di maggior spessore diplomatico si avvicendavano, il sindaco di Novara , come tutti i sindaci delle città limitrofe al confine, prese il pieno potere sulla città  attuando requisizioni e abusi di potere con l'aiuto di pochi manutengoli da lui stipendiati. Vi furono di risposta rivolte di contadini che assaltarono le caserme, gli uffici doganali, e le proprietà della Borghesia liberale. Tale reazione fu dettata soprattuto da anni di mal governo oppressore. Il 27 Aprile 1859 , i sindaci liberali dei vari comuni, comunicavano tra loro sulla situazione telegraficamente (Novara-Galliate-Arona-Oleggio-Mortara-ecc...). Il Sindaco di Galliate scrisse,  riferendosi ad un telegramma ricevuto precedentemente,  il seguente telegramma  al sindaco di Novara:

27 Aprile 1859

Signor sindaco di Novara
Il sottoscritto accusa ricevuta della nota sovraindicata, pervenutagli alle ore dieci pomeridiane ed ha l'onore di assicurare la libertà d'azione, ma che nessun fatto importante si avverò finora fatta eccezione per rivolte contadine in seguito a requisizioni, nessun fatto importante nemmeno alla frontiera, se si eccettua il fatto accertato che verso le due pomeridiane d'oggi dì venne dai nemici minato il ponte sul Ticino presso Buffalora. Già da alcuni giorni si perlustra accuratamente  la frontiera, fin oggi possiamo tranquillamente continuare nell'opera nostra col benestare dello stato,di ogni fatto importante che fosse verrete avvertito.

Il sindaco di Galliate Ajroldi.

Dal telegramma sopra riportato , si può capire in che situazione di totale anarchia si trovò il popolo del Regno Sardo in quei giorni, i sindaci requisivano beni ai contadini, tenevano il potere con un gruppo di mercenari della guardia nazionale fatti rimanere apposta, ma il terrore imposto dagli ingordi sindaci liberali ebbe vita breve, il 30 Aprile 1859 , alle ore due pomeridiane l'esercito Austriaco entrava a Novara da porta Milano, il contingente era composto da 200 fanti del 1° Reggimento Kaiser, seguiti a poca distanza da 50 uomini di cavalleria guidati da un ufficiale degli Ulani(avanguardia), i Novaresi accolsero gli Austriaci come liberatori, accogliendoli festosamente.





Ulano.
 
 
 
La stessa cosa successe in tutte le città e i paesi occupati dall'Imperial Regio esercito(Mortara-Galliate-Arona-Biella-Vercelli-ecc...), il comandante Austriaco a Novara rifiutò di far all'oggiare lui e i suoi uomini nella caserma , chiedendo solo un po di vino e di paglia, richiese anche cinque pompieri come guida per la pattuglia di sicurezza, in quei momenti il popolo credette di essere finalmente libero e davvero tutelato nella sua sicurezza, i sindaci liberali tentarono di rabbonirsi gli ufficiali Austriaci ma senza riuscirci, contadini e popolani vendevano hai soldati i loro prodotti in cambio di monete o altri oggetti di valore in possesso dei militari, gli stessi Austriaci(le cui fila erano composte da decine di migliaia di Lombardi e Veneti), soccorsero con generi di prima necessità il popolo ridotto alla miseria dal governo liberale. Essi erano ben accetti da chiunque ,  eccezion fatta per i liberali, trincerati nelle loro case con il terrore di vedersi irrompere in casa i contadini in cerca di vendetta per i soprusi subiti, ma l'ordine nelle città occupate non era mai stato così ben gestito. Le città assaporavano finalmente una brezza del buon governo Asburgico: nella città di Biella,  dove erano presenti dall'8 Maggio reggimenti Austriaci, la situazione era a dir poco migliorata, anche li il sindaco della città tale Felice Coppa , altro liberale convinto, si diede a requisizioni senza fine ai danni del popolo. All'arrivo degli Austriaci cercò di restare al sicuro chiuso in municipio con i suoi manutengoli più fedeli  tra cui il suo socio in requisizioni ed in opere di strozzinaggio, l'avido Quintino Sella , Banchiere, azionista, maggior esponente della Borghesia Biellese. Questi ferventi liberali chiusi in municipio cercavano in tutti i modi di modificare il reale ammontare delle loro requisizioni incolpando gli Austriaci, così come accadde praticamene ovunque , anche a Novara . Stupisce in particolare l'ammontare delle spese provocate dalle requisizioni Austriache e dai loro presunti danni  nel documento datato in Biella l'8 Maggio 1859.



Documenti d'archivio riportanti le presunte spese dovute alle requisizioni Austriache a Biella.



Già dalla prima visione dei documenti sorge un dubbio: ma come è possibile che l'esercito Austriaco, entrato in Biella il giorno 8 Maggio 1859, presenti già un conto di lire 5.000 tra requisizioni e danni nel medesimo giorno del suo arrivo? Ve lo dico io, è stato una semplice dimenticanza  del Felice Coppa e del Quintino Sella, nella fretta di scrivere falsi documenti che li scagionassero. Bisogna anche contare che si aggiunsero successivamente i danni e le rapine perpetrate dai Cacciatori delle Alpi al comando di Garibaldi, tra il 18 e il 20 Maggio 1859. Anche ha Novara il conto delle presunte requisizioni Austriache riportato dal sindaco ammontava a lire 2.989. Anche qui nei primi giorni di occupazione , e  la cifra ammontava al valore delle requisizioni e ai danni provocati dal saccheggio delle truppe Francesi e Sardo-Piemontesi avvenuto dopo la ritirata Austriaca.
Il comportamento del popolo e la sua situazione in quei momenti così come li ho  narrati io, vengono riportati dal corrispondente del Times che seguiva l'esercito Austriaco. Egli era il Capitano Brakley, e in uno dei suoi articoli apparsi sul giornale Inglese diceva :

"Le truppe sono ben accolte, quando la Sesia ruppe le dighe, i contadini Piemontesi prestarono volontariamente l'opera loro per prevenire i danni che l'inondazione avrebbe all'armata invadente. Questa circostanza prova chiaramente come fossero false le relazioni pubblicate circa l'animosità degli Italiani contro gli Austriaci. Io stesso sono stato tre giorni in Piemonte , in questa occasione ho cavalcato per circa centoquaranta miglia nel suo territorio, mi sono fermato in ogni villaggio e gl'indigeni non avrebbero celato i loro sentimenti ad un Inglese. Posso assicurare che tutte le loro querele erano dirette contro il governo, non solamente a causa della guerra, ma specialmente per una politica che li aggravava di tasse di ogni genere affine di mantenere un esercito superiore ai bisogni del paese, parlo della gente di campagna, i Borghesi e gli avvocati la pensavano forse in altro modo. In una città in cui penetrarono, gli Austriaci furono acerbamente rimproverati per non essersi mossi quindici giorni prima. Nella aspettazione del loro arrivo,essi, dicevano, aveano tentato tutti i mezzi per ritardare il loro contingente alla riserva dell'esercito. I Piemontesi vi avevano requisito tutti i cavalli e le provvigioni. A Stroppiana avevano portato via le donne per lavorare a Casale. Gli Austriaci mandarono provvigioni per gli abitanti affamati che vi erano  rimasti.

D'altra parte fu asserito che la popolazione delle campagne non fu potuta indurre, sia con minacce, sia con promesse a dare agli Austriaci alcuna informazione circa il movimento degli alleati. Ma sembra molto probabile chèssi non dessero informazioni semplicemente perché non ne avevano alcuna da dare; mentre durante la marcia su Torino e la susseguente ritirata tutte le truppe alleate erano parecchie miglia lontano, dall'altra parte del Po".

Capitano Brakley.



Quello che il Brakley a riportato per quanto possa sembrare "strano"  è semplicemente la verità. Molti suoi colleghi Inglesi  lo diffamarono  perché raccontò ciò che successe realmente, e fu detto che lui scrisse spinto da un non ben chiaro sentimento di vendetta verso il suo governo. Ma le calunnie verso di lui sono totalmente infondate.


Prima pagina del Times (1859).


Tra il 29 Aprile  e la prima metà di Maggio del 1859,  l'esercito Austriaco si attestò su parecchie città e paesi arrivando a 50 Km da Torino. Pur essendo un esercito ben organizzato , ben armato e motivato , peccava nell'amministrazione da parte dei Generali e Comandanti. Alcuni erano veterani del 1848/1849, ma non riuscivano a trovare un punto di accordo sulla strategia da seguire. Avrebbero potuto annientare l'esercito Sardo-Piemontese prima dell'arrivo dei Francesi, avrebbero potuto marciare su Torino , e concludere la guerra nel modo palesemente auspicato dal popolo, invece diedero tutto il tempo alle forze alleate di congiungersi, e dato che l'esercito Sardo-Piemontese  era attestato a sud di Alessandria e a Torino, l'Imperial Regio esercito ebbe il suo primo scontro a fuoco presso Montebello , a ovest di Alessandria , ma non incontrarono l'esercito Sardo-Piemontese , ma si trovarono di fronte le truppe Francesi che erano giunte a Genova agli inizi di Maggio. Il 20 Maggio 1859, le truppe Austriache guidate dal comandante Franz Stadion, durante le manovre di perlustrazione si imbatterono , presso Montebello, nell'esercito Francese con un piccolo contingente di cavalleria Piemontese posto nelle retrovie. Fin da subito ci furono i primi spari tra i beligeranti, lo scontro si concentro tra Austriaci e Francesi , mentre la cavalleria Piemontese si mosse a battaglia quasi finita, e l'esercito Austriaco si ritirò non per la sconfitta come fu detto , ma ben si per un ordine impartito dal Giullay , che a sua volta aveva ricevuto nuove direttive da Vienna. Alla fine dello scontro si contarono tra gli Austriaci 1.423 uomini fuori combattimento tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, mentre tra gli alleati 748 uomini fuori combattimento tra morti, feriti, dispersi e prigionieri Francesi: 81 morti 492 feriti 69 catturati o dispersi Piemontesi: 52 morti.
 
 
 Campagna militare nell'Aprile - Maggio 1859.
 
Battaglia di Montebello
 
 
 
 La battaglia di Montebello fu uno scontro di poco conto, ma si verificò  un fatto alla vigilia della battaglia che ha contribuito a diffamare l'esercito Austriaco e a denigrare i generale e comandanti, mi sto riferendo alla cosi detta "Strage della famiglia Cignoli". Ma cosa successe realmente? furono davvero i soldati Austriaci che, col solo pretesto di una fiaschetta di polvere da sparo, arrestarono tutti i maschi della famiglia  che successivamente vennero fucilati per ordine del   feldmaresciallo Karl von Urban? In realtà le cose andarono diversamente. Nelle prime ore del mattino del 20 Maggio 1859 una pattuglia Austriaca arrivo nei pressi di  Torricella Verzate, dove in una fattoria abbastanza isolata posta a ovest dell'abitato di Torricella, li  risiedeva la famiglia Cignoli  fittavoli del fondo. La famiglia accolse benevolmente i militari in transito, ponendogli domande sui loro spostamenti e altre informazioni di tipo militare che poco si addicevano agli interessi di un contadino  di solito interessato ad aspetti molto meno tecnici della guerra. I soldati accettarono le offerte della famiglia all'apparenza simile a tutte le altre famiglie contadine che accoglievano festosamnte l'esercito Austriaco. Un soldato separatosi dagli altri che si trovò  nei pressi del fienile sorpreso trovò diversi barili di polvere da sparo e armi tra cui diversi fucili, e pistole. Il soldato intento ad avvisare gli altri del fatto fu colpito alle spalle violentemente e venne ucciso. Mentre il colpevole cercava di nascondere il corpo del povero soldato venne sorpreso da altri militari giunti nel posto. La famiglia fu interrogata , e il padre confesso di essere un militare in congedo pagato dal Governo Sardo per organizzare attentati  verso l'esercito Austriaco e per trasformare in una "casa matta" la sua abitazione. D'altronde, si scoprì che il Padre era anche un liberale convinto, e che tutto ciò  lo faceva per il suo ideale e non tanto per soldi. Le sue deviate simpatie e idee condannarono anche altre persone ingenuamente trascinate nel misfatto, come i loro complici di simpatie simili (Riccardi-Setti-Achille-Sanpelligrini). Mentre si procedeva all'arresto dei congiurati, i membri più giovani della famiglia Cignoli  Carlo Cignoli di anni 19, Bortolo Cignoli di anni 18, seguiti da Luigi Achille di anni 18, trascinarono con se un povero ragazzino Ermenegildo Sampelligrini di anni 14, contro i militari Austriaci sparando dei colpi che ferirono gravemente dei soldati , uccidendone due. Furono catturati anch'essi , ed il  feldmaresciallo Karl von Urban , uomo molto severo ma coerente con le leggi militari, condanno  , Pietro Cignoli di anni 60-Antonio Cignoli di anni 50-Gaspare Riccardi di anni 48-Girolamo Cignoli di anni 35-Antonio Setti di anni 26-Carlo Cignoli di anni 19-Bortolo Cignoli di anni 18-Luigi Achille di anni 18 (mentre il giovanissimo Ermenegildo Sampelligrini di anni 14 rimase ucciso durante la precedente sparatoria). Vennero giudicati come sovversivi (ciò che erano), e la condanna fu la fucilazione per aver ucciso 3 soldati e averne feriti gravemente altri 6 . I prigionieri vennero fucilati sul ciglio della strada, ne fu poi controllato l'avvenuto decesso e li fu data degna sepoltura. Cavour non si fece perdere l'occasione, falsando gli eventi e condannando l'esercito Austriaco di barbaria mai commesse così da giustificare la buona causa della sua guerra.
 

Immagine di propaganda risorgimentale che mostra la fucilazione della famiglia Cignoli



 
L'esercito Austriaco incomincio ad abbandonare le posizioni in Piemonte non per sconfitta  ma per un ordine da Vienna che dava istruzioni al Giullay di spostare il teatro delle operazioni nella zona del Mincio. Gli abitanti dei paesi videro andar via la loro speranza di un futuro migliore. A Biella , fu detto che gli Austriaci si ritirarono appena seppero dell'arrivo di Garibaldi, ma in realtà, fu Garibaldi ad aspettare che l'esercito Austriaco lasciasse la città prima di entrarvi, e l'accoglienza dei Biellesi all'arrivo di Garibaldi non fu di certo idilliaca come la propaganda risorgimentale ha sempre detto e scritto. La gente letteralmente disperata piangeva, e lo stesso si ripeté in tutti gli altri paesi e città, come a Novara, dove i soldati Francesi(per lo più Algerini e Tunisi) saccheggiarono nuovamente la città, commettendo stupri e barbarie d'ogni genere, dopo la battaglia di Palestro: anche se battaglia vera e propria non fu dato che il contingente Austriaco rimasto era molto esiguo e ci fu poco più che una scaramuccia impari. Le truppe Imperial-Regie rientrarono definitivamente nei territori Lombardo-Veneti con grande sconforto del popolo piemontese che fu fiducioso fin dall'inizio del conflitto in una vera liberazione, quella dal mal governo Sabaudo.

Requisizioni da parte degli Zuavi Francesi

Fine parte 1°...



Fonti:

Archivio di Stato di Biella.

Archivio di Stato di Novara.

Archivio di Stato di Vercelli.

Archivio di Stato di Torino.

Documenti militari del comandante Franz Stadion.

Rapporti del feldmaresciallo Karl von Urban.

Resoconti del comandante  Elie Frédéric Forey.

Carteggio di Camillo Benso Conte di Cavour.

Racconti e testimonianze popolari


Scritto da:

Il Principe dei Reazionari.

sabato 5 novembre 2011

MA FRANCESCO GIUSEPPE D'ASBURGO-LORENA ERA FORSE IL FIGLIO DI NAPOLEONE II° ?:in attesa del DNA (se mai ci sarà) giudicate voi.

                                   a sx F. Giuseppe a dx il Re di Roma
  stesso viso ovale, stesso sguardo, stessi occhi, stesso naso, stesse labbra


Nel compilare questa "Storiologia", sfoglio molti libri, alcuni sono dell'epoca, e ogni tanto si resta perplessi su molte cose accadute e che si ripetono tali e quali. Ma alcune volte le perplessità diventano singolari anche su certi ritratti. Ultimamente trattando Napoleone, le sue immagini e quelle del figlio, esse mi sono ormai diventate così familiari, tali da restare fisse nella mia memoria.
Trattando poi Francesco Giuseppe d'Asburgo, sono rimasto colpito dalla rassomiglianza con l'"Aiglon", il figlio di Napoleone ("il Re di Roma", il "Duca di Reichstadt"). Fino al punto da scambiarli l'uno per l'altro. E non solo io, perchè ho fatto l'esperimento con amici e parenti e il risultato non è cambiato.
Se infatti guardiamo attentamente se ne rileva che l'immagine del Duca è rivissuta, precisa, nell'arciduca Francesco Giuseppe. Scherzo del destino !!?


Destino o no, a questo punto ho voluto indagare un po' di più, rileggendomi attentamente alcune biografie sul Kaiser. In particolare quella di Franz Herre (
Rizzoli, 1978
); e principalmente da questa mi sono state utili alcune citazioni che qui compaiono in corsivo "virgolettate".
Poi dalle immagini ricavate un po' ovunque, lavorando con un programma grafico ho voluto "dilettarmi" a metterle vicino e fare qualche taglia-incolla e qualche sovrapposizione. Il risultato è stato singolare.
Giudicate voi.

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La singolare storia
Il 4 novembre 1824, il figlio 22 enne dell'imperatore Francesco I, Francesco Carlo d'Asburgo (1802-1878) sposa la bavarese Sofia (1805-1872).
La Corte attese invano per due anni i segni di una gravidanza. Il vecchio imperatore già mostrava l'irritazione di un nonno frustrato e dietro le spalle del pigro sposo ci si cominciava a domandare se non si fosse preteso troppo da lui. Finalmente nel luglio del 1826, Sofia rimase incinta, ma abortì. Nel giugno 1827 rimase di nuovo incinta, ma dovette subire una seconda delusione con un altro aborto. Francesco Carlo rimaneva imperturbabile, Sofia si dava tormento, mentre invece l'imperatore già pensava con angoscia alla fine della dinastia.


Mai più Francesco I avrebbe immaginato che proprio quell'erede che aspettava con tanta impazienza - e che cinque anni dopo sarebbe finalmente arrivato - avrebbe sì governato per tanti anni, 68, ma che morendo avrebbe trascinato con sè nella tomba la monarchia degli Asburgo, mettendo proprio lui fine alla vecchia Austria e alla vecchia Europa.

Napoleone era morto a Sant'Elena nel 1821, ma la ex imperatrice Maria Luisa, fin dal 1815 duchessa di Parma, e con lui ancora vivo, l'aveva subito sostituito nel talamo. Prima era stato il suo sorvegliante, poi era diventato suo amante e infine - l'anno della morte del marito - aveva sposato il conte Neipperg.
Mentre il figlio avuto da Napoleone nominato alla sua nascita "Re di Roma" e designato dal padre come erede al trono col nome di Napoleone II, con il padre "sullo scoglio" oceanico e con la restaurazione in Europa delle teste coronate rimaste ancora sul collo, era - a partire dai 13 anni - rimasto custodito a Vienna dai nonni materni, che gli cambiarono pure il nome: FRANCESCO GIUSEPPE CARLO (diminutivo "Franzchen") e gli diedero il titolo di duca di Reichstadt, "militarmente" custodito da Metternich ma anche vezzeggiato dal nonno: era il fanciullo sì un nipote che era estraneo alla successione, ma era tuttavia un bambino amorevole, intelligente, bello, vivace e gentile.
Molti degli ex generali bonapartisti scrivevano a Vienna per poter vedere l'Aiglon. Metternich bloccò tutto, eresse attorno al fanciullo un muro impenetrabile a parenti, estimatori e militari.
Ma in mezzo agli ufficiali austriaci c' erano non pochi che avevano combattuto a fianco e avevano ammirato Napoleone, anzi erano perfino orgogliosi di essere stati al suo fianco, compresi chi lo aveva tradito. Un giorno nel corso di una festa l'Aiglon ne incontrò uno; quello non potendo evitare di essere annunciato al suo ingresso nel salone, gli andò incontro e s'inchinò davanti con grande ossequio ma anche con qualche apprensione. Era Marmont, il Maresciallo che a Waterloo aveva consegnato il sesto corpo d'armata al nemico.
Invece il giovane porse la mano al traditore sbigottito e aggiunse pure "sono lieto di salutare in voi il più anziano compagno di mio padre. Parlatemi un po' di lui". Parlarono per tutta la sera, in un angolo del salone, con lui che sorrideva, e l'altro che gesticolava mentre raccontava, mentre molti, soprattutto alcuni francesi invitati, supponendo di cosa parlavano arrossivano.
Da quella sera, il giovane invitò Marmont al castello diciassette volte, non si stancava di ascoltarlo, voleva sapere tutto da lui, come suo padre parlava, i suoi gesti, le sue imprese, e il Maresciallo non gli parlò d'altro che di battaglie vinte. Mai di sconfitte. Si accalorò perfino quando gli descrisse la battaglia di Wangran "..e poi Lui venne qui a Vienna, e dormì proprio qui a Schonbrunn".
Anche un dignitario un giorno gli parlò di "Bonaparte", ma il giovane seccamente lo riprese "Volete dire l'Imperatore Napoleone". Insomma con disperazione di Metternich quel ragazzo non cresceva di certo come un arciduca austriaco. Nel sangue scorreva sangue corso.
L'ARRIVO DI SOFIA

"Sofia quando era giunta a Vienna aveva poco più di 18 anni. A corte trovò questo ragazzino che aveva già tredici anni, e lei che a malincuore stava dando un addio agli anni dell'adolescenza, trovava più facile lasciarli passare in compagnia di "Franzchen" come lo chiamava, che aveva per lei una vera e propria devozione, e man mano che cresceva si faceva sempre più affezionato e galante. In netto contrasto col marito che invece non era per niente affatto romantico e non la viziava di certo con le coccole".
Quando il marito diventò membro del Consiglio di Stato con diritto di voto, lei con due maternità fallite, si preoccupò della sua prima apparizione "...e quando più tardi mi raccontò come erano andate le cose, ne fui talmente agitata che mi tappai le orecchie, per non sentire cose spiacevoli". Probabilmente al marito quelli del Consiglio gli chiesero che cosa ci andava a fare a letto con "quella lì".

Franzchen a 16 anni, a Sofia - ormai 22 enne mentre viveva le delusioni della maternità ed era oggetto nello Stato, a Corte e in famiglia, di pettegolezzi e scortesie, che l'irritavano - il giovane "ruba cuori" con tanta sensibilità le aveva promesso che per lenire la sua evidente malinconia "le avrebbe portato ogni giorno un mazzo di fiori colti nel suo giardino".
Non tenne solo fede alla promessa, ma ad ogni incontro quotidiano l'abbracciava e la copriva di baci.
Sofia per giustificare agli altri certe effusioni oltre la misura del giovane sempre più galante, un giorno confessò "L'ho rimproverato perchè spesso mi afferra con troppo impeto per baciarmi, e gli ho detto che queste cose le fanno solo i bambini e non un giovanotto come lui".
Tuttavia - mentre viveva le sue delusioni, le faceva bene essere così desiderata e adorata da quel giovane. Passeggiava mattina e sera con lui nel parco di Schonmbrunn, leggevano poesie, ascoltavano musica, andavano insieme a teatro, ai concerti e alle feste dove lui ballava sempre con lei, divinamente, e poi insieme ridevano e si entusiasmavano per quelle cose che piacevano ad entrambi.

A 18 anni, con la sua uniforme da sottotenente, il giovane era slanciato, bello e attraente, come del resto era lei, bella e amabile, sempre corteggiata da numerosi spasimanti, tutti pronti a consolare la giovane sposa circondata dalla malinconia e dall' insensibile e impassibile marito. "Durante il carnevale del 1929, Franzchen e Sofia non tralasciarono un ballo, si abbandonarono alla quadriglia e al vortice del valzer, circondati dagli sguardi invidiosi degli spasimanti respinti".

Sofia
"Quindi nessuna meraviglia che i due diventassero oggetto di pettegolezzi. Anzi i più maligni, mentre lui diventava ogni giorno più bello ma anche più pallido, dicevano che l'eccessiva inclinazione amorosa per la bella Arciduchessa, gli stava recando conseguenze inesorabili su una fibra già predisposta alla consunzione, e che.... gli ardenti amplessi di quella donna erano... per lui fatali".

Lei era sempre felice con lui, ma angustiata dalla non maternità, e angosciata dalle pressioni di corte, malvolentieri "si lasciò convincere dai medici di andare in primavera prima a Bad a fare i bagni ferruginosi, poi nell'estate - a quelli salini di Ischl". E con lei anche Franzchen. "Con i primi si disse che non erano serviti a nulla, con i secondi qualche mese dopo dissero che il sale le aveva giovato e che aveva fatto il "miracolo".
Non per nulla che il frutto dell'improvviso "miracoloso" concepimento fu - ironicamente ma anche dalle malelingue - poi chiamato "il Principe del sale"
.

Infatti, tornata dai bagni a Schonbrunn, a fine novembre del 1829 Sofia è incinta. Nove mesi dopo, il 18 agosto 1830, alle ore 9,45 del mattino la casa degli Asburgo aveva il suo erede. Al battesimo, avvenuto il 20 agosto a Schonbrunn, vennero imposti al piccolo (non sappiamo da chi imposto !?) i nomi di FRANCESCO GIUSEPPE CARLO ( diminutivo, Franzi ); ed è curioso, perchè erano gli stessi nomi che già aveva "Franzchen" il Re di Roma.





FRANCESCO GIUSEPPE CARLO D'ABSBURGO e FRANCESCO GIUSEPPE CARLO NAPOLEONE

NELL'IMMAGINE A DESTRA ABBIAMO SOVRAPPOSTO L'OVALE DEL SOLO VISO DELL' IMMAGINE SOTTO ruotando solo gli occhi leggermente a destra, ed eliminando la folta chioma, di moda vent'anni prima.
Notare le labbra, il naso, le sopracciglie, e l'ovale del viso molto simile.
e se mettiamo nell'immagine sotto solo i capelli di Franzchen nel ritratto di Franzi
(all'incirca entrambi alla stessa età, 20 anni)
e li mettiamo vicini la somiglianza è ancora più impressionante


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qui nell'immagine a destra il viso sovrapposto è ricavato dall'immagine sotto, questa volta senza toccare gli occhi; immagine speculare dove Franzchen ha amorevolmente in braccio Franzi.
(teniamo presente che l'Aiglon qui sotto aveva 21 anni, mentre l'immagine sopra a sx -più matura- del futuro Kaiser, fu fatta a 25 anni)


"Franzchen" dopo la nascita di "Franzi", seguitò a vezzeggiare e adorare Sofia; e lei andava dicendo "E' bello guardare questo giovane attraente quando tiene fra le braccia il mio "Franzi" e gioca con lui. Hanno entrambi un sorriso così dolce". (era forse quella dolcezza il manifesto amore di un padre?)
All'inizio del 1832 erano tutti di nuovo a Schonbrunn, e Sofia si disse contenta che il duca di Reichstadt abitasse la stanza proprio accanto a lei. "E' vicino al mio piccolo Franzi, nella camera attigua a quella in cui ho partorito".

Qui sopra la comparazione viene fatta specularmente, mettendo i capelli di "Franzchen" al piccolo "Franzi",
che però era di circa un anno più giovane del bambino "Franzchen", in un'immagine fatta 20 anni prima.
sotto invece abbiamo solo riportato sul viso 2 i capelli del viso 1.

Sofia alla fine dello stesso anno, era di nuovo incinta, e il 6 luglio 1832 diede alla luce il suo secondo figlio, Ferdinando Massimiliano (che andrà poi incontro al suo tragico destino - fucilato in Messico).

Il mese dopo la nascita di Massimiliano, il 22 luglio 1832, consumato dalla tisi moriva il duca Francesco Giuseppe Carlo di Reichstadt, il figlio di Napoleone.
Fu sepolto nella Cripta dei Cappuccini, accanto al "nonno" Francesco I, e vicino ai due fu poi inumata nel 1847 la madre Maria Luisa.

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"Francesco Giuseppe (l'austriaco), prima ancora di leggere, a tre anni imparò a fare le esercitazioni da un caporale. A quattro disse "le mie cose preferite sono le cose militari"; a cinque anni gli regalarono un' uniforme da corazziere; a sei anni un fucile flobert e iniziò a giocare alla guerra; ovviamento facendo la parte del condottiero. Una volta, in testa ai suoi compagni, con la bandiera in mano diede l'assalto a un piccolo forte nel parco di Schonbrunn, poi, dopo averlo conquistato, con il drappello di prodi preceduto da tamburo, marciò per le stanze del castello, fino al salone dove li aspettava la merenda".

Queste cose alla stessa età le aveva fatte anche Napoleone! Leggiamo dalla Biografia del Corso:

"Sua madre al più indiavolato dei suoi figli - a Napoleone - aveva comperato, quand'era ancora fanciullo, un tamburo e una sciabola di legno; il bambino con il primo, passava ore a suonare la cadenza delle marce militari, e con il secondo attrezzo si improvvisava condottiero. Ma non avendo seguaci, disegnava sui muri file di soldati schierati per la battaglia, suonava il tamburo, poi con la sciabola partiva alla carica".

Insomma - oltre le immagini sopra - anche due caratteri e indole identici.

venerdì 4 novembre 2011

Cecco Beppe e l’impero «multicolore»



Alla “Festa dei popoli della Mitteleuropea”, che dal 15 al 17 agosto si tiene a Giassico (località di Cormòns, in provincia di Gorizia), ci si può andare per le ragioni più diverse. Per gustare un clima piacevolmente rétro, per imparare qualcosa della propria storia o per tenere vivi la speranza e il sogno di ordini giuridici differenti e di geografie politiche “altre”.

Sono tutte buone ragioni, senza dubbio, perché questa manifestazione – che l’Associazione Culturale Mitteleuropea organizza dal 1975 nel fine settimana più vicino al genetliaco dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena (nato, appunto, il 18 agosto 1830) – ha il merito di rammemorare quella Felix Austria che fu a lungo una mirabile “eccezione” proprio nel cuore del Vecchio Continente.

Giunto al trono solo diciottenne in un’Europa sconvolta da fremiti rivoluzionari, Cecco Beppe (com’era affettuosamente chiamato nei territori di lingua italiana) sapeva di essere stato chiamato a gestire un’istituzione vinta dalla storia. Nell’età che avrebbe portato all’«inutile strage» (disse Papa Benedetto XIV) della Prima guerra mondiale, la Mitteleuropea imperialregia poteva essere solo detestata dai protagonisti della scena europea.

Eppure, proprio in quei sei decenni che vanno dal 1848 al 1916, Vienna si affermerà quale capitale culturale del mondo intero. Entro l’impero retto «con saggio amore», come recitava una canzone popolare, si formeranno i maggiori filosofi, scienziati e artisti del tempo: da Johannes Brahms a Carl Menger, da Heimito von Doderer a Gustav Klimt, da Edmund Husserl a Oskar Kokoschka, da Sigmund Freud a Karl R. Popper, da Ludwig Wittgenstein ad Hans Kelsen, da Adolf Loos a Gustav Mahler, e via dicendo; ma l’elenco delle grandi personalità viennesi e “asburgiche” (si pensi solo alla Praga di Franz Kafka) sarebbe davvero troppo lungo.

Dall’«otium» nasce la cultura

Quella vivacità d’idee non fu casuale. La cultura emerge in contesti di libertà e di prosperità, e specialmente in quelle società che valorizzano lo scambio e il dialogo. L’impero fu tutto questo perché, fin dall’inizio, rigettò il modello dello “Stato nazionale”, che nel secolo XIX si era imposto come sola istituzione legittima, e fu quindi naturalmente pluralista: lasciando convivere lingue, religioni e culture differenti.

A Giassico, allora, i rappresentanti dei popoli dell’impero si ritrovano ogni anno anche per esprimere la legittima nostalgia verso quell’Europa tradizionale e tollerante che è stata cancellata dal nazionalismo, massimamente virulento durante la Grande Guerra. Come ebbe a dire un protagonista di quel mondo, Franz Werfel, «gli Stati nazionali sono nella loro essenza stessa unità demoniache»; l’impero, invece, era un vasto spazio aperto entro il quale tante piccole comunità trovavano una “casa comune” capace di proteggerle. D’altra parte, gl’irredentismi promossi da Cesare Battisti e da Tomas Masaryk hanno creato un “vuoto” di potere proprio nel centro dell’Europa: riempito dapprima dall’espansionismo hitleriano, poi dall’Unione Sovietica.

La periferia è il fulcro

In questo senso, il federalismo “implicito” sotteso alle istituzioni imperiali ha ben poco a che fare con lo spirito unificatore che oggi spinge le classi politiche europee a concentrare sempre più poteri a Bruxelles. Mentre l’Europa in costruzione è modellata sullo Stato nazionale (e punta a rappresentarne una “proiezione” ampliata e abnorme), l’antico impero affondava le radici nel policentrismo medievale e nel pluralismo, erede dell’universalismo cattolico, che caratterizzava l’Europa prima dell’avvento del “principio di sovranità”. Non stupiamoci, allora, se ogni anno a metà agosto quanti ricordano con simpatia l’imperatore Francesco Giuseppe e il suo mondo si danno appuntamento nella periferica contrada di Giassico. Come rilevò lo scrittore Joseph Roth ne “La cripta dei cappuccini”, «l’anima dell’Austria non è il centro, ma la periferia». Ed è quindi tutt’altro che sorprendente se i rappresentanti di quei piccoli popoli tornano a ricordarlo proprio in un minuscolo villaggio, che per tre giorni diventa capitale di un’istituzione capace ancora di far parlare di sé.

Carlo I° D'Asburgo-Lorena e la rivoluzione comunista in Italia.

 
 
Grazie,  Maestà

Se gli sforzi dell'Imperatore Carlo I d'Asburgo per porre fine alla prima guerra mondiale e portare la pace ai popoli europei in Italia sono praticamente sconosciuti, in quanto nessuno ha mai avuto interesse a favorire la diffusione di un' immagine positiva della "tirannica" dinastia, ancora più ignoto è il debito enorme che ogni italiano ha verso l'ultimo Imperatore. E' infatti dimostrato che Carlo, tra il 1917 ed il 1918, ha impedito che in Italia scoppiasse la rivoluzione comunista. Scopriamo insieme come andarono i fatti.

Lo stato maggiore tedesco aveva già sperimentato con successo nei confronti della Russia la strategia di reimpatriare nei paesi d'origine i rivoluzionari esiliati prima dell'inizio del conflitto (vedi la notissima storia del treno che attraversando l'intera Germania riportò Wladimir Lenin nelle terre dello Zar). Questi, pensavano i tedeschi, causando rivolte ed ammutinamenti avrebbero portato al crollo degli eserciti nemici. Una tattica cinica, ma intelligente: sappiamo infatti come andarono le cose in Russia.
Orbene, nell'autunno del 1917 era pronto a Zurigo un treno carico di sobillatori di origini italiana, proprio nei giorni in cui violente agitazioni operaie in Romagna e Piemonte erano costate la vita a 60 persone. L'arrivo di quegli agitatori in un paese già sconvolto dalla disfatta di Caporetto avrebbe dato all'Italia il colpo di grazia: con tutta probabilità la rivoluzione avrebbe trionfato. L'Austria-Ungheria avrebbe imposto un pesante armistizio agli italiani e avrebbe potuto concentrare le sue divisioni sugli altri fronti di guerra. E allora, perchè Carlo impedì che quel famoso treno attraversasse il territorio austriaco (dalla neutrale Svizzera infatti non poteva passare) per giungere nella terra dei nemici?
La sofferta decisione fu dovuta alla devozione dell'Imperatore verso il Santo Padre: la rivoluzione che sarebbe scoppiata in Italia avrebbe portato alla proclamazione di una Repubblica marxista, che avrebbe messo in pericolo l'esistenza stessa della Chiesa in Italia (vedi "Dialettica dell'armistizio", di Nerio de Carlo). L'Asburgo pagò caro il suo nobile gesto: da lì a un anno avrebbe perso la guerra ed il Trono, ma nessuno uomo di buona volontà, a distanza di novant'anni può scordarsi del suo cuore. Se la nostra terra non è stata disumanizzata da molti decenni di comunismo, sappiate chi dovete ringraziare.
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             informazione tratte dalla rivista "Mitteleuropa", n°1 2008

giovedì 3 novembre 2011

Preghiera per i caduti austro-ungarici ( testo di Marco Plesnicar, tratto dalla rivista "Mitteleuropa").




In occasione del 4 Novembre(fine della grande guerra per L'Impero Austro-Ungarico)pubblico questa preghiera in onore di tutti quei valorosi soldati caduti in guerra per difendere l'ultimo grande stato Cattolico D'Europa.

O DIO ONNIPOTENTE ED ETERNO, SIGNORE DEGLI ESERCITI, VOI CHE ALL'INDOMANI DELLA CREAZIONE DEL MONDO PRESIEDESTE AL TRIONFO DELL'INVITTO ARCANGELO MICHELE CONTRO LE FORZE DEGLI ANGELI RIBELLI CHE INSIDIAVANO IL VOSTRO TRONO GLORIOSO, DEGNATEVI DI ACCOGLIERE NEL VOSTRO REGNO LE ANIME DEI VALOROSI CHE QUI ORA PUBBLICAMENTE ONORIAMO, MEMORI DELL'ESTREMO SACRIFICIO CHE LA SVENTUTA DEI TEMPI VOLLE MANTENERE FINO AD OGGI OCCULTO E DIMENTICATO:
STRAPPATI DAL FOCOLARE DOMESTICO, PRECIPITATI NELLE PIU' REMOTE CONTRADE AD AFFRONTARE UNO SCONTRO IMPARI, ESSI SEPPERO CON LEALTA' E CORAGGIO, PULSANTE NEL PETTO UN CUORE LACERATO DALL'AMORE PER LA FAMIGLIA LONTANA E PER LA PATRIA MORENTE; SE AGLI OCCHI DELL'UOMO COSTORO USCIRONO SCONFITTI DALL'INFAUSTA BATTAGLIA A CUI GLI ARCANI DISEGNI DELLA PROVVIDENZA AVEVANO RISERVATO AMARI DESTINI, DAVANTI A VOI ACQUISTARONO LA CORONA DELLA VITTORIA, SINO A DIVENIRE SEMI FECONDI DI QUELLA PACE FRA LE NAZIONI CHE SOLTANTO IN VOI, O DIO DELLA GIUSTIZIA, TROVA FONDAMENTO E LINFA. E A NOI, FIGLI FORSE INDEGNI DI TANTO VALORE, EPURE CAPACI DI CHINARE IL CAPO DAVANTI CIPPO DELLA MEMORIA, VOLGETE IL VOSTRO PATERNO SGUARDO MISERICORDIOSO, AFFINCHE' SI RAFFORZI SEMPRE DI PIù LA SPERANZA DI GODERE, UN GIORNO, ASSIEME AI NOSTRI CADUTI, DELLA VOSTRA VISIONE BEATIFICA NELLA GLORIA ETERNA DEI CIELI.
COSI' SIA