domenica 23 ottobre 2011
sabato 22 ottobre 2011
Francesco V° D'Asburgo-Este:La battaglia di Solferine e l'armistizio di villaFranca(raccolte da Bayard de Volo in Vita di Francesco V Duca di Modena).
"S. A. I. R. il duca Francesco V, lasciando con tutte le sue valorose milizie il Ducato, si ritirava al Quartiere imperiale austriaco, e prendeva parte da alleato fedele alle vicende della guerra: e il suo degno Ministro, conte Bayard De Volo, seguendo il suo signore, ne raccolse le preziose Memorie, delle quali fece tesoro nella sua stupenda Vita di Francesco V" (Bayard de Volo. Loc. cit. Cap. LII, pag. 28).
"I vari brani -avverte lo scrittore- che verrò citando o interpolati nel testo o in apposite note, quando sono letterali, li distinguerò con virgolette. Ma in gran parte le narrazioni e gli apprezzamenti si devono prendere come Memorie del Duca, specialmente intorno alla battaglia di Solferino ed all’abboccamento di Villafranca".
"La battaglia di Magenta, quantunque non prevista a tempo dagli Austriaci, quantunque assai micidiale, non sarebbe stata per essi sì gran disastro strategico, che con maggiore energia militare non avesse potuto scongiurarsi.. Di fatto i Francesi non inseguirono da nessuna parte, né in modo alcuno si affrettarono, se si eccettua l’entrata a Milano, di trarre largo profitto dalla vittoria, che era stata loro abbandonata.La imprevidenza per altro dimostrata avanti, e la soverchia precipitazione di poi della completa ritirata sul Mincio, avevano fatto svanire ogni illusione sulla capacità di Gyulai,che invano tentò riacquistare con un progetto di recarsi di nuovo ad attendere il nemico fra Lonato e Montechiari. Quando l’Imperatore si abboccò la prima volta col duca Francesco V a Verona,non gli fece mistero del suo malcontento intorno al comando dell’esercito, ed effettivamente di lì a non molto, ossia il 18 giugno, ne assunse l’Imperatore stesso il comando supremo, confermando a quello della prima armata il tenente maresciallo Wimpffen, e affidando la seconda al tenente maresciallo Schlick, già noto in Italia per avere nel 1849 espugnato valorosamente il Monte Berico presso Vicenza.
Il primo di questi due comandanti subalterni si mostrava palesemente scoraggiato, e il secondo era ignaro delle vere posizioni prese dagli alleati. "Il Comandante della prima armata infatti si espresse così, sono parole testuali del Duca, — con molto scoraggiamento. "Wir sind für die gute Sache gohopfert! Io, deplorando i disastri passati, mostravo di confidare nella riunione delle due armate,
la quale stava per effettuarsi, nell’unità del comando di S. M., nel consiglio di Hess sopraluogo, finalmente nelle forti posizioni scelte per tener fronte al nemico...Il Generale non divideva questa mia fiducia; molto si estese a parlare sull’accortezza del piano probabile degli alleati, ch’egli in parte arguiva da relazionidi confidenti... Finalmente asserì, che non si avevano novantamila uomini da mettere in linea il giorno di una battaglia: e non avendone io trattenuto una esclamazione di dubbio, egli vi contrappose esserne stato assicurato dallo stesso Hess".
Terminò con questa incredibile osservazione: "Ebbene, anche se guadagniamo la battaglia, cosa varrebbe un inseguimento col caldo di luglio?" come se a condizione eguale non si trovasse il nemico, pensai fra me! "metà della nostra truppa avrà a caderne esausta lungo le strade..."". Altre rilevanti innovazioni si erano operate nel personale dirigente, anzi nello stesso Stato Maggiore,sopraggiunti di fresco c'erano ufficiali superiori che per la prima volta vedevano lItalia. Qui il Duca narra un fatto altrettanto incredibile quanto vero.
La vigilia del giorno 24, dice egli, passando dinanzi allOperations Kanzley, che era attigua al Quartier imperiale, trovai sulla strada un Generale... all’apparenza molto affaccendato...
Io non lo conoscevo; ma egli si presentò a me come Generale Scudier, chiamato da Lemberg per La vigilia del giorno 24, dice egli, passando dinanzi all’Operations Kanzley, che era attigua al essere Capo dello Stato Maggiore della 2ª armata.
Pareva contentissimo della sua nuova destinazione, che avrebbe anzi dovuto pesargli doppiamente, e per la grave responsabilità, e perché, come mi disse, era da sole 24 ore in Italia, dove si trovava per la prima volta!Si era quindi cercato colla lanterna in tutta l’armata austriaca un Capo di Stato Maggiore, che non avesse mai veduto il terreno sul quale doveva operare...".
Intanto al Quartiere imperiale venne elaborato dal tenente maresciallo Hess ed accolto un nuovo progetto, il quale, assai bene concepito in astratto, sarebbe o no riuscito, secondo che il nemico si fosse rinvenuto nelle condizioni supposte,e secondo che fosse stato in tutte le sue parti posto abilmente in esecuzione. Esso doveva consistere, non già nello stabilirsi tra Lonato e Montechiari e Casiglione delle Stiviere,ma nel cacciare di là il nemico, ritornando sempre oltre il Mincio ad accerchiarvelo, per staccarlo dalla sua base di operazione, e spingerlo sul Lago di Garda e sui monti del Tirolo.
L’Imperatore aveva in questo intendimento fino dal 20 giugno trasferito il suo Quartiere generale a Villafranca, donde ispezionò tosto uno dei principali passaggi sul Mincio, ossia quello da Valeggio a Borghetto.Così nel 21 e nel 22 l’esercito austriaco di operazione, nella quasi sua totalità, ebbe a valicare un’altra volta il fiume, dietro al quale si era pochi giorni innanzi riparato, lasciando alle spalle, oltre a quelli di Valeggio,i ponti muniti di Goito, Pozzolo e Saliunze.
Alcune avvisaglie di usseri, spinte in avanti appunto da Saliunze e da Peschiera, si abbatterono intanto negli avamposti francesi verso Lonato e Montechiari, e vi impegnarono sanguinose scaramuccie;il perché si credette senz’altro che le previsioni formate, circa al luogo di una grande battaglia, fossero precocemente per avverarsi, e si risolvette per conseguenza di marciare senza alcuna sosta in avanti.
Nel successivo giorno 23 i varî corpi di armata ricevettero ordine di raggiungere prontamente le posizioni a ciascun d’essi assegnate, alfine di occupare prima dei nemici le vantaggiose alture di Solferino, Cavriana, Madonna della Scoperta e Pozzole. Per tal guisa l’esercito austriaco, inoltrandosi nel territorio compreso tra il Mincio e il Chiese, mirava a stabilire la sua ala diritta a Pozzolengo,la ala sinistra a Medole, il centro a Cavriana, Trezze e Solferino, ammassando in pari tempo, ad uopo di rinforzo, corpi considerevoli tra Castel Grimaldo,Guidizzolo e Foresto.
Francesco V, accompagnando l’Imperatore a Valeggio e quindi a Volta, aveva potuto scorgere, sebbene a distanza, i movimenti avanzati di quelle milizie; ma aveva osservato altresì come all’apparir loro sulle pianure di Medole,la cavalleria nemica, appostatasi in esplorazione, alzando nubi di polvere, si ritirava a briglia sciolta, evidentemente per recare a’ suoi generali l’annunzio dello estendersi anche colà della fronte austriaca di battaglia. E ciò, collegandosi con lo scontro accaduto il giorno avanti a Lonato, dava a comprendere, che gli alleati, spingendo le loro ricognizioni su linea cotanto vasta,non solo erano giunti assai probabilmente a scoprire le mosse degli Imperiali, ma erano in grado di opporsi loro in quel qualsiasi punto che fosse stato il più minacciato.
Il Duca Francesco che aveva in cuor suo deplorato lo stallo, alla luce dei fatti ebbe poi piena prontezza ad abbandonare precocemente tutto il terreno a destra del Mincio assai prima che il nemico se ne fosse reso padrone,ora deplorava le marce e contromarce, che quel precipitoso richiamo aveva cagionato alle milizie austriache, le quali andavano così a giungere estenuate e stanche all’atto ed al luogo della battaglia;
ma più di tutto deplorava che nell’istante di impegnarsi si fosse quasi dimenticato il requisito indispensabile di un corpo di vera riserva sotto le mani del Comandante supremo, essendoché, per quanto egli stesso ebbe a verificare di persona, dietro i corpi destinati all’attacco non si erano lasciati che alcuni forti carriaggi di munizioni, varie batterie di campagna e l’equipaggio dei ponti,
i quali si tenevano alla sinistra del fiume. — Lo stesso canuto feld-maresciallo Nugent, che ad onta de’ suoi ottant’anni si associava come volontario al quartiere imperiale,aveva vigorosamente raccomandato un tal corpo di riserva, "di cui niun altro che il Comandante in capo avesse ad essere arbitro assoluto,senza uopo di ricorrere invece a semplici distaccamenti degli altri corpi più o meno impegnati nel combattimento."Forse al Quartiere Imperiale credevasi che sarebbe rimasto tempo per riparare a simile omissione.Certamente poi non so se vi si supponeva che la giornata campale sarebbe stata il domani; tanto è vero, che si era dato ordine, perché le truppe non si mettessero in moto nella mattina successiva,se non dopo il loro rancio ordinario, ossia alle nove antimeridiane.
"Queste previsioni non erano abbastanza logiche e fondate, — scrive di nuovo il Duca. — Era certo, che l’esercito nemico si trovava già fra Brescia e il Chiese; il 23 la sua cavalleria era visibile verso Medole;si sapeva Castiglione occupata; i Francesi erano vittoriosi, e la loro indole non è quella delle battaglie difensive, né di arrestarsi dopo una vittoria...Si procedette invece per parte austriaca, come se fossimo stati padroni del tempo, del luogo e degli avvenimenti. Persino l’ordine a tutto l’esercito di non muoversi se non dopo l’ora del rancio di mattina,appoggiato sopra supposizioni erronee, riuscì estremamente pregiuzievole; giacché, attaccate le truppe prima del tempo, dovettero prendere le armi alla sprovvista e, non essendo munite di viveri portatili, ebbero a combattere tutta la giornata a digiuno , e quindi esposte ad essere facilmente spossate..."
Checché ne sia di tutto ciò, non meno che dell’avere gli alleati potuto presagire gli intendimenti dell’oste imperiale, è verità ormai constatata, che Napoleone III, fatto nel 23 varcare il Chiese alla maggior parte dei corpi,ordinava che nel dì appresso si inoltrassero appunto sino a quelle posizioni, cui egualmente tendeva l’esercito comandato dall’Imperatore Francesco Giuseppe.
Poste quindi alla sua ala sinistra, dirigentesi a Pozzolengo, le divisioni sarde, ingiunse a Baraguay d’Hillers ed a Mac-Mahon, che costituivano il centro, di giungere a Solferino ed a Cavriana; a Niel e Canrobert, formanti l’ala destra,di avere per loro abbietto Guidizzolo e Medole.
Ma perché in quella stagione cocente le combinate rapide marce non fossero molestate dal soverchio calore del sole, dispose che tutti i corpi, ad eccezione della Guardia, che restar doveva quale riserva al Quartier generale in Castiglione,prendessero le mosse sulle due del mattino. Ciò apportò dunque, che anche assai prima dell’ora designata per gli Austriaci,e quindi prima del loro rancio, avessero ad essere allarmati dalle avanguardie degli alleati, e che i due eserciti nemici si scontrassero assai per tempo in tutta la linea,in un esteso combattimento delle due ali estreme fra loro e del centro col centro, a guisa di tre battaglie, coordinate in modo, che il risultato dell’una doveva indubbiamente dipendere da quello delle altre.
Malgrado di essere state quasi sorprese, malgrado delle enormi fatiche dei giorni innanzi, le milizie austriache, fra cui si notavano non pochi reggimenti italiani, (del Veneto - Ndr.) non vennero meno a quella bravura ed a quella fermezza,per cui sì giustamente sono celebri, dimostrando anche in simile incontro come le antiche tradizioni di valore e la disciplina,inseparabili dai grandi antichi eserciti, bilancino assai spesso le imperfezioni della strategia e del comando.
Le condizioni del terreno, estendentesi da Pozzolengo al Lago di Garda, permisero nello avanzarsi reciproco, che il combattimento impegnato fra l’ala dritta austriaca e la sinistra degli alleati acquistasse una tal quale indipendenza dal resto della grande battaglia; ed a ciò contribuivano non v’ha dubbio il grado rispettivo di agguerrimento delle forze che vi si trovavano a fronte e l’energia tutta propria del generale Benedeck,cui stavano a competitori i generali italiani. Non così al cozzo tremendo dei due centri sul colle di Solferino, dal cui possesso dipendeva il destino della giornata,rimanea del pari estraneo l’esito degli scontri, che si ripeterono fra l’ala sinistra austriaca e la destra francese nella pianura interposta fra Medole,Robecco, e Castel-Grimaldo. Infatti dalle tre del mattino fino al meriggio gli Austriaci comandati valorosamente da Stadion e da Clam-Gallas respinsero alla baionetta più di una volta gli assalitori francesi, che il loro comandante Baraguey d’Hilliers guidava con grande ardire e con sempre nuova insistenza al conquisto della Rocca di Solferino.
Ma la mancata cooperazione di Wimpfen e di Liechtenstein, specialmente allorquando Napoleone faceva avanzare la sua riserva della Guardia Imperiale, rese impossibile qualunque ulteriore tentativo di rivincita,e da quell’istante non fu difficile prevedere quale dei due eserciti combattenti sarebbe rimasto padrone del campo.
Ciononostante è pur d’uopo riconoscere che i Comandanti dell’ala sinistra austriaca, ossia della prima armata, non furono al tutto reprensibili,se indugiarono ad obbedire all’ingiunzione ricevuta di spingersi innanzi con tutte le forze loro nella direzione di Castiglione; essendoché Niel e Canrobert,acquistando terreno sino a Robecco, minacciavano di prendere l’ala sinistra austriaca di fianco, e forse anche alle spalle. Piuttosto convenirsi, che tutto il disastro è attribuibile appunto alla mancanza di una riserva, la quale, senza spostare ed assottigliare gli altri corpi, avesse potuto mandarsi a tempo in rinforzo del centro,che per tal modo si sarebbe sostenuto ed avrebbe anche assai probabilmente trionfato.
Con la espugnazione di Solferino per parte dei Francesi, cogli svantaggi subiti nella pianura, colle truppe digiune da tutto il giorno, colle strade dietro alle fronti ormai riboccanti di ambulanze e di feriti,coi battaglioni stremati dalle eccedenti perdite sofferte, con gli squadroni de’ cavalieri e coi treni d’artiglieria più che decimati,non si dava l’esercito austriaco ancora per vinto, e contrastava a passo a passo al nemico il terreno per tutta la linea da Solferino a Medole.Ma visto dall’imperatore Francesco Giuseppe l’inutilità di quella magnanima resistenza, a risparmiare un’ulteriore effusione di sangue,comandò la generale ritirata, la quale si effettuò lentamente ed in buon ordine, protetta nella retroguardia dalle artiglierie di campagna che tenevano in rispetto e a distanza gli inseguitori.
Questo è il riassunto, della fatale e memorabile giornata di Solferino. Non sarà inopportuno che io vi aggiunga desumendoli sempre dalle Memorie del Duca sopra citate, alcuni più minuti particolari,
che si riferiscono alle condizioni speciali in cui ebbe ad assistervi ed a quanto Egli stesso poté rilevarne.
Dal principio fino al compimento del grande e mortifero dramma, aveva il Duca partecipato alle ansietà ed alle emozioni di tutti coloro, che presso il Quartiere generale austriaco ne erano interessati spettatori.Egli, con gli altri Arciduchi del seguito, si era tenuto costantemente a fianco dell’Imperatore, avanzandosi con lui, e retrocedendo a seconda delle vicende,che l’immane lotta ebbe a subire in tutto il suo corso. E come il giorno avanti coincideva colla solennità del Corpus Domini,e quella della battaglia cadeva nel San Giovanni, così il Duca non lasciò nell’uno e nell’altro giorno di assistere alla santa Messa,non essendoci preoccupazione alcuna, o per quanto gravissimi, non avrebbe potuto distoglierlo da quegli atti di Religione.
Ma poi assai per tempo il dì 24 si recava, come ne aveva ricevuto avviso, alla Villa Maffei in Valeggio, ed essendone i suoi cavalli, come quelli dell’intero Stato Maggiore, avviati a Solferino, dovette prevalersi di un calesse di posta qualunque,per giungere a Volta, dove l’Imperatore, che ve lo aveva preceduto, seguiva già con l'occhio da un’altura, circondato da’ suoi generali,le prime rapide mosse del combattimento. Di là peraltro non si scorgeva che quel tratto di terreno, che estendevasi da Guidizzolo a Medole, dove agiva, come ho avvertito,parte soltanto dell’ala sinistra austriaca; laonde per sorvegliare più da presso le operazioni al centro e occorrendo dirigerle, si trasferì l’intero Quartiere imperiale a Cavriana,dove non poté giungere prima delle 11 antimeridiane, a causa della straordinaria affluenza di carriaggi e ambulanze, che già ingombrava la strada.Di sotto a Cavriana ferveva orrendamente la battaglia. I shrapnels austriaci,scoppiando nell’aria e lasciando dietro a sé un denso globo di fumo, si succedevano con una rapidità spaventosa. Non minore era l’effetto delle granate esplose dai cannoni rigati francesi,che spinte a considerevole altezza venivano a colpire le prime fronti delle colonne austriache. Il fragore delle artiglierie non aveva la minima interruzione, già si potevano calcolare due colpi ad ogni minuto secondo;e durò poco meno di nove ore continue.
Così due popoli potenti e forti, ai quali era sostanzialmente estranea la sorte dell’intera nazione italiana,anzi da questa non chiamati, versavano il loro sangue a rivi per opera di una turbolenta fazione, i cui caporioni(dopo di avere per anni cospirato nell’ombra) si tenevano prudentemente lontani e in salvo di fronte al pericolo dello scontro da essi suscitato.
Il punto scelto alle osservazioni del Quartiere imperiale dominava il grande spazio interposto fra Medole e i colli di Solferino; ma questi ultimi coprivano il tratto di paese che si stende fino al Lago di Garda,dove l’ottavo Corpo austriaco sotto gli ordini di Benedeck combatteva l’ala sinistra degli alleati. Vi si poté per altro rilevare solamente, per quanto il fumo e la nebbia il permettevano,
l’entrare in linea al sud di Medole di una lunga colonna di artiglieria nemica, la quale venne ad aggiungere il suo formidabile fuoco a quello sino allora assordante;e vi si notò dal lato di Montechiaro un improvviso aumento di polverone sul terreno, che denotava senza dubbio l’accorrere sul campo di nuovi battaglioni.E benché sul mezzogiorno ci fu una sosta nell’accanito combattimento, che ferveva incessante intorno a Solferino, ciononostante il rimbombo delle artiglierie ed anche quello della moschetteria, andava sempre più approssimandosi, segno indubitato, che il nemico guadagnava terreno, e che per conseguenza gli Austriaci andavano retrocedendo. E già piccoli distaccamenti decimati di truppe, che avevano perduto i loro ufficiali, ed i cui resti erano malconci e feriti, ripiegavano isolati nella direzione di Cavriana, non come fuggiaschi,ma come impotenti a non più resistere.
Simili apparenze contrarie, non meno che i frequenti rapporti dei comandanti indussero l’Imperatore e gli Arciduchi a riprendere da Cavriana la via della Volta, soffermandosi però in una località intermedia denominata La Corte.Quivi, sebbene non tutti fuori del tiro dell’artiglieria francese, fu tra le altre disposizioni attivata un’ambulanza pei feriti, che potevano da sé fino là trascinarsi,o v’erano trasportati dai compagni. Ma anche quella posizione venne da ì a poco abbandonata per trasferirsi in altra, detta S. Maria della Pieve, più esposta,peraltro più dominante. Il sopraggiungere intanto delle fresche ed intatte riserve francesi aveva determinato a favor loro la definitiva espugnazione di Solferino.
Quantunque da quell’istante la sorte della giornata potesse riguardarsi decisa, ciononostante la resistenza non ebbe a cessare se non quando il comandante della prima armata mandò a riferire all’Imperatore essergli impossibile di sostenere la posizione sempre da nuove truppe attaccata, e il perché si trovava forzato a retrocedere. Ciò promosse, come si è notato di sopra,l’ordine della ritirata generale, che portò a retrocedere, pel momento, dal Quartiere imperiale fino a Valeggio.
Non ho mancato di avvertire, come fin dal mattino la condizione dell’ala destra degli Austriaci aveva acquistato una tal autonomia, che le fu d’uopo mantenere trovandosi quasi fuori di vista dal Quartiere imperiale.Essa aveva per ben due volte respinto vittoriosamente l’esercito sardo da San Martino, obbligandolo anche ad abbandonare la Madonna della Scoperta ed a ritirarsi sino a Revoltella al di là della ferrovia,che costeggia il Lago. La quinta divisione, comandata dal generale Cucchiari, ebbe a subire danni sì enormi da restarne quasi affatto scomposta.Con tutto ciò la perdita di Solferino al centro non poteva non influire anche sulla sorte del corpo di Benedeck, il quale in forza di quel disastro dovette verso le due pomeridiane richiamare i suoi battaglioni di sinistra da Madonna della Scoperta,e solo allora fu quella posizione definitivamente occupata dalla divisione Durando. Rincuorato da questo fatto, ed anche assai meglio dai progressivi vantaggi dei Francesi
al centro, Vittorio Emmanuele, per riparare ai malriusciti attacchi precedenti, ordinò a tutte le sue schiere un nuovo supremo sforzo contro le alture di San Martino e Pozzolengo.
Ciò accadeva dopo le quattro pomeridiane, appunto nell’istante in cui l’ordine della generale ritirata era comunicata a Benedeck, il quale ben si comprende quanto a malincuore si inducesse ad uniformarsi.Né prima egli volle effettivamente piegarsi a sì dura necessità, che non avesse anche per la terza volta, dopo una lotta accanita, contrastato gli assalitori il benché minimo vantaggio.
. Egli si mantenne dunque in quell’ultimo scontro al possesso di San Martino, che non più abbandonò se non alle sette pomeridiane. Ciononostante i Piemontesi,i quali per ragione appunto della ritirata generale ingiunta agli Austriaci, non erano stati inseguiti, mantenutisi nelle alture prossime a San Martino,poterono alla loro volta molestare il retroguardo di Benedeck, ed impadronirsi di tre cannoni, che questi nel suo ripiegarsi fu costretto di abbandonare sul campo.
Non v’ha dubbio alcuno, che le truppe sarde si battessero con somma costanza e bravura, ciononostante quella, né più né meno, come è qui fedelmente narrata, è la vittoria di San Martino, di cui si è voluto stranamente esagerare il vanto.Né io credo, che nazione alcuna, nemmeno la nostra, acquisti valore nell’attribuirsi vittorie, che realmente non ha conseguite.
Lo stesso luogotenente generale Cucchiari, comandante la terza Divisione, nel suo rapporto ufficiale, riportato dallo Zobbi (Cronaca, Vol. II, pag. 315) confessa, che "era sull’imbrunire, quando il nemico sloggiava ancora una volta i nostri da quelle posizioni sulle alture di S. Martino."
Sul declinare della giornata, quasi che anche il cielo a tanta strage umana si corrucciasse, sorgeva dalla conca del Lago di Garda e addensavasi nel tratto di terreno inaffiato sì prodigamente di sangue, un’orrida ed impetuosa procella, che tutto codi oscurità spaventosa, rischiarata solo dalla funesta luce dei lampi. Il fragore dei tuoni, ripercosso dalle nubi e dall’eco delle circostanti colline, superò di gran lunga quello delle che parvero per un istante ammutite; e il vento turbinoso, che toglieva la vista e impediva ogni moto, separò pel momento i combattenti in guisa, che agli uni fu agevolato di mettersi a riparo in luoghi di facile difesa, e gli altri furono arrestati nell’inseguimento.
Questo però, al sedarsi della bufera, venne di nuovo tentato; ma una batteria di shrapnels bastò a far desistere quel movimento incalzante ed a proteggere il lento ritirarsi degli Austriaci, a tale che,sino alle ore 10 di sera la brigata Gablentz rimase in Bosco Scuro poco al di sotto di Cavriana, e il retroguardo della seconda armata tenne occupato Guidizzolo, non prima delle undici, gli ultimi battaglioni di Benedeck lasciarono Pozzolengo. La più parte dei corpi non varcarono definitivamente il Mincio se non l'indomani.
Assai lungi dal vero spaziarono i calcoli numerici degli eserciti, che furono spinti l’uno contro l’altro alla zuffa in simile memoranda giornata, non meno che delle perdite rispettive.
del Duca Francesco V, constatate da poi dalle relazioni officiali, portano a cento ventisei mila uomini, compresa la cavalleria, la parte dei due eserciti austriaci impegnati nella battaglia, ed a cento trentacinque mila, pure compresa la cavalleria,il tutto insieme degli alleati. Gli Austriaci contarono peraltro quattrocento dieci cannoni, mentre gli alleati ne avevano che trecento settanta, — ma di questi gran parte rigati,e quindi di molto superiori agli Austriaci, pei quali era cosa nuova e inaspettata. — Viceversa la cavalleria dei Francesi superava di un terzo quella degli Austriaci. E la prevalenza in cavalli era anche assai maggiore di quella in cavalieri. Le relazioni ufficiali stampate dopo, dicono che gli alleati disponevano di 25.238 cavalli, mentre gli Austriaci non ne avevano che 12.496, ossia appena la metà.
Preso poi separatamente lo scontro del corpo di Benedeck contro le divisioni sarde, ascendevano queste con undici batterie ad oltre 40 mila uomini; mentre l’altro, con dieci batterie, non oltrepassava i 22 mila combattenti.
Le perdite furono enormi da ambo le parti; ma quelle dei vincitori superarono quelle dei vinti; i primi ebbero più di 15.000 uomini tra morti e feriti, e gli Austriaci intorno a 12.000: gli uni 3.000 prigionieri, gli altri all’incirca 7.000.
Morti sul campo di battaglia giacquero quattromila ottocento cinquanta: ecatombe umana centuplicata, che nella parte più colta di Europa immolavasi alla dea rivoluzione. Laonde se la vittoria degli alleati non fu del tutto quella di Pirro,non offerse nemmeno ad essi sì splendidi risultati onde avessero a trarne immediato profitto, essendo le truppe stesse, che dovevano avanzarsi erano così esauste diradate e spossate abbisognare di sosta per ristorarsi e ricomporsi. Così l’esercito austriaco, ebbe tutto l’agio di trasferirsi, senza essere molestato dai Francesi sulla sinistra del Mincio, facendo poscia saltare i ponti, che avevano servito al suo passaggio.Il Quartiere imperiale, che la sera stessa della battaglia ritornava a Villafranca, sostituito colà dal Quartiere generale del secondo esercito, si stabiliva a Verona, e quello del primo si collocava a Roverbella.
Solo il primo luglio (quasi dieci giorni dopo la memoranda battaglia) l’oste nemica aveva valicato essa pure il Mincio; ma l’investimento di Peschiera, affidato ai Sardi mal riuscì contro una vigorosa sortita degli Austriaci,che rientrarono nella fortezza traendo considerevole numero di prigionieri.
Né soltanto le perdite enormi e i disagî sofferti dall’esercito francese in giornate così ardenti erano motivo del suo lento avanzarsi: altre cause non meno gravi richiamavano Napoleone III a serie considerazioni sulla gravità dell’impegno,ch’egli aveva assunto ad esclusivo servizio della rivoluzione.
(Vita di Francesco V. -Bayard de Volo. Loc. cit. Cap. LII, pag. 28).
Campo Austro-Lombardo-Veneto dopo la battaglia di Solferino e San Martino.
giovedì 20 ottobre 2011
Regno di Sardegna:La "questione Settentrionale".
I veri motivi della conquista degli stati preunitari (ed in particolare del Regno delle Due Sicilie), da parte del Regno di Sardegna, non sono stati di natura ideale, ma dovuti sia a smania espansionistica, che alla crisi finanziaria del regno sabaudo[68][69]; il quale, tra il 1848 e il 1859, accumulò un debito di circa 910 milioni di lire[118]. Già nel luglio 1850, infatti, lo stesso conte di Cavour così esprimeva in un intervento alla Camera le sue preoccupazioni riguardo lo stato delle finanze piemontesi:
| « Io so quant’altri che, continuando nella via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento, e che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di soddisfare agli antichi. » | |
(Camillo Benso di Cavour[119]) |
Ad incidere sul passivo del bilancio dello stato furono anche le spese sostenute per le diverse guerre espansionistiche, e non, volute per inserirsi nel gioco diplomatico internazionale. In particolare, la guerra di Crimea, che Cavour considerava un buon trampolino di lancio per introdurre il Piemonte sullo scacchiere politico europeo, comportò a Torino, oltre che perdite pari ad un terzo del contingente inviato[120]; un importante sacrificio economico, che fu finanziato con la contrazione di un debito con la Gran Bretagna che verrà saldato solo nel 1902, andando a gravare per oltre quarant'anni sul bilancio dello stato unitario[121].
Diverse fonti confermano lo stato di forte crisi finanziaria del Regno di Sardegna, riportando, invece, una situazione opposta per il Regno delle Due Sicilie. Secondo tali fonti, infatti, il debito pubblico delle Due Sicilie era un terzo di quello piemontese (26 milioni di lire contro 64), ma all'unificazione tale passivo fu accollato anche ai territori degli altri stati preunitari. In particolare, in un suo studio del 1862, il barone Giacomo Savarese confrontò le rendite (cioè i titoli di Stato, indici dello stato di salute delle finanze pubbliche), di Piemonte e Due Sicilie. In particolare, evidenziò che il Piemonte aveva nel 1847 un debito pubblico limitato a 9.342.707,04 lire annue, il quale negli anni successivi lievitò a tal punto che nel solo 1860 furono emesse rendite per 67.974.177,10 lire[122]. Per contro, il totale delle emissioni di titoli del debito pubblico delle Due Sicilie, nel decennio 1848-1859, assommò a 5.210.731,00 lire[122]. Savarese, inoltre, mise a confronto, sempre nel decennio preso a periodo di riferimento, i bilanci e le leggi allegate delle Due Sicilie e del Piemonte deducendone che quest'ultimo aveva accumulato, un disavanzo maggiore del primo di 234.966.907,40 lire (369.308.006,59 lire del Piemonte contro 134.341.099,19 lire delle Due Sicilie – che, negli anni 1856 e 1859, avevano fatto registrare finanche un avanzo di bilancio)[123]. Sempre nello stesso periodo, il Piemonte aveva approvato 22 provvedimenti legislativi che introducevano nuove tasse o aggravavano quelle già esistenti (contro nessuna nuova tassa o aggravio nelle Due Sicilie), nonché altre disposizioni che decretarono l’alienazione di una serie di beni pubblici[124] per ridurre il disavanzo[125].
La solidità finanziaria delle Due Sicilie e la contemporanea situazione opposta a carico del Piemonte, è stata esemplificata in questo modo dall'economista Francesco Saverio Nitti:
| « Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. » | |
(Francesco Saverio Nitti[126]) |
La storica Angela Pellicciari conferma sostanzialmente quanto sopra, prendendo come esempio una citazione di Pier Carlo Boggio, deputato del Regno di Sardegna[127]. Quest'ultimo scrisse nella sua opera Fra un mese! (1859) che «la pace ora significherebbe per il Piemonte la riazione e la bancarotta»[128] affermando che i gravi problemi finanziari del Piemonte erano conseguenza delle ingenti spese derivanti dalla causa nazionale:
| « Il Piemonte accrebbe di ben cinquecento milioni il suo debito pubblico: il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo; il Piemonte spostò la propria azione dal suo centro primitivo; il Piemonte impresse a sé medesimo un impulso estraneo alla sua orbita naturale; il Piemonte arrischiò a più riprese le sue istituzioni; il Piemonte sacrificò le vite di numerosi suoi figli, sempre in vista della gloriosa meta che si è proposto: il Riscatto d'Italia. » | |
(Pier Carlo Boggio[128]) |
Tralasciando la retorica nauseabonda dell'ultima parte dell'articolo, la vera "questione" era quella Settentrionale!, e oggi riguarda tutta la Penisola, in certe zone di più(Regno delle Due Sicilie), in certe di meno(Nord-Centro).
Il Principe dei Reazionari.
Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due-Sicilie(1860-1861):I traditori intorno al Re, e il vile tradimento di Clary:Parte10.
Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.
Il Colonnello Bosco appena entrato nel Forte, segnalò a Clary lo stato delle cose guerresche di Milazzo, e domandò truppa dalla parte dell'istmo, ed egli dalla parte della Fortezza sarebbe piombato sulla città. Il Clary avea avuto facoltà da Napoli di far uso di tutte le sue forze contro Garibaldi; egli invece scriveva al Ministero della guerra che Bosco fu troppo avventato a rompere guerra, ed avea fatto malissimo di chiudersi nel Forte. Menzogne e contradizioni degne di un Clary. Costui si vantava di essere restato sulla difensiva, perché di ciò fu lodato dal console inglese, e dal sardo. Pianelli Ministro della guerra scriveva al Clary: «nel caso vostro andrei risolutamente a Milazzo ad investire il nemico alle spalle. Messina si difende coi bastioni: voi dovete spiegare energia e coraggio ". Clary faceva il sordo: esagerava le forze nemiche, dicea essere minacciato dalla parte di Catania, la via di Messina a Milazzo essere gremita di bande rivoluzionarie, e che il funesto colpo di Milazzo echeggiasse in Messina. Era sfacciata menzogna la minaccia dalla parte di Catania, e l'affollarsi della bande sulla strada da Messina a Milazzo: queste si erano riunite tutte in quest'ultima città.
Il Clary si dichiarò codardo scrivendo a Napoli che temea le bande, che scorrazzavano tra Messina e Milazzo. Egli, Generalissimo con una forza imponente di 22 mila uomini, con cavalleria ed artiglieria, temea che le bande rivoluzionarie gli potessero dar molestia sulla via!?!
Clary si fece sfuggire di mano la fortuna, e la rinomanza che avrebbe acquistata vincendo la rivoluzione cosmopolita adunata in Milazzo. Egli che ne avea i mezzi e non ne fece uso, fu vile o traditore, da qui non si esce. In quanto poi al Ministro della guerra Pianelli, invece di dar consigli al Clary potea dargli degli ordini.
Il Clary il 22 luglio riunì un consiglio di uffiziali graduati, e in quel consiglio esagerò le forze del nemico: descrisse con tetri colori lo stato dell'armata e, pur chiedendo consiglio conchiuse dicendo che avea risoluto di non mandare soccorsi a Bosco, e di cominciare la ritirata sul continente. E così senza vedere il nemico, l'indomani si ordinò la ritirata verso le Calabrie. I primi a ritirarsi furono due battaglioni di lancieri, il reggimento di carabinieri a piedi, e il 4° di linea.
Mentre si combattea a Milazzo, il Re in consiglio di ministri dicea, che il Governo Sardo avea mancato di parola, che in cambio di stringere la lega italica tra Napoli e Torino, mandava soccorsi a Garibaldi, e che la bandiera Sarda copriva le navi garibaldine: e conchiudeva: «Abbia sua parte la nostra real dignità, e la salvezza della patria: val meglio incontrare i rischi della guerra aperta che rimaner vittima della rivoluzione: perciò è mio avviso darsi i Passaporti al Ministro Sardo Villamarina.»
A questo discorso dignitoso del sovrano i ministri liberali non poteano far buon viso, perché voleano consegnare la Patria alla rivoluzione senza ostacoli e senza onorate prove di resistenza. Il Nunziante ed il Pianelli, non so se tutti e due, ma il primo già venduto alla setta, pensavano trarne alto profitto e intendersi col Piemonte sulle condizioni a loro favorevoli. Quindi a rintuzzar Garibaldi opinavano che si dovessero mandar truppe a Milazzo, costringere Clary a farsi avanti, e chiudere tra due eserciti la rivoluzione trionfante.
Questi disegni di guerra furono oppugnati da S.A. il Conte d'Aquila, zio del Re, il quale osò dichiarare che sarebbe stato grande disonore alla flotta napoletana recar soldati a Milazzo per combattere i fratelli, i quali si battean per l'unità nazionale. Fra il Conte d'Aquila e Nunziante corsero animatissime parole; quegli volea la rovina del nipote per effettuire le sue utopie e il suo tornaconto, l'altro volea la rovina del Regno a modo suo per ottenere personali vantaggi.
Dopo tutte queste poco onorevoli lotte e diversità di opinioni, che erano tutte contro il giovine e tradito Sovrano, si decise di mandar legni Mercantili a Milazzo per imbarcare la truppa a ricondurla a Napoli.
Il Pianelli mandò a Clary un dispaccio telegrafico nel quale gli dicea: «Le do facoltà in tutto: se crede tornare sul continente, il faccia senza esitare,» Ma Clary rimase in Messina per avere il tristo onore di capitolare e cedere in suo nome Messina a Garibaldi.
Era una mania; non pochi duci napoletani riponevano nella capitolazione e nel cedere tutto al nemico in proprio nome, l'ideale dell'onor militare.
E qui necessario fare una riflessione, la quale potrebbe ridurre nei giusti limiti la troppa ammirazione che si ha di Garibaldi circa i fatti di Milazzo. Si sa da tutti che costui non era affatto né scemo né pazzo, quindi l'essersi buttato imprudentemente a capofitto sopra Milazzo con un Forte di fronte, ed una brigata di soldati de' quali avea sperimentato il valore; con una armata alle spalle di 22 mila uomini, e col timore che il Ministero avesse potuto mandare altra truppa da Napoli, dimostra come il duce supremo della rivoluzione fosse certo del fatto suo.
Il Colonnello Bosco aspettava invano i richiesti aiuti di truppa. Il forte non potea sostenersi, mancava di tutto: e dal colle che lo domina, i soldati erano assai molestati dal nemico con fuochi di fucileria; essi erano uccisi o feriti mentre dormivano o mangiavano. La fortezza di Milazzo si costruì quando non vi erano armi a fuoco, quindi quel colle dominante non potea allora nuocere a' difensori più tardi co' nuovi mezzi di guerra quello a nulla o a poca cosa valeva. Vi erano scarsi viveri, acqua pochissima e mescolata di vermini.
Bosco dopo che tenne un Consiglio di uffiziali graduati, dispose che agli uomini ed agli animali si desse la metà della loro razione. In questo modo si potea durare per quindici giorni. Intanto il ministero della guerra avea assicurato il Re che la fortezza di Milazzo fosse in buono stato di difesa.
Il giorno 22 luglio arrivarono nel Porto di Milazzo tre legni francesi mercantili tolti a nolo dal Governo di Napoli. Garibaldi per mezzo di Salvy comandante d'uno di quei legno chiamato il Protis,
fece sentire a Bosco che si rendesse con tutta la guarnigione, altrimenti passerebbela tutta a fil di spada. Bravo Garibaldi! Con questa tua fanfaronata hai mostrato quanto sei civile ed italiano. Tu vuoi passare a fil di spada una prode guarnigione perché non si rende vilmente? Oh! ti sei troppo scoperto: non sono i preti roba del medio-evo o de' secoli barbari, ma sei tu che volevi rinnovare in Milazzo i tempi di quelle guerre barbare, che al leggerle solo ci fan fremere di santa indignazione.
Bosco rispose che cederebbe la piazza a condizioni onorevoli, e con la sanzione sovrana, o combatterebbe da disperato, e volendolo la circostanza, farebbe saltare in aria il forte, e forse la stessa Milazzo: quindi si preparò alla difesa.
Clary che si era mostrato or vile, or menzognero, or contraddittorio, negli ultimi momenti oprò da buffone e da matto. Di fatti, quando meno l'aspettavamo, spiccò al Bosco il seguente telegramma:
«Telegramma Corrispondenza del R. Corpo Telegrafico il Maresciallo Clary al Colonnello Bosco.Sospendete le trattative. - Rinforzi positivi sono partiti - altre poche ore sarete salvo -
L'uff. telegrafico Fir. Caffiero.»
Un grido di trionfo echeggiò per la fortezza, il nemico intese ed allibbì: conciosiacchè i rivoluzionarii temeano sempre che giungesse qualche soccorso o da Messina o da Napoli, e non ignoravano che il telegrafo ad asta funzionava tra Messina e Milazzo.
La guarnigione comandata da Bosco, dopo la ricevuta notizia del pronto soccorso, si preparò a sortite dal Forte e piombare sul nemico. Tutto era preparato. I soldati frementi di battersi, aguzzavano lo sguardo sul mare e su' monti del Gesso per iscoprire il soccorso promesso da Clary.
Ma costui che avea telegrafato a Bosco, essere già partiti i rinforzi da Messina, in quel momento confabulava col Medici, il quale era stato mandato da Garibaldi a Messina per mettersi di accordo col duce regio.
La mattina del 23, il Clary fece giungere a Milazzo un altro dispaccio, non più diretto a Bosco, ma al Colonnello Pironti. Ecco il dispaccio:
«Telegramma - Corrispondenza del R. Corpo Telegrafico - Milazzo 23 luglio 1860 - ore 7 ant. Rapporto Telegrafico - Il Maresciallo Clary al Comandante la Piazza di Milazzo (a Pironti).
89Questa mattina arriverò costà un Ministro
(sic) plenipotenziario del Re, con quattro fregate napoletane e tre vapori, per trattare la vostra resa.
Messina ore 7 a. L'uffiziale telegrafico
Firmato Francesco Cafiero.»
Era un perdere la testa con questi ordini e contrordini! I soldati trasecolavano e ripetevano il solito ritornello di quei tempi: non si capisce più niente!
Sul tardi di quel giorno arrivò nel porto di Milazzo il Colonnello di Stato Maggiore Anzani con tre fregate regie e stipulò una capitolazione brevissima, la quale importava che tutta la truppa del forte uscisse con armi e bagagli, ed onori militari, e fosse trasportata sul continente.
Quelli che mandarono l'Anzani con potere di cedere il forte di Milazzo a Garibaldi, resero il più grande servizio al Colonnello Bosco, poichè questi avea fatto conoscere quanto valessero i soldati napolitani diretti da duci né compri né vili, e che l'ideale dell'onor militare di Bosco non era quello di tanti altri duci, cioè di capitolare e cedere tutto in proprio nome al nemico. Quindi sembra che il Ministero abbia mandato Anzani per capitolare, e risparmiare al Bosco il dispiacere di cedere in suo nome a Garibaldi la fortezza di Milazzo. Alcuni però ritennero come certo, che Garibaldi non volendo trattare col Bosco, perché sapea che non l'avrebbe trovato pieghevole, avesse scritto o telegrafato a' suoi amici di Napoli, che circondavano il Re, sollecitandoli a mandare un altro per conchiudere la capitolazione.
Garibaldi volle due cavalli di Bosco, mentre agli altri uffiziali superiori furono lasciati quelli che aveano: fu questa una bassa vendetta del dittatore che onora Bosco!
Mentre si capitolava in Milazzo, altre viltà avvenivano in Napoli e Messina. Il Ministero liberale di Napoli scriveva un manifesto ai Gabinetti d'Europa dicendo, Garibaldi aver riaccesa la guerra civile con assalire Milazzo, e il Re per troncarla essere disposto a qualunque sacrifizio, purchè s'imponesse al nemico di cessare le ostilità.
Ministero senza decoro e senza patria! Abbattendo un trono secolare né pure volea salvare quell'onore del quale andava tanto altiero Francesco I di Francia nella sua disfatta e prigionia. Un Ministero che avea i mezzi di stritolare il nemico in pochi giorni, ricorreva all'Europa per ottenere la grazia ch'ella lo salvasse dalle ostilità di Garibaldi! e di più, promettea sottomettersi a qualunque sacrifizio, mettendo in mezzo la sacra persona del Re!
La rivoluzione, una sola cosa ha fatto di buono, cioè ha respinto quegli uomini e quei Generali che vendettero vilmente la Dinastia e il Regno. Ha fatto però due eccezioni, una per Alessandro Nunziante, l'altra per Pianelli Ministro delle guerra di Francesco II. Al primo lo gettò tra gli stracciumi del cenciaiuolo, dopo essersene servito; il secondo ora si trova ad uno de' cinque comandi generali dell'Italia, ma respice finem!
E si sappia da chi avesse interesse saperlo, che il Pianelli, se bene oggi si atteggia a liberale, nell'armata napoletana era chiamato il terrorista; conciosiachè usasse le verghe della tirannide, percuotendo i soldati per una piccolissima mancanza con 50 o 100 legnate, per modo che i miseri pazienti rimaneano mezzo morti sotto quel martirio di barbari, e spesso li rendeva inutili al servizio militare e al lavoro. Ancora ho presente il Pianelli, al quartiere di Pizzofalcone a Napoli, con quanta voluttà facea battere i soldati a colpi di verghe per lievissime mancanze. Allora io ero un liberale, un rivoluzionario secondo Pianelli, perché volea impedire quegli atti di vera barbarie. Cosa è ora il Pianelli? è un liberale, uno de' primi generali del Regno d'Italia: ed io sono un clericale,
un misero mortale, che stento la vita, perché non mi giuocai la coscienza e l'onore nel 1860. Ma posso alzar altiero la fronte, e dire in faccia a chicchesia ho fatto il mio dovere:
ecco la più bella ricompensa a' patiti disastri, e all'attuali non floride condizioni in cui mi trovo. Potete dire lo stesso voi, signor ex ministro Pianelli circa i fatti del 1860?
Clary il 24 Luglio, scriveva al segretario del Re: «Ora il signor Garibaldi si vorrà divertir con me; venga; mi trova giusto...! vi dico che balleremo bene!»
Spiritoso quel balleremo bene col signor Garibaldi, attesa la figura grottesca di Clary! Chi conosca costui, e prenda letteralmente la frase, balleremo bene
non potrebbe fare a meno che ridere sgangheratamente. Egli, il Clary, volea ballar bene
con Garibaldi dopo i fatti di Milazzo? Mentre pochi giorni prima fingeva, o realmente si mettea paura delle bande armate che vi erano sulla strada da Messina a Milazzo. Però il giorno stesso il Clary scriveva a Pianelli e gli chiedeva la facoltà di cedere Messina a Garibaldi. Avete mai letto simili studiate contraddizioni di un Generale in capo? Clary, negli ultimi avvenimenti della rivoluzione di Sicilia, si mostra indefinibile quanto colpevole. Una volta dice che si vuole battere, immediatamente cambia pensiero, ritorna poi a dire, che vuol ballare bene con Garibaldi, nel mentre scriveva al Ministero della guerra per ottenere la facoltà di ritirarsi nelle calabrie, senza colpo ferire. Codardo!
Il Pianelli dimenticandosi di avere già scritto al Clary, come se si fosse trovato nella costui condizione, avrebbe investito Garibaldi a Milazzo, con tutta energia e coraggio; dopo due giorni, senza essere cambiate le circostanze, scriveva al medesimo Clary: «Resto convinto (sic!!!) che non potevate marciare sopra Milazzo, potete ritirarvi sul continente, valendovi di navi francesi». E così si fecero amici Erode e Pilato!...
Il Clary, facendo tesoro delle pieghevolezze e compiacenze di Pilato, cioè del Pianelli confabulando col Medici in casa del console sardo, ove si facea accompagnare dal suo amico e confidente, il capitano Ayala, il quale disertò poi al nemico il 7 settembre, ed ivi contrattarono. E per mostrarsi sino all'ultimo bugiardo scrisse altra lettera al Segretario del Re, ove gli dicea: «I nostri avamposti saranno oggi assaliti, speriamo bene». Quello stesso giorno dava l'ordine a quegli avamposti ripiegassero sopra Messina non ancora veduto il nemico!...
Non la finirei più se volessi raccontare tutte le male arti che usarono Pianelli e Clary per cedere la Sicilia a Garibaldi, e per dare a costui tutta quella importanza che non avea.
Garibaldi, da vero profeta il 25 Luglio, secondo avea detto, fece occupare Messina dai suoi: e la truppa, parte si ritirò nella cittadella, parte passò sul continente.
Epperò che appena segnato quell'inatteso ed esizialissimo contratto che prostrava cuore ed onore di quel corpo d'Esercito, ad alcuni fedeli balenò l'idea d'un colpo audace, che se da una parte offendeva i doveri di disciplina, pure avrebbe, chi lo sa, dall'altro salvato il Regno e la Dinastia. Taluni impetuosi avrebbero voluto persino uccidere Clary e d'Ayala, altri imprigionarli, e trovare tra i graduati chi li avesse condotti incontro a Garibaldi, e così finirla per sempre. Sappiamo che nella notte istessa l'animoso Cav. de' Torrenteros, allora Capitano di Stato Maggiore, pur non soffrendo quell'onta d'una nuova ritirata, senza cimento e senza sconfitta, si condusse sollecito dal Generale Marchese Palmieri, che immediatamente seguiva Clary per anzianità e grado, e fidente nel chiaro nome di Lui, e nella nota sua fede ai Borboni, franco disse come andavan le cose; che se quello non era alto tradimento del Maresciallo Clary, certo era viltà riprovevole alla quale bisognava provvedere. Il distinto sig. Palmieri se ne mostrò sorpreso ed addoloratissimo. Cavaliere e soldato onesto era già in prevenzione dell'equivoco procedere del Clary, ma sia per serbar salda la vacillante disciplina, sia per non affrontare mali maggiori, disse al Torrenteros che ne avrebbe scritto subito al Re; ma che bisognava serbare alta ubbidienza, per salvare il Maresciallo e soprattutto l'ordine disciplinare, facendo sentire ai più intolleranti non porsi al caso d'incorrere ne' possibili d'un consiglio di Guerra...
Clary fu salvato; l'ordine fu mantenuto; ma la rovina di tutto metteva più salde radici.
Gli infelici soldati napoletani, affamati, affranti di fatighe e patimenti, disprezzati dai duci stessi, erano da tutti incitati a disertare; e qualcuno disertò per la disperazione, e per non servire sotto condottieri che li martirizzavano senza scopo e senza utile del servizio del Re, e della Patria.
Il Clary il 26, giusta la convenzione fatta col Medici cedeva Messina con lo specioso pretesto di volersi contenere dal versar sangue, ed imbarcare i soldati senza molestia. A' regi rimanessero la Cittadella, il Forte D. Blasio, La Lanterna, e il Salvatore, con venti metri di zona neutrale intermediaria. Fu stabilito ancora che la Cittadella restasse inoffensiva sino alla fine della guerra, e rispondesse ove mai fosse attaccata.
Si obbligarono di rispettare le navi con le bandiere de' belligeranti.
Questa convenzione era, al solito, tutta a favore de' garibaldini e contro i regi, poiché quelli vollero la neutralità della Cittadella affinchè da Messina avessero libero il passo di gettarsi nelle Calabrie. A' regi si legavano le mani, a' garibaldini tutta la libertà d'azione.
Clary dopo di aver fatta tutta la convenzione verbale cedendo tutto al Medici, mandò a Napoli il Capitano Canzano per chiedere la facoltà di sottoscrivere la tregua. Il Ministero liberale rispose: «Si facesse tregua senza ledere i diritti del Re sulla Sicilia, serbandosi la Cittadella. Il Governo sebbene potrebbe (sic) continuare la guerra, rinunzia alla lotta fratricida per facilitare l'alleanza sarda, (ancora questa alleanza!) e liberare l'Italia dal Tedesco.»
Nella convenzione di Messina sembra che vi siano stati patti segreti, dappoichè il 28 luglio si ordinava l'abbandono delle altre fortezze che restavano a' regi in Sicilia: Augusta e Siracusa. Si era ivi recato il celebre bombardatore di Palermo, il generale Briganti, per eseguire l'ordine. Il Re vietò un'altra gloria a quel generale di cedere quelle fortezze in suo nome. Il Clary prevedendo il contrordine avea scritto a Briganti che facesse presto
la cessione di Augusta e Siracusa: questa volta però non furono fortunati nel cedere: l'ordine sovrano giunse a tempo.
Eseguita la ritirata della truppa da Messina, rimase comandante della Cittadella il generale Fergola, soldato onoratissimo e fedele al Re. I soldati frementi di rabbia per l'onta che aveano ricevuta, intesero che i garibaldini volessero sorprendere il forte D. Blasco. La sera udito un colpo di fucile, cominciarono un fuoco ben nutrito di avamposti, e gli artiglieri sfondarono le porte ov'era la munizione. Corse il Clary, e volea punire il custode di quelle munizioni; ma i soldati gli dissero: siamo stati noi che abbiamo abbattuto le porte del magazzino, perché il nemico ci assale, e noi abbiamo i fucili scarichi. Un soldato salutandolo alla militare, si piantò innanzi a quel Generale, e gli disse: «Se un soldato qualunque ci tradisce, gli daremo un bagno con una grossa pietra ligata al collo.»
La sera di quel giorno vi fu un altro baccano: gli artiglieri e i pionieri caricarono i cannoni. Clary volea mettere ordine a quel disordine cagionato dalla sua cattiva condotta: i soldati perciò gli gridarono: fuori il traditore!
Clary scrisse questo fatto al Ministero, dicendogli che gli artiglieri e i pionieri smaniavano di assalire i garibaldini per saccheggiare Messina. Sempre menzogne, e contradizioni! Con queste menzogne e contradizioni, Clary tradiva la sua condotta militare tenuta sino allora. Se i soli soldati rimasti nella Cittadella avessero potuto respingere i garibaldini in guisa da restar loro il campo libero per saccheggiare Messina, che non avrebbero fatto 22 mila uomini ben diretti? è chiaro, secondo lo stesso Clary, avrebbero stritolato il nemico. Intanto avea capitolato dichiarandosi debole di forze militari.
Clary che era in procinto di essere ucciso da' soldati da un momento all'altro, fu chiamato a Napoli; comunicò l'ordine occultamente al Fergola, e partì. In Napoli fu ricevuto malissimo da tutti, cioè dagli amici, e dai nemici. Il Re non volle riceverlo. Pianelli che si era dimenticato del frasario di Pizzofalcone, il frasario terrorista, cioè l'avea conservato per altre circostanza, ne avea improntato un altro all'infretta, ricevè il Clary, e gli disse: «La Patria ha molto a dolersi di voi,» Ma Clary poco curandosi di tutti i frasarii di Pianelli, si affrettò a presentare a costui qual Ministro della Guerra, un conto di diciotto mila ducati che avea anticipato nel tempo della sua amministrazione militare di Messina. Diciotto mila ducati, avete capito? Clary anticipava diciotto mila ducati! Del resto, io l'ho già detto, trattandosi di danaro mi lavo le mani, e faccio punto.
Eppure il Banco pagò sempre regolarmente in Messina, e lo sa il signor Lello Console Piemontese colà.
Questo Generale non sò se abbia pregiudicato al regno più di quello che non abbia fatto il generale Lanza: il certo si è che questi iniziò la perdita della Sicilia, quegli completolla.
Clary dopo la catastrofe della Dinastia e del Regno, andò in esilio a Roma: mi si dice che siasi giustificato presso il Re. Io dico solamente ch'è facile giustificarsi con un sovrano detronizzato ed in esilio!
(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).
Cos'è L'Italia?.
Oggi tutti noi sappiamo cosa sta a significare il termine Italia , dopo 150 anni di propaganda e lavaggio del cervello bene o male è entrato nella testa di tutti . E' altrettanto vero però che molte poche persone sanno che il significato di tale termine non è stato così chiaro nel corso della storia , e soprattutto pochissimi sanno come esso sia nato e per quale funzione.
Nel V° secolo a.c il termine Italia era stato dato alla Calabria, alla perte meridionale della Basilicata e della Puglia le quali venivano chiamata Vitelia o terra degli adoratori dei vitelli. I Romani trasformarono questo nome in Italia utilizzandolo per identificare la Penisola mano a mano che la conquistavano.
Tutti sanno che in epoca classica L'Italia finiva al Rubicone ma successivamente , dopo la sanguinosa guerra nella Gallia Cisalpina , venne chiamata Italia anche la parte Nord della Penisola . Successivamente anche le isole (Corsica-Sardegna-Sicilia)e parti ultra-alpine vennero identificate con il termine Italia.
Dopo il crollo dell'Impero Romano il termine Italia cadde in disuso e rimase soltanto un termine dotto ma non più utilizzato nella pratica.
Nel V° secolo a.c il termine Italia era stato dato alla Calabria, alla perte meridionale della Basilicata e della Puglia le quali venivano chiamata Vitelia o terra degli adoratori dei vitelli. I Romani trasformarono questo nome in Italia utilizzandolo per identificare la Penisola mano a mano che la conquistavano.
Tutti sanno che in epoca classica L'Italia finiva al Rubicone ma successivamente , dopo la sanguinosa guerra nella Gallia Cisalpina , venne chiamata Italia anche la parte Nord della Penisola . Successivamente anche le isole (Corsica-Sardegna-Sicilia)e parti ultra-alpine vennero identificate con il termine Italia.
L'Italia nel V° Secolo a.c.
L'Italia nel III° Secolo a.c.
L'Italia nell'81 a.c.
L'Italia nel 45 a.c.
L'Italia nel 27 a.c.
L'Italia nel 292 d.c.
Successivamente continuò ad essere chiamata da pochissimi "Italia" la parte settentrionale della Penisola che era una propaggine dell'Impero Romano Germanico : infatti erano in pochi ad identificare tali possedimenti Imperiali col nome di Regno d'Italia , ma veniva identificato con il nome più diffuso di Regno Longobardorum che non si estese mai oltre i territori centrali della penisola.
Col passare dei secoli e la nascita nella Penisola dei Comuni indipendenti e delle gloriose Repubbliche Aristocratiche marinare(Genova-Venezia-Pisa-Amalfi)il termine Italia fu pressochè dimenticato tanto che lo si poteva trovare scritto in epoca rinacimentale sul dizionario dei termini in disuso. Ci vollero diversi secoli prima che il termine Italia venisse spolverato e rimesso in circolo, ironia della sorte colui che riportò in auge tale termine non fù un "Italiano" ma un Corso di nome Napoleone Bonaparte (Giacobino-Massone-anticlericale): brillante generale , e furbo opportunista ,
che al termine Italia diede un'altra connotazione che non aveva mai avuto prima , quella di Nazione. Quando valicò le Alpi per la prima volta(1796) investì l'equilibrio Geo-Politico della Penisola distruggendo stati secolari e inventandosi stati a suo uso e consumo che duravano una stagione o poco più. Egli diffuse nei salotti filo-giacobini "nostrani" l'ideale di Italia intesa come un unica Nazione , e ci volle ben poco per far si che in tutta la penisola occupata "sbocciassero" centinaia di logge massoniche intente alla realizzazione materiale di questa idea così effimera ed astratta.
Dopo il Congresso di Vienna(1814-1815)e la risistemazione Geo-Politica della Penisola dopo il caos Napoleonico, piccole affiliazioni massoniche(Carboneria)continuarono a portare avanti l'utopistico "sogno": lo fecero con attentati ,macchinazioni , tradimenti , doppiogiochismo ecc.... . I così tanto acclamati "padri della Patria" che in un modo o nell'altro erano collegati a tali organizzazioni settarie si inventarono di sana pianta la storia della "patria bimillenaria" che non era mai esistita. Si inventarono un unico popolo che non c'era e non c'era mai stato, chiamarono guerre d'indipendenza guerre che in realtà erano d'espansione e usurpazione territoriale di stati legittimi e indipendenti. Ancora oggi la classe politica vuole far credere a tutti che l'Italia esiste come Nazione, e tutte quelle "belle" parole che si sentono dire e ripetere fino alla nausea dai media e dai politici che fanno tutto tranne il loro mestiere sono volte al mantenimento di questo stato fantoccio.
Se si è fatta attenzione , si giunge all'oggettiva conclusione che L'Italia è solo una Penisola e gli Italiani sono in realtà sono i Popoli d'Italia. In definitiva, la tanto pubblicizzata "Patria Italiana" non esiste e non esisterà mai, a meno che quelli che se la sono inventata non riusciranno nel loro intento a cancellare da tutti noi la nostra vera identità e la nostra vera Patria ancor più di quanto abbiano già fatto. Voglio concludere questo articolo riportando le parole esatte del grande ministro asburgico Metternich:
"La parola Italia è una denominazione geografica , una qualificazione che pertiene la lingua ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle".
Scritto da:
Il Principe dei Reazionari.
Fonti:
L'Italia non esiste(Sergio Salvi).
L'Itali non esiste (per non parlare degli Italiani) (Fabrizio Rondolino).
Wikipedia.
mercoledì 19 ottobre 2011
Storia di un siciliano che si oppose all'Unità
La storia di Pietro Oliveri, Duchino d'Acquaviva.
Legato non da interesse, ma da principio di dovere alla Dinastia che i destini regolava del mio Paese, la seguii nell'esilio, e ne divisi finora, palpiti e speranze.
Ed ecco perché lasciai per poco di far l'autore, ed impresi a pubblicare come e-ditore l'opera che vi presento. La riconobbi utile al mio scopo, la stimai degna della pubblica meditazione, la credetti appoggio valevole a dimostrare l'infamia, il tradimento e la calunnia che si consumarono in danno del Re Francesco II per sbalzarlo dal Trono. Vado superbo d'avermi serbato illeso in mezzo a tanta turpitudine, e nello stesso tempo d'avere con disinteressato coraggio civile, osteggiato i pochi faziosi che ridussero la Patria mia in deplorevole condizione con le parole di civiltà, progresso e libertà.
Son Siciliano puro sangue; amo per quanto giuste le libertà del mio paese; mi stà a cuore il sociale progresso ; non sono mazzinesco, convenzionista , tanto meno apostata.
Caso volle, che incontrassi un antico domestico di casa mia , licenziato da fresco. Al vederlo colle gote rubiconde e senza fiato per gl'urli terribili che avea fatti, sorrisi e lo interrogai:
Sai tu perchè strepiti gli dissi?
(Ed egli a me) Oh! mio signore , il mio di stasera è un mestiere come tutti gli altri. M' han dato tarì sei, per ciò fare, e lo fo.
Adunque non sei persuaso di quello che dici?
Che sappiamo noi grulli e povera gente come voi signoroni? Dicono che verrà Re Vittorio Emmanuele con casse d'oro, che darà a tutti l'impiego e la libertà, che d'ora innanzi potremo fare tutto quello che vorremo, senza tenerci dietro, birri, e commissari di polizia, con tante belle storie che non ricordo tutte.... Ma saran poi vere?
Il Siciliano abbenchè caldo e precoce di mente, è sempre incerto e sospettoso per indole; io afferrai quel lampo per rimbeccarlo:
E se questo, Si, che vai sfìnguellando, dovesse più tardi costarti di vedere Palermo, provincia di lontana capitale, dimmi un poco abborriresti profferirlo? Perché ti sei ribellato a Francesco II? Per non giacere alla discrezione e sotto il tirocinio di Napoli a 180 miglia? E vuoi darti a Torino a 800 miglia?
Oggi i piemontesi ti carezzano per averti in pugno; domani, t'imporranno dazii, ti strapperanno il figlio di casa, per farne un soldato e non in Sicilia , ma assai lontano, ti...
A questo punto, siccome la conversazione era vivissima, e la mia voce agitata, parecchi visacci di brutti ceffi si racimolavano intorno a me; la brigata che era meco si accorse che brontolavano parole misteriose, e volendo ovviare brighe mi pregò seguitarla.
Lasciai a mezzo interrotta la locuzione cominciata, ma un po'lontano rivoltandomi, mi accorsi che il vecchio domestico era sparito dal luogo attonito e pensieroso.
Ciò a provare l'indole docile ed arrendevole dei Siciliani a buoni consigli; nonchè la peste, le bugìe e le improntitudini, usate dalla Camerilla Lafarinesca, a traviare l'onesta coscienza del popolo.
La dimani passò nelle stesso trambusto, e marasmo , finchè giunse il 21 destinato a votare pubblicamente nelle Chiese.
Queste eran gremite di agenti lafarineschi travestiti, co' visi arcigni e l'aria misteriosa. In fondo al trivio e nella nave di centro assisi intorno a tavola a semicerchio, stavano i cosìdetti rappresentanti del Municipio e dello Stato, tutte persone vendute e vilissima canaglia. Costoro teneano entro un vaso un numero sterminato di Sì in stampa , ed appena un pizzico di No chiusi entro una scatoletta. La calca curiosa e compatta irrompeva a storma ov' era un dispensare di Sì che ratto piombavano nella grand' urna sul davanzale del tavolo. Se alcuno esitava , qualche ceffo gli si accostava pregandolo seguire la corrente, per la sua meglio. Da che può dedursi che i 400 mila voti furono così divisi:
1000 votarono per progetto, 1000 per denari, ed il resto per ghiribizzo, paura, pressione, minacci, e far tempo.
Compita la cerimonia , non mancavano gli esortamenti e le speranzose proteste, a' quali credenzoni porgevano orecchio ripromettendosi giorni felici. Povero popolo cosi perfidamente raggirato!.. E questa è civiltà, progresso?
Ma dietro tutto vi era l'Inghilterra che "voleva mantenere nella Sicilia lo stato precario per poi averla a se"
.Scrive Gioberti nel suo Rinnovamento: l'Inghilterra nutriva gli spiriti municipali dei Siciliani per ridurseli in grembo.
Al Congresso di Parigi Francia ed Inghilterra s'intesero, e presso a poco convennero alla seguente teoria:
È da tanto tempo che ci combattiamo a conquistare l'Italia del mezzogiorno ed essa per le nostre rivalità non è ne dell' uno nè dell'altra. Facciamo la pace, poniamoci d'accordo. Napoli a me, la Sicilia a voi, ed il Piemonte giocherà la partita per entrambi, facendoci il mezzano. Ecco lo scopo di tutta quella falange di pretesti unitarii.
E cosa disse Vittorio Emanuele non appena arrivò in Sicilia: il primo suo motto fu chiamare: bestie selvaggie , popolo abbrutito nella ignoranza, ed al di sotto dell'umana dignità que' buoni Siciliani che ebbero l'ignavia e la petulanza di portarlo sulle spalle.
Si è mai visto compiere tanta empietà? La pietà, il rispetto alla religione degli avi, i ministri del santuario, sono fieramente stigmatizzati dai giudici d'Italia, ed i nomi di cattolico, cristiano, significano brigante, ribaldo, retrogrado, e peggio.
Nei pubblici fogli s'insulta la Croce , i simboli, il Redentore, la Divinità, la Chiesa, s'irride al suo Capo visibile , e se ne fa oggetto ridibile , con stampe oscene e scellerate; sì plaude al suicidio, si insultano i sacerdoti , ed i tribunali , la giustizia dormono ; si scrive e si dice in Parlamento, che il Dio di Pio IX non è quello d'Italia e di Vittorio Emmanuele .
Basta per caso accennarsi borbonico, perchè reo od innocente andasse in prigione, e poi in galera se occorre. Non aver fede all' unità d' Italia è tale un crimine , che guai a chi ci capita; esso non sfugge alle più severe contumelie, e, scandalo inaudito, se ne fa pompa nei processi, nei dibattimenti, nelle accuse, e si aggrava la condizione del prevenuto.
A Bivona si scanna una madre , perchè corre dietro al figlio arrestato e piange; a Licata si toglie l'acqua ai comuni, e si riducono, intere popolazioni arse della sete, in tempo estivo sotto la cocente sferza del sole Africano per far giustizia dei renitenti; a Terranova, a Petralia ed in tutta Sicilia pel figlio si arresta il padre, la vecchia madre, la vergine sorella, e si viola , con osceni modi, si commetteno bruciamenti di uomini vivi, stupramenti , assassini, e si dispone della roba e della carne altrui per far giustizia; altrove si cacciano fuori le porte i ciitadini, come successe al famoso assedio di Danzica, e si costringono alla fame agli stenti , finchè parte periscono sul lastrico parte agonizzanti implorano pietà e compassione. Dopo tutto questo, rullo di tamburo.... paesani avanti e benedite la giustizia del libero regno d'Italia.
Prima che le vicende del 1848 sorvenissero , Siciliani e Napolitani pagavano , dazi sparutissimi, come chè il pubblico erario godeva d'una dovizia invidiabile. La Sicilia singolarmente era l'unico regno in Europa che non avesse debito pubblico.Ma, avvenuta la restaurazione,furono emesse cartelle di credito per un milione di ducati, per riparare alle spese di guerra , e con decreto del Re Ferdinando II, fu istituito il gran libro del consolidato.
Non pertanto, anche prima del 1860 , il Siciliano pagava 12 franchi all'anno, il Napolitano 14, il Romano e Parmense 18, il Toscano 17, il Modenese 15, mentre il Piemontese ne erogava da 19 a 20, per la ragionata. Oggidì tra tasse nuove e vecchie si paga più de' Francesi, imperochè colà la media individuale, ammonta a franchi 31, e tra noi a 32 e 1/2 circa.
A Ricasoli Governatore di Toscana diedesi 40000 franchi onde tacesse la spedizione della brigata regolare piemontese che si fece dal campo di Pontedera in Sicilia con divisa garibaldina.
Alla società Rubattino si pagarono 4 milioni di franchi per il piroscafo Cagliari che le era stato restituito e per i due vapori Lombardo e Piemonte, mentre ad Alessandro Dumas, lo scrittore salariato 900.000.
Nelle prigioni "italiane" di Palermo succedevano cose che nemmeno la maligna immaginazione di Gladstone poteva arrivare: l'appalto pei prigionieri si enumera per individuo a 24 centesimi l'uno. Ora tra custodi del carcere e fornitori, àvvi un segreto contratto, pel quale 40 50 e fino a 100 razioni al giorno debbono darsi di meno, e queste mentre figurano nel bilancio degli esiti restano assorbite dalla rapina dei carcerieri.
Per giustificare, con apparente forma legale, la vilissima speculazione,ogni giorno si puniscono un n° di 50 60 o 100 prigionieri a quali viene inflitto pane ed acqua; perciò ogni gesto, ogni atto il più innocente, in mano di quei barbari, si traduce a delitto: e sovente si castiga un intero camerone ove gemono da 40 a 50 individui, pel solo sospetto di essere complici al mancamento del compagno.
Vi sono poi altri castighi più gravi. In ogni piano del raggio che ne comprende tre, vi è una stanzuccia umida , colle pareti roaspe, ed ove passa il canale della latrina, che esala un fetore pestilenziale. Ivi si getta a marcire una povera vittima per dieci o quindici giorni, e non gli si concede mai un po' d'aria,
La cameretta è buia perfetta, né vi penetra spiraglio dì luce. Figurisi il lettore, quale orrore e disperazione, quale lenta tortura, pruova lo sventurato che vi mal capita!
[Altro che Fenestrelle!]
Io ridico: ho veduti prigionieri ignudi, altri carichi di schifosi insetti, altri divorati dalla fame, dagli affanni, dai patimenti, andare rangolando per oscure pareti, ad implorare il soccorso di un medico , ma inutilmente.Sono stati colpiti a colpi di chiave di rimando e con verghe percossi.
Trentacinque mila di quest'infelici gemono in Napoli e Sicilia, ed il Sig. Gladstone finge ora non vederli. Il cosidetto crudele regime dei Borboni finì, ed il governo rigeneratore lo ha rimpiazzato con la tirannia.
A Francesco II non solo serbo un culto che la sventura mi detta , ma un rispetto profondo per vederlo vittima di inauditi tradimenti e ribalderie di tanti che gli si dicono amici.
Ed ecco perché lasciai per poco di far l'autore, ed impresi a pubblicare come e-ditore l'opera che vi presento. La riconobbi utile al mio scopo, la stimai degna della pubblica meditazione, la credetti appoggio valevole a dimostrare l'infamia, il tradimento e la calunnia che si consumarono in danno del Re Francesco II per sbalzarlo dal Trono. Vado superbo d'avermi serbato illeso in mezzo a tanta turpitudine, e nello stesso tempo d'avere con disinteressato coraggio civile, osteggiato i pochi faziosi che ridussero la Patria mia in deplorevole condizione con le parole di civiltà, progresso e libertà.
Son Siciliano puro sangue; amo per quanto giuste le libertà del mio paese; mi stà a cuore il sociale progresso ; non sono mazzinesco, convenzionista , tanto meno apostata.
Caso volle, che incontrassi un antico domestico di casa mia , licenziato da fresco. Al vederlo colle gote rubiconde e senza fiato per gl'urli terribili che avea fatti, sorrisi e lo interrogai:
Sai tu perchè strepiti gli dissi?
(Ed egli a me) Oh! mio signore , il mio di stasera è un mestiere come tutti gli altri. M' han dato tarì sei, per ciò fare, e lo fo.
Adunque non sei persuaso di quello che dici?
Che sappiamo noi grulli e povera gente come voi signoroni? Dicono che verrà Re Vittorio Emmanuele con casse d'oro, che darà a tutti l'impiego e la libertà, che d'ora innanzi potremo fare tutto quello che vorremo, senza tenerci dietro, birri, e commissari di polizia, con tante belle storie che non ricordo tutte.... Ma saran poi vere?
Il Siciliano abbenchè caldo e precoce di mente, è sempre incerto e sospettoso per indole; io afferrai quel lampo per rimbeccarlo:
E se questo, Si, che vai sfìnguellando, dovesse più tardi costarti di vedere Palermo, provincia di lontana capitale, dimmi un poco abborriresti profferirlo? Perché ti sei ribellato a Francesco II? Per non giacere alla discrezione e sotto il tirocinio di Napoli a 180 miglia? E vuoi darti a Torino a 800 miglia?
Oggi i piemontesi ti carezzano per averti in pugno; domani, t'imporranno dazii, ti strapperanno il figlio di casa, per farne un soldato e non in Sicilia , ma assai lontano, ti...
A questo punto, siccome la conversazione era vivissima, e la mia voce agitata, parecchi visacci di brutti ceffi si racimolavano intorno a me; la brigata che era meco si accorse che brontolavano parole misteriose, e volendo ovviare brighe mi pregò seguitarla.
Lasciai a mezzo interrotta la locuzione cominciata, ma un po'lontano rivoltandomi, mi accorsi che il vecchio domestico era sparito dal luogo attonito e pensieroso.
Ciò a provare l'indole docile ed arrendevole dei Siciliani a buoni consigli; nonchè la peste, le bugìe e le improntitudini, usate dalla Camerilla Lafarinesca, a traviare l'onesta coscienza del popolo.
La dimani passò nelle stesso trambusto, e marasmo , finchè giunse il 21 destinato a votare pubblicamente nelle Chiese.
Queste eran gremite di agenti lafarineschi travestiti, co' visi arcigni e l'aria misteriosa. In fondo al trivio e nella nave di centro assisi intorno a tavola a semicerchio, stavano i cosìdetti rappresentanti del Municipio e dello Stato, tutte persone vendute e vilissima canaglia. Costoro teneano entro un vaso un numero sterminato di Sì in stampa , ed appena un pizzico di No chiusi entro una scatoletta. La calca curiosa e compatta irrompeva a storma ov' era un dispensare di Sì che ratto piombavano nella grand' urna sul davanzale del tavolo. Se alcuno esitava , qualche ceffo gli si accostava pregandolo seguire la corrente, per la sua meglio. Da che può dedursi che i 400 mila voti furono così divisi:
1000 votarono per progetto, 1000 per denari, ed il resto per ghiribizzo, paura, pressione, minacci, e far tempo.
Compita la cerimonia , non mancavano gli esortamenti e le speranzose proteste, a' quali credenzoni porgevano orecchio ripromettendosi giorni felici. Povero popolo cosi perfidamente raggirato!.. E questa è civiltà, progresso?
Ma dietro tutto vi era l'Inghilterra che "voleva mantenere nella Sicilia lo stato precario per poi averla a se"
.Scrive Gioberti nel suo Rinnovamento: l'Inghilterra nutriva gli spiriti municipali dei Siciliani per ridurseli in grembo.
Al Congresso di Parigi Francia ed Inghilterra s'intesero, e presso a poco convennero alla seguente teoria:
È da tanto tempo che ci combattiamo a conquistare l'Italia del mezzogiorno ed essa per le nostre rivalità non è ne dell' uno nè dell'altra. Facciamo la pace, poniamoci d'accordo. Napoli a me, la Sicilia a voi, ed il Piemonte giocherà la partita per entrambi, facendoci il mezzano. Ecco lo scopo di tutta quella falange di pretesti unitarii.
E cosa disse Vittorio Emanuele non appena arrivò in Sicilia: il primo suo motto fu chiamare: bestie selvaggie , popolo abbrutito nella ignoranza, ed al di sotto dell'umana dignità que' buoni Siciliani che ebbero l'ignavia e la petulanza di portarlo sulle spalle.
Si è mai visto compiere tanta empietà? La pietà, il rispetto alla religione degli avi, i ministri del santuario, sono fieramente stigmatizzati dai giudici d'Italia, ed i nomi di cattolico, cristiano, significano brigante, ribaldo, retrogrado, e peggio.
Nei pubblici fogli s'insulta la Croce , i simboli, il Redentore, la Divinità, la Chiesa, s'irride al suo Capo visibile , e se ne fa oggetto ridibile , con stampe oscene e scellerate; sì plaude al suicidio, si insultano i sacerdoti , ed i tribunali , la giustizia dormono ; si scrive e si dice in Parlamento, che il Dio di Pio IX non è quello d'Italia e di Vittorio Emmanuele .
Basta per caso accennarsi borbonico, perchè reo od innocente andasse in prigione, e poi in galera se occorre. Non aver fede all' unità d' Italia è tale un crimine , che guai a chi ci capita; esso non sfugge alle più severe contumelie, e, scandalo inaudito, se ne fa pompa nei processi, nei dibattimenti, nelle accuse, e si aggrava la condizione del prevenuto.
A Bivona si scanna una madre , perchè corre dietro al figlio arrestato e piange; a Licata si toglie l'acqua ai comuni, e si riducono, intere popolazioni arse della sete, in tempo estivo sotto la cocente sferza del sole Africano per far giustizia dei renitenti; a Terranova, a Petralia ed in tutta Sicilia pel figlio si arresta il padre, la vecchia madre, la vergine sorella, e si viola , con osceni modi, si commetteno bruciamenti di uomini vivi, stupramenti , assassini, e si dispone della roba e della carne altrui per far giustizia; altrove si cacciano fuori le porte i ciitadini, come successe al famoso assedio di Danzica, e si costringono alla fame agli stenti , finchè parte periscono sul lastrico parte agonizzanti implorano pietà e compassione. Dopo tutto questo, rullo di tamburo.... paesani avanti e benedite la giustizia del libero regno d'Italia.
Prima che le vicende del 1848 sorvenissero , Siciliani e Napolitani pagavano , dazi sparutissimi, come chè il pubblico erario godeva d'una dovizia invidiabile. La Sicilia singolarmente era l'unico regno in Europa che non avesse debito pubblico.Ma, avvenuta la restaurazione,furono emesse cartelle di credito per un milione di ducati, per riparare alle spese di guerra , e con decreto del Re Ferdinando II, fu istituito il gran libro del consolidato.
Non pertanto, anche prima del 1860 , il Siciliano pagava 12 franchi all'anno, il Napolitano 14, il Romano e Parmense 18, il Toscano 17, il Modenese 15, mentre il Piemontese ne erogava da 19 a 20, per la ragionata. Oggidì tra tasse nuove e vecchie si paga più de' Francesi, imperochè colà la media individuale, ammonta a franchi 31, e tra noi a 32 e 1/2 circa.
A Ricasoli Governatore di Toscana diedesi 40000 franchi onde tacesse la spedizione della brigata regolare piemontese che si fece dal campo di Pontedera in Sicilia con divisa garibaldina.
Alla società Rubattino si pagarono 4 milioni di franchi per il piroscafo Cagliari che le era stato restituito e per i due vapori Lombardo e Piemonte, mentre ad Alessandro Dumas, lo scrittore salariato 900.000.
Nelle prigioni "italiane" di Palermo succedevano cose che nemmeno la maligna immaginazione di Gladstone poteva arrivare: l'appalto pei prigionieri si enumera per individuo a 24 centesimi l'uno. Ora tra custodi del carcere e fornitori, àvvi un segreto contratto, pel quale 40 50 e fino a 100 razioni al giorno debbono darsi di meno, e queste mentre figurano nel bilancio degli esiti restano assorbite dalla rapina dei carcerieri.
Per giustificare, con apparente forma legale, la vilissima speculazione,ogni giorno si puniscono un n° di 50 60 o 100 prigionieri a quali viene inflitto pane ed acqua; perciò ogni gesto, ogni atto il più innocente, in mano di quei barbari, si traduce a delitto: e sovente si castiga un intero camerone ove gemono da 40 a 50 individui, pel solo sospetto di essere complici al mancamento del compagno.
Vi sono poi altri castighi più gravi. In ogni piano del raggio che ne comprende tre, vi è una stanzuccia umida , colle pareti roaspe, ed ove passa il canale della latrina, che esala un fetore pestilenziale. Ivi si getta a marcire una povera vittima per dieci o quindici giorni, e non gli si concede mai un po' d'aria,
La cameretta è buia perfetta, né vi penetra spiraglio dì luce. Figurisi il lettore, quale orrore e disperazione, quale lenta tortura, pruova lo sventurato che vi mal capita!
[Altro che Fenestrelle!]
Io ridico: ho veduti prigionieri ignudi, altri carichi di schifosi insetti, altri divorati dalla fame, dagli affanni, dai patimenti, andare rangolando per oscure pareti, ad implorare il soccorso di un medico , ma inutilmente.Sono stati colpiti a colpi di chiave di rimando e con verghe percossi.
Trentacinque mila di quest'infelici gemono in Napoli e Sicilia, ed il Sig. Gladstone finge ora non vederli. Il cosidetto crudele regime dei Borboni finì, ed il governo rigeneratore lo ha rimpiazzato con la tirannia.
A Francesco II non solo serbo un culto che la sventura mi detta , ma un rispetto profondo per vederlo vittima di inauditi tradimenti e ribalderie di tanti che gli si dicono amici.
(1) Rivelazioni segrete sulla vita di La Farina ed i suoi seguaci - Losanna - 1865
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