martedì 4 ottobre 2011

Proclama del Radetzky ai Lombardo-Veneti (25 ottobre 1849).


Josef Radetzky


"Sua Maestà l'Imperatore si è degnato di nominarmi governatore generale per gli affari civili e militari del regno Lombardo-Veneto. La Maestà Sua pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere. Che il non osservare le leggi porti all'anarchia ed alla rovina dei popoli, voi medesimi lo avete sperimentato. Il dominio per un solo anno di un potere senza legge, può in così breve tempo, seminare più sciagure che la legislazione e le amministrazione più sagge non sono capaci di riparare in dieci anni.
Ancora una volta io quindi vi esorto, siate voi pure un anello della grande catena che unisce tra loro i popoli della nostra comune monarchia, le cui liberali istituzioni assicurano ogni sviluppo dei vostri interessi e della vostra nazionalità, conciliabile con la prosperità di ciascuno e di tutti.
Abitanti del Regno Lombardo-Veneto ! Lungi dai vostri cuori la diffidenza rispetto alla sincerità e purezza delle intenzioni del vostro governo, diffidenza che molti di voi ancora conservano. E' desiderio e volontà dell'imperatore, nostro signore, di vedere il Regno Lombardo-Veneto felice e contento sotto il suo scettro; ed io vado superbo di essere stato eletto ad organo della sua volontà. Se pure sono stato fatto segno di qualche immeritata ingiuria, nel mio cuore si è spento ogni ricordo. Perdono e l'oblio del passato è la mia divisa. Io conto sulla vostra cooperazione, sulla vostra fiducia; io ne ho bisogno per dare vita ai proponimenti che mi animano per il bene di un paese che per il lungo mio soggiorno è a me caro e che io amo come la mia seconda patria".



Josef Radetzky.

Vincenzo Gioberti e la sua considerazione sulla "democrazia".


"La mera democrazia (questo indicibile bamboleggiare degli scrittori, in Francia, in Inghilterra, nell'America boreale dei dì nostri, che adorano le moltitudini, esaltano il principio di associazione, invocano e celebrano l'alleanza dei popoli - tale è la piaga principale, vezzo prediletto del secolo) non può sussistere, nè durare, perchè radicalmente inorganica...Il numero accresce la forza, ma non la crea... Un branco di pecore innumerabili è sempre men capace e men valido del mandriano...Mentre il diritto del Principe è divino, poichè risale a quella sovranità primitiva onde venne organato ed istituito  il popolo di cui regge le sorti...La sovranità si riceve, ma non si fa e non si piglia...Ella importa la sudditanza, come un necessario correlativo; e il dire che il sovrano possa essere creato dai suoi soggetti (con il suffragio Ndr) e trarne i diritti che lo previlegiano, inchiude contraddizione. Insomma, il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano, perchè i suoi titoli ripugnerebbero alla sua origine... I sudditi dipendono dal sovrano, e non viceversa...L'obbligazione verso il sovrano dee dunque essere assoluta, altrimenti la sovranità è nulla..."La potestà è ordinata, e da Dio procede" a ciò allude l'Apostolo (Paul. ad rom., XII,1,2). Sapete donde nasce il più grave pericolo? Dal predominio della plebe, la quale promette una seconda barbarie più profonda di quella dei Vandali e degli Unni e un dispotismo più duro del napoleonico. Guai alla civiltà nostra se la moltitudine prevalesse negli Stati.

(V. Gioberti, Studio della filosofia, cap. Della politica, vol III, Tipografia elvetica, Capolago 1849). (Nel '43 aveva scritto "Del primato morale e civile degli italiani" . Una tesi contro le aspirazioni rivoluzionarie dei democratici).

Concordo pienamente col pensiero del Gioberti.

Il Principe dei Reazionari.

lunedì 3 ottobre 2011

La vera storia di Carlo Pisacane che i libri di scuola non hanno mai voluto raccontare.


Carlo Pisacane


 Conosciamo tutti la storia di Carlo Pisacane che, partito da Genova con 26 uomini, raggiunse prima la colonia penale di Ponza per imbarcare 323 galeotti e, quindi, proseguire per Sapri dove, scontratosi più volte con la popolazione, fallì nel suo intento di innescare la rivoluzione nel sud Italia.
Altrettanto conosciamo la famosa “Spigolatrice di Sapri”, patetica poesia di Luigi Mercantini che, insieme alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere alla piratesca impresa un alone di misticismo teso a sfruttare, per fini risorgimentali liberal-monarchici, tra l’altro ben lontani dalle teorie politiche del Pisacane, il fallimento della spedizione.
Al di là delle controversie ideologiche che sono tuttora oggetto di accesi dibattiti, appare invece interessante soffermarsi su un aspetto trascurato ma sicuramente importante dell’intera impresa: lo sbarco a Ponza.
Negli stessi versi del Mercantini troviamo che la nave a vapore “all’isola di Ponza si è fermata, è stata un poco poi è ritornata”. Cosa esattamente accadde nell’Isola in quel “poco” né il poeta né la storiografia ufficiale lo dicono.
Invece un’analisi dei fatti isolani risulta fondamentale per comprendere i veri motivi del fallimento politico e “militare” della “storica spedizione” e le reali cause della reazione violenta delle popolazioni meridionali contro chi andava “… a morir per la Patria bella”.
Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta: i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.
Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò. Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti. Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.



L'Isola di Ponza in una foto d'epoca.

Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali. I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi. Essi sfruttavano terreni dello stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi. Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole. Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti. Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune. Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.

Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.
Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.
Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.
Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni. Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.

Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il continente per darsela a gambe. La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale. Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni. Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre.Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti.Intanto il Pisacane ed i suoi trecento sbarcavano a Sapri, ma qui la popolazione non stava facendo la siesta come a Ponza, anzi fu molto arguta a riconoscere tra quegli “eroi” gli artefici di abominevoli delitti e non esitò ad imbracciare forconi e schioppi e, come il Mercantini recita: “eran trecento erano giovani e forti e sono morti”.Fu una vera e propria carneficina, il preludio dell’enorme tragedia che dopo qualche anno investì il meridione d’Italia, preda della sanguinosa e devastante conquista militare del Piemonte, che vide la disperata reazione armata dei contadini del Sud che poi “scrittori salariati tentarono di infamare con nome di briganti” (Gramsci).



Ritratto raffigurante la morte di Carlo Pisacane

domenica 2 ottobre 2011

Carlo III° di Borbone-Parma:Un sovrano da rivalutare.

Stemmi della famiglia dei Borbone-Parma:Partendo da  sinistra lo stemma del Ducato di Lucca, a destra lo stemma del Ducato di Parma.

 Ferdinando Carlo Vittorio Giuseppe Maria Baldassarre ( Villa delle Pianore vicino Lucca, 14 gennaio 1823Parma, 27 marzo 1854),unico figlio maschio di Carlo Luigi, Principe di Lucca (in seguito Duca di Lucca e Duca di Parma) e di sua moglie la Principessa Maria Teresa di Savoia (figlia di Vittorio Emanuele I di Sardegna). Fino alla sua salita al trono come Duca di Parma nel 1849 egli fu chiamato Ferdinando Carlo o Ferdinando. In famiglia era chiamato Danduccio. Dal 13 marzo 1824 egli portò il titolo di Principe Ereditario di Lucca.
Ferdinando Carlo trascorse gran parte dei primi dieci anni della sua vita in Germania e a Vienna. Quando aveva quattro anni, la responsabilità della sua educazione fu affidata ad un sacerdote ungherese Zsigmond Deáki. Gli fu insegnata storia e lingua italiana da Lazzaro Papi, direttore della Biblioteca di Lucca. Imparò francese, ungherese, tedesco, inglese e spagnolo.
Nel 1841 Ferdinando Carlo fu mandato a Torino per essere istruito nell'arti militare. Ricevette una commissione nell'esercito piemontese col grado di capitano nella cavalleria di Novara.


Ferdinando Carlo in giovane età.


Il 10 novembre 1845, Ferdinando Carlo sposò Luisa Maria Teresa di Francia (1819-1864), sorella maggiore del pretendente legittimista al trono di Francia, il conte di Chambord. La cerimonia ebbe luogo allo Schloss Frohsdorf vicino a Lanzenkirchen in Austria. La coppia trascorese la luna di miele a Üchendorff e poi in Inghilterra.


Carlo III° di Borbone-Parma ebbe quattro figli:


∞ sposò Carlo, Duca di Madrid pretendente carlista al trono spagnolo;
∞ sposò la Principessa Maria Pia delle Due Sicilie (figlia di Ferdinando II delle Due Sicilie e di Maria Teresa d'Austria);
Infanta Maria Antonia di Portogallo (figlia di Michele del Portogallo e Adelaide di Löwenstein-Wertheim-Rosenberg);
∞ sposò Ferdinando IV, Granduca di Toscana;
Principessa Maria Luisa Immacolata delle Due Sicilie (figlia di Ferdinando II delle Due Sicilie e di Maria Teresa d'Austria);
Infanta Adelgonda di Portogallo, Duchessa di Guimarães (figlia di Michele del Portogallo e Adelaide di Löwenstein-Wertheim-Rosenberg).




Ferdinando Carlo viaggiò molto. Fuori d'Italia spesso usò il titolo di marchese di Castiglione, in Italia ha spesso usato il titolo di Conte di Mulazzo.
Il 17 dicembre 1847 la Duchessa Maria Luisa D'Asburgo-Lorena morì e il padre di Ferdinando Carlo successe come di legittima concessione con il titolo di Duca Carlo II di Borbone-Parma. Il Ducato di Lucca che fu concesso alla famiglia Ducale di Parma in attesa di riappropriarsi del proprio legittimo stato, fu incorporato al Granducato di Toscana, e Ferdinando Carlo cessò di essere Principe Ereditario di Lucca per diventare invece Principe Ereditario di Parma.



Il padre di  Ferdinando Carlo , Carlo II° di Borbone-Parma.

Nel maggio 1849 Carlo II di Borbone-Parma dopo i moti sovversivi organizzati dai liberali settari nel Ducato di Parma abdicò in suo favore,egli così salì al trono legittimo con il nome di Carlo III° di Borbone-Parma
, prese possesso dello Stato il 25 agosto 1849, dopo aver decretato da Vienna alcuni atti sovrani, fra i quali la riforma degli statuti dell'Ordine di San Lodovico.
Essendo lo stato Parmense alleato militarmente con L'Austria egli potè godere dell'appoggio dell'esercito Imperial-Regio per difesa contro minacce esterne ed eventuali attività sovversive che potevano nuocere alla quiete dello stato e del suo popolo,anche se molti libri di storia raccontano che si sia servito dell'esercito Austriaco per opprimere la popolazione che "gemeva" sofferente a causa del suo "mal governo"(ovviamente e tutta spazzatura risorgimentalista),in realtà fu molto amato dal suo popolo,egli infatti al contrario del padre che come capo di stato non brillava di grandi capacità fu un buon sovrano,attento al suo popolo e alla preservazione delle sue tradizione in specie la difesa della religione di stato il Cattolicesimo,fu molto reazionario ma bisogna specificare che ciò non è affatto male come invece ci hanno abituato a pensare gli scritti scolastici frutto di propaganda liberal-massonica,infatti il suo essere reazionario nasceva dal suo desiderio di mantenere la serenità nello stato e garantire ai suoi sudditi pace e tranquillità,quando arrivò a Parma giustamente  inflisse pesanti sanzioni ai  sovversivi settari componenti l’antico governo provvisorio e a causa di costoro che avevano tramato tra le aule cercando di far plagio delle menti degli studenti chiuse l’università in attesa dell'epurazione di questi elementi sovversivi e sostituirli con personale qualificato e sano nei principi,ma a causa  della solita propaganda risorgimentalista che modificò tale evento in modo che egli passasse per un sovrano tiranno,Carlo III° di Borbone-Parma rimane purtroppo ancora oggi per molte persone un "oppressore della libertà"(cosa che in realtà non era).


Carlo III° di Borbone-Parma.




Ebbe modo di essere protagonista di un travagliato periodo di grandi cambiamenti, tentando di interpretare le esigenze di una Comunità in evoluzione, dove le antiche e statiche regole della società pre-napoleonica, stavano per essere sostituite da processi di modernizzazione forzata che avanzavano velocemente verso rinnovati modelli sociali(corruzione liberale). La sua vita fu segnata da difficili passaggi politico-istituzionali, da delicati rapporti interni, da complotti, ma anche da passioni e da momenti di intensa umanità, nel ricorrente e mai sopito conflitto fra essere uomo ed essere Duca. Carlo III° di Borbone-Parma fu un personaggio intelligente e contraddittorio, audace ed ingenuo, prepotente e scontroso, appassionato ed infelice, che si impegnò per governare il Ducato con senso del dovere ed onestà, impostando una politica non priva di lungimiranza e di originali intuizioni, guidandolo nel delicato momento che precedeva gli ultimi atti del processo decadente chiamato risorgimentale. Costruendosi uno spazio fra i grandi Stati dell'epoca, cercando un suo ruolo fra le pesanti e opposte influenze, anche a costo di forzare la realtà, egli andò incontro ad una fine inutile e che non meritava,assassinato da un terrorista mazziniano mandato ad uccidere il Duca da Adriano Lemmi e dallo stesso Mazzini,fu l'unico sovrano assassinato degli Stati pre-unitari, quando il complotto per  l'unificazione coatta italiana stava facendo inesorabilmente il suo tragico corso,pati un agonia lunga un giorno prima di morire.


  L'attentato a Carlo III di Borbone-Parma, Parma 26 marzo 1854.

Dopo la sua morte li successe il figlio Roberto I° di Borbone-Parma che non potendo regnare essendo ancora molto piccolo  prese la reggenza la madre  Luisa Maria Teresa di Francia che governò molto bene ma in maniera più moderata rispetto al marito.Carlo III° di Borbone-Parma Fu sepolto a Viareggio, nella cappella di villa Borbone, a pochi chilometri da quella che il figlio Roberto fece successivamente costruire alle Pianore di Camjore; il suo cuore fu invece riposto in un'urna nella cripta della Chiesa Magistrale della Steccata, a Parma, storica sede conventuale dei cavalieri del S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Concludo con il dire che Carlo III° di Borbone-Parma fu vittima di quel terrorismo che si contrappone al bene per il solo scopo di sovvertire un organicità statale che garantisce il benessere dell'intera società,egli fu un buon sovrano pur avendo(come umano che sia)i suoi difetti,ma ciò non toglie che egli sapeva fare ciò per cui era nato,il Duca.

La moglie di Carlo III° di Borbone-Parma Luisa Maria di Borbone-Francia con il figlio Roberto I° di Borbone-Parma.


Autore:


Il Principe dei Reazionari.

Fonti:



Archivio storico della Citta di Parma.


sabato 1 ottobre 2011

Il "Risorgimento" raccontato da Angela Pellicciari

Angela Pellicciari racconta la vera faccia di Garibaldi e delle sue azioni.

In onore dei soldati Duo Siciliani caduti per la vera Patria durante la battaglia del Volturno nel 151° anniversario dall'evento bellico.




Quella che si combatté sul fiume Volturno non fu soltanto una battaglia tra due eserciti, fu lo scontro tra due culture inconciliabili e tra due concezioni del mondo. La stessa idea della guerra era radicalmente diversa. Il re Francesco II combatteva ancora la guerra delle regole, delle tregue nei giorni delle feste cristiane, del rispetto dei patti d’onore, della pietà per i caduti e per i vinti. Dall’altra parte, si combatteva la nuova guerra senza regole e senza quartiere, la guerra rivoluzionaria, che punta alla distruzione dell’identità del nemico, alla sua conquista ideologica. Nella manifestazione sovrana del re Francesco II, che fu letta ai soldati napoletani il 30 settembre 1860, vigilia della battaglia, si legge: Soldati! Poiché i favorevoli eventi della guerra ci spingono innanzi e ci dettano di oppugnare paesi dall’inimico occupati, obbligo di re e di soldato m’impone di rammentarvi che il coraggio ed il valore degenerano in brutalità ed in ferocia quando non siano accompagnati dalla virtù e dal sentimento religioso. Siate adunque generosi dopo la vittoria; rispettate i prigionieri che non combattono ed i feriti e prodigate loro, come il 14° cacciatori ne ha dato esempio, quegli aiuti che è in vostro potere di apprestare. Ricordatevi che le case e le proprietà nei paesi che occupate militarmente sono il ricovero e il sostegno di molti che combattono nelle nostre file: siate adunque umani e caritatevoli con gli infelici e pacifici abitanti, innocenti certamente delle presenti calamità. L’obbedienza agli ordini dei vostri superiori sia costante e decisa; abbiate infine innanzi agli occhi sempre l’onore e il decoro dell’esercito napoletano. L’onnipossente Iddio benedirà dall’alto il braccio dei prodi e generosi che combattono e la vittoria sarà nostra. firmato: Francesco.

_____






Gli schieramenti in campo
_____

Pier Giusto Jaeger così descrive gli schieramenti dei due eserciti:

“Dobbiamo immaginarci gli schieramenti dei due eserciti contrapposti come due semicerchi spezzati, quasi regolari, con la curvatura rivolta a Nord. L’interno era quello dei garibaldini e dei piemontesi, l’esterno era quello dei napoletani. “Al centro del diametro dei due semicerchi, che ne costituisce la base, è situata la città di Caserta, dove Garibaldi collocò, con scelta strategica felice, una forte riserva. All’estremità ovest erano poste le difese garibaldine di S. Tammaro e S. Maria Capua Vetere; e a nord-ovest, nella parte più alta del semicerchio, quelle di S. Angelo, costituite da forti posizioni collinari. A nord-est vi era soltanto un piccolo distaccamento garibaldino, comandato dal maggiore Pilade Bronzetti, che era stato spedito all’ultimo momento ad occupare l’altura coronata dalle rovine del castello di Morrone. All’estremità est, Bixio difendeva l’abitato di Maddaloni e la strada che, dal bivio dei ponti della Valle, conduce a Caserta.” “Il piano napoletano prevedeva due grandi direttrici d’attacco: la prima a ovest, con base a Capua, contro S. Tammaro e Santa Maria (la destra, comandata dal generale Tabacchi, con circa 4600 uomini), e contro S. Angelo (il centro, al comando del maresciallo Afan De Rivera: 5000 uomini); l’altra contro Maddaloni e in direzione di Caserta (la sinistra di Von Mechel). Doveva risultarne un movimento a tenaglia, con un’intensa pressione sulle ali, che, se fosse riuscita, avrebbe preso alla spalle i difensori garibaldini delle linee avanti a Capua. A questo piano, peraltro, il generale von Mechel aveva apportato un cambiamento molto significativo. Tenendo per sé le truppe svizzere e bavaresi per l’attacco a Bixio, aveva lasciato al colonnello Ruiz de Ballestreros 5000 uomini, con l’ordine di muovere da Caiazzo su Caserta vecchia per congiungersi con le sue forze in un punto che si riteneva scarsamente difeso [...] e di lì investire Caserta, dove si sapeva essere la riserva garibaldina”.
La battaglia “Il primo ottobre 1860 era un lunedì – scrive Pier Giusto Jaeger – e i garibaldini erano soliti scherzare sul fatto che questo era il giorno in cui i Napoletani attaccavano, sospinti dalle preghiere e incitamenti dei cappellani della domenica precedente. Questa volta, tuttavia, vi erano ben altre avvisaglie di un’iniziativa importante da parte borbonica Si seppe che Garibaldi si era recato il 30 settembre a Maddaloni per conferire con Bixio, e che il luogotenente aveva assicurato che nessuno sarebbe passato dal suo settore”.

L’episodio, a parere dello storico, conferma la tesi degli scrittori di parte regia, secondo i quali i garibaldini erano perfettamente a conoscenza del piano di Francesco II.

Fronte ovest, ore 3:30
Il canonico Giuseppe Buttà, cappellano del 9° reggimento Cacciatori e testimone oculare della battaglia, così narra: “Alle tre e mezzo del mattino uscivano le truppe da Capua per assalire il nemico. La divisione del maresciallo Gaetano Afan de Rivera, di cui io facevo parte, ebbe l’ordine di investire la posizione di S. Angelo. L’altra divisione, del generale Tabacchi, di dirigersi al centro, verso S. Maria, e il generale Sergardi con quattro squadroni di lancieri e quattro cannoni a destra, contro S. Tammaro e Carditello.”

I Napoletani avanzavano in una fitta nebbia, che solo dopo l’alba si sarebbe dissolta.
ore 5:00 “Alle cinque – prosegue lo Jaeger – gli avamposti garibaldini che si trovavano al cimitero e ai “cappuccini” udirono il rauco grido, “Viva o’ Rre”, e videro emergere vicinissime dalla bruma le forme della colonna nemica. Prontamente si ritirarono dietro la scarpata della ferrovia e le barricate rafforzate nei giorni precedenti [...] all’entrata di S. Maria Capua Vetere, presso la porta detta Capuana.”“Il 10° cacciatori di avanguardia – continua il canonico Giuseppe Buttà – comandato dal tenente colonnello Capecelatro aprì il fuoco investendo il nemico sotto S. Angelo per la diritta della strada consolare, e fu quello il segnale della battaglia. Giunto quel battaglione vicino la casina Longo, incalzando sempre i garibaldini dai posti avanzati, costoro scopersero una batteria di otto grossi cannoni, coi quali sparsero la morte sopra quel battaglione, che per sensibilissime perdite diede indietro. Si avanzò il 9° cacciatori, sostenuto dall’8° e cominciò a ribattere i colpi di quella micidiale batteria.

Fu allora che il valoroso capitano Ferdinando Campanino con un coraggio superiore a qualunque elogio, rannodò un drappello di ufficiali e soldati di vari corpi, ed alla testa dei medesimi, si slanciò sopra i pezzi in batteria. Quel fortino era difeso da centinaia di garibaldini, la maggior parte soldati inglesi della real marina, sbarcati pochi giorni prima a Castellammare dalla fregata Renown. Costoro furono i più tenaci nel difendere a qualunque costo quella munita posizione, orgogliosi com’erano dell’onore della superba Albione, però prevalse la bravura napoletana. Parte di essi furono uccisi e parte fatti prigionieri, tra cui un Capitano che stava per essere ucciso e fu salvato da Campanino. Quella mischia avvenne letteralmente corpo a corpo, dopo di che fuggirono i garibaldini italiani.” Pier Giusto Jaeger aggiunge:
“Nell’altro settore chiave della parte ovest della battaglia, davanti a S. Angelo, le cose si erano messe più favorevolmente per gli attaccanti, che avevano meglio sfruttato all’inizio il fattore sorpresa. Medici, che comandava in questa zona truppe tra le migliori [...] aveva rafforzato le già ottime difese naturali costituite dal terreno collinoso e dalle pendici dell’alto monte Tifata fortificando le diverse case e ville sparse sui declivi, nonché l’entrata di S. Angelo, appostando i cannoni nelle posizioni migliori. Ciò nonostante, quando dalla strade incassate nel tufo e protette alla vista dai filari di viti, uscirono, sparando mentre avanzavano, lunghe colonne di uomini dai pantaloni rossi, con l’accompagnamento del loro grido di guerra, che sembrava una scarica nel folto della foresta, le avanguardie garibaldine furono colte dallo sgomento. Riconobbero infatti nelle truppe che avevano di fronte i migliori soldati dell’esercito borbonico, quei cacciatori che a Calatafimi e a Milazzo erano stati molto vicino a prevalere e che la vigliaccheria dei loro generali aveva privati della vittoria. Ora quegli uomini gettavano nella mischia tutto il loro disperato desiderio di vendetta.
Si accese una “grossa orribil zuffa”, che si ripeté con episodi analoghi di feroce determinazione accanto a ciascuno dei nodi della difesa di Medici. I garibaldini, pur battendosi anch’essi molto bene, persero una dopo l’altra le “casine fortificate”, finché un’ultima spallata li buttò fuori dal paese di S. Angelo”.
Scrive lo storico Giacinto de’ Sivo: Medici, con la sua divisione si oppose di fronte, collocando una batteria sul Monte S. Angelo. Quella batteria cominciò a fulminare a mitraglia il 9° cacciatori che si era avanzato più degli altri. Fu in quel punto che la lotta divenne davvero micidiale: regi e garibaldini ora retrocedevano, ora avanzavano con varia fortuna. Vicino la cupa Lucarelli avvenne un massacro, ma più di garibaldini. Ad onta che costoro si fossero fortificati, al solito, in due casamenti vennero assaltati alla baionetta, e caddero a centinaia. Dunn, garibaldino, fu ferito con parecchi suoi ufficiali ed altri vi lasciarono miseramente la vita. Dopo quel combattimento accanito i regi presero i cannoni di Medici e le trincee…







ore 8:00 Verso le otto del mattino sul campo di battaglia apparvero i Principi reali, Conti di Trani e Caserta, che giungevano da Gaeta, in un momento in cui le sorti dello scontro sotto S. Angelo erano incerte. La loro presenza entusiasmò i soldati.

Ricorda Giacinto de’ Sivo:“fattisi in mezzo, mentre con l’esempio e con la voce rianimavano i soldati, li soccorsero col 1° battaglione del 10° di linea col tenente colonnello Afflitto, chiamato da Capua”. Aggiunge il canonico Giuseppe Buttà: “alle otto del mattino la truppa che avea assalito l’Anfiteatro ripiegava, e di già cominciava a disordinarsi, quando giunsero sul campo i fratelli del Re, il conte di Trani e quello di Caserta; costoro si gittarono in mezzo ai combattenti, e li fecero ritornare ad un assalto vigoroso. Marulli si slanciò contro il centro, ov’era la maggiore resistenza; e La Masa, dopo un’ostinata difesa, ripiegò; allora Milbitz, appiattato dietro l’anfiteatro, uscì per opporsi ai regi e fu pure respinto. Il 10° di linea, che si era più di tutti avanzato, alla corsa occupò le prime case di S. Maria, destando gran panico nei garibaldini. La popolazione di quella città metteva pannolini bianchi ai balconi, gridando Viva Il Re, e chiedendo armi per dare addosso ai rivoluzionari quali fuggenti, quali in disordine”

Fronte est, ore 8:00 Così descrive la situazione Pier Giusto Jaeger:

“Nel settore est del campo di battaglia [...] il terreno era completamente diverso, assai più mosso e montagnoso. Il luoghi dello scontro erano dominati dai maestosi “ponti della Valle” […]. I garibaldini di Bixio occupavano le alture; ma anch’essi furono sorpresi dalla rapidità e dalla precisione dell’attacco degli svizzeri di von Mechel, che cominciò, tuttavia, soltanto verso le ore otto del mattino, quando ormai da tre ore si combatteva sul fronte ovest. La brigata Eberhardt cedette, gettandosi in fuga disordinata, e Bixio si trovò in difficoltà, tanto che fu obbligato a chiedere rinforzi. In questo combattimento perì il tenente Emil von Mechel, figlio unico del generale. Il povero padre si arrestò un istante di fronte al cadavere, lo salutò al grido di “Vive le Roi!” e procedette oltre. Gli svizzeri erano ormai padroni di molte delle alture. Convergendo a sinistra, avrebbero potuto facilmente impadronirsi di Maddaloni. Invece von Mechel si fermò. Forse per far riposare i suoi, più probabilmente per aspettare Ruiz de Ballestreros, che, se avesse proceduto regolarmente, doveva ormai essere in vista”.
Secondo Jaeger, la condotta di Ballestreros, che era stato uno dei maggiori responsabili della rotta in Calabria “non trova nessuna giustificazione”. “Ruiz – commenta lo storico – avanzò lentissimo, senza curarsi di tenere i contatti con von Mechel. A Castel Morrone si trovò di fronte la piccola guarnigione di Pilade Bronzetti, e perse ore preziose per sopraffarla…
ore 10:00 Scrive Giacinto de’ Sivo:“In quell’ora decima del mattina in tutta la battaglia la fortuna volgeva ai Borboniani; fuggirono i ribelli, le strade di S. Maria erano deserte, le finestre avean pannilini e già la popolazione si aggruppava con voci reazionarie, e cercava armi per dar sui fuggenti. Ma i nostri duci, mancando d’ impeto, non si avvidero del nemico scoraggiato: lasciarono passar l’ore e dettero tempo accorresse per la via di ferro di Caserta prima la brigata Assanti, poi l’altra Pace, che rinforzando i rossi li fecero di nuovo uscire alla riscossa sulle strade. Inoltre arrivavano in fretta da Napoli e da Aversa quanto v’era d’armati e di settarii stranieri, e artiglieri sardi e inglesi, di sorte che la difesa, quantunque confusa, pur poté per numero arrestare il progredimento dei soldati reali”. Fronte ovest, prime ore del pomeriggio Scrive Pier Giusto Jaeger: “In questo settore […] i regi avevano fatto i maggiori progressi fino alle prime ore del pomeriggio. Medici era esausto: le sue ultime forze si aggrappavano disperatamente alle asperità che separavano i napoletani dal ciglio dei rilievi montani, superati i quali essi avrebbero potuto dilagare nella pianura per tagliare le comunicazioni tra Caserta e Capua. A un certo momento una colonna proveniente dal Volturno aveva addirittura raggiunto la vetta, cogliendo i volontari di fianco; ed era stata respinta soltanto dopo durissima lotta. Ma anche le truppe di Afan de Rivera non ne potevano più, e si fermarono per riposarsi.” Fu qui che avvenne un episodio decisivo, che avrebbe potuto cambiare definitivamente le sorti della battaglia e forse, la storia futura. Così lo riporta lo storico Giacinto de’ Sivo: “Garibaldi, che aveva cominciato la battaglia dalla parte di S. Maria contro la divisione Tabacchi, udendo il rombo del cannone che aumentava sempre dal suo fianco diritto, e vedendo fuggire i suoi da S. Angelo, corse in carrozza regia da quella parte, ma venne assalito da un drappello di soldati dell’11° cacciatori, guidati dall’alfiere Mariadangelo. Costoro gli uccisero il cocchiere ed un cavallo, e stavano per fare prigioniero lo stesso Dittatore. Questi si gettò dalla carrozza e fuggì; i soldati gli tirarono delle fucilate ma non lo colpirono. Garibaldi non fu riconosciuto dai regi altrimenti non sarebbe scappato, a qualunque costo”. Ruiz de Ballestreros arrivò a Caserta vecchia nel tardo pomeriggio, quando von Mechel aveva già ordinato la ritirata. “Noncurante delle sorti della lotta – scrive Jaeger - Ruiz si fermò a Caserta vecchia a pernottare; per avviare il giorno dopo, con altrettanta calma, il movimento retrogrado”. E conclude: “La manovra avvolgente di von Mechel era così completamente fallita; ma la battaglia non era ancora decisa. Davanti a S. Maria Capua Vetere i combattimenti continuavano, alternando brevi soste a scontri furibondi.” Narra Giacinto de’ Sivo [...] il Re, vedendo l’impossibilità del vincer di fronte ordinò che la colonna vincitrice di S. Angelo e il Sergardi da S. Tammaro dessero sui fianchi di S. Maria; il che saria stato certa vittoria. L’ordine non andò al Rivera, che, rimasto indietro, non fu visto combattere ma giunse ai brigadieri Polizzy e Barbalonga, i quali, per la stanchezza dei soldati, è da credere perdessero molto tempo a rianimarli. Dall’altra parte il Sergardi ubbidendo mosse coi suoi cavalli a S. Tammaro, fugò i rari difensori delle quattro barricate ed, entrato, prese alquanti prigionieri ed una bandiera; mentre il popolo, festeggiando coi pannilini e plausi le case dei faziosi ardeva.” E il canonico Giuseppe Buttà:

“Da S.Tammaro (Sergardi) chiese un battaglione per investire il fianco di S. Maria e non poté averlo; rimase inoperoso, e si ritirò poi per ordine del Generale in capo”.
La condizione dei garibaldini, però, era peggiore di quella dei napoletani: avevano perso S. Tammaro e S. Angelo, avevano avuto molte perdite. Ricorda de’ Sivo:

[...] “Noi li miravamo arrivare a torme a Napoli pallidi e tacenti [...]. Arriva fuggente il dittatore: che al vedere tanto sgomento pur là, correva gridando: si rassicurassero esser egli su tutti i punti vincitore”. Da Caserta, Garibaldi fa affluire il resto della riserva, il Turr con le brigate “Eber” e “Giorgi” e le inviò a S. Angelo e S. Maria. Da Napoli arrivarono militari dell’esercito piemontese e cannoni, che furono collocati sulle batterie della ferrovia e sugli archi antichi. Davanti S. Maria Capua Vetere era fallito l’assalto dei granatieri della Guardia reale, privi di ogni esperienza di fuoco, che si sbandarono di fronte ad un violentissimo fuoco dei garibaldini nonostante il Re in persona si fosse gettato tra loro incitandoli.
Alle quattro del pomeriggio Francesco II ed i principi reali radunarono tra Capua e dintorni i soldati più valorosi per lanciare un ultimo assalto. “I rossi uscirono a incontrarli dalla Via S. Angelo e dalla città, assalendoli di fianco e di fronte” – scrive de’ Sivo. Fu battaglia per oltre un’ora ed un pallottola vagante ferì Garibaldi alla gamba sinistra. Il re – riferisce ancora de’ Sivo - raccolse alcune centinaia di soldati del 10° e del 9° di linea e mandò a rinforzarli il colonnello De Liguoro. Ma erano forze insufficienti. “Benché facessero prodezze”, come precisa lo storico maddalonese, bastarono solo a difendere le posizioni che aveva conquistato coraggiosamente il colonnello Marulli. ore 17:00 Alle cinque del pomeriggio il comandante in capo delle forze napoletane Giosuè Ritucci dà il segnale della ritirata generale, come ricorda Giacinto de’ Sivo:“considerando non si poter vincere con sì sparute forze il duce Ritucci ordinò la ritirata e che cavalleria e artiglieria la proteggessero”. Tutto si svolse ordinatamente, aggiunge Jaeger, “riparando le truppe nei loro alloggiamenti di Capua senza che i garibaldini le disturbassero”. Per ironia della sorte in quegli stessi momenti quattro compagnie di tiragliatori napoletani, raggiungevano le prime case di S. Maria Capua Vetere, abbandonate dai garibaldini e chiedevano rinforzi per conquistare la città. Furono assaliti dai garibaldini. De’ Sivo narra che: “i garibaldini uscirono ad incalzare; ma pochi squadroni di carabinieri, nonostante l’inadatto terreno e l’albereto, sì menarono le sciabole che ne cavarono loro la voglia”.






Ferito all’arma bianca cadde il tenente ungherese Flugel con molti altri garibaldini. Il colonnello napoletano Grenet, con soli 100 superstiti del suo reggimento si fermò, e tenne il fronte finché tutta la truppa non si fu ritirata. Era ormai sera. “Durante la notte – scrive Pier Giusto Jaeger – Cosenz chiese a Villamarina di fare intervenire i bersaglieri e i granatieri sardi [...] circa 400 soldati piemontesi presero parte all’azione del giorno dopo, che fu in verità poco più di un rastrellamento e che permise di catturare l’intera brigata Ruiz”. Fu quello l’ultimo atto della battaglia del Volturno. “Si trattò di un fatto d’armi che francamente si può mettere al livello dei primi in tutti i tempi”, scrisse il luogotenente garibaldino Guglielmo Rustow.

Sugli esiti della battaglia si scatenò la propaganda unitaria. I garibaldini arrivarono a parlare, con Rustow, di “una delle più splendide vittorie che la storia del mondo abbia mai registrato”, attribuendo ai napoletani una “forza doppia” rispetto alla loro.

“I napoletani non impegnarono nella lotta più di metà delle truppe che avevano a disposizione – precisa lo Jaeger – quindi un numero di uomini di poco superiore a quello dei volontari”.
Ed aggiunge:“I soldati borbonici nel complesso si batterono molto bene e gareggiarono coi volontari in entusiasmo e furore. Le eccezioni furono rappresentate dalla brigata di Ruiz [...] e, soprattutto, dalla Guardia reale”.

“Si trattò di uno scontro terribile per quantità di perdite – riconosce Jaeger – nel quale i borbonici si trovarono più volte assai vicini al successo […] i morti e feriti garibaldini superarono quelli napoletani. La resa della brigata Ruiz fece pendere dalla parte dei volontari il numero dei nemici catturati, ma anche tra le camice rosse si ebbero ben 1389 ‘smarriti’, ciò che dà un’idea di come interi reparti si siano dissolti nel panico, fuggendo verso la non lontana capitale e gettandovi lo sgomento. In complesso, Garibaldi perse circa il 20% del suo piccolo esercitò. Le perdite furono molto simili a quelle delle più sanguinose battaglie dell’Ottocento”.



A Napoli il panico creato dall’arrivo di torme di fuggiaschi colpì anche i capi della congiura unitaria. “Personaggi di rilevo – narra sempre Jaeger – si precipitarono ad invocare l’intervento piemontese, vaneggiando che coi regi stessero combattendo truppe austriache. In simili appelli si distinse Liborio Romano, nonché il leggendario barone Nisco, che doveva essere fuori di se dal terrore per scrivere a Cavour parole come queste: ‘Per amore d’Italia spedite truppe e truppe, se possibile con aerostatici’ ”. Scrive il primo ministro borbonico Pietro Calà Ulloa:

“Garibaldi si rendeva conto, dopo la battaglia, che il più importante risultato di questa era lo scoraggiamento dei volontari. Scopriva distrutta l’orgogliosa sicurezza che fin qui l’aveva accompagnato nella sue imprese. Sentiva infine che la rivoluzione si era arrestata e che senza l’aiuto dei piemontesi, essa non poteva più trionfare”.

Ricorda Giacinto de’ Sivo:“I garibaldini descrivono la battaglia tronfiamente, con pugne da epopea, chè parecchi di loro essendo scrittorelli, mandavano lettere ai giornali encomiatrici di se stessi, poi per tutta Europa ristampate. Ma se i borboniani non seppero vincere, neppure l’esercito rivoluzionari guadagnò terreno: dopo la giornata i regi restarono ai posti di prima”.

“L’esercito garibaldino – continua de’ Sivo – scemò per fughe, perdé il prestigio, strinse le linee di avanguardia, niente altro operò ed ebbe necessità di quarantamila Sardi che il cavassero dalla stretta. Anche le perdite per la nostra migliore artiglieria, furono a lui più sanguinose. Avemmo mille e più fuori combattimento, oltre i detti prigionieri.
Il nemico, dice il Rustow, che avesse 506 morti, 1328 feriti, 1389 tra prigionieri e smarriti; ma vedemmo parecchi dì la strada ferrata menar feriti in Napoli [...] per portarli ad ospedali e conventi: il rapporto ufficiale di San Sebastiano novera 1050 feriti giunti colà solo il 1° ottobre. Se Napoli era piena i paesi più vicini erano colmi. Credo perdessero tra morti, feriti e prigionieri da quattromila; i fuggiaschi non numerabili”. Scrive il canonico Giuseppe Buttà: “La battaglia del 1° ottobre, militarmente parlando, se non si può dire assolutamente vinta dai regi, moralmente lo fu, perchè l’esercito piemontese dovette soccorrere poi quello a metà disfatto dei garibaldini. L’aureola di Garibaldi fu annientata in Capua da quei fidi e prodi soldati ed ufficiali che seppero lavare nel sangue le patite vergogne di Sicilia e di Calabria. Spogliato l’esercito regio della maggior parte dei traditori, dimostrò che non ai Mille di Garibaldi è dovuto il trionfo della rivoluzione, mai ai compri duci napoletani”. Dopo un fiume di sangue versato in quella giornata del 1° ottobre l’esercito napoletano rientrava nelle sua antiche posizioni, lasciando quelle che aveva acquistato a prezzo di crudelissimi massacri” Il sangue versato non fu inutile. La battaglia del Volturno restituì l’onore ad un esercito tradito da troppi generali e calunniato dal nemico. Non è senza significato, dunque, parlare di vittoria morale. Quella battaglia fu, per i Napoletani, il tempo dell’orgoglio ritrovato.
Cacciatori Napoletani.