sabato 24 settembre 2011

Carlo X° di Borbone-Francia:Il buon"Re Reazionario".


La persona di Carlo X° di Borbone-Francia e poco conosciuta nella sua reale interezza e spesso e circondato da un alone di  critiche liberal-massoniche che lo demoliscono e lo riducono agli occhi della gente come un tiranno repressore e sanguinario,ma come al solito anche questa storia non è affatto come  l'hanno sempre raccontata.



Carlo Filippo di Borbone-Francia Conte d'Artois da bambino con la sorella Clotilde in un quadro di Drouis.

Carlo Filippo di Borbone-Francia Conte d'Artois  nasce a  Versailles il 9 Ottobre  1757, nato durante l'epoca(al contrario di quello che si vuol far credere)splendida dell'Europa del così detto "Ancien Régime" dove la società retta sugli insegnamenti di Gesù  Cristo funzionava in modo organico e omogeneo,e dove anche il contadino più "povero" aveva tutto ciò di cui necessitava,e dove non vi erano ne tasse eccessive ne prepotenze classiste verso il popolo, e dove ognuno conviveva in pace col prossimo convivendo e condividendo la fede Cristiana - Cattolica.E proprio  in questo mondo che il piccolo Carlo vide la luce e passo la sua giovinezza.Figlio del  Delfino Luigi Ferdinando di Borbone-Francia e di  Maria Giuseppina di Sassonia,fratello minore di Luigi XVI° e Luigi XVIII° era il nipote del Re di Francia Luigi XV°  al quale assomigliava molto nella fisicità,egli in giovane età era di animo "libertino",infatti non essendo ereditario per nascita al trono si dava alla bella vita con piacenti dame di corte e non solo,il 16 Novembre 1773 all'età di 16 anni sposò la figlia di Vittorio Amedeo III° di Savoia  Maria Teresa di Savoia con la quale ebbe quattro figli:Luigi Antonio-Sofia -Carlo Ferdinando-Maria Teresa.

Carlo Filippo di Borbone-Francia Conte d'Artois in giovane età.


Si interessò ben presto di politica partecipando agli Stati Generali  convocati l'8 agosto 1788 dal fratello  Luigi XVI° che era desideroso di risolvere la crisi sociale del regno creatasi dall'azione settaria che minacciava l'ordine pubblico e la stabilita dello stato,in tale sede si cercò di trovare una sorta di accordo tra le varie classi sociali,ma purtroppo la Borghesia massonica fece di tutto per sovvertire lo stato. Inaugurati il 5 maggio 1789 videro la partecipazione del trentaduenne Carlo che fu uno degli esponenti della nobiltà giustamente più reazionaria,non essendo intenzionata allo scendere a patti con chi aveva il solo e unico scopo di rovesciare l'ordine della società e rappresentava un  nemico della Santa madre Chiesa Cattolica e della stessa idea Cristiana,ma le cose purtroppo nei mesi successivi peggiorarono e il 14 Luglio 1789 una banda di settari a capo di un gruppo di delinquenti assaltarono la Bastiglia che in quel momento ospitava al suo interno sette detenuti tra cui:quattro falsificatori di monete-due malati mentali-e un maniaco sessuale rinchiuso per volere della stessa famiglia.Il 16 luglio 1789, a due giorni dalla presa della Bastiglia, lasciò la Francia e iniziò a viaggiare per tutta Europa in cerca di aiuti militari,nel tentativo di ripristinar quell'ordine che caratterizzava il mondo così coerente e organico che segnò la sua giovane età,ma le cose degenerarono e nel 1793 seppe dell'esecuzione di suo fratello Luigi XVI°,tale notizia lo sconvolse e fece maturare in lui un ancor più crescente desiderio di riportare l'ordine li dove la mano settaria l'aveva spazzato via ,gli fu proposto di sbarcare in Francia per capeggiare l'Esercito Cattolico e Reale che combatteva il dispotismo Repubblicano nella Vandea ed in altri distretti ma lui rinuncio all'offerta non per paura ma per il semplice motivo che voleva affidarsi più ad  una coalizione delle potenze Europee piuttosto che rischiare l'azzardo di sbarcare e guidare un esercito mal armato e mal  organizzato condannando il popolo a ulteriori supplizi. Dopo aver viaggiato L'Europa in lungo e in largo giunse  in Gran Bretagna dove visse fino alla Restaurazione.


Bandiera del Regno di Francia.


Quando il Consiglio Provvisorio presieduto da Talleyrand dichiarò formalmente restaurata la monarchia, tornò in Francia e ricevette provvisoriamente le redini del Paese, in qualità di Luogotenente Generale del Regno, per poi passarle a Luigi XVIII, che assunse il titolo di Re di Francia. Dopo questa breve esperienza si tenne ufficialmente lontano dalla politica per la sua intolleranza verso l'atteggiamento troppo "accomodante" del fratello Luigi XVIII° ,ma nonostante ciò  diventò segretamente il capo del partito ultra-realista che si opponeva alle infiltrazioni ed all'operato dei settarie all'interno della gestione dello stato.



Incoronazione nella cattedrale di Reims di Carlo X°di Borbone-Francia.


Nel 1824, alla morte del fratello, divenne Re,incoronato nella cattedrale di Reims. Già dalla sua incoronazione mostrò l'intento di riportare la corona francese e la Francia alle tradizioni e all'ordine di quel mondo splendido chiamato dalla propaganda massonica-rivoluzionaria  Ancien régime,riportando in uso tradizioni secolari come ad esempio  la cosiddetta cerimonia della guarigione, e cioè l'antichissimo rito della taumaturgia reale. Questa cerimonia consiste nel portare innanzi al Re un certo numero di malati. Il Re pone la mano sul capo o sulla parte malata della persona, pronunciando la frase «io ti tocco, Dio ti guarisca», recitando quindi una preghiera. Carlo X, poco dopo l'ascesa al trono, esercitò questo rito su circa 130 scrofolosi. Da ricordare che, al di là dei casi di Re Santi artefici di veri e propri miracoli[3], si registravano numerose guarigioni.


Carlo X° di Borbone-Francia

Carlo X°  era un sovrano  pronto a fare guerra contro quella Borghesia settaria che aveva rovinato e deteriorato il mondo  commettendo barbarie indicibili( non solo con il Regicidio del  fratello Luigi XVI° ma anche con lo sterminio di migliaia di civili in Vandea e negli altri distretti ribellatisi dopo gli avvenimenti del 14 Luglio 1789 e dopo la proclamazione della Repubblica Fracese ),anche a costo di scontrarsi solo contro tutti,egli era un grandissimo uomo oltre ad essere un grande Re che rimase fedele al  suo ruolo senza scendere a compromessi,durante il suo regno la Francia vide una forte ripresa economica ,si stava recuperando quell'organicità persa con la sciagurata rivoluzione del 1789,quel corso omogeneo della società che faceva funzionare lo stato nella sua interezza ,una società che finalmente riprendeva la sua Cristianità e la sua fede Cattolica,anche uno dei più aggressivi nemici della chiesa e massone, uno dei rivoluzionari più risoluti, Enrico Beyle, pseudonimo Stendhal, il quale, forzato dall'evidenza, così definisce questo regno: "Molti popoli d'Europa dovranno attendere forse parecchi secoli prima di raggiungere il grado di felicità che godé la Francia sotto il regno di Carlo X".Durante il regno di Carlo X° la Francia si riappropriò del suo prestigio in Europa e nel mondo,in quel periodo fù conquistata L'Algeria e l'alleanza con la Russia garantiva la protezione dei confini senza colpo ferire,e si appoggio attivamente l'indipendenza della Grecia.




Malgrado ciò, anzi a causa di ciò, il Re vegliardo è circondato da tante insidie che gli torna impossibile d'evitarle tutte; non ha che la scelta degli errori. Gli si strappano provvedimenti che fanno sanguinare il suo cuore di figlio primogenito della Chiesa, quale voleva essere non di nome, ma di fatto. Tutte le franchigie della Charta(Costituzione in vigore dal 1815) sono impiegate a demolire il trono. Egli cede prima sopra un punto, poi sopra un altro e finisce col dire: "Mi confermo nella convinzione che ebbi in tutta la vita: ogni concessione fatta ai liberali torna inutile".

Il 25 luglio 1830, appoggiandosi lealmente all'articolo 14 della Charta, Carlo X firmò dei decreti che non sono contrari né al testo, né allo spirito di questo atto. Essi regolano la libertà della stampa, tendono a reprimere gli abusi più stridenti. Anziché essere accettati come un beneficio, diventano il segnale della rivoluzione che la setta preparava di lunga mano.
Nel momento decisivo, mentre Carlo X era a Rambouillet circondato dalle sue truppe fedeli, e poteva facilmente reprimere la rivolta e rientrare da padrone nella capitale, fu il maresciallo Maison che colla più odiosa violazione del giuramento militare compì l'opera della rivoluzione. Luigi Blanc ne dà tali prove che escludono ogni dubbio.  
I congiurati non poterono contenersi dal manifestare la loro gioia e le speranze che la caduta del trono faceva loro concepire. Partita appena la famiglia reale per la via dell'esiglio, il de Barante scrisse a sua moglie: "Essi sono partiti; credo che ci muoveremo anche noi". Nel medesimo tempo, Dubois, ispettore generale dell'Università, diceva con maggior enfasi alla gioventù delle scuole: "Noi c'incamminiamo verso una grand'epoca e forse assisteremo ai funerali d'un gran culto". Tre anni prima, il 30 novembre 1827, Lamennais avea scritto a Berryer: "Veggo che molti s' inquietano sulla sorte dei Borbone; non hanno torto: io credo che essi avranno la sorte degli Stuardi. Ma certamente non è questo il primo e solo pensiero della Rivoluzione. Essa ha viste ben più profonde: è il cattolicismo che vuol distruggere, unicamente il cattolicismo; NON VI È ALTRA QUESTIONE NEL MONDO".
Al contrario di ciò che la propaganda settaria ha voluto far credere Carlo X° non era affatto il tiranno che calpestò i diritti costituzionali ,ma fu l'ennesima vittima delle trame della setta.Carlo X° in quel momento critico   fu costretto ad abdicare (2 agosto) a favore del nipote Enrico d'Artois, conte di Chambord e duca di Bordeaux, sotto la tutela del cugino Luigi Filippo d'Orléans.
Enrico di Bordeaux, erede al trono di Francia ritratto da bambino.
Accadde, però, che lo stesso duca d'Orléans in combutta con i settari che presenti all'interno della camera del governo non riconoscendo la scelta di Carlo X° li permisero di  assumere per sé la corona: una successione che i legittimisti non accettarono mai, continuando a riconoscere legittimo sovrano l'esiliato Enrico V.
Carlo X, si trasferì nell'Impero austriaco, ove pose, inizialmente, corte in Praga dopo di che si trasferì a Gorizia,risiedendo nel Palazzo Coronini,vi si era trasferito per un periodo di riposo data la tranquillità di quei luoghi immersi nel verde dei boschi e dei prati,ammalatosi di colera morì assistito  dal Montbel(nominato conte dallo stesso Carlo X°)il 5 novembre 1836,fu seppellito per suo volere nella cripta del monastero francescano di Castagnavizza, su una vicina collina.
Palazzo  Coronini.
Carlo X rappresentò l'ultrarealismo giustamente intransigente ed è tuttora preso a modello dall'ala oltranzista dei vari movimenti monarchici francesi, tra cui l'Action Francaise e il Movimento del Visconte De Villiers. Il pensiero politico di questo sovrano si delinea in un'opposizione assoluta al costituzionalismo di matrice britannica(E Giacobina). Egli infatti riteneva privo di senso il concetto di un Re "che regna ma non governa" e disse più volte che piuttosto che fare "il sovrano all'inglese, dedito esclusivamente ai ricevimenti e ai bei vestiti" avrebbe preferito di gran lunga l'abdicazione e l'esilio. Il Re, a suo avviso, non doveva essere un mero simbolo, bensì il perno decisionale cui convogliano i quattro poteri fondamentali dello Stato (governo, parlamento, magistratura, esercito). Detti principi politici contrastavano profondamente con quelli portati avanti dal ramo di pessima reputazione e idee dei Borbone-Orléans compromessi da tempo immemore con la massoneria la quale li garantì la loro tanto agognata usurpazione del  trono di Francia(già tentata da Luigi Filippo durante la Rivoluzione del 1789) per 18 anni(1830-1848).
Luigi Filippo Duca d'Orleans.
Carlo X° di Borbone-Francia come si e potuto capire dal testo presentato fu un grande Re degno di essere ricordato per la sua grande serietà e fede negli ideali della monarchia tradizionale,la monarchia che riconosceva la provvidenza nominatrice del sovrano che prendeva su di se il dovere di servire lo stato e i suoi sudditi .Con la sua morte moriva anche un vero "Re Reazionario",un Re che rispetta le tradizioni del suo stato e del suo popolo senza scendere minimamente a patti con chi rappresenta solo disordine e sovversione ed e nemico della fede.Fu l'ultimo Borbone-Francia a sedere sul trono di San Luigi,e la Francia con il suo esilio e la sua scomparsa disse addio al sogno di riportare l'ordine nella società per portarne prosperità e pace(c'è sempre speranza),il sogno del buon "Re Reazionario".




(Il Principe dei Reazionari).

Fonti:

Movimenti Monarchici Francesi.


Wikipedia.

L'opera di Mons. Henri Delassus:la framasoneria nel periodo  della restaurazione.

Quei lombardo-veneti che hanno combattuto eroicamente contro l'invasore unitarista.


Nell'800 migliaia di giovani lombardi e veneti hanno strenuamente combattuto contro l'esercito unitarista e contro il tricolore invasore. E' un “dettaglio” rimosso dalla didattica risorgimentale che, come ogni storiografia politicamente corretta, assolve alla mansione servile di esaltare i vincitori e demonizzare, o sprofondare nell'oblìo, i vinti.

L'anniversario dei 150 anni dell'unità, col suo bagaglio di prosopopea vanagloriosa, non fa eccezione: il patriottismo celebrato è a senso unico ed è monopolio dello Stato italiano, come i sali e tabacchi. Nessuno può ammettere che, in quei giorni cruciali del XIX secolo, molti abbiano sofferto, trepidato, versato il sangue per una patria che era il Regno Lombardo-Veneto, o il Regno delle Due Sicilie o Lo Stato della Chiesa. Ci obbligano a credere e professare che da una parte, quella giusta e tricolore, militavano i limpidi eroi mossi da pura idealità; dall'altra, quella sbagliata e senza una bandiera, i prezzolati mercenari o, quantomeno, dei poveri diavoli costretti ad indossare un'uniforme invisa e straniera.

VIVA L'AUSTRIA! Peccato che, nella guerra d'indipendenza, dalla “parte giusta” morirono più soldati francesi che “italiani”, tanto che Napoleone III ottenne dal Piemonte, in cambio del sangue transalpino versato, le pur italianissime (in un certo senso) Savoia e Costa Azzurra, sino a Nizza e più in là. Peccato, poi, che nelle campagne lombarde al passaggio dei bersaglieri piemontesi e degli zuavi francesi si levasse alto dai contadini il grido “Viva l'Austria!”: lo stesso che gli indomiti paesani lanciarono ancora, una decina d'anni dopo, nelle sanguinose (e accuratamente dimenticate) rivolte agresti del 1869 contro l'iniqua tassa italiana sul macinato che ridusse alla fame le nostre campagne.

SOLDATI DELL'IMPERO. Peccato, ancora, che sul campo dell'onore i lombardo-veneti abbiano dimostrato col sangue la fedeltà al proprio regno e all'Impero d'Austria. Due grandi battaglie parlano chiaro: Solferino per i lombardi, Lissa per i veneti. Una premessa: sul teatro bellico padano, all’inizio del 1848, dei sessantuno battaglioni della fanteria imperiale agli ordini di Radetzky nove erano ungheresi, sei cechi, dieci slavi, dodici austriaci e ben ventiquattro lombardo-veneti. Si calcola che il 33 per cento dell’intero esercito austriaco fosse composto da lombardo-veneti, circa sessantamila tra soldati e ufficiali. Solo dopo la disfatta del Regno, con la caduta di Milano e soprattutto Venezia, si accusarono comprensibili diserzioni “italiane”, ma molti reggimenti restarono fedeli sino all'ultimo uomo.

SOLFERINO. Veniamo a Solferino. Qui avvenne la più lunga e spaventosa battaglia della guerra d'indipendenza italiana, una delle più cruente mai viste in Europa: in 14 ore di combattimento persero la vita 14mila militari dell'impero austriaco e 15mila franco-piemontesi (gli “italiani”). A questa carneficina assistette il ginevrino Henry Dunant rimanendo talmente impressionato dai tormenti degli oltre 40mila feriti abbandonati a se stessi che votò il resto della sua vita ad una grande impresa umanitaria: la fondazione della Croce Rossa. Ebbene, in un simile inferno eccelsero per valore e zelo i soldati del Lombardo-Veneto, tanto che il 16° reggimento ne riportò gran lustro e ben 112 lombardo veneti vennero decorati con la medaglia al valore per episodi di eroismo compiuti in quella furiosa battaglia. Qualcuno, oggi, ricorda i caduti della “parte sbagliata” a Solferino?

LISSA. A maggior ragione il silenzio politicamente corretto s'impone per i veneti che, nella battaglia di Lissa, addirittura sconfissero duramente gli italiani. Quando, il 20 luglio del 1866, la flotta imperiale fece a pezzi le forze navali tricolori, da quegli equipaggi vittoriosi si levò il grido: “Viva San Marco!”. Erano gli uomini della “Oesterreich-Venezianische Marine” (l'Imperiale e Regia Veneta Marina), equipaggi ed ufficiali “veneziani”, formati da veneti in senso stretto, nonchè giuliani, istriani e dalmati. Dopo aver strappato la parte lombarda del regno, gli italiani puntavano a Venezia: in mare, all'altezza dell'isola di Lissa, lo scontro tra le due flotte.

LA CIAPEMO! La grande superiorità tricolore nulla potè contro l'abilità e il coraggio dei veneti. L'imperiale e Regia Veneta Marina affondò la corvetta corazzata Palestro e chiuse la partita sprofondando anche l'ammiraglia nemica, la corazzata Re d'Italia. Tra gli italiani si contarono 620 morti e 40 feriti, tra gli austro-veneti 38 morti e 138 feriti. Il comandante vittorioso, l'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, proveniva dal Collegio Marino di Venezia doveva aveva anche imparato il veneto per farsi capire da ufficiali ed equipaggio. Così entrò nella tradizione marinara il suo incitamento “in lingua” al timoniere Vianello, poco prima di speronare la “Re d'Italia”: “Daghe dosso, Nino, che la ciapemo!”. Qualcuno intende rendere omaggio agli artefici di quella strepitosa vittoria veneta?

BRIGATA ESTENSE. E chi mai ricorda il sublime esempio di fedeltà offerto dalle migliaia di modenesi che, dopo la “liberazione” del loro ducato da parte degli italiani, raggiunsero all'esilio il duca Francesco V per arruolarsi nella Brigata Estense, di stanza a Bassano del Grappa? Quando venne sciolto il reparto, molti di questi soldati entrarono volontari nell'esercito austriaco a continuare la guerra contro gl'italiani invasori. Una struggente dedizione al patriottismo “sbagliato”.

IL BUON DIRITTO. Tutto rimosso, tutto cancellato. A 150 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia fanno ancora paura i legittimi Stati pre-unitari e restano fantasmi da non evocare quei padani immolati per le loro patrie. Una censura che si spiega con facilità: di fronte alla consapevolezza della nostra storia, infatti, perde valore la dogmatica pretesa di indiscutibilità dell'unità nazionale in quanto “santificata” dal sangue italiano sparso contro lo straniero. Oggi (pur cancellate le nazioni, negato il ricordo, confusi i popoli, stravolti i valori di epoche più sane) il sacrificio degli avi lombardo-veneti conferisce all'anelito di libertà dei posteri la legittimità del buon diritto.

"Viva San Marco e l'Austria!" Vittoria di Lissa: ovvero i veneziani che hanno sconfitto l'Italia

                                Battaglia di Lissa ( 20 luglio 1866).


Il 20 luglio, storico anniversario della battaglia navale di Lissa tra la gloriosa marina veneziana fedelissima all'Impero d'Austria e la marina del neonato Stato italiano, è per i Veneti una vittoria da celebrare. Lo ricorda Ettore Beggiato, esponente del movimento Unione Nordest. “A Lissa il 20 luglio 1866 – sottolinea Beggiato - gli eredi della Serenissima (veneti, giuliani istriani e dalmati), ossatura della marina asburgica, sconfissero la marina tricolore (che brillava per la rivalità tra le tre componenti, sarda, siciliana e napoletana) che tanto baldanzosamente aveva affrontato la battaglia, forte della propria superiorità numerica e bellica”.

EQUIPAGGI DI FERRO. Secondo l'esponente di Unione Nordest, il detto “navi di legno con equipaggi di ferro contro navi di ferro con equipaggi di legno”, coniato per l'occasione, fotografa mirabilmente lo scontro navale, e aggiunge: “Le sconfitte di Lissa e di Custoza caratterizzarono la III guerra di indipendenza dell'Italia”. Campagna militare ben poco lusinghiera conclusa con l'umiliazione internazionale: l'Austria, sconfitta dalla Prussia, dovette abbandonare il Veneto che, però, non venne direttamente ceduto all'Italia: “Fu prima passato alla Francia e – ricorda Beggiato - da questa 'girato' ai Savoja proprio per rendere palese il 'prestigio' internazionale del regno tricolore in quegli anni”.

PLEBISCITO TRUFFA. “Per non parlare – conclude - di quel plebiscito-truffa (21-22 ottobre 1866) attraverso il quale il Veneto venne annesso al Regno d'Italia che rimane negli annali della storia come una delle votazioni più truccate, e che si tenne, tra l'altro, due giorni dopo che il Veneto era già stato 'passato' ai Savoia in una oscura stanza dell'Hotel Europa lungo il Canal Grande”.

Di seguito pubblichiamo l'interessante documentazione storica di Ettore Beggiato sulla Vittoria di Lissa.

20 LUGLIO 1866, PER I VENETI UNA VITTORIA DA RICORDARE!

“Navi di legno con equipaggi di ferro, contro navi di ferro con equipaggi di legno”.

BASE NAVALE. Lissa isola nel mare Adriatico è la più lontana dalla costa dalmata, conosciuta nell'antichità come Issa, più volte citata dai geografi greci. Fu base navale della Repubblica Veneta fino al 1797. Il "fatal 1866" iniziò politicamente a Berlino con la firma del patto d'Alleanza fra l'Italia e la Prussia l'otto di aprile.

AUSTRIA E PRUSSIA. Il 16 giugno scoppiò la guerra fra Prussia e Austria e il 20 giugno con il proclama del re l'Italia dichiarò guerra all'Austria; la baldanza degli italiani fu però prontamente smorzata poche ore dopo (24 giugno) a Custoza ove l'esercito tricolore fu sconfitto dall'esercito asburgico (nel quale militavano i soldati veneti). Fra il 16 e il 28 giugno le armate prussiane invasero l'Hannover, la Sassonia e l'Assia ed il 3 luglio ci fu la vittoria dei prussiani a Sadowa. Due giorni dopo l'impero asburgico accettò di cedere il Veneto alla Francia (con il tacito accordo che fosse poi dato ai Savoia) pur di concludere un armistizio. In Italia furono però contrari a tale proposta che umiliava le forze armate italiane e, viste le penose condizioni dell'esercito dopo la batosta di Custoza, puntarono sulla marina per riportare una vittoria sul nemico che consentisse loro di chiudere onorevolmente (una volta tanto) una guerra.

MARINA VENETA Gli italiani non potevano certo pensare di trovare sul loro cammino i Veneti, ossatura della marina austriaca. La marina militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: "Oesterreich-Venezianische Marine" (Imperiale e Regia Veneta Marina). Equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall'area veneta dell'impero (veneti in senso stretto, giuliani, istriani e dalmati popoli fratelli dei quali non possiamo dimenticare l' attaccamento alla Serenissima) (1) e i pochi "foresti" ne avevano ben recepito le tradizioni nautiche, militari, culturali e storiche. La lingua corrente era il veneto, a tutti i livelli.

ULTIMA VITTORIA. Nel 1849 dopo la rivoluzione veneta capitanata da Daniele Manin c'era stata, è vero, una certa "austricizzazione": nella denominazione ufficiale l'espressione "veneta" veniva tolta, c'era stato un notevole ricambio tra gli ufficiali, il tedesco era diventato lingua "primaria". Ma questo cambiamento non poteva essere assorbito nel giro di qualche mese; e non si può quindi dar certo torto a Guido Piovene, il grande intellettuale veneto del novecento, che considerava Lissa l'ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica. (2) (Ultima almeno per il momento aggiungo io: cosa sono 130 anni di presenza italiana in territorio veneto di fronte ai millenni della nostra storia, dell'autogoverno veneto ?).

LINGUA VENETA. I nuovi marinai infatti continuavano ad essere reclutati nell'area veneta dell'impero asburgico, non certo nelle regioni alpine, e il veneto continuava ad essere la lingua corrente, usata abitualmente anche dall'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff che aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia e che era stato "costretto" a parlar veneto fin dall'inizio della sua carriera per farsi capire dai vari equipaggi. La lingua veneta contribuì certamente ad elevare la compattezza e l'omogeneità degli equipaggi; estremamente interessante quanto scrive l'ammiraglio Angelo Iachino (3) : " ...non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all'Italia."

I VENETI CON L'AUSTRIA. Né in terra, né in mare i veneti erano così ansiosi di essere "liberati" dagli italiani come certa storiografia pretenderebbe di farci credere. Pensiamo che perfino Garibaldi "s'infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!"(4).

MISERIE TRICOLORI. La marina tricolore brillava solamente per la rivalità fra le tre componenti e cioè la marina siciliana ( o garibaldina), la napoletana e la sarda. Inoltre i comandanti delle tre squadre nelle quali l'armata era divisa, l'ammiraglio Persano, il vice ammiraglio Albini ed il contrammiraglio Vacca erano separati da profonda ostilità. E la lettura del quotidiano francese "La Presse" è estremamente interessante: "Pare che all'amministrazione della Marina italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc.Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro".(5)

GRANDE SUPERIORITA' NUMERICA. Si arrivò così alla mattina del 20 luglio. "La Marina italiana aveva, su quella austriaca, una superiorità numerica di circa il 60 per cento negli equipaggi e di circa il 30 per cento negli ufficiali. Ma il nostro personale proveniva da marine diverse e risentiva del regionalismo ancora vivo nella nazione da poco unificata e in particolare del vecchio antagonismo fra Nord e Sud".(6)

GRAVI PERDITE ITALIANE. E così in circa un'ora l'abilità del Tegetthoff ed il valore degli equipaggi consentì alla marina austro-veneta (come la chiamano ancor oggi alcuni storici austriaci) di riportare una meritata vittoria. Le perdite furono complessivamente di 620 morti e 40 feriti, quelle austro-venete di 38 morti e 138 feriti (7). La corazzata "Re d'Italia", speronata dall'ammiraglia Ferdinand Max, affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro colpita da un proiettile incendiario esplose trascinando con se oltre 200 vittime.

VIVA SAN MARCO!!! E quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria e gridando: "Viva San Marco!!!" (8). Degno di menzione è anche il capo timoniere della nave ammiraglia “Ferdinand Max”, Vincenzo Vianello di Pellestrina, detto “Gratton”, il quale agli ordini di Tegetthoff manovrò abilmente la nave per speronare ed affondare l’ammiraglia “Re d’Italia”, guadagnandosi la medaglia d’oro imperiale assieme a Tomaso Penso di Chioggia. Famoso è nella tradizione il comando che Tegetthoff diede a Vianello: “Daghe dosso, Nino, che la ciapemo!”. (9) Così si rivolse l'ammiraglio Tegetthoff a Vincenzo Vianello da Pellestrina, capo timoniere della nave "F. Max".

ARMI STRANIERE. Alla fine, nonostante le vittorie di Custoza e Lissa, il Veneto passò all'Italia. E a Napoleone III, imperatore dei francesi, non resterà che dire riferendosi agli italiani: "Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi". (10) E Giuseppe Mazzini su "Il dovere" del 24 Agosto 1866: "E' possibile che l'Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d'armi straniere e concessioni umilianti dell'usurpatore nemico?"

Wilhelm von Tegetthoff (Marburgo, 23 dicembre 1827Trieste, 7 aprile 1871).

venerdì 23 settembre 2011

La storia nascosta del "Risorgimento":7°.

Ascoltate bene ciò che viene detto in questi video,ma attenzione nonostante vengano dette moltissime verità alcune cose non sono esattamente corrette,mi riferisco solamente a poche inesattezze.
 
 
 
 
 

La storia nascosta del "Risorgimento":6°.

Ascoltate bene ciò che viene detto in questi video,ma attenzione nonostante vengano dette moltissime verità alcune cose non sono esattamente corrette,mi riferisco solamente a poche inesattezze.
 
 
 
 
 
 

La storia nascosta del "Risorgimento":5°.

Ascoltate bene ciò che viene detto in questi video,ma attenzione nonostante vengano dette moltissime verità alcune cose non sono esattamente corrette,mi riferisco solamente a poche inesattezze.
 
 
 

 



 

La storia nascosta del "Risorgimento":4°.

Ascoltate bene ciò che viene detto in questi video,ma attenzione nonostante vengano dette moltissime verità alcune cose non sono esattamente corrette,mi riferisco solamente a poche inesattezze.