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giovedì 23 agosto 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 42°): Descrizione di Gaeta ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli luogotenenza di Farini


Ingresso di Vittorio Emanuele II in Napoli il 7 novembre 1860



Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.

 


Mentre il Regno era in preda a tutti i mali derivanti da una rivoluzione ed invasione, in Gaeta ed in Mola, i due avversari si preparavano all'ultima lotta. Il tenente generale Pietro Vial fu eletto a governatore; alla sua immediazione furono destinati i due noti capitani di Stato Maggiore, sig. Michele Bellucci e sig. Giovanni de Torrenteros fatto poi maggiore. Sotto governatore fu eletto il generale conte Marulli già sperimentato bravo e solertissimo. Cialdini comandava gli assedianti piemontesi, coadiuvato da Menabrea pei lavori del genio, col concorso dell'ingratissimo disertore Guarinelli; costui già uffiziale dello stesso corpo del genio, fatto ricco pe' lavoro eseguiti in Gaeta, e assai protetto da Re Ferdinando II, che erasi fabbricato il migliore ^¦rAjxlic> che vi è in quella Piazza. A Guarinelli erano uniti altri uffiziali dell'esercito borbonico, che pure erano disertori della patria bandiera.
Il bombardamento, da parte de' Piemontesi, cominciò ad essere serio verso la metà di novembre: dico bombardamento e non assedio, perché opere di un vero assedio per parte de' Piemontesi non se ne fecero; essi alzavano batterie sopra tutto il fronte di terra della Piazza, non con lo scopo di aprire la breccia ed assalire Gaeta, ma col fine di distruggerla, e far capitolare i superstiti afffranti dalle fatiche. La Piazza non avea cannoni rigati, solamente pochi da campo: Cialdini se ne ebbe 166 rigati, ed alcuni traenti sino a 4700 metri.
Mentre i Piemontesi alzavano batterie nel Borgo di Gaeta, la Piazza li molestava. Il 18 novembre, Cialdini chiese un armistizio al Governatore Vial, sotto pretesto di fare sgomberare i cittadini dal Borgo e gli fu concesso. Il Vial poi alla sua volta domandò che si rispettassero le case di Gaeta, si tirasse solamente contro le batterie, e si guardassero con più cura gli ospedali ov'erano i feriti. Cialdini rispose che dovea tirare contro Gaeta senza distinzione alcuna, solamente si limitava a non molestare i tre ospedali, ed il luogo ove abitasse la Regina Maria Sofia. Costei non accettò per sè quest'atto cavalleresco del Generale piemontese, ed in cambio fece alzare la bandiera nera sopra il bel tempio di S. Francesco, come si era alzata sopra i tre ospedali; que' luoghi doveano essere rispettati da' colpi del nemico. Il cavalleresco Cialdini non mantenne la parola, appena si alzarono le quattro bandiere sopra i luoghi indicati, egli le fece prendere di mira, e sovr'esse scagliavansi bombe, granate e palle piene. Fu necessario di abbassare quelle bandiere, conciosiachè molti de' poveri feriti furono uccisi; gli ospedali e la Chiesa di S. Francesco già stavano per andare in ruina. Vial scrisse a Cialdini, e lo rimproverò, non solo che non adempisse gli usi di guerra tra nazioni civili, ma neppure la sua parola. Quel Generale sardo rispose da quell'uomo ch'egli è: le bombe non hanno occhi. Questa risposta forse l'avea appresa nella guerra ch'egli dice di aver fatta per sette anni in Ispagna? Oh quante maschere sono cadute nel 1860 61 e 66! La dimane, Vial gli scrisse di nuovo, e gli dicea che vi erano in Gaeta 600 cavalli e 560 muli: gliene avrebbe dato la metà purchè facesse passare l'altra metà nello Stato pontificio, diversamente li ucciderebbe. Cialdini rispose che, li uccidesse pure. Ma nessuno ebbe cuore di uccidere quegli animali.
Il 25 novembre, una tempesta obbligò quattro navi mercantili sarde a salvarsi nel porto di Gaeta, era una regolare e giusta preda di guerra; però Re Francesco, sempre clemente, non volle punire que' mercanti innocenti e liberi li rimandò con le navi.
In Gaeta erano i Ministri esteri accreditati presso il Re, ad eccezioni di quelli d'Inghilterra, Francia e Sardegna. Francesco II, per non esporli a privazioni e pericoli di un lungo assedio, l'invitò a partirsene per Roma, e come onoranza diede loro delle decorazioni di diversi Ordini.
I Piemontesi non mancavano di amici nella Piazza, e non contenti di costoro, spesso con la condiscendenza di qualche comandante de' legni francesi, vestivano l'uniforme francese, scendeano in Gaeta, e fingendo curiosare, osservavano tutto e prendeano ad occhio il disegno de' luoghi attaccabili.
Il 19 novembre giunse a Gaeta il generale Bosco, il quale dopo di essere stato invitato dal Governo piemontese a servirlo si rifiutò: militare onorato e valoroso scelse chiudersi col suo Re nell'ultimo baluardo della tradita Monarchia. La presenza di Bosco in Gaeta rialzò gli animi de' soldati, e già si parlava fare delle sortite dalla Piazza, vociferandosi che si sarebbe anche presa l'offensiva. Veramente qualunque fosse stato lo spirito militare della guarnigione, non era più tempo di sperare di vincere, dapoichè il nemico era tre volte superiore di forze e si era ben fortificato. Neppure poteansi fare valide sortite dalla Piazza per guastare le fortificazioni, perché troppo lontane, e nell'andarvi eravi probabilità di essere tagliati fuori Gaeta.
Siccome si aveano forti indizii che i Piemontesi alzassero batterie nella valle Atratina e sul vicino colle de' Cappuccini, Bosco progettò di fare una ricognizione per assalire que' due punti che si stavano fortificando e guastare le fortificazioni cominciate. Egli scelse 400 cacciatori dell'8°, 9°, e 16°, alcuni soldati esteri, e il tenente-colonnello Migy. Invitò i Chirurgi ed i Cappellani se volessero accompagnare i proprii soldati, solamente si presentarono il Chirurgo de Dominicis del 9° Cacciatori e il Cappellano dello stesso corpo. Il Maggiore Gotscher comandava altre frazioni del 7°, 8° e 9° in riserva.
Nella notte del 28 novembre, nella quale facea gran freddo, ci condussero alla gran sortita, che corrispondeva sotto la batteria di Philipstadt di fronte a Montesecco. Di tanto vino e tanti liquori che erano in Gaeta, a' soldati neppure se ne diede una goccia per riscaldarli e porli in brio. All'alba del 29, Migy con 400 soldati scelti si avanzò sul colle de' Cappuccini, lo seguirono pure il Chirurgo e il Cappellano.
Bosco rimase nel piano di Montesecco con la riserva per osservare e dirigere quella sortita. Era quel punto assai pericoloso, stantechè il nemico se non vedeva noi che salivamo il Colle, vedea benissimo la truppa di riserva in mezzo al piano di Montesecco.
Giunti alla valle Atratina, sorpresa la sentinella piemontese, il resto della guardia fuggì e diede il grido di allarme. Quella mattina, Cialdini avea ordinato una rassegna militare, e tutta la sua gente si trovava sotto le armi, quindi gli riuscì facile spiccare parecchi battaglioni contro di noi appena intese quel grido di guerra. Tosto seguì furioso combattimento, ma i Napoletani trovaronsi uno contro dieci; nonpertanto si avanzarono sino a' Cappuccini, e poterono osservare che non vi erano fortificazioni, e che solamente erano iniziate nella valle di Colegno. Bosco, vedendo sopraffatto Migy chiamò a raccolta, e corse con la riserva comandata da Gotscher; e così i 400 soldati si poterono ritirare sempre facendo fuoco. Il nemico appena giunse a tiro dell'artiglieria della Piazza, fu arrestato nella sua marcia.
Quella ricognizione riuscì a metà, cioè non si guastarono fortificazioni perché non ve n'erano; però si venne a conoscenza che il nemico non avea fatto opere di offesa, ma che le avea iniziate nella valle di Colegno, ed ivi la Piazza diresse i suoi colpi.
La ricognizione del 29 novembre costò la vita al prode tenentecolonnello Migy, ferito di palla di moschetto; la sera morì all'ospedale di Gaeta.
Vi furono altri quattro uffiziali feriti, cioè Napoli, della Noce, Rieger, Zelger, e trenta soldati tra morti e feriti. Il generale Bosco ebbe ucciso al suo fianco il caporale trombetta di cognome Sergente, il quale stava vicino ad esso per ricevere gli ordini e trasmetterli con la tromba; un proiettile altresì forò il calzone del Generale sul collo del piede.
Intanto qualche uffiziale che godea la pace e le delizie di Roma, malignando sempre, di là vide che Bosco in quella ricognizione si occultò sotto la gran sortita; sono delle calunnie inqualificabili...!
Migy ebbe onorevoli funerali per quanto il luogo e le circostanze lo permisero, ed il sig. de Torrenteros lesse nel rincontro un commovente elogio, rammentando le virtù e le prodezze dell'estinto; quel discorso fu pubblicato nel foglio uffiziale di Gaeta.
I Piemontesi mascherandosi con le case del Borgo vicinissime alla Piazza, lavoravano ad alzar batterie.
Bosco propose un'altra sortita per diroccare quelle case, e cacciare da quel luogo il nemico. La notte del 4 dicembre, uscì dalla Piazza con 120 soldati scelti tra il 7°, 8° e 9° cacciatori, con tre uffiziali, cioè l'aiutante maggiore Simonetti, il capitano Carrubba, il tenente Corrado, il Chirurgo e il Cappellano del 9° cacciatori.
Vi erano otto artiglieri che portavano un gran barile pieno di polvere. Mentre i Cacciatori assalivano e metteano in fuga i Piemontesi, gli artiglieri, guidati dal distinto tenente Corrado, piantarono il barile in mezzo a quelle case, ove il nemico faticava per alzare una batteria. Appiccata la miccia al barile, fu dato fuoco, e tutti ci ritirammo. Dopo pochi minuti saltarono in aria parecchie case; e così si potette impedire al nemico di alzarci una batteria sotto i baffi.
I Sardi, messi dietro le batterie che aveano alzate, percuotevano Gaeta con grossi cannoni rigati collocati sui colli Montecristo, S. Agata, e Casa Arzano, senza essere molestati; dapoichè la Piaza non avea cannoni eguali a controbatterli. I più micidiali proiettili che scoppiavano dentro Gaeta erano granate sistema Charaphenel; ho detto altrove in qual modo è formato questo terribile proiettile, il quale fa l'ufficio della palla e della granata, scoppiando appena urta, perché la superficie è tutta piena di capsule fulminanti.
Ne' primi giorni di dicembre il bombardamento di Gaeta potea dirsi mite a paragone di quello che poi seguì; in que' giorni cadeano nella Piazza da 300 a 400 proiettili.
II2 dicembre il Governatore di Gaeta tenente-generale Pietro Vial, perché vecchio e malaticcio, cedè il suo posto, e fu surrogato interinamente dall'infaticabile briga diere Conte Marulli.
Ho detto che io ero rimasto cogli abiti che avea addosso, e siccome erano troppo leggieri, il freddo mi costrinse ad indossare un pantalone di soldato e un giacchettino, sopra il cappotto mezzo militare; covrendomi la testa del tricorno, che spesso abbassava le falde per lungo uso, e per le continue piogge, e ciò ad onta delle mie non poche cure per farle tener diritte. Era una vera caricatura!
Ero entrato in Gaeta in quel costume, e non avea potuto procurarmene un altro più conveniente. Un giorno trovandomi sulla batteria dell'Annunziata, vidi il Re accompagnato da Bosco; per non farmi vedere in quella ridevole toletta, cercai nascondermi; ma Bosco che mi avea veduto, mi chiamò a sè, e fu necessità avvicinarmi al Re, chiedendogli scusa se mi fossi presentato in quell'abbigliamento; dicendogli che non avea potuto trovare altri abiti per vestirmi convenevolmente. Il giovine Sovrano, ch'è la bontà e l'amabilità personificata, mi disse tante care e clementi parole, che io non dimenticherò giammai.
Indi rivolgendomi a Bosco gli disse: «Scrivi un ordine in mio nome, a ciò il Commissario di guerra dia al nostro cappellano tanto castoro per quanto ne ha di bisogno per vestirsi convenevolmente.» Io lo ringraziai, ed Egli non dandosi per inteso de' miei ringraziamenti, mi domandò piacevolmente, se avessi voluto assistere ad un'altra sortita dalla Piazza. Io risposi, non una, ma per mille volte, ordinandolo Vostra Maestà.Il generale Bosco diede l'ordine per farmi dare il castoro dal Commissario di guerra, e costui fece tante difficoltà che fui sul punto di rinunziarvi. Egli il serbava, puol' essere, a' piemontesi? Ma no, che se lo vendette poi a vilissimo prezzo!
Dopo molte insistenze ebbi il castoro, ma della più cattiva qualità; lo diedi ad un sarto per farmi un vestito ed un cappotto, di cui avea tanto bisogno. Cadde una bomba nel magazzino del sarto, e mandò tutto a soqquadro, incendiando ogni cosa, non escluso il mio castoro. Era una disgrazia! E così rimasi in quella toletta che già sapete. Fortunatamente fui in seguito provveduto da un canonico di Gaeta, il quale fu poi sventuratamente ucciso da una bomba mentre si trovava nella Curia.
Re Francesco l'8 dicembre dirigeva a' suoi popoli la seguente proclamazione.
«Da questa piazza, dove difendo più che la mia corona, l'indipendenza della patria nostra, s'alza la voce del vostro Sovrano, per consolarvi nelle miserie, e per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo insieme nelle nostre sventure; chè mai non durò a lungo l'opera dell'iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato cadere nel disprezzo le calunnie, ho guardato con disdegno i tradimenti; e sinchè tradimenti e calunnie assalivano me solo, ho combattuto non per me, ma per l'onore del nome che portiamo. Ma quando vedo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a' mali dell'anarchia, e della dominazione straniera; quando vedo i popoli conquistati, portati il sangue e le sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di estraneo padrone, il mio cuore napoletano mi batte indignato nel petto, solo consolato dalla lealtà di questo prode esercito e delle forti e nobili voci, che da tutto il Reame si innalzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia. Io sono napoletano nato tra voi; non ho respirato altr'aria, non veduto altri paesi, non conosco altro suolo che il natio. Tutti gli affetti miei sono entro il regno, i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra favella è la mia favella, le vostre nobili brame sono le mie brame. Erede di antica dinastia che ha lunghi anni regnato in queste belle contrade, ricostituendo la indipendenza e l'autonomia, non vengo già dopo spogliati gli orfani del loro patrimonio e de' suoi beni la chiesa, ad impadronirmi con estranee forze della più deliziosa parte d'Italia. Sono principe vostro, che ho sagrificato ogni cosa al desio di serbar tra voi la pace, la concordia, la prosperità. Il mondo l'ha veduto; per non versare vostro sangue, ho preferito rischiare la corona mia. I traditori pagati dallo straniero nemico sedevano accanto a' fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità del mio cuore non potevo credere ai tradimenti.
Troppo mi costava il punire; mi doleva aprire dopo tante sventure, un'êra di persecuzione; e così la slealtà di pochi e la mia clemenza hanno aiutato la invasione piemontese, pria con avventurieri rivoluzionarii, e poi con esercito regolare, resero inattiva la fedeltà de' miei popoli ed il valore de' miei soldati.
Fra continue cospirazioni, non ho fatto versare una goccia di sangue, e mi hanno accusato di debolezza. Se l'amor tenero pei sudditi miei, se la naturale fiducia della giovinezza nell'altrui onestà, se l'orrore istintivo del sangue meritano tal nome, certo debole fui. Quando sicura era la ruina de' miei nemici, ho fermato il braccio de' miei generali per non consumare la distruzione di Palermo; ho preferito lasciar Napoli, la mia casa, la mia diletta città capitale, per non esporla agli orrori del bombardamento, come quei che testè Capua ed Ancona patirono. Ho creduto in buona fede che il re di Piemonte, dicentesi mio fratello, mio amico, che protestava contro Garibaldi, che negoziava meco un'alleanza pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti, e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivo, senza dichiarazione di guerra. Se questi sono i miei falli, preferisco le mie sventure a' trionfi de' miei avversarii.
Avevo data l'amnistia, avevo aperta la patria agli esuli, conceduta la Costituzione; né certo ho mancato alle promesse. Ero per guarentire alla Sicilia istituzioni libere, che tutelassero con separato Parlamento la sua economica ed amministrativa indipendenza, e togliessero ogni ragione di sfiducia e scontento.
Avevo chiamato ne' miei consigli uomini creduti più accetti all'opinione pubblica in quelle circostanze; e per quanto me n'han permesso le aggressioni incessanti di cui sono vittima, ho lavorato ardentemente alle riforme, a' progressi, a' vantaggi del paese.
Non sono i miei sudditi che han contro di me combattuto; né discordie intestine mi strapparono il regno; mi vince la ingiustissima invasione dello straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, ultimi asili della loro indipendenza, sono nelle mani de' piemontesi. E che ha dato questa rivoluzione a' miei popoli di Napoli e Sicilia? le finanze, già floride tanto, sono ruinate, l'amministrazione è un caos, la personale sicurezza è spenta; le prigioni sono piene di sospetti cittadini; invece di libertà, stati d'assedio nelle province; e un generale straniero detta leggi marziali, e decreta fucilazioni subitanee a quanti dei miei sudditi non s'inchinano alla sabauda bandiera.
L'assassinio ha premio, il regicidio ha l'apoteosi, il rispetto al culto de' padri nostri dicesi fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori del natìo paese hanno pensioni, cui paga il pacifico contribuente. Tutto è anarchia; tutto han rimestato stranieri avventurieri per saziare la loro avidità. Uomini che mai non videro questa parte d'Italia, o che per lunga assenza ne dimenticarono i bisogni, fanno ora il vostro governo. Invece delle libere istituzioni che io v'ho dato, aveste sfrenatissima dittatura; invece della Costituzione, la legge marziale. Sparisce sotto i colpi de' vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie son dichiarate province di regno lontano. Napoli e Palermo sono rette da prefetti di Torino.
V'è rimedio a tai mali, e alle calamità più grandi che prevedo: la concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi attorno al trono de' vostri padri; copra l'obblio gli errori tutti; e il passato non sia pretesto a vendette, ma salutare lezione. Io fido nella Provvidenza, e quale si sia la mia sorte, resterò fedele a' miei popoli e alle istituzioni che ho concedute. Indipendenza amministrativa ed economica per le Due Sicilie, con parlamenti separati; amnistia piena per tutti i fatti politici; questo è il mio programma; fuor di tali basi non vi sarà pel mio paese che dispotismo o anarchia.
Difensore della sua indipendenza, io resto qui, e combatto per non abbandonare sì santo deposito e caro. Se la potestà torna in me, sarà per tutelare tutti i dritti, rispettare tutte le proprietà, guarentire persone e sostanze contro ogni sorta di oppressioni e saccheggi. E se la Provvidenza ne' suoi alti disegni permette che cada l'ultimo baluardo della Monarchia, mi ritirerò con integra costanza, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione, aspettando la inevitabile ora della giustizia; farò voti fervidissimi per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi popoli, che sono la più grande e diletta parte della mia famiglia.
FRANCESCO»
Da persona cui dobbiamo credere, siamo stati assicurati che questo proclama, come le profetiche lettere a Napoleone III, e il commovente addio a' difensori di Gaeta, sono parto della mente di quel giovinetto Monarca tanto calunniato dalla rivoluzione.
Questa proclamazione commosse le anime sensibili d'Europa: è pietosa e piena di dignità. Però nel Regno non a tutti fece buona impressione, conciossiachè si rifletteva che per causa della Costituzione il Reame era a soqquadro, e l'avvenire si prevedeva tristo: a sentir promettere quella stessa Costituzione dalle ruine di Gaeta, molti amici e devoti al re furono sorpresi ed amareggiati. Francesco II, in quella proclamazione, dicevano, feriva il suo avvenire, togliendo a sè stesso la libertà di azione. Non tutti i Ministri furono di accordo a pubblicare quell'atto sovrano: si disse che Bermudez, ministro spagnuolo accreditato presso il re, l'avesse a ciò consigliato; perché quel Ministro, da giornalista e fattore di barricate in Madrid, era giunto a quel posto mercè la Costituzione, e più di tutto con la protezione di Napoleone III.
In quanto a Re Francesco è da lodarsene l'animo generoso e leale, dapoichè riconfirmando Egli con quel proclama la Costituzione, che allora si riguardava come il prototipo di tutte le felicità del vivere civile, credette far cosa grata e giovevole a suoi carissimi sudditi, L'8 dicembre giunse a Mola Re V. Emmanuele per rivedere i lavori del bombardamento. Cialdini annunziò al Comandante la Piazza di Gaeta che per quel giorno si sospenderebbero le ostilità; e gli si rispose che Gaeta volentieri farebbe tregua, essendo quello un giorno consacrato a Maria SS. Immacolata. Però si avvertiva Cialdini che per quel giorno non si eseguissero lavori contro la Piazza; costui promise, e al solito, non adempì.
Gaeta era sopraccarica di soldati, si pensò quindi a lasciar quelli che erano necessarii a sostenere la difesa. Il Re si risolvette a sciogliere i tre Reggimenti della Guardia, i quali, ad eccezione di pochi uffiziali, abbiamo veduto qual trista prova fecero sotto S. Maria di Capua il 1° ottobre! Il Re sciogliendo que' tre Reggimenti, e ritenendo nella Piazza i battaglioni cacciatori, rese giustizia al merito e al valore di questi ultimi che ben servito aveano da Boccadifalco a Gaeta, essendosi battuti da valorosi, mentre non erano stati trattati in tempo di pace con gli stessi soldi e riguardi della Guardia reale, ma a percorrere 160 passi al minuto!...
Molti uffiziali della Guardia non voleano partire da Gaeta; essi voleano partecipare all'avversa fortuna del loro amato Sovrano: e non pochi, benchè non avessero più soldati sotto i loro ordini, per grazia speciale del Re, ottennero l'onore di rimanere nella Piazza. I tre Reggimenti disciolti furono imbarcati sopra i legni mercantili francesi a servizio del Re e mandati nel Regno.
Nella Piazza di Gaeta rimasero 12219 soldati, 994 uffiziali, e 1148 tra muli e cavalli, questi ultimi non erano più utili a cosa alcuna.
Il maresciallo La Tour en Voivre, partito da Gaeta trovavasi a Marsiglia per fare acquisto di farina e gallette. Il 23 dicembre riuscì a far giungere a Gaeta due bastimenti carichi di vettovaglie. Al contrario i Piemontesi assedianti difettavano di viveri, e furono costretti farli venire dalla Sardegna.
Molte barche di Castellammare, di Napoli, d'Ischia, e di altri paesi marittimi, rischiavano spesso passando in mezzo la crociera piemontese per portare a Gaeta viveri d'ogni specie. Que' mercanti non facevano ciò allo scopo del solo guadagno, perché que' viveri avrebbero potuto portarli a Mola a' Piemontesi, che ne difettavano, ed in Gaeta li vendevano a prezzi regolarissimi; essi si esponevano a tanti pericoli per amore del Re, che voleano vedere appena arrivati, e per soccorrer i proprii connazionali; avendo in quella Piazza chi il figlio, chi il fratello, chi l'amico.
Dopo la seconda quindicina di dicembre il bombardamento divenne più frequente e micidiale; fu necessario stabilirsi gli ospedaletti provvisorii sulle batterie di fronte di terra, ove i feriti ricevevano immediatamente i soccorsi più necessarii; indi erano condotti all'ospedale centrale di Torrionfrancese. Io fui destinato a questo ospedale; eravamo due cappellani, l'altro era Libroia della disciolta Guardia reale, e facevamo a vicenda il servizio, 24 ore all'ospedale, e 24 ore allo spalleggiamento fuori la Piazza; in modo che non ci restava una sola notte libera per dormire.
Lo spalleggiamento era il servizio più faticoso e più pericoloso. Un Chirurgo ed un Cappellano doveano accompagnare un Battaglione fuori la Piazza, che restava accampato per vigilare e dar l'allarme se il nemico si avvicinasse. Quella guardia si cambiava al tramonto del Sole.
Uscivamo dalla così detta Poterna, e dietro di noi si alzava il ponte! Si dovea star lì 24 ore, esposti all'aria aperta, al freddo, in mezzo al fango; non ci potevamo né coricare né sedere. L'acqua, la grandine, e la neve cadevano sulle nostre spalle; e col freddo di dicembre e gennaio non si poteva accendere fuoco, maggiormente la notte, perché il nemico ci avrebbe meglio presi di mira. Stavamo in mezzo a due fuochi, senza parapetti e senza ripari. I proiettili della Piazza ci passavano sulle nostre teste; ed avvenne talvolta danno; dapoichè le granate scoppiavano appena uscite da' cannoni. I proiettili poi lanciati dal nemico, o scoppiavano pria di giungere nella Piazza e cadevano sopra di noi, o urtavano ne' bastioni e rimbalzavano in mezzo allo spalleggiamento, o infine non giungevano sino alla Piazza, e tante volte sopra di noi cadevano!
La notte potevamo scansare le bombe e le granate nemiche, perché si vedeano venire con la miccia accesa, e dalla direzione che aveano si giudicava se avessero potuto offenderci, ed avevamo appena qualche minuto secondo a scansarle. Ma guai a quelli che si fossero abbandonati al sonno! Le Charaphenel erano le più micidiali, non si vedevano venire; appena si sentiva l'orribile fischio, già erano arrivate, e scoppiavano immediatamente. In quello spalleggiamento era un morire ogni momento; si passavano 24 ore nella più desolante agonia. Qualche volta vinto dalla stanchezza e dal sonno mi gittai nel fango, ed ebbi la fortuna di dormire saporitamente, senza essere offeso, e senza neppure procacciarmi un catarro! Il ministero del cappellano si potea sempre esercitare al buio, l'opera del chirurgo si rendea difficile ed inutile la notte.
Fra tanti episodii avvenuti allo spalleggiamento, ne voglio ricordare un solo. Era una notte freddissima e tempestosa; un soldato guastatore volendo disertare al nemico, osò carponi sorpassare la palizzata, e spingersi fino ad essere scoperto dalle sentinelle nemiche; le quali gli fecero fuoco addosso, ma non l'uccisero; invece ferirono due soldati dello spalleggiamento; costoro cominciarono a far fuoco all'impazzata supponendo un assalto del nemico; le batterie di fronte di terra fecero lo stesso e succedette un combattimento accanito tra le due parti belligeranti.
Il Re, volendo sapere la causa di quel fragoroso combattimento, mandò un uffiziale di Stato maggiore ed ordinò pure a costui di recare della munizione a' soldati fuori la Piazza. Quell'uffiziale si avanzò sino al bastione di Porta di terra, trovò i soldati che combattevano, ma il comandante e molti uffiziali di quel Battaglione si erano eclissati; invece erano diretti dall'intrepido e distinto 1° chirurgo D. Francesco de Leo, il quale ricevette gli ordini e la munizione dall'uffiziale dello Stato maggiore. Il sig. de Leo, l'indomani si ebbe dal Re un lusinghiero encomio.
Non appena usciti dallo spalleggiamento, i chirurgi e i cappellani doveano recarsi agli ospedali, ove lor toccava di assistere a scene desolanti. Ritornavamo stanchi e digiuni, e la nostra razione consisteva in mezzo pane da soldato, non più di seicento grammi, pochi legumi crudi (rarissime volte ci davano pochi maccheroni), un pezzetto di lardo per condirli e il sale; non avevamo né gli utensili, né il luogo, né il tempo di prepararli; quindi dovevamo spesso contentarci del solo pane, il resto lo davamo al primo che ce lo avesse domandato.
Dopo che ci sfamavamo un poco col solo pane (in Gaeta nulla si vendeva, sin dal principio di dicembre), dovevamo assistere alle amputazioni di gambe e di braccia dei feriti; il cappellano dovea trovarsi presente, perché molti morivano sotto l'operazione. Io, lo confesso, non era sempre buono a quel ministero, fortuna per me che dopo il 15 gennaio fui caritatevolmente coadiuvato da Monsignor Silvestri segretario del Nunzio, da Monsignor Agnozzi Uditore, e dallo stesso Nunzio Apostolico, l'arcivescovo Monsignor Giannelli, oggi meritamente cardinale della Santa Chiesa romana; il quale dopo che ritornò da Roma, alloggiava al secondo piano di Torrionfrancese assieme agli altri ministri esteri; al primo piano era l'ospedale centrale ove si conduceano tutti i feriti. Io, sul campo di battaglia avea veduto mucchi di morti e di feriti mutilati orribilmente, e non mi era mai venuta meno la presenza di spirito e il coraggio di soccorrere quegli infelici: ma vedere a sangue freddo tagliare una gamba o un braccio, o sentir gridare spesso i pazienti, era una scena che non potea sostenere; mi assaliva una specie di convulsione da inutilizzare le mie forze fisiche e le facoltà intellettuali. Sieno rese grazie a que' tre caritatevoli Prelati romani, i quali non solamente si prestarono in simili circostanze, ma assistevano i moribondi ed alleviavano le mie fatiche e quelle del mio collega.
I disagi, le pene, i pericoli che ci circondavano in Gaeta, noi li affrontavamo con intrepidezza e coraggio, perché avevamo sotto i nostri occhi esempii maravigliosi di coraggio e di sublime carità evangelica. Non credo necessario ragionare de' pericoli a' quali si esponeva ogni momento il Re e con esso i conti di Trani e di Caserta; quest'ultimo principalmente dirigeva il fuoco di talune batterie sotto una miriade di proiettili che lanciavano i nemici. Il Conte di Caserta, quello di Trani, e l'augusto Sovrano esponevano le loro persone come il più bravo de' soldati, e con un sangue freddo ammirevole.
Intendo qui ragionare dell'eroina di Gaeta, dell'augusta Regina Maria Sofia di Baviera. Quella eroica giovanetta, di giorno e di notte, si recava all'ospedale centrale di Torrionfrancese a visitare ad uno ad uno i feriti, che animava, confortava, consolava, con quelle sue parole, non di Regina, ma di sorella e di madre; prestando quegli aiuti e servizii come ogni altra sorella di carità. Io l'ho veduta continuamente portare delle frutta e de' dolci, che divideva con le sue mani a' feriti che poteano mangiarli. Io intesi parecchi soldati, che commossi, invidiavano i feriti, perché costoro aveano la sorte di essere visitati e serviti dalla Regina.
I soldati, avendo fatta una lunga e disastrosa campagna, senza mai svestirsi, non pochi aveano addosso degli insetti. Un giorno io rabbrividii nel vedere l'abito di velluto nero della Regina sul quale brulicavano quegli insetti.... Supponeva il suo naturale disgusto a quella vista, ma niente affatto: quando fu da me con ogni riguardo avvertita, disse solamente sorridendo: il mio abito si è popolato!Non volle permettere ch'io col mio fazzoletto spazzassi quella trista popolazione, invece chiamò un infermiere, e costui disimpegnò la sua missione.
Era poi una maraviglia vedere quella bellissima e maestosa giovanetta diciassettenne, sotto il più micidiale bombardamento, montare sopra un focoso cavallo, visitare tutti gli ospedali provvisorii delle batterie, ove si combattea ed arrecare consolazioni e soccorsi. Essa appariva in mezzo al fumo delle bombe nemiche, come il genio del bene, come l'Angelo consolatore. Oh! donna veramente ammirabile, quante volte io ti vidi avvolta in un turbine di micidiali proiettili; e mentre tremava per Te, Tu uscivi dalle fiamme e dalle ruine balda e sorridente! Tu eri la maraviglia del tuo sesso; Tu l'onore e l'orgoglio de' pari tuoi. Se la tristizia di pochi malvagi giunse a strapparti la corona, Gaeta te ne pose un'altra sul tuo nobile capo smagliante di luce imperitura, che abbagliò e prostrò i tuoi stessi nemici, e fece sorridere di compiacenza e di orgoglio i tuoi fedelissimi sudditi.
E mentre queste coraggiose e caritatevoli azioni si compivano in Gatea, lo spirito di abisso incarnato in Napoleone III, fingendo magnanimità, adoperava tradimenti per distruggere quell'ultimo rifugio di quella coppia reale, che riempiva il mondo con le sue nobili e strepitose gesta. Mentre tutti i cuori sensibili palpitavano di ammirazione e simpatia per tanta costanza, quel settario coronato facea la parte di Satana, insidiando quelli augusti sposi rifugiati, non già nel paradiso delle delizie, ma sopra un vulcano spaventevole che minacciava ogni momento ruine e distruzioni. Egli vile, invidiava e temeva quei generosi, e facea di tutto per disfarsene; conciosiachè la non comune rinomanza di Francesco e Sofia era per lui una minaccia, un amaro rimprovero, un'aspide velenoso che gli rodeva il suo cuore perverso e codardo. Ma Francesco e Sofia caddero da valorosi; il loro tramonto fu bene una splendida aurora di un fulgidissimo giorno, che gettando uno sprazzo di luce sopra i troni d'Europa fece alzar orgogliose le fronti coronate. La Storia registrerà a lettere incancellabili quei giorni memorandi tanto onorevoli a' Borboni di Napoli. E tu come cadesti, crimine coronato? Sedan! le sventure e le umiliazioni della nobile Francia, il grido di esecrazione che «Scoppiò da Scilla al Tanai - dall'uno all'altro mar» ti dissero che cadesti da vile ed abbietto!
Napoleone III tenea la flotta a Gaeta fingendo di proteggere Francesco II: la vera ragione era quella di evitare che altra Potenza lo proteggesse e che guastasse i suoi tristi disegni. Egli con quella apparente protezione addormentò tutti i potentati; e mentre avea designata la sua vittima, avea stabilito freddamente il modo e il tempo di sacrificarla, senza rumore e con sicurezza. Ove non potea farne a meno di agevolare la rivoluzione, si facea condurre da questa, come avvenne pel bombardamento del Garigliano e di Mola, mentre avea inibito alla flotta sarda di oltrepassare i limiti di Mondragone e Sperlonga. Egli sperava che Francesco II, avvilito da tante catastrofi, tradimenti e sventure abbandonasse Gaeta; quando però vide che il sangue di S. Luigi e di Enrico IV circolava nelle vene del Re di Napoli, cominciò a levarsi la maschera dal viso, e fece sentire alla sua vittima un linguaggio sibillino per la via del suo Viceammiraglio Barbier deTinan. Costui l'1 1 dicembre mandò al Re Francesco una lettera del suo padrone nella quale gli dicea: «Essere stata ingiusta l'aggressione sarda, ed aver lui impedito il blocco per dargli prova di simpatia, ed evitare una lotta estrema, dove la giustizia stava dalla parte di chi dovea soccombere. Ma non potervi egli intervenire; credere appartenere agli interessi del Re ritirarsi con gli onori di guerra, prima di esservi inevitabilmente sforzato. Lodarsi la costanza sino a che si può sperare di vincere; ma quando inutile sangue si sparge, il dovere del Re come uomo e come Sovrano obbligarlo ad arrestare lo spargimento del sangue, ed Italia ed Europa lo ammirerebbero per avere evitato al popolo nuove sventure. Valutasse da una parte il disinteresse di lui, e dall'altra il dispiacere d'avere forse a ritrarre la flotta.
In questa lettera era un parlar doppio, uno spergiurare ed ingannare: cose degne di un Napoleone III! Si conoscea sacro il dritto del Re di Napoli, e si scatenava contro di lui la rivoluzione, abbandonandolo in preda alla medesima, quando con una parola si potea salvare quel dritto e quella giustizia che tanto si riconosceva e lodava.
Francesco II, sorpreso da quest'altra slealtà napoleonica, scrisse a Barbier de Tinan che Egli non era soltanto Re, ma duce de' suoi soldati, e quindi che dovea guardar l'onore de' medesimi. Facea tre domande a Barbier, cioè: se la flotta si trattenesse altre tre settimane come avea promesso l'Imperatore; se lasciasse qualche legno per impedire il blocco; e se le navi mercantili francesi al soldo napoletano potessero liberamente partire da Gaeta e ritornarvi.
Barbier avea animo nobile, e non era educato alle doppiezze e slealtà napoleoniche; avea però presso di lui un uffiziale di Stato Maggiore che sapea le intenzioni di Napoleone, e quindi fece rispondere a Francesco II che s'illudesse, che sarebbe abbandonato; che la guarnigione vedendo venire meno l'aiuto francese, sentirebbe un vuoto difficile a colmare, e che resterebbe abbattuta moralmente. Che nessun legno potrebbe rimanere nelle acque di Gaeta per impedire il blocco; né le navi mercantili, benchè francesi, oserebbero navigare in que' paraggi.
Il Re scrisse a Napoleone una nobilissima e dignitosa lettera, dicendogli che lo ringraziava di quanto avea fatto per Lui. Si lagnava del tradimento di alcuni suoi Generali, e dell'ingiustizia del Piemonte unito con la rivoluzione. Che non potea cedere Gaeta, perché in quella Piazza in principio era re, in fatto capitano, cui incombea obbligo di salvar l'onor militare. «Sire, gli dicea, di raro un re torna sul trono se un raggio di gloria non indora la sua caduta. Quello almeno è certo, combattendo pel mio dritto, soccombo con onore, sarò degno del nome che porto, e lascerò un esempio ai principi futuri - Morire posso o restar prigioniero, ma i principi debbono saper morire a tempo. Francesco I fu prigioniero, non difendeva come me il suo Regno e la Storia il lodò.
Profetiche parole che dovrebbero essere incise sul sepolcro di Napoleone III.
La sera dell'11 dicembre, mi fu consegnato allo Spedale di Torrionfrancese un biglietto del generale Bosco, col quale m'invitava a nome del Re a recarmi vicino la batteria di S. Ferdinando, ov'era l'alloggio della famiglia reale, per assistere al moribondo generale duca di S. Vito attaccato di tifo.
Quel biglietto invece di farmi inorgoglire, mi arrecò dispiacere; conciosiachè io dovea lasciare tanti feriti moribondi per andare ad assistere una distintissima persona, la quale potea essere assistita da qualche altro prete o Monsignore che abitava allato a quell'illustre moribondo. Si trattava di malattia contagiosa, cioè del tifo, quindi vi erano quelli che si guardavano bene la propria pelle non solo dalle bombe ma pure dal contagio. Io ubbidii: e mentre si bombardava Gaeta, traversai una strada la più esposta e pericolosa. Trovai l'ottimo Duca di S. Vito agli estremi; lo assistetti da prete e da infermiere. La mattina del 12, quel nobile duca, uno de' veri signori che accompagnarono il Re e la Regina a Gaeta, rendeva l'anima a Dio da ottimo cattolico, e da prode e fedele soldato: ed io ritornai all'Ospedale salvo d'ogni pericolo. Appena giunto mi convenne correre all'altro Ospedale ov'erano raccolti tutti i soldati attaccati di tifo, de' quali ne morivano molti tutti i giorni.
In Gaeta eravamo pochi cappellani militari, quattro in cinque facevamo tutto il servizio: gli altri erano ammalati e stavano sotto le casematte; vollero rimanere nella Piazza, mentre avrebbero potuto recarsi alle loro famiglie per curarsi la propria salute.
Il 20 dicembre tutti gli uffiziali, chirurgi e cappellani della guarnigione di Gaeta fecero al Re il seguente indirizzo: «Tra' disgraziati avvenimenti, di cui la tristizia de' tempi ci fa spettatori, noi in una volontà rinnoviamo l'omaggio della nostra fede al trono della Maestà Vostra, reso più onorato e splendido dalla sventura. Cingendo le spade giurammo che la bandiera a noi affidata sarebbe difesa col nostro sangue; ed ora quali si siano le sofferenze, le privazioni e i pericoli, cui il cenno de' duci ci appella, gioiosi sacrificheremo le nostre vite ed ogni altro bene pel trionfo della causa comune. Custodi dell'onor militare, che solo distingue il soldato dal bandito, vogliamo mostrare all'Europa, che, se molti de' nostri col tradimento e con la viltà macchiarono il nome napoletano, molti più furono che lo trasmisero senza macchia alla posterità. Sia che presto si compia il nostro destino, o che sovrastino lunghe sofferenze e lotte, baldi e rassegnati affronteremo la sorte, e incontreremo le gioie del trionfo, o la morte de' prodi con calma dignitosa; e da soldati ripeteremo il nostro grido: Viva il Re!»Francesco II fece ringraziare tutti que' prodi militari, e fu per lui una grande consolazione il sentire quelle nobili proteste de' suoi fedeli uffiziali.
I Piemontesi, come ho già detto, non faceano un regolare assedio alla Piazza di Gaeta; essi volevano farla cadere a furia di bombe, incendii e ruine. Essi non dirigevano i loro proiettili alle opere di difesa, ma sopra la innocua Città. Voleano far presto per iscansare qualche imprevisto accidente, che avrebbe potuto guastare i loro disegni, e togliere loro di mano una preda sicura. Cialdini avea collocati cannoni sulle nuove batterie costruite su tutto il fronte di terra della Piazza. Ma quelle batterie non erano ancora sufficienti a distruggere le case di Gaeta. Nei suoi lavori guerreschi, il duce piemontese era molto ritardato e vessato dalle batterie della Piazza, e principalmente da quella costruita in Torre Orlando dal distinto 1° tenente di artiglieria Raffaele Mormile, il quale avea collocati ivi quattro cannoni rigati da campo.
Quella batteria molestava molto i lavoratori di Cialdini, e guastava i divisamenti di costui. Quel duce assediante, per offendere gli assediati e presto vincerli, ricorse a quello stesso Napoleone, il quale fingeva di riconoscere che la giustizia stava dalla parte di Francesco II, e dichiaravasi protettore di costui. Il 27 dicembre, il Sire di Francia, per mezzo del suo Viceammiraglio Barbier de Tinan, fece al Re doppia proposta: cioè o che fosse armistizio per 15 giorni, dopo dei quali la Piazza cederebbe, o che durante l'armistizio, nessuna delle parti belligeranti lavorasse ad opere di offesa o di difesa. Il Re rispose che quella proposta era un agguato a lui teso, perché si pretendea la cessione di Gaeta, o che si desse al nemico il tempo e il comodo di lavorare impunemente contro la Piazza.
Rigettata la proposta del potente alleato de' Piemontesi, Cialdini si affrettò a far pompa di forza, credendo così di mettere paura agli assediati. Egli fece costruire 15 batterie con 59 cannoni di grosso calibro, 52 dei quali rigati, e 7 ad anima liscia; oltre di 18 mortai che lanciavano bombe scoppianti. Una bomba da 13 è tanto pesante che devesi maneggiare da due artiglieri.
Cialdini abitava in Castellone, ed ivi avea fatto costruire una batteria di cannoni detta Cavalli, che colpivano alla distanza di 4700 metri! co' quali lanciava nella Piazza delle Charaphenel di un calibro enorme; un uomo di forza regolare con istento può rimuovere da terra questo proiettile di forma conica. Questi micidiali complimenti ci largivano i nostri liberatori!
Cialdini si affrettò a dare all'Europa lo spettacolo delle sue bravate; egli, che se ne stava in Castellone, fuori tiro da' cannoni della Piazza, sorseggiando un bicchiere di Champagne, ordinava: fuoco...! Che bel modo di far la guerra e vincere, senza contrasto e senza tema di offesa!
All'alba dell'8 gennaio, i Piemontesi smascherarono tutte le loro batterie, e soltanto quel giorno lanciarono dentro Gaeta ottomila proiettili tra granate, bombe e Charaphenel. Le batterie della Piazza furono pochissimo danneggiate, ma la città fu a metà distrutta. L'8 gennaio fu uno de' tre terribili giorni dell'assedio di Gaeta. Noi assediati per intenderci dovevamo parlarci al alta voce ed all'orecchio; tanto era il rombo de' nostri cannoni, e lo scoppio de' proiettili nemici. Non vi era punto risparmiato nella città, che non presentasse l'impronta delle ruine e della devastazione. Ogni scoppio di proiettile metteva tutto a soqquadro, distruggeva le abitazioni e le incendiava, che tale è la prerogativa de' proiettili vuoti. Noi eravamo nelle viscere di un vulcano ardente, ed il più spaventevole; molti perivano sotto le ruine delle case, o in mezzo all'incendio di queste. Que' medesimi che riparati si erano sotto le casematte soffersero uccisioni e ferite specialmente dalle Charaphenel, perché, spesso questi proiettili, deviando dalla direzione lor data, descrivono curve regolari e talvolta divergenti, introducendosi dalla aperture delle casematte.
In quel giorno stavano sotto le casematte i soli soldati che erano di servizio, gli altri erano tutti per le vie della Città, o sopra le batterie. Il Re, la Regina, i Principi reali si moltiplicavano infaticati, e si vedevano nei siti più minacciati, incoraggiando con l'esempio, dando consigli ed arrecando soccorsi. La Regina poi, facea raccogliere i feriti, li soccorrea, e faceali trasportare all'ospedale. Era una maraviglia vederla calma e sorridente in mezzo a quel turbine di fumo e di proiettili!
La Piazza di Gaeta, quel giorno 8 gennaio, lanciò contro il nemico duemila trecento ventisette proiettili, e fece ammutire le batterie avverse, cioè quelle ove giunger poteano i suoi colpi.
I Piemontesi bombardavano senza riguardo e senza tener conto delle leggi di guerra tra nazioni civili. Vedendo però che la piazza lor recava gravi danni, e la eroica resistenza degli assediati, sul mezzodì in pieno bombardamento, un Generale sardo si recò dal Viceammiraglio Barbier, acciò costui domandasse al Re una sospensione d'armi. Oh! se con sì poco danno chiedevano tregua, cosa avrebbero fatto, se si fos sero trovati sotto una pioggia di ottomila proiettili lanciati in poche ore, in un luogo ristrettissimo come Gaeta, ed ove non si trovava né rifugio, né via per mettersi in salvo?! Intanto a sentire i giornali di quei tempi, i Piemontesi erano i bravi, i Borbonici i codardi. Barbier, sempre a nome di Napoleone III, mandò un uffiziale al Re, pregandolo che sospendesse il fuoco per conchiudere un armistizio sino al 19 gennaio: le ostilità si sospesero.
La mattina del 9, il Viceammiraglio si recò dal Re, e promise guarentire egli i patti dell'armistizio. Si stabilì che Cialdini e il Governatore di Gaeta s'impegnerebbero di non fare opera alcuna di offesa o difesa in tutto il tempo della sospensione d'armi: e gli uffiziali francesi doveano sorvegliare le due parti belligeranti per lo adempimento di quanto si era stabilito.
Cialdini non volea sottomettersi al controllo delle visite francesi, volea solamente impegnarsi, dando la sua parola d'onore, che non lavorerebbe contro la Piazza. Però al cenno del Viceammiraglio francese, quel gradasso abbassò il capo e si sottomise a tutto.
Quel giorno stesso Re Francesco elesse Governatore titolare il tenente-generale Ritucci, il quale sospese i lavori cominciati per le batterie di Malpasso e Torre Orlando. Cialdini che avea impegnata la sua parola d'onore, appena fu libero de' proiettili della Piazza, cominciò a far lavorare con più alacrità, ed ebbe l'impudenza di non farne un mistero. Da tutti si vedeano i lavoratori sardi che alzavano novelle batterie contro Gaeta. Il governatore Ritucci fece vedere al Viceammiraglio francese i novelli lavori e i lavoranti. Costui richiese a Cialdini l'adempimento de' patti, e il duce piemontese negò i patti, proseguì a lavorare, e piantare cannoni sulle novelle batterie. Egli era sicuro del fatto suo, operava secondo i consigli di Napoleone III. Nella Piazza sollevossi un grido d'indignazione contro quest'altra soperchieria e malafede cialdiniana; e si dicea che si sarebbero riprese le ostilità immediatamente. Però il consiglio di difesa di Gaeta, temendo che la flotta francese se ne partisse in que' momenti che se ne avea bisogno per aver libero il mare dal blocco nemico, aspettandosi da Marsiglia de' bastimenti carichi di provvigione, dichiarò essere suprema necessità sopportarsi in pace quel sopruso di un nemico sleale, e di un falso protettore qual'era il Sire francese.
Il 15 gennaio, il Re scrisse un'altra lettera a quel traditore di Napoleone III, nella quale gli dicea, che non potea cedere Gaeta, perché avrebbe offuscato l'onor militare dei suoi soldati; e per una vana prudenza avrebbe Egli rinunciato alle speranze dell'avvenire, mentre i suoi popoli, e tutta l'Europa lo incoraggiavano a difendere la sua causa che era quella di tutti i Sovrani.
Dicea pure ch'era rassegnato di seppellirsi sotto le fumanti ruine di Gaeta; gli sarebbe stato però doloroso, se nella sua persona, in caso di prigionia, fosse oltraggiata la dignità regia. Ma se l'Europa avesse acconsentito a tanto oltraggio, Egli si sarebbe rassegnato alla sua avversa fortuna. Quella lettera conchiudeva: «Ho fatto ogni sforzo per persuadere la Regina a separarsi da me; le sue tenere preghiere e generose risoluzioni m'hanno vinto; dividerà meco la fortuna si consacrerò alla cura de' feriti; sarà una suora di carità.
Il 15 gennaio ritornarono a Gaeta i ministri esteri per presentare gli omaggi al Re pel suo giorno natalizio.
Francesco II volle far vedere a que' personaggi che rappresentavano i proprii Sovrani, qual conto tenesse il Piemonte de' patti dell'armistizio, facendo loro osservare i lavori che facea Cialdini contro Gaeta. Indi invitò que' ministri a rimanersi con lui in Gaeta per assistere ufficialmente al bombardamento contro un Re ed una Regina, che altra colpa non aveano in faccia al Governo sardo se non quella di essere Sovrani della più ricca e più bella parte d'Italia. Alcuni di que' ministri, che per paura, chi per politica si negarono a rimanere in Gaeta; rimasero però l'Arcivescovo Monsignor Giannelli, Nunzio Pontificio, Bermudez de Castro, ministro di Spagna, Conte Szèchenyi, d'Austria, Veger di Baviera, Kleist Looss di Sassonia, Frescobaldi di Toscana. Il ministro d'Austria, dopo il 22 gennaio, volea uscirsene da Gaeta, ma fu necessità rimanervi, perché il blocco era già dichiarato.
Il 16 gennaio, giorno natalizio del Re, i cannoni di Gaeta lo salutarono per l'ultima volta..! Risposero i legni francesi e spagnuoli che si trovavano nel porto. Alla Cattedrale si cantò il Te Deum; e vi fu baciamano in Corte; nel pomeriggio la parata militare.
Il ministro degli esteri, Casella, il 18 gennaio, mandò una nota a tutti i gabinetti d'Europa, con la quale annunziava l'armistizio domandato da' Piemontesi, e che era solamente utile a costoro. Che il Re lo concedette per non disgustare Napoleone III che l'avea voluto. Che Francesco II difendeva in Gaeta il dritto di tutt'i Sovrani, e non potrebbe supporre che l'Europa sopportasse in pace il bombardamento e il blocco di una città, ove si trovasse un Re ed una Regina: anzi sperava che i Sovrani con nota collettiva intimassero al Piemonte di guarentire la libertà di Lui e della Regina, qualora avessero salva la vita nel disperato furore dell'assedio.
Il Re riunì la Commissione di difesa, e volle interrogarla sulla possibile durata della Piazza a fronte de' mezzi che usava il nemico. Il generale Pelosi, il maggiore de Sangro e il capitano Andruzzi furono di avviso che la Piazza dopo 15 giorni sarebbe costretta a rendersi, perché non si aveano cannoni simili a quelli del nemico, né materiali e strumenti per rifare le distrutte fortificazioni, e non esservi riserve per le polveri, le quali erano esposte a tutti i pericolosi accidenti. I generali Traversa e Polizzy, i colonnelli Ussani e Rivera furono di avviso, che, attesi i pochi guasti delle batterie fatti dal nemico sino allora, e stante lo spirito guerriero della guarnigione, la Piazza avrebbe potuto reggersi per altri due mesi.
Il Re, come ho già detto, avea mandato in Francia il maresciallo la Tour per comprare cannoni rigati di grosso calibro; Napoleone III non volle che se ne vendessero per difendere il suo protetto Francesco II! e proibì pure che quelli comprati nel Belgio non potessero transitare per la Francia. Il tempo intanto stringeva, Gaeta ed i suoi difensori rimanevano eroica vittima di quel galeotto coronato!


(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).

martedì 14 agosto 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 41°): Battaglia del Colle Lombone tradimento di Pianelli

La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l'assedio. Sullo sfondo, la squadra navale che partecipò ai bombardamenti
La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l'assedio. Sullo sfondo, la squadra navale Sardo-Piemontese che partecipò ai vili bombardamenti
 
 
 
Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.
Gaeta!
 
Lavia che abbiamo percorsa è stata lunga e faticosa; l'abbiamo lasciata dietro di noi seminata di cadaveri, di viltà e di tradimenti. In questo cruento di disastroso Viaggio da Boccadifalco a Gaeta sono accaduti de' fatti che non hanno riscontro alcuno nelle storie delle umane malvagità: era riservato a' Generali ed a' ministri liberali napoletani compiere l'impossibile. Costoro si sono resi celebri per colpe ed errori, ed i loro nomi passeranno a' tardi nostri nepoti per essere maledetti ed esecrati!
Iddio ha voluto assistermi e proteggermi tanto da farmi giungere sin qui salvo da tanti svariati pericoli; e posso dire di essere passato per ignem et aquam.Già siamo alla meta del nostro faticoso Viaggio; già siamo in Gaeta, ove si consumerà il gran regicidio politico, ove sarà abbattuta una autonomia secolare, ed un ramo di gloriosa dinastia che regnò per 126 anni! Non so chi possa accusarla; ma come negare ch'ella trovò il Regno sotto il dominio dello straniero, governato da una Luogotenenza ingorda e rapace, ed alzò splendido trono, rendendo questo Regno il più indipendente, il più ricco, il migliore amministrato degli altri Stati d'Italia?
Gaeta, città di circa 5000 anime, ebbe nomeÆta, e fu anteriore agli argonauti. Si vuole fondata dai Lestrigoni; secondo Strabone da' Greci venuti da Samo; e secondo Virgilio ricevette il nome di Caieta dalla nutrice di Enea che portava questo nome morta e seppellita in Gaeta. Essa è una penisola, alta 166 metri sul mare, e si abbassa verso l'istmo che forma il piano di Montesecco, che è largo 700 metri, lungo 600. La forma della penisola è somigliante ad un elmo, ed ha circa 5000 metri di giro. In cima alla penisola è Torre Orlando, un tempo sepolcro di L. Minuzio Plauto, fondatore di Lione.
La città è fabbricata a proscenio e guarda il mare dalla parte nordest; le strade sono strette; Ferdinando II l'avea resa deliziosa co' bei passeggi che vi avea costruiti dalla parte dell'ovest.
Gaeta è luogo fortificato più dall'arte che dalla natura, e si riteneva inespugnabile come Cronstadt dalla parte di mare. Le sue fortificazioni rimontano all'ottavo secolo, quando i Saraceni distrussero la vicina Formia, i cui fuggiaschi si fortificarono in Gaeta, e vi si sostennero. Federico II vi alzò le mura, Alfonso I ne aggiunse altre; e sotto il Regno di Carlo V acquistò molta importanza militare. I Borboni la migliorarono, e Ferdinando II vi spese molte cure e molti milioni; ma co' nuovi mezzi di guerra nel 1860 quella fortezza non avea più la sua antica importanza. Non vi sono forti ripari per le artiglierie, non angoli sull'istmo, non batterie coperte, né buone polveriere, né veicoli di passaggio, né ospedali a prova di bomba.
Gaeta ha diverse batterie, dette di fronte di terra e di fronte di mare, scoperte e con poche casematte per alloggiamenti.
Gaeta ha sostenuto tredici assedii che cominciano dall'840, e finiscono con quello del 1861. I Borboni la conquistarono nel 1734 e la perdettero nel 1799; la ripresero lo stesso anno, e la tennero sino al 1806; riperduta la riconquistarono nel 1815, per cederla nel 1861. Oh, le umane vicende! E chi potrebbe contare su di esse?
Gaeta ha una bellissima Cattedrale restaurata ed abbellita da Ferdinando II, e poi assai guasta dalle bombe piemontesi. La fondazione di quella Cattedrale si attribuisce a Barbarossa, ed ivi è un bel quadro di Paolo veronese, e lo stendardo che Pio V diede a D. Giovanni d'Austria, generalissimo dell'armata cattolica nella gran giornata di Lepanto, ove trionfò col Cattolicismo la civiltà. Gaeta è patria di Papa Gelasio II, e del celebre teologo Cardinale Tommaso de Vio domenicano, comunemente chiamato il Cardinal Gaetani, comentatore esimio della Somma teologica di S. Tommaso d'Aquino.
Il 12 novembre, come ho già detto, il residuale esercito napoletano era entrato in Gaeta per difendere fino agli estremi il suo amato sovrano. Si dispose la difesa: lo Stato Maggiore e gli uffiziali di artiglieria e genio si ebbero destinazioni e comandi. Si rifecero bastioni, blinde, affusti, ma difettavansi di legname. Il ministro liberale Pianelli, che sapea quello che gli passava in mente, avea sguernita quella Piazza forte, avendo anche tolto 1200 cantaia di polvere per provvedere i forti in Calabria e negli Abruzzi, che servir dovea poi a' nemici contro i Napoletani. Mancava la moneta, ed il ministro della guerra Casella diminuì sino a metà i soldi, promettendo tuttavia il compenso dopo fatta la pace. Molti uffiziali fecero un indirizzo al Re ricusando gli averi.
Il S. Padre, Pio IX, donò vettovaglie ed arnesi di guerra ch'erano stati preparati per Ancona.
Il 16 novembre si mandò a Marsiglia il brigadiere Antonio Ulloa direttore del ministero della guerra per comprare viveri e munizioni, e tentare l'acquisto di cannoni rigati.
Il Re, prevedendo che l'assedio sarebbe stato lungo e terribile, volle allontanare da Gaeta le sorelle, i fratelli piccoli, e la Regina vedova Maria Teresa, e tutti partirono per Civitavecchia il 18 novembre, imbarcandosi sul piroscafo spagnuolo il generale Alava. La real famiglia giunta a Roma fu regalmente ospitata e visitata dal S. Padre al palazzo del Quirinale. In Gaeta rimasero il conte di Trapani, zio del Re, i conti di Trani e di Caserta, il Re e la giovanetta Regina Maria Sofia, la quale ad onta delle preghiere di Francesco II, e degli altri parenti, non volle lasciare l'augusto suo sposo per dividere con lui i pericoli e le glorie di quel memorando assedio! Il Conte di Trapani, Zio del Re, il 7 dicembre, si recò a Roma per tenere più facile corrispondenza con le Corti europee, e per congedare la truppa passata nello Stato romano.
In quel tempo si riunirono a Varsavia le tre potenze del nord, cioè Russia, Prussia ed Austria, e la rivoluzione se ne mostrò atterrita. Napoleone III, che allora viaggiava fastosamente con la moglie in Algeria, all'annunzio de' tre sovrani nordici in Varsavia, allibì; e siccome avea molti peccati che pesavangli sulla coscienza,
troncò le feste e il regal viaggio e corse in fretta a Parigi. Fece chiedere dal suo ministro a Pietroburgo spiegazioni a Gortchahoff su quella riunione di sovrani a Varsavia, e gli fu risposto non esservi cosa alcuna contro la Francia. Napoleone niente rassicurato di questa spiegazione, mandò a Pietroburgo un memorandum, col quale ripudiava la solidarietà con le invasioni del Piemonte, e dichiarava, che ove questo assalisse l'Austria, egli lo abbandonerebbe materialmente e moralmente.Però i ministri massoni di que' tre sovrani suscitarono antichi rancori e stolte gelosie, e fecero sciogliere quel congresso senza nulla conchiudere. E così, le Corti d'Europa rimasero in attonita contemplazione dello scempio che si perpetrava sullo scoglio di Gaeta, ove un giovine e prode sovrano difendeva ne' suoi dritti quelli di tutti i Sovrani. Per me porto opinione che la rivoluzione del 1860 non fu opera delle sêtte, ma volere di alcuni sovrani, gli altri poi non opposero ostacoli alla corrente rivoluzionaria. Oggi alcuni di quei Sovrani sono spariti, perché abbattuti e detronizzati dalla stessa rivoluzione che tanto protessero; altri corrono pericolo prossimo di scomparire; e tutti si trovano sopra un terribile vulcano che presto o tardi minaccia inghiottirli. Che il male cadesse sopra di loro solamente, o perché l'han voluto scansare, non sarebbe più un gran danno alla civile società: ma poichè la caduta de' troni schiaccia anche i popoli innocenti, ecco il vero danno che deesi temere e deplorare.
Mentre in Gaeta si prepara l'ultima disuguale lotta contro un nemico che disponeva di tutte le risorse d'Italia, facciamo tregua anche noi per poco, e rivolgiamo il pensiero ad altri fatti importanti che succedevansi rapidissimamente nell'invaso Reame delle Due Sicilie.
Re, V. Emmanuele, dopo i fatti d'ami del Garigliano e di Mola, si disponeva a fare la sua entrata trionfale in Napoli. Il municipio liberale di questa città preparava grandi feste per l'entrata del nuovo Re, e facea spese considerevoli.
Si alzarono dodici archi trionfali, piramidi, ed un Monumento al Sire di Francia Napoleone III, quattro statue a Cavour, un tempio a Garibaldi; ritratti di Fanti, Cialdini, Turr, Medici e Cosenz. Peccato che dimenticassero Pinelli! Toledo era pieno di statue di gesso in parte nude; si diceva che quelle statue rappresentassero le cento Città italiane: e veramente que' simboli furono profezie...! Rustow dice delle cose e fa delle allusioni, che io non posso e non debbo fare riguardo a quelle statue.
Tutti que' preparativi di festa che erano costati, dicono, ducentomila ducati, alla Città di Napoli, li distrusse in una notte la pioggia ed il vento, reazionarii! La mattina si vedeva tutto a soqquadro; le cento Città, ossia le statue distrutte, gli archi, le piramidi, i tempii, i ritratti non esistevano più; altro non si vedeva, che travi, funi, chiodi e forche...!La mattina del 7 novembre, sotto una fitta pioggia, e tra tanto squallore, entrò in Napoli Re V. Emmanuele. Era Egli in carrozza, stavagliallato Garibaldi, di fronte Pallavicini, Prodittatore di Napoli, e Mordini Prodittatore di Palermo. Seguivano la reale carrozza i Carabinieri, lo Stato Maggiore, ed un drappello di Guide.
Vi era poca gente, forse a causa del cattivo tempo; quindi pochi plausi e pochi fiori. Il Re salutava col guanto dove vedeva qualche balcone pieno di gente.
Giunto il Re al Palazzo reale gli fu presentato il risultato del Plebiscito da Garibaldi; indi quello di Sicilia da Mordini. Poi si presentarono tutti i Ministri ed il Municipio. Parlò Conforti e disse, che il popolo ad immensa maggioranza avealo proclamato Re. Ed il Re rispose brevi parole, e si fece il rogato dell'atto del Comizio. Garibaldi (ahi!) depose la dittatura, ed i Ministri si dimisero.
Il Clero Napoletano non volle cantare il Te Deum; però si raggranellarono in fretta molti preti tra' quali non pochi appartenuti alla Cappella Palatina. A S. Lorenzo cantò il Te Deum il Vescovo Caputo!
La sera non vi fu illuminazione festiva, incolpandone il cattivo tempo. Quando venne il sereno, il Sindaco pregò i cittadini ad illuminare per lo meno i palazzi di Toledo, e qualche altra strada: e di vero non vi fu che una sparutissima illuminazione, che sarebbe stata meglio non farla, per ragione del cattivo effetto che moralmente produsse in tutti.
Garibaldi, dopo di avere deposta la dittatura, si mostrava mesto e quasi abbattuto, e se ne andò in locanda co' suoi pochi fedeli amici. Gli altri garibaldini voltarono la faccia al Sole nascente per non perdere i gradi militari che aveano acquistati; per essi il Redentore non era più nulla, Cavour era tutto.
Dopo l'entrata del Re V. Emmanuele, i garibaldini furono sciolti dal servizio militare, e molti ritornarono alle loro case; rimase però un esercito di uffiziali garibaldini, e per costoro si riunì una giunta per notare i gradi secondo le classi; e siccome mancavano i brevetti, questi si allestirono in fretta e con favoritismo. Quella giunta, secondo dice Rustow, non tenne conto della morale cittadina di que' graduati, ma premiò quelli che aveano resi maggiori servizii. Turr, Medici e Cosenz furono nominati tenentigenerali. A Garibaldi oltre della Gran Croce dell'Annunziata e il grado di generale di armata, si promisero de' castelli, la dote alla figlia, e un alto grado militare al figlio.
L'exdittatore ricusò tutto, ed insistè la seconda volta a domandare la Luogotenenza delle Due Sicilie, con pieni poteri; ma gli fu negata, perché Cavour avea già destinato il medico Farini a quell'alta magistratura. Garibaldi sentì male la esaltazione di Farini suo nemico politico, e vistosi abbandonato da tanti, si decise di partire. Prima però che partisse firmò due decreti con l'antidata; con uno dava la casina reale del Chiatamonte per un anno al francese romanziere Dumas, e con l'altro datato da Caserta, il 5 novembre, faceva cappellano maggiore della Sicilia il celebre Padre Pantaleo. Il 9 novembre, dopo aver dato l'addio a' compagni d'armi, e visitato a bordo l'Ammiraglio inglese Mundy, dal quale ebbe saluto di artiglierie, ultima illusione, s'imbarcò sopra un piroscafo inglese e si diresse alla sua sterile Caprera, portandosi una cassa di patate! Sic transit gloria mundi!L'accompagnarono il figlio, un Bassi, un Gusmarolo, un Forsecanti, e il servo Manuele. Lo stesso giorno partirono Turr e Pallavicini.
Sirtori rimase capo de' garibaldini, i quali, aizzati da' mazziniani la sera del 12
novembre, fecero una dimostrazione sotto il palazzo reale e in diversi punti della città; tra le altre cose domandavano il richiamo di Garibaldi. Re V. Emmanuele, che capì cosa volessero que' dimostranti, diede fuori un prudente ordine dichiarante lo esercito de' volontarii aver ben meritato dalla patria e da Lui; e comandava che si organizzasse deffinitivamente secondo i regolamenti.
A Mazzini, che ancora trovavasi in Napoli, si spedì il mandato d'arresto, ma nessuno l'arrestò, ond'ei si partì con tutto il suo comodo e fece la via di terra sino a Genova, senza essere molestato.
Farini medico e storico sommo per la grande ragione che scrisse contro i Papi, e che proclamò Ferdinando II il peggiore de' tiranni; fatto Luogotenente schiccherò un proclama al popolo napoletano in cui promettea libertà, sicurezza pubblica e ricchezze non mai viste; ed egli si predicò degno interprete del Re, simbolo di concordia italiana.
Per dimostrare co' fatti com'egli intendesse la libertà, per primo atto della sua Luogotenenza fece un decreto col quale creava un reggimento di carabinieri! In seguito schiccherò alcuni decreti tendenti a perseguitare i vescovi del Regno. Farini iniziò la demolizione di tutto quello ch'era bello e buono nel Reame di Napoli; tutto camuffò alla subalpina; pubblicò regolamenti strani, incompresi, e con termini barbari. Dettava leggi che i re costituzionali non possono fare, e ne dettò tante ch'era impossibile tenerne conto ed eseguirle. Sotto la Luogotenenza di Farini cominciò il regno dei consorti, i quali nella maggior parte aveano congiurato, ed altro non sapeano fare; ve ne erano ignorantissimi, pochi erano dottrinarii, e davano, con dottrinarii principi e parole, colpi alla cieca e bestiali.
Nondimeno Farini era detto un'eccelsa capacità, forse perché s'intascava undicimila ducati al mese di lista civile, ad onta che avesse dichiarato di voler morir povero!
Sin dal principio dell'occupazione piemontese nel Reame, cominciarono i partiti ad alzar la testa: chi volea Francesco II, chi Murat, ed i garibaldini voleano Garibaldi e la repubblica. Avendo il Governo tolti i soldi agli uffiziali garibaldini, costoro tumultuarono e fecero delle pazzie, tanto che più di una volta fu necessario far accorrere i bersaglieri per scioglierli, ed a' renitenti dare de' colpi di baionetta, come avvenne il 25 novembre, quando gridarono: abbasso i Consiglieri, abbasso Farini.Sirtori, Cosenz, Medici e Bixio faceano di tutto per contentare e proteggere i garibaldini. Scialoia però, consigliere di finanza, dichiarò nel Giornale Ufficiale che si erano pagati troppi soldi a' garibaldini, e che non vi erano impieghi da dispensare. Dopo tante insistenza e rumori fatti da' garibaldini, il Governo condiscese a determinare i gradi militari di que' volontarii, a patto che si tenesse conto della vita passata de' medesimi; e siccome tra que' volontarii, erano degli omicidi, de' furfanti e de' ladri, si capì che con questo mezzo se ne voleano escludere molti; quindi nuove ire ed altri chiassi. Sirtori con una proclamazione pregò i garibaldini che non tumultuassero, ed il Governo, il 26 novembre, ne prese due mila, e per amore o per forza imbarcolli per Livorno. Purtuttavia condiscese a dare a que' volontarii graduati sei mesi di soldo anticipato: quel momentaneo sollievo l'illuse, l'accettarono e furono licenziati definitivamente.
Quel licenziamento costò alle finanze di Napolisedici milioni di ducati! I licenziati medesimi domandarono poi degli impieghi civili; al solo Luogotenente, si disse e si stampò, che furono presentati quarantacinquemila memoriali! erano tutti di garibaldini, camorristi e gente di cattiva condotta, e tutti vantavano i loro grandi servizii prestati alla causa del nuovo Governo. Questi supplicanti di civili impieghi si resero tanto importuni ed audaci, che più volte fu necessario ricorrere ai bersaglieri per iscacciarli a furia di baionettate.
Il 26 novembre, Re V. Emmanuele accolse solennemente i commissarii Pepoli e Valerio, i quali gli presentarono il Plebiscito delle Umbrie e delle Marche. Lo stes so giorno ricevè la deputazione del Parlamento sardo, la quale lo ringraziava e lo felicitava per le nuove province annesse al Piemonte. Si pubblicarono due decreti, in data del 17 novembre, con uno s'incorporavano nella marina sarda gli uffiziali della marina napoletana, però co' gradi che aveano acquistati sino al 7 settembre; in modo che quegli uffiziali perdettero i gradi che aveano arruffato sotto la dittatura, e furono costretti a smettere i galloni ed i ricami de' quali si erano pomposamente fregiati. Con l'altro decreto si nominava a luogotenente generale Alessandro Nunziante (tradens sanguinem iustum); a causa di questo premio dato al Nunziante, tanti uffiziali reclamarono, e dissero male parole contro il premiato, ma costui scris se e stampò una sua difesa nella Gazzetta Ufficiale di Torino. Capite! Una difesa!
Intanto i garibaldini non si quietavano; ogni giorno succedeano risse, dimostrazioni, bastonate e cattive parole, e tutto condito col canto dell'inno di Garibaldi. Quell'inno si rese celebre in tutta l'Italia, e principalmente per la musica molto piacevole; scritto da Mercantini con musica di Olivieri capobanda della brigata Savoia. I garibaldini lo cantavano nelle strade, ne' caffè, ne' teatri, ed era sempre foriero di dimostrazioni e di baruffe. La sera del 1° dicembre si chiuse il Teatro nuovo, i garibaldini l'aprirono con la forza, e sul palcoscenico cantarono l'inno di Garibaldi, che fu applaudito; poi suonarono la marcia reale e fu fischiata. Per la qual cosa fu proibito suonarsi e cantarsi quell'inno, già esoso a' Borbonici, divenuto poi antigovernativo. I garibaldini imbestialirono a quella proibizione, nonostante che Sirtori facesse proclami ed inculcasse quiete, essi non finivano di tumultuare. Credendosi ancora persone d'importanza, fecero un indirizzo al Re che cacciasse Farini e Nunziante, richiamasse Garibaldi, e conquistasse Roma e Venezia. Farini, credendo di far paura ai garibaldini, fece comandante della Piazza il generale Ricotti, ma quelli proseguirono nella stessa via di opposizione e di schiamazzi.
Anche i preti garibaldini fecero la loro brava dimostrazione con isperanza di essere compensati dal nuovo Governo. Si riunirono la sera del 29 novembre col pretesto di volere per cappellano maggiore il Caputo, e si recarono sotto la casa del ministro del Culto, Ferrigni, ed ivi gridarono abbasso e morte: le Guardie nazionali ne arrestarono dieci di que' reverendi.
Mentre il Governo di Farini era avversato da' garibaldini, nelle province crescea la reazione, e specialmente nelle Calabrie e negli Abruzzi. La ferocia che esercitava in queste ultime province il generale Pinelli, in cambio di estinguere la reazione la facea crescere ed ingigantire.
In quel tempo comparve il celebre Chiavone, e le sue gesta reazionarie e poi brigantesche, davano a pensare a' nuovi padroni.
Da Palermo giungevano a Re V. Emmanuele indirizzi co' quali si domandava ch'ei lasciasse Mordini a capo di quell'Isola. Costui, prevedendo prossima la sua caduta, facea in fretta decreti per compensare i Martiri. Il 26 novembre dal balcone parlò al popolo glorificando Garibaldi ed annunziando la venuta del Re.
V. Emmanuele, il 1° dicembre, accompagnato dal ministro della giustizia, Cassinis, sbarcò a Palermo, ove trovò organizzata una magna dimostrazione. Egli si diresse al Duomo, ove fu ricevuto dall'Arcivescovo Naselli, quello stesso che avea dato le incensate a Garibaldi!....
Il Re fece Luogotenente il marchese Montezemolo, il quale era arrivato allora a Palermo assieme a Cordova e La Farina.
Cassinis fece un proclama a' siciliani, e tra le altre cose dicea, che la dittatura di Garibaldi avea leso ogni principio di moralità. Meno male che confessava questa grande verità. Intanto quel ministro raccoglieva una eredità sorta ed accumulata da quella dittatura che avea leso ogni principio di moralità!
Il ministro Cassinis, quello stesso giorno, diede fuori un bando promettendo a' Siciliani tutto il ben di Dio, e ricordava che un avolo del Re V. Emmanuele fu Re di Sicilia, e il fratello del Re eletto nel 1848. L'avolo, ricordato da Cassinis a' Siciliani, è Vittorio Amedeo II duca di Savoia.
Insegniamo un poco di storia sicula a quel ministro.
La pace di Utrecht restaurò la monarchia indipendente di Sicilia, distrutta da' re aragonesi, e concedette quell'Isola a Vittorio Amedeo II, il quale fu il primo di casa Savoia, ebbe il titolo di re, titolo che gli diede la Sicilia, e ch'egli poi trasmise a' suoi successori al trono del Piemonte.
I Siciliani, contentissimi della restaurata Monarchia indipendente, essendo quell'isolani autonomi per principii e per natura, con splendidissime pompe e dimostrazioni di gioia accolsero il 10 ottobre 1713 in Palermo il novello Re Vittorio Amedeo II, e il 24 dicembre dello stesso anno lo coronarono re di Sicilia, con feste straordinarie. Vittorio Amedeo fece a' Siciliani tante belle promesse, ma dopo meno di undici mesi, abbandonò la Sicilia e si ritirò in Piemonte, lasciando Vicerè il conte Maffei veronese. Però quel sovrano prima di partire suscitò una terribile controversia tra lo Stato e la Chiesa, che rese la Sicilia un vero campo di battaglia, ove i partiti si combatteano a morte. Egli stabilì una giunta la quale condannava alla deportazione, alla galera e al patibolo tutto coloro che inclinassero per la causa della Chiesa. Angustiate erano le coscienze per gli interdetti e le scomuniche del Sommo Pontefice Clemente XI; spaventati erano gli animi pe' severi ordini di Vittorio Amedeo, e per le punizioni terribili. A provare che quel Re fu un pessimo sovrano di Sicilia, non voglio qui riportare i giudizii degli storici siciliani de Gregorio, Mongitore, Caruso, de Blasi, e Lanza-Scordia, ma riporterò solamente un brevissimo brano della Storia d'Italia del piemontese Carlo Botta, continuata da quella del Guicciardini: al libro XXXVI cosiffattamente si esprime il Botta:«Appena con
parole si potrebbe descrivere le calamità che per questa cagione degli anni 1716, 1716, 1717 e 1718 afflissero la sventurata Isola, e se le altre parti d'Italia erano esenti del raccontato dolore non erano della compassione. Gli esiliati, sì in questa parte che in quella, andavano vagando, o formandosi, secondo che o la fortuna o la speranza li aggirava.»
Quel Re, per colmo di perfidia, vendè la Sicilia all'Imperatore Tedesco Carlo VI, e distrusse la Monarchia siciliana, soggettando l'Isola allo straniero che la governò come provincia. E fu appunto un avolo di Francesco II, Carlo III di Borbone, che dopo 16 anni, cacciò i tedeschi dalla Sicilia e da Napoli, e restaurò la Monarchia fondata da Ruggiero il Normanno.
Come i Siciliani amassero il Regno di Vittorio Amedeo II, lo prova la disastrosa ritirata da Palermo a Siracusa fatta dal conte Maffei con tutta la truppa savoiarda, la quale fu battuta e sconfitta in tutta la Sicilia e massimamente in Caltanissetta. I Siciliani inseguivano con accanimento i Savoiardi, e gridavano loro dietro: morte agli scomunicati!In quanto poi al Re eletto nel 1848, rammentato dal Ministro Cassinis, non furono i Siciliani che elessero Re di Sicilia il Duca di Genova, ma fu l'Inghilterra che lo fece eleggere da un Parlamento, il quale non rappresentava la volontà popolare; dappoichè nel 1848 i Siciliani quali erano borbonici, quali repubblicani e non sapeano se pure esistesse un Duca di Genova. Perché Ferdinando II non facea di cappello all'Inghilterra, perché agevolava gli opificii nazionali, e perché non volle riconoscere il matrimonio di Penelope Smith, nipote di Lord Palmerston, con suo fratello Carlo; quel nobile Lord credette vendicarsi facendo eleggere Re di Sicilia il Duca di Genova, mercè gli intrighi di Lord Minto. Quella elezione fu causa che i Siciliani non fruirono della Costituzione del 1812, che avea loro concessa Ferdinando II; e se si fosse attuata quella Costituzione, né la Sicilia, né l'Italia gioirebbe oggi delle attuali delizie governative italiane.
Si è perciò che il Ministro Cassinis commise una grandissima imprudenza col rammentare due epoche della storia siciliana abborrite da quelli isolani. Quel Ministro ha creduto falsare la Storia, o ha creduto ignoranti i Siciliani? nell'uno o nell'altro caso si regolò da vero Ministro liberale.
Il Sindaco annunziò alla Città che il Re sarebbe uscito a piedi come cittadino, in mezzo ai cittadini, e quindi non l'importunassero con troppi onori e plausi; ma il Re uscì in carrozza accompagnato da' Carabinieri con le sciabole in pugno.
Si fece il nuovo Ministero della Luogotenenza: La Farina fu eletto Ministro dell'interno, Cordova delle finanze, Scalia de' lavori pubblici, Pisani dell'istruzione pubblica
Il Re, con una lettera a Montezemolo, lamentò sulla poca istruzione de' Siciliani! Indi fece Commendatori de' Santi Maurizio e Lazzaro gli Arcivescovi di Palermo, Naselli, e di Monreale, d'Acquisto; il Torrearsa e Spedalotto furono fatti cavalieri di que' due Santi.
Il re dopo sette giorni incompiuti di soggiorno in Palermo, partì, e corse a Mola
di Gaeta per vedere i lavori del bombardamento che si preparavano contro Gaeta, indi ritornò a Napoli.
Il 13 dicembre comparvero in Palermo cartelli repubblicani, ed il 27 dello stesso mese gli studenti gridarono abbasso i Ministri, perché si erano accresciuti i diritti pecuniarii della laurea: i tempi erano cambiati, e quelli studenti furono acquietati con la indispensabile baionetta de' bersaglieri.
I garibaldini di Palermo faceano opposizione al governo, peggio di quelli di Napoli, e l'arrivo di Crispi in quella città rialzò gli animi degli oppositori. La Farina ministro dell'interno, essendosi ricordato come Crispi l'avesse altra volta arrestato, pensò rendergli la pariglia e mandò i suoi sgherri ad arrestarlo. Ma Crispi che trovavasi in casa con l'avvocato Ferro, appena intese picchiare alla porta, sapendo di che si trattasse, gridò al ladro. Corsero i Nazionali, si fece un poco di chiasso, e il Crispi ebbe tempo di fuggire. In cambio andarono ad arrestare l'ex-ministro garibaldino, l'ostetrico Giovanni Raffaele, il famoso inventore della Cuffia del silenzio e delle torture borboniche; lo legarono fraternamente, e liberamente da veri rigeneratori, l'imbarcarono di notte tempo, e lo bandirono dalla Sicilia sua terra natale.
In Palermo, in Messina, in Catania, ed in altre grosse città e paesi si faceano dimostrazioni con grida di abbasso i governanti. La sicurezza pubblica andava di male in peggio; si perpetravano furti, arsioni, omicidii alla luce del giorno come se fossero affari in regola, e secondo la morale cittadina.
I ministri, ossia consiglieri della Luogotenenza, non potendosi sostenere contro tanta opposizione e violenza si dimisero; e ilTorrearsa ebbe l'incarico di formare un nuovo ministero, o sia consiglio di Luogotenenza che lo formò di Siciliani. Egli scelse le finanze, Amari fu destinato all'interno, Orlando alla giustizia, Santelia a' lavori pubblici, e Turrisi al commercio. Da Torino si provvedeva agli altri rami ministeriali, anche per Napoli. Il sempre disgraziato La Farina, lasciò Palermo per la seconda volta, e si ritirò in Messina sua patria.


(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).

sabato 4 agosto 2012

Le verità sulle vicende "Risorgimentali" nel Regno delle Due Sicilie(1860-1861):(Parte 40°): I soldati napoletani nello Stato Pontificio

Soldati Napoletani


Voglio ricordare che tale documento e stato scritto da un testimone dei fatti,quindi data la preziosa importanza del testo ne consiglio un attenta lettura.




La notte del 4 novembre, Persano molestò i borbonici accampati sotto Gaeta: profittando del buio della notte si mettea sotto Castellone, a tremila e cinquecento metri di distanza, e facea trar cannonate, che recavano lievi danni.
Dal mattino del 5 novembre, il generale Cialdini cominciò a mandar messi per indurre i Borbonici a capitolare e cedergli Gaeta. Sulle prime ebbe negativa assoluta, ma come dirò tra non guari, si discusse se fosse stato utile di far capitolare soltanto le truppe accampate in Montesecco.
Il tenentegenerale Casella, ministro della guerra, era allarmato per tanti soldati fuori Gaeta, i quali viveano con le provviste della Piazza; e quindi venne nella determinazione di dare il congedo a tutti coloro che avessero voluto ritornare alle loro famiglie. I soldati furono all'uopo interrogati, e pochissimi furono quelli che dichiararono voler lasciare il servizio del Re. Questa misura però scosse la morale disciplina,
perché il soldato si convinse che il battersi non sarebbe stato più utile alla causa che difendeva.
Varii influenti e distinti uffiziali si adoperarono a risollevare lo spirito della truppa e vi riuscirono.
Il Cialdini si negò recisamente di far passare i soldati per ritornare alle loro famiglie.
Intanto il solerte generale Bertolini, capo dello Stato Maggiore, si avvalse del capitano de' Torrenteros pel collocamento di più battaglioni in avamposti. Al Torrenteros si unirono il 1° tenente Rammacca e l'alfiere Fiore dello stesso Stato Maggiore.
Lo stesso giorno 5, il Re chiamò dentro Gaeta tutti i capi di corpo; ed appena costoro si erano riuniti in una sala del Palazzo reale, corse voce che i Piemontesi si avanzassero contro Gaeta. Tutti si affrettarono a raggiungere i loro soldati; e il generale in capo Salzano corse pure col suo Stato Maggiore per dare gli ordini opportuni.
I piemontesi però non si erano mossi da Mola. Dallo stesso Salzano fu incontra to un parlamentare piemontese, il quale gli domandò, a nome di Cialdini, se fosse vero che i Borbonici volessero capitolare; nel caso affermativo, dicea, avrebbero con dizioni vantaggiose, invece se fossero stati costretti a rendersi, Cialdini non avrebbe accettato alcun patto. Salzano si mostrò sorpreso a questa domanda che si accompagnava con una minaccia; purtuttavia scrisse a Cialdini, e gli disse che gli abbisognavano 24 ore di tempo per valutare le sue forze ed i suoi mezzi, ma che non avea alcun potere sopra Gaeta.
Siccome il ministro della guerra insisteva sempre di liberare la Piazza da tante bocche, le quali consumavano le provviste bisognevoli pel futuro assedio, si pensò di far capitolare le sole truppe che si trovavano fuori Gaeta.
II6 novembre, un altro messo arrecò un'altra lettera del generale Fanti, il quale scriveva in qualità di capo dello Stato Maggiore del Re, V. Emmanuele. Quella lettera era diretta a Salzano, e lo avvertiva che il generale de Sonnaz si sarebbe recato a Montesecco per trattare la capitolazione secondo le basi dichiarate dal generale Cialdini. I generali belligeranti si riunirono conducendo secoloro alcuni individui del rispettivo Stato Maggiore, ma nulla conchiusero.
I Piemontesi pretendeano una capitolazione generale inclusa Gaeta; i Napoletani voleano capitolare, come ho detto, per que' soldati solamente che si trovassero in Montesecco. Fa maraviglia come i Piemontesi avesse potuto mandare de Sonnaz per trattare della capitolazione, dopo tutte quelle imprudenze che avea commesse in Terracina!
Ad onta del desiderio del ministro Casella e delle sue giuste osservazioni, i battaglioni fuori la Piazza rimasero al servizio del Re: Salzano fece conoscere a quel ministro la convenienza di ordinare che tutti i soldati entrassero in Gaeta. La proposta di Salzano non ebbe momentaneo effetto.
Casella persisteva a voler dare i congedi a' soldati, ad onta che fosse a di lui conoscenza che i Piemontesi non avrebbero fatto passare alcun congedato, perché era nel loro interesse affamare Gaeta.
Divenuta necessità che la truppa di Montesecco dovesse rimanere al servizio del Re, fu divisa provvisoriamente nel seguente modo. Al Borgo fu destinato il 15° cacciatori comandato dal colonnello Pianelli; a' Cappuccini e sul colle Lombone il 14° e il 3°; quattro compagnie leggiere svizzere, comandate dal capitano Hess, giunte la notte precedente passate quasi in mezzo a' nemici, essendo state tagliate fuori, furono destinate a Torre Viola. Il 4° fu destinato al Camposanto all'altura di colle Atratina. Il 2°, 7°, 8°, 9° e 10°, erano accampati sul piano di Montesecco. I cacciatori a cavallo erano divisi in diversi luoghi, e la maggior parte sperperati nel Borgo. Comandava queste truppe il brigadiere di cavalleria Sanchez de Luna. Le batterie n°11, e 13 entrarono in Gaeta: nel campo rimasero quattro cannoni della batteria n°10, collocandoli due sul colle de' Cappuccini e due nel Borgo.
Tutti i capi di corpo fecero sentire al Generale in capo, che non poteano guarentire se i soldati si fossero battuti come per lo innanzi, perché, in ragione del promesso e poi negato congedo, perduta essi aveano la fiducia della possibile vittoria.
I Piemontesi, con un cannone di grosso calibro rigato, dalla cappella Conca, trae vano colpi contro la truppa accampata in Montesecco. La Piazza non rispose, perchè i proiettili de' suoi cannoni non giungeano sino alla batteria nemica.
Spesso la notte, qualche nave sarda senza fanali si avvicinava al nostro campo per trarre de' colpi contro i soldati, e poi fuggiva a tutta macchina. Più di una volta la truppa fu obbligata a riparare su gli spalti della Piazza, e non pochi soldati sotto il cammino coperto. Però tutta quella inutile pompa di cannonate per parte del nemico, altro danno non arrecava che qualche soldato morto e pochi feriti. Un soldato fu ucciso perché ebbe l'ardire gittarsi su di una granata pronta a scoppiare per ismorzarne la miccia accesa.
Era stato destinato al comando del 14° cacciatori il maggiore Celio; costui trovandosi ammalato, avealo surrogato il capitano aiutante maggiore Antonini, il quale difendeva la posizione interessante di colle Lombone. Nelle ore vespertine dell'11 novembre, molti battaglioni sardi assalirono i Napoletani, e fecero tutti gli sforzi possibili per impadronirsi delle posizioni occupate da costoro; furono però respinti con perdite sensibilissime.
Verso sera il 14° cacciatori ebbe l'ordine di abbandonare la posizione di colle Lombone e scendere a Montesecco. L'aiutante maggiore Antonini benchè facesse delle osservazioni, come militare ubbidì senza aspettare che andasse altro Battaglione a surrogarlo. Rimasta abbandonata quella interessante posizione, che dominava le altre occupate da' Napoletani, i Piemontesi corsero ad impossessarsene.
Ne seguì un combattimento che ebbe tregua per l'ora già tarda, e fu differito per la dimani onde riprendere quella importante posizione.
Il Re, sempre tradito nelle informazioni, quando seppe la perdita di colle Lombone, destituì Antonini e il Capo dello Stato Maggiore Bertolini; informato meglio della condotta di costoro, clementemente annullò le destituzioni.
Quello stesso giorno 11, il generale in capo Salzano, scrisse al ministro della guerra e si dichiarò ammalato;
dichiarò pure che i generali Meckel, Barbalonga e Polizzy erano ugualmente infermi. Il Comando in capo di tutte le forze fuori Gaeta fu dato al brigadiere Sanchez de Luna, creando capo dello Stato Maggiore il maggiore Migy: tutti gli altri uffiziali di Stato Maggiore e di grado superiore erano stati chiamati dentro Gaeta.
Igenerali Colonna e Barbalonga erano corrucciati perché il ministro della guerra non volle farli entrare nella Piazza co' loro dipendenti, mentre la guardia reale, mal grado la condotta serbata il 1° ottobre, diceano essi, godea tanto favore.
Il ministro della guerra era anche corrucciato contro que' due generali, Colonna e Barbalonga, perché costoro si negarono ad eseguire il progettato diversivo negli Abruzzi, e che contro la volontà del ministero aveano condotte le loro brigate sotto Gaeta. Si asserisce che Colonna e Barbalonga, non avendo ottenuto di entrare nella Piazza, prorompessero in poco misurate parole presenti i soldati. Il certo si è che que' due Generali, che in tutta la campagna si erano ben condotti, vollero essere sciolti da' vincoli militari, ed avendolo ottenuto, abbandonarono il campo e ritornarono alle loro case.
Il Re, dolente della perdita dell'interessante posizione di colle Lombone, la sera dell'11 fece chiamare dentro Gaeta il distinto Capitano, sig. Sinibaldo Orlando, comandante la 3a compagnia del 14° Battaglione Cacciatori, e gli diede l'incarico di riprendere quel Colle. Nello stesso tempo chiamò anche il de Torrenteros, che situati avea gli avamposti, onde spiegato avesse i punti più interessanti e dimostrato i più lontani. Il Re lasciato avea in Napoli ogni cosa, e non avea seco una carta geografica di Gaeta ed adiacenza; avea però una copia in fotografia. Osservò con accorgimento ogni particolarità, e nell'imporre al de Torrenteros quell'attacco, gli ordinò specialmente recarsi a Torre Viola, estrema sinistra verso Terracina, ov'era il Capitano Hess comandante le quattro compagnie svizzere, e nel bisogno, disporre che ripiegassero sotto la protezione della Piazza. In breve dirò della bravura e della fine di quelle quattro compagnie e della morte del loro comandante.
Il Capitano Sinibaldo Orlando dopo di aver tutto disposto per riprendere la posizione lasciata dall'aiutante maggiore Antonini, pregò costui di far parte dell'attacco onde nominarlo tra i distinti, e così farlo reintegrare dal Re nel grado perduto. Antonini giudicando arrischiata e difficile la ripresa di colle Lombone volle andarsene sotto la Piazza in Montesecco.
Il Capitano Orlando alla testa della metà del 14° cacciatori, assalì con uno slancio ammirevole i Piemontesi sul colle Lombone, e dopo un sanguinoso combattimento, la mattina del 12, s'impossessò nuovamente di quella importante posizione, mettendo in fuga i nemici, e facendo 15 prigionieri piemontesi.
Quel Capitano in premio di tanto valore fu ringraziato dal Re e fatto Maggiore.
Si distinsero più di tutti in quell'attacco il Capitano Maresca che assalì i nemici senza esitare, ed i cacciatori Pitocco, Fagnano e Brandolino. Furono decorati 8 uffiziali e 600 soldati.
È troppo tristo rammentare che le reliquie di un prode e tradito esercito, nel giorno
che questo dovea per l'ultima volta difendersi in pieno campo e combattere a solo scopo di salvar l'onor della bandiera, e cogliere gli ultimi allori contro un nemico potente e fortunato, non si trovassero più duci, ma pochi giovani uffiziali; mente in quell'avanzo di prodi, l'Europa potè ammirare parecchi generosi che provarono mille volte il valor loro, e l'invalutabile loro attaccamento al giovin Re!
Ed osservate la solita contradizione de' rivoluzionarii. Costoro dissero tanto male contro que' valorosi che furono prodighi del loro sangue per difendere l'onore della armi napoletane, appellandoli co' più volgari ed odiosi nomi; quando però fece capolino il municipalismo tra gli stessi rivoluzionarii napoletani e piemontesi, quelli per abbassare la burbanza di questi, ricorsero a mettere innanzi i nomi de' loro compatriotti che gloriosamente aveano combattuto contro i Piemontesi, e che essi l'aveano dichiarati satelliti della tirannide e nemici della patria.
In effetti nel giornale Roma del 3 giugno 1868 leggo le seguenti parole nell'Appendice col titolo Italina, memorie postume di una giovanetta: «Restarono di gloria al vecchio esercito oltre i fatti interni di Gaeta: 1° lo spontaneo movimento pel quale i soldati, mal guidati dai generali, si raggranellarono dietro il Volturno, laceri ed affamati, ma pur chiedendo armi per combattere; 2°, il 26 ottobre, quanto l'avanguardia piemontese fu sopra la retroguardia dei napoletani, e questi la respinsero con gagliardia. Il 29 ottobre quando l'oste sabauda tentò il passaggio del Garigliano, e fu costretta con gravi perdite a ritirarsi; il 12 novembre, quando la stessa oste tentò prendere gli avamposti innanzi Gaeta, dal maggiore Sinibaldo Orlando fu ricacciata indietro valorosamente.»Intanto il governo riparatore, neppure volle riconoscere il grado di maggiore ad Orlando, ed altri gradi ad altri che acquistato aveano gloriosamente!
Il colonnello Enrico Pianelli, fratello del generale ministro della guerra, di avamposto all'estremità del Borgo, dopo di essersi recato nel campo piemontese col permesso dei suoi superiori per ottenere un passaggio, vi si era poi recato di nascosto; e la mattina del 12 novembre trovavasi in un caffè del suddetto Borgo assieme ad alcuni uffiziali piemontesi. Quel giorno dovea esservi tregua, perché si facea lo scambio de' prigionieri. L'oste sarda alle 9 del mattino assalì proditoriamente le posizioni occupate da' napoletani, facendo impeto contro il centro e contro la sinistra. Il Sanchez, che, come ho detto, comandava la truppa fuori Gaeta, corse con le forze che avea in Montesecco. Già il 4° cacciatori era alle mani col nemico, e soccorso dal 2° della stessa arma, gagliardamente lottava contro i nemici di gran lunga superiori in numero.
Pianelli, profittando della circostanza, ordinò che il 15° cacciatori, da lui comandato, scendesse dalle alture; lo schierò in battaglia col fronte al mare e col fianco sinistro al nemico, sicchè costui potè accerchiarlo. Pianelli, dopo di aver confabulato con un duce piemontese, dichiarò a' suoi dipendenti che deponessero le armi per compagnia, essendo già prigionieri di guerra. Soli otto uffiziali e 78 soldati, che si trovavano alla diritta, si salvarono dal tradimento del proprio comandante, fuggendo verso Gaeta.
Il tradimento del colonnello Enrico Pianelli arrecò maraviglia e tristezza; costui si era ben distinto in tutta la campagna militare del Volturno, e gli furono prodigati più volte meritati elogi de' superiori: volle suggellare la sua vita militare con la più turpe perfidia, e col più vile tradimento alla propria bandiera. Egli però nulla ottenne da' novelli padroni! Di lui potrebbe dirsi: un mal finir la vita disonora!Dopo il turpe tradimento di Pianelli, il campo napoletano rimase scoperto dalla parte occupata dal 15° cacciatori; quindi i Piemontesi facilmente assalirono il 3° Battaglione cacciatori sul colle de' Cappuccini; e questo non potendo far fronte a forze di gran lunga maggiori, ripiegò combattendo verso Montesecco. Sanchez ordinò di riprendersi la posizione del colle de' Cappuccini, e quel Battaglione ubbidì riprendendola con grandi sacrifizii, ove si mantenne fermo fino che non fu nuovamente oppresso dalla gran piena de' nemici; e sebbene accerchiato da per ogni dove, si aprì un varco con la forza, e si ritirò sotto la protezione della Piazza. Solamente tre compagnie, comandate dal maggiore Santacroce, retrocessero e vollero darsi prigioniere!
A Torre Viola, gli svizzeri combattevano con un accanimento eroico contro tre Battaglioni Piemontesi, ed arrecavano a costoro serii danni: ma erano decimati dalla fucileria nemica e dalla mitraglia. La mancanza dell'artiglieria borbonica, che il generale Rodrigo Afan de Rivera non volle mandare al Capitano Hess, contribuì ad un eccidio veramente crudele. Era una disgrazia! Non pochi de' Generali napoletani doveano sempre contribuire ad agevolare i nemici, ed i loro ordini essere sempre fatali a' Borbonici.
In quel massacro fu ucciso tra gli altri il prode Capitano Hess comandante di quelle quattro compagnie svizzere: soltanto 130 soldati ed un uffiziale si sottrassero alla morte ed alla prigionia. E quando la sera stessa di quell'azione guerresca, il Re chiese conto al de Torrenteros che diretto avea la difesa di Torre Viola delle quattro compagnie svizzere, costui additando i 130 individui di truppa e l'uffiziale, già in riga al largo Conca di Gaeta, ecco, gli disse, o Sire, me compreso, gli avanzi di quelle massacrate compagnie....!Il 4° e il 14° cacciatori, aiutati dal 10° e da quattro compagnie del 2° tennero fermo contro il nemico, ad onta dell'inferiorità del numero. Il 7° 8° e 9° Cacciatori combatteano dalla parte del Camposanto.
Quel giorno i Napoletani fecero sublimi sacrifizi di vero patriottismo e di bravura: ma rimasero sepolti nell'obblio, dapoichè combatteano una guerra infelice, e lottavano a solo scopo di salvar l'onor militare e quello della bandiera napoletana. Molti e molti che erano nati sotto il bel cielo delle due Sicilie, da veri Caini, deridevano e maledicevano que' generosi ed onorati figli della patria comune!
Il combattimento del 12 novembre durò circa 9 ore, i soldati napoletani erano stanchi e digiuni, e non aveano rinforzi, né attendeano alcun soccorso; mentre il nemico si presentava sempre fresco a battagliare su quel suolo difficile, e ripigliava la lotta con più vigore. Il generale Sanchez, avendo calcolato le circostanze de' suoi dipendenti e quelle de' nemici, prese gli ordini del Sovrano, e fece battere la ritirata di tutti i battaglioni che si trovavano alle mani col nemico.
I Piemontesi rimasero ne' loro posti, e non inseguirono i Napoletani che si ritiravano in bell'ordine.
Nella giornata del 12 novembre, i Borboni soffrirono molte perdite. Morirono tre uffiziali e settantuno soldati; de' primi ne furono feriti sette, de' secondi trentasei. I traditi o prigionieri furono 1020, cioè 34 uffiziali e 986 soldati.
La sera il re ordinò che i Battaglioni che si trovavano fuori Gaeta, entrassero tutti nella Piazza; e tutta quella guarnigione sommò a 19700 soldati, 1770 uffiziali, e 1080 tra muli e cavalli dell'esercito. Il giorno 13 novembre cominciò l'assedio di Gaeta.
La sera del 12 novembre, una pattuglia Napoletana arrestò nel Borgo un aiutante del 15° Cacciatori assieme ad un soldato piemontese che l'accompagnava. Sulla persona dell'aiutante fu trovata una lettera del colonnello Enrico Pianelli diretta al tenente-colonnello Antonino Nunziante, comandante l'8° Cacciatori. Il Pianelli consigliava Nunziante a disertare al nemico col Battaglione che comandava. Di questa lettera, in altri tempi ed in altre circostanze, forse non se ne sarebbe tenuto conto; conciosiachè chi può impedire ad un disertore e traditore di scrivere dal campo nemico simili lettere? L'infamia deve cader sempre sull'autore di lettere siffatte, e non già su colui al quale sono dirette. Nonpertanto, ad onta che il tenente-colonnello Antonino Nunziante si era mostrato fedele e prode in tutta la campagna, essendo fratello del famigerato Alessandro, fu sottoposto ad un consiglio di guerra, dal quale naturalmente risultò innocente. Non occorrerebbe difendere più oltre la conosciuta lealtà del tenente-colonnello Antonino Nunziante; ma mi piace accennare un fatto che nessuno scrittore ha fin'ora menzionato, per dimostrare che ove possa far meglio rilucere la verità a difesa di un innocente lo faccio volentieri e con sommo piacere. Il Nunziante perché ammalato, con regolare permesso, avea lasciato il Battaglione di suo comando all'aiutante maggiore più antico, e sin dal mattino del giorno 12 era entrato in Gaeta per curare la sua salute, e si trovava in casa del suo amico Tanchi. Se altre mancassero, questa sola ragione sarebbe stata bastante per far conoscere ch'egli non aspettava quella lettera, e che nessuno accordo vi fosse tra lui e Pianelli. Erano quelli tempi eccezionali, ed un soverchio zelo dava sovente l'opportunità a sviste e disposizioni censurabili.
Nunziante uscì dalla Piazza perché non gli si volle ridonare il comando dell'8° Cacciatori, essendo di massima che tutti coloro i quali subivano consigli di guerra, anche assoluti, non più aveano comandi di corpi.

(Estratto dal libro di Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta).