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domenica 20 settembre 2015

Eroi del legittimismo: I caduti papalini del 20 settembre 1870


*

Prima della resa imposta da Pio IX, il 20 settembre 1870, durante la difesa di Roma, i pontifici recarono numerose perdite all’esercito invasore: tra gli ufficiali 4 morti e 9 feriti, tra la truppa 45 morti e 132 feriti.
I papalini, invece, registrarono 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco ...l’elenco dei caduti secondo il Vigevano (altri autori, come Keyes O’Clery, riportano un numero minore di caduti, perché non calcolano alcuni decessi avvenuti negli ospedali dopo il 20 settembre) :

 Zuavi:
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.


 Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.


 Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.


 Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.


 (*l'immagine si riferisce ai volontari canadesi che si arruolarono nel corpo degli zuavi)

Fonte: Giuseppe Federici

giovedì 17 settembre 2015

[AUDIO] Pio VI Braschi: Papa martirizzato dalla Rivoluzione Francese

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Eccovi in anteprima la registrazione della 349° conferenza
di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore:
parla Kevin Chan (con la collaborazione di Piergiorgio Seveso)
La conferenza è stata tenuta il 1 settembre 2015
Buon Ascolto!

sabato 12 settembre 2015

EVENTO CONSIGLIATO: 20 settembre 2015, Viva il Papa Re!


Viva il Papa Re!

 Roma, domenica 20 settembre 2015, 145° anniversario della breccia di Porta Pia:

 - ore 11,00 S. Messa di suffragio per le anime dei soldati pontifici all’oratorio “San Gregorio VII” di Roma, in Via Pietro della Valle 13/b (quartiere Prati);

- ore 12.30 pranzo presso una trattoria nelle vicinanze dell’oratorio;


- ore 14.30 appuntamento all’ingresso del cimitero monumentale del Verano;


- ore 15.00 partenza al monumento in onore dei caduti pontifici, fatto erigere dal Papa Re Pio IX, con la recita del S. Rosario, la deposizione di una corona ai piedi del monumento e il canto dell’inno pontificio “Roma Immortale”; seguirà la visita alla tomba del gen. Hermann Kanzler, alla tomba di Madame de Charette, moglie del comandante degli Zuavi Athanase de Charette, e alle tombe di alcuni Zuavi.


 - ore 16.00 visita alla tomba di Pio IX nella basilica di San Lorenzo al Verano.
Chi desidera fermarsi a pranzo è pregato di avvisare entro sabato 19 settembre, per riservare i posti, telefonando al 347.6003018 (Giorgio).


http://federiciblog.altervista.org

mercoledì 26 agosto 2015

[GLORIE DEL CARDINALATO] S.E.R Cardinal Gil Albornoz

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S.E.R. Cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz (1310-1367)
 
Ricordiamo su questo nostro blog questa fulgente figura di cardinale di spada. Arcivescovo di Toledo nel 1338, dovette lasciare la Castiglia per contrasti con la Corona. Papa Clemente VI lo creò cardinale in Avignone il 17 dicembre 1350. Papa Innocenzo VI lo inviò nelle terre italiche come suo vicario generale e plenipotenziario militare per il ristabilimento del potere pontificio nello Stato della Chiesa. In una serie di campagne militari sconfisse gran parte dei potentati nobiliari che usurpavano l’autorità pontificia, riportando tutto il territorio di San Pietro sotto il potere delle Chiavi (ad eccezione di Bologna), dando anche un nuovo assetto legislativo ai territori riconquistati con le “Constituzioni egidiane” e creando un nuovo sistema di fortificazioni lungo tutto il territorio del recuperato Patrimonium Petri.
Tornato da trionfatore ad Avignone e salutato come “Pater Ecclesiae”, durante il conclave del 1362 gli fu offerto il Papato che però rifiutò. Durante il pontificato di Urbano V combattè a lungo contro Bernabò Visconti. Nel 1367 papa Urbano V poteva ritornare a Roma. L’Albornoz, benemerito della Santa Sede, moriva a Viterbo il 24 agosto 1367.
 
a cura di Piergiorgio Seveso (Fonte: http://radiospada.org/)

lunedì 24 agosto 2015

Eroi del legittimismo: Barone Victor de Vigier de Mirabal

 
Il Barone Victor de Vigier de Mirabal
Arruolatosi ad appena 16 anni, volontario, nei Tiratori Franco-belgi, viene ferito leggermente durante la battaglia di Castelfidardo; si trova al fianco del generale Pimodan, ormai morente, cui porge la sua borraccia e si offre di portarlo al riparo.
Catturato dai Piemontesi viene rimpatriato, ma rimane in Francia solo un mese; è ansioso di tornare a Roma per unirsi agli Zuavi Pontifici. Nel 1867 comanda la 1a compagnia degli Zuavi Pontifici nella battaglia di Bagnorea; durante le prime fasi della battaglia contro le posizioni garibaldine su Poggio Scio viene ferito al braccio sinistro.
E' proprio il de Mirabal a guidare l'attacco decisivo contro gli ultimi garibaldini asserragliatisi nel convento di San Francesco da dove fanno fuoco sugli zuavi dalle finestre della torre.
Il de Mirabal, un vero colosso, abbatte la porta a colpi d'ascia e irrompe nel convento alla testa dei suoi uomini catturando diversi garibaldini, mentre altri si danno alla fuga gettandosi dalle finestre.

In seguito:

 Si arruola nei Volontari dell'Ovest il 15/10/1870;
dopo la guerra Franco-prussiana entra nella Legione Straniera;
campagna d'Algeria;
distaccato presso i Fucilieri Tonchinesi partecipa alla guerra Franco-cinese nel Tonchino dove venne ferito;
cavaliere dell'Ordine di Pio IX, cavaliere della Legion d'Honneur, medaglie Pro Petri Sede, Fidei et Virtuti e del Tonchino;
muore a Parigi nel 1888.


Fonte: In ricordo del Reggimento degli Zuavi Pontifici

giovedì 23 luglio 2015

PIO IX AGLI ITALIANI: NON FATE L’ITALIA UNITA !

di PIO IX

PIO IX 1848


3575cb2b91Qui non possiamo astenerci dal ripudiare al cospetto di tutte le genti i subdoli consigli, palesati eziandio per giornali e per vari opuscoli, da coloro i quali vorrebbero che il Pontefice romano fosse capo e presiedesse a costituire una simile nuova Repubblica degli universi popoli d’Italia. Anzi in quest’occasione ammoniamo e confortiamo gli stessi popoli d’ Italia, mossi a ciò dall’amore che loro portiamo, che si guardino attentamente da siffatti astuti consigli e perniciosi alla stessa Italia, e di restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro.
“Qualora altrimenti lo facessero, non solo verrebbero meno del proprio debito, ma anche avrebbero pericolo che la medesima Italia non si scindesse ogni giorno di più in maggiori discordie ed intestine fazioni….

Parole sante, Santità! ti avessimo dato retta…


Fonte: https://venetostoria.wordpress.com/

domenica 31 maggio 2015

30 maggio 1799: liberazione della città e del contado di Rimini dall'occupazione giacobina



30 maggio 1799: gli insorgenti antigiacobini guidati da Giuseppe Federici liberarono la città e il contado di Rimini dall'occupazione giacobina.

L'Epitaffio della Repubblica Cisalpina



Qui giace una Repubblica,
Già detta Cisalpina,
di cui non fu la simile
Dal Messico alla China.
I Ladri la fondarono,
I Pazzi l'esaltarono,
I saggi l'esecrarono,
I Forti l'ammazzarono;
In questo sol mirabile
Carogna non più udita,
Che non puzzò cadavere
Ed appestava in vita.

(Biblioteca Gambalunga di Rimini, Raccolta Bandi Zanotti).



Fonte: Giuseppe Federici

Inno anti-giacobino nella Romagna Pontificia




Inno contrapposto al patriottico in segno di allegrezza per l'abbattuta demagogia


Or che abbattuto è l'albero
infame empio infernale
origine fatale di tanta iniquità
Splendan sereni ed illari
i giorni in questo lido
alziam un lieto grido
chiediamo al ciel pietà.
Viva l'impero vivano
le vincitrici schiere
veggio d'arte e bandiere
l'aria folgoreggiava.
Bello è il sentir d'ogni angolo
in si bel dì giocondo
di Francesco secondo
il nome risonar.
L'indegno democratico
non osa alzar la testa
se no per lui la festa
tragica si farà.
Fugga l'audace incredulo
dalle falangi al lampo
e cerchi asilo e scampo
in mezzo all'empietà.
O schiatta giacobina
dove t'asconde e celi
vendetta il mondo e il cielo
gridan contro di te.
Già nell'Italia tornano
i bei giorni felici
l'aquile vincitrici
già qui ferman il piè.
Non più del tempio vegonsi
ministri vilipesi
i sacri altari illesi
or son dall'empietà.
Al tacito cenobio
il monaco ritorni
a respirar suoi giorni
in santa carità.
La verginella profuga
timida mal sicura
alle sacrali mura
al pié rivolga e il cuor.
Tra le paterne braccia
canto del suo periglio
il più prodigo figlio
piange il passato error.



(Biblioteca Gambalunga di Rimini, “Giornale di Rimino” di M. Zanotti).


Fonte: Giuseppe Federici

sabato 9 maggio 2015

Oculatezza zuava, lungimiranza pliniana

Mentana, 3 novembre 1867
Garibaldi è sconfitto dagli zuavi, fedeli al Papa Pio IX

Chi ha dimestichezza con la corrente di pensiero che viene genericamente definita controrivoluzionaria non mancherà di conoscere autori del XX secolo (...).Difficilmente invece sarà conosciuta l’opera di una penna minore la quale, però, sembra aver in buona parte anticipato una delle tematiche ampiamente trattate daPlinio Corrêa de Oliveira (ossia colui che può venir considerato il maître àpenser di questo filone storico, culturale e politico): la genesi del processo rivoluzionario.


Si tratta dell’irlandese Patrick Keyes O’Clery (*), autore che scrisse e pubblicò nell’800 due importanti saggi sugli avvenimenti che sconvolsero la pensiola italiana: The Revolution of the Barricades (1875) e The Making of Italy (ambedue riguardanti il controverso Risorgimento e pubblicati in Italia dalla casa editrice Arescon il titolo di La Rivoluzione Italiana – come fu fatta l’unità della nazione) e che trattò, nel primo dei due saggi citati, il problema rivoluzionario con una impostazione che sembrerebbe essere analoga a quella usata dal de Oliveira, quasi un secolo dopo, nel suo celebre "Rivoluzione e Contro-Rivoluzione".

Uno zuavo pontificio

Riporto ora il passaggio che tratta di questa tematica, ritenendo che possa tornare utile a coloro ai quali interessano le dinamiche storico-sociali (ma non solo) dello sviluppo di ciò che viene definito Rivoluzione con la R maiuscola:

"C’è un errore nel quale sono caduti in molti, ed è quello di considerare la Rivoluzione [francese] come il frutto di idee divulgate per la prima volta dai cosiddetti  philosophes del diciottesimo secolo. […]

La Rivoluzione del diciottesimo secolo fu solo un’altra offensiva di quello spirito di disordine che esiste in ogni umano consesso, e il cui operare possiamo far risalire fino al Medioevo. Non c’era nulla di nuovo nei principi di Rousseau e Voltaire. Essi erano stati enunciati, forse in un linguaggio meno preciso e forbito, centinaia di anni prima che questi grandi leaders o philosophes fossero nati. Gli ussiti in Germania nel quindicesimo secolo e gli anabattisti più tardi, gli albigesi in Francia, i lollardi in Inghilterra, predicavano la stessa dottrina che fu udita a Parigi durante il regno del Terrore giacobino. Le spade dell’Europa cristiana furono sguainate contro gli albigesi non tanto per la loro eresia, quanto perché erano nemici dell’ordine e della società; cercavano di distruggere la famiglia e abolirela santità del matrimonio. In tempi più recenti, le stesse orribili dottrine sono state apertamente sostenute dagli apostoli più estremisti della Rivoluzione inglese. In Inghilterra gli agitatori lollardi facevano uso di espressioni che potrebbero essere facilmente scambiate per quelle degli agitatori di piazza parigini. “Miei buoni amici”, disse John Ball, “le cose non possono andare bene in Inghilterra, e non lo potranno mai fino a che tutto non sia messo in comunenon ci siano più né vassalli né signori, e ogni differenza non sia stata livellata”.

Anche nelle sue manifestazioni esteriori, la Rivoluzione fu, grosso modo, una ripetizione di quello che era accaduto più e più volte nei tempi precedenti. L’incendio di castelli e l’assassinio dei signori feudali avvenuto durante la Rivoluzione francese furono una riedizione delle jacqueries del Trecento. Persino i tumulti di Parigi di quel periodo, quando il popolo, vestendo il rosso e il blu, simbolo della città, insorse in armi e infilzò a colpi di picca o annegò i nobili e le loro mogli, hanno un impressionante somiglianza con le insurrezioni giacobine, quando i picchieri, che portavano la coccarda tricolore, manifestavano il loro amore per Libertè, Egalité e Fraternité impiccando gli sventurati aristocratici à la lanterne o massacrandoli nei cortili delle prigioni. Ogni attacco dei philosophes agli Ordini religiosi era già stato anticipato da Wycliffe, da Lutero e da altri ancora. Persino le organizzazioni più segrete che facevano propaganda rivoluzionaria esistevano da secoli.

È stato asserito anche che la Rivoluzione fu opera della gran parte del popolo francese, unito in una rivolta spontanea contro una tirannia feudale, che sarebbe stata inevitabile anche se Voltaire e i suoi seguaci non si fossero mai occupati di politica e le società segrete non fossero mai state organizzate. Gli scrittori che continuano a sostenere tale opinione, o non hanno una reale conoscenza della genesi dell’azione politica, o chiudono volentieri entrambi gli occhi su quello che accade davanti a loro ogni giorno. Il poeta e il romanziere possono narrare di spontanee e simultanee insurrezioni di un popolo intero, ma coloro che hanno studiato gli eventi del nostro tempo sanno che tali sommovimenti di massa non ci sono mai stati oggi, e, probabilmente, non ci sono stati mai. Del resto sarebbe strano se fosse altrimenti, poiché gran parte del popolo è composta da persone che non possiedono alcuna iniziativa personale. Esse potranno obbedire solo a un forte stimolo (per esempio il timore di un disastro), in mancanza del quale si faranno guidare da altri uomini, lasciando che questi pensino al posto loro e diano forma al loro credo politico. È questo che rende il suffragio universale un’impostura laddove esso è praticato. Le rivoluzioni e così le reazioni non sono il lavoro delle masse, ma solo di pochi uomini abbastanza audaci da cercare il supporto delle masse stesse e abbastanza forti da assicurarselo e mantenerlo. Il popolo non si è mai mosso spontaneamente e non lo farà mai, eccetto quando sia spinto a ciò da qualche causa esterna". (La Rivoluzione Italiana pp. 46 – 48; Patrick Keyes O’Clery; Edizioni Ares)

Federico Sesia
(dal sito Il talebano, titolo originale "Rivoluzionari: pochi, ricchi e nemmeno originali" - I grassetti sono nostri)

Compagnia degli zuavi papali


(*) Cenni storici

Patrick Keyes O'Clery (1849-1913), emigrato dall'Irlanda, si arruolò giovanissimo come zuavo ponti­ficio e in questa veste partecipò alla battaglia di Mentana dell'ottobre-novembre 1867. Dopo una breve parentesi in America, nel 1870 era di nuovo nell'esercito pontificio e si trovò cosi a combattere, in prima persona, in difesa del potere temporale del Papa, rimanendone peraltro dedicato per tutta la vita.
Rientrato in Irlanda, si impegnò nella vita politica e nel 1874 venne eletto depu­tato nel Collegio di Wexford. Nel 1875 usci il suo primo libro, The History oj the Italian RevolutionThe Revolution of the Barricades (1796-1849), nel quale le vicende della storia italiana erano strettamente identificate con quelle del papato. Conseguenze politiche imme­diate di questa posizione furono la difesa a oltranza dello Stato pontificio e la serrata polemica contro il Parlamento inglese ritenuto il maggior responsabile della soluzione unitaria italiana.
Ritiratosi dalla politica attiva O'Clery si dedicò alla professione di avvocato e nel 1892 pubblicò a Londra The Making of Italy che fu tradotto in italiano e pubblicato a Roma nel 1893 con il titolo La formazione dell'Italia e quindi, nel 1897, con il titoloCome fu fatta l'Italia. Una terza traduzione, Risorgimento controluce - La questione italiana vista da uno zuavo di Pio IX, introduzione di Giuseppe De Cesare, apparve nel 1965 ad opera del Centro Editoriale Romano.
Un'opera quindi che ha conosciuto una consi­derevole fortuna e che meritò all'Autore il titolo di conte di Roma conferitogli da Leone XIII nel 1903. Scopo dichiarato dell'A. era quello di narrare gli avvenimenti italiani, dal Congresso di Parigi alla conquista di Roma, in maniera chiara e veritiera. Ovviamente il problema dell'unificazione italiano era lucidamente inquadrato nell'ottica del rapporto Chiesa-Stato e cioè del più vasto conflitto tra i sostenitori del potere temporale, ai quali O'Clery decisamente appartiene, e gli avversari liberal-rivoluzionari.
Se l'alleanza tra Cavour e Napoleone aveva costituito la base del processo uni­tario, questo si era sviluppato con l'apporto dei moti insurrezionali dell'Italia centrale e della campagna garibaldina in Sicilia. Sulle condizioni dell'Italia meridionale e sul sistema amministrativo borbonico la verità era stata, a giudizio dello zuavo irlandese, volutamente falsata dalla Camera piemontese, dal Parlamento di Westminster e dalla stampa piemontese, francese e inglese. Numerose testimonianze, peraltro "fedelmente ripor­tate, dimostravano l'infondatezza della conclamata miseria del Regno di Napoli prima della Rivoluzione del 1860". Le mancate insurrezioni nel meridione finivano indirettamente per confermare le teorie dell'A. che nelle difficoltà economico-finanziarie del nuovo Regno, nel brigantaggio e nella strenua lotta contro la Chiesa individuava altrettanti elementi di debolezza della nuova istituzione.
Ai documenti ufficiali e ai resoconti del Parlamento di Torino e di Westminster egli affiancò la copiosa memorialistica, la Campagne de l'Empereur Napoléon III en Italie, edita dallo Stato Maggiore dell'Esercito francese, gli scritti di Edward Hamley, di Ugo Forbes, di La Varenne, il diario dell'ammiraglio Persano e la sua corri­spondenza con Cavour e i resoconti della stampa, in particolare della Quaterly Review. Per Mentana e l'invasione dello Stato pontificio, oltre ai ricordi personali, si avvalse de l'Histoire de l'invasion des Etats Pontificaux et du Siège de Rome par l'armèe italienne en septembre 1870 di Roger de Beauffort, sottotenente degli zuavi pontifici.




Fonte: http://circolopliniocorreadeoliveira.blogspot.it/

venerdì 8 maggio 2015

Romagne Pontificie: l'insorgenza riminese della Madonna dell'Acqua (festeggiata l'8 maggio a Rimini)



"Il 7 aprile 1799 avviene la prima Insorgenza di Rimini. Come racconta il cronista Zanotti nel suo manoscritto "Giornale di Rimino", la causa della sollevazione è la negazione da parte delle autorità francesi di portare in processione la statua della S. Vergine dell'Acqua a cui il popolo riminese era particolarmente devoto, invocata in particolare nei periodi di siccità o di abbondanza di piogge. La processione si doveva tenere entro il sagrato della Chiesa e non percorrere le pubbliche vie. Al momento in cui i sacerdoti giunti al termine del chiostro si apprestavano a rientrare in chiesa, dalla grande moltitudine (le cronache parlano di circa 8.000 persone, fra cui molti contadini confluiti dal contado per la cerimonia) si levò un grido unanime: "Fuori la processione! Viva Maria!". Scrive lo storico Francesco Mario Agnoli: "...alcuni preti tentano di rifiutarsi, altri, come don Antonio Chiodini, famoso in città per le sue doti di predicatore e per il suo antigiacobinismo, si adeguano prontamente alla volontà della folla, conducendo verso la piazza la processione, che le guardie nazionali qui collocate a tal fine tentano invano di fermare. L'ufficiale comandante punta una pistola al petto del chierico che regge la croce, minacciando lui e i vicini della vita, ma, evidentemente, è passata una parola d'ordine. I contadini questa volta sono organizzati e rispondono alla minaccia impugnando i bastoni, le roncole e le mannaie celate fino a quel punto sotto i panni e precipitandosi sulle guardie, che si volgono a precipitosa fuga sicché la processione, pur abbandonata alla chetichella da molti preti, timorosi delle reazioni dell'autorità, può compiere interamente il percorso consacrato dalla tradizione".


Fonte: http://www.centrostudifederici.org/insorgenze.asp#triennio


Di Redazione A.L.T.A. 

mercoledì 11 marzo 2015

Papa Leone XII contro il vaccino? Una vecchia bufala anticlerical



Papa Leone XII
Tra le leggende anticlericali ogni tanto rispunta fuori quella contro Papa Leone XII, pontefice della Chiesa cattolica dal 1823 al 1829. Se Pio XII viene etichettato dal mondo laicista come il “Papa nazista”, Leone XII è definito il “Papa anti-vaccino”, sostenendo che si sarebbe opposto al vaccino antivaioloso divenendo responsabile della morte di migliaia di persone.
Si correda solitamente il tutto con questa citazione«Chi si lascia vaccinare cessa di essere un figlio di Dio. Il vaiolo è un castigo voluto da Dio, la vaccinazione è una sfida contro il Cielo». E’ una frase chiaramente assurda, non a caso tale citazione risulta priva di fonte bibliografia e nessun testo di Leone XII la riporta. In questo articolo è stata ricostruita la storia della falsa citazione.
Oggi sappiamo invece da fonti ufficiali dell’epoca che Papa Leone si limitò a togliere l’obbligatorietà della vaccinazione pur mantenendone il carattere gratuito. Ad esempio nella “Raccolta completa delle opere mediche” del prof. Giacomo Tommasini, direttore della Commissione dell’innesto del vaccino (vol. VII, Tipografia dell’Olmo e Tiocchi, Bologna, 1836, Appendice p. 19), documento contemporaneo ai fatti, leggiamo della circolare legatizia del 15 settembre 1824 di Papa Leone, commentata in questo modo dal prof. Tommasini a riguardo della vaccinazione antivaiolosa: «Pio VII allora regnante, il quale per tempo l’aveva adottata ne’suoi stati, convinto dall’esperienza, de’ mirabili vantaggi che da lei sicuramente si ottengono, ne rinnovò i regolamenti (…) Succedutogli Leone XII, una circolare Legislativa del dì 15 settembre 1824 (…) revocava (…) ogni disposizione in proposito, lasciando libera la vaccinazione a coloro che volevano prevalersene, non togliendo peraltro l’obbligo ai Medici e Chirurghi condotti di eseguirla gratuitamente su tutti quelli che la richiedevano; essendo questa, secondo la frase di quella lettera circolare, la cura e il preservativo di una malattia alla quale come a tutte le altre essi avevano obbligo di riparare».
Secondo l’opinione pubblica di allora, infatti, la vaccinazione risultava pericolosa in quanto si utilizzava materiale umano e non bovino, e non erano rari decessi in seguito a “vaccino” contaminato. Per gran parte del XIX secolo, infatti, molti esponenti famosi delle scienze e della cultura si opponevano a queste (allora nuove) pratiche, ritenute inutili o dannose. Tra gli altri, erano ostili alla vaccinazione contro il vaiolo personaggi come il filosofo tedesco Immanuel Kant e il suo collega inglese Herbert Spencer e Charles Darwin, i quali ne negavano l’efficacia.
Come ha spiegato recentemente il prof. Ulrich L. Lehner, docente di Religious history and Theology presso la Marquette University (Wisconsin, Usa), «furono proprio i missionari cattolici, per lo più Gesuiti, ad introdurre presso gli Indiani amazzonici il vaccino contro il vaiolo nel 1720. In Europa furono gli ordini sanitari cattolici ad introdurre la vaccinazioni pubbliche nel 1780». Uno studio storico del 2010 ha preso sul serio le accuse a Leone XII e, dopo aver approfondito, è stato scritto«Si è concluso che il divieto al vaccino non fu reale ma è una voce malevola, diffusa soprattutto su siti Internet».

mercoledì 4 febbraio 2015

In morte di un soldato del Papa

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Eri solo oramai! Dal baluardo
Stanchi e scorati si partiano i forti;
Ma Tu, saldo al Tuo posto e più gagliardo,
Nel ruinar delle inclinate sorti,
E il puro e bello e antico Tuo stendardo,
Alto reggendo tra i fuggiaschi e i morti,
Ancor la voce, ancor securo il guardo,
Sol uno osavi all’ostil furia opporti.
Come e quando cadesti? Un improvviso 
Gel ti costrinse il core ed un ribrezzo
Atro di morte scolorotti il viso,
E fu quando vedesti, che metteano a prezzo
Il puro e bello Tuo stendardo antico.
Il puro Tuo stendardo antico e bello
Or Teco posa sul sepolcro e attende:
Ch’Egli è cosa immortale e nè l’avello,
Nè l’obliar dei posteri l’offende.
Ma quando novo sonerà l’appello
per le nove battaglie e su le tende
Dov’or trescando il traditor drappello
A’ suoi guadagni col nemico intende,
Scoppi l’ultrice folgore divina
Ch’i rei, dementi di terror, travolga
Per sè medesmi a la fatal ruina;
Allora, caro, sarà chi se ne vegna
Memore a la Tua tomba e di là tolga,
Per darla al vento, la Tua santa insegna.

Padre Alfonso Maria Casoli S.J. (1902) in morte del fratello Pier Biagio, campione dell’intransigenza cattolica modenese contro le usurpazioni sabaude,
contro il liberalismo e la nascente democrazia cristiana.
Testo a cura di Piergiorgio Seveso - http://radiospada.org/

lunedì 3 novembre 2014

Hermann Kanzler: l'ultimo condottiero

            
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Nel 147° anniversario della provvidenziale vittoria pontificia a Mentana
(3 novembre 1867)
contro l'invasore garibaldesco ed i suoi mandanti sabaudi
proponiamo la registrazione  della 311° conferenza
di Formazione Militante a cura
della Comunità Antagonista Padana
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore,
tenuta da Simone Gambini 
(con la collaborazione di Piergiorgio Seveso)
La conferenza è stata tenuta il 22 Ottobre 2014
Buon Ascolto!
 

Gli eroi pontifici del 1867

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 86/14 del 3 novembre 2014, San Giusto



Il 3 novembre 1867 con la vittoria pontificia a Mentana, alle porte di Roma, terminava la campagna militare dell’Agro romano tra l’esercito di Pio IX e le bande garibaldine.
L’esercito pontificio era composto da circa 15.000 giovani provenienti dall’intero orbe cattolico per difendere la Santa Sede dall’aggressione armata orchestrata dalla setta massonica. Nella campagna militare del 1867 il gen. Hermann Kanzler, del Baden-Wurttemberg (1822-1888), Pro-Ministro alle Armi dal 1865 al 1870, divenne comandante in campo delle truppe pontificie.
Durante l’intera campagna l’esercito pontificio riportò continue vittorie contro i garibaldini. Le bande rivoluzionarie ebbero la meglio solo a Monterotondo: dopo la vittoria si abbandonarono a saccheggi, furti sacrileghi, atti di violenza verso il clero e la popolazione.
L’esito della battaglia finale determinò una precipitosa fuga da parte di Garibaldi, che dimenticò l’impegnativo programma di “o Roma o morte”, proclamato a Firenze solamente dodici giorni prima. Helena Blavatsky, fondatrice della società teosofica, affermò di aver preso parte alla battaglia di Mentana a fianco di Garibaldi.
Mentre i soldati del Papa-Re combattevano e morivano con onore sui campi di battaglia, il 22 ottobre un vile attentato terroristico distrusse la caserma Serristori, in Borgo a Roma: morirono 23 giovani della banda musicale degli zuavi e quattro civili, tra cui una madre col suo bambino.
La vittoria di Mentana suscitò un grande entusiasmo a Roma, dove le truppe furono accolte trionfalmente. Il cardinale romagnolo Randi, con le armi tolte ai garibaldini a Mentana e Monterotondo, realizzò un trofeo con la scritta: non praevalebunt.
Pio IX fece erigere al centro del Pincetto Vecchio, nel cimitero del Verano di Roma, un monumento in onore dei caduti papalini, con l’elenco di tutti i nomi: li abbiamo trascritti e li presentiamo ai lettori (alcune lettere del monumento sono quasi illeggibili, per cui ci scusiamo per eventuali errori).
Purtroppo al Verano il monumento ai caduti pontifici, la tomba del gen. Kanzler e le tombe di alcuni zuavi, che vollero essere sepolti a Roma, si trovano in uno stato di vergognoso abbandono: coloro che occupano la Sede Apostolica evidentemente non sono interessati agli eroi che si immolarono per difendere il Papato.
La storiografia risorgimentale, per non ammettere il valore dei pontifici, etichettati come dei vili mercenari, insiste sul falso storico di attribuire la vittoria all’intervento dell’esercito francese (con la pretestuosa azione dei fucili chasepots). Brucia ancora il fatto che il 3 novembre 1867 a Mentana la più bella gioventù cattolica abbia sconfitto il massone Garibaldi, ritardando così di tre anni l’invasione di Roma. Viva il Papa Re!


Elenco degli ufficiali e soldati pontifici (settembre-novembre 1867) caduti per la Chiesa e il Papato:


BAGNOREA
Pieter Nicolaas Heykamp, olandese


FARNESE
Emmanuel Dufour, francese


MONTELIBRETTI
Arthur Guillemin, francese
Urbain De Quelen, francese
Augustin De La Lande, francese
Alfred Collingridge, britannico
Hubert Mercier, belga
Odouard de Roeck, belga
Gotfried van Ravenstijn, olandese
Francois Martinaggi francese
Pieter Jong, olandese
Franciscus van Den Boom, olandese
Johannes Crone, olandese
Leopold De Coesters, belga
Antonius Bongenaars, olandese
Domenico Giaria, italiano
Antonius Otven, olandese
Hendrik Scholten, olandese


NEROLA
Joseph Tremeur, francese
Francois Ladaviere, francese
Henri Mael, francese
Louis Vallee, francese


VITERBO
Antonio Quadretta, italiano


RIETI
Domenico Massei, italiano
Giacomo Scharama, italiano
Johannes Sthaele, svizzero
Jean Dupovy La Mothe, francese
Adolf Zecker, svizzero


ROMA (compresi i caduti di Monterotondo, di Mentana e le vittime dell’attentato terroristico alla caserma Serristori)
Ginesio Coppi, italiano
Francesco Carrara, italiano
Luigi Sandri, italiano
Telosforo Proietti, italiano
Francesco Antico, italiano
Annibale Reale, italiano
Aristide Cadennec, francese
Alessandro Iacoppini, italiano
Achille Burli, italiano
Pedro Rius De Torralda, spagnolo
Henri De Foulcault, francese
Adeodat De Fournel, francese
Antoine Huygen, francese
Alexie Desbordes, francese
Louis Carrey, francese
Emilie Claude, francese
Giacomo Foggi, italiano
Cesare Desideri, italiano
Pietro Mancini, italiano
Frederic De Dietfutr, francese
Andrea Portanova, italiano
Domenico Tartavini, italiano
Fortunato Chiusaroli, italiano
Oreste Soldati, italiano
Luigi Fulmini, italiano
Carmelo Carletti, italiano
Giuseppe Cerasani, italiano
Victor Vichot, francese
Jean Devorcek, francese
Anton Partel, tirolese
Odoard Larroque, francese
Francese Mirando, italiano
Michelangelo Mancini, italiano
Charles D’Alcantara, belga
Julie Henquenet, francese
Maturin Guillermic, francese
Giuliano Watts Russel, britannico
Hendrik van Den Dungen, olandese
Edmondo Lalande, francese
Augustin Guilmin, belga
Hendrik Roemer, olandese
Johannes Maes, belga
Everard Heyman, olandese
Ernest Haburg, tedesco
Johannes Saver, tedesco
Johannes Zanduliet, olandese
Ives Zaffrenon, francese
Jacob Melckert, olandese
Elie Chevalier, francese
Walraad Derp, belga
Cornelis Pronck, olandese
Placidus Meyemberg, tedesco
Johannes Leton, francese
Johannes Vetzel, tedesco
Pierre Tabarnel, francese
Henri Matthys, francese
Rudolf Devorscek, boemo
Emilie Ladermier, svizzero
Franz Grabitzer, tedesco
Wilhelm Franckle, tedesco
Anton Albrick, tirolese
Joseph Schmidt, svizzero
Konrad Scheup, svizzero
Jacob Kramer, svizzero
David Bonnavaux, svizzero
Pius Rehm, tedesco
Ludwig Rhein,tedesco
Georg Vehlein, tedesco
Pierre Fougeres, francese
Jean Binchet, francese
Ludovique Mentre, francese
Oswald Steibli, francese
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Fonte: http://federiciblog.altervista.org/

venerdì 26 settembre 2014

Le due Rome

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 73/14 del 26 settembre 2014, SS. Cipriano e Giustina



Segnaliamo alcuni brani del libro "LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia", del padre Gaetano Zocchi (Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881). 

… Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Vi ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.

… Essa era la città di tutti i popoli della terra e la patria di tutte le genti per cagione del suo Pontefice, che è il padre universale dei cattolici; perciò, secondo la sublime sentenza del Fénelon, ogni cattolico è romano. Ora il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica si trova chiuso dentro al Vaticano, che è la sua reggia e la sua prigione, il suo trono e la sua croce, il suo tempio e il Calvario. Della restante Roma altri divennero signori; e perciò fuori della cerchia del Vaticano, a propriamente parlare, non vi è più Roma, ma un cumulo di edifizii e di ruine, di antico e moderno, di grande e venerando e di piccolo e spregevole, che altra volta fu Roma, ora non è più nulla….

…(La fedeltà dei romani al Papa) mi pare abbastanza provata dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un grand regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti della passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca… 

… Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eterici di qualsiasi setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani… 

… Veniamo a Montecitorio. Qui sono gli eletti del popolo, qui è il palladio delle pubbliche libertà, qui è l’arena delle gloriose tenzoni nazionali. Ai tempi del Papa-Re, nel palazzo di Montecitorio, opera di un Papa Innocenzo, onde chiamasi anche palazzo Innocenziano, era la sede della polizia pontificia. Ora i poliziotti se ne sono andati… partiti gli onorevoli poliziotti, entrarono gli onorevoli deputati… Il luogo delle loro solenni comparse è l’aula provvisoria architettata nel 1871 dall’ingegnere Comotto, in forma di una baracca di legno, di ferro e di cristalli, stretta, disagiata, color di cioccolatte, e di disgraziata figura. Goffo baraccone è il nome, onde essa venne battezzata allora e che porta tuttavia; ma l’avrebbero potuta benissimo chiamare gabbia, poiché uno degli onorevoli (scordai quale) non dubitò una volta di asserire solennemente, credo in nome proprio e de’ suoi colleghi: noi siamo una gabbia di matti. Codesta gabbia o baraccone, che dir si voglia, in un col palazzo, costò ai contribuenti italiani cinque milioni e mezzo… Di che tanto più ammirevole è lo zelo, con cui gli inquilini di Montecitorio trattano gli affari dl popolo italiano che li ha mandati!… Già non sono mai troppi nel baraccone sopra descritto… Quando poi in un modo o in un altro si sia finalmente razzolato il numero legale, le discussioni incominciano. Parlano pochi, ma parlano egregiamente: sono bocche d’oro! Specie se si tratta di rompere lance contro preti, frati, persone e cose di Chiesa, correte, oratori, correte ad ascoltare in Montecitorio: non troverete i migliori maestri a cercarli fra milioni… E quelli che tacciono, cioè la maggior parte? Quelli ascoltano? No, quelli vanno e vengono dall’aula al buffet, dal buffet all’aula; o, se sono avvocati, il che, per disgrazia nostra, si verifica almeno ottanta volte su cento, preparano le loro arringhe per la Corte delle assise. Alcuni ridono, altri interrompono l’egregio oratore, poi, giunto il momento opportuno, votano tutti. M come votate in buona coscienza per il bene del popolo che vi ha mandato, se a non avete seguita la discussione, o solo a sbalzi e sbadatamente? La discussione non è fatta per quelli che debbono votare, ma per quelli che debbono leggerla nei giornali e negli atti ufficiali. La discussione non muta mai il risultato del voto, che si conosce già prima della discussione… 

… Su per la comoda via aperta dalla munificenza di Pio IX, fui sulla piazza di Montecavallo, vicino al monumento equestre, opera superba di greco scalpello, dinanzi al palazzo del Quirinale… Quel palazzo colle sue sontuose sale, colle sue opere d’arte, coi suoi giardini, era stato la reggia di molti Papi. Anche Pio IX vi aveva, prima dell’esilio, posto la sua Corte. Ora quel palazzo è sede di un re e di una regina, portati a Roma dal turbine rivoluzionario, e si dicono incoronati dalla volontà popolare. In quelle sale, al cospetto delle sacre scene dipinte dal pennello devotissimo dell’Owerbek, si danza e si banchetta: in quei giardini viene Garibaldi a restituire cavallerescamente al re d’Italia la visita; ricevutone nella propria casa. Sopra la porta principale del palazzo sporge una loggia. Di lassù ogni Papa, appena eletto dal Conclave, dava al popolo affollato la sua prima benedizione di Pontefice e di re: ora il re e la regina d’Italia ricevono lassù le ovazioni del popolo sovrano. Sotto l’arco maestoso di quella porta passavano cardinali e Prelati in severo abito talare, colle mozzette ed i rocchetti del cerimoniale liturgico; ora invece di là entrano ed escono le eleganti toilettes delle dame di corte e delle mogli di generali e ministri. È una processione assai poco edificante di soldati che bestemmiano e di ministri che vanno a sottoporre alla firma reale leggi e decreti, di cui non pochi recano lo sfratto di monache o di religiosi, lo smantellamento d’una chiesa, l’abolizione del catechismo, la leva dei chierici, il matrimonio civile e andate voi discorrendo. E sopra quella porta restano tuttavia S. Paolo colla spada sguainata, S. Pietro colle sue chiavi, la Vergine Santa col Bambino tra le braccia!…

… Lessi il nome di tutte le vie delle già finite e di quelle che si stanno terminando. D'Azeglio, Cavour, Manin, Gioberti, Mazzini, Napoleone III, ti guidano a Vittorio Emanuele. E nella parte opposta della stazione, dal Venti Settembre a Castel Fidardo, da Castel Fidardo a Solforino, a Palestro, a Goito, alla Cernaia, quei nomi ti conducono come per mano sulla strada percorsa dalla rivoluzione italica, te ne narrano tutte le geste, te ne cantano tutti i trionfi; quindi, giunto sulla piazza della Indipendenza, tu ammiri finalmente l’ultima meta…  La Indipendenza! La Indipendenza! Ed io là ritto in mezzo a quella piazza, non paranco bene rassettata, andava con me stesso meditando questa parola, e confrontava il suo significato filologico, col significato che essa piglia nella mente di quelli che l’hanno colà fatta esporre, in grandi lettere, alla vista del pubblico. Nel pensiero di costoro, indipendenza vuol dire: togliti di lì, che mi ci metta io; vuol dire: morte alla teocrazia! Morte ai tiranni, che comandavano nel nome del vecchio Dio! Viva lo Stato! Il dio nuovo, che fa quando gli talenta, senza l’impaccio di dover render conto ai dogmi ed alla morale. 
Ma lo Stato fu dio altra volta, quando sul colle Esquilino, dove adesso sorge una parte della nuova Roma, abitava il carnefice incaricato di fustigare e di crocifiggere nel sesterzio gli schiavi, condannati al supplizio: Anche allora il dio Stato non rendeva conto de’ fatti suoi né ai dogmi, né a principi morali, perché la sua divisa era questa. Sic volo sic iubeo, stat pro ratione voluntas! Allora nel suolo della nuova Roma si seppellivano alla rinfusa gli schiavi, avuti in conto di bestie. E dei 900 mila abitanti, che Roma conteneva, i due terzi erano schiavi, poiché il dio Stato vedeva nel servaggio dei più la condizione necessaria della propria indipendenza. Credo che, in materia di indipendenza, non si pensi molto diversamente oggidì… La concorrevano le maghe nel silenzio della notte, a stracciare coi denti vittime eziandio umane, e del fegato bollente di quelle componevano filtri amorosi, e per la virtù del sangue versato in una fossa, evocavano i Mani, a scoprire le cose nascoste, lontane e future. Così, fra gli altri, lasciò scritto l’epicureo Orazio. Ma nemmeno oggidì son rari, tra coloro cui dobbiamo la nuova Roma, i fattucchieri e le streghe, che sotto nomi meno ignobili, rinnovano quelle ignobilissime superstizioni, e posseggono l’anima di molti epicurei moderni, atei e materialisti, che predicano l’indipendenza del pensiero e del cuore…
Roma papale aveva cancellati i delitti di Roma pagana, col sangue dei suoi martiri e colle santificazioni dei suoi sacramenti; nel fuoco della carità aveva disciolti i ceppi della schiavitù; aveva sfrantumata la statolatria e fondata la verace indipendenza dei popoli, sul principio della paternità divina… Indipendenza! Indipendenza, e intanto siamo tutti schiavi. La Chiesa schiava dello Stato, lo Stato schiavo dei ministri pro tempore, i ministri schiavi delle fazioni, le fazioni schiave delle logge massoniche, le logge schiave di Satana, tutti schiavi del mal costume, dell’empietà, della rapina, della violenza, della miseria, della fame! … 

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