Visualizzazione post con etichetta Scozia e Irlanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scozia e Irlanda. Mostra tutti i post

lunedì 23 marzo 2015

La storia inglese raccontata da G. K. Chesterton


inghilterra
di Luca Fumagalli - http://radiospada.org/
Una BREVE storia d’Inghilterra è un vento leggero che, come una pacata brezza autunnale, spazza le foglie di un giardino troppo a lungo trascurato. La penna di G. K. Chesterton, agile nella narrativa quanto arguta e delicata nella saggistica, dipinge una trama storica ricca e coinvolgente che, lontana dall’affettata erudizione per il particolare, tende ad abbracciare soprattutto il respiro di un epoca, l’umore che ne ha caratterizzato gli avvenimenti più significativi e che ha dato i natali a uomini valorosi. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1917, in piena guerra mondiale, può essere considerato, a buona ragione, una sorta di testamento spirituale che Chesterton CONSEGNA alle generazioni future. Il passato per lui è una chiave per rileggere il presente e scovare al suo interno tracce di un futuro che, all’epoca, sembrava nero come non mai. Solo per fare un esempio, l’oscuro orizzonte della barbarie germanica – tema ricorrente nelle pagine del volume – è un’immagine singolarmente profetica che anticipa con acutezza le successive sciagure dell’hitlerismo.
Ma il saggio non si limita a questo. Spazientito da una storiografia troppo coinvolta con il potere e, più in GENERALE, poco interessata alle vicende del popolo, l’autore confeziona un prodotto che, al contrario, con tipico piglio parossistico, rovescia ogni schematismo e preconcetto: la vera storia è, per definizione, storia popolare e, di conseguenza, sarebbe ridicolo affidare la narrazione delle tappe più importanti delle vicende inglesi alla voce di singole personalità, per quanto celebri o determinanti. La storia è infatti il prodotto di un popolo che, più o meno consapevolmente, si agita all’interno del recinto di una nazione e trova in essa il pascolo adatto per crescere  e germogliare.
Ai pochi nomi citati – più che ALTRO utili per garantire riferimenti cronologici stabili e chiaramente identificabili – segue un sovvertimento che, rispetto alla classica impostazione storiografica, valorizza soprattutto la quotidianità del vecchio spirito inglese, un approccio che emerge già dalle prime pagine. Il saggio si apre infatti con la conquista romana della Britannia, il primo approdo della civiltà sulla fredda e cupa isola. Al crollo del mondo pagano fa eco il trionfo del cristianesimo che, con il suo spirito indomito di carità e impegno, ha forgiato l’architettura dell’amata merry England, l’Inghilterra felice del Medioevo.
In quel periodo che, approssimativamente, può essere compreso tra la conquista normanna e la Guerra delle due rose, Chesterton individua il germe dell’unità NAZIONALE e di un paese governato rettamente, non tanto dalla persona del sovrano, quanto dall’ordine e dall’armonia generata dalla religione. Non mancano conflitti o parentesi oscure, ma è indubitabile, secondo lo scrittore, che sistemi come le confraternite, le corporazioni e le gilde garantissero una più equa ridistribuzione delle ricchezze – da far invidia al socialismo contemporaneo – e come i più deboli fossero tutelati, rispettati e inseriti appieno nel tessuto sociale.
La merry England è anche l’isola della nobiltà di spada, quei cavalieri patrizi nel sangue e nell’anima che, nei tornei cavallereschi, dimostravano come ai principi – e non, come nell’antica Roma, agli schiavi gladiatori – spettasse il compito di intrattenere il popolo. Nella tipica ironia britannica, ieri come oggi, vi è traccia di UNA serenità che scaturisce dall’innocente ed estemporanea beffa nei confronti di un ORDINE che crea certezza e sicurezza.
Per Chesterton i guai iniziano quando, ai tempi di Riccardo II, la nobiltà comincia a erodere fette di potere al sovrano, costituendo un’oligarchia che, ancora a INIZIO ‘900, perdurava nel tanto vituperato sistema dei partiti e nello “Stato servile” già denunciato da Belloc. A una gerarchia paradossale per cui il re costituisce per l’inglese l’unica speranza di vera democrazia, nel corso dei secoli si è andato a sostituire un corpo estraneo che ha permesso quelle sciagure come l’anglicanesimo, la dittatura puritana e la violenta colonizzazione irlandese che hanno, per così dire, compromesso il sogno del Medioevo.
Rimediare al torto è POSSIBILE, ma prima di rimboccarsi le maniche e passare all’azione è doveroso fare i conti con i fondamenti della storia, «con il suo senso dell’onore familiare, della libertà, della cavalleria che è il fiore della civiltà cristiana». Solo allora, forse, come già una volta fece il grande Re Alfredo, sarà possibile liberare il corpo inglese dallo sgradito ospite.


K CHESTERTON, Una storia d’Inghilterra, Milano, Rubbettino, 2012.

martedì 9 settembre 2014

VITTORIA REFERENDUM SCOZZESE? NON È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA



Si dice raramente ma il nuovo stato di Scozia, come ha promesso il "first minister" Alex Salmond, riconoscerà - anche in caso di vittoria al referendum - l'usurpatrice Elisabetta "II" come suo "legittimo sovrano" (?).
Internet abbonda di entusiasti internauti che sognano una liberazione dall'usurpatrice e illegittima, non che penosa,  famiglia Windsor . Molti sono stati i frettolosi   applausi scroscianti per il "Sì", senza considerare che la la cricca borghese coronata non è in discussione dai politicanti scozzesi.
Ovvio: un processo di indipendenza comunque metterebbe a rischio le sorti della caricaturiale monarchia da barzelletta in Scozia ma il tema non riguarda strettamente questo referendum.
Sotto un estratto della scheda delle FAQ sul referendum di YesScotland. Per vedere il resto cliccate sull'immagine:
regina

venerdì 9 maggio 2014

Libro: Elisabetta "la Sanguinaria"

Elisabetta Sala - Ares, Milano 2010, pp. 375, € 20

 
Complice anche un famoso cocktail, il “Bloody Mary”, l’appellativo di sanguinaria è riservato a Maria I Tudor (1516-1558), Regina d’Inghilterra e d’Irlanda per cinque anni, prima che la sua morte spianasse la strada per il trono inglese alla sorellastra Elisabetta, che avrebbe regnato lungamente, fino al 1603.

Già autrice di L’ira del re è morte. Enrico VIII e lo scisma che divise il mondo (Ares, Milano 2008, p. 256, € 16), dedicato alla cronistoria dello scisma anglicano – in cui dimostra come la volontà di staccarsi da Roma fu dovuta ad un puro interesse personale e non certo alla volontà di accontentare i sudditi – Elisabetta Sala torna sul periodo storico di cui è specialista, il Rinascimento inglese. Questa biografia di Elisabetta I ricostruisce l’ambiente storico in cui la regine inglese visse, svelando l’ambiguità e la perfidia che le permisero di mantenere il potere a scapito dei legittimi eredi al trono. Sostenuta da un gruppo di protestanti che vedevano come funesta qualsiasi ipotesi di ritorno al cattolicesimo, tanto da spingere addirittura i turchi ad attaccare la Spagna dal sud pur di mettere in difficoltà Filippo II, Elisabetta non mostrò mai il proprio reale aspetto, ma si finse costantemente come una sovrana leale ma debole, i cui sudditi ribelli attaccavano gli alleati contro la di lei volontà. Tale opera di finzione ottenne il risultato prefissato ed evitò che Francia e Spagna si coalizzassero contro chi fomentava in segreto le ribellioni nelle Fiandre e sosteneva gli ugonotti francesi: gran parte dei dignitari inglesi, infatti, considerava quella protestante come una vera e propria crociata contro “le due membra di Satana”, vale a dire cattolicesimo ed islamismo poste su uno stesso piano. Col protestantesimo giunse la superstizione: se dal 1066 all’allontanamento da Roma erano state registrate solo sei (6) esecuzioni per stregoneria (generalmente connesse a profezie o complotti contro la corona), nella Gran Bretagna di fine ‘500 si scatenò la più vasta caccia alle streghe della storia d’Europa, con migliaia di esecuzioni (il record spetta, va precisato, alla calvinista Scozia, con oltre 4.000 condanne a morte). Sull’altro versante è difficile enumerare le vittime cattoliche: alle centinaia di condanne a morte eseguite andrebbero aggiunte le vittime delle repressioni durate ben oltre il regno di Elisabetta (pensiamo alle stragi di Cromwell).

Ma la propaganda seppe trasformare (e continua a farlo anche ai nostri giorni, basti pensare ai due recenti film “agiografici” di Shekhar Kapur su Elisabetta) una carneficina in una “lotta per la libertà”.
(RC n. 60 - Dicembre 2010).

mercoledì 17 aprile 2013

Mary Tudor, la Regina cattolica




Enrico VIII aveva tanto desiderato un figlio maschio che gli succedesse al trono e che portasse avanti la nuova dinastia che era stata iniziata da suo padre, Enrico VII. Solo così la stabilità politica sarebbe stata assicurata. Ma quale stabilità può assicurare un re di nove anni? Giacché Enrico morì nel 1547 e, come al solito, i giochi furono fatti dal reggente al trono. Quanto al comitato di reggenza, inutile dire che da subitissimo, prima ancora che il corpo si raffreddasse e che il popolo venisse a sapere della morte del re, erano partiti i colpi bassi tra i suoi membri. Emerse vincitore Edward Seymour, zio materno del piccolo re, che ora si autoproclamò protettore, si accollò un bel titolo ducale e cominciò ad accumulare ricchezze. Il Paese fu lasciato allo sbando da una classe dirigente che pensava esclusivamente ai propri interessi.
 
Eodardo VI e la protestantizzazione dell’Inghilterra
Quanto alla Chiesa, Seymour si avvicinò anche personalmente a Calvino e diede a Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury, il via libera per un culto veramente “riformato”. Il famoso Libro di preghiera comune, pilastro dell’anglicanesimo, è del 1549. Esso spazzò via gli elementi tradizionali che erano stati preservati dallo scisma di Enrico VIII: via il latino, via il celibato, quasi tutti i sacramenti compresa l’Eucaristia, via la presenza reale di Cristo, via le immagini, le vetrate a mosaico e persino gli altari di pietra delle chiese, sostituite da semplici tavole di legno.
Fu però mantenuta, e permane a tutt’oggi, la gerarchia ecclesiastica, che, in un certo senso, rende l’anglicanesimo la confessione protestante più “simile” al cattolicesimo. Perché? Non certo per comunanza di vedute. Il vero motivo è che, in una Chiesa di Stato, e in una dittatura, vescovi e parroci sono strumenti estremamente utili per divulgare dai pulpiti i dettami governativi, per organizzare una struttura burocratica gerarchica compatta e, non ultimo, per tastare il polso della popolazione e poi riferire ai superiori. E, in quegli anni, il polso era febbricitante; sia per il malgoverno, sia per le continue riforme in campo ecclesiastico. Eloquente è il fatto che, per soffocare nel sangue le gravi ribellioni che scoppiarono, fu necessario assoldare truppe mercenarie tedesche e svizzere.
La protestantizzazione del Paese procedette in quegli anni a tappe forzate: oltre a propinare al popolo le sue Omelie ufficiali, infatti, Cranmer convocò da oltremare predicatori e docenti universitari appartenenti a diverse confessioni anticattoliche (mai in pieno accordo tra loro) e offrì loro prestigiose cariche universitarie. Approfittando della confusione dottrinale, molti furono i seguaci di varie sette ereticali che trovarono rifugio in Inghilterra dalle persecuzioni dei protestanti meno estremi. Giacché il nostro concetto di “tolleranza” era completamente estraneo alla mentalità del tempo, a qualunque schieramento si appartenesse: in Europa, ad esempio, i luterani odiavano insieme calvinisti e zwingliani, ma si univano a loro nel mandare al rogo anabattisti e affini.
Nelle alte sfere edoardiane, intanto, la lotta per il potere non era certo terminata e, al primo segno di debolezza del Protettore, un altro fu lesto a farlo arrestare (e poi decapitare) e a soffiargli il posto. Nel 1551 John Dudley, conte di Warwick, si autoproclamò duca di Northumberland e sostituì Seymour nella direzione del Paese. La politica di protestantizzazione procedette sempre più decisa.
 
La “regina dei nove giorni”
Ma quando, a quindici anni, il re si ammalò, a Northumberland tremarono le vene e i polsi: secondo il testamento di Enrico VIII, infatti, il trono sarebbe dovuto andare alla cattolica Mary, che avrebbe stravolto tutto l’“ordine” costituito e avrebbe mandato a casa, per non dire in prigione, lui e i suoi sicari. Tentò allora una mossa estrema: convinse Edoardo a modificare la linea di successione e a conferire il trono a una sua giovane parente protestante (discendente dalla sorella minore di Enrico VIII), lady Jane Grey, che egli aveva già provveduto a far sposare a suo figlio, Guildford Dudley. Forse spaventato dallo spauracchio papista, anche in vista del giudizio divino che doveva subire a breve, Edoardo firmò dunque un nuovo atto di successione che escludeva entrambe le sorellastre (Mary ed Elizabeth) dal trono. Morì in pace, il 6 luglio 1553, certo di aver fatto il suo dovere di sovrano illuminato.
Lady Jane, la patetica “regina dei nove giorni”, fu solennemente proclamata a Londra; i fidi predicatori regi, Cranmer in testa a tutti, proclamavano intanto l’illegittimità delle due figlie di Enrico VIII bollandole come bastarde.
 
Maria la Cattolica
Mary Tudor, la cattolica figlia di Caterina d’Aragona, alla quale il trono spettava di diritto, stava per essere arrestata da un drappello di soldati e gettata nella Torre. Ella si mosse in fretta: fuggì nel Norfolk, cominciò a radunare seguaci e marciò su Londra. Persino il cattolico Carlo d’Asburgo, Sacro Romano Imperatore e primo cugino della principessa, rifiutò di prendere posizione a favore di una causa che tutti consideravano perduta in partenza. Fu questo, invece, uno dei momenti in cui emerge in modo più chiaro da che parte stesse il cuore del popolo inglese: tutti, compresi i soldati inviati contro di lei, si schierarono a fianco di Mary. L’alleanza di Northumberland e dei suoi si sciolse all’istante come neve al sole. La nuova regina, quella vera, entrò trionfalmente nella città di Londra e fu proclamata senza mietere una sola vittima. 
Guardato da vicino, il regno di Mary smentisce tutte le immagini convenzionali, tutte le etichette affibbiatele dalla storiografia ufficiale. Perché, naturalmente, la storia è scritta dai vincitori e, come tutti sanno, in Inghilterra Mary non vinse. Ma non perché fosse odiata dai suoi sudditi (tutt’altro): solo perché il poco tempo che ebbe a disposizione, cinque anni, bastò appena a iniziare il compito titanico che ella si trovava di fronte, quello di restituire l’Inghilterra alla fede cattolica.
Non appena morta, l’impresa fu fatta naufragare dalla sorella, la quale ebbe invece più di quarant’anni per imporre il suo regime personale. Così Elizabeth Tudor divenne “la buona regina Bess” mentre Mary, ma solo dopo la sua morte, fu etichettata come “sanguinaria”.
 
Un popolo ancora cattolico
Quando salì al trono, nel 1553, era profondamente amata. La gente era con lei perché era la legittima erede, perché era figlia di Caterina e, soprattutto, perché era cattolica. Nonostante la grande confusione dottrinale introdotta da Enrico e Edoardo, infatti, il popolo era rimasto cattolico a grande maggioranza.
Ancor prima che il parlamento avesse il tempo tecnico per abrogare il protestantesimo di Stato, ovunque si tornò a dir Messa in latino e, come per incanto, gli oggetti e libri sacri, le immagini, i paramenti si erano salvati dal furore iconoclasta del regno precedente ricomparvero nelle chiese. I protestanti inorridirono. I più intolleranti e benestanti, circa 800, si prepararono a lasciare il reame, non per paura ma per sfuggire all’inquinamento della religione. Sono i famosi “esuli mariani”. Poi, dall’estero, cominciarono a tramare per spodestare la regina papista e a sobillare i correligionari rimasti in patria.
 
Maria e Reginald Pole
Mary si trovava in una posizione difficilissima: il Paese era sull’orlo della bancarotta, i ministri più competenti (ereditati dal regno del fratello) erano anche i meno fedeli, il protestantesimo calato dall’alto aveva confuso molti. Che fare? La prima mossa fu quella di concedere, per il momento, la libertà religiosa; nel frattempo il parlamento avrebbe stabilito il da farsi.
Altra urgenza era quella di trovare un adeguato sostegno nel matrimonio giusto. E qui si scatenarono le fazioni. L’Imperatore, il suo primo cugino Carlo V d’Asburgo, offrì alla nuova regina il proprio figlio, il principe Filippo di Spagna. Mary avrebbe voluto farsi consigliare, in una scelta tanto importante, dall’uomo che più stimava al mondo; Carlo, però, si assicurò che quell’uomo giungesse in Inghilterra, dall’Italia, solo a matrimonio concluso. Parliamo del cardinal Reginald Pole, esule enriciano e figlio di santa Margaret di Salisbury.
Giunto che fu in patria, Pole fu consacrato arcivescovo di Canterbury e riconciliò ufficialmente l’Inghilterra con Roma. Il dissenso protestante si espresse attraverso diverse ribellioni, per lo più fomentate o appoggiate nientemeno che dal cattolico Re di Francia, che vedeva in Mary una pedina spagnola. I ribelli furono trattati con una clemenza fino ad allora assolutamente inaudita.
Subito Pole procedette a un grande progetto di rievangelizzazione dei semplici, inviando predicatori, incoraggiando opere catechetiche e devozionali appositamente pensate per l’Inghilterra in quel periodo specifico. Anche la liturgia fu particolarmente curata e la gente rispose in massa. Dall’Italia, dove aveva partecipato ad alcune sessioni del Concilio di Trento, Pole portava venti di novità: diversamente da quanto solitamente si afferma, dunque, non era affatto il vecchio cattolicesimo medievale che Mary volle ora riproporre, ma quello vivo della Riforma cattolica. Non volle riportare indietro l’orologio: volle sintonizzarlo con quello romano.
Una delle novità introdotte da Pole addirittura precedette l’Italia, in quanto egli applicò i decreti tridentini per istituire seminari. Anche qui, la reazione della gente non si fece attendere: ci fu tutto un fermento, tutto un rifiorire, non solo di vocazioni religiose ma anche di iscrizioni universitarie, che nel regno precedente erano colate a picco.
 
Una luce storica sui roghi mariani
La legge sull’eresia divenne attiva all’inizio del 1555, nel secondo anno di regno, perché i cosiddetti eretici erano innanzitutto implacabili avversari politici che puntavano al regicidio per riportare l’Inghilterra alla vera religione.
Tra i nobili e i vescovi, quelli che erano stati i cattolici apostati che, diversamente da Mary, si erano piegati come fuscelli sotto Enrico ed Edoardo vollero ora dimostrarle il loro ritrovato ardore, la loro ormai incrollabile ortodossia; fu anche per questo che partirono i roghi. E qui il discorso si fa complesso.
Innanzitutto l’unica autorità in materia, l’unico “documento” che li attesta con precisione, non è l’opera di uno storico bensì di John Foxe, un fervoroso apologeta protestante che ai tempi della persecuzione mariana non era nemmeno in Inghilterra. Fu Foxe a coniare l’epiteto “Bloody”, sanguinaria, maledetta, non solo per Mary ma anche per tutti i suoi collaboratori. Nel suo celebre Book of Martyrs egli enumera ben 273 vittime, tutti poveri agnelli innocenti. Diversi storici del nostro tempo hanno però dimostrato come egli avesse gonfiato le cifre; anche gli apologeti cattolici a lui contemporanei lo accusarono di aver falsificato i dati. Gli atti dei processi, che egli disse di aver consultato, erano malauguratamente già andati perduti.
I roghi, quanti che fossero, rimangono comunque un fatto storico e non si possono certo negare né difendere. Però si possono, anzi, si devono collocare nel loro giusto contesto. Tanto per cominciare, le condanne alla pena capitale per reati comuni erano in quei luoghi e in quei tempi talmente frequenti e diffuse che essi non andarono a incidere che minimamente sulle esecuzioni annuali, che per tutto il Cinquecento furono circa 800 l’anno e (fino al Settecento) si applicarono anche a reati minori quali il piccolo furto; né i condannati a vari misfatti smisero di essere arsi dopo la morte di Mary. Furono certo ingiusti, ma non crearono scalpore. Non prima di Foxe, almeno.
Il Book of Martyrs dedica più di 800 pagine (su 1.300 che partono dalle origini del cristianesimo) a sole 17 vittime: a quelli, cioè, che furono certamente i martiri più famosi e, secondo Foxe, più santi, Thomas Cranmer in testa a tutti. Ma essi erano in realtà anche i peggiori nemici politici della regina, quelli che avevano continuato a tramare contro di lei e a insultarla in quanto illegittima, e sarebbero stati comunque condannati a morte per alto tradimento.
È vero che la pena del rogo fu riservata anche a numerosi popolani che, rigorosamente parlando, nel resto d’Europa non sarebbero stati perseguibili per eresia in quanto non sufficientemente informati. Ma in diversi casi, purtroppo, intervennero l’ordinaria crudeltà umana e il desiderio di rivalsa.
È brutto dirlo, ma i roghi ebbero luogo anche perché la gente non li disapprovava; al contrario, li incoraggiava e persino, a volte, li strumentalizzava per regolare vecchi conti in sospeso e per vendicare alcuni dei torti subiti sotto Edoardo. Non mancano casi di persone assolte dal tribunale ma riarrestate a richiesta popolare.
Ma c’è un lato ancora peggiore della vendetta privata: quello del puro opportunismo. Da una parte, infatti, come si è accennato, numerose condanne furono una dimostrazione di zelo da parte di vescovi che si erano macchiati di apostasia e volevano ora dimostrare la propria ortodossia alla regina e al suo consorte, il principe spagnolo Filippo d’Asburgo; in questo modo, i martiri protestanti erano mandati al rogo da coloro che fino a pochissimi anni prima li avevano portati fuori strada, predicando che il Papa era l’anticristo, e ora avevano ritrattato dichiarando di essersi leggermente sbagliati.
Dall’altra, non furono pochi coloro che, appartenenti ai ceti medio-bassi, furono mandati a morire proprio dai propri dotti correligionari, i quali, dal loro comodo esilio, li spingevano a resistere fino al martirio in nome delle vera fede. Diversi dei martiri erano fanatici che insistettero deliberatamente nel bestemmiare il Santissimo Sacramento anche dopo essere dapprima stati graziati. La vulgata ufficiale dimentica inoltre che la maggior parte dei processi si concluse in realtà con l’assoluzione, non con la condanna.
Nell’ultimo anno del regno di Mary, il 1558, sia i persecutori che i perseguitati divennero meno intransigenti. Nel frattempo il programma di rieducazione del popolo organizzato da Pole procedeva a gonfie vele. L’élite protestante, in Patria e oltremare, era disperata e invocava il regicidio come unico rimedio. Senonché a questo punto, commenta un famoso storico, «Mary commise il suo unico errore grave, anzi, fatale: morì». Alla fine del 1558, nello stesso giorno in cui moriva anche il cardinal Pole. E il trono andò alla sua protestante sorella. Ma qui comincia un’altra storia, quella di Elisabetta I Tudor.

Elisabetta Sala


Fonte:

http://www.ilgiudiziocattolico.com/

mercoledì 13 marzo 2013

L'odissea degli Stuart : Giacomo I d'Inghilterra



 File:Coat of Arms of England (1603-1649).svg


Introduzione

File:Royal Arms of the Kingdom of Scotland (1603-1707).svg

Giacomo Stuart, in inglese King James VI and I Stuart, asceso ai troni di Scozia e Inghilterra con i nomi, rispettivamente, di Giacomo VI di Scozia e Giacomo I d'Inghilterra (Edimburgo, 19 giugno 1566Londra, 27 marzo 1625),  Re di Scozia e per primo regnò su tutte le isole britanniche, avendo unificato le corone d'Inghilterra, Scozia e Irlanda.
Regnò in Scozia dal 24 luglio 1567, dall'età di un anno, fino alla morte; il paese fu governato da diversi reggenti durante la sua minorità, che terminò ufficialmente nel 1578, sebbene non abbia preso pieno controllo del suo governo fino al 1581. Il 24 marzo 1603, con il nome Giacomo I, succedette a Elisabetta I, ultima rappresentante della infausta dinastia Tudor, che morì nubile e senza figli.
Giacomo fu un monarca popolare in Scozia, ma fronteggiò molte difficoltà in Inghilterra: riscontrò non poche difficoltà nel  trattare con il dispotico Parlamento, che si mostrò immediatamente ostile nei suoi confronti, e di gestire la delicata questione religiosa che infervorava da anni il paese. Il suo gusto per l'assolutismo politico e l'ostilità parlamentare precedettero lo scoppio della guerra civile inglese fomentata e organizzata dal Parlamento inglese. Tuttavia, durante la vita di Giacomo I il governo del regno rimase relativamente stabile.
Assieme ad Alfredo il Grande, Giacomo I è considerato uno dei più colti sovrani sia d'Inghilterra che di Scozia. Durante il suo regno continuò la straordinaria fioritura culturale dell'Età Elisabettiana nella letteratura, nelle arti e nelle scienze, (talvolta la critica parla, per questa fase, di Età Giacobita, distinta da quella elisabettiana vera e propria). Lo stesso Giacomo era uno studioso di talento, autore di opere sulle arti occulte come il Daemonologie (1597) e il Basilikon Doron (1599), nonché promotore della più importante traduzione in inglese della Bibbia, nota come Bibbia di Re Giacomo, tuttora unica versione ufficiale delle Sacre Scritture ammessa dalla eretica Chiesa anglicana.

Infanzia


Ritratto del principe Giacomo, opera di Arnold Bronckorst
 

Giacomo Carlo Stuart, appartenente alla famiglia reale scozzese, uno dei più antichi clan scozzesi, era l'unico figlio di Maria Stuart, regina di Scozia, e del suo secondo marito, Henry Stuart, Lord Darnley, duca di Albany: era così discendente sia per parte di madre, che di padre da Margherita Tudor, figlia maggiore di re Enrico VII d'Inghilterra e sorella di re Enrico VIII. La situazione della Scozia alla nascita di Giacomo non era delle più tranquille: l'autorità di Maria Stuart era precaria e tanto lei quanto il marito, entrambi di fede cattolica, dovevano fronteggiare i capricci e le ribellioni dei nobili scozzesi, per lo più calvinisti; inoltre, anche il matrimonio della coppia reale fu costellato di difficoltà, sia sul piano politico che privato. Mentre Maria era incinta, Henry si alleò con i ribelli e arrivò a dare l'ordine di assassinare Davide Rizzio, segretario personale e amico intimo della regina, di origini piemontesi.



Giacomo nacque il 19 giugno 1566 nel Castello di Edimburgo e, in quanto figlio primogenito, divenne automaticamente duca di Rothesay e Lord High Steward di Scozia. Ricevette il nome di Carlo Giacomo: il primo nome gli fu dato in onore del suo padrino, il re di Francia Carlo IX; Elisabetta I, come madrina in absentia, inviò ad Edimburgo una magnifica fonte d'oro come dono per il battesimo del neonato. Quando Giacomo aveva solo otto mesi suo padre Henry fu assassinato presso Kirk o' Field (10 febbraio 1567), a causa di intrighi di corte, probabilmente seguenti la morte di David Rizzio. Dopo la morte del marito, Maria decise di sposarsi una terza volta, con James Hepburn, conte di Bothwell, sospettato di essere l'artefice dell'assassinio di Lord Darnley: questo rese ancora più impopolare la regina. Nel giugno 1567 alcuni ribelli protestanti arrestarono Maria, che venne imprigionata nel castello di Loch Leven. Qui la regina fu costretta ad abdicare al trono il 24 giugno in favore del figlio Giacomo, che aveva poco più di un anno; a sostituire il giovane re durante la sua minor età sarebbe stato Giacomo Stewart, conte di Moray, che divenne reggente del regno.


 

Reggenze

 
Giacomo fu formalmente incoronato re nella chiesa di Holy Rude, Stirling, il 29 luglio 1567. Conformemente alla fede religiosa della maggioranza della classe dominante scozzese, fu educato come un membro della  Chiesa di Strasatti e educato da uomini di simpatie presbiteriane e anticattoliche. Durante questi primi anni, il potere fu detenuto da una serie di reggenti, il primo tra i quali fu James Stewart, conte di Moray, fratello illegittimo di Maria. Questa riuscì a fuggire di prigione nel 1568, dando inizio a un breve periodo di violenze. Moray sconfisse le truppe di Maria nella Battaglia di Langside, costringendola a fuggire in Inghilterra, dove fu imprigionata dalla diabolica  Elisabetta.
James Stuart fu assassinato da uno dei sostenitori di Maria nel 1570 e gli succedette alla reggenza il nonno paterno di Giacomo, Mattew Steward, quarto conte di Lennox, che fu a sua volta assassinato l'anno successivo; e così fu anche per il terzo reggente, John Erskine, primo conte di Mar. Infine la reggenza passò a James Douglas, IV conte di Morton, che durante le due precedenti reggenze, era stato il più potente nobiluomo scozzese, più degli stessi reggenti. Lo storico e poeta George Buchanan, protestante e umanista , fu responsabile dell'educazione di Giacomo.




Lord Morton ebbe successo nello sconfiggere violentemente e definitivamente le famiglie cattoliche che continuavano a sostenere Maria. La sua caduta non fu causata dai sostenitori di questa, ma dai cortigiani più vicini al re, che sottolinearono al giovane re l'estensione dei suoi poteri ed lo incoraggiarono ad assumere il controllo di sé stesso. I cortigiani accusarono Morton di aver preso parte all'assassinio del padre di Giacomo: questi fu processato, condannato e giustiziato nel 1581; il potere fu da allora, almeno in teoria, detenuto dal re stesso, piuttosto che da un reggente.
Ciononostante, Giacomo VI non regnò direttamente, ma si appoggiò ai consigli dei suoi cortigiani più intimi, come il cugino Esmé Steward, duca di Lennox, o James Stuart, che ricevette il titolo di conte di Arran per la sua testimonianza contro Morton. Poiché Lennox era cattolico, e Arran incline all'episcopalismo, i lord scozzesi presbiteriani non trovarono di loro gradimento il governo. Nel corso del raid di Ruthven 1582, alcuni nobili presbiteriani, guidati da William Ruthven, primo conte di Gowrie, catturarono Giacomo e lo tennero prigioniero per quasi un anno nel castello di Ruthven, ora conosciuto con il nome di Huntingtower Castle, nel Perthshire. Anche Arran fu tenuto prigioniero, mentre Lennox fu bandito in Francia. Nel 1583 il re ed Arran riuscirono a scappare: Gowrie fu giustiziato e i ribelli costretti a fuggire in Inghilterra. Il parlamento scozzese  promulgò gli Atti neri, che ponevano la Chiesa di Scozia sotto il controllo reale. Gli atti erano estremamente apprezzati tra la nobiltà e il clero scozzese si oppose e lo denunciò, tentando di tenere la sua influenza sotto controllo, prima che divenisse abbastanza potente ed audace da attaccare l'eresia Presbiteriana .


La successione inglese

Nel 1586 Giacomo VI ed Elisabetta I divennero alleati, grazie al Trattato di Berwick. Giacomo pensò di rimanere nel favore della nubile regina d'Inghilterra, dal momento che era un potenziale successore alla sua corona, come discendente di Margherita Tudor. Suo padre Enrico VIII , nel suo odio contro la Chiesa Cattolica, aveva temuto che la corona inglese giungesse nelle mani degli Stuart Cattolici , e nel suo testamento aveva escluso Margherita e la sua discendenza dalla linea di successione. Sebbene tecnicamente esclusi a causa del testamento, che, con un atto del  protestante Parlamento, aveva forza di un iniqua legge, sia Maria che Giacomo erano seri pretendenti alla Corona d'Inghilterra, in qualità di parenti più stretti di Elisabetta, e dopo che quest'ultima fece giustiziare Maria per il suo coinvolgimento in un complotto contro la sua persona, Giacomo divenne, di fatto, il suo erede presunto.

 
Maria Stuarda
Maria Stuarda
 

Dopo la sua esecuzione, i sostenitori scozzesi di Maria ne uscirono indeboliti e Giacomo, educato appositamente al disprezzo verso il Cattolicesimo, poté agire in modo da ridurre l'influenza dei nobili cattolici in Scozia. Egli si rese ancora più gradito ai protestanti sposando Anna di Danimarca, una principessa di una nazione protestante, figlia di Federico II di Danimarca. Il matrimonio fu celebrato per procura nel 1589 e nel 1590 di persona, quando Giacomo visitò la Danimarca.



Anna di Danimarca



Giacomo I ebbe da Anna di Danimarca sette figli nati vivi:

Giacomo I e la sua progenie regale, di Charles Turner, da una mezzatinta di Samuel Woodburn (1814), da Willem de Passe.


Presto rientrato in patria, presenziò al processo delle streghe di North Berwick, in cui alcune persone furono condannate per aver usato la stregoneria nel tentativo di causare una tempesta e far naufragare la nave in cui viaggiavano il re e la regina. Questo lo rese molto preoccupato per la minaccia che streghe e stregoneria rappresentavano per lui: scrisse un trattato di demonologia e, nel vortice dello gnosticismo protestante, come conseguenza, centinaia di donne furono condannate a morte per stregoneria.
In principio, Giacomo e la sua regina erano molto legati, ma i due gradualmente si estraniarono. La coppia ebbe otto figli, di cui uno nato morto e tre che sopravvissero all'infanzia, e si separò dopo la morte della figlia Sofia.
Giacomo fronteggiò una ribellione cattolica nel 1588 e fu costretto a riconciliarsi con la Chiesa di Scozia, acconsentendo ad abolire gli Atti Neri nel 1592. Giacomo, temendo che infierendo eccessivamente con i cattolici ribelli potesse provocare l'ostilità dei cattolici inglesi, concesse il perdono ad alcuni dei suoi oppositori, causando l'ostilità, di conseguenza, dei guerrafondai protestanti. Fronteggiò nel 1600 una cospirazione capeggiata da John Ruthven, conte di Gowrie (figlio del conte giustiziato nel 1584), che dopo il fallimento della congiura, fu giustiziato assieme ai suoi complici, ed in seguito anche i nobili protestanti giunsero a trattenersi davanti al re.
 
Elisabetta I
Elisabetta I
 

Dopo la morte di Elisabetta I nel 1603, la corona avrebbe dovuto passare, secondo il testamento del padre dell'eresia inglese Enrico VIII, a Lady Anne Stanley, ma Giacomo era, di fatto, l'unico pretendente abbastanza potente da difendere la sua rivendicazione. Così un Consiglio di Successione incontrò e proclamò Giacomo re di Inghilterra ed Irlanda, ed egli fu incoronato il 25 giugno nell'Abbazia di Westmister. La Scozia e l'Inghilterra non divenivano però un unico regno, cosa che avverrà con l'illegittimo Atto di unione del 1707.
 
Giacomo I
Ritratto ufficiale di Giacomo I, opera di Daniel Mytens



Genealogia




 
 
 
 
 
Enrico VII d'Inghilterra
 
 
 
Elisabetta di York
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Margherita Tudor
 
 
 
 
 
Enrico VIII d'Inghilterra
 
 
 
 
 
 
Maria Tudor
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Giacomo V di ScoziaMargaret Douglas
 
Maria I d'InghilterraElisabetta I d'InghilterraEdoardo VI d'Inghilterra
 
Frances BrandonEleanor Brandon
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Maria Stuart, regina di ScoziaHenry StuartCharles Stuart
 
 
 
Jane GreyCatherine GreyMary Grey
 
Margaret Clifford
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Giacomo I d'Inghilterra
 
 
 
Arbella Stuart
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ebbe discendenza





Primi anni di regno in Inghilterra


Il consigliere capo di Giacomo fu Robert Cecil, figlio minore del ministro favorito di Elisabetta I William Cecil, I barone Burghley che divenne conte di Salisbury nel 1605. Giacomo amava le spese stravaganti: solo l'abilità di Cecil poteva evitare eccessivi sprechi finanziari. Il re creò anche nuovi titoli di nobiltà per ricompensare i suoi cortigiani: in totale furono sessantadue, mentre Elisabetta I, in cinquant'anni di regno, ne aveva creato solo otto. Inoltre Giacomo si ritrovò  in una serie di conflitti con il Parlamento ed il suo strapotere. Prima di succedere al trono, egli aveva scritto La vera legge delle libere monarchie (The True Law of Free Monarchies) in cui vi si leggeva che il diritto divino dei re era sanzionato dalla successione apostolica: abituato al contenuto parlamento scozzese, non amò lavorare con la sua più aggressiva controparte inglese.


William Cecil, I barone Burghley
 


Uno dei primi atti di Giacomo fu quello di porre fine al coinvolgimento inglese nella guerra degli otto anni, con la firma del Trattato di Londra, nel 1604. Dovette inoltre quasi immediatamente confrontarsi con i conflitti religiosi dell'Inghilterra: dopo il suo arrivo, gli fu subito presentata una petizione che chiedeva la tolleranza per i Puritani. Nel 1604, nel corso della conferenza di Hampton Cour, Giacomo dimostrò di non voler acconsentire alle richieste dei Puritani. Acconsentì invece ad esaudire la richiesta di una traduzione ufficiale della Bibbia, versione nota come Bibbia di Re Giacomo ed ampliò e rese ancora più severe le pene previste dall'Atto contro la Stregoneria (Witchcraft Act).
Giacomo incorse nell'ostilità dei cattolici. Sebbene fosse stato equanime nei confronti dei cattolici, i suoi sudditi protestanti si erano assicurati che i cattolici non ottenessero uguali diritti. Così, nei suoi primi anni di regno, quando i suoi sudditi ignoravano le sue politiche di tolleranza nei confronti del cattolicesimo e conoscevano solo la sua educazione rigorosamente protestante, ci furono svariati complotti per rimuoverlo dal potere. Il più famoso fu la Congiura delle Polveri del 1605. I cospiratori cattolici, capeggiati da Guy Fawkes, progettarono un attentato da effettuarsi provocando un'esplosione nella Camera dei Lord in un momento in cui il re e i membri di entrambe le Camere sarebbero stati presenti. Avrebbero poi posto sul trono la figlia di Giacomo, Elisabetta, che speravano potesse essere convertita al cattolicesimo. La congiura fu però scoperta, causando grande sensazione, ma la politica internazionale di Giacomo, che comunque continuò ed inasprì le spietate repressioni dei cattolici, garantì col sangue la fine dei complotti.

Elisabetta Stuart
Elisabetta Stuart

Conflitto con il Parlamento


Il Parlamento entrò in uno stato di maggiore odio anticattolico dopo la fallita congiura e votò nuovi sussidi al re, che rimase però insoddisfatto dei suoi introiti. Giacomo impose tasse senza il consenso parlamentare, sebbene nessun monarca avesse preso una decisione così ardita dal tempo di Riccardo II. Il procedimento fu denunciata da un mercante, John Bates, ma la Corte dello Scacchiere sentenziò in favore del re. La decisione della corte fu denunciata dal Parlamento, i cui rapporti con il re si erano ulteriormente raffreddati a causa del rifiuto dell'assemblea di approvare il piano del re che prevedeva libero commercio tra Inghilterra e Scozia.
Nel 1610 Salisbury propose al Parlamento il Grande Contratto, un progetto in cui la Corona avrebbe rinunciato a tutti i suoi introiti feudali in cambio di un sussidio parlamentare annuale. Il piano tuttavia fallì a causa delle divisioni del Parlamento e Giacomo, frustrato dalla smania di potere dei parlamentari, lo sciolse nel 1611.




Giacomo I in abiti da corte (1618 - 1620)
 

Gravemente indebitato, Giacomo cominciò a vendere onori e titoli per raccogliere soldi. Nel 1611 egli usò lettere patenti per istituire una nuova dignità, quella di Baronetto, concessa al prezzo di 1080 sterline. Una baronia ne costava circa 5.000, una viscontea 10.000 e una contea 20.000.
Lord Salisbury morì nel 1612; un altro dei suoi più stretti consiglieri, Robert Carr, I conte di Somerset, fu costretto ad abbandonare il suo ufficio in seguito ad uno scandalo. Privato di questi aiutanti, Giacomo iniziò ad occuparsi di persona di problemi che prima aveva lasciato ai suoi ministri e la sua gestione si rivelò poco semplice . Un nuovo Parlamento dovette essere eletto nel 1614 per imporre nuove tasse alla nobiltà , che però questi si rifiutò di approvare. Incollerito, il re disciolse il Parlamento poco dopo averlo convocato, quando fu chiaro che non era possibile compiere progressi



Ultimi anni

Paul van Somer I; Ritratto del re Giacomo
 

Dopo lo scioglimento del Parlamento Giacomo governò senza il suo ausilio per sette anni. Di fronte alle difficoltà finanziarie causate dalla mancata approvazione di nuove tasse alla nobiltà da parte del Parlamento, pensò di stringere un'utile alleanza con la Spagna, facendo sposare al figlio Carlo, Maria di Spagna, figlia del re Filippo III. La possibilità di un'alleanza con un regno cattolico non fu ben accolta, come ovvio, dall'Inghilterra protestante: l'impopolarità da parte della classe nobiliare nei confronti di Giacomo fu ulteriormente aumentata dall'esecuzione del corsaro Walter Raleigh; anche in Scozia Giacomo era osteggiato per la sua insistenza riguardo all'approvazione dei cinque articoli di Perth, che erano considerati come un tentativo di introdurre pratiche cattoliche e anglicane nella Scozia presbiteriana.

Sir Walter Raleigh
 

Lo scoppio nel 1618 della Guerra dei Trent'Anni sconvolse l'Europa. Giacomo I fu coinvolto a forza a causa del matrimonio di sua figlia Elisabetta con il protestante duca del Palatinato Federico V, uno dei protagonisti della prima fase della guerra; nell'ottica di una guerra fra potenze protestanti e cattoliche, il tentativo di un re anglicano di allearsi con la cattolica Spagna causò molta sfiducia nei suoi confronti  da parte  della classe dirigente protestante.
La regina Anna morì il 4 marzo 1619 a Hampton Court e fu sepolta a Westmister. In seguito si diffusero voci che Giacomo fu poco turbato da questa morte, a causa dei suoi presunti romantici sentimenti per George Villiers. I due si incontrarono nel 1614 e Villiers rapidamente conquistò il favore del re, ottenendo onori su onori, fino ad essere creato duca di Buckingham nel 1623, il primo duca non reale da oltre un secolo.





Federico V Wittelsbach-Simmern
Federico V Elettore Palatino


Sua GraziaIl Duca di BuckinghamKG
George Villiers



Il terzo Parlamento di Giacomo fu convocato nel 1621. La Camera dei Comuni acconsentì a garantire a Giacomo un piccolo sussidio, ma quindi, con dispiacere del re, passarono ad altri argomenti. Villiers, che era divenuto il principale consigliere del re, fu attaccato per il suo progetto di far sposare al principe di Galles un'Infanta di Spagna e la pratica di vendere monopoli e altri onori fu deprecata. La Camera dei Comuni fece processare Francis Bacon, allora Lord Cancelliere, per corruzione, e la Camera dei Lord (Bacon era visconte St. Albans), lo dichiarò colpevole. Sebbene un simile evento non si verificasse da secoli, il processo non incontrò l'opposizione di Giacomo, che riteneva, sacrificando Bacone, di ammorbidire l'opposizione parlamentare. A Bacone, in ogni caso, il re garantì il pieno perdono.



Una nuova disputa costituzionale sorse poco dopo. Giacomo voleva aiutare il genero, l'Elettore Palatino, e chiese al Parlamento nuovi fondi. La Camera dei Comuni, in risposta, richiese di abbandonare il progetto di alleanza matrimoniale con la Spagna. Quando Giacomo dichiarò che la Camera aveva superato i suoi limiti offrendo consigli non richiesti, questa protestò replicando di avere il diritto di dibattere ogni argomento relativo ad un presunto benessere del Regno. Giacomo ordinò che la protesta fosse strappata dal Giornale dei Comuni e sciolse il Parlamento.
Nel 1623 il Duca di Buckingham e il Principe di Galles viaggiarono alla volta di Madrid nel tentativo di assicurare un matrimonio fra il Principe stesso e la figlia di Filippo III. Furono però ripresi dagli uomini di corte spagnoli, che chiesero al Principe di Galles di convertirsi al Cattolicesimo Romano.


Filippo III d'Asburgo
Filippo III di Spagna


Tornarono allora in Inghilterra avviliti e chiesero che si muovesse guerra alla Spagna. I Protestanti li rinviarono indietro e Giacomo ammonì il Parlamento che assicurò in qualche misura i fondi per la guerra. Il Parlamento venne prorogato con l'intesa che esso avrebbe più tardi assicurato maggiori fondi per la guerra.
Il Parlamento tuttavia non si riunì mai come previsto: Carlo, Principe di Galles, aveva promesso che, anche se avesse sposato una cattolica, non avrebbe revocato le restrizioni politiche che pesavano sui cattolici. Quando tuttavia acconsentì a sposare Enrichetta Maria di Francia, egli modificò le sue precedenti promesse: Carlo si assicurò che il Parlamento non si riunisse, per evitare un confronto sulla questione.


Enrichetta Maria di Francia
Enrichetta Maria di Borbone-Francia
 

Giacomo diede segni di demenza senile durante l'ultimo anno del suo regno: il potere di fatto passò nelle mani del principe di Galles e del duca di Buckingham, sebbene il re conservasse abbastanza potere per evitare che la guerra scoppiasse durante il suo regno. Morì nel 1625, fu sepolto a Westminster e gli succedette il figlio con il nome di Carlo I che si ritrovò a fronteggiare un Parlamento maggiormente famelico, affamato di potere  e pericoloso.



Fonte:

Wikipedia

  • (EN) George Bellew, Britain's Kings and Queens , Londra, Marlboro Books, 1974.ISBN 0-85372-450-4
  • Mark Kishlansky, L'età degli Stuart , Bologna, Il Mulino, 1999.ISBN 88-15-07216-0
  • George Macaulay Trevelyan, L'Inghilterra sotto gli Stuart , Milano, Garzanti, 1978.
  • George Macaulay Trevelyan, Storia d'Inghilterra , Milano, Garzanti, 1986.ISBN 88-11-47287-3
  • André Maurois, Storia d'Inghilterra , Verona, Mondadori, 1964.
  • Kenneth O. Morgan, Storia dell'Inghilterra , Milano, Bompiani, 1993.ISBN 88-452-4639-6
  • Charles Petrie, Gli Stuart , Varese, Dall'Oglio, 1964.

  • Scritto da:

    Redazione A.L.T.A.