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lunedì 16 maggio 2016

La rivoluzione di un principe decaduto




E' datata 12 maggio 2016 l'ultima "tragicomica" uscita di una casata da tempo decaduta nella legittimità (di sangue e di esercizio).

Carlo Maria Bernardo Gennaro di Borbone (ostinatamente riconosciuto da diversi personaggi con titoi che non gli spettano e cioè "Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro, Capo della Real Casa"), discendente di un ramo dei Borbone privo di legittimità da oltre un secolo (per approfondimenti http://associazione-legittimista-italica.blogspot.it/2014/07/i-borbone-di-napoli-e-la-perdita-della.html), nel suo essere "politically correct" e nel suo abusare di una carica che non gli spetta,  ha reso pubblica la sua decisione di cambiare le regole di successione , che finora sono state in vigore nella Casa di Borbone delle Due Sicilie, con la trovata di "renderli compatibili con diritto internazionale ed europeo che vieta qualsiasi discriminazione tra uomini e donne, non solo nel godimento dei loro diritti e delle libertà, ma anche nell'esercizio di cariche pubbliche di qualsiasi tipo." In pratica, quest'uomo, privo di ogni diritto legittimo, a rigurgitato nauseante dottrina modernista millantando di modificare regole che non ha nessun diritto di modificare facendo passare le sagge regole della Monarchia Tradizionale come "discriminazione tra uomini e donne"!Secondo il "principino in carne" la regola di primogenitura sarebbe stravolta e permetterebbe quindi la successione alle donne anche se sono presenti discendenti maschi!

L'atto ufficiale (senza nessun valore) è il seguente:

...Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro, Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, Gran Maestro degli Ordini dinastici; Considerando che le famiglie reali d'Europa, attualmente al governo hanno finalmente abbandonato, al fine di rispettare il principio della parità tra uomini e donne come parte della fondazione di diritto internazionale ed europeo, il principio chiamato "legge salica", che esclude le figlie dall'ordine di successione, la maggior parte di loro hanno adottato la regola della successione di primogenitura assoluta; Considerando che la Casa Reale di Borbone delle Due Sicilie deve, se si aspira ad essere in grado di rivendicare e di recuperare la sua sovranità e di esercitarla  nel rispetto della legge e dei principi riconosciuti dalla comunità internazionale, ADOTTA a sua volta una regola di successione conforme a questa legge;

Noi decidiamo:

Articolo 1: L'ordine di successione ereditaria alla Real Casa di Borbone delle Due Sicilie è modificato con l'obiettivo di introdurre una rigorosa parità tra uomini e donne.

Articolo 2: Il principio della primogenitura assoluta viene sostituito in qualsiasi regola di ex successione.

Articolo 3: Questo nuovo ordine di successione è applicabile per la prima volta ai nostri discendenti.

Articolo 4: Le regole e statuti di tutti gli ordini dinastici che si riferiscono alla Real Casa di Borbone delle Due Sicilie saranno modificati di conseguenza.

Roma, 12 maggio 2016

Ora, già il "Noi decidiamo" meriterebbe un sonoro "Noi chi?" dal momento che costui è un "principe" decaduto privo della legittimità di sangue e di esercizio (per ulteriori informazioni sulla legittimità di sangue e di esercizio http://associazione-legittimista-italica.blogspot.it/2015/04/legittimita-di-origine-e-di-esercizio.html). I "quattro punti", non ché le idiozie esposte nel testo più sopra, sono un susseguirsi di "apologetica modernista" priva di reali motivazioni concrete e di logica. Il signor Carlo si arroga diritti che non ha demolendo regole che non hanno nulla a che fare con discriminazioni di alcun genere! Esse sono regole scolpite nei secoli della Tradizione la quale, quando rispettata, ha reso grande i Principi e le Patrie!  
Forse i lacchè suoi partigiani, ignoranti per volontà o per limitatezza, elogeranno la decisione sottolineando una parte precisa del testo, e cioè "se si aspira ad essere in grado di rivendicare e di recuperare la sua sovranità" ... L'affermazione è ridicola come ridicole sono tutte le affermazioni atte a giustificare l'opera rivoluzionaria a discapito del fuoco vivo della Tradizione!

Comunque sia, l'atto vale tanto quanto la carta su cui è stampato, dal momento che  il signor Carlo Maria Bernardo Gennaro di "Borbone" non è Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie! (Titolo passato all'inizio del secolo XX, dopo la defezione di Don Alfonso, a S.M.C. Alfonso Carlo di Borbone e Austria-Este (Alfonso XII di Spagna) e, dopo la morte di quest'ultimo, a S.A.R. Francesco Saverio di Borbone Parma (Javier I di Spagna) e, dopo di lui, al suo secondo genito S.A.R. Sisto Enrico di Borbone e Borbone Bussette).

Per ulteriori approfondimenti vi rimando ai precedenti link.


Il Presidente e fondatore A.L.T.A. Amedeo Bellizzi

martedì 12 aprile 2016

GARIBALDI, insolvente con le banche ed evasore con il fisco.

Fonte: https://venetostoria.com/page/

Il personaggio era quello che era, tanto che pure la storiografia “unitarista” (la maggioranza, quella dello ‘storical correct,’ non lo ha mai considerato un genio, ma ha sempre puntato sulla sua tempra di patriota non venale, mosso solo dai nobili ideali dell’unità, sia pure all’ombra della massoneria. Ma poi è successo che nel 2011 il Banco di Napoli ha reso pubblici i suoi archivi, e l’Eroe dei due Mondi” non ne esce affatto bene, neanche dal lato dell’onestà. Un bel precursore della banda che ci sgoverna, sotto varie spoglie partitiche e di regime, dal 1861. Leggete sotto:

389491_2723642180927_526534626_nIl Banco di Napoli svela un segreto sull’eroe dei due mondi: Garibaldi non pagò i debiti
di Rossella Lama

 GARIBALDI, insolvente con le banche ed evasore con il fisco. E’ quasi una beffa per il povero eroe dei due mondi quell’apertura dell’archivio storico del Banco di Napoli. Perché viene fuori che visto da vicino, da molto vicino, somiglia a tanti, anche dei nostri giorni. Ai quali, peraltro, non sembra siano ascrivibili pari meriti. Perché lui è lui, è Garibaldi, e l’unità d’Italia l’ha fatta davvero.
È successo anche però che abbia chiesto un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, agricoltore e deputato al Parlamento. Una discreta somma, l’equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire.
Garibaldi aveva due figli, ai quali aveva dato il nome dei suoi luogotenenti della prima ora, della partenza da Quarto. Menotti, appunto, e Ricciotti. Menotti era lo scapestrato. Le cronache riferiscono che sia fuggito alle sgradevoli conseguenze dì un’incriminazione appellandosi all’immunità parlamentare. Non rimborsa nemmeno il mutuo. E il Banco dì Napoli si fa avanti con il padre. “Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito“, è la davvero poco eroica risposta del nostro eroe nazionale.
Gli archivi del Monte dei Paschi di Siena ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. “Signor Esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti”. Punto e basta. Segue la firma. Non sappiamo che sviluppi abbia avuto quella lettera datata 1863. E se il Signor Esattore di Roma abbia avuto quello che chiedeva. Però ne dubitiamo. Nel ’63 sull’Aspromonte Garibaldi è stato arrestato e spedito in esilio a Caprera, dove ha passato diversi anni prima di rifarsi vivo a Porta Pia per prendere Roma.
Garibaldi un po’ pirata lo è stato certamente. Forse anche un po’ troppo presenzialista, o forse semplicemente usato. La sua fama era diventata immensa: in un’Italia di analfabeti e senza televisione non c’era chi non conoscesse la sua faccia e le sue gesta. Dopo il 1870 il suo nome spunta tra i consulenti di un’infinità di opere urbanistiche e di bonifica fatte dai piemontesi, dal riscatto dell’agro romano, come si diceva una volta, alla costruzione degli argini del Tevere. Non si sa bene per quali specifiche competenze, se non quella di aver conosciuto le paludi con la moglie Anita morta a Ravenna di malaria. Comunque è morto povero.
Le carte del Banco di Napoli offrono uno spaccato straordinario per capire come andava il mondo. C’è una polizza di 40 ducati emessa a Napoli a settembre del 1742 per il riscatto di uno schiavo. Sul retro di una polizza del 1613 sono annotati gli ingredienti acquistati per l’imbalsamazione del Cardinale Ottavio Acquaviva d’Aragona. Un cassiere del Monte di Pietà guadagnava nel 1595 trenta ducati al mese, e cinque uno scrivano. Un vitello si comprava per sette ducati e mezzo. Un servizio di barba costava quattro ducati all’anno. Per due camere e cucina a Via Toledo, 45 ducati l’anno di affitto.

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TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

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Fonte: https://venetostoria.com/page/

I MASSONI SVELANO COME FURONO FINANZIATI I MILLE se ce lo spiegano loro, cosa c’era sotto, c’è da dar retta alla fonte…

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo.
Un breve intervento —poco più di due paginette, ma esplosive— a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”.
Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: «Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento —circa 25.000 lire— fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto».
E invece, lavorando in archivi inglesi, l’insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l’enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) «molti milioni di dollari di oggi». Il versamento avvenne in piastre d’oro turche: una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo.
A che servì quell’autentico tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: «È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro». Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i “democratici” di Europa e America, del Nord come del Sud.
Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le “piastre d’oro” versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza. Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un’impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.
Ma c’è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l’”Ercole”, affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l’inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell’Intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull’impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso.
Si cominciava bene, dunque, con quella “Nuova Italia” che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati. Ma Nievo portava, pare, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza?
In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell’isola).
Come riconosce il «fratello» Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era quello già ben noto: aiutare Garibaldi per “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico“. Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché anche l’Italia, «tenebroso antro papista», fosse liberata dal cattolicesimo.
 

giovedì 31 marzo 2016

CAVOUR TRAMA PER L’AGGRESSIONE AL REGNO DI NAPOLI, IL “DIETRO LE QUINTE”

430172_3381389584201_155959528_nI Mille? Benedetti dal conte di Cavour
di Angela Pellicciari
La spedizione in Sicilia sarebbe stata impossibile senza l’appoggio – segreto – del Regno di Sardegna.
“Venga da me quando vuole, ma pria di giorno e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse, sorridendo), lo rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco”: così – racconta La Farina – gli disse Cavour durante uno dei numerosissimi e super segreti colloqui per organizzare quella che è passata alla storia come “spedizione dei Mille”.
Perché Cavour non vuole che venga alla luce l’organizzazione capillare da lui stesso meticolosamente preparata – insieme al fido La Farina – per l’invasione dell’Italia meridionale? Perché la vulgata esige che il Regno di Sardegna intervengano solo ed esclusivamente per soccorrere le popolazioni italiane che “gemono” sotto il giogo della schiavitù: in caso contrario, se le apparenze non sono salvate, Cavour rischia la perdita della copertura internazionale indispensabile per l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia.
La storiografia del Novecento ha puntualmente ripetuto la versione di comodo raccontata al mondo dai governanti sardi. Ma le cose non stanno così. Per sapere come si sono svolti i fatti è utile ricorrere all’epistolario e agli articoli del braccio destro di Cavour, l’influente storico massone Giuseppe La Farina, potentissimo segretario della Società Nazionale. Nella lettera del 14 ottobre 1860, per esempio, questi racconta all’amico Pietro Sbarbaro: “V’è una parte della mia biografia completamente sconosciuta, ed è forse la più importante, voglio dire le mie relazioni con conte di Cavour: relazioni intime, e pur tenute segretissime dal ‘56 al ‘59, e non sospettate né anco dagli amici stretti del Conte di Cavour. Io vedeva il conte di Cavour quasi tutti i giorni prima dell’alba […] fui io che gli feci conoscere Garibaldi, e che l’indussi ad adoperarlo nella guerra d’indipendenza che si apparecchiava […] Le potrò dare notizia della parte presa da me e dalla Società Nazionale alla spedizione di Sicilia; ed Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti)”, che “e armi e munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla”.
In una lettera di poco posteriore lo storico siciliano è ancora più esplicito: “Gl’indugi alla partenza [per la Sicilia] vennero da Garibaldi e da’ suoi amici, i quali dicevano quella impresa una follia. Garibaldi si decise a partire, quando seppe che i Siciliani sarebbero partiti senza di lui. Questa è la verità vera”. La verità che La Farina racconta nelle lettere è da lui lui divulgata anche a mezzo stampa. Sull’Espero il 24 gennaio 1862, per esempio, La Farina scrive: “Per quattro anni lo scrittore di questi articoli vide, quasi tutte le mattine, il conte di Cavour, senza che qualcuno de’ suoi intimi amici lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch’era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera v’era qualcuno che lo potesse conoscere!”.
Dalla testimonianza di La Farina il ruolo di Garibaldi nell’impresa siciliana risulta decisamente ridimensionato. Sarà vero? Sembrerebbe di sì. Perlomeno a leggere quanto il generale scrive a La Farina da Caprera l’8 gennaio 1859: “Circa all’organizzazione convenuta io la lascio interamente a voi. Medici e chiunque de’ miei hanno ordine di non fare nulla senza consultarvi. Lo stesso ho raccomandato a quei di dentro. Vogliatemi bene e comandatemi”.
Se il ruolo di Garibaldi è stato gonfiato ad arte – Garibaldi non avrebbe fatto un passo senza Cavour e La Farina, i loro soldi e le loro armi – cosa dire dei Mille che hanno seguito il generale nell’eroica impresa liberatrice? Leggiamo cosa pensa di loro il generale Giuseppe Garibaldi: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del malaffare.

Fonte: http://venetostoria.com/page/12/

martedì 29 marzo 2016

S.A.R. Sisto Enrico di Borbone, un Principe Legionario.


Il passato 12 marzo S.A.R. Don Sisto ha ricevuto a El Pardo un alto riconoscimento legionario, con la imposizioni della insignia de honor de la Hermandad de Caballeros Legionarios de Sevilla, dalle mani di una insigne famiglia carlista e legionaria, come ce ne sono molte. Vale la pena ricordare i particolari del suo percorso nel Tercio.


La Famiglia Reale si distinse negli anni sessanta del secolo scorso per un incredibile attivismo in azioni umanitarie. Per la famiglia rivale il confronto era troppo difficile da raggiungere:  l'Infanta María Francisca aveva servito nella Croce Rossa in ausilio degli ungheresi durante la repressione sovietica del 1956; la allora infanta María de las Nieves aveva svolto il Servizio Sociale  nel Castillo de la Mota en Medina del Campo, e inoltre la allora infanta Cecilia si adoperò in aiuto al disastro umanitario nel Biafra. Nel gennaio 1964 José Arturo Márquez de Prado, capo nazionale aggiunto del Requeté, spinse per l'inserimento nella Legión di S.A.R. Don Sisto. L'iniziativa partì in gran parte da suo fratello maggiore  Carlo Ugo e contava dell'appoggio entusiasta di Don Javier. In una operazione totalmente riservata il Comandante Sisto Barranco, delegato dello Stato Maggiore dei Requetés, capo carlista de Melilla e del Banderín de Enganche della Legión e  Capitano della Legión Morán Carapeto –ambe due avevano combattuto nella Cruzada nel Tercio de Requetés sivigliano de Nuestra Señora de los Reyes e mantenevano vivo l'entusiasmo e gli ideali di quei giorni -- realizzarono le modalità opportune per l'inserimento di  S.A.R. sotto il nome di Enrique de Aranjuez. Nell'ambiente militare solo loro conoscevano la sua vera identità, e mai venne dispensato da favoritismo alcuno, obbedendo agli ordini come un soldato qualunque. Con Don Sisto si arruolò un altro giovane carlista bilbaíno, Juan Carlos García de Cortázar, che lasciò i suoi studi al quarto corso della carriera di ingegneria industriale, per stare al fianco dell'Infante.  Finalmente sul finire del  1964 Don Sisto iniziò il  periodo di istruzione a Melilla, nel Tercio Gran Capitán, I de la Legión, giurando sulla bandiera  il 2  maggio 1965, rendendo questa data molto significativa. Al giuramento assistettero vari carlisti andalusi e valenziani, che mantennero segreta l'identità dell'Infante di Spagna. Il giuramento alla bandiera fu il seguente:

·         ¿Juráis a Dios y prometéis a España, besando con unción su bandera, respetar y obedecer siempre a vuestros jefes, no abandonarlos nunca y derramar, si es preciso, en defensa del honor e independencia de la Patria y del orden dentro de ella, hasta la última gota de vuestra sangres?

Quando alcuni "juanisti" scoprirono la presenza di Don Sisto nella Legión iniziarono a fare pressione sui vertici più alti e più sensibili del governo costituito, i cui membri facevano parte dei seguitori del ramo liberale alfonsino. Però nel corpo degli ufficiali legionari e tra il popolo carlista la presenza di Don Sisto suscitava grande simpatia.
 
 
La pretesa di  Don Sisto era quella di realizzare i suoi tre anni di servizio militare. Tuttavia la chiamata Segreteria Tecnica di Carlo Ugo capì che era più propizio pubblicizzare la cosa sfruttando  la sua presenza, filtrandolo ai  media di comunicazione e dedicando  un reportage sulla stampa carlista.  Il franchismo licenziò anticipatamente il legionario Enrique de Aranjuez dopo undici mesi cercando di attutire l'impatto propagandistico  dovuto alla sua presenza, che era in contrasto con l'immagine dei membri della dinastia liberale (il chiamato "Conde de Barcelona" servì sotto bandiera nemica nella Royal Navy e  Juan Carlos fu dispensato di una blanda e favoritistica istruzione all'interno dell'accademia generale, con un  più che mediocre espediente). Da allora Don Sisto mantenne strette relazioni con la Legión, ricevendo riconoscimenti da parte di diversi Hermandades e manifestando pubblicamente la sua disposizione e spirito legionario, come nel manifesto “A los Navarros” del novembre 1977, che oggi non potrebbe essere di maggiore attualità :

·         (…) Yo pido a todos los navarros que por encima de actitudes partidistas y bajo la Bandera de España, que como soldados todos hemos jurado, en esta hora triste y de prueba en que parece que se quiere castigar a Navarra su glorioso sacrificio en la Cruzada del 36 y su valor —con los que logró para su Escudo, que con los de Castilla, León y Aragón forman el real y nacional de España, la Gran Cruz Laureada de San Fernando—, formen en derredor de sus Instituciones naturales para defender las legítimas libertades que constituyen sus Fueros.

Un altro fatto degno di nota è che la Repubblica francese reclamò a Don Sisto la realizzazione del servizio militare, come già aveva fatto suo fratello Carlo Ugo. Don Sisto era nato in esilio, a Pau, città occitana, puramente ispanica, ma sotto la Francia. Tuttavia, come Infante di Spagna, Don Sisto comprendeva di non poter giurare sulla bandiera della Rivoluzione francese e non rispose alla chiamata  del servizio militare francese. Per questo fatto fu condannato a un anno di prigione dal Tribunale permanente delle Forze Armate, il quale dispose anche il sequestro dei suoi beni.
 
 
Dopo essere stato congedato dalla Legión contro la sua volontà e contro il  suo diritto, Don Sisto passò in Portogallo, dove ospitato da amici e parenti della Famiglia Reale lavorò nei principali ambiti della amministrazione civile e anche nel mondo della finanza con la familia Espíritu Santo. Visitò le province portoghesi in Africa, dove mise a  servizio la propria istruzione militare.
 
 
 
 
Fonte:  http://elmatinercarli.blogspot.it/2016/03/sar-don-sixto-enrique-principe.html


Di Redazione A.L.T.A.

lunedì 29 febbraio 2016

Il generale Cadorna ed il massacro di Palermo





Gli anni immediatamente successivi alla cosiddetta “Unità d’Italia” video la Sicilia solo marginalmente interessata da quel fenomeno di massa della resistenza armata contro i Piemontesi, che divampava in tutte le altre regioni meridionali. Ciò perché ancora bruciava ai siciliani la mancata comprensione della loro “specificità” da parte dei passati governi borbonici.
Però, man mano che cadevano ad una ad una tutte le illusioni e le speranze che aveva elargito Garibaldi, montava la collera del popolo. E così anche la Sicilia non mancò a quel tragico appuntamento con la Storia, pagando il suo non lieve tributo di sangue alla resistenza meridionale.
Le sette giornate della rivolta di Palermo del settembre 1866 furono la testimonianza tangibile di una cosiddetta “Unità Nazionale”, malamente perseguita e peggio attuata. Neanche a farlo apposta i più decisivi tra i rivoltosi furono proprio i “picciotti”, che sei anni prima avevano permesso le “strepitose” vittorie di Garibaldi.
Essi furono i più determinati nella lotta perché erano stati traditi nel peggiore dei modi: nella loro buona fede. La politica perseguita in Sicilia dal governo sabaudo, fu in quegli anni arrogante, opportunista, colonizzatrice e criminale, a questo si somma un’altra verità, che, come scrive Paolo Alatri:
<<I funzionari, per lo più settentrionali… consideravano spesso le popolazioni affidate alle loro cure come non ancora pervenute al loro stesso grado di civiltà, come barbari o semibarbari… Questo estremo disprezzo, intollerabile per un popolo di antica civiltà come quello siciliano, unitamente a molte altre cause tra cui, non secondarie, la crescente miseria, l’introduzione di misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi e gravosi balzelli, provocò l’impossibile: l’alleanza tattica dei gruppi filo borbonici con l’ala oltranzista del vecchio partito filo garibaldino, e di questi due con gli autonomisti e gli indipendentisti>>.
Le cause della sommossa furono le ottuse limitazioni imposte alle popolarissime feste di S. Rosalia, la Santa Patrona cara ai cuori di ogni palermitano, l’introduzione del monopolio statale del tabacco con la fine dell’esenzione goduta fino ad allora in Sicilia, ed il servizio di leva militare non previsto dall’ordinamento borbonico. Rapidamente divampò la protesta degli strati più popolari e si ebbero i primi disordini. Era ciò che aspettava da tempo il Comitato rivoluzionario con le sue squadre clandestine già allertate, anche perché i reparti militari piemontesi di stanza nell’isola erano profondamente depolarizzati per le recentissime disastrose sconfitte subite al Nord dall’esercito italiano contro l’Austria. Si cominciò dal controllo del circondario, facendo poi convergere tutte le squadre su Palermo. Si ripeteva la tattica del ’60, questa volta però contro i Piemontesi.
Toccò per prima a Monreale, dove un’intera compagnia di granatieri, che spalleggiava l’odiato delegato di P.S. Rampolla, fu letteralmente fatta a pezzi insieme a quest’ultimo. La scena si ripeté a Boccadifalco con lo sterminio di un reparto di “carabinieri piemontesi”. A Misilmeri al termine della giornata campale la truppa si ritirò, lasciando sul terreno ben 27 morti. Infine, come fossero un sol uomo, tutti i centomila contadini della Conca d’Oro insorsero. I più decisi, armati di vecchie scoppette da caccia, si unirono alle squadre e marciarono su Palermo, al loro seguito centinaia di carri carichi di vettovagle.
Il controllo militare delle campagne circostanti era considerato un primario obiettivo nei disegni strategici del Comitato, in quanto doveva permettere, come in effetti permise, il regolare rifornimento di derrate alla città isolata.
L’adesione a moti da parte della cittadinanza fu unanime. E fu la guerra civile, come sempre cruentissima, con innumerevoli vittime d’ambo le parti. I circa 30.000 insorti in armi (il Procuratore Generale della Corte d’Appello ne stimerà il numero in 40.000) tennero in scacco i migliori reparti del regio esercito, battendoli ripetutamente, per sette giorni e mezzo in città e per dodici giorni nel circondario. L’esercito savoiardo arrivò ad impegnare più di 40.000 uomini agli ordini del generale Cadorna, che poi fu soprannominato “il macellaio”, oltre ad ingenti forze di polizia e gran parte della Marina da guerra, che bombardò a più riprese la città (i generali piemontesi erano “eroi” nel bombardare le popolazioni inermi, come il Gen. La Marmora a Genova nel ’49 ed il Gen. Cialdini a Gaeta nel ’60 , ma sul vero campo di battaglia dimostrarono sempre codardia ed incapacità).
Il generale Cadorna impartì l’ordine di sparare a vista a qualsiasi passante: <<… Cadorna saziò la propria sete di vendetta proclamando lo stato d’assedio (3° in quattro anni), accanendosi contro la popolazione e mostrando particolare ferocia contro il clero, “la nefanda setta clericale” era solito dire… espropriati i monasteri e conventi, il regio commissario soppresse nell’isola 1027 corporazioni religiose superstiti, e spedì in galera i frati che, sfuggiti alle fucilazioni, non avevano fatto in tempo a nascondersi. Finì in carcere persino il vescovo di Monreale, il 90enne Benedetto D’Acquino e con lui 47 religiosi di Palermo, 46 di Siracusa, 40 di Girgenti, 26 di Caltanisetta, 18 di Messina. La stampa estera si schierò apertamente dalla parte dei ribelli e parlò di sacrosanto moto indipendentista, mentre in tutta Italia apparve qualche trafiletto in ultima pagina, dopo un mese…>>.
Il Gen. Cadorna volle emulare il Gen. Cialdini, “eroe” di Gaeta, e fece anche lui infettare l’acquedotto con carcasse di animali, così da provocare una tremenda epidemia di tifo petecchiale, che provocò migliaia di morti tra la popolazione.
Pur facendo riferimento alla propria parte politica di appartenenza, vi fu sul terreno una straordinaria unità d’azione delle squadre armate. La diversità si notava soltanto nel grido con cui esse usavano andare all’assalto: “Viva la Sicilia” (i filoborbonici, gli autonomisti e gli indipendentisti), “Viva la Repubblica” (i radicali e gli azionisti), “Viva Santa Rosalia” (i cattolici tradizionalisti).
La numerosa Guardia Nazionale, che aveva rifiutato in massa di sparare sui cittadini, si disciolse come neve al sole e molti elementi passarono con i ribelli. Per ironia della sorte i più irriducibili combattenti delle squadre furono le centinaia di giovani renitenti al servizio di leva, istituito di recente dai piemontesi, e i disertori siciliani del regio esercito. La repressione che seguì fu talmente barbara da far registrare un numero di vittime di gran lunga maggiore di quello avutosi nella fatidica guerra di “liberazione” garibaldina del 1860. Ma la cosa peggiore fu come al solito il tentativo, riuscito perfettamente per l’imperante servilismo della storiografia ufficiale, di infangare la memoria storica degli sconfitti. Così se i combattenti nel Napoletano, della Lucania, delle Calabrie, e delle Puglie erano definiti briganti e banditi da strada, per i Siciliani del ’66 ci si inventò l’accusa di essere Mafia. Ed è così che quelle tragiche giornate del settembre 1866, che avevano visto versare tanto generoso sangue siciliano, passarono nei libri di testo, fino ai tempi a noi recenti, come “un episodio di malandrinaggio collettivo”. Ci sono voluti storici seri affinchè ultimamente si facesse un po’ di luce.
Scrive lo storico Rosario Romeo che la rivolta palermitana del 1866 <<… non divenne insurrezione generale dell’isola e potè essere facilmente domata solo per la mancata collaborazione dei ceti dirigenti…>>. La borghesia meridionale, per meri interessi di bottega, aveva tradito ancora una volta la sua terra e la sua gente.
Le sette giornate di Palermo costarono lacrime e sangue a tutti. I reparti del regio esercito e delle forze di polizia contarono tra le proprie fila oltre 200 morti, più un migliaio di feriti gravi e leggeri, circa 2200 uomini fatti prigionieri dagli insorti.
Le perdite dei rivoltosi non furono mai accertate ufficialmente (in verità non si volle), ma gli storici concordarono nel calcolarle a molte migliaia durante i combattimenti, a cui occorre aggiungere poi le altre migliaia di popolani arrestati e, senza regolari processi, gettai a marcire nelle patrie galere dopo la fine della rivolta, senza contare infine le numerosissime condanne a morte e all’ergastolo irrorate dai tribunali militari, i quali non permisero agli imputati di nominare i loro avvocati di fiducia, ma li fecero “difendere” da avvocati scelti minuziosamente dai tribunali stessi, e vollero in tutte le cause un interprete che traducesse loro il siciliano.
Così fino al febbraio del 1867 la popolazione fu costretta ad assistere al passaggio di colonne di detenuti in catene, spinti a calci e bastonate verso i luoghi di detenzione.
La Sicilia restava, come tutto il Sud, in uno stato di abbandono… in conto di “regione tropicale”… in mano di sfruttatori e ladri… e di una polizia che giunse all’aperta collusione con la mafia e la delinquenza locale… senza alcuna iniziativa in fatto di lavori pubblici… nel più completo analfabetismo… nella miseria contadina più vergognosa…
I Siciliani, come tutti i meridionali, per sopravvivere trovarono solo navi per l’America: tonnellate umane, come quelle dei popoli africani, i Siciliani si auto-deportarono in America. I Savoia erano passati per le contrade del Sud con le loro truppe criminali, i loro tribunali speciali, la loro macchina fiscale, la loro burocrazia e la loro magistratura corrotta… La resistenza meridionale, massacrata e sconfitta, emigrava a “Brucculinu”. E qui, sul tracciato effimero della “nuova frontiera”, i Siciliani scrissero alcune tra le pagine più belle del nascente movimento operaio americano, ma si inventarono anche, e a colpi di mitra, l’organizzazione etno-imprenditoriale più efficiente del secolo: Cosa Nostra.
Viva l’Italia!
Fonte: Real Circolo Francesco II di Borbone/Royal Club Francis II of Bourbon
 

martedì 19 gennaio 2016

IL LEGAME TRA LA CORNA DELLE DUE SICILIE E QUELLA DI SPAGNA


La Penisola italiana, e il Regno di Napoli e di Sicilia all'ascesa
di Alfonso V d'Aragona (I di Napoli e Sicilia).
E’ storica e tradizionale la vincolazione politica delle Sicilie alla Corona aragonese; fin dalla fine del secolo XIII con la presenza in Sicilia, e in Sardegna, della milizia catalana. Dal secolo XIV il dominio fu pacifico e di accordo, rispondendo allo spirito imperiale spagnolo, una vera federazione basata sull’unione personale e nei mutui fueros. Nel secolo XV, Alfonso V d’Aragona conquistò il Regno di Napoli (con maggiore diritto degli Anjou, discendendo dalla dinastia catalana come da quella castellana, per ambo i lati discendente dalla Casa di Svevia) legandolo al Regno d’Aragona e divenendo Alfonso I di Napoli.

Durante il secolo XVI e XVII, Sardegna, Sicilia e Napoli, e i presidi di Toscana e Milano, formarono parte della grande confederazione ispanica, corrispondendo al Re cattolico dal 1556 il Vicariato perpetuo del Santo Impero in Italia.

La Guerra di Successione Spagnola fece naufragare la vincolazione dei due Regni di Sicilia con  l’Aragona, così come la vincolazione dei Paesi Bassi con la Castiglia. Ma Filippo V di Spagna, con proprio desiderio aumentato dalla benevola influenza di Isabella Farnese, sua seconda moglie, si dedicò alla restaurazione dell’Impero spagnolo in Italia.
Don Carlo di Borbone: Duca di Parma dal 1731
al 1735; Re di Napoli come Carlo VII dal 1734
al 1759; Re di Spagna come Carlo III dal 1759
al 1788.

Ciò ebbe inizio nel Ducato di Parma, dove, morto il Duca Antonio si estinse la linea maschile dei Farnese. Passo a regnare in quelle contrade nel 1731 l’Infante Don Carlo, fino al 1735, essendo divenuto Re di Napoli nel 1734, dove regnò fino al 1759, ascendendo al Trono di Spagna con il nome di Carlo III,  lasciando a Napoli suo figlio terzogenito Don Ferdinando. Con questa formula, più flessibile politicamente rispetto al dominio diretto, si assicurava l’egemonia spagnola in Italia anche nel secolo XVIII. Il Re di Spagna non diede la proprietà degli Stati di Napoli e Sicilia agli Infanti titolari, ma la riservò per se, dando  a questi i suddetti Stati come infeudazione, con diritto a titolarsi Re, ma conservando per il Monarca spagnolo l’uso di questi titoli, che continuarono a figurare nella larga enumerazione dei regni del Re cattolico, così come la sua autorità sugli Infanti feudatari, senza che ciò significasse in realtà un annullamento dell’indipendenza delle Due Sicilie, ma piuttosto un alleanza perpetua fondata su basi molto più salde di quanto potesse essere con un semplice Trattato. Allo stesso modo, venendo a mancare la successione sul Trono di Napoli, questa spetta al Re di Spagna che nomina un Infante per la successione; mentre se viene a mancare la successione in Spagna il Re di Napoli è chiamato alla successione lasciando uno dei suoi figli o fratelli a Napoli o, rinunciando al Trono spagnolo, nominare uno di questi alla successione spagnola. Accadde così quando Carlo VII di Napoli succedette al Trono di Spagna divenendo Carlo III e lasciando a Napoli il terzogenito Don Ferdinando.

 
Da sinistra: Ludovico I d'Etruria, la Regina
Infanta Maria Luisa con i figli Maria Luisa Carlotta e
Carlo Ludovico.




E 'curioso che il tiranno d'Europa, l’usurpatore Napoleone Bonaparte, per creare il Regno d'Etruria si accordò con le autorità spagnole e l’Infanta Maria Luisa, e suo figlio, nipote dell’inflessibile Duca Ferdinando I di Parma, anche se con intenzione di mantenerlo per pochi anni, rispettando  l'applicazione di condizioni simili per il Nuovo Regno, essendo il Ducato di Parma di esplicita proprietà della Casa di Spagna.

 






S.A.R. Alfonso di Borbone-Due Sicilie; Re
delle Due Sicilie dal 1894 al 1900.



L’instaurazione del ramo liberale in Spagna, non venne riconosciuto dai Borbone Hispanoitaliani, salvo alcune eccezioni nel tempo, come nel caso del ramo di  Napoli che, all’inizio del secolo  XX, vide la dolorosa e tardiva defezione del Conte di Caserta (Alfonso I delle Due Sicilie) il quale, morto suo fratello, l’integerrimo Francesco II delle Due Sicilie, trascinò con se l’intero ramo dei Borbone-Napoli privando i suoi membri del diritto alla successione in Spagna e nelle Due Sicilie. Infatti, come da noi riportato nei precedenti scritti, i Sovrani di questi Stati italiani, come principi reali della dinastia  borbonica spagnola, erano Infanti di Spagna,  titolo che frequentemente anteponevano all’espressione  dei propri titoli reali.  





Stemma di S.A.R. Sisto Enrico di Borbone.
Chiaro è che i discendenti di colui che fu generalissimo del Reale Esercito di Carlo VII di Spagna, avendo perduto la legittimità di origine e quella di esercizio, sono impossibilitati giuridicamente ad ascendere al Trono di Spagna e a quello di Napoli, e a fregiarsi dei titoli connessi: essendo Infanti e feudatari, sono tenuti a mantenersi fedeli al Re di Spagna (legittimo); una volta venuta meno la fedeltà essi perdono i diritti tanto al Trono di Spagna quanto a quello delle Due Sicilie, a maggior ragione in quest’ultimo caso, essendo stati infeudati.

Essendo Infanti di Spagna e infeudati, venuti meno alla fedeltà nei confronti di colui nel quale risiede il Vicariato del Santo Impero in Italia , il Re Cattolico, la loro esclusione è maggiormente sostenuta. Ricordiamoci che Carlo IV di Spagna stava per detronizzare suo fratello Ferdinando IV di Napoli per molto meno.

Ciò interessa, ovviamente, anche il diritto di fregiarsi dei titoli connessi che spettano ad oggi a S.A.R. Sisto Enrico di Borbone.


Redazione A.L.T.A.

Fonte:

¿QUIÉN ES EL REY? di
FERNANDO POLO;
NOTA AL CAPITOLO XI; NOTA 10.

giovedì 7 gennaio 2016

I disastri e i crimini compiuti dalla Massoneria nell’Italia meridionale dopo la conquista del potere (1860)

 
Garibaldi era un adepto di una loggia massonica inglese
Garibaldi era un adepto di una loggia massonica inglese
Si tratta di un’importante descrizione coeva dei fatti narrati, a firma del massone Pier Carlo Boggio. E’ tratta da: Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille; Siena, Edizioni Cantagalli, 2011, pp. 189-200. Le notizie sull’autore sono tratte dalle pp. 145-146.
Nello scrivere il Boggio si rivolge a Garibaldi, altro massone, che si era autoproclamato dittatore assoluto al posto del re di Borbone e che come tale veniva riconosciuto, di fatto ma non ufficialmente (la solita falsità), dal Cavour e dal Savoia, massoni anch’essi.
Lo scritto, a leggerlo, fa persino male, perché documenta cose talmente criminali, e in così enorme quantità, che a stento non solo saremmo stati in grado di ammetterle, ma persino di immaginarle. Eppure sono cose certe, perché raccontate da una persona che, malgrado tali fatti, approvava l’invasione dell’Italia meridionale ad opera del regno di Sardegna.
Pier Carlo Boggio, personaggio oggi praticamente sconosciuto, era un cittadino del regno di Sardegna. Nato nel 1827, influente massone, «risorgimentale della prima ora» (Pellicciari), accettò di collaborare con il Risorgimento, il giornale fondato da Cavour. Giornalista e polemista, dopo aver messo da parte alcune divergenze con il Cavour, collaborò a portare avanti la sua azione di conquista della penisola italiana. Scrisse due libretti battaglieri e schietti: nel 1859 «Fra un mese», con il quale sosteneva le ragioni della guerra contro l’Austria; nel 1860 «Cavour o Garibaldi», con il quale chiarire «perché la guerra così ben iniziata in Italia meridionale debba assolutamente essere interrotta» (idem). Quando scrisse le pagine che riportiamo, perciò, aveva solo 33 anni. Morì poi tragicamente, non senza eroismo, nel 1866: mentre l’ammiraglio Persano in quell’anno (caratterizzato dalla cosiddetta terza guerra d’indipendenza) portava la flotta navale alla rovina, Boggio preferiva morire, affondando, che mettersi in salvo, accogliendo la proposta che gli era stata fatta personalmente dal Persano.
Qui, dallo scritto «Cavour o Garibaldi» (che la Pellicciari riporta integralmente) estraiamo in ampio sunto (come detto) il solo capitolo XXXV.
Don Floriano Pellegrini
***
il resto con un sunto delle pagine a questo link .. da non perdere ! https://www.facebook.com/notes/10155719916225430/

1869: Appunti legittimisti (di Angelo D'Ambra)

Scarica il testo in formato ODT o PDF
1° Maggio 2009


La storiografia contemporanea pare, lentamente, avallare la tesi secondo cui una decisa crescita economia nel Regno delle Due Sicilie si verificò sin dai primi anni dell’800. La libertà di esportazione della seta incoraggiò la ripresa della coltivazione del gelso e dell’allevamento del baco da seta con un aumento di produzione di seta greggia fino a 400 mila chilogrammi, l’industria laniera di Sora, Arpino, Chieti e del salernitano, anche con l’aiuto di investimenti svizzeri e tedeschi, vide l’introduzione di impianti avanzati come macchinari tessili e moderni telai a mano, in Sicilia, la produzione di zolfo crebbe sotto la spinta delle richieste inglesi e francesi, così come in Calabria crebbe l’industria estrattiva di minerali ferrosi. Numerose cartiere e fabbriche metallurgiche sorsero, nel Napoletano, mentre a Catanzaro e Reggio Calabria furono create delle ferriere destinate a soddisfare le esigenze del settore militare.
Sparse sul territorio nazionale, sorsero, poi, aziende atte alla lavorazione di vetro, cristalli e ceramiche, ed ancora numerosi stabilimenti di profumi, guanti, zucchero e prodotti chimici. L’elenco dei settori in crescita e dei progressi economici, industriali e tecnologici che interessarono il Regno di Ferdinando II, in particolar modo nel suo ultimo decennio di governo, potrebbe continuare a lungo, ma ci bastino questi pochi cenni per ipotizzare un più profondo motivo alla base della lunga resistenza popolare sorta all’indomani del 1860 e che conosciamo col nome di brigantaggio.
Probabilmente ampi strati di popolazione avevano sensibilmente avvertito il processo di crescita in atto ed anche per questo insorse. Cieca ed immutata fedeltà alla Corona di Napoli dovette, invece, animare il groviglio di tele segrete e romantici legittimisti su cui poca e fioca luce rifulge e molto v’è, dunque, da scrivere e scoprire.
Ci soffermiamo, qui, sull’anno 1869. Erano morti i Crocco, i Giordano, i Romano, falliti i progetti di Borjes e in maturazione lo scandalo della Regina Maria Sofia, una delle prime vittime dell’ingiuriosa falsificazione massmediatica moderna. Sembra che tutto fosse scemato, svanito lentamente, spentosi come la fiammella di una candela, poco prima, ardente.
Dal buio, invece, sono venute alla luce piccole verità nascoste, tracce di un movimento tutt’altro che domato, che, come l’isolotto di Ferdinandea, dalle profondità, affiorano alla calda luce solare in piccoli frammenti che solo un attento lavoro di ricostruzione, fondato sull’analisi dei documenti di Prefetture, Questure e Archivi può ricostruire fino in fondo.
Aristide Ricci, in “Giuseppe Ricciardi e l’Anticoncilio di Napoli del 1869”, scrive di ingenti flussi di denaro provenienti dalla Città Santa per alimentare precisi progetti di restaurazione. Era opinione fondata, quella del Ministero degli Interni, che il vero pericolo di sovversione non provenisse dai settori mazziniani e socialisti, ma da quelli borbonici e, proprio in questo periodo, le autorità dell’Italia unita si rendevano conto che il nemico era ben più temibile e versatile di quanto pensassero.
Capace di portare il suo attacco su più fronti, il legittimismo borbonico alimentava, infatti, il brigantaggio, lotta aperta sui monti e le vallate dell’ex Regno, e le strutture cattoliche, nelle quali era forte e solido, e dove forse durò più a lungo, ma era pure capace di coadiuvare attorno a sé altre forze politico-sociali che, partendo da opposti interessi, si incontravano in un’associazione di intenti e azione tanto bizzarra quanto poco duratura.
In questo progetto un nome spicca sugli altri ed è quello di Giovanni Gervasi, artefice del singolare raccordo di sinergie borboniche, repubblicane e socialiste che, in data 23 ottobre del 1869, incontrò a Palazzo Farnese esponenti della casa reale delle Due Sicilie e  il segretario di Stato Cardinal Antonelli.
Ne nacque un giornale, “La Soluzione”, che sostituiva la precedente pubblicazione del Gervasi, “La pietra infernale”,  ed, abilmente, si riprometteva di condurre una battaglia su temi comuni alla stampa democratica, mimetizzando, così, il lavoro dei legittimisti e congiungendo i repubblicani di Cavicchio, Nicotera e Caporosso.
Nell’ambito di questi movimenti, risulta persino concreta l’ipotesi che la fondazione della sezione partenopea dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, guidata dal Caporosso, avesse ricevuto il cospicuo appoggio finanziario dei borbonici. Possiamo pensare che l’intento dei legittimisti fosse quello di destabilizzare il nuovo Regno per poi affondare il colpo finale.
In questo stesso anno circa 2.500 carabine provenienti dal Belgio arrivarono in Abruzzo per armare i briganti sotto le insegne di Francesco II. A darne notizia fu il giornale “L’Italia”, convenendo col Prefetto sul fatto che il re Francesco II avesse destinato, solo in quel anno, l’esorbitante cifra di dodici milioni di lire alla resistenza.
Insomma, borbonici e repubblicani si ritrovarono a collaborare in progetti ed episodi d’insorgenza contro il governo sabaudo come già gli scioperi degli operai del 1861 presso l’Arsenale in Napoli, e del 1863 presso l’opificio di Pietrarsa avevano mostrato.
La risposta piemontese stavolta portava il nome di Rodolfo D’Afflitto che, sotto il Regno delle Due Sicilie, era stato funzionario della Consulta di Stato e segretario generale della prefettura di Napoli, per poi essere allontanato dopo il 1848, aveva, poi, seguito Garibaldi e, divenuto suo Ministro ai Lavori Pubblici, fu riconfermato dalla Luogotenenza Farini, nel 1861 era stato governatore di Napoli e senatore del Regno ed, infine, nell’anno 1869, fu nominato prefetto di Napoli in sostituzione di Rudinì. Attento controllore dei movimenti antiunitari, D’Afflitto temendo che le manovre dei legittimisti avessero risultati pericolosi, allarmò prefetti, eserciti, ministeri, e furono i suoi reclami a portar presto anche al sequestro de “La Soluzione”.
Non si dimentichi, in effetti, che trattiamo di un periodo storico in cui la censura, la violenza, la negazione di ogni minimo diritto era la regola. Persino i repubblicani lamentavano il timore della gente “che scappano ad un batter di piede di una Guardia o ad uno squillo di tromba”. Proprio per questo apprezziamo l’eroicità di quanti, di fronte alla scelta del Consiglio comunale di Napoli di destinare 250. 000 lire alla Corona per offrire la culla in occasione della nascita di Vittorio Emanuele III, tappezzarono coraggiosamente Napoli di manifesti di denuncia delle condizioni dei napoletani e di lode dei Borboni che “nei fausti avvenimenti della Casa non esigevan donativi e presenti, ma spendevano invece sui popoli le loro reali beneficenze”.
Continuavano: “Per la dignità quindi del nome napoletano, a serbare integri i nostri diritti, ed inviolato l’onore protestiamo con tutta la forza dell’animo contro questo atto di abbietto servilismo, che à solo riscontro nei barbari tempi vicereali, riproducendo un odioso tributo mascherato a donativo: protestiamo contro il procurato voto di una effimera maggioranza del Consiglio municipale, di cui tutto il paese aborrisce i sentimenti, e la solidarietà rigetta; protestiamo da ultimo, che le speranze, i voti, gli affetti nostri sono, e sempre fermi saranno pel nostro Legittimo Sovrano, che l’Onnipotente à serbato al risorgimento della Patria, e che in un prossimo avvenire, fatto lieto di un Figlio, vero Erede del Trono, e pegno certo della protezione divina, tornerà fra noi più glorioso non solo, ma desiderato sempre, benedetto, ed amato!!!”.
Pensare che il giorno seguente Napoli si risvegliò tra simili manifesti ha davvero qualcosa di romantico e, giustappunto, siamo in una fase “romantica”, epoca di incontri segreti, adunate sediziose, nomi in codice e cupi protagonisti, ma se Gervasi e i legittimisti di Napoli si muovevano nell’oscurità, la nobiltà del sud, rimasta fedele all’ex sovrano, mostrava in tutta libertà il proprio sdegno per Casa Savoia, infatti, in occasione della nascita di Maria Sofia di Borbone, tre quarti della nobiltà napoletana non avevano rinunciato a farle visita nella Roma Papalina. Il “popolo dei quartieri”, invece, gravato di pesanti e nuovi gravami fiscali, lamentava pure che il titolo di principe di Napoli veniva assegnato ai discendenti di casa Savoia, considerati stranieri e quindi non aventi diritto a tale privilegio. Della stampa e diffusione di questo manifesto furono sospettati i redattori del “Trovatore”, foglio borbonico napoletano, per il fatto che i suoi giornalisti avevano strette relazioni con Palazzo Farnese a Roma.
Sappiamo la storia come è andata, tutto è finito, briganti sui monti non ce ne sono più, vane si rivelarono pure le speranze dei Borbone di un intervento francese o austriaco che li riportasse sul trono, ed oggi, addirittura, mettere in discussione l’Unità è diventato un argomento per “nordisti”, tuttavia fa uno strano effetto leggere di simili vicende per poi catapultarsi nella nostra realtà dove, tra l’indifferenza generale, si continua a dedicare strade e palazzi a “liberatori” stranieri. E’ vero, è difficile, ancora difficile a 150 anni da quel 1861, chiedere almeno una lettura imparziale degli eventi e rispetto per la nostra storia, ma lo è ancora di più perché il popolo non ha memoria e, così, va costruendosi un sommesso futuro. Chissà se qualcosa cambierà, noi vi metteremo il nostro impegno.



FONTI:

 A. Ricci, "Giuseppe Ricciardi e l’Anticoncilio di Napoli del 1869", Luigi Regina, Napoli, 1975

http://www.eleaml.org/

giovedì 17 dicembre 2015

LA BUGIA DEI MILLE...


Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi congedati dall'esercito sabaudo. Una spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti internazionali.
I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi, erano in realtà solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti in “congedo” o “disertori” riarruolati come “volontari” nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn.
Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy



Fonte: Briganti